Per Nizzolo ripetizioni di Sanremo, con “prof” Paolini

18.02.2023
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Con lo scoccare della mezzanotte siamo entrati nei trenta giorni che ci portano alla Milano-Sanremo, la Classicissima di Primavera si correrà il 18 marzo. C’è chi ha già iniziato a percorrere le strade della Liguria. Dove il mare accarezza dolcemente la costa, fermandosi a pochi metri dall’asfalto, teatro della battaglia ciclistica che andrà in atto. Giacomo Nizzolo, guidato dall’amico Luca Paolini ha già iniziato a visionare il percorso (i due sono insieme sulla Cipressa in apertura, foto Instagram/Nizzolo). Rispetto agli anni scorsi cambia solo la partenza, da Abbiategrasso, ma è sempre bene rinfrescarsi la memoria. 

La stagione di Nizzolo è iniziata dalla Vuelta a San Juan
La stagione di Nizzolo è iniziata dalla Vuelta a San Juan

Un amore da Milano a Sanremo

Il corridore della Israel Premier Tech, milanese di nascita come Paolini, la sente vicina a sé questa corsa. E un cerchio sul calendario, in data 18 marzo, Nizzolo lo ha fatto sicuramente.

«Ci tiene particolarmente alla Milano-Sanremo – conferma Paolini – si vede da come la prepara fin dall’inverno. Fare una ricognizione più di un mese prima (i due sono andati a visionare il percorso il 6 febbraio, ndr) è importante. Fa capire come nella testa di Nizzolo questo sia un obiettivo concreto. “Accendere il motore” e muovere le prime pedalate su quelle strade è utile per alzare la concentrazione e fare tutto nel migliore dei modi».

Il milanese della Israel Premier Tech ha preso le misure con le prime volate, per lui due piazzamenti nei primi tre in Argentina
Il milanese della Israel Premier Tech ha preso le misure con le prime volate, per lui due piazzamenti nei primi tre in Argentina
Una ricognizione anticipata, di cosa avete parlato?

Si è parlato davvero di tutto, anche di dove fare i bisogni. Nizzolo conosce bene queste strade, ma serviva fare un recap mentale e dare un occhio al passato.

Da dove siete partiti?

Da Loano, abbiamo fatto due volte la zona dei Capi e poi fino a Sanremo con Cipressa e Poggio. Non è un percorso difficile, la Sanremo è davvero semplice da questo punto di vista. 

La differenza la fanno i chilometri, quasi trecento…

E’ tutto amplificato. Le medie, soprattutto negli ultimi anni, sono elevatissime. Bisogna essere sereni di testa, su una distanza così ampia ogni cosa che fai ha un peso. Devi rischiare di perderla per poi vincerla, ci sono cose che non ha senso fare.

Vent’anni fa Paolini (sullo sfondo) aiutò Bettini a vincere la sua Milano-Sanremo
Vent’anni fa Paolini (sullo sfondo) aiutò Bettini a vincere la sua Milano-Sanremo
Per esempio?

Ricordo che quando correvo ero in Katusha, nel 2015, al mio ultimo anno da professionista, avevo detto alla squadra di non fare il rifornimento fisso a Ovada. Manca così tanto alla fine che si ha tutto il tempo di andare all’ammiraglia per prendere il necessario. Si toglie un pericolo e si evita stress inutile. 

Dove si inizia a fare la corsa?

Dai Capi, senza alcun dubbio. A Capo Berta, l’ultimo dei tre, si dividono i corridori veri dagli altri. La discesa è tortuosa e la velocità si alza tantissimo. Poi si attraversa Imperia, un passaggio tortuoso ed insidioso che tutti vogliono prendere in testa. 

Da quel momento tasche vuote e gambe piene.

Assolutamente. L’alimentazione bisogna curarla prima, dopo i Capi il tempo per mangiare non c’è. Se ti devi alimentare da Imperia in poi vuol dire che hai sbagliato qualcosa.

Nizzolo Sanremo 2022
Nizzolo ha chiuso la Sanremo dello scorso anno al 18° posto. Con una mano fratturata
Nizzolo Sanremo 2022
Nizzolo ha chiuso la Sanremo dello scorso anno al 18° posto. Con una mano fratturata
Quando capisci di stare bene?

Se un corridore è in condizione lo scopre andando avanti con i chilometri, se stai nelle prime posizione quando tutti accelerano vuol dire che la gamba è piena. 

E se invece non ci si sente al 100 per cento?

Un campione impara a gestirsi: nell’utilizzo dei rapporti, delle scie e tante piccole cose.  Nizzolo ne ha corse tante e l’esperienza ce l’ha, può giocare su questi dettagli.

Tu nei hai corse tante, hai imparato tanti segreti da condividere con Nizzolo.

Ho lottato contro tantissimi corridori: Freire, Bettini, Zabel, Sagan, CancellaraNon avevo il loro motore ed ho imparato a centellinare ogni singola energia. Sono arrivato terzo per due volte, ci sono cose che impari e ti tranquillizzano. Ma quello che ho detto a Giacomo potrò dirlo solo dopo la corsa (dice con una risata, ndr). 

La UAE Emirates l’anno scorso aveva una tattica dichiarata fin da Milano: forcing sulla Cipressa
La UAE Emirates l’anno scorso aveva una tattica dichiarata fin da Milano: forcing sulla Cipressa
In una corsa così semplice la carta da giocare è una sola…

Quando fai la tua mossa devi essere sicuro che sia quello il momento giusto. Non puoi permetterti di sbagliare i tempi d’azione.

Hai parlato di passato, la Cipressa è un passaggio importante, lo è sempre stato. 

Bettini aveva provato a fare il forcing sulla Cipressa e l’anno scorso ci ha provato la UAE. Sono dell’idea che Pogacar abbia solo preso le misure, nel 2022 sul Poggio ha sbagliato i tempi, ma ha imparato. Alla Sanremo ogni errore ti fa da insegnante per l’anno successivo. 

Quali altri punti avete visionato?

Ci siamo soffermati su quelli dove è più facile passare, considerando che ci sono dei tratti nei quali devi stare dietro. Non è un Fiandre o una Roubaix dove le strade sono strette e bisogna stare sempre nei primi dieci. Alla Sanremo stai bene se sei in trentesima posizione, quella è la posizione giusta. 

La Sanremo del 2022 ha rappresentato il rientro alle corse per VDP, terzo. Anche lui ha preso le misure per il 2023?
La Sanremo del 2022 ha rappresentato il rientro alle corse per VDP, che ha colto il terzo posto
Meteo permettendo…

Quella è l’unica incognita, le discese della Sanremo sono tortuose e di non facile lettura. E poi una pioggia continua per 300 chilometri contribuisce a scremare il gruppo. Molti corridori con l’acqua si autoeliminano, se hai una buona forza mentale fai la differenza. 

