Ricordate Kiesenhofer? Da Tokyo alla Israel per capire chi è

20.02.2023
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Il suo cambio di casacca è arrivato quasi in extremis, ma rappresenta un fattore importante in questa nuova stagione femminile. La Israel Premier Tech Roland ha deciso d’investire risorse ma anche aspettative sulla campionessa olimpica di Tokyo 2020: Anna Kiesenhofer. Diciamo la verità, la sua vittoria in terra giapponese resta una delle più grandi sorprese sportive a 5 cerchi: quella fuga iniziale da tutte interpretata come la solita azione senza costrutto, il vantaggio che assumeva contorni d’altri tempi, l’affannosa e tardiva rincorsa delle grandi, Van Vleuten in testa, senza che l’austriaca venisse raggiunta.

Da allora spesso ci si è chiesto che fine avesse fatto la Kiesenhofer, ciclista quasi a tempo perso, vista la sua importante carriera accademica nel settore della matematica. Per questo l’approdo in un team WorldTour, ufficializzato solo a inizio febbraio, è un passaggio importante e con tante implicazioni. Una scelta che Kiesenhofer ha fatto dopo molti ragionamenti (fra i team che l’avevano seguita c’è stato per un po’ anche il UAE Adq Team).

«Ho scelto di fare questo passo – afferma l’austriaca – perché mi permette di partecipare a gare più grandi e questo è un grande vantaggio per la mia carriera. Ci tenevo molto a fare questo passaggio, ma non è stato facile trovare la destinazione migliore. Credo che con l’approdo all’Israel Premier Tech Roland posso finalmente fare quel salto di qualità fondamentale per il mio futuro».

La Kiesenhofer ha fatto il suo esordio con la nuova maglia alla Volta Comunitat Valenciana
La Kiesenhofer ha fatto il suo esordio con la nuova maglia alla Volta Comunitat Valenciana
Eri già stata in un team di alto livello nel 2017, alla Lotto. Che esperienza fu quella?

E’ stato quello un periodo molto difficile. Avevo diversi problemi, sia mentali che fisici, era stato un passaggio un po’ troppo veloce. Mi sono ritrovata in un contesto che non avevo programmato come si doveva, quindi non sono andata bene nelle prime gare. Ho un po’ ceduto di testa, mi sono guardata dentro accorgendomi che avevo perso la spinta che mi aveva portato verso il massimo livello. Decisi quindi di fare un passo indietro, mettere per un po’ da parte l’attività ciclistica e concentrarmi di più sulla mia carriera accademica.

A tal proposito hai sempre accompagnato l’attività ciclistica a quella lavorativa. Ora che sei in un team professionistico come ti dividerai?

Anche per questo penso che il mio sia un passo importante. Dopo aver vinto l’oro a Tokyo ho deciso di smettere di lavorare e ridarmi una possibilità nel ciclismo e garantisco che non è stata una decisione presa a cuor leggero. Ma essere un’atleta professionista è anche una grande opportunità alla quale bisogna dedicarsi completamente, quindi io voglio concentrarmi esclusivamente su di esso in questa fase della mia vita.

Il momento forse più clamoroso di Tokyo 2020: il trionfo solitario della Kiesenhofer
Kiesenhofer Tokyo 2021
Il momento forse più clamoroso di Tokyo 2020: il trionfo solitario della Kiesenhofer
La vittoria olimpica che cosa ha cambiato nella tua vita?

Molto, è stato il fattore scatenante per una rivoluzione della mia esistenza. Non potevo affrontare il ciclismo come un’attività part-time, ma al contempo dovevo trovare anche le giuste sinergie per affrontare il ciclismo che conta davvero, quello che avevo affrontato nella sfida giapponese. Dopo quella vittoria (l’unica per l’Austria a Tokyo 2020, ndr) sono molto più conosciuta in patria, è chiaro che la gente si aspetta sempre qualcosa da me, prima la mia attività passava sotto silenzio. Le responsabilità sono aumentate, per questo ho dovuto fare una scelta drastica.

Qual è la situazione del ciclismo femminile in Austria, è cambiato qualcosa dopo la tua vittoria?

Penso che il trionfo olimpico abbia ispirato altre cicliste. Non posso certo dire che ora ci siano più finanziamenti per il nostro settore, non è certo una disciplina di primo piano nel quadro sportivo austriaco, ma penso che qualcosa sia cambiato nello spirito, nell’approccio generale verso la nostra realtà. C’è molta curiosità su quello che si potrà fare nel futuro, me ne sono accorta anche dal riscontro mediatico che ha avuto il mio cambio di squadra.

Per la 32enne di Kreuzstetten buone prestazioni alla Vuelta, chiusa al 20° posto
Per la 32enne di Kreuzstetten buone prestazioni alla Vuelta, chiusa al 20° posto
Sai che c’è molta curiosità anche all’estero per capire chi sia davvero Anna Kiesenhofer come ciclista, quale sia il suo livello. Temi di avere tanta pressione addosso?

Sì, è una strana sensazione. Come ho detto, prima di Tokyo nessuno si aspettava nulla. Alla partenza ero solo una ciclista dilettante che si confrontava con le campionesse assolute, all’arrivo ero la campionessa olimpica… Penso che allora sia stata sottovalutata, ma ora è il contrario, tutti guardano a me per capire che cosa posso fare perché ho una medaglia d’oro. All’improvviso la gente si aspettava che vincessi ogni gara. Una cosa che non ha senso, in fin dei conti ho vinto solo una gara, anche se è “la” gara. Ma io sono la stessa di prima, lo stesso corpo, la stessa genetica, le stesse capacità. Quindi a volte può essere difficile affrontare queste aspettative.

Come giudichi la tua ultima stagione?

Ho imparato molte cose. Forse, guardando il mio ruolino di marcia può sembrare marginale perché non ho fatto così tante gare. Il mio piano era di esibirmi bene in pochissime prove, come i campionati nazionali, i mondiali, la Vuelta, la Chrono des Nations. Io credo che in ognuno di questi appuntamenti sono riuscita a lasciare un segno, a volte piccolo a volte meno. Tutte mi hanno lasciato qualcosa, anche l’allenamento, l’avvicinamento a questi eventi mi ha fatto capire molte cose. Poi, se andiamo a guardare i freddi numeri, ho migliorato le mie prestazioni.

A cronometro l’austriaca è stata quinta agli europei e decima ai mondiali
A cronometro l’austriaca è stata quinta agli europei e decima ai mondiali
In quali gare punti ad emergere?

Dobbiamo ancora definire un preciso calendario insieme alla squadra e al mio allenatore, ma in generale voglio concentrarmi sui grandi Giri, almeno uno tra Giro e Tour.

Ti ritieni più portata per le corse a tappe o le gare in linea?

Viste le mie caratteristiche penso di essere davvero un corridore per gare di più giorni perché mi piacciono la salita, ma anche le prove a cronometro. Riesco a combinare bene le due cose e la decima piazza dello scorso anno alla Vuelta mi dice che quella è la strada giusta da percorrere.

Poche gare alla vigilia, si punta su allenamento e altura

20.02.2023
4 min
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Poche gare prima dei grandi appuntamenti, la tendenza è questa. Ma perché? L’argomento è piuttosto attuale visto che molti corridori, specie quelli che hanno cerchiato di rosso il Giro d’Italia, passeranno più tempo in altura e in allenamento che in gara.

E questo, a quanto pare, vale anche per i preparatori. Paolo Artuso, coach della Bora-Hansgrohe, quando ci risponde sta giusto per partire verso il Teide.

«Andrò lassù per dare il cambio agli altri preparatori che sono lassù già da un po’. Poi andrò alla Parigi-Nizza e tornerò ancora sul vulcano atlantico». Da queste parole già si può capire molto.

Paolo Artuso
Paolo Artuso (classe 1984) da quest’anno è un coach della Bora-Hansgrohe
Paolo Artuso
Paolo Artuso (classe 1984) da quest’anno è un coach della Bora-Hansgrohe
Paolo, ma cosa succede?

Alla fine ciò che serve è avere più ossigeno a disposizione e l’altura è quel che ci vuole per ossigenare ogni distretto muscolare al meglio. Si sapeva anche prima chiaramente, ma l’obiettivo è avere dei buoni valori del sangue. Valori più alti possibile, in modo legale.

