Fedeli riparte dalla Q36.5: «E’ il momento di crescere»

16.02.2023
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Il 2023 ci ha dato modo di conoscere una nuova squadra: la Q36.5 Pro Cycling team. La professional svizzera che si avvale anche della consulenza di un campione come Vincenzo Nibali. Tra i corridori del team spicca il nome di Alessandro Fedeli, non tanto per i risultati, è ancora troppo presto, ma per la sua storia. Simile a quella di chi come lui correva in Gazprom ma allo stesso modo diversa

Il team avrà un calendario di prim’ordine per la sua stagione di debutto (foto SprintCycling)
Il team avrà un calendario di prim’ordine per la sua stagione di debutto (foto SprintCycling)

L’ennesima ripartenza

La stagione di Fedeli è iniziata il 30 gennaio nel caldo del deserto saudita. Il veneto è stato messo subito in gruppo per ritrovare smalto e brillantezza. Qualità che solo gareggiare può darti.

«In Arabia – esordisce Fedeli – ho preso un virus, penso alimentare. Ora sto bene, sono sotto antibiotici ma andrò comunque in Francia a correre il Tour des Alpes Maritimes et du Var. Al Saudi ho fatto bene, in qualche occasione avrei potuto fare meglio ma devo ricostruire il feeling con la strada. Avrei preferito partire un po’ meglio a livello di risultati, anche se a livello di condizione ci sono e mi sento bene. Queste corse di inizio anno serviranno per mettere chilometri nelle gambe, una cosa che nelle ultime stagioni mi è mancata.

«Praticamente mi sono dimenticato come si corre (ride, ndr) sembra uno scherzo ma è così. Mi manca la confidenza che si ha solamente quando stai per tanto tempo in gruppo. Dopo sei mesi che non vedi l’arrivo non è facile ricordarsi come si sprinta. Si devono riprendere le misure: quando partire, che ruote prendere, i rapporti e tutto il resto».

Fedeli ha dovuto ritrovare un po’ di dimestichezza in gruppo, in Arabia Saudita ha portato a casa anche una “top ten” nella terza tappa
Fedeli in Arabia Saudita ha portato a casa anche una “top ten” nella terza tappa

Una disavventura continua

La carriera di Fedeli, una volta passato professionista nel 2019, aveva il sapore di qualcosa di nuovo. C’era tanta curiosità nel mettersi in mostra e nel confrontarsi con corridori più forti.

«Il primo anno alla Delko – racconta il veneto di Negrar – è andato bene, ho fatto settanta giorni di corsa. Poi c’è stato il Covid, praticamente un anno buttato via, trentacinque giorni di gara e un primo rallentamento nella mia crescita. L’anno successivo c’è stato il fallimento e quella è una batosta ancora più dura rispetto a quella della Gazprom. Ero mentalmente distrutto, complice la squadra inesistente. A tutto questo si è aggiunto quel che già sapete del 2022. Alla mia età (Fedeli ha 26 anni, ndr) non è facile sopportare tutto questo, a livello di carriera ti rendi conto di non aver fatto grandi esperienze.

«Non ho ancora corso un Grande Giro, e tutti sappiamo quanto sia uno step importante. Un ciclista si crea, si può avere tutto il talento del mondo ma conta fino ad un certo punto. Gran parte della crescita passa dal fare un programma stabile e da una buona salute. Ho avuto un po’ di sfortuna in questi anni. Non mi piace usare questa parola ma quando la prima squadra fallisce e l’altra che viene chiusa dall’UCI, perché ci hanno mandato a casa, senza remore, questa è la verità. Insomma, ti senti instabile, non sereno».

Il 2022 lo ha concluso con la Eolo-Kometa, ma nella stagione nuova Fedeli ha preferito intraprendere un’altra sfida
Il 2022 lo ha concluso con la Eolo-Kometa, ma nella nuova stagione ha preferito intraprendere un’altra sfida

Ricostruzione

La Q36.5 per Fedeli ha l’aria di essere quell’isola felice che tanto ha sognato in questi anni di continui naufragi. Ora è ripartito dalla squadra svizzera, anche se il passato non si dimentica.

«Quando tutto gira male – dice – non ne esci facilmente, pensi che tutto sia negativo. Hai paura in gara ed ognuna ti sembra l’ultima della tua carriera, non hai certezze. Mi sento di avere ancora addosso quella paura, non la cancelli facilmente. Però tutto deve cambiare e solo il tempo guarirà questa mia ferita. Si deve riprendere fiducia, verso tutto e tutti, ora inizio a ritrovarla anche nel sistema ciclismo. Con la Q36.5 ho ritrovato un po’ di felicità, sono ripartito da un bell’inverno, come piace a me. Ho conosciuto il preparatore della squadra, Michelusi e mi sono trovato subito bene, siamo sulla stessa linea d’onda.

«Sono concentrato al cento per cento su quello che voglio, con tanta grinta, non c’è altra via. Io devo fare il mio e cogliere l’attimo, ora mi sento nel posto giusto al momento giusto. Ho voglia di mettermi alla prova e di prendere quelle batoste che fanno bene, per crescere. Il calendario che la Q36.5 andrà a fare è bello pieno, da poco abbiamo saputo che faremo l’Amstel. Finalmente farò delle corse importanti, da programma ho Strade Bianche, Tirreno-Adriatico e proprio l’Amstel, quest’ultima è quella più adatta a me. Non vedo l’ora, è solo l’inizio».

Il velocista cambia in volata? L’esperienza di Viviani…

16.02.2023
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Un velocista cambia in volata? E’ una questione che forse qualche anno fa neanche avremmo immaginato di porre… e non ci riferiamo all’era “in bianco e nero” dei manettini al telaio, ma ad una dozzina di anni fa. Con l’evoluzione tecnica dei materiali qualcosa sembra muoversi. Anche su questo fronte.

Jonathan Milan ci ha detto che in volata va in progressione e che preferisce “indurire” man mano. Lui è uno sprinter sui generis nel senso che è altissimo, molto potente ed è più di uno sprinter puro. Ma i suoi colleghi di volata?

Per chiarire questo aspetto tecnico-tattico abbiamo spodestato il “maestro” Elia Viviani. Il campione della Ineos-Grenadiers è particolarmente sensibile a certe questioni.

Elia ha iniziato la sua stagione su strada a San Juan (in foto). Sfortunato agli europei su pista, causa febbre, oggi parte per il UAE Tour
Elia ha iniziato la sua stagione su strada a San Juan (in foto). Sfortunato agli europei su pista, causa febbre, oggi parte per il UAE Tour
Elia, dunque un velocista cambia in volata?

Io dico di no. Da sprinter puro arrivo già al limite con l’11 in canna. Ci sta che Milan provi a cambiare: lui parte dai 400, 300 metri e avere qualche dente da scalare in quel caso ti aiuta. Ma io una volta che parte lo sprint vero e proprio non cambio. Mi concentro solo sulla spinta e a sprigionare la massima potenza.

Chiaro, testa e bassa concentrazione…

Poi dipende anche dalla situazione, cioè in base a come è fatto l’arrivo. Se magari c’è una curva abbastanza stretta e si riparte da bassa velocità. Bisogna poi considerare che con i bottoncini vicino alle mani (quelli all’interno della piega, ndr) è abbastanza facile. Ma io, ripeto, preferisco non cambiare.

Che poi è anche un rischio. Al netto che in quel “mezzo secondo” del passaggio della catena da un pignone all’altro si perde qualche istante, per voi che sprigionate fiumi di watt il rischio è quello che la catena possa saltare, subire strattoni pericolosi per la sua stessa tenuta…

Esatto, è un rischio. E per questo io preferisco mantenere l’11.

Sempre l’11? Anche con questi rapportoni anteriori che usate?