Hai nominato Pogacar, ma con tutti i campioni che girano un velocista come Nizzolo può dire la sua?

Giacomo è un corridore resistente, nel corso degli anni ha perso esplosività aumentando il fondo. Nel 2022 è scollinato con i primi ed è caduto in discesa, ha dimostrato di poter stare con loro. Poi ha un grande spunto veloce e dopo 300 chilometri potrà farlo valere.

Rivolta e quel Giro che non può saltare

18.02.2023
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«Quest’anno il Giro Donne non può saltare. La Federciclismo non può permetterlo e qualcuno lo organizzerà. Se avranno bisogno di me, io sono pronto, sia che mi chiami Ruini che Vegni».

Partiamo dall’ultima battuta con la quale Giuseppe Rivolta saluta al termine della nostra chiacchierata sull’assegnazione a RCS Sport delle quattro edizioni del Giro Donne a partire dal 2024, congiuntamente alle cinque del Giro U23 da questa stagione in avanti.

Un mese fa avevamo cercato di fare un po’ di luce attorno al buio comunicativo relativamente all’edizione del 2023, i cui diritti organizzativi appartengono a Starlight, ma di novità non ne sono arrivate. Valeva quindi la pena sentire il punto di vista di Rivolta, che del Giro femminile è stato il direttore per 18 anni e ne parla sempre col cuore in mano.

Van Vleuten tra Cavalli (a sx) e Mavi Garcia. Il Giro Donne 2023 ripartirà da questo podio
Van Vleuten tra Cavalli (a sx) e Mavi Garcia. Il Giro Donne 2023 ripartirà da questo podio
Giuseppe qual è la prima cosa che ti è venuta in mente dopo il verdetto del bando organizzativo?

Che mi fa piacere che ci sia tutto questo interesse legato al Giro Donne. In passato ogni anno c’era il bando, ma in pratica non partecipava nessuno e così interpellavano l’organizzatore dell’anno prima. Stavolta credo che sia stato il traino per l’assegnazione anche del Giro U23. Metterli assieme rendeva il pacchetto più allettante per gli organizzatori. Significa che il Giro Donne ha guadagnato prestigio col passare degli anni. E forse significa che è anche un po’ merito mio.

Tu sei stato il patron per tantissimi anni. Cosa rappresenta per te questa corsa?

Quanto tempo abbiamo? Perché a questa domanda potrei rispondere con un monologo (sorride, ndr). Ricordo ancora che il primo maggio del 2002 era un mercoledì quando la FCI mi chiese la disponibilità di allestire la gara. L’allora Giro Rosa l’ho trattato subito come se fosse una figlia. Ogni anno vedevo la gara crescere e facevo il possibile per farlo al meglio. Solo nel 2006 ho dovuta dare questa… creatura in affido…

Giro Donne 1998. Luperini (a destra) vinse un’edizione con 13 tappe, da Cagliari a Vittorio Veneto
Giro Donne 1998. Luperini (a destra) vinse un’edizione con 13 tappe, da Cagliari a Vittorio Veneto
Continua pure…

Quell’anno venne eletto Di Rocco, che non mi conosceva e lo diede a Carmine Castellano, l’ex direttore del Giro d’Italia, e alla sua Egidio Event. Mi misi da parte con un po’ di dispiacere, ma restai a disposizione con i nuovi organizzatori per eventuali consigli. Nel 2007 Di Rocco mi chiamò, era un mercoledì anche quella volta, per riassegnarmi l’allestimento. Gli avevano chiesto tutti che tornassi io a farlo.

Cosa pensasti?

Per me fu un grande motivo di orgoglio. Insomma ritrovavo la corsa figlia mia e non poteva essere altrimenti. Fino al 2020, quando è diventata maggiorenne, ho pensato io a lei. Nel 2021 è arrivato Roberto Ruini con la Starlight che ha saputo mettere in piedi due bellissime edizioni. E dall’anno prossimo con RCS Sport sarà in ottime mani. Loro sono quelli più preparati, lo dicono i fatti, non solo io. Ora posso sentirmi sereno perché il Giro Donne può camminare con le proprie gambe.

Il Giro Donne può godere di scorci incantevoli come il passaggio nel 2022 sul lago di Molveno
Il Giro Donne può godere di scorci incantevoli come il passaggio nel 2022 sul lago di Molveno
Del tracciato di quest’anno però non si conosce nulla tranne qualche indiscrezione. Cosa sa Giuseppe Rivolta del prossimo Giro Donne?

Più o meno quello che avete scritto voi, anche se alcune informazioni sulle tappe voglio tenermele per me. Posso dirvi che l’anno scorso avevo iniziato a fare i sopralluoghi per fine febbraio, quindi per adesso siamo ancora sulla stessa tabella di marcia. Sto aspettando che mi dicano quando partire. Tuttavia capisco che le squadre, le atlete e il pubblico vogliano sapere il percorso. Ripeto: significa che c’è davvero tanto interesse e questa è davvero un’ottima cosa.

Secondo te nel frattempo non si sarebbe potuto fare un comunicato ufficiale su ciò che c’era di confermato?

Personalmente, sulla base di quello che facevamo noi in passato, lo avrei fatto anche solo per smorzare questo momento di silenzio. Noi giocavamo d’anticipo. A dicembre solitamente presentavo le sedi di inizio e fine Giro. Poi dicevamo indicativamente che regioni avremmo toccato. E per la Festa della Donna (8 marzo, ndr) cercavamo spesso di presentare tutto il percorso. Ma questo adesso rimane un parere mio. Se Starlight ha deciso diversamente, ha certamente avuto i suoi buoni motivi. In ogni caso il Giro dell’anno scorso lo abbiamo conosciuto il 10 marzo, pertanto anche in questo caso siamo ancora nei tempi.

Il presidente Fci Dagnoni, Cividini (direttrice Marketing e Comunicazione), Ruini (attuale patron del Giro Donne) e Giuseppe Rivolta
Ginevra Cividini, direttrice Marketing e Comunicazione, e Roberto Ruini, patron del Giro Donne
Sulla durata del Giro Donne tu che idea hai?

Le 10 tappe attuali vanno molto bene, ma io lo allungherei gradualmente. Magari aggiungendo una frazione ogni due anni fino ad arrivare a due settimane. Da domenica a domenica, con due giorni di riposo in mezzo, succedeva a cavallo del 2000. Spero che RCS lo possa fare. Per me il Giro Donne ha le potenzialità per superare il Tour Femmes.

Alla fine quest’anno la gara si farà?

Vi do la risposta che per me forse è ciò che più conta di tutta questa nostra telefonata: «Quest’anno il Giro Donne non può saltare…».