Quindi torna a gran voce l’altura…

C’è poi da considerare che l’allenamento è un processo controllato. Posso lavorare laddove ho più bisogno. Potrei fare cento esempi. Per esempio devo perdere un chilo e mi alleno in un certo modo. Devo migliorare la prestazione dopo le 4 ore di gara e allora farò dei test dopo i 3.000 KJ e lavorerò su questo aspetto. L’allenamento è un continuo aggiustamento: oggi, più domani… più un mese.

Però si è sempre detto che la gara serve. Che l’allenamento che si fa in corsa non si fa a casa o in ritiro.

Ovvio che c’è bisogno degli stimoli della gara. Però è anche vero – ed è questo un passaggio chiave – che se oggi non sei al 100% in gara fai fatica e basta. Ti ritrovi a fare sforzi su sforzi, fuorigiri frequenti e alla fine vai in acidosi.

Anche in quota sul Teide, Roglic ha usato la bici da crono… sui rulli (foto Instagram)
Anche in quota sul Teide, Roglic ha usato la bici da crono… sui rulli (foto Instagram)
Acidosi?

I muscoli diventano acidi e ciò contribuisce alla fatica anche in allenamento. In pratica non sei più costruttivo. I mitocondri, queste famose centraline dei muscoli, non amano un ambiente acido e se questo è addirittura troppo acido si distruggono. Ed è quello che succede se vai in corsa senza essere pronto. Sei sempre a tutta, sempre ad inseguire, sempre in acido lattico. Una volta invece non era così. Andavi alle corse per rifinire la preparazione. Andavi in Oman, per esempio, anche se non eri al top e miglioravi. Adesso invece in Oman ho visto numeri da Giro e da Tour e come fai?

Abbiamo visto che Conci dopo queste prime gare farà molta altura, poi Catalunya e poi altura. Roglic idem e non ha neanche corso. Magari Primoz lo fa perché spesso ha tentennato nella terza settimana e vuol preservarsi?

Ma alla fine se ci pensiamo è lo stesso discorso. Vuole arrivare meglio alla terza settimana. Poi è anche una questione mentale.

Cioè?

Al netto di Roglic, oggi ad ogni rotonda c’è una guerra. Tutti i diesse per radio dicono agli atleti di stare davanti e per ogni minima cosa c’è una lotta. Quindi se corri un po’ meno anche dal punto di vista dello stress ci arrivi un po’ meglio.

Abbiamo nominato Conci e Roglic, in Bora-Hansgrohe avete corridori che puntano al Giro e che correranno poco?

Penso a Vlasov. Dopo la Valenciana è tornato in altura. Poi farà Tirreno, di nuovo altura e Tour of the Alps.

Oggi più che mai il rischio di essere sempre a tutta in gara, spinge gli atleti a ponderare bene le gare da fare
Oggi più che mai il rischio di essere sempre a tutta in gara, spinge gli atleti a ponderare bene le gare da fare
Quindi niente Liegi, niente Ardenne?

Vediamo, ma oggi la differenza la fa la durata dell’altura. Prima si facevano due settimane, adesso se ne fanno tre o quasi tre. Soprattutto nel primo ritiro dell’anno. Anche l’adattamento è diverso. Prima tre giorni, adesso magari sono anche cinque e poi s’inizia con i blocchi di lavoro.

Ecco, hai parlato di lavori in altura. Si diceva che in quota non si facevano specifici e adesso tu parli di blocchi di lavoro e Rota ci dice che fa le volate a 2.500 metri di altitudine…

Quelle di Rota però sono volate di 15”-20” e non sono quelli i lavori che ti “finiscono”. Ciò che ti consuma sono i lavori submassimali di un’ora. Anzi, in altura quel tipo di stimoli di Rota sono ottimi. Ma resta il fatto che oggi devi andare in corsa pronto.

Perché?

Perché si va più forte. Noi lo vediamo con i test. Con certi valori una volta vincevi i Giri, oggi arrivi tra i primi venti. C’è sempre una maggior precisione del lavoro. Io dico sempre ai miei atleti che la prestazione è un insieme di palline. Quella più grande è l’allenamento, perché è la base e se non ti alleni non vai. Poi ci sono le palline più piccole della nutrizione, del riposo, dei materiali… cosa è cambiato: che rispetto ad una volta queste altre palline sono diventate più grandi. Hanno più peso…

L’ultimo saluto a Umberto, un uomo elegante

19.02.2023
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Oscar Saturni era con lui ad Altea e lo ha visto andar via. E’ successo tutto troppo in fretta e di colpo Umberto non c’era più. Per questo ieri i suoi amici si sono raccolti per salutarlo con il necessario passo lento nella parrocchia di San Giovanni a Mozzo.

Non è stato un bel giorno, ma il tempo passato ha permesso di lucidare i ricordi migliori. Tutti hanno rievocato quanta allegria e umanità abbia portato nelle loro vite quel brav’uomo di Inselvini, che ti arricchiva semplicemente guardandoti negli occhi e salutandoti con le stesse mani che hanno carezzato e massaggiato i muscoli dei campioni.

Il massaggiatore è fisioterapista e psicologo: con la sua esperienza, Umberto riassumeva il meglio di entrambi gli aspetti. Era il riferimento dei colleghi, il fratello maggiore. Una brava persona. Un filosofo. Una persona seria. Persino un comico. Così lo hanno descritto i suoi colleghi e compagni di chilometri e giorni sulle strade del mondo.

Borselli e Inselvini: autista e massaggiatore, due colonne dell’Astana
Borselli e Inselvini: autista e massaggiatore, due colonne dell’Astana

Telecronache spagnole

Oscar Saturni racconta l’amico degli ultimi 12 anni. «Gli dicevi: “Umberto, andiamo a quella corsa, ti ricordi cosa successe l’ultima volta?”. E lui rispondeva: “Sì, io c’ero”. Lui era stato in tutte le parti, era cittadino del mondo. Scherzando diceva che veniva da un paesino de La Rioja, in Spagna: Cuzcurrito de Rio Tiron. Umberto di dove sei? “Di Cuzcurrito de Rio Tiron!”. Era sempre molto sorridente e contento e… era un fenomeno. Un uomo elegante».

Umberto faceva le imitazioni delle radiocronache spagnole e se le sentivi restavi a bocca aperta, mentre ti piegavi dal ridere.

«Io non riesco a dire tutte le parole – dice Saturni – ma lui era bravissimo. C’erano delle frasi sempre uguali, non so come le ricordasse. Ricordava anche la pubblicità delle pile Varta che facevano durante il Giro della Colombia. Oppure faceva la telecronaca finale degli ultimi metri di una corsa vinta da Alberto Volpi all’Alentejo.

«C’era questa salita di 10 chilometri, un vento della miseria. Tre uomini in fuga. Mauleon della Once, Garmendia della Banesto, Volpi della Batik. Finché arrivano in cima e gli spagnoli provano a mettere in mezzo l’italiano. A lui quella telecronaca è rimasta in mente. E allora strillava, come il giornalista di Cadena Ser che faceva le telecronache per la radio spagnola (José Maria Garcia, ndr). “Mauleon, Garmendia. Mauleon, Garmendia. Mauleon, Garmendia. Mauleon, Garmendia. Mauleon, Garmendia… Volpi!!!”. Non voleva rifarla spesso, però ogni tanto lo convincevamo.

Con Saturni in una foto da Instagram: un’amicizia di vecchia data
Con Saturni in una foto da Instagram: un’amicizia di vecchia data

«Ho conosciuto Umberto negli anni 90 – prosegue Saturni – ma gli ultimi 12 li abbiamo condivisi qui in Astana. Eravamo sempre insieme, una persona molto amica con cui potevo confrontarmi. Non c’è stato giorno in questi 10 anni che non ci siamo sentiti. Un messaggio, una chiamata o un commento sulla giornata. Umberto amava il suo lavoro e la sua famiglia, per me Umbi era questo. Un signore, capace di convivere in un mondo difficile come il nostro. L’unica cosa che lo preoccupava era il fatto che gli anni passassero troppo in fretta, si lamentava che stava diventando vecchio. Invece se ne è andato ancora giovane. Mi manca molto il mio amico, merita di essere ricordato bene…». 

Gli anni alla Carrera

Erano sempre insieme e un po’ si somigliavano, in quel 1992 nella Carrera di Chiappucci e a breve di Pantani. Umberto e Stefano Del Cas.