Io sono tradizionalista e solitamente uso il 54×11. Monto il 55 o il 56 solo se nella riunione del mattino siamo certi che il vento è a favore o che l’arrivo tira leggermente in discesa.

Gli “sprinter shift”, i bottoncini del cambio all’interno della piega. Molto spesso il nastro manubrio li copre del tutto
Gli “sprinter shift”, i bottoncini del cambio all’interno della piega. Molto spesso il nastro manubrio li copre del tutto
E un 56×12 avrebbe senso?

A me non piace, anche perché poi il 56 una volta che lo monti lo devi portare in giro tutto il giorno. E non è così facile. Magari una salita (veloce) con il 53-54 la puoi anche fare, ma con il 56 sei costretto a passare al 39. Nizzolo è famoso per questa cosa. A Cittadella ha vinto l’italiano perché aveva il 56. Lui usa questi rapporti così duri per caratteristiche fisiche e anche tattiche. Arrivando da dietro cerca di sfruttare quel dente in più.

L’avvento del cambio elettronico ha cambiato qualcosa? E’ comunque più facile cambiare anche in frangenti concitati come gli sprint?

Sì, perché con il cambio manuale meccanico dovevi fare un movimento, dovevi “fare leva” e questo era un movimento che ti faceva “sbilanciare”, dovevi spingere qualcosa (la leva, ndr). Il cambio elettronico ha semplificato parecchio le cose, specie con i bottocini alla piega. Li spingi con il pollice e non cambia il tuo assetto.

E in tema di sicurezza sullo sprint, il cambio elettronico ha migliorato la situazione?

La cambiata è più veloce e anche più sicura, ma non è scritto da nessuna parte che elettronico significa zero errori… Dico che in generale è più facile.

Algarve: ieri primo Kristoff (al centro). Essendoci vento contro, il norvegese ha messo l’11 solo l’istante prima che il suo apripista si spostasse
Algarve: ieri primo Kristoff (al centro). Con il vento contro, il norvegese ha messo l’11 solo l’istante prima che il suo apripista si spostasse
Oggi che si sta attenti ad ogni dettaglio, le catene dei velocisti sono più robuste? Disperdono meno energia, se così si può dire?

No, sono quelle indicate dal costruttore, anche per questioni di responsabilità in caso di eventuali guasti, tutt’al più, chi punta (scalatori e velocisti) usa una catena trattata in certo modo, con polveri particolari. Il trattamento dura 200, 300 chilometri al massimo. 

E tu la senti questa differenza?

Non la senti, ma la vedi. La vedi al banco di prova. Come per le ruote. Quando vedi che non smettono di girare allo stesso tempo sai che rendono di più. Lo vedi. E’ un guadagno reale. Un’altro aspetto tecnico delle volate su cui ragionare, e su cui dico “ni”, è il cambio con le rotelle grandi. E’ vero che la catena scorre meglio, ma secondo me è meno rapido nella cambiata, meno rigido. Mentre è un buon marginal gain per le crono.

Petilli, Bonifazio e le Cube della Intermarché-Circus-Wanty

16.02.2023
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Andiamo alla scoperta delle bici Cube in dotazione ad uno team più vittoriosi di questo inizio 2023. Litening C68X Air e Litening C68X Aero sono le versioni usate dai corridori del Team Intermarché-Circus-Wanty.

Abbiamo chiesto qualche feedback a Simone Petilli, che milita nel team belga già da diverse stagioni, ma anche al nuovo ingresso Niccolò Bonifazio, che è entrato a far parte del roster proprio in questo 2023.

La versione Aero, con le sue forme importanti e voluminose (foto Cyclingmedia Agency)
La versione Aero, con le sue forme importanti e voluminose (foto Cyclingmedia Agency)

Evoluzione Cube, non solo biciclette

Ci sono anche le ruote NewMen, che il team ha iniziato ad usare nel 2021 e che sono state oggetto di diversi aggiornamenti, segno di un progetto che evolve in continuazione e nel suo complesso. Le nuove hanno i raggi in carbonio ed un cerchio con forma wide particolarmente spanciata, adatta ad interfacciarsi con i tubeless da 28. Le versioni delle biciclette sono due, quella più aero e l’ultima Cube con un valore alla bilancia molto ridotto, entrambe hanno il manubrio integrato che avevamo notato lo scorso anno al Giro.

La trasmissione è sempre Shimano Dura Ace con il cambio posteriore che presenta il bilanciere CeramicSpeed, ma da quest’anno c’è la guarnitura Rotor Aldhu Inspider con l’omonimo power meter. Ci sono le selle Prologo e gli pneumatici Continental.

Simone Petilli durante il ritiro in Spagna (foto Cyclingmedia Agency)
(foto Cyclingmedia Agency) (@cyclingmedia agency)

Petilli sceglie Air

«La prima bici, in fatto di scelta tecnica è la Cube C68X Air – spiega SImone Petilli – che è quella più leggera e preferita dagli scalatori o da chi comunque predilige dislivelli importanti. Molti di noi hanno iniziato ad usarla nel 2021. Io ho a disposizione anche la versione Aero, quella più aerodinamica, quasi esclusivamente per le tappe con un profilo piatto, o comunque nelle frazioni veloci. Ho una taglia 54».

Hai modo di scegliere ad inizio stagione, oppure la bici è assegnata dal team in base alle caratteristiche del corridore?

Si, possiamo scegliere ed è una grossa fortuna. In dotazione abbiamo tre biciclette e possono essere la stessa versione, o come nel mio caso un mix tra Air ed Aero. La mia prima bici e scelta è comunque focalizzata sulla Air, si addice di più alle mie caratteristiche.

Forcella spanciata (tanto) verso l’esterno (foto Cyclingmedia Agency)
Forcella spanciata (tanto) verso l’esterno (foto Cyclingmedia Agency)
Se dovessi sottolineare tre peculiarità del tuo mezzo?

Di sicuro il comfort complessivo, dove faccio rientrare anche una guidabilità davvero buona e una bici stabile ti fa risparmiare delle energie. Poi nell’ordine la leggerezza e la velocità, perché pur non essendo una bici aero vera e propria, mette in mostra delle doti di velocità non trascurabili.

Quale è il range di peso della bici pronta per le gare?

Inferiore ai 7 chilogrammi con i tubeless da 28. Usiamo qualche accorgimento nel caso di frazioni particolarmente dure, o per arrivi in salita con pendenze parecchio impegnative ed il peso arriva a 6,8 chilogrammi precisi.

Le prime con i raggi in carbonio, viste al Giro 2022
Le prime con i raggi in carbonio, viste al Giro 2022
E invece per quanto concerne le ruote NewMen, cosa ci puoi dire?

Il team ha iniziato ad usarle nel 2021 quando siamo passati da un prodotto eccellente e conosciuto, al pacchetto ruote NewMen che fa parte del portfolio Cube. Tutti i dubbi sono spariti fin dal primo utilizzo, dubbi che erano legati principalmente al fatto che non si conosceva questo componente. I corridori si sono trovati un pacchetto ruote ottimo, con una notevole rigidità a prescindere dall’altezza del cerchio e un peso contenuto. Il valore alla bilancia è sceso ulteriormente con le nuove che hanno i raggi in carbonio. Inoltre l’ultima versione ha anche il cerchio wide, spanciato e si adatta ai tubeless da 28, quelli che per noi sono ormai uno standard.

Da quest’anno guarnitura e power meter Rotor (foto Cyclingmedia Agency)
Da quest’anno guarnitura e power meter Rotor (foto Cyclingmedia Agency)
Rispetto all’anno passato avete cambiato il power meter?

Sì, da quest’anno abbiamo il Rotor Inspider con il perno passante da 30 millimetri di diametro. In fatto di rigidità, rispetto allo Shimano che avevamo in precedenza non trovo particolari differenze. Per quello che concerne la rilevazione, il Rotor sovrastima leggermente, anche se le variabili in gioco sono tante. Quello che è importante però, è il fatto che offre dei dati ripetibili ed è l’aspetto che per noi conta di più.