Tra uomini e donne, una differenza di 100 watt

18.02.2023
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Ora che il ciclismo femminile è sempre più al passo di quello maschile, iniziano ad esserci dei paragoni. Paragoni che in qualche caso riguardano anche le prestazioni e i numeri. A rilanciare questo dibattito è stata la prestazione super di Gaia Realini, ma anche di Elisa Longo Borghini, al UAE Tour Women. Le due portacolori della Trek-Segafredo, verso Jebel Hafeet hanno staccato tutte e lo hanno fatto con numeri importanti. Per la Realini si è parlato di 4,75 watt/chilo. Numeri che tra gli uomini e per giunta su una salita finale, non sarebbero degni di nota. A parità di durata di sforzo avrebbero fatto registrare oltre i 6 watt/chilo.

E proprio per questo vogliamo saperne di più. E lo facciamo con l’aiuto di Paolo Slongo, coach della Trek-Segafredo. Va precisato che non abbiamo scelto il coach veneto perché segue le due atlete in questione, ma perché è abituato a lavorare, da anni, sia con campioni di primissimo piano che con campionesse… di primissimo piano.

Paolo Slongo con Elisa Longo Borghini. Il coach veneto ha sempre lavorato con grandi campioni, uno su tutti: Nibali
Paolo Slongo con Elisa Longo Borghini. Il coach veneto ha sempre lavorato con grandi campioni, uno su tutti: Nibali
Paolo, una bella differenza si è notata tra uomini e donne, almeno ad una prima analisi…

Partiamo dal presupposto che i numeri tra uomini e donne sono poco confrontabili. Chiaro che in fisiologia la componente della forza per le donne è minore e certi valori sono distanti. Ma il ciclismo femminile è in evoluzione. Le atlete crescono grazie a staff sempre più importanti, con preparatori, nutrizionisti, materiali… Il livello femminile si sta alzando e così i suoi numeri.

Quindi non si può dire che i 4,5 watt/chilo delle donne corrispondano ai 7 watt/chilo degli uomini?

Non è un paragone corretto. Più che parlare di watt/chilo posso dire che tra i top rider di uomini e donne c’è una differenza di 100 watt. Un corridore che primeggia in una tappa del Giro d’Italia ha 410-420 watt alla soglia, una donna che fa le stesse cose al Giro Donne ne ha 310-320.

Hai parlato di soglia, staccandoci per un attimo dal discorso dei watt, sul piano fisiologico le capacità aerobiche tra uomini e donne sono le stesse?

La capacità aerobica è la stessa e idem le zone di riferimento: medio, soglia… semmai quel che è diverso è la capacità aerobica di base che nel ciclismo femminile è meno allenata. E questo è un errore a parer mio.

Uomini e donne a confronto. Per Slongo la differenza è di circa 100 watt (foto Sam Needham)
Uomini e donne a confronto. Per Slongo la differenza è di circa 100 watt (foto Sam Needham)
E perché è meno allenata?

Perché qualcuno sostiene che ce n’è meno bisogno, in quanto le donne fanno tappe e corse più corte, quasi mai superiori alle 4 ore. Però le cose stanno cambiando. Adesso iniziano ad esserci Giri di 10 giorni e corse come la Liegi, la Roubaix o la Strade Bianche che richiedono un consumo energetico molto importante. E in questo caso chi ci lavora ha qualcosa in più sul piano aerobico.

E invece parlando sempre di capacità fisiologiche, i valori di smaltimento e accumulo dell’acido lattico sono differenti?

Sarebbe un discorso molto ampio, ma da quel che ho visto io, posso dire che sono uguali o molto, molto simili. Poi ogni atleta, a prescindere dal genere, ha le sue caratteristiche, ma di base non ci si discosta molto. Alla fine che si spinga a tutta per 3′ o per 20′, la forbice resta di quei 100 watt che dicevamo prima. Questo margine cresce un po’ in volata. In uno sprint, al termine delle frazioni, una donna arriva a 1.150 watt e un uomo a 1.450-1.500.

Gaia Realini con Longo Borghini a ruota verso Jebel Hafeet. L’abruzzese viaggiava sul filo dei 210-220 watt
Gaia Realini con Longo Borghini a ruota verso Jebel Hafeet. L’abruzzese viaggiava sul filo dei 210-220 watt
Tornando ai 4,75 watt/chilo della Realini è un valore di livello assoluto tra le donne, un po’ come i 7,3 watt chilo di Geoghegan Hart alla Valenciana, oppure è un dato “normale”?

E’ sicuramente un ottimo valore, ma quando Van Vleuten ha staccato tutte in quella tappa dello scorso Tour de France, ha fatto 6 watt/chilo sui 10′-12′ di sforzo, mentre quel valore medio di Gaia era riferito ad una salita la cui durata è stata di circa 34′.

E’ chiaro, l’aspetto della durata va considerato. I numeri snocciolati vanno presi con le molle e solo voi avete quelli certi, tanto che secondo alcuni Gaia avrebbe superato i 5 watt/chilo…

Quella che ha fatto è comunque un’ottima prestazione.

Sei stato chiarissimo, Paolo. Chiudiamo con un giudizio proprio su questa giovane scalatrice.

Non la conosco ancora moltissimo. E’ stata una gran bella sorpresa. Ma se devo dirla tutta lo è stata non tanto per la salita, perché lo sapevamo che lì andava forte, ma per come si è comportata in pianura all’UAE Tour. Lei è davvero piccola (150 centimetri, ndr) ed è rimasta, e bene, davanti. Si è mostrata a suo agio con i ventagli. Ha dei bei margini e di certo è una scalatrice pura.

Moro e la fatica di stare con i grandi: «Ma che gioia!»

17.02.2023
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La medaglia d’oro conquistata da Manlio Moro, insieme ai suoi compagni del quartetto, ai recenti campionati europei, sta tutta nella smorfia di fatica che gli si dipinge sul volto una volta tagliato il traguardo. Il friulano, in forza alla Zalf Euromobil Désirée Fior, è il nuovo innesto del quartetto (in apertura con Milan sul podio di Grenchen). Con un occhio puntato alle prossime Olimpiadi (quelle di Parigi 2024) e l’altro saldo sul lavoro da fare per meritarsi quel posto tanto ambito. 

La stagione su strada per Moro è iniziata in Argentina alla Vuelta a San Juan
La stagione su strada per Moro è iniziata in Argentina alla Vuelta a San Juan

Il finale

Una volta conclusa la finale che ha dato l’oro al quartetto, Moro ha fatto fatica anche a rallentare la bici. Si è sdraiato sul manubrio lasciando che il mezzo decidesse quale direzione intraprendere. I suoi compagni festeggiavano, mentre Manlio non riusciva a staccare le braccia dalla bici.

«I telecronisti dicevano lacrime per Moro – dice il giovane friulano divertito – ma ero “solo” stanco morto. Non riuscivo a fare nulla. Restare a ruota dei migliori al mondo non è semplice, ma ho messo tutto me stesso in questa prova. Non ho ancora iniziato la stagione, ma tra San Juan e l’europeo su pista mi sembra di aver fatto moltissimo».