«Facevo lo sciatore – ricorda Stefano – per cui entrai nel 1991 a giornate, cercando di imparare il mestiere da Umberto e da Verzelletti. Poi dal 1992, ho iniziato fisso. Non sapevo molto del ciclismo professionistico, incontrare Umberto fu una fortuna. Una volta i vecchi massaggiatori erano gelosi del loro lavoro, quindi coi giovani erano molto avari. Non dico che sia stato come un papà, perché aveva solo 10 anni più di me, però mi ha aiutato tanto. La Carrera era uno squadrone. Un anno col Tour si arrivava sull’Alpe d’Huez, nel periodo in cui in Francia ti davano le macchine.

«Quel giorno dovevamo fare il rifornimento e poi andare in cima per fare l’arrivo. C’era parecchia strada da fare, si correva. Solo che a un certo punto ci siamo ribaltati. La macchina si è girata ed è rimasta sul fianco. Siamo scesi e siamo riusciti a ribaltarla. Non so come, ma funzionava ancora. E così siamo ripartiti e siamo arrivati ai piedi dell’Alpe d’Huez, anche se non ci hanno fatto salire perché era tardi. Poi le nostre carriere si sono separate, ma tutte le volte che negli anni successivi ci incontravamo, commentavamo che quel giorno il Signore ci aveva messo una mano sulla testa…».

Al Giro d’Italia del 1995, alle spalle di Leonardo Sierra c’è Stefano Del Cas
Al Giro d’Italia del 1995, alle spalle di Leonardo Sierra c’è Stefano Del Cas

«Quegli anni – prosegue Del Cas – ce li siamo portati dentro. Non è per parlar male del ciclismo di oggi, però una volta anche le squadre più grandi erano una famiglia. Adesso ti ritrovi con due italiani, un inglese, un tedesco, un francese, invece il nostro gruppo era tutto lì. Verzelletti e Umberto, poi c’era Archetti… Insomma, i gruppi erano più piccoli e alle corse c’erano sempre le stesse persone. Si creava un ambiente familiare, anche con Boifava, che era il grande capo.

«Di solito quando viene a mancare qualcuno, è quasi una consuetudine dire che fosse una brava persona. Lui lo era davvero. A volte negli hotel c’è quello che si presenta e alza la voce se c’è qualche problema. Umberto invece è sempre stato molto professionale: i problemi ci sono, diceva, ma si possono risolvere restando tranquilli. Poi parlava benissimo 4-5 lingue, non aveva problemi a farsi capire».

Al Tour del 1992, Umberto al lavoro sulle gambe di Chiappucci (foto Facebook)
Al Tour del 1992, Umberto al lavoro sulle gambe di Chiappucci (foto Facebook)

Nibali contro Aru

Inselvini con Aru, Pallini con Nibali, anche quando fra i due non scorreva buon sangue. Ma i due massaggiatori continuavano nel lavoro.

«Non abbiamo mai avuto rivalità legate a Nibali e Aru – dice Pallini – al massimo qualche battuta. Umberto era uno che vedeva il ciclismo, non il corridore. Nel senso che gli piaceva il ciclismo e non il singolo. Nel 2016 siamo stati alle Olimpiadi insieme e abbiamo collaborato bene, finimmo sul giornale perché ci ritrovammo a spazzare il box dell’Italia in cui non avevano finito i lavori

«Faceva battute e portava allegria, anche se era il classico comico dall’anima triste. Secondo me era malinconico, ma per sdrammatizzare utilizzava sempre queste battute, le freddure, le imitazioni del telecronista spagnolo. Oppure c’era il giochino che faceva con Martinelli, quando andavamo alle partenze. Umberto imitava gli americani che atterravano sulla luna. Insomma, sentendolo per radio, aveva tutto il suo effetto. Sembrava vero».

Riposo al Tour 2014, Nibali in giallo: Pallini e Inselvini fianco a fianco
Riposo al Tour 2014, Nibali in giallo: Pallini e Inselvini fianco a fianco

«Umberto ripeteva sempre – prosegue Pallini – che lui aveva iniziato con Silvano Mazza alla Malvor-Bottecchia. E proprio al primo anno, Mazza gli aveva detto al Giro d’Italia sarebbero andati solo loro due. Quindi qualunque cosa fosse successa, sarebbe stata colpa dell’uno o dell’altro. Avrebbero dovuto sempre dividere per due. Questo poi è sempre stato un suo cavallo di battaglia. Nel ciclismo moderno, c’è la suddivisione dei ruoli e dei lavori da fare. Però poi alla fine, Umberto diceva sempre che se anche uno ha un ruolo o una mansione, sia gioie sia dolori vanno divisi

«Sono quasi sicuro che Umberto fosse più di quello che mostrava, però non voleva darlo a vedere. Quindi ogni volta che approfondiva un discorso, smorzava sempre il tono e lo riportava a temi più leggeri. Quasi per non sembrare troppo profondo. Solo una volta l’ho visto deluso. Non voglio fare nomi e polemiche in questi momenti, anche perché ne parlavo ieri con la moglie e non è una cosa di cui voleva parlare neppure lui. Nessuno parlava male di Umberto e Umberto non parlava male di nessuno. So però che in una situazione del suo percorso professionale, era rimasto male».

Aru ha appena conquistato Montecampione al Giro 2014: una vittoria per due
Aru ha appena conquistato Montecampione al Giro 2014: una vittoria per due

La Divina Commedia

Cerea era il massaggiatore di Bettini, lo è stato per una vita. Non ha mai lavorato nella stessa squadra di Inselvini, ma hanno diviso i giorni dei mondiali.

«Hai presente quando dici una persona buona che incontri nella vita? Ecco, Umberto era sempre sorridente – racconta Cerea – aveva la battuta per tutti, il sorriso, la tranquillità. A Stoccarda, quando vincemmo il mondiale col “Betto”, c’era anche lui. Ti dava un senso di tranquillità, aveva sempre la battuta, il sorriso. Se avevi bisogno di qualcosa, non c’era nessun problema. Era fantastico con le lingue, un fenomeno. E poi era un uomo colto, questa cosa mi affascinava. Culturalmente era molto, ma molto avanti. Una sera a quei mondiali del 2007, eravamo tutti insieme e Alfredo Martini recitò cinque minuti della Divina Commedia. Umberto era accanto a me e la recitava a bassa voce insieme a lui. La sapeva parola per parola.

«Umbi, come lo chiamavo io, era ancora uno alla vecchia maniera. Credeva che fossimo una famiglia, era uno di quelli che riconoscevi per l’amore verso il lavoro e la professionalità. E poi non l’ho mai sentito parlare male di qualcuno, come credo che nessuno abbia mai parlato male di lui. E anche se qualcuno gli ha mancato di rispetto, Umberto non ha mai detto una parola. Ha sempre avuto dignità, tranquillità e grande pacatezza».

Inselvini in azzurro ai mondiali del 1990 in Giappone, fra Giovanetti e Bugno
Inselvini in azzurro ai mondiali del 1990 in Giappone, fra Giovanetti e Bugno

«Lo prendevo in giro quando non si tagliava da tanto i capelli – sorride Cerea – e allora glieli toccavo quasi per scaramanzia. Li aveva talmente folti e fitti, che sembravano un casco. Lui era nell’ambiente da molto più di me, però non è mai stato uno di quelli con la puzza sotto il naso. Salutava e chiedeva se avessi bisogno di qualcosa. Una volta il ghiaccio non era tanto facile da trovare e se non ti alzavi presto, non lo trovavi. E lui più di una volta si è offerto di dividere il suo, dicendo che ne aveva preso di più.

«Erano anni in cui ci si dava una mano. Si andava al rifornimento con le macchine tutti assieme – ricorda Pallini – non c’erano i GPS, era un’avventura quasi ogni giorno. Certe volte, se riconosceva un posto, iniziava a raccontartene la storia e andava a fondo in certi dettagli che non ti aspettavi. E lo diceva con una tranquillità che mi affascinava. E’ proprio vero, quando dici che il cielo si prende sempre le persone più buone. Ecco, lui secondo me è uno proprio una di queste persone e me lo immagino adesso con Alfredo Martini a recitare Dante uno davanti all’altro».

Saliamo sul Teide alla ruota di Lorenzo Fortunato

19.02.2023
6 min
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La vetta più alta di Spagna. Con i suoi 3.715 metri, il Teide è il parco nazionale più visitato in Europa e nel mondo il secondo per numero di visitatori. Un vulcano attualmente attivo che si trova sull’isola di Tenerife, nell’arcipelago delle Canarie. Tra i turisti che ogni anno arrivano per apprezzare le sue bellezze e particolarità spicca un’alta percentuale di ciclisti, professionisti e non. Lorenzo Fortunato è tra questi, per lui è stata la prima volta e ad ascoltare le sue parole, ogni giorno è stata una scoperta di un posto magnifico e a misura di ciclista. Passeggiate mattutine nel silenzio assordante della natura incontaminata, paesaggi lunari e un rispetto del ciclista che rende questa esperienza ancora più speciale. 

