Quanto vale Gaia Realini? Risponde “capo” Josu

10.03.2023
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Sapete quanto tempo ha impiegato Gaia Realini per ambientarsi nella grande Trek-Segafredo? Meno di zero. E questo dà esattamente l’idea dello stupore con cui nella squadra americana stiano scoprendo l’abruzzese che al UAE Tour ha selezionato le più forti in salite e ha poi vinto il Trofeo Oro in Euro a Cinquale.

«Per come è fatta – spiega Josu Larrazabal – si è inserita nel gruppo in modo velocissimo. L’hanno accolta tutti come la giovane che devono curare e un po’ anche proteggere. Ha imparato l’inglese alla svelta e si buttava dentro senza problemi a parlare con tutte, anche quando magari non era ancora padrona della lingua. E questo ha fatto tanto a livello sociale, nel gruppo. Mentre per le prestazioni, mi ha stupito che sia riuscita a vincere così presto».

Josu Larrazabal è il responsabile dei preparatori della Trek-Segafredo
Larrazabal è il responsabile dei preparatori della Trek-Segafredo

Josu è il coordinatore dei preparatori della Trek-Segafredo: sovrintende il lavoro degli interni e coordina il lavoro degli esterni. Così come prima cosa ci tiene a dire che l’allenatore di Gaia Realini è Matteo Azzolini, tecnico di Mapei Sport in appoggio al team americano. Poi si accinge a raccontarci la Realini che ha conosciuto e sta ancora scoprendo corsa dopo corsa, test dopo test.

Che idea ti sei fatto di questa atleta?

La prima cosa è che ha un grosso talento di scalatrice a livello internazionale. Quello magari si sapeva dai risultati e quanto ha già mostrato. Però quando l’ho conosciuta, mi ha stupito il suo approccio al lavoro, la sua capacità di far fatica. Sono le cose che trovi nel profilo degli scalatori e quelli che sono adatti a fare classifica in certe gare. Rispetto al velocista, lo scalatore magari ha una diversa proporzione tra lo sforzo che profonde e il numero di vittorie. Gaia sa che per vincere deve far fatica e a allenarsi più di altre. Ma poi quando la vedi in salita, ti dà l’impressione di essere nel gruppo del WorldTour da tre anni e non da pochi mesi

In salita Realini ha dimostrato di avere il livello delle prime al mondo
In salita Realini ha dimostrato di avere il livello delle prime al mondo
Nel ciclismo maschile lo scalatore puro sparisce davanti ad atleti molto più potenti. Fra le donne, un’atleta come Realini può dire la sua?

Tra le donne non c’è il livello di specialità che c’è nel ciclismo degli uomini. Nel gruppo maschile, lo scalatore piccolino in certe tappe soffre di più, perché la differenza è troppo grossa. Uno scalatore minuto in una tappa di ventagli ha una differenza di watt troppo evidente e rischia grosso. La specializzazione è troppo alta. Il ciclismo delle donne si sta sviluppando molto velocemente, ma la differenza di livello tra gli specialisti non è così evidente.

Motivo per cui Gaia si è vista davanti nei ventagli del UAE Tour?

Il fatto che si sia difesa bene laggiù non è la conferma di questo ragionamento, perché i ventagli del UAE Tour vengono fatti in strade larghe dove non si deve lottare così tanto per la posizione. Non sono come i ventagli su strade strettissime delle gare in Francia, però averla vista così davanti fa capire che lei è forte e si ritaglierà il suo spazio molto più facilmente di quanto accadrebbe a uno scalatore uomo della sua taglia.

In che modo aver fatto ciclocross l’ha aiutata a essere così forte?