Bonifazio sulla Aero

«Da quando mi è stata consegnata la bicicletta – inizia Niccolò Bonifazio – ho percorso 4.000 chilometri, più o meno 200 ore di allenamenti tra dicembre e gennaio. Sono partito con forza e determinazione, perché la volontà era quella di ben figurare gia dalle prime corse. Di sicuro il feeling immediato che ho avuto con la Cube è qualcosa che mi ha lasciato impressionato ed è stato anche un notevole supporto nel fare così tanti chilometri in questi mesi di preparazione. Ho la versione Litening Aero nella taglia small, che corrisponde ad una 52».

Niccolò Bonifazio con la maglia Intermarché (foto Cyclingmedia Agency)
Niccolò Bonifazio con la maglia Intermarché (foto Cyclingmedia Agency)
Hai avuto la possibilità di scegliere oppure il modello di bici ti è stato assegnato a prescindere?

Abbiamo la possibilità di scegliere la bicicletta. Non ho avuto modo di provare la versione più leggera, perché sono approdato tardi al team e perché mi sono trovato talmente bene e fin da subito che non ho avuto la necessità di chiedere un’altra bici.

Come d’abitudine il team usa il bilanciere CeramicSpeed (foto Cyclingmedia Agency)
Come d’abitudine il team usa il bilanciere CeramicSpeed (foto Cyclingmedia Agency)
Il tuo passaggio tecnico è stato importante, da Specialized a Cube. Se dovessi identificare tre cose che ti hanno colpito del nuovo mezzo?

Ai primi due posti metto la scorrevolezza e la velocità, fattori che sono emersi fin dai primissimi chilometri. Inizialmente cercavo di capire se era un singolo componente che mi trasmetteva questa sensazione, oppure la bicicletta nel complesso. Effettivamente è un pacchetto davvero performante. E poi è una bicicletta leggera, perché è vero che è una taglia S, ma è una bici aero con delle linee marcate e tubazioni grandi: 7 chilogrammi sono pochi. Nelle curve è una spada, parecchio precisa e lo sterzo basso contribuisce a tenerti all’interno della traiettoria anche quando la velocità supera i 60 all’ora.

Hai mantenuto le stesse misure, oppure hai fatto delle variazioni?

Rispetto alla bici precedente sono più basso sull’avantreno e più allungato sull’orizzontale, anche grazie ad una pipa da 130. E’ un setting leggermente più estremo, che nasce principalmente dalla differenza di lunghezza della tubazione dello sterzo. La Tarmac era più alta. Onestamente non mi pesa neppure dopo diverse ore di allenamento, anzi nelle fasi di rilancio e sprint riesco ad essere più veloce ed agile.

Una bici super rigida che aiuta ad esprimere le tue abilità in discesa?

Il vantaggio principale arriva dalla precisione della bicicletta, aspetto che semplifica la guida e la gestione del mezzo anche nelle situazioni più tecniche. Un banco di prova ottimale è stata la discesa di Coll de Rates in allenamento, durante il ritiro. E’ una discesa impegnativa ed esigente che mi ha permesso di andare un po’ al limite: difficoltà pari a zero. E poi è quasi immune al vento laterale segno di un’aerodinamica che non pesa. Complessivamente aggiungo anche i tubeless da 28. Abbinati alle ruote larghe e spanciate, gonfiati alle atmosfere giuste, sono tanto scorrevoli e sicuri.

Le critiche di Villa e una suggestione: «Torna la Sei Giorni»

16.02.2023
5 min
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Uno dei grandi pregi di Marco Villa, tale da renderlo uno dei più acclamati e vincenti tecnici azzurri omnisport, è il fatto che, analizzando un evento, vada al di là dai successi e delle medaglie per mettere l’accento su quel che non ha funzionato. L’Italia a Grenchen ha portato a casa 7 medaglie, di cui ben 5 provenienti dalle discipline olimpiche (più che nell’edizione precedente di Monaco 2022), ma il cittì azzurro ha tenuto a fine manifestazione a sottolineare quello che servirebbe all’Italia per salire ancora di livello.

Villa ha messo il dito sulla piaga degli impianti. Montichiari dal 2018 (e neanche per tutto il tempo a seguire) è stato utilizzabile per gli allenamenti, ma non è regolarizzato a norma di sicurezza per l’organizzazione di gare e questo rappresenta un grave handicap nella preparazione invernale.

«Durante l’inverno Nazioni come Gran Bretagna o Danimarca fanno un’attività regolare – afferma il tecnico azzurro – allestiscono anche i campionati nazionali e quindi sono arrivate agli europei molto più rodate. Noi abbiamo bisogno che i ragazzi e ancor di più le ragazze facciano attività d’inverno, perché gli allenamenti sono una cosa, ma certi meccanismi li acquisisci solo gareggiando».

Il velodromo di Montichiari non è ancora agibile per le gare. Lo sarà per il prossimo inverno?
Il velodromo di Montichiari non è ancora agibile per le gare. Lo sarà per il prossimo inverno?
C’è possibilità che il nodo Montichiari possa essere sciolto in tempo per il prossimo inverno, per impostare nella maniera migliore la preparazione olimpica?

Ne ho parlato con il presidente Dagnoni che mi ha garantito che farà tutto il possibile per rendere l’impianto pienamente operativo. Ma non solo: abbiamo anche parlato – ed è sua ferma intenzione – di allestire a Montichiari una prova in più giornate. L’obiettivo sarebbe una vera Sei Giorni, ma magari anche avere 3 o 4 giorni di gare sarebbe utilissimo. E magari portare a Montichiari nei mesi freddi anche i campionati nazionali darebbe un motivo in più per partecipare. Non parliamo solo di impianti, infatti, perché il problema è più profondo.

In che misura?

Guardate l’edizione dei tricolori dello scorso anno a San Francesco al Campo: vedere gare di omnium con 10 corridori, una madison con sole 5 coppie fa davvero male, non rispecchia le potenzialità del nostro movimento. Non ho visto in quell’occasione un solo team under 23 che abbia portato un ragazzo a gareggiare. Inutile girarci intorno: è ancora un problema di cultura, la pista viene da molti dirigenti vista come un fastidio e questo è profondamente sbagliato.

Consonni è stato il grande protagonista di Grenchen, con 2 ori e 2 argenti
Consonni è stato il grande protagonista di Grenchen, con 2 ori e 2 argenti
Molti lamentano di non avere l’attrezzatura…

E’ un falso problema. Per i campionati giovanili, che si svolgevano a Noto e quindi non proprio dietro casa, abbiamo portato in Sicilia due pullmini pieni di bici e i meccanici della nazionale. Bastava fare richiesta e si poteva gareggiare con le bici appropriate e il giusto seguito tecnico. Il problema non è certo quello. Io penso che se potessimo fare attività invernale, quindi lontano dalla stagione su strada, ci sarebbero molte più possibilità, oltretutto per gli atleti sarebbe una perfetta aggiunta alla preparazione. CI stiamo muovendo in tal senso.

Nelle analisi post evento hai sottolineato come nelle specialità tecniche siamo stati deficitari in alcuni aspetti…

C’è una mancanza di abitudine a certi tipi di sforzo: in finali come quelle di Grenchen devi sopportare fatiche oltre il limite, la gara ti abitua ad affrontare quei 10″-15” dove devi tenere duro per fare la differenza. Nella gara della madison femminile ad esempio ho visto tanti errori, cambi sbagliati nella fase centrale nei tempi e nei modi, l’ultima volata fallita perché è mancato il cambio finale quando si poteva anche agguantare l’argento. Tutto ciò è normale, se non provi in gara ripetutamente. Nell’avvicinamento alle Olimpiadi bisognerà affinare i sincronismi e migliorare la tecnica se vorremo competere per le medaglie. C’è poi un altro problema…

Per Guazzini e Balsamo un bel bronzo nella madison, ma per Villa c’è ancora molto da lavorare
Per Guazzini e Balsamo un bel bronzo nella madison, ma per Villa c’è ancora molto da lavorare
Quale?