A condividere il periodo in altura pre stagionale c’era Francesco Gavazzi, che durante i suoi sedici anni di professionismo non aveva mai messo le ruote sui pendii del vulcano spagnolo. Partiamo per il nostro viaggio e facciamoci trasportare dalle parole di Fortunato nel contesto unico del Teide.

Com’è andata la tua preparazione invernale?

Bene, sono soddisfatto. Ho fatto prima il ritiro con la squadra, poi due settimane in altura sul Teide. Per me è la prima volta in altura a inizio stagione. Spero di partire bene. Ho davanti un mese intenso perché dopo l’Andalucia correrò Gran Camino, Laigueglia e Tirreno-Adriatico. Poi rifiato un po’ e preparo il Giro d’Italia

Prima volta in altura pre stagionale e prima volta sul Teide. Portaci là…

Non è come la Sierra Nevada o come l’Etna. Sul Teide sei in cima al vulcano e lo vedi proprio. Arrivi giù e sei al mare. A me è piaciuto molto. La mattina era un momento speciale. La natura incontaminata. Andavo sempre a fare la passeggiata a digiuno prima della colazione. Questo non tanto perché desse particolari vantaggi, ma perché mi piaceva. Una cosa che mi ha colpito molto era l’assenza totale dei rumori alla mattina presto. Poi durante la giornata si anima e si affolla di turisti e traffico per poi alle sette di sera svuotarsi nuovamente. 

Un’esperienza unica…

Oltre che per l’aspetto altura, ciclismo e allenamenti. Ci sono persone che pagano per andare anche solo un giorno mentre noi avevamo la fortuna di starci due settimane. Mi è piaciuto molto.

Dove alloggiavi?

Ero proprio in cima, al Parador. Era davvero freddissimo sia la notte che la mattina. Fino a che non usciva il sole. 

Tutto sommato un clima piacevole?

Faceva parecchio freddo, la notte scendeva sotto lo zero. Poi quando usciva il sole e si scaldava si toccavano i 20 gradi. Più avanti è ancora più caldo. Poi dipende, la prima settimana che siamo arrivati era caldo. Poi c’è stata una perturbazione e all’ombra magari c’erano 2 gradi mentre al sole 15. 

Parlaci del panorama, cosa ti ha colpito?

Il contesto naturale è qualcosa di unico. Paesaggi lunari dovuti alle rocce lasciate dalle colate laviche. Il mare sullo sfondo e le strade bellissime.

Come hai impostato il ritiro dal punto di vista degli allenamenti?

Come tutte le alture, sono partito tranquillo per poi incrementare. Anche perché venivo dal blocco di allenamenti del ritiro. I primi giorni sono rimasto su nell’altopiano e riuscivo a fare 2-3 ore. Poi invece gli altri giorni scendevo, facevo le mie ore giù e infine risalivo su in hotel. La prassi di allenamento era sempre quella, più salivi più andavi tranquillo controllando il cuore anziché i watt, mentre sotto si spingeva come a casa. 

Che tipo di salite sono quelle che portano alla vetta?

Quelle principali sono lunghe ma regolari. Se si vogliono salite dure bisogna cercare strade secondarie, dove le pendenze sono paragonabili a quelle dello Zoncolan

Un altro aspetto oltre al clima che spinge i ciclisti al pellegrinaggio verso le Canarie è il rispetto verso il ciclista. Hai notato questa cosa?

Come traffico e come rispetto per il ciclista hanno una cultura totalmente differente. Quelli che ci suonavano quando stavamo in coppia in strade larghe, erano solo turisti italiani

Curioso ma non difficile da credere…Gli altri automobilisti come si comportavano?

Quando arrivava un locale, ci stava dietro e provocava file chilometriche dietro di noi. A quel punto eravamo noi i primi a fare segno di passare. Stava dietro senza suonare e ti ringraziava quando ti sorpassava. C’è la regola del metro e mezzo, come da noi, a differenza che lì la rispettano veramente e finché non c’è il posto per sorpassare non lo fanno. Poi ovvio, gli incidenti capitano ovunque. Quando sono tornato in Italia devo ammettere che ero impaurito nelle prime uscite. Non ero più abituato. Poi è vero che in Spagna ci sono tante strade con una densità minore di macchine. Da noi è tutto più concentrato. Non deve essere una scusa, ma le strade in Italia sono anche più strette.

Eri solo sul Teide?

No, c’erano Francesco Gavazzi e il nostro massaggiatore Carmine Magliaro

In cima al Teide Fortunato e Gavazzi alloggiavano con il massaggiatore Magliaro
In cima al Teide Fortunato e Gavazzi alloggiavano con il massaggiatore Magliaro
Gavazzi come te non c’era mai stato sul Teide…

In tutti i suoi anni da professionista non c’era mai stato. Prima di smettere di correre ha detto: «Dobbiamo andarci», su consiglio anche del nostro massaggiatore. Il suo sacrificio vale doppio. Con i bimbi a casa, lontano dalla famiglia è stato via per il ritiro in Spagna, corse a Maiorca e poi è venuto diretto sul Teide. Si è fatto un mese e via da casa e non deve essere stato facile. 

Sei soddisfatto della tua preparazione invernale?

Devo dire che è stato un buon inverno. Sono riuscito ad allenarmi al caldo e in altura. Credo di avere fatto tutto nella direzione giusta. Vediamo come va l’esordio per avere un primo riscontro, però devo dire che arrivo un po’ più pronto alle corse rispetto agli altri anni. 

Quindi è un arrivederci con il Teide?

Sicuramente lo terrò di nuovo in considerazione. Non l’avevo mai fatto e devo dire che mi ha soddisfatto. Approvato! Questo tipo di preparazione ti permette a dicembre di dedicarti un po’ di più alla palestra con la certezza che poi per gennaio e febbraio si va al caldo per allenarsi nel migliore dei modi. Questo ti da un po’ più di tranquillità. 

Vollering si confessa: «Voglio l’eredità di Van Vleuten»

19.02.2023
6 min
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Si può giudicare deficitaria una stagione nella quale sei arrivata seconda al Tour de France? Eppure alla fine del 2022 qualche critica è arrivata alle orecchie di Demi Vollering. Probabilmente dopo i tanti successi dell’anno precedente e le grandi aspettative che circondano la campionessa olandese della Sd Worx (in apertura in un’immagine pubblicata su Instagram), si pensava a un anno più dirompente, anche al confronto con la Cannibale Van Vleuten.

Forse proprio grazie a queste critiche, Demi parte per il nuovo anno con un piglio quasi sconosciuto a chi la conosce. Per la prima volta, nelle interviste di rito ai ritiri, la 26enne di Pijnacker si è detta pronta alla sfida con la straordinaria connazionale, vogliosa di batterla sul suo stesso campo prima che, a fine stagione, la campionessa mondiale chiuda la sua carriera.

A differenza di molte altre rivali, Vollering deve ancora scendere nell’agone competitivo. In attesa del suo esordio, si è presta di buon grado a rispondere a qualche domanda anche piuttosto delicata, mostrando una grande disponibilità, anche questo segno forse di una Vollering nuova al cospetto della nuova stagione.

L’olandese si è prestata volentieri a una lunga chiacchierata via Zoom
L’olandese si è prestata volentieri a una lunga chiacchierata via Zoom
Nel 2021 avevi vinto grandi classiche, nel 2022 sei stata seconda al Tour de France. Ti senti più portata per le corse a tappe o quelle d’un giorno?

In realtà entrambe. Mi piacciono molto le classiche perché sono difficili e hanno sempre un’interpretazione diversa rispetto alla maggior parte delle corse. Lì tutti si presentano per vincerle e la differenza scaturisce da minimi particolari, c’è uno spirito che mi piace molto. Ma mi piacciono molto anche le corse a tappe, soprattutto quando sono un po’ più dure. Come per esempio il Tour de France dell’anno scorso, anche quella è stata una gara dura, con gli ultimi due giorni con tante salite. Se poi devo scegliere preferisco le classiche, perché a livello emotivo sono una scarica di adrenalina, non vedi davvero l’ora di affrontarle e ti senti carico a mille. Le grandi corse a tappe richiedono una concentrazione continua, per più giorni, spesso è questo che ti logora anche se fa parte del gioco.