Non è una cosa che si vede nei valori, ma certamente serve. I vantaggi che derivano da un’altra disciplina non si vedono nei test, soprattutto se si tratta di sforzi così diverso. La gara di cross è uno sforzo di 45-60 minuti a tutta e quello le ha dato l’endurance e la tecnica che per una scalatrice è sempre preziosa. Però a volte sottovalutiamo il ciclismo su strada. Sembra che se uno è bravo nel ciclocross, sappia far già tutto anche su strada. Ovviamente sei bravissimo a gestire la bicicletta, però il ciclocross si corre tutto sotto i 20 all’ora, mentre in bicicletta si fanno le discese a 80 all’ora che è una cosa completamente diversa. Allora il cross aiuta, la fa più completa. Ma nel ciclismo su strada deve ancora crescere e svilupparsi in modo più completo. Anche la strada ha la sua tecnica e non è per niente scontato.

Cosa vi aspettate da questo primo anno?

Come con tutti i ragazzi appena arrivati, anche con Realini facciamo un programma a lungo termine. Devono fare un incremento nel carico di lavoro, adattarsi a una struttura più sviluppata di di lavoro, con più supporto da parte del direttore sportivo, dell’allenatore, del dottore, dello psicologo, del nutrizionista. Lei adesso sta facendo questi step di adattamento, sapendo di avere davanti un programma di 3-4 anni di sviluppo. Per questo dico che mi ha stupito il fatto che abbia già vinto e in genere sia andata così forte.

Sangalli e Realini alla Valenciana: il cittì azzurro pensa a Gaia per il Tour de l’Avenir
Sangalli e Realini alla Valenciana: il cittì azzurro pensa a Gaia per il Tour de l’Avenir
Un fatto di tempi, quindi?

Ha ottenuto molto velocemente queste performance, sia nel UAE Tour, sia a Cinquale, andando in fuga con Amanda Spratt. Mi sarei aspettato certe cose più avanti, invece sono state una bellissima sorpresa. Però guardiamo sempre lungo termine: dato quello che abbiamo visto, sappiamo che Gaia è già pronta per darci qualcosa subito. Se una ragazza è capace di una partenza così, sono sicuro che arriverà qualcos’altro. Ragionare a lungo termine significa essere consapevoli che potrà diventare un’atleta di riferimento.

Il cittì Sangalli pensa a lei per il Tour de l’Avenir: per Trek-Segafredo andrebbe bene?

Per dire se potrà lottare per vincerlo, bisognerà valutare il percorso. Se c’è dentro una crono piatta magari no, ma se c’è una cronoscalata partirebbe come favorita. A prescindere dal percorso, dovrà imparare ad essere un’atleta completa su tutto. Parlando del suo potenziale, l’abbiamo vista andare in salita al livello di Elisa Longo Borghini che è un riferimento mondiale. Per cui correre contro le più giovani all’Avenir potrebbe metterla nella condizione di fare bene. E se anche il percorso non fosse adatto a lei, andrebbe bene ugualmente se partecipasse. Certe corse fanno crescere a prescindere.

Prima le Ardenne poi il Tour per Carapaz, leader unico

10.03.2023
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Che fine ha fatto Richard Carapaz? L’asso ecuadoriano ha esordito col botto in questa stagione, vincendo il campionato nazionale. Esordio stagionale che ha coinciso con il debutto nella sua nuova squadra, la EF Education-Easy Post. 

A febbraio dunque il re del Giro d’Italia 2019 viaggiava con le ali spiegate. Poi però ecco che la salute ci ha messo lo zampino. Carapaz ha avuto problemi con le tonsille: stop di tre settimane e necessità di rivedere il tutto. 

Carapaz (classe 1993) ha vinto il titolo nazionale davanti a Alveiro Cepeda e Alexander Cepeda (suo compagno)
Carapaz (classe 1993) ha vinto il titolo nazionale davanti a Alveiro Cepeda e Alexander Cepeda (suo compagno)

Riparte dall’Italia

Fa strano infatti vedere uno dei contendenti dei grandi Giri e delle classiche delle Ardenne non essere né alla Parigi-Nizza, né alla Tirreno-Adriatico.