Per gareggiare nelle specialità serve che ragazzi e ragazze ottengano 250 punti Uci, ma durante la stagione su strada trovare il tempo per gareggiare su pista non è facile. Avere delle occasioni invernali risolverebbe la questione senza colpo ferire e darebbe la possibilità di affinare la pratica.

A proposito di errori, la finale del quartetto maschile a dispetto della vittoria ha mostra anche qualche errore. Che cosa hai detto ai ragazzi?

Quest’anno abbiamo con noi il Gruppo Performance che consente di rivedere ogni singola gara al video nel minimo dettaglio. L’abbiamo esaminata minuziosamente e ho mostrato loro quel che non è andato: con Lamon abbiamo deciso di cambiare qualcosa rispetto a Tokyo, ora fa due giri e mezzo di lancio invece di due, il che gli consente di spendere ancora qualcosa per lanciare il quartetto, ma chiaramente va a discapito della sua seconda parte di rilancio. Bisogna dargli il tempo per recuperare, ma a Grenchen non è stato fatto, perché Milan e Ganna non hanno cambiato nei tempi giusti. Bastava tirassero mezzo giro meno a testa e avrebbero dato a Francesco la possibilità di dare un secondo strattone prima di staccarsi. Sono cose che abbiamo rivisto con i ragazzi, per capire dove hanno sbagliato e che cosa fare le prossime volte.

Villa e il quartetto olimpionico: nella finale vinta non tutto è andato liscio
Villa e il quartetto olimpionico: nella finale vinta non tutto è andato liscio
Sei soddisfatto della trasferta elvetica?

Certamente, il bilancio è lusinghiero, soprattutto per i quartetti che servono per stabilire le quote di qualificazione per Parigi 2024. Io ribadisco: voglio andare in Francia con l’obiettivo di 6 medaglie, Consonni ha dimostrato che possiamo essere competitivi dappertutto. Ma dobbiamo lavorare tanto perché succeda.

Ora si riparte…

Domenica voliamo a Jakarta in Indonesia per la prima tappa di Nations Cup e per formare la nazionale ho avuto bei problemi. Basti pensare che per le ragazze avrò a disposizione solo Fidanza e Zanardi del gruppo di Grenchen, per il resto mi sono affidato alle under 23. In campo maschile toccherà a Lamon, Bertazzo, Scartezzini, Pinazzi e Boscaro correre il quartetto, anche Moro resta a casa per sfruttare la buona condizione su strada. Ma non andiamo certo per essere semplici comparse…

Samuele Scappini: due tricolori cross e ora strada e pista

15.02.2023
4 min
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Gli juniores rappresentano una categoria di transizione che vede l’alternarsi di nomi e risultati. Quando però emerge un nome in grado di vincere due tricolori consecutivi nel ciclocross e molteplici corse su strada, è bene farsi un piccolo appunto sul taccuino. I tempi però non devono essere affrettati, Samuele Scappini compirà diciotto anni il 24 aprile e quando ci risponde ha appena chiuso il libro di scuola su cui stava studiando. Entriamo così in punta di piedi a conoscere l’umbro, talento emergente del Team Fortebraccio

Per Scappini quella di Hoogerheide è stata la prima convocazione ad un mondiale. In apertura, il podio ai tricolori di Roma
Per Scappini quella di Hoogerheide è stata la prima convocazione ad un mondiale. In apertura, il podio ai tricolori di Roma
Sei appena tornato dalla tua prima convocazione ad un mondiale. Che esperienza è stata?

Essere stato convocato in nazionale è stato bellissimo. E’ stata la mia prima volta. Ero partito per fare bene. Però ci sono stati degli inconvenienti che non mi hanno permesso di esprimermi al meglio.

Di che tipo?

Quindici minuti prima del via ho fatto una partenza da fermo e mi sono trovato con il manubrio in mano. Con il carbonio squarciato. Ho dovuto quindi cambiare bicicletta. 

E l’altro inconveniente?

Dopo la partenza a 300 metri dal via c’è stata una caduta e sono rimasto coinvolto. Sono ripartito ma la gara era già compromessa. Una serie di avvenimenti che mi hanno fatto perdere concentrazione e lucidità e ho chiuso solo 45°.

Scappini Variano 2022
A Variano 2022 il corridore umbro aveva spiazzato tutti, vincendo il primo titolo italiano juniores
Scappini Variano 2022
A Variano 2022 il corridore umbro aveva spiazzato tutti, vincendo il primo titolo italiano juniores
Un mondiale sfortunato possiamo dire. La tua stagione cross vanta però 12 vittorie tra cui il secondo titolo tricolore consecutivo…

Ero dato favorito da tutti. Sono rimasto con i piedi per terra con quella maglia, che nella mia testa volevo riconquistare e confermare. Così è stato. 

Portaci a quel giorno…

Le gambe le avevo e la concentrazione era al massimo. Le prime curve le ho affrontate bene guadagnando subito 20 metri. Poi pian piano ho incrementato il vantaggio e sono arrivato al traguardo con 40 secondi. 

La tua categoria è stata criticata per l’impegno nelle trasferte in maglia azzurra. Che cosa hai percepito da dentro?

In nazionale mi sono sempre trovato bene. Io vado d’accordo con tutti, non mi arrabbio facilmente. Dobbiamo lavorare e seguire quello che ci dicono. 

La vittoria di Scappini al campionato italiano di Roma è stata la ciliegina sulla torta di una stagione plurivittoriosa
La vittoria di Scappini al campionato italiano di Roma è stata la ciliegina sulla torta di una stagione plurivittoriosa
Veniamo alla strada. Ti stai già preparando?

Da domani parto con la preparazione per partire al meglio con la stagione. Il mio obiettivo è quello di diventare uno stradista. Per farlo devo vincere le gare e so che non sarà facile. 

Oltre a cross e strada, gareggi anche in pista?

Sì assolutamente. Con le mie caratteristiche penso di poterla portare avanti e sento che mi tornerà utile. 

Quale specialità ti piace di più?

Mi piace molto il chilometro da fermo. Sono esplosivo e sento di poter far bene. 

Stai scoprendo le tue potenzialità, che tipo di corridore sei?

Se c’è un arrivo in salita, diciamo che non sono il favorito, ma me la gioco. Non sono uno scalatore. Se si arriva con un gruppetto ristretto posso dire la mia. Io mi sento velocista da pianura e mi piacciono molto anche gli arrivi in leggera salita dove c’è da spingere. 

L’umbro corre nel Team Fortebraccio dalla categoria juniores
L’umbro corre nel Team Fortebraccio dalla categoria juniores
Quando partirà la tua stagione?

Le prime gare saranno a inizio marzo, ma non abbiamo ancora stilato un calendario. Parto con la preparazione poi si vedrà. 

TI sei prefissato degli obiettivi?

Spero di fare bene al campionato italiano perché sarebbe la ciliegina sulla torta per la categoria juniores. Due tricolori ciclocross e uno su strada sarebbe il massimo. I miei due sogni per il 2023 sono andare al mondiale e all’europeo. 

Se per strada e ciclocross gli obiettivi sono tricolori, per la pista?

Non sento di avere particolari aspirazioni. A livello nazionale sento di poter dire la mia, poi tutto quello che viene è guadagnato. 

Dove vanno gli juniores? Parola al cittì Salvoldi

15.02.2023
8 min
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Salvoldi non ha mai staccato. Dopo il primo anno sull’ammiraglia azzurra degli juniores, già all’indomani dei mondiali di Wollongong, il tecnico bergamasco ha dato via a una serie di test fra Montichiari e Roma. E da metà dicembre, ha iniziato con raduni di due giorni a Montichiari, che andranno avanti sino alla fine della scuola.