A novembre per lui e gli altri ragazzi della pista c’è stato il ritiro di Noto
A novembre per lui e gli altri ragazzi della pista c’è stato il ritiro di Noto
La gara ha avuto ritmi alti fin da subito.

E’ stata intensa fin dalla partenza, ci eravamo prefissati di girare un pochino più piano, ma una volta in azione ci siamo messi a menare. Ero al limite, più di così non potevo dare e questo era un po’ l’obiettivo: uscire dalla pista senza rimpianti. Andare più forte era impossibile.

Si è visto, sei andato avanti al primo chilometro e hai dato una gran tirata

Sì, potevo risparmiarmi un pochino, ma mi sono fatto prendere dal momento. Siamo passati da 8 decimi a 1,2 secondi in due giri. 

Uno sforzo che hai pagato nel finale?

Direi, ai tre chilometri e mezzo ho provato a rimettermi davanti, ma sono durato ben poco. Non ne avevo per mantenere il ritmo ed in più eravamo rimasti in tre. Così ho preferito mettermi a ruota e dare tutto per rimanere attaccato, con il senno di poi ci siamo detti che è stato giusto così.

La tirata di Moro è arrivata poco dopo il primo chilometro, un po’ troppa “foga” per il friulano
La tirata di Moro è arrivata poco dopo il primo chilometro, un po’ troppa “foga” per il friulano
Anche perché Ganna stava particolarmente bene.

Urca! Alla prima tirata, ci stava staccando di ruota. Nel finale Pippo si è preso l’incarico di fare un giro in più. 

3 minuti, 47 secondi e 667 decimi, un bel tempo per essere febbraio, no?

Assolutamente, se pensate che al mondiale dello scorso anno siamo stati più veloci di un secondo, ma con un stagione alle spalle. 

E’ stata una piccola rivincita contro gli inglesi, che l’anno scorso vi hanno rubato la maglia iridata….

Questa vittoria ci ha dato grande morale, vincere ci ha aiutato a dimostrare che gli inglesi si possono battere. Se non fossimo riusciti a vincere, non avremmo affrontato i prossimi mesi con la stessa serenità che abbiamo ora. 

Il friulano si appresta ad iniziare la sua seconda stagione con la Zalf, prima del passaggio ai pro’ con la Movistar nel 2024
Il friulano sta per iniziare la seconda stagione con la Zalf, prima del passaggio ai pro’ con la Movistar nel 2024
Hai festeggiato?

Mi sono preso tre giorni di pausa, per riprendere un po’ di energie, ma non ho ancora festeggiato. Lo faremo tutti insieme quando ci ritroveremo a Montichiari. 

Ti sei adattato bene ai ritmi del quartetto elite?

Ci sono altri ritmi, si fa molta più fatica, ma i risultati dicono che la strada intrapresa è quella giusta

Una medaglia che rappresenta un bel tassello verso l’Olimpiade?

Certamente, ora si torna a lavorare in pista e potrebbero esserci delle novità. 

Villa sta studiando un cambio di ruolo per Moro, da terzo a secondo uomo, una mossa in vista di Parigi?
Villa sta studiando un cambio di ruolo per Moro, da terzo a secondo uomo, una mossa in vista di Parigi?
Quali?

Potrei cambiare ruolo. Ho sempre fatto il terzo, ma Villa vorrebbe provare a farmi fare il secondo. E’ una bella prova, serve un cambio di ritmo non indifferente. Da secondo hai meno tempo per recuperare dopo la partenza. La cosa bella del quartetto è che siamo in tanti e quindi possiamo fare molte prove. 

Il 2024 è l’anno olimpico, ma anche quello del tuo passaggio in Movistar, in che rapporti sei con loro?

Ci sentiamo spesso. Mi seguono e sono contenti dei miei risultati. Il primo anno da professionista e nel WorldTour potrebbe rappresentare un altro step di crescita importante. L’obiettivo è entrare in pianta stabile in questo quartetto.

Confalonieri, portaci nel mondo della Uno-X

17.02.2023
7 min
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Quello di Maria Giulia Confalonieri alla Uno-X era stato uno dei trasferimenti dello scorso autunno che aveva destato più curiosità ed interesse. Un po’ per la voglia della 29enne di Seregno di mettersi in proprio dopo anni al servizio delle compagne. Un po’ per scoprire da più vicino la formazione norvegese WorldTour al suo secondo anno di vita.

L’avvio del 2023 è stato incoraggiante. Al UAE Tour la Uno-X ha subito capito che su Confalonieri si può sempre contare. Un quarto ed un sesto posto ottenuti dalla lombarda nelle frazioni vinte in volata da Charlotte Kool, oltre ad un ruolo da regista in corsa. Dopo questi primissimi mesi, è stato quindi naturale sentire Maria Giulia per farci raccontare il nuovo mondo nel quale è entrata. Un mondo che spazia su più fronti ed in continua evoluzione.

Cosa vi hanno detto queste prime gare?

Oltre a correre negli Emirati, abbiamo esordito alla Vuelta CV ed ora le mie compagne sono alla Setmana Ciclista a Valencia. Sono gare che ci servono per far correre tutte le ragazza e per mettere ritmo nelle gambe in vista della campagna del Nord. Lassù avremo un calendario intenso per circa due mesi. Siamo soddisfatte dell’UAE Tour ma dobbiamo oliare tanti meccanismi perché ho già avvisato le mie compagne che in Belgio sarà tutta un’altra musica.

Come sarà il programma?

Il 25 febbraio correremo la Omloop Het Nieuwsblad. E’ un “mini Fiandre”. Personalmente negli anni precedenti lo ritenevo il termometro della condizione mia e della squadra. Se dovesse andare bene non bisognerà esaltarsi troppo così come non dovremo deprimerci qualora andasse male. Di sicuro però ci darà delle indicazioni importanti. Da lì in avanti faremo Le Samyn, poi tutte le altre classiche fiamminghe fino alle Ardenne con qualche capatina in Olanda. Salteremo pertanto Strade Bianche e Cittiglio. La scelta della squadra è stata dettata da una questione organizzativa anche per contenere i costi visto che hanno una base logistica in Belgio. Fin dal primo ritiro ci hanno fatto capire che volevano focalizzarsi sulle classiche del Nord.

Com’è stato invece l’impatto con la Uno-X?

Buonissimo, grazie ai due ritiri che abbiamo fatto. Il primo dal 5 al 15 dicembre a Mallorca dove c’eravamo solo noi del team femminile. Poi altri dieci giorni a gennaio ad Altea dove c’erano anche le formazioni maschili, quella dei pro’ e il Devo team. Naturalmente avevamo programmi e allenamenti diversi, anzi già noi ragazze uscivamo in due gruppi, però è stata l’occasione per conoscere meglio tutta la società. Il responsabile dei diesse è Arvesen. Il faro di tutto il gruppo è naturalmente Kristoff e la sua vittoria di mercoledì in Algarve ha fatto impazzire tutto l’ambiente nelle nostre chat. Anche Waerenskjold è un corridore importante per la società e molto seguito in patria.