«La sua malattia lo ha rallentato parecchio – spiega il suo direttore sportivo Charly Wegelius – Carapaz è rimasto in Ecuador più a lungo. E’ arrivato in Europa da poco. Abbiamo dovuto rivedere il suo calendario chiaramente. 

«Debutterà alla Milano-Torino il 15 marzo e poi andrà al Catalunya, ma il fatto che ormai sia qui “con noi” è un bel segno. Significa che tutto è sotto controllo. Anche se devo dire, che pur avendolo visto poco, ci siamo sempre mantenuti in contatto in questi mesi».

Almeno dalle sue parti Carapaz ha potuto approfittare del buon clima, dell’altura e anche della presenza di diversi connazionali. Spesso laggiù c’è più di qualche corridore con lui negli allenamenti lunghi e tutto sommato un po’ di “alegria” sudamericana non guasta mai.

Dopo tre stagioni alla Ineos-Grenadiers il campione olimpico è passato alla EF di Wegelius. Ha un contratto fino al 2025 (foto Instagram jcueva7)
Dopo tre stagioni alla Ineos il campione olimpico è passato alla EF di Wegelius. Ha un contratto fino al 2025 (foto Instagram jcueva7)

Carapaz leader

In EF Easy-Post un uomo come Carapaz era forse il corridore che mancava. Il vero leader, quello di personalità. E’ vero che c’è Rigoberto Uran, ma il “vecchio” Rigo non è più un ragazzino e, almeno su carta, Carapaz dà ben altre garanzie.

«Per noi – va avanti Wegelius – Rigo è Rigo. E’ più di un corridore. Credo che resterà con noi per sempre, anche dopo il termine della sua carriera. E’ un corridore importante per il ciclismo e per la EF. Certo, Carapaz aggiunge molto alla squadra. E’ un atleta forte e di qualità e sono convinto che potrà fare bene.

«Sto imparando a conoscere Richard – va avanti il diesse inglese – Da quel che ho visto, valorizza moltissimo il gruppo. Vedo che si tiene in contatto con i compagni e le persone della squadra, partecipa… Poi da buon sudamericano preferisce i rapporti reali a quelli via internet. Ma io sono sicuro che da adesso in poi, quando starà in pianta stabile con noi, si troverà bene. E’ già parte del gruppo».

Ma soprattutto per la prima volta nella sua carriera Richard potrà essere (e sentirsi) il leader unico. Ruolo che non ha mai potuto avere in Movistar prima e in Ineos poi. E questo non è poco, specie se si è sensibili, come ci dicono essere Carapaz.

Al Tour de France, Pogacar ha giocato di fino contro Vingegaard e Carapaz
Al Tour de France, Pogacar ha giocato di fino contro Vingegaard e Carapaz

Ardenne e Tour

Ma dove potrà fare bene? Wegelius parla di Tour de France, senza mezzi termini. Anche se non sarà facile visto che Vingegaard punta sul Tour, Pogacar punta sul Tour, e anche atleti un filo al di sotto di questi due fenomeni fanno rotta sulla Grande Boucle, vedi Mas. Forse per Carapaz il Giro poteva essere un’occasione ghiotta. Però va anche ricordato che alla fine proprio Carapaz, oltre a Vingegaard e Mas è stato uno dei tre atleti in grado di stuzzicare Pogacar in salita. Ricordiamoci del Tour 2021, in particolare dei Pirenei…

«Abbiamo scelto il Tour – conclude Wegelius – perché si adatta molto bene alle sue caratteristiche. C’è poca crono e molta salita. Prevediamo due picchi di condizione per Carapaz: uno per le Ardenne e uno appunto per il Tour che, ripeto, ha un percorso nervoso sin da subito e può essere buono». 