Le sue valutazioni sul movimento italiano insistono su un doppio binario sin troppo evidente. Quello dei corridori più maturi che meritano esperienze di maggior consistenza. E quello degli altri che hanno il diritto di crescere per step meno impegnativi. Gli juniores sono materiale sensibile, per cui gli abbiamo rivolto mille domande per avere il suo punto di vista.

Dopo anni con la nazionale femminile, dallo scorso anno Salvoldi è alla guida degli juniores azzurri
Dopo anni con la nazionale femminile, dallo scorso anno Salvoldi è alla guida degli juniores azzurri
L’anno scorso di questi tempi eri un po’ nella nebbia, cosa hai capito di questo mondo?

Ho conosciuto di più le persone e anche i numeri della categoria. Rispetto allo scorso anno su pista abbiamo iniziato prima. Sto cercando di vedere più ragazzi, utilizzando Montichiari come sede di allenamento. E’ chiaro invece che correre su pista a livello internazionale non è per tutti, ma come mezzo di preparazione girare in velodromo è davvero utile.

Per capire: quanto di questo lavoro è funzionale all’attività di alto livello su pista e quanto invece all’allenamento in generale?

Diciamo che fra i tanti che stiamo facendo allenare, ci sono anche i ragazzi che poi probabilmente correranno nei grandi appuntamenti. C’erano già lo scorso anno, perché erano quasi tutti atleti del primo anno. Il discorso della pista è legato alla continuità nel frequentarla, oltre ad essere funzionale all’attività preponderante che è la strada. E’ importante iniziare un processo di adattamento anche per dare ricambio alla squadra superiore.

Ai recenti europei di Grenchen, Villa ha ravvisato problemi nelle specialità di gruppo.

In effetti anche a livello internazionale manca un buon calendario, necessario per affinare la tecnica. Parlo specificatamente della madison, anche se fra i primi anni ce ne sono alcuni con attitudini e più preparazione. Una struttura come Montichiari in questo momento della stagione diventa fondamentale. Le altre che abbiamo in Italia sono sì utili, però quando inizia la stagione su strada diventa difficile fare tutto.

Il quartetto iridato a Tel Aviv, da sinistra Raccagni (riserva), Giaimi, Delle Vedove, Fiorin e Favero (foto Uci)
Tre componenti del quartetto iridato a Tel Aviv, da sinistra Raccagni, Giaimi e Delle Vedove (foto Uci)
Lavori a contatto con Villa, oppure ci sarà un trapasso di dati a fine stagione? 

Invio sempre a Marco tutte le valutazioni che facciamo. E succede spesso che negli allenamenti sia presente anche lui, compatibilmente con i suoi programmi. Sul metodo invece, iniziamo a proporre il protocollo di allenamento che viene applicato dalla squadra superiore.

Torniamo ai tuoi ritiri: ci sono anche per gli stradisti?

Per loro abbiamo inserito dei mini raduni una volta al mese, che però servono per creare aggregazione e formare il gruppo. Un po’ meno per la preparazione, perché comunque la categoria è ben strutturata. I ragazzi sono seguiti da direttori sportivi e preparatori, per cui come nazionale cerchiamo di essere un supporto. Mentre la parte di formazione del gruppo è una cosa che mi piacerebbe portare avanti. Una squadra si forma con la quotidianità, anche al di fuori del momento della gara o dell’allenamento. E intanto passa il messaggio che anche in nazionale, come nei team di cui fanno parte e come inevitabilmente gli sarà richiesto nel prossimo futuro, il ciclismo su strada è uno sport di squadra.

Fate tutto a Montichiari?

C’è la logistica migliore. Oltre ad avere il magazzino vicino, ho pensato che andare molto lontano per due giorni non fosse funzionale. E poi perché in caso di maltempo, abbiamo la pista a disposizione. Quando invece è bello, arriviamo sul lago di Garda e si va alla grande. Ad aprile invece ci sarà una prova di Nations Cup a Siena e allora probabilmente il raduno lo faremo in Toscana.

Gualdi, Zordan, Belletta, Savino e Scalco, mondiali 2022: ad eccezione del primo, sono già tutti in team di sviluppo e continental
Gualdi, Zordan, Belletta, Savino e Scalco, mondiali 2022: ad eccezione del primo, sono tutti in team di sviluppo e continental
Hai la percezione di lavorare con atleti sulla porta del professionismo?

Vista con gli occhi dei nostri ragazzi, è proprio così. La loro aspettativa è quella di finire nel Devo Team di una WorldTour. Ormai sono 2-3 anni che quelle squadre hanno la squadra Under 19 e probabilmente questo diventerà sempre più diffuso. Cioè il fatto di andare a ricercare il talento sempre prima.

Abbiamo letto numeri e tue valutazioni sul raffronto fra i nostri juniores e quelli del resto d’Europa…

Mi hanno messo in bocca parole senza averne parlato direttamente con me. Ai campionati italiani di ciclocross lo avevo accennato anche a Lorenzon. Gli avevo detto che non è una ricerca pubblicabile, perché si riferisce a numeri troppo ristretti di atleti di vertice. Non è corretto trarre alcun tipo di conclusione, si può fare al massimo qualche riflessione. Ma in una categoria come la nostra, con numeri che gli altri non hanno e dove c’è una gran parte di attività con forte vocazione promozionale, certi modelli non sono estendibili. Chi era presente lo sa benissimo. Davvero non voglio leccare i piedi a nessuno, ma nella categoria ci sono veramente dei bravi direttori sportivi.

Che rapporto c’è fra te e i tecnici?

C’è una condivisione di opinioni su dove stia andando la categoria, in correlazione al passato e alla realtà internazionale. Trovo molta corrispondenza. In Italia abbiamo un calendario regionale e nazionale molto forte e un gruppo di atleti ancora molto numeroso. Per quanto riguarda il vertice, dobbiamo essere bravi, soprattutto come Federazione, nell’offrire qualche possibilità ai migliori e a chi è già pronto al confronto internazionale. Dobbiamo farlo in modo continuativo e non limitato. Questo, al netto di come la penso io e come la pensiate voi, perché il mondo va in questa direzione.

Quindi per i più forti si potrebbe immaginare un’attività più qualificata in maglia azzurra?

Secondo me sì. Invece fino a qualche tempo fa c’era un regolamento, che limitava i migliori e in un certo senso li obbligava al confronto verso il basso. L’attività regionale è perfetta per i grandi numeri e per aspettare tutti quelli che non siano ancora formati. Al contrario, quelli che potenzialmente possono sostenere un’attività di livello più alto, perché non devono avere prospettive superiori?

Il CPS Team la settimana prossima andrà a correre in Francia per due giorni. Le squadre iniziano a muoversi?

Ecco, prendiamo il loro esempio. Bardelli vuole andare a fare una due giorni, sabato e domenica. Il nostro regolamento gli impedisce di usare gli stessi corridori, per cui deve portarne via di più. E’ giusto costringere una squadra a queste spese? Abbiamo già modificato tanto, non so perché non si possano cambiare le cose in blocco. Magari però ci sono anche delle motivazioni opposte che per qualcuno hanno una logica.

Quando avrai la prima trasferta azzurra?

Alla Gand-Wevelgem, l’attività sarà come quella dell’anno scorso. Faremo tutte le Nations Cup in Europa. Poi mi piacerebbe fare un raduno di preparazione un po’ più lungo, prima dei mondiali che al momento è in stand by, ma credo che riusciremo a fare.

Il calendario delle trasferte 2023

La tabella che segue ci è stata fornita da Salvoldi e illustra il piano delle trasferte 2023 della nazionale juniores, fra strada e pista. Spicca il viaggio per i mondiali su pista a Cali, in Colombia. Al totale vanno aggiunti il ritiro che si svolgerà in Toscana prima dell’Eroica di aprile e quello di Montichiari prima della Coppa delle Nazioni di Sittard.