Che mentalità hai trovato?

Internazionale benché quasi tutti gli atleti siano norvegesi e danesi, mentre nello staff ci sono tanti olandesi e britannici. Le mie compagne scandinave parlano in inglese anche quando sono fra loro, in modo che tutte le altre “straniere” possano capire o inserirsi nei discorsi per facilitare la conoscenza. Infatti mi sono sentita inclusa fin da subito e l’ho ritenuta una cosa molto carina. Loro ci tengono tanto a condividere ogni notizia sulle tre squadre. Tant’è che hanno un solo profilo facebook e instagram perché vogliono che tutti abbiano la stessa visibilità ed importanza. La Uno-X sponsorizza lo sci di fondo, che è il loro sport nazionale, ed organizza gare di sci per bambini. Tra le loro mission, c’è anche quella di insegnare il ciclismo e far crescere il movimento.

Che impressione hai avuto della tua squadra dopo le prime gare?

Si vede che è una formazione che deve fare tanta esperienza. Stando in gruppo si notano un po’ di mancanza di cultura e tecnica ciclistica. D’altronde è normale che sia così per ragazze che nelle categorie giovanili si saranno trovate a correre in una trentina o meno. Però stanno crescendo bene, hanno talento e ci credono tanto. Ad esempio negli Emirati sono stato molto vicina ad Ahtosalo, la velocista finlandese che va molto forte ma che con i suoi 19 anni deve ancora imparare molto. Sia io che Dideriksen che Koster siamo state prese per poter insegnare molte cose alle giovani.

Hai avuto modo di conoscere i vertici della squadra?

Sì e sono rimasta piacevolmente impressionata, specie dal general manager che è Jens Haugland. Lui ha meno di 40 anni ed è anche il CEO di Uno-X Norway (la catena di carburanti e stazioni di rifornimento low-cost e self-service in Norvegia e Danimarca che fa parte della Reitan Retail, azienda leader nella vendita al dettaglio in vari settori tra Scandinavia e Paesi Baltici, ndr). E’ una persona multitasking. Appassionato di sport, sempre informato nel lavoro e sempre sul pezzo sulle nostre corse. Pensate che quando eravamo negli Emirati ogni giorno mandava un messaggio ad ognuna di noi per sapere come stavamo, per incoraggiarci o per farci i complimenti se avevamo corso bene. Non mi era mai successo prima.

Cosa ci dici delle vostre bici Dare?

So che è una azienda taiwanese che dal 2018 ha una filiale in Norvegia, anno in cui ha iniziato a fornire le bici alla Uno-X. Sono bici montate con Shimano e che attirano l’attenzione degli appassionati. In allenamento a casa tutti gli amatori mi chiedono informazioni. Io ho il modello “aero” viste le mie caratteristiche ma ce n’è anche una più adatta alla salita. Il modello da crono ha un manubrio particolare fatto da Wattshop, una azienda britannica. Nel complesso mi sto trovando molto bene.

La Uno-X è la squadra giusta dove poter vedere Maria Giulia Confalonieri tagliare per prima il traguardo di una corsa?

Speriamo di sì (sorride, ndr). Il successso della generale al Tour de la Semois a settembre mi ha sbloccato, ci voleva. Non ho pressioni, ma mi piacerebbe togliermi questa soddisfazione, anche vincendo al fotofinish, senza necessariamente alzare le braccia al cielo.

Henok, l’orgoglio d’Africa sulle strade del mondo

17.02.2023
5 min
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E’ stato portato in trionfo, proprio come accadeva da noi quando gli arrivi non erano circoscritti dalle transenne e la folla poteva acclamare il campione. Henok Mulubrhan è stato festeggiato così ad Accra, capitale del Ghana, dove si sono tenuti i campionati continentali d’Africa.

Il corridore della Green Project-Bardiani è stato autore di una doppietta che a suo modo è storica. Era il campione uscente e ci teneva moltissimo a confermarsi.

Una maglia “lunga” 

«Henok voleva mantenere il titolo – racconta con orgoglio il suo team manager Roberto Reverberi – ed è un titolo di prestigio per lui, ma anche per noi della squadra. Non sarà un campionato europeo, che è quasi un mondiale, ma ha il suo bel lustro. E poi questo vuol dire che per un anno porterà in giro una bella maglia.

«E proprio sulla maglia un po’ mi viene da ridere. Lo scorso anno per fargliela abbiamo impiegato un sacco di tempo. Questa infatti deve prima essere approvata dalla confederazione africana, quindi dall’Uci e poi di nuovo dalla confederazione africana. Non vi dico che giostra! Alla fine ce l’abbiamo fatta».

Henok Mulubrhan (classe 1999) è arrivato alla corte di Reverberi lo scorso marzo
Henok Mulubrhan (classe 1999) è arrivato alla corte di Reverberi lo scorso marzo

Obiettivo continentale

«Comunque – va avanti Reverberi – Henok ci teneva e sapevamo che stesse bene. Ha passato tutto l’inverno in patria, dove tra l’altro ho scoperto che il ciclismo è sport nazionale… più dell’atletica. Impazziscono per i ciclisti, più che per i podisti. Chissà, forse per il fatto che è stata una colonia italiana, perché conoscevano Coppi e Bartali, no so… Laggiù in Eritrea c’è un ambiente ideale per allenarsi. Henok vive a 2.500 metri di quota ed è come se fosse primavera tutto l’anno.

«Prima del campionato africano aveva preso parte all’Amissa Bongo. Era ben messo in classifica, ma in un momento cruciale della corsa, quando i migliori hanno attaccato, lui ha forato. E ora sarà al via del Tour du Rwanda (19-26 febbraio, ndr), che correrà con i nostri colori e non con quelli della nazionale».

L’eritreo ha legato molto con Filippo Zana, il quale parlando inglese lo ha aiutato ad inserirsi nel gruppo
L’eritreo ha legato molto con Filippo Zana, il quale parlando inglese lo ha aiutato ad inserirsi nel gruppo

Henok non si tocca

Reverberi racconta che Henok è un bravo ragazzo. Uno di quelli che s’impegna a fondo e che ha anche un certo margine di crescita.

«Il motore è buono – spiega Roberto – è un ragazzo che non si tira indietro. Rispetto ad un Girmay è forse un po’ meno velocista e un po’ più scalatore, ma di base resta un atleta abbastanza veloce. 

«Non si nasconde. In riunione chiede cosa deve fare. E’ uno che dà, non è un individualista. Pensate che lo scorso anno la B&B Hotels ce lo chiese, ma noi lo avevamo preso da poco e non vedevamo un motivo per cederlo. Lo abbiamo preso adesso – ci siamo detti – perché non crederci?».