Avere in squadra Wiebes e Kopecky ti toglie un po’ di responsabilità per le classiche o per certi versi è un ostacolo per le tue ambizioni?

No, per me non è affatto un ostacolo. Voglio dire, è davvero bello riavere Lorena nella squadra e penso che sia anche molto utile per me. Se ad esempio all’arrivo vengono a cercare entrambe, è una bella cosa. Non sentiamo la concorrenza interna, anzi penso che sia solo utile. Quel che conta è se la tua squadra sta vincendo, fra noi c’è sempre un grande spirito nella squadra. Quindi anche questo è davvero bello, si traspone anche in nazionale e ne beneficiamo.

Il podio dell’ultimo Tour femminile con Vollering accanto a Van Vleuten, rivale inafferrabile, e Niewiadoma
Il podio dell’ultimo Tour femminile con Vollering accanto a Van Vleuten, rivale inafferrabile, e Niewiadoma
Questo dovrebbe essere l’ultimo anno di Van Vleuten: che cosa pensi cambierà nel ciclismo femminile senza di lei, ci sarà più incertezza?

Non credo. Ovviamente Annemiek è molto importante per il ciclismo femminile, ma ora siamo anche cresciute noi altre, c’è più concorrenza, non parte vincente già dall’inizio. Ovviamente negli ultimi anni ha vinto grandi gare, ma stanno arrivando nuove stelle, molto forti e voglio dire che abbiamo molti corridori forti. Io sinceramente preferisco averla in gara, giocarmi le corse contro di lei, ma quando non ci sarà, crescerà anche l’interesse proporzionalmente all’incertezza.

Ti senti pronta a diventare il riferimento del ciclismo olandese come lo sono state Van Der Breggen e Van Vleuten?

Sì, ma penso di non essere l’unica. Abbiamo anche Lorena e anche Shirin Van Anrooij sta andando molto bene. E attenzione alla mia giovane compagna Mischa Bredervold, è ancora molto giovane ed è già molto brava. Quindi penso che abbiamo molte brave cicliste nei Paesi Bassi e ora sono già a quel livello. Ovviamente è normale che la gente pensi che io sia il prossimo leader, ma penso di non essere l’unica. Ci sarà da lottare e non avere una dominatrice non farà altro che aumentare il livello generale.

In casa Sd Worx ora Vollering è la capitana, ma Blaak (in maternità) resta un riferimento per lei
In casa Sd Worx ora Vollering è la capitana, ma Blaak (in maternità) resta un riferimento per lei
Secondo te a che cosa si deve un simile dominio del ciclismo femminile olandese?

Penso che sia davvero bello avere una Nazione così forte, ma vedi anche che altri Paesi stanno diventando sempre più competitivi. Voglio dire, l’Italia è davvero forte al momento, hanno buone velociste, fortissime atlete in salita, ottime gregarie. Ad esempio, Elena e Barbara (Cecchini e Guarischi, ndr) sono persone davvero simpatiche e ottime compagne. Ma anche altre nazioni stanno migliorando sempre più, non ci siamo solo noi e penso che questo sia molto bello, vincere è sempre meno facile. Anche perché siamo sempre le più controllate. Poi non ci siamo solo noi più giovani, Mariana Vos ad esempio è più che competitiva. C’è un ricambio in atto in Olanda e al contempo altri Paesi stanno crescendo velocemente. Questo è un bene per il ciclismo, forse un po’ meno per noi…

Dove pensi di dover ancora migliorare?

Ad esempio devo migliorare le mie basi, quindi la mia resistenza e il mio motore e penso di poterci ancora lavorare, anche se ho già fatto molto nell’ultimo anno. Ci dedico più ore e faccio anche sforzi più duri ma soprattutto mi accorgo che col passare degli anni il mio motore cresce. Sicuramente devo lavorare ancora sulle mie capacità a cronometro, l’anno scorso, ad esempio, non ero quasi mai seduta sulla bici da crono perché non avevamo molte prove a tempo e non aveva senso per me passare ore sulla bici da cronometro. Ora la situazione è diversa, al Tour ci saranno due tappe contro il tempo, voglio farmi trovare pronta e non mi dispiacerebbe guadagnarmi la selezione nazionale per europei e mondiali. Investire su questa specialità, a livello generale, mi pare una buona cosa.

Lo sprint vittorioso alla Liegi 2021, battendo Van Vleuten e Longo Borghini
Lo sprint vittorioso alla Liegi 2021, battendo Van Vleuten e Longo Borghini
Quali sono gli obiettivi più importanti per te quest’anno?

Di sicuro tutta la parte delle classiche delle Ardenne, dall’Amstel alla Liegi. Sono corse che mi sono sempre piaciute, l’anno scorso ho fatto podio in tutte e tre, vorrei essere almeno a quel livello. E ovviamente il Tour: mi sono divertita molto lo scorso anno, è una gara bellissima e voglio onorarla al meglio anche perché per la mia squadra è primaria. Erano anni che aspettavano che nascesse.

Ti vedremo in Italia per il Giro?

Probabilmente no, perché anche il mondiale è davvero troppo vicino a Giro e Tour, bisogna fare una scelta. Il Giro mi piace molto, ma fare tutto è ancora un po’ troppo difficile per me.

Soudal-Quick Step, il Nord e lo studio dell’abbigliamento

19.02.2023
7 min
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Alvin Nordell risponde da Fonzaso, dalla sede di Castelli, ma lo slang è tutto americano. Dallo scorso anno, Alvin è la figura di raccordo tra l’azienda che produce abbigliamento per la Soudal-Quick Step e il team.  Ed è proprio questo il punto. Che cosa significa lavorare per una squadra che ha nelle classiche il fulcro dell’attività?

«Fortunatamente – sorride Alvin – abbiamo un catalogo piuttosto completo. Quindi lo scorso anno abbiamo iniziato con gli articoli che già avevamo. Abbiamo proposto il nostro body Sanremo, i giubbini Gabba, Perfetto e Gavia e anche la giacca Slicker Pro. Tuttavia, parte del motivo per cui sponsorizziamo le squadre è che ci piace sviluppare costantemente nuovi prodotti. Quindi dopo avergli consegnato il primo kit, li abbiamo incontrati in piccoli gruppi e li abbiamo fatti parlare».

Lo avete già fatto anche nel 2023?

C’è stato un primo giro a Bruxelles a fine stagione, mentre fra un paio di settimane andrò in Belgio e mi vedrò proprio con la squadra delle classiche. Chiederò il loro feedback, per capire se vorrebbero cambiare qualcosa. Il 2022 è stato il nostro primo anno con loro e già quest’inverno abbiamo inserito due nuovi articoli nel nostro catalogo per l’inverno 2023.

Di cosa si tratta?

Due capi che provengono direttamente dai feedback della Soudal. Un nuovo guanto in neoprene, molto più leggero di quello che avevamo prima. Ora c’è molta più libertà di movimento e non fa sudare così tanto, perché è più leggero. E poi il nuovo Arrow, un copriscarpe aerodinamico che tiene gli spruzzi della strada, l’acqua e la pioggia lontani dalle scarpe, anche quelle bianche. Entrambi finiranno nel catalogo del prossimo inverno.

I corridori sono tutti in grado di dare buoni feedback? 

Il migliore è Kasper Asgreen, che è molto bravo. Ma devo dire che ognuno di loro sa dare il suo contributo. Ho ricevuto buoni feedback da Yves Lampaert e anche Remco è fantastico, perché spinge sempre per diventare più veloce. Anche lui ha fatto delle buone domande e ha ricevuto delle buone risposte (ride, ndr). Non possiamo accontentarli su tutto, ma facciamo del nostro meglio. E se la stessa cosa ce la chiedono in due o tre, allora ci guardiamo e diciamo: «Dovremmo provarci».

Per Van Vilder, vincitore in Algarve, dopo l’arrivo una mantellina antivento, di solito la Slicker Pro
Per Van Vilder, vincitore in Algarve, dopo l’arrivo una mantellina antivento, di solito la Slicker Pro
E’ cambiato qualcosa passando da Ineos a Soudal?