DataLocalitàGara
26 marzoGand (Bel)Gand-Wevelgem (UCI 1.1)
9 aprileParigi (Fra)Parigi-Roubaix (Nations Cup)
14-16 aprileGand (Bel)Gara internazionale pista
19 aprileSiena (Ita)Eroica (Nations Cup)
4-7 maggioTerezin (Cze)Corsa della Pace (Nations Cup)
20-21 maggioMorbihan (Fra)Trophée Morbihan (Nations Cup)
25-28 maggioLosanna (Swi)Tour de Vaud (Nations Cup)
27-29 maggioSingen-Dudenhofen (Ger)Gara internazionale pista
6 giugnoSaarland (Ger)LVM Sarland Trofeo (Nations Cup)
11-16 luglioAnadia (Por)Campionati europei pista
14-16 luglioBratislava (Svk)Nations Cup
28-30 luglioSittard (Ned)Watersley (Nations Cup)
5-11 agostoGlasgow (Gbr)Campionati del mondo strada
23-28 agostoCali (Col)Campionati del mondo pista
20-23 settembreDrenthe (Ned)Campionati europei strada
Non vinciamo un mondiale juniores su strada dal 2007 con Ulissi e nella crono dal 2019 con Tiberi. Invece in pista siamo freschi di diversi ori a Tel Aviv 2022. Come mai?

Non si può certo dire che su strada dipenda tutto dalla casualità, perché non è così. Però la variabile tattica nella categoria specifica degli juniores incide tanto. Poi c’è da valutare anche il ricambio generazionale, che magari in un biennio non è della stessa qualità e determina il risultato in base ai percorsi e agli atleti che hai a disposizione. C’è anche da dire che rispetto a un recente passato, il ciclismo è diventato anche molto più globale.

Resta da capire se il nostro obiettivo come nazionale sia fare risultato o formare i corridori di domani.

Entrambe le cose, una non è prioritaria rispetto all’altra. Gran parte dei percorsi delle Nations Cup, che sono quasi tutte gare a tappe, difficilmente coincidono con il percorso del campionato del mondo e sono collocate in periodi che non sono funzionali alla preparazione dei vari obiettivi. Quindi si corre per fare risultato. Sono gare in cui fare punti per avere più atleti ai campionati del mondo, così come per conoscere gli avversari, maturare esperienza e avere un confronto diretto con realtà diverse, che fa maturare. Credo che nessuno che faccia sport agonistico, in cui si misurano i progressi attraverso i risultati, non persegua il risultato. L’obiettivo che deve avere una squadra nazionale per elevare la qualità del movimento nazionale è il miglioramento dei singoli nel confronto con gli altri. E questo si ottiene anche attraverso i risultati.

E’ un fatto però che all’estero si vedano volumi di lavoro superiori ai nostri.

E’ difficile, non me la sento proprio di esprimere un giudizio a riguardo. Probabilmente dell’esasperazione c’è, perché anch’io sono sorpreso di certi volumi e certi allenamenti. A prescindere da una presa di coscienza della realtà, non sono d’accordo che il giorno dopo il mondiale quelli della Auto Eder facciano 230 chilometri. Sembra assurdo anche a me, però non mi permetto di giudicare se sia sbagliato o meno. Non credo però che sia stata un’improvvisazione.

La Auto Eder è la formazione Under 19 della Bora-Hansgrohe. Ha prodotto corridori come Uijtdebroeks e l’iridato Herzog
La Auto Eder è la formazione U19 della Bora-Hansgrohe. Ha prodotto corridori come Uijtdebroeks e l’iridato Herzog
Finora il solo ostacolo tecnico fra juniores e U23 erano i rapporti limitati. Ora che sono stati eliminati e che si accede al professionismo dagli juniores, non si potrebbe pensare che qualcuno voglia eliminare la categoria U23?

Che ci sia un’anticipazione è evidente e non so se si potrà intervenire attraverso delle regole. Su pista è un dato di fatto, nel senso che le distanze di gara o i tempi di riferimento sono comunque quelli. Nel ciclismo su strada, fa impressione pensare di poter passare da 18 anni in cui fai al massimo gare di quattro ore, a una gara a tappe di tre settimane o una Liegi-Bastogne-Liegi. Se così fosse (l’eliminazione della categoria U23, ndr), si dovrebbero tutelare di più gli juniores, magari allungando la categoria di un anno. Però, in effetti potrebbe sembrare proprio così.

Due chili di troppo a inizio stagione: cosa si fa?

15.02.2023
4 min
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Capita sempre meno che un corridore si presenti a inizio stagione con paio di chili di troppo. E nel ciclismo di oggi si sa quanto è difficile se anche un solo tassello non è al suo posto. Basta pensare ai 7,3 watt/chilo espressi da più di qualche atleta alla Valenciana pochi giorni fa. Certi numeri se non sei al top non li fai.

Tuttavia qualche caso c’è. Possiamo garantire che due atleti di un team italiano che dovevano essere in Argentina, per delicatezza non facciamo i nomi, non sono partiti in quanto fuori col peso.

Come spesso accade ad accompagnarci in questo “viaggio alimentare” è Laura Martinelli, nutrizionista della Jayco-AlUla. I suoi corridori li monitora costantemente e la sua prima risposta ci dà l’ennesima prova di quanto sia cambiato oggi il ciclismo.

Laura Martinelli è la nutrizionista del team australiano
Laura Martinelli è la nutrizionista del team australiano
Laura, dunque, cosa succede se un corridore si presenta alla vigilia della prima gara stagionale con un paio di chili di troppo?

In realtà è molto improbabile che oggi possa accadere con tutta la pianificazione che c’è alle spalle. Gli atleti sanno da fine novembre, inizio dicembre al massimo, quando inizieranno a correre. E se succede, bisogna capire cosa non ha funzionato dall’offseason in poi. E proprio questo periodo sempre più ridotto aiuta a limitare lo sbalzo di peso.

Hai parlato di pianificazione, ma c’è anche un certo monitoraggio, immaginiamo.

Esatto, c’è un costante monitoraggio da remoto e per questo la “doccia fredda” dei due, tre chili di troppo al momento del via è improbabile. Gli atleti sono monitorati su base giornaliera, neanche settimanale. E se dovesse succedere che qualcuno non è in linea col peso, si cambia il programma e magari inizia più in là.

Quindi due chili sono davvero tanti oggi per presentarsi alle corse?

Di base sì. Poi è chiaro che dipende anche dalla struttura del corridore di cui si sta parlando. Perché due chili su uno scalatore di 55-60 chili sono una cosa. E due chili su un passista da 75 ne sono un’altra.

Con due chili di troppo non si è competitivi. Se si deve dimagrire in fretta è stravolta anche la preparazione di rifinitura (foto Jayco-AlUla)
Con due chili di troppo non si è competitivi: per dimagrire in fretta si stravolge la preparazione di rifinitura (foto Jayco-AlUla)
E se i programmi non si possono cambiare e il corridore è atteso ad esempio alla Vuelta a Andalucia, che parte giusto oggi?

Per come lavoro io, dico che quel che è fatto è fatto. Alla peggio l’atleta si presenta in gara con i due chili di troppo. Di certo non lo vado a stravolgere in corsa, rischio di fare un danno muscolare, specie se poi parliamo di una breve corsa a tappe. Discorso invece un po’ diverso se si tratta di un grande Giro. In quel caso cerco di sfruttare le prime due settimane per essere okay nella terza, limando qua e là. Perché comunque è un “lavoro di fino.”

Ragioniamo per assurdo, siamo a dieci giorni dal debutto stagionale e il corridore in questione si porta dietro quei 2-3 chili di troppo. Cosa fai?