Henok è in Italia ormai da diversi anni. Prima correva alla Qhubeka diretta da Daniele Nieri. L’italiano lo sta imparando sempre di più e lo stesso si sta integrando sempre di più.

«Aveva legato parecchio con Zana – prosegue Reverberi – e infatti all’Adriatica Ionica Rece lo scorso anno lo aiutò con molto piacere a vincere. Henok fece un grosso lavoro per lui. Ma vedo che anche con gli altri ragazzi se la cava. Gli vogliono bene e si fa voler bene».

Henok Mulubrhan è stato portato da Daniele Nieri (in foto) nel 2020, quando il suo team era ancora NTT Continental
Henok Mulubrhan è stato portato da Nieri (in foto) nel 2020, quando il suo team era ancora NTT Continental

Parla l’ex diesse

E in quanto ad integrazione, anche Daniele Nieri ci racconta qualcosa di Henok. Alla fine lui lo ha diretto per due anni. E due sono ancora a stretto contatto.

«Ci sono in contatto sì – interviene Nieri – Henok, ma anche Natnael (Tesfatsion, ndr) vivono a due chilometri da casa mia a Vinci… sono diventati compaesani di Leonardo! Pensate che mia mamma li porta a fare la spesa certe volte e anche loro la chiamano “mamma”!

«Henok è uno dei ragazzi del ciclismo africano che sta crescendo. Guai a fare i paragoni con Girmay, perché lui è un fenomeno, vedrete come verrà fuori, ed è un caso a parte. Mulubrhan è un buon corridore. Un corridore veloce, scaltro e che impara in fretta. E’ stato così con la lingua, con l’alimentazione. Viene dalla scuola di ciclismo dell’Uci, dal progetto del ciclismo per tutti, e poi è arrivato da me. In due anni ha imparato parecchio.

«Ricordo che fece il Giro U23 del 2020, quello del Covid. Non doveva farlo, sostituì proprio Natnael che ebbe un problema fisico, e riuscì a fare bene (fu 11°). Per me potrà andare molto bene anche in Rwanda».

Quaranta lancia Predomo: «Nel keirin ha già fatto storia»

17.02.2023
5 min
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La spedizione italiana agli europei di Grenchen ha portato a casa 7 medaglie. Certamente le imprese del quartetto olimpionico e di Consonni (primatista di trofei conquistati con 4 medaglie al collo) sono state le più evidenti, ma c’è un risultato che a livello tecnico pesa più di altri: il quarto posto di Predomo nel keirin e non solo per la giovanissima età del talento della velocità italiana.

Mattia Predomo è appena passato fra gli under 23: lo scorso anno da junior ha conquistato due mondiali e due europei
Predomo è appena passato U23: lo scorso anno da junior ha conquistato due mondiali e due europei

Alle radici del keirin

Bisogna andare un po’ indietro con la storia, fino alle radici del keirin, introdotto a livello internazionale a cavallo degli anni Ottanta visto il grande successo che otteneva in Giappone, dove era uno dei principali oggetti di scommesse. Allora la scuola italiana della velocità era ancora fulgente, ma i nostri specialisti faticarono ad abituarsi a questo nuovo tipo di corsa, molto diverso da quello della velocità uno contro uno. Nella prima edizione mondiale, 1980, Guidone Bontempi colse comunque l’argento, poi Octavio Dazzan e ancor più Claudio Golinelli (iridato nel 1988-89) e Federico Paris salirono sul podio, ma nel nuovo secolo nessuno è riuscito nell’impresa.

Men che meno agli europei, nati solo nel 2010 e per i quali il risultato di Predomo è quindi il migliore nella storia. Lo stesso tecnico di settore Ivan Quaranta è ancora sorpreso del risultato: «Poco importa che la squalifica del francese l’abbia fatto avanzare di un posto, la sua è stata una prestazione eccezionale e per certi versi lascia persino un po’ d’amaro in bocca…».

Il keirin non è mai stato favorevole all’Italia nel nuovo secolo. Predomo invertirà la rotta?
Il keirin non è mai stato favorevole all’Italia nel nuovo secolo. Predomo invertirà la rotta?
Spiegati meglio…

Mattia è stato innanzitutto sfortunato nel sorteggio, prendendo il numero 1 e quindi dovendo partire davanti a tutti. Questo ci ha costretto a montare un rapporto leggermente più duro che lo ha penalizzato nel finale. Quando Lavreysen è partito, Predomo non è riuscito a rilanciare subito. All’ultima curva il francese ha dato una codata e tutti si sono alzati, lui no. Infatti si vede che passa sotto e recupera: altri 5 metri ed era secondo…

Che significato ha il suo risultato?

Enorme, non dobbiamo dimenticare che un mese e mezzo fa era ancora junior. Mattia ha interpretato questi europei al meglio. Anche nel torneo di velocità ha perso di pochissimo da Yakovlev, che gareggia per Israele, ma è il miglior russo in circolazione ed è finito quarto, poteva benissimo esserci lui. Oltretutto lo aveva battuto 10 giorni prima ad Anadia. Inoltre, nei 200 metri lanciati che valevano come qualificazione si è migliorato di 3 decimi che a quei livelli è un’eternità.

Tugnolo e Bianchi davanti nella velocità a squadre, dove c’è stato un nuovo record italiano
Tugnolo e Bianchi davanti nella velocità a squadre, dove c’è stato un nuovo record italiano
Che europeo è stato?

Di alto livello, non c’è che dire. Non dimentichiamoci che la concorrenza che c’è nel nostro continente non esiste assolutamente negli altri, dove ci sono scuole che dominano. Qui c’è da lottare anche per un singolo piazzamento. Questo per certi versi non ci favorisce in ottica olimpica.

Parliamo proprio di questo: con Grenchen iniziava il cammino di qualificazione che nel settore passa prevalentemente per la velocità a squadre…

Noi abbiamo davvero fatto il massimo possibile, i ragazzi hanno portato a casa il record migliorandosi di mezzo secondo in un anno. Se si guardano i tempi, ora siamo a un paio di decimi dalla Germania, una forza trainante del settore. C’è fiducia per il futuro anche se dobbiamo essere consapevoli che il cammino è difficilissimo: noi siamo obiettivamente la decima squadra al mondo e a Parigi andranno in otto. Ma se guardiamo più in là, considerando quanto c’è anche a livello giovanile, al di là della scuola olandese non c’è molto altro: Francia e Gran Bretagna faticano a trovare ricambi, lo stesso Hoogland inizia ad accusare l’età. Noi abbiamo un terzetto ancora under 23, non dimentichiamolo.

Miriam Vece resta l’esponente di punta del movimento femminile che fatica a trovare ricambi
Miriam Vece resta l’esponente di punta del movimento femminile che fatica a trovare ricambi
Come giudichi la prestazione femminile?