Di base il materiale è simile, però Ineos è più concentrata sui grandi Giri. Quindi alcune delle loro richieste erano indirizzate verso questo aspetto, come quando presentammo il body da crono con il tessuto a palline che l’UCI vietò. Dagli sviluppi successivi però nacque il body di adesso che è ancora più veloce. In Soudal invece si concentrano maggiormente sulle classiche, quindi quei due prodotti che abbiamo in arrivo, i guanti e i copriscarpe, sono la risposta alle loro richieste. Ma ovviamente ora hanno Remco che può vincere i grandi Giri, quindi la loro attenzione si sta spostando. In fin dei conti, tutti corrono quando fa caldo e sotto la pioggia, quindi tutti hanno le stesse esigenze.

Hai parlato di piccoli gruppi: fate tante lavorazioni personalizzate?

Su un paio di articoli e per un paio di corridori si fanno misure custom, specialmente sui body da crono, perché quelli sono davvero importanti. Altrimenti, l’unica personalizzazione riguarda la lunghezza dei pantaloncini. Abbiamo la versione standard e poi una speciale più lunga per i corridori, ma scegliendo l’X2 Air copriamo il 90-95 per cento delle taglie.

Qualcosa di particolare per le classiche?

I capi sono quelli, cambia l’assortimento. Ci sono il body Sanremo, che abbiamo da molto tempo, e il BTW che è più sottile e adatto alle velocità elevate. Nelle classiche usano più che altro il BTW, perché non ci sono salite, ma dipende anche dal meteo. E’ tutto un fatto di velocità e quei piccoli guadagni possono salvarti le forze per giocarti meglio lo sprint.

Body con manicotti, la Gabba con i manicotti: ogni corridore della Soudal-Quick Step gestisce le temperature scegliendo i suoi capi
Body con manicotti, la Gabba con i manicotti: ogni corridore della Soudal-Quick Step gestisce le temperature scegliendo i suoi capi
Parlando delle giacche, preferiscono la Gabba a manica lunga o corta?

Per l’allenamento, generalmente usano il giubbino a maniche lunghe. Invece in gara, a meno che il tempo non sia davvero brutto, useranno la Gabba a manica corta, con i manicotti Nano Flex. Questo perché man mano che la corsa va avanti, a seconda del tempo, possono intervenire. Si parte con la Gabba e i manicotti. Poi quando si è già caldi, possono togliersi i manicotti e verso il finale anche la Gabba, in modo da restare con il body e diventare aerodinamici.

E per la biancheria intima?

Dipende da molti fattori. Hanno una bella scelta. C’è una maglia professionale, che è quella blu e che indossano tanto. Poi hanno l’intimo Flanders, la maglia Prosecco e l’intimo Miracolo. In queste corse, la preferenza di solito è di vestirsi a strati, usando i più leggeri sulla pelle e poi sempre più pesanti. Così possono controllare la temperatura mentre si avvicinano al traguardo.

C’è qualcuno di Castelli che li seguirà nei giorni delle classiche?

Tocca a me. Ho un doppio ruolo: uno è il collegamento fra l’azienda e la squadra e poi sono anche Product Marketing Manager. Due ruoli che si incontrano bene quando ci sediamo con la squadra e loro propongono un prodotto. Sono il primo filtro. Quindi fra un paio di settimane sarò alla Strade Bianche. A metà marzo sarò con il team per fare alcune prove al Nord. Potrò vedere davvero cosa indossano in corsa e se hanno qualche richiesta. E poi ad aprile dovrei essere al Giro delle Fiandre. Nelle prossime 6 settimane sarò con la squadra per almeno 10 giorni.

Fate parte del team, ormai?

Ci conoscono, quindi possiamo entrare e uscire come riteniamo necessario. Di sicuro cerchiamo di passare più tempo possibile con loro. Per questo andrò poi in ritiro con il gruppo Giro e la stessa cosa farò prima del Tour.

E tu da dove vieni?

Dagli Stati Uniti e sono in Castelli dal 2012. Prima lavoravo presso Castelli USA, sempre a contatto con i team, poi seguendo alcuni progetti speciali. Ho ripreso questo lavoro a marzo scorso proprio con la Soudal-Quick Step e mi sono subito schiantato con la bici durante un’uscita all’ora di pranzo, restando per un po’ in ospedale. Ho iniziato a correre negli anni del liceo e mi sono fatto strada scalando le classifiche negli Stati Uniti. Poi ho trascorso una stagione in Belgio e un altro anno e mezzo correndo in Austria, Ungheria e in quella zona.

Un corridore vero?

Ho molti chilometri nelle gambe, ho iniziato a correre quando alcuni dei ragazzi del team non erano ancora nati. Quindi sono cresciuto con vestiti orribili per andare in bicicletta, prima che tutto diventasse davvero tecnico. Ho sofferto il caldo e il freddo più di quello che capita a loro.

Vivi in Italia?

Esatto, a Bassano del Grappa con la mia famiglia. Un buon posto dove vivere. Peccato solo che il mio italiano sia ancora messo piuttosto male…

Scatta il UAE Tour, ma lui non c’è. Le carte con Marzano

19.02.2023
5 min
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Domani prenderà il via UAE Tour, ormai una classica delle corse a tappe d’inizio stagione. E la prima notizia, che ormai notizia non è più, ma forse torna ad esserlo dopo i successi che sta cogliendo, è che quest’anno non ci sarà Tadej Pogacar, re delle ultime due edizioni. Lo sloveno laggiù è un idolo. Corre “in casa” e la UAE Emirates non può non figurare bene… chiaramente. Tutto ciò lo sa bene Marco Marzano, direttore sportivo del team arabo: «Per noi – dice – è un obiettivo importantissimo. E lo si vede anche dalle formazioni che schieriamo».

Marco era in ammiraglia lo scorso anno al UAE Tour e ci sarà anche quest’anno. Con lui facciamo un’analisi a 360° di questa competizione. Come ci arriva la sua squadra. Che tipo di gara è. Come va affrontata. E perché non c’è Tadej.

Marco Marzano (classe 1980) ha corso fino al 2012 e dal 2014 è uno dei diesse della UAE Emirates
Marco Marzano (classe 1980) ha corso fino al 2012 e dal 2014 è uno dei diesse della UAE Emirates
Marco, ormai questa corsa sta assumendo sempre maggiore importanza.

Vista dalla tv sembra una corsa facile invece è molto combattuta, specie per noi della UAE Emirates. Altre squadre vengono “per allenarsi”, per loro è quasi una rifinitura della condizione. Per noi è un appuntamento clou.

Perché dici che sembra facile?

Perché si passa tanto tempo su strade veramente grandi, magari dritte o su grandi spazi aperti e il gruppo sembra “appallato”, che va piano. Ma è un inganno. Magari i corridori stanno andando a 60 all’ora e c’è una grande lotta. Oppure c’è vento. E si vive un grande stress. Da quel che ho visto io, i corridori quando terminano le tappe, sono sfiniti, stressati. E poi i primi se la giocano sempre per una questione di secondi, anche quando ci sono state le crono. E questo aumenta lo stress appunto. Si lotta per prendere davanti il punto in cui si sa che cambia il vento. Insomma inizia ad esserci pressione, soprattutto per chi come noi lotta per la generale.

Alla luce di questa tensione c’è stato un “momento no” per Pogacar lo scorso anno?

Un vero “momento no” non c’è stato. Tutto è sempre rimasto sotto controllo, soprattutto in salita. Abbiamo gestito bene le situazioni con la squadra, tanto che abbiamo vinto poi anche la classifica per team. Sapevamo però che c’è l’insidia della tappa del vento, quella di Abu Dabi, ma passata quella nessun problema.

Come diceva Marzano, il gruppo è “appallato” anche se le velocità sono alte. Discorso che valeva anche al UAE Tour Women
Come diceva Marzano, il gruppo è “appallato” anche se le velocità sono alte. Discorso che valeva anche al UAE Tour Women
Però quest’anno Tadej non ci sarà, nonostante stia vincendo tutto: come mai?

Alla fine anche lui ha bisogno di stimoli nuovi e questi passano anche attraverso un nuovo approccio alla stagione. Altre gare insomma. E non a caso abbiamo preso un signor corridore che risponde al nome di Adam Yates (che nel 2020 ha vinto il UAE Tour, precedendo proprio Pogacar nell’albo d’oro, ndr). Sarà lui il nostro leader. Matxin ha parlato con i corridori e ha pianificato questo calendario. Sì, Pogacar è importantissimo per gli sponsor, ma ci presentiamo con altri ottimi corridori.