Per prima cosa mi confronto con il preparatore e insieme stiliamo il programma settimanale. Un programma che in linea di massima sarà più orientato sul volume che non sull’intensità. Si mette in atto una strategia dettagliata: quasi ora per ora. Posso ipotizzare si facciano anche delle sessioni a digiuno. L’obiettivo infatti è arrivare al peso forma non in dieci giorni ma in sette, otto per lasciare all’organismo i restanti due o tre giorni per recuperare.

Chiaro, comunque è uno stress…

Quei due giorni servono all’atleta per ritrovare il suo equilibrio. E poi anche perché in questo periodo che fa più freddo se mangia poco o è così al limite aumenta il rischio di ammalarsi. E’ un equilibrio molto delicato.

Se si deve dimagrire in extremis è molto importante dosare i carboidrati, specie nel post allenamento
Se si deve dimagrire in extremis è molto importante dosare i carboidrati, specie nel post allenamento
E a tavola come fai?

Premesso che generalizzare è difficile, è certo che bisogna creare un deficit calorico giornaliero, ma guai a banalizzare questo concetto. Bisogna stare molto attenti soprattutto ai carboidrati. Si deve stare molto al limite: darne meno, ma non troppo pochi. Per riuscire in questa “missione” bisogna stare a stretto contatto con il corridore. Bisogna essere minuziosi, dettagliati, chirurgici.

Alla fine il rischio è quello che dimagrendo troppo in fretta, si “mangi” il muscolo. Almeno una volta si diceva così…

Esatto e per questo è molto importante gestire il prima e il durante l’allenamento. Queste due fasi si affrontano come se la situazione fosse normale. Cambia la parte dopo, come dicevamo, quella legata al reintegro e ai carboidrati. Io posso perdere anche due chili in due giorni, mangiando pochissimo quando rientro, ma perderò soprattutto liquidi e componente attiva (i muscoli, ndr). Mentre l’obiettivo è perdere quella passiva (il grasso).

Non solo Giro Donne. I progetti in rosa di Rcs Sport

15.02.2023
4 min
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La notizia è delle ultime ore: Rcs Sport che organizza il Giro d’Italia per i professionisti ha preso in carico anche il Giro Under 23, sin da quest’anno per un quinquennio e il Giro Donne, dalla prossima stagione fino al 2027. La società di Urbano Cairo si è aggiudicata il bando della Federazione (al quale a dir la verità è stata la sola a partecipare) allargando così la gestione di eventi di ciclismo femminile che già contemplano la Strade Bianche e anche eventi all’estero, come l’Uae Tour da quest’anno nel WorldTour e monopolizzato dalle cicliste italiane.

Il Giro donne passerà in mano alla Rcs Sport dal 2024. Quest’anno toccherà ancora alla PMG Starlight Ssd
Il Giro donne passerà in mano alla Rcs Sport dal 2024. Quest’anno toccherà ancora alla PMG Starlight Ssd

Appena diffusa la notizia dell’acquisizione dei nuovi eventi, molti si sono chiesti perché questa differenza, perché non iniziare subito. La risposta è molto semplice: non era possibile, come spiega l’amministratore delegato di Rcs Sport Paolo Bellino, dirigente con un fulgido passato da specialista dei 400 ostacoli nell’atletica: «Per il 2023 c’è un contratto in essere con la società che lo ha allestito negli ultimi anni, quindi l’organizzazione di questa edizione non era in discussione, ma non nascondo che questo è stato anche un motivo per presentare la nostra proposta».

Perché?

Perché l’allestimento del Giro Donne è un progetto che abbiamo sì da anni, che non nasce dall’oggi al domani. Un simile impegno va studiato, ponderato. C’è bisogno di tempo e sicuramente non potevamo affrontarlo in pochi mesi. Posso dire che per noi allestire l’edizione 2023 non sarebbe stato possibile. Oltretutto entriamo in corso d’opera nella storia del Giro U23, non si può certo far tutto e soprattutto farlo bene come vogliamo noi.

Da sinistra Mauro Vegni, direttore organizzativo e Paolo Bellino, AD di Rcs Sport
Da sinistra Mauro Vegni, direttore organizzativo e Paolo Bellino, AD di Rcs Sport
Che cosa rappresenta questo passo nella vostra politica organizzativa riguardante il ciclismo femminile?

Un ulteriore impegno in suo favore. Il prestigio acclarato della Strade Bianche, i riscontri avuti proprio pochissimi giorni fa con l’Uae Tour al femminile ci dicono che la strada intrapresa è quella giusta, ma la presa in carico della corsa rosa è solo un passaggio, i nostri progetti vanno anche più avanti. Intanto ora, con l’attribuzione della gara a tappe per 4 anni, possiamo mettere sul tavolo tutte le nostre idee per poterne fare un grandissimo evento, un richiamo per tutto il movimento femminile.

A proposito di altri progetti, ormai il ciclismo femminile, rispetto a quello dei maschi, presenta due sole “lacune”: la Milano-Sanremo e il Giro di Lombardia, uniche classiche Monumento che non hanno un corrispettivo fra le donne. Vi impegnate anche in queste?

Bisogna fare un doveroso distinguo. Per la Milano-Sanremo c’è un progetto che va avanti da molto tempo e credo di poter dire che non è lontanissimo il momento che anche fra le donne ci sarà la Classicissima. Per il Lombardia i tempi sono più allungati. Si tratta di eventi molto complicati da pensare, allestire, calibrare anche in base al movimento rosa.

L’arrivo di Mohoric all’ultima Sanremo. Presto ci sarà anche una versione femminile, un po’ diversa
L’arrivo di Mohoric all’ultima Sanremo. Presto ci sarà anche una versione femminile, un po’ diversa
Quali sono le difficoltà principali nell’allestimento della Milano-Sanremo?

Tante, a cominciare dalla data. Il calendario femminile è complicato da gestire, soprattutto se vogliamo tenere fede – e lo vogliamo – alla concomitanza delle date fra uomini e donne. Ma le difficoltà non si esauriscono qui: c’è anche un importante aspetto tecnico da considerare, dobbiamo strutturare la gara su strade diverse, capire come gestire la loro chiusura. Non sarà certamente lo stesso percorso degli uomini.

D’altronde in quel caso parliamo di una gara di quasi 300 chilometri…

Appunto, dobbiamo pensare a qualcosa di completamente diverso, non è come per le altre classiche, anche quelle del Nord. Stiamo pensando a un percorso tutto ligure, un’idea in ballo è quella di Arenzano come località di partenza in modo da avere un chilometraggio congruo, ma è tutto in divenire. Quel che è certo è che con pazienza e con professionalità, la Milano-Sanremo per donne sarà presto cosa fatta.

Dal 2020 anche la Parigi-Roubaix ha una prova femminile. Per Sanremo e Lombardia c’è da attendere
Dal 2020 anche la Parigi-Roubaix ha una prova femminile. Per Sanremo e Lombardia c’è da attendere
E per il Giro di Lombardia?

In questo caso ci sarà da aspettare di più. Non dico che il progetto è in un cassetto, lo stiamo vagliando ma come detto dobbiamo procedere per gradi anche in base alle forze a disposizione, alle idee realizzabili. E’ un discorso complicato, bisogna pensare a un tracciato point to point, con località di partenza e arrivo. Non possiamo fare tutto, bisogna costruire un percorso di lavoro. D’altro canto mi pare che di carne al fuoco ce ne sia tanta, da far tremare i polsi…

Il vuoto dentro, i tentativi e il ritiro: Benedetti racconta…

15.02.2023
6 min
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Basta guardare gli occhi nella foto di apertura, da lui pubblicata su Instagram il 7 gennaio, per capire che il cammino di Gabriele Benedetti nel ciclismo fosse al capolinea. Per contro basta guardarlo nella foto con la sua ragazza (che pubblichiamo in conclusione di questo articolo) per rendersi conto della differenza. E così ieri, anticipando la telefonata con un messaggio e un post su Instagram, il campione italiano U23 del 2021 (22 anni) ha annunciato la fine della carriera.