Il discorso è diverso. Il nostro obiettivo era partecipare con un terzetto capace di fare una prestazione regolare. La presenza della Barbieri era pensata proprio sapendo che è una che può chiudere in maniera regolare, ma non è chiaramente una specialista. Se hai una prima e una seconda atleta di buon livello, un’atleta veloce come lei può dare il suo contributo. Dobbiamo arrangiarci, visto lo scarso reclutamento.

E’ una situazione diversa rispetto ai maschi?

Completamente. Nel ciclismo femminile in piena evoluzione, tutte cercano giustamente un futuro su strada, quindi passano nel caso attraverso le gare endurance su pista. Chi vuoi allora che faccia velocità, a cui puoi al massimo garantire una maglia e trasferte all’estero, ma certamente non uno stipendio di quelli che cominciano a girare anche fra le donne?

Bianchi ha chiuso 5° nel chilometro da fermo, confermandosi un ottimo interprete della specialità
Bianchi ha chiuso 5° nel chilometro da fermo, confermandosi un ottimo interprete della specialità
Torniamo allora ai maschi: vedendo Bianchi chiudere quinto nel chilometro da fermo, tu che hai un prestigioso passato su pista non senti dolore per la cancellazione di questa gara dal programma olimpico?

Certo, non solo per questa. Sono gare che erano parte della tradizione. Bianchi è uno specialista che sa però spaziare anche nelle altre prove, non dimentichiamo che è campione europeo U23 nel keirin. Peccato che domenica mattina avesse la febbre, non ha potuto essere nel pieno della forma per affrontare il torneo a cui teneva di più.

E ora che cosa vi aspetta?

Il primo passo lo abbiamo fatto, ma ora ci sono le tre tappe di Coppa del Mondo, dove ruoteremo gli uomini. Nella prossima andranno Minuta, Napolitano e Stefano Moro, io voglio che corrano un po’ tutti e facciano esperienza, anche perché alla fine conteranno due risultati su tre. Faremo bene anche lì, ne sono sicuro.

I lavori massimali di Rota: 12 fiammate da fermo…

17.02.2023
5 min
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Già la scorsa estate Lorenzo Rota ci aveva detto che avrebbe dovuto incrementare i lavori più esplosivi, quelli che migliorano lo spunto veloce. E’ passato un intero inverno di preparazione e il corridore della  Intermarché-Wanty-Gobert a quanto pare è stato di parola. L’obiettivo è essere più forte in volata e sulle sparate. Tipo quelle che possono esserci su una Redoute…

Il lombardo ci sta dando sotto e ci spiega dunque come sta lavorando. Dopo le prime vittorie da pro’ in estate e dopo essere stato il miglior italiano nel ranking UCI, la sua stagione è ripartita con dei buoni piazzamenti. L’ultimo dei quali ieri alla Vuelta a Andalucia, sesto dietro ad uno scatenato Pogacar.

Lorenzo Rota (classe 1995) quest’inverno ha incrementato i lavori su forza ed esplosività anche in bici (foto Instagram)
Lorenzo Rota (classe 1995) quest’inverno ha incrementato i lavori su forza ed esplosività anche in bici (foto Instagram)
Lorenzo, quanto hai incrementato questo genere di lavori in questa fase della tua carriera durante l’inverno?

Praticamente da 0 a 100. Scherzo, ma era un lavoro che sostanzialmente non avevo più fatto da due anni a questa parte. Ho iniziato un po’ già la scorsa estate e l’ho inserito stabilmente nella preparazione invernale. Anche se nella prima volata dell’anno i risultati non si sono visti! Eravamo cinque in fuga e ho fatto penultimo del gruppetto. Però è stata una volata anomala: più “di posizione” che di gambe. Abbiamo un po’ pasticciato io e il mio compagno, ho sbagliato l’ultima curva e ho preso un tombino durante lo sprint.

Però sesto al debutto nonostante non sia ancora al top e con tutti questi inconvenienti, non è male…

Sì, sì… infatti sono fiducioso.

Quante volte fai questo genere di lavoro in una settimana?

Viene inserito una volta ogni 7-8 giorni. In altura lo facevo almeno una volta a settimana. E’ un lavoro che ho fatto parecchio, anche in altura appunto, soprattutto per cercare di non perdere la forza. Mi sono confrontato a lungo col mio preparatore Luca Quinti e con quelli della squadra: anche loro mi hanno suggerito di incrementare questa tipologia di lavoro. Però vorrei anche aggiungere che il mio focus è, e resta, quello di non perdere efficacia in salita. Viste le corse a me adatte, devo tenere bene su salite mediamente lunghe.

La volata dell’italiano persa contro Zana è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Da lì Lorenzo ha ripreso a fare certi specifici
La volata dell’italiano persa contro Zana è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Da lì Lorenzo ha ripreso a fare certi specifici
Hai anche pubblicato sui tuoi social quella che è una partenza da fermo, o comunque da velocità super bassa…

Sì, era una partenza da fermo in salita con quasi il massimo rapporto. La pendenza della salita era del 4%-5%, quindi non durissima. Cercavo di stare al massimo per 15”-20” in quel caso ne avevo fatte 12 recuperando 3′, pedalando pianissimo. Anche perché ero in altura e recuperare non è facile. In realtà queste 12 ripetute le avevo suddivise in tre serie da quattro volate, con recupero completo tra una serie e l’altra. In questo modo mi concentro meglio sulla volata. Devo dire che è un lavoro molto a livello muscolare, veramente duro. Soprattutto per me che non sono un velocista e non ci sono abituato. 

Che wattaggi raggiungi?

Non è facile dare un numero preciso. Sul picco arrivo sui 900-950 watt, poi dipende molto anche dalla strada. Meno la pendenza è dura, più è facile far salire il picco. Si “libera” la potenza. Ma i watt sono relativi, quel che conta è la potenza.

Restando su questo genere di lavori di forza, di velocità, di esplosività… hai fatto anche altri specifici?

Ho inserito sempre delle volate, anche nella distanza. E le facevo soprattutto a fine allenamento. E’ un modo per adattarsi a questo tipo di sforzo, immaginando di doverle fare nei finali di corsa e così dopo cinque ore le faccio quasi sempre.

Quindi non c’è proprio un giorno specifico per le volate?

Nel giorno dello specifico, faccio le partenze da fermo che vi dicevo, mentre negli altri giorni faccio le volate “normali”. Lo specifico cerco di farlo col muscolo fresco e quindi dopo il giorno di scarico. Magari, non so, ho una tripletta, quindi faccio un giorno di volate, un giorno di forza e un giorno di distanza. 

Una delle partenze da fermo fatte in altura. Rota è stato a lungo in Colombia (immagine a video)
Una delle partenze da fermo fatte in altura. Rota è stato a lungo in Colombia (immagine a video)
In questo contesto di aumento di forza hai rivisto anche la parte di palestra?

Quest’inverno ne ho fatta un po’, ma non tanta, perché insieme al mio preparatore abbiamo visto  che tendevo a mettere troppo massa. Pertanto, abbiamo cercato di ridurre al minimo le ripetute. E sentivo di essere più esplosivo.