Tadej aveva detto di voler partire più piano, ma sta dimostrando il contrario. Se non fosse stato al top okay: è la condanna del super campione, non può fare secondo. Ma visto come sta andando…

Eh già, Tadej ci aveva abituato troppo bene. Chi ha corso in bici sa cosa significa fare risultato ed essere costretto a vincere. Ho sentito gente parlare di fallimento per un secondo posto al Tour de France! Questa scelta di iniziare in questo modo la stagione fa parte del suo programma.

E Ayuso?

Per lui è previsto un calendario diverso. Un calendario più “spagnolo”.

Torniamo al tuo lavoro e alla tipologia di corsa che è il UAE Tour. Come vi organizzate per le riunioni, la strategia sul campo?

Solitamente laggiù, non avendo il nostro pullman, facciamo le riunioni la sera dopo cena. Iniziamo con l’analisi della tappa che si è conclusa nel pomeriggio e poi passiamo a quella successiva. Il mattino successivo facciamo un check con i ragazzi per capire come stanno, se hanno dormito bene… E se tutto è regolare confermiamo la tattica della sera prima.

Adam Yates sarà leader della UAE negli Emirati Arabi Uniti (foto Instagram)
Adam Yates sarà leader della UAE negli Emirati Arabi Uniti (foto Instagram)
Dicevi di un percorso facile in apparenza, come si fa la tattica in questo caso?

Per prima cosa analizziamo gli avversari e la loro compattezza. Cioè chi può fare delle azioni, sostanzialmente chi può aprire dei ventagli… In più, noi facendo dei ritiri spesso da quelle parti ormai conosciamo abbastanza bene strade e zone. Poi bisogna pensare che noi siamo focalizzati, chiaramente, soprattutto sulla classifica generale. Sì, in passato ci siamo presentati con dei velocisti. Vedi Gaviria, Kristoff, quest’anno Molano… ma anche se le tappe sono quasi tutte per le ruote veloci ce ne sono due di salita, o comunque più impegnative, che decidono la corsa. E quindi anche il Molano della situazione sa che se si apre un ventaglio non può aspettare, ma deve lavorare con gli altri per chiudere o per scappare pensando al leader. Insomma non può restare a ruota.

E con i materiali? O i rifornimenti da terra per esempio? Anche in questo caso avete qualche strategia particolare?

Portiamo due profili di ruote: uno medio-medio alto e uno più alto. E vediamo, tappa per tappa in base al vento, quale mettere. Io per esempio stavo proprio organizzando il “piano borracce”. Rcs ci mette a disposizione due auto a noleggio. Io sono sulla seconda ammiraglia e ho la possibilità di tagliare o anticipare il gruppo per qualche extra feed zone.

Allenamento low carb, con Moschetti attraverso segreti e rischi

18.02.2023
4 min
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Obiettivo essere magri e possibilmente esserlo sin dall’inizio della stagione. E per dimagrire, uno dei metodi più gettonati attualmente risponde al nome di allenamento low carb, cioè a basso (o nullo) apporto di carboidrati. Ne abbiamo parlato con Nicola Moschetti, nutrizionista in forza alla Bahrain Victorious.

Pochi giorni fa, la sua collega Laura Martinelli ci aveva detto che probabilmente oggi un atleta che si presenta al via della stagione anche solo in leggero sovrappeso non è schierato dal team. Moschetti indirettamente conferma questa tesi.

Eliud Kipchoge, primatista mondiale della maratona: alcune sue strategie di allenamento derivano dal ciclismo
Eliud Kipchoge, primatista mondiale della maratona: alcune sue strategie di allenamento derivano dal ciclismo

L’atleta al centro

Il tema del peso resta centrale nel mondo del ciclismo… e non solo. Se ne parla in relazione ai materiali e al corridore. Ma visto che oggi riguardo ai materiali con la regola dei 6,8 chili questo limite si è ormai raggiunto e s’insiste molto sull’aerodinamica, ecco che ci si concentra sull’atleta.

L’allenamento low carb, se ben strutturato, apporta dei vantaggi fisici e metabolici. Su tutti: stimola l’organismo ad usare meglio i grassi, tanto che è molto usato anche dai podisti. Eliud Kipchoge, per esempio, primatista mondiale e campione olimpico della maratona – tra l’altro supportato da Ineos – ne ha fatto un perno della sua preparazione.

Nicola Moschetti, giovane nutrizionista della Bahrain Victorious
Nicola Moschetti, giovane nutrizionista della Bahrain Victorious

Parla Moschetti

«L’allenamento low carb – spiega Moschetti – serve a migliorare la composizione corporea, quindi ad eliminare la massa grassa (o massa passiva). Si pedala con uno scarso apporto di carboidrati. Ha una durata medio-lunga: 4-5 ore. E’ un allenamento che si fa a bassa o bassissima intensità, quindi Z1, Z2 al massimo. E si fa così perché tagliando i carboidrati automaticamente si riduce la qualità della prestazione.

«Fare dei lavori intensi senza carboidrati è rischioso per i muscoli. Si rischia di danneggiarli. In pratica se si esagera con l’intensità, quella che richiede più zuccheri, si finisce col “mangiarsi” i muscoli. E a fine allenamento magari ho perso mezzo chilo, ma è mezzo chilo quasi totalmente di muscoli. E non va bene».

Nel ciclismo attuale gli atleti sono monitorati costantemente
Nel ciclismo attuale gli atleti sono monitorati costantemente

Obiettivo dimagrire

Dicevamo che si ricorre a questa tipologia di allenamento per dimagrire, ma è anche vero che è un tipo di allenamento che va preso con le molle per più motivi. Non ultimi quelli psicofisici.

«L’allenamento low carb – prosegue Moschetti – è stressante (comunque si pedala senza la migliore benzina, ndr) e per questo si fa soprattutto nel periodo di ripresa, nell’approssimarsi al primo ritiro stagionale proprio per farsi trovare abbastanza pronti per il training camp. Difficile e controproducente farlo nel pieno della stagione. Se può essere visto come “richiamo di emergenza” prima della gara? Sì, può starci, ma è davvero difficile che ciò accada.

«Oggi i corridori sono controllati giornalmente proprio per evitare questi imprevisti (proprio come diceva la Martinelli, ndr). E anche per l’offseason, il momento più rischioso dal punto di vista del peso, ai corridori viene dato un range di chili che è possibile su, solitamente il 5% del proprio peso forma. In questo modo hanno tutto il tempo per farsi trovare pronti al debutto stagionale ed eliminare i chili di troppo senza stress e senza fare danni».

Per gli allenamenti low carb si prediligono le barrette proteiche (foto @charlylopezph)
Per gli allenamenti low carb si prediligono le barrette proteiche (foto @charlylopezph)

Stop carbo 

Ma come ci si “prepara” a questo allenamento? E’ previsto uno scarico di carboidrati anche a monte? Moschetti indica due modalità: una più soft, una più hard.

«Ci sono vari mezzi: posso togliere i carboidrati solo in allenamento o a colazione e in allenamento. Ma in alcuni casi posso toglierli anche dalla cena precedente. Ma certo diventa un bello stress ed anche per questo è una tipologia di allenamento che va fatta non più di una volta a settimana e sotto controllo di specialisti. Questo è un messaggio importante.

«Durante la seduta anziché ingerire le canoniche quantità di carboidrati (tra i 60 e i 120 grammi, l’ora), si prediligono barrette proteiche o addirittura le proteine in polvere sciolte nella borraccia. Questo è importante per un senso di “sazietà” e soprattutto perché in qualche modo si dà qualcosa da “mangiare” al muscolo.

«Anche il recupero è variabile. Nel post allenamento in alcuni casi, ma solo quelli più drastici, i carbo vengono tolti anche nel post seduta, ma è davvero raro. Altrimenti si reintegra con i classici 150-180 grammi di carboidrati, tra riso o pasta, pane e frutta. In ogni caso non bisogna abusarne, ma fare un pasto normale».

Il ciclocross chiude la stagione fra venti di bufera

18.02.2023
6 min
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Come sempre succede, la stagione del ciclocross va lentamente spegnendosi dopo la disputa dei mondiali. La rassegna iridata di Hoogerheide ha però lasciato degli strascichi, soprattutto in casa italiana con un montare di polemiche dettato dai risultati. Ma sarebbe meglio dire dalle mancate medaglie, visti i due “legni” ottenuti peraltro da Venturelli e Persico, le due annunciate punte della squadra.