Non è l’addio di Dumoulin e Pinot, non fa rumore come il ritiro di Aru. Però fa capire quanto debbano essere forti le motivazioni per fare il professionista. E come basti qualcosa che si inceppa nella vita di tutti i giorni, per trasformare anche le strade di pianura in salite insormontabili.

L’ultima corsa di Benedetti è stato il Tour du Limousin, chiuso con un ritiro il 18 agosto scorso
L’ultima corsa di Benedetti è stato il Tour du Limousin, chiuso con un ritiro il 18 agosto scorso

Sfortuna cronica

Inizialmente il pensiero è andato alle mille sfortune, a causa delle quali il suo primo anno da professionista si è concluso con 16 giorni di corsa. L’ultimo in cui ha attaccato il numero sulla schiena fu il 18 agosto al Tour du Limousin. Poi la Drone Hopper si è sciolta e la prospettiva di ripartire dalla Colombia ha congelato un entusiasmo già freddo.

«E’ un po’ che ci pensavo – racconta con mezzo sorriso – già dalle vacanze di Natale. Ho parlato con Massimiliano (Mori, il suo procuratore, ndr), ero un po’ in crisi. Avete presente quando proprio non riesci a partire per l’allenamento? Ci ho provato e riprovato, mi era già capitato di avere certi pensieri. Mi sono convinto a ritentare. Ho provato anche a cambiare vita. Sono andato via di casa per vedere se avevo più stimolo. Però, niente. Facevo una settimana o due e poi mi ritrovavo al solito punto…».

Benidorm, dicembre 2021: la maglia tricolore di Benedetti al primo ritiro della Drone Hopper, con Grosu e il preparatore Borja Martinez
Benidorm, dicembre 2021: il tricolore di Benedetti al ritiro della Drone Hopper, con Grosu e il preparatore Borja Martinez
Da U23 ti piaceva la vita del corridore? 

Mi era già successo di avere dubbi nell’ultimo anno, quando ero campione italiano. Non ottenevo più quello che volevo e mi ero un po’ demoralizzato. Ho fatto il campionato italiano, poi ho avuto un incidente e mi sono rotto le costole. L’anno dopo ho iniziato da professionista ed ero contento di partire. Stavo anche bene. Nella prima gara (il Trofeo Alcudia a Mallorca, ndr) ho fatto 30 chilometri e poi mi sono sfasciato un ginocchio. Mi sono risollevato e ho preso il Covid. Un’altra gara e ho preso le placche in gola, con tanto di antibiotici. Sfortuna su sfortuna. Ho cercato di trovare la rabbia per farmi valere, però niente…

Chi era al corrente della tua situazione?

Massimiliano Mori, di queste cose parlavo con lui. I miei genitori e la mia fidanzata. Massimiliano mi diceva che ero uno che valeva, insomma di provarci. Di non preoccuparmi della squadra e la squadra infatti non c’entra niente. All’inizio, quando la Drone Hopper è diventata continental, ci sono rimasto un po’ male, come tutti. Però alla fine mi hanno sempre sostenuto. Solo non avevo più la testa per andare avanti. 

Nel 2018 Benedetti corre i mondiali juniores a Innsbruck: è al secondo anno e arriva 6° a 3’20” da Evenepoel. Con lui c’è Tiberi
Nel 2018 Benedetti corre i mondiali juniores a Innsbruck e arriva sesto a 3’20” da Evenepoel
Eppure l’anno scorso a Benidorm eri sembrato motivato…

Era la prima stagione da professionista, volevo far vedere quello che valevo. Stavo bene, il periodo nero doveva cominciare. 

Quanto è stato difficile prendere questa decisione?

Parecchio, perché poi ho sempre paura di deludere gli altri. Tanti credono in me, la gente quando esco di casa mi parla solo di ciclismo. Quindi ho guardato tanto a questo aspetto. Poi però ho capito che dovevo pensare a stare bene io. In più ci sono state anche delle vicende personali un po’ pesanti, riguardo persone del ciclismo che mi hanno fatto del male. E anche quelle hanno avuto un bell’impatto, succede quando ti fidi di qualcuno che invece ti tradisce.

Vuoi dire di cosa si tratta?

No, ma posso dire che c’è un direttore sportivo che sin dagli juniores era molto vicino a me, che non si è comportato bene. Mi sono fatto prendere, sapeva parlare bene. Insomma, da lì in poi è andato tutto male (altro Benedetti non dice, ma lascia capire che si tratta di vicende personali non legate direttamente al ciclismo, ndr).

Il 19 giugno del 2021, Benedetti diventa tricolore U23 a Bacchereto, in Toscana (photors.it)
Il 19 giugno del 2021, Benedetti diventa tricolore U23 a Bacchereto, in Toscana (photors.it)
E’ tanto che vai masticando questo malumore?

Tanto, sì. Andare in bicicletta mi piace. In queste giornate, un giretto si potrebbe fare, ma non ce la faccio. Una volta sarei partito senza pensarci due volte, invece ora ci penso anche tre.

Come immagini la tua vita?

Non ho avuto tempo di pensarci. Ho preso la decisione senza sapere cosa farò, quindi è tutto in evoluzione. Di sicuro avrò più tempo per la famiglia, mi troverò un lavoro, diventerò una persona normale. Mi impegnerò a fare altro.

Mori dice che ti sei tenuto tutto dentro perché sei molto chiuso.

Sono uno che sta zitto, che non dice niente e questo un po’ mi penalizza. Insomma, nessuno capisce come stai, quello che hai. Sono così, ci provo, ma è il mio carattere. Sono timido, forse per fare il corridore ci vuole più cattiveria.

Giro dell’Emilia 2020, nell’anno del Covid si corre il 18 agosto: Benedetti in azzurro, avrebbe dovuto correre nel Team Monti
Giro dell’Emilia 2020, nell’anno del Covid: Benedetti in azzurro, avrebbe dovuto correre nel Team Monti
Quante volte dovrai ripetere questi concetti?

Purtroppo mi aspetto anche delle critiche, oppure delle chiamate. Però ci ho pensato tanto, è la mia decisione. Quindi chiunque può pensare a quel che vuole, io faccio quel che mi sento.

Chi lo aveva capito anche prima di te?

Sara, la mia ragazza. Siamo insieme da sei anni e parliamo tanto. Lei mi ha tirato su anche nell’anno da campione italiano, perché anche lì ero giù.

Sei uno di quelli che prende le decisioni e poi non torna indietro oppure ti lasci mezza porta aperta?

Non lo so, sinceramente non lo so. Però col tempo si vedrà (Benedetti ha 22 anni, ndr). Insomma se mi ritorna un po’ di voglia, se avrò qualche possibilità. Devo solo vedere se mi passa questo momento o se non passerà mai.

L’unica ad aver capito tutto era già da un po’ la sua compagna Sara, qui in una foto della scorsa estate
L’unica ad aver capito tutto era già da un po’ la sua compagna Sara, qui in una foto della scorsa estate
A casa come l’hanno presa?

Montemarciano, il mio paese, è super appassionato di ciclismo (è lo stesso borgo dell’aretino che ha dato i natali a Rinaldo Nocentini, Francesco Failli e Marco Madrucci, ndr). Mio babbo ha corso in bicicletta e ci è rimasto un po’ così. Anche per lui era una soddisfazione, però purtroppo se ne faranno una ragione.

Averlo annunciato ti ha tolto un peso?

Ho fatto capire quel che provavo, mi sono tolto un peso perché lo tenevo dentro da tanto. Non avevo mai detto niente a nessuno. Insomma finalmente mi sento più libero.