Monaco racconta la Technipes #InEmiliaRomagna

09.03.2023
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I ragazzi del Team Technipes #InEmiliaRomagna si trovano in Croazia, pronti per prendere il via all’Istrian Spring Trophy (in apertura foto Instagram della squadra). Tra di loro c’è anche Alessandro Monaco, uno dei nuovi innesti nel team continental. Per il pugliese, si tratta della seconda gara stagionale, dopo l’esordio al Laigueglia, si tratta di un passaggio delicato dopo l’operazione all’arteria iliacaIl Team Technipes #InEmiliaRomagna si è arricchito di nuove figure all’interno del suo staff, tra cui quella di Leonardo Piepoli. Il preparatore ha lavorato tanti anni insieme a Monaco. 

Piepoli e Monaco si conoscono da molti anni, i due si sono ritrovati alla Technipes #InEmiliaRomagna (foto La Piazza Alberobello)
Piepoli e Monaco si conoscono da molti anni, i due si sono ritrovati alla Technipes #InEmiliaRomagna (foto La Piazza Alberobello)
Alessandro, tu e Piepoli vi trovate di nuovo insieme

Noi due – esordisce Monaco – lavoriamo l’uno accanto all’altro da sempre, lui mi segue da quando sono junior. Abitiamo vicinissimi, praticamente a nemmeno venti chilometri di distanza. Piepoli mi ha allenato in tutti questi anni di carriera. 

E’ una figura di riferimento per te?

Assolutamente. Con Leonardo ho praticamente un rapporto da fratelli, non dico padre e figlio perché lo farei sembrare troppo vecchio (dice con una risata, ndr). Con lui mi confronto su ogni tema, anche prima dell’operazione all’arteria iliaca abbiamo avuto un lungo confronto.

Cassani lo ha elogiato e presentato come un collaboratore, qual è il suo ruolo in squadra?

Fa il suo lavoro, quello del preparatore, sono due le persone che ricoprono questo ruolo: Malaguti e, appunto, Piepoli. Leonardo è un uomo di grandissima esperienza, lavorando anche a stretto contatto con la Movistar, è una figura di riferimento. Ma anche lo stesso Malaguti è un uomo di grande valore, loro due si confrontano con i diesse per decidere come gestire i corridori e per fare il punto sui vari stati di forma.

Lo staff e gli elementi tecnici della squadra sono di prim’ordine (foto Instagram Technipes #InEmiliaRomagna)
Lo staff e gli elementi tecnici della squadra sono di prim’ordine (foto Instagram Technipes #InEmiliaRomagna)
Uno staff di prim’ordine per una continental

Praticamente mi sembra di essere in una professional, sfido a trovare squadre con uno staff uguale o superiore al nostro. Basti pensare ai tre diesse: Coppolillo, Chiesa e Chicchi. Gente che nel ciclismo ha avuto sempre un ruolo di primo piano. Considerate che nello staff sono presenti anche due nutrizionisti, l’attenzione è massima in ogni aspetto.

Ti aspettavi un’organizzazione del genere?

Se devo essere sincero sì. Nei miei anni di esperienza ho conosciuto bene Cassani e so che non è una persona che si muove a caso. A fine 2022, ero indeciso se ripartire ancora da una continental, ma nel momento in cui Cassani mi ha contattato non ho esitato un secondo. Se mi avesse cercato una squadra qualunque non avrei mai affrontato tutto il calvario dell’operazione.

Anche a livello tecnico siete così all’avanguardia?

Vi basti pensare che ognuno di noi ha tre bici, compresa quella da cronometro. Come detto, l’organizzazione è davvero da squadra importante. Al di là di tutte le problematiche che ci sono in generale nel mondo del ciclismo a reperire sponsor e soldi, posso dire che questa squadra ha una grande solidità ed un ottimo progetto di crescita

In inverno il corridore pugliese ha messo nelle gambe tanti chilometri, importanti per il recupero post operazione
In inverno il corridore pugliese ha messo nelle gambe tanti chilometri, importanti per il recupero post operazione
Come sono andati questi primi mesi di lavoro insieme?