A innescare le discussioni fra le società di ciclocross sono state le parole di Luca Bramati, tecnico della Trinx, messe per iscritto in una lettera inviata a dirigenti e addetti ai lavori immediatamente dopo la conclusione della rassegna iridata.

«Il comportamento e le decisioni del Cittì Daniele Pontoni, condivise dalla Federciclismo – ha scritto Bramati – sono stati sbagliati sia nel merito sia nel metodo per tutto l’arco della stagione. Nel metodo, è mancato totalmente il dialogo sia con la stragrande maggioranza degli atleti sia con i tecnici e i manager delle squadre. Malgrado questa grave lacuna gli sia stata puntualmente rappresentata a metà stagione in un incontro con presente Roberto Amadio, nulla è cambiato.

«Metodo totalmente assurdo che porta poi nel merito a voler gestire in proprio la rifinitura della preparazione degli atleti a questi campionati del mondo. Senza così coinvolgere chi la preparazione dell’atleta l’ha curata tutta la stagione, stravolgendo metodiche di allenamento e carichi di lavoro. Con esiti evidenziati dallo ZERO nel medagliere finale di Hoogerheide.

Pontoni e Bramati, rivali da atleti, oggi su posizioni concettuali diverse sul futuro del ciclocross italiano
Pontoni e Bramati, rivali da atleti, oggi su posizioni concettuali diverse sul futuro del ciclocross italiano

Pochi azzurri ai mondiali

«Altro grave errore nel merito – prosegue Bramati – portare solo 14 corridori ai mondiali nella vicina Olanda, quando si poteva quasi raddoppiare la nostra presenza. Non convocare atleti è una sconfitta per il movimento. In una disciplina che non regala soddisfazioni economiche, la convocazione ai mondiali è uno stimolo e una crescita per gli atleti, una soddisfazione ed un impulso ad andare avanti per le squadre. Sono stati lasciati a casa, delusi e sconfortati, parecchi atleti meritevoli che non avrebbero sfigurato più di quelli schierati, ma che da questi Mondiali avrebbero avuto motivazioni per continuare e per migliorare».

Ascoltato in merito Bramati ha rincarato la dose: «Le scelte di Pontoni, con il quale peraltro abbiamo frequenti contatti – dice – sono controproducenti per le squadre. Se non porti gli atleti di vertice delle società al mondiale che è la vetrina per antonomasia, cade tutta l’attività, che cosa porti agli sponsor? Se il mondiale viene riservato solo a una ristretta cerchia di corridori, qualsiasi sia il metodo di scelta, non si danno stimoli a tutto il movimento del ciclocross italiano.

Hoogerheide è stata una festa per 50 mila persone. In Italia i numeri sono molto diversi
Hoogerheide è stata una festa per 50 mila persone. In Italia i numeri sono molto diversi

Il contributo delle società

«Si è parlato di scelte dettate da scarsità di fondi – afferma Bramati – ma sono sicuro che ogni società ci metterebbe del suo per sostenere la trasferta. Parlando non solo degli atleti, ma anche del personale a loro disposizione. Faccio un esempio: i belgi ai mondiali, salvo i 2-3 di primissimo livello, hanno al seguito meccanici messi a disposizione dalle squadre di appartenenza. Praticamente ogni atleta ha il suo staff. Perché non possiamo fare lo stesso?».

Nel frattempo Pontoni dava indirettamente una risposta partecipando alla trasmissione Scratch Tv, ospite di Nicola Argesi.

«Ai mondiali erano in 14 – ha detto – ma nel corso dell’anno abbiamo sostenuto, fra trasferta in Spagna a inizio stagione, Coppa del mondo ed europei, 13 trasferte di ciclocross con 150 atleti ruotati fra le varie categorie. La filosofia, condivisa con Amadio, è dare ampio spazio a tutti in queste prove. Al mondiale però andrà un gruppo ristretto, una quindicina di atleti perché è la summa della stagione, dove si deve dare valore alla maglia e devono essere presenti i migliori.

«Le società non possono aspettare sempre che la Federazione si muova – rincara la dose il cittì – anche loro devono sostenere l’attività all’estero, dare possibilità ai propri ragazzi di fare esperienza, crescere ed emergere. E’ stata una decisione tecnica sulla quale sono convinto di andare avanti».

Vito Di Tano, Fabio Ursi, Scorzé 2005
Vito Di Tano, diesse della Gurciotti Selle Italia Elite. Il suo team ha fatto molta attività all’estero
Vito Di Tano, Fabio Ursi, Scorzé 2005
Vito Di Tano, diesse della Gurciotti Selle Italia Elite. Il suo team ha fatto molta attività all’estero

Una linea non condivisa

Il malessere coinvolge diverse società. La Torpado ad esempio, formazione nella quale milita Dorigoni, sarebbe portata ad esempio a limitare la partecipazione del suo pupillo ai soli campionati italiani per preservarlo per la stagione Mtb. Lo stesso Vito Di Tano, responsabile della Guerciotti Selle Italia Elite, non nasconde la sua perplessità.

«Il problema – spiega – è la mancanza di coinvolgimento delle società. Perché non concordare una linea d’azione con tutti i team, prima dell’inizio di stagione? Parliamoci chiaro: pensare di andare ai mondiali solo con gente che possa puntare al podio significa ridurre la presenza azzurra a un numero infinitesimale. Fra gli elite ad esempio, con quei due mostri (Van der Poel e Van Aert, ndr), è una strada impossibile per tutti. Noi facciamo tanta attività all’estero, siamo d’accordo con Pontoni su questo. Il mondiale però ha significati che vanno anche al di là del puro discorso legato al risultato».

Di Tano nella sua disamina chiama in causa anche altri fattori: «Qui in Italia affrontiamo percorsi che sono nella stragrande maggioranza molto diversi da quelli abituali di Belgio e Olanda, proprio per caratteristiche del territorio. E’ chiaro quindi che quando andiamo all’estero abbiamo un gap da colmare ed è difficile. Non essere presenti al mondiale toglie entusiasmo ai ragazzi e alle società, non si fa il bene del movimento».

Fontana ai mondiali ha chiuso 28°, lontano non solo dai campioni belgi e olandesi
Fontana ai mondiali ha chiuso 28°, lontano non solo dai campioni belgi e olandesi

Le differenze con gli altri

Il discorso, evidentemente, coinvolge soprattutto la categoria elite e analizzando le parole dei manager, questo gap è evidente. Non solo nei confronti di Belgio e Olanda, ma anche verso altre realtà più simili a noi, come Svizzera (3 atleti nella top 20), Francia, Spagna. Fontana, unico italiano al mondiale, ha chiuso 28°, preceduto da atleti di 9 Nazioni, quindi non solo le due corazzate che non a caso si sono divise le prime 8 posizioni.

Proprio partendo da questo assunto Pontoni da noi chiamato in causa ribadisce le sue scelte: «Non voglio rispondere a lettere ed entrare nel merito. Il mio pensiero l’ho già più volte condiviso avendo il pieno appoggio della Federazione. La convocazione va a chi se l’è meritata nel corso di tutta la stagione, ribadisco che per gli europei adottiamo una strategia, ma il mondiale è diverso».

Persico e Venturelli hanno chiuso quarte. Difficile considerare questa una mancanza di risultati…
Persico e Venturelli hanno chiuso quarte. Difficile considerare questa una mancanza di risultati…

L’orientamento per il futuro

C’è una preferenza verso le categorie giovanili? «Non è scritto: io considero di portare una media di 3 atleti a categoria. Quest’anno ce ne saranno stati di più in una e di meno in un’altra, ma non è detto che sarà così anche nel 2024. Resta il fatto che la maglia va guadagnata sul campo, perché al mondiale è mio dovere portare il meglio che c’è, la crema del movimento in grado di figurare in maniera degna».

Le bici da ciclocross andranno ora in soffitta per qualche mese, ma è facile presumere che di questi temi si continuerà a discutere. Ma al di là di lettere, chiacchiericci, polemiche, sarebbe bene che proprio a bocce ferme si procedesse con un confronto a viso aperto. Magari indetto proprio dalla Federazione, ascoltando le istanze delle società non solo in tema di convocazioni (Pontoni si assume la responsabilità tenendo fede al suo ruolo, in fin dei conti tornare a casa con due quarti posti qualche lustro fa sarebbe stato impensabile), ma di gestione più generale dell’attività, dalla struttura dei calendari alla promozione presso ai giovani fino all’incentivo verso la multidisciplinarietà. Farsi la guerra in casa difficilmente porta risultati…