In un così breve lasso di tempo come l’inverno di un ciclista (un mese e mezzo), come si si fa a capire che si sta mettendo su massa?

E’ abbastanza semplice e si vede anche dalla bilancia. E comunque basta fare la plicometria: se la percentuale di massa grassa resta la stessa e il peso aumenta, vuol dire che stai mettendo su massa. Poi ci sarebbero anche degli esami specifici (una dexa, ndr). Con quella vedi praticamente tutta la composizione corporea. Però è una cosa che vedi anche a occhio nudo. Se mi rivedo in una foto a dicembre, noto che a livello muscolare ero molto più grosso.

E sul fronte alimentare, hai ritocchi da fare, qualcosa prima di questi allenamenti?

Avendo lavorato tendenzialmente in altura, la mia alimentazione era mirata soprattutto a non svuotarmi, anche perché si tratta di lavori con cui spendi molto. Quindi c’era sempre un buon apporto di glucosio, per il resto tutto molto standard.

Nuove S-Phyre RC903, con i feedback di Marta Cavalli

16.02.2023
6 min
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L’ultima versione delle calzature Shimano S-Phyre RC903 mantiene il design distintivo di questo “progetto scarpa”. L’accostamento con i modelli precedenti è possibile, ma i cambiamenti non sono pochi.

Per dare ancora maggiore valore alla nostra prova abbiamo chiesto anche un feedback a Marta Cavalli. L’atleta lombarda indossa le Shimano S-Phyre dalla stagione passata ed è migrata dal modello RC902 al 903 che è soggetto della nostra prova.

Marta Cavalli indossa la versione rinnovata delle scarpe Shimano
Marta Cavalli indossa la versione rinnovata delle scarpe Shimano
Cosa è cambiato, in termini di calzata, dalla versione precedente a quest’ultima?

Uso la nuova versione delle scarpe Shimano da circa un mese. Rispetto alle S-Phyre della generazione precedente, questa è più fasciante ed avvolgente al tempo stesso e soddisfa appieno le mie esigenze. Ho una pianta del piede molto stretta e un piede magro, di conseguenza ho necessità di avere una calzatura che deve essere riempita facilmente. Inoltre la 903 mi permette, ancora di più rispetto alla RC902, di avere sempre la stessa posizione del piede e il medesimo punto di spinta.

Quindi la nuova Shimano S-Phyre ti contiene il piede in modo migliore?

Sì esatto, perché la tomaia reagisce in modo maggiore quando si chiudono i Boa e si tirano i cavi. L’azione fasciante è più uniforme e ha un’elasticità notevole. .

Come sempre il rotore è facile da far girare anche quando si pedala
Come sempre il rotore è facile da far girare anche quando si pedala
Utilizzi un plantare personalizzato?

No, uso la soletta della scarpa, quella che si customizza con il riempimento dell’arco plantare. Utilizzo l’inserto rosso, perché mi offre un maggiore sostegno e sensazione di rigidità.

Rispetto al passato hai mantenuto lo stesso numero di calzatura, oppure hai fatto dei cambiamenti?

Nessuna variazione.

Un tuo parere: in bici meglio una scarpa più rigida, oppure una più ampia?

Personalmente preferisco una scarpa rigida e così per qualsiasi cosa che riguarda la bici. Onestamente preferisco una maggiore rigidità e reattività a discapito del comfort.

Cosa è cambiato

Partendo dalla suola della Shimano S-Phyre RC903, cambia la finitura del carbonio nel punto di ancoraggio della tacchetta. E’ sempre in carbonio a vista, ma non ha più l’intreccio 1K. C’è l’ampia asola di scorrimento della tacchetta, che è quasi 2 centimetri, una delle maggiori che il mercato offre. E’ un grande vantaggio che si riflette proprio sul posizionamento sul pedale.

Cambia quasi completamente la tomaia, esternamente e anche internamente. Osservandola dall’esterno è sempre più un blocco unico, con una sola termosaldatura che unisce la sezione frontale a quella mediana e nessuna cucitura. E’ scomparsa anche quella che era presente sulla S-Phyre RC902 nella zona interna/posteriore, vicino alla coppa del tallone.

All’interno si percepisce lo spessore ridottissimo e, sempre facendo un confronto con il modello più anziano, è più omogenea e sembra rifinita in Alcantara. Nella zona del tallone sono stati asportati i due inserti grippanti, ma è stato mantenuto il cuscinetto che avvolge e trattiene il tallone.

Sono aumentati i fori, come numero e anche per la superficie che coprono. Appaiono come uno sciame, che parte dalla sezione mediana esterna, fino ad arrivare a quella interna, passando dalla punta. Hanno diametri differenziati.

La talloniera esterna della nuova versione è stata smagrita ed meno spigolosa. Non cambia però la percezione di un comparto che offre tanto sostegno, anche per chi pedala molto in fuori sella, anche per chi ama rilanciare in continuazione la bici.

Più comfort in punta

Non ci sono più i due ponticelli in materiale plastico. Si è preferito aumentare il comfort in punta, soggetta ad accumuli di sudore e alla tanta soggettività derivata dalla forma delle dita. E’ stata aggiunta una finestra in tessuto mesh (già presente sulla primissima versione), traspirante e che non influisce negativamente sul sostegno della tomaia.

Sulla S-Phyre RC903 ci sono degli occhielli in tessuto, che accompagnano il cavo e non comprimono in modo esagerato la tomaia verso il basso. Per questo motivo si sfrutta un volume in interno diverso, che sembra maggiore. Anche la parte superiore della linguetta è stata oggetto di modifiche. Il punto di contatto con il muscolo retinacolo è sempre in tessuto, ma più compatto rispetto alla soluzione adottata in precedenza.

In piedi sui pedali, nessuna flessione
In piedi sui pedali, nessuna flessione

Il nostro test

La nuova Shimano S-Phyre RC903 è più comoda, una comodità che arriva principalmente dalla sezione superiore e perimetrale della tomaia. E’ più morbida e fresca, ma per nulla lasca, anzi. Pur offrendo un sostegno elevato, il tessuto si adatta molto bene alle forme del piede, anche grazie al rinnovato sistema d’incrocio dei cavi. Rispetto al passato, la nuova soluzione offre una maggiore e migliore personalizzazione e nella parte interna, quella a contatto delle dita, dove sono stati azzerati i rischi di contatto tra il materiale plastico ed il piede. Il comfort ne guadagna.

La suola e tutta la zona del tallone sono un esempio di rigidità e di supporto alle varie azioni della pedalata. Davanti e nella parte mediana la suola è granitica e offre una stabilità difficilmente riscontrabile in altri prodotti di pari categoria. Quando ci si alza in piedi sui pedali la rigidità emerge ancora di più, influendo in modo positivo proprio sulle fasi di spinta e rilancio.