Bene, molto bene. La squadra ha fatto qualche ritiro e siamo partiti a correre dal Trofeo Laigueglia, un po’ presto per tirare le somme, ma il calendario è davvero interessante. 

Raccontacelo.

Noi elite, dopo l’Istrian Spring Trophy (iniziato oggi, ndr), correremo gran parte del calendario italiano: Settimana Internazionale Coppi e Bartali, Per Sempre Alfredo, Larciano e Giro di Sicilia. In più ci sono in progetto altrettante gare di livello. Anche i ragazzi under avranno la possibilità di fare corse di primo ordine, con il calendario internazionale in Italia e non solo. 

Sei il corridore più grande ed esperto in squadra, ti senti di ricoprire questo ruolo?

Sono entrato in punta di piedi, c’erano già dei ragazzi che hanno partecipato alla crescita della squadra prima di me, come Dapporto e Ansaloni. Ogni tanto però mi sento di dare qualche consiglio e mi assicuro che non manchi nulla a nessuno, ma in una squadra del genere è impossibile che possa succedere. 

L’esordio in corsa con la nuova squadra per Monaco è arrivato al Trofeo Laigueglia
L’esordio in corsa con la nuova squadra per Monaco è arrivato al Trofeo Laigueglia
Con i più giovani, invece?

Con loro mi sento più “chioccia”. Al Laigueglia, giusto per fare un esempio, ero uno dei pochi ad aver corso con i professionisti. Qualche consiglio mi è capitato di darlo, soprattutto sulla gestione della corsa e l’alimentazione. Quando si fanno gare con distanze così lunghe (200 km, ndr) cambia tutto. 

Il tuo recupero dopo l’operazione come va?

Procede regolarmente, a novembre e dicembre sono riuscito a mettere insieme tante ore di allenamento. Ho iniziato a recuperare anche tono muscolare, aumentando le sessioni di allenamento in palestra, con tanto lavoro di potenziamento e core stability. Dalla clinica in Olanda, quella dove mi sono operato, mi hanno dato una tabella da seguire. Per riprendermi completamente mi hanno detto che ci sarebbero voluti sette o otto mesi, non siamo lontani. Le prossime corse mi aiuteranno a capire di più, è normale che sia così, lo sforzo in gara è differente da quello in allenamento.

Inverno (e dubbi) alle spalle, Roglic è tornato

09.03.2023
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E dire che Primoz Roglic aveva deciso di venire alla Tirreno-Adriatico solo due giorni prima del via da Camaiore. E oggi, alla quarta corsa della stagione, ha subito piazzato un successo. Come solo i veri grandi campioni sanno fare, specie in questo ciclismo.

A Tortoreto, che da un lato si affaccia sugli Appennini innevati e dall’altro sul mare, lo sloveno della Jumbo-Visma ha messo tutti in fila. E lo ha fatto con una volata apparentemente facile, con quella scioltezza di quando la gamba è piena e gira il rapporto con naturalezza.

Dopo sei mesi…

Ma è chiaro che il successo non è stato così scontato. Sul primo passaggio in cima alla collina abruzzese, Roglic si era anche sfilato un po’. Col senno del poi probabilmente non era una questione di gambe, ma tattica: si era fatto sorprendere dall’affondo di Alaphilippe.

Ed ora eccolo qui in sala stampa. Primo. Felice. Sorridente. Scherzoso come poche altre volte.

Questo inverno Roglic ci aveva detto che il suo primo obiettivo era quello di tornare in forma, di tornare ai suoi livelli. Non pensava d alcun traguardo intermedio, né tantomeno a questa o a quella corsa. Non sapeva neanche se avrebbe fatto il Giro o il Tour.

«Quando ho deciso di venire alla Tirreno? All’ultimo minuto. Era importante tornare a correre! Volevo fare un piccolo upgrade dopo l’ultimo stage duro di allenamento e così sono venuto qui. Dopo sei mesi ci voleva. Ora però il mio programma verso il Giro d’Italia resta quello, con Catalunya e altura.

«Ci voleva un po’ per tornare a questo livello – va avanti Roglic – Ma io non ho mai avuto dubbi di farcela. Anche perché sono riuscito allenarmi come volevo. Era più questo quello che mi “spaventava”. Da parte mia mi alleno sempre forte e in corsa cerco di fare sempre il meglio. Quindi questo successo è una sorpresa parziale».

Mostri del passato?

Il finale di Tortoreto però è stato nervoso, più di quel che ci si poteva attendere. Ma forse proprio questo nervosismo, una volta tanto ha sorriso alla causa di Roglic.

Ad agevolarlo verso questo successo infatti ha inciso anche la caduta di Wout Van Aert che, ci hanno detto dalla Jumbo-Visma, essere il capitano designato al via da Greccio. 

Di contro, per Roglic, c’è da dire che questo arrivo ricordava quello della Vuelta 2022, quando lo sloveno era caduto. Un arrivo veloce, di un gruppo ristretto, in cima ad una salita con lui a fare la volata. Si era rotto la spalla sinistra e da lì aveva iniziato il suo calvario autunnale. Un calvario fatto di operazione, placche, ripresa degli allenamenti, dubbi… 

«Un po’ sì: lo ricordava – ammette Primoz – ma tanti arrivi sono così». Nella sua mente quindi non c’erano i fantasmi di Monastero de Tentudia, ma solo la concentrazione per l’arrivo di Tortoreto.

Primoz ha cercato, ed è riuscito, ad essere freddo. Ha controllato fino alla fine e quando ai 300 metri si “scollinava” per le semicurve del traguardo, si è fatto intelligentemente sfilare e si è così preparato allo sprint vincente.

Per la cronaca Alaphilippe, nervoso dopo l’arrivo, è andato subito a rivedere lo sprint dietro al palco. Anche se va detto che il francese è stato il primo a complimentarsi con lui. Al contrario di Van Aert che con il sedere sanguinante mentre passava 7’40”, lo cercava con gli occhi sul podio e una volta incrociato lo sguardo ha alzato il braccio al cielo.

Fortuna e squadra

Prima abbiamo detto che la caduta di Van Aert, in qualche modo ha aperto le porte a Roglic.

«Vero – prosegue lo sloveno – la caduta di Wout un po’ ha inciso. Le cose cambiano in fretta in corsa e noi siamo stati bravi a riorganizzarci. E sono stato anche fortunato ad evitare la caduta. Un po’ di fortuna ci vuole sempre.

«Ora pensiamo a domani e dopodomani. Vediamo come starò. Intanto è stato bello tornare a stappare lo spumante. E stasera mi raderò i peli! Avevo detto che lo avrei fatto dopo la prima vittoria».

Il gruppo ritrova ufficialmente un suo grande interprete. Se qualcuno aveva qualche dubbio adesso sa che Roglic è tornato.

Pidcock più biker o stradista? Risponde Fontana

09.03.2023
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Nonostante successi sempre più prestigiosi su strada, Tom Pidcock continua a lanciare messaggi d’amore alla mountain bike. A volte diretti, come quando dice: «Io sono e resterò un biker». A volte indiretti, quando dice: «Non cambierei i successi su strada con la vittoria delle Olimpiadi in mtb». Ma da cosa si percepisce che è un biker? Proviamo a capirlo con Marco Aurelio Fontana, super ex della mtb.

Il “Fonzie” nazionale ha visto Pidcock in azione sia su strada che in mtb (e anche nel cross). Lo vede muoversi nei due ambienti e sulle due bici e una sua idea ce l’ha, eccome…

Biker inside

«Il fatto stesso – dice Fontana – che dopo una vittoria come la Strade Bianche, Tom non abbia detto: “Adesso voglio una Roubaix”. Oppure: “Punto ad un altro grande successo su strada”, la dice lunga. Uno stradista avrebbe risposto diversamente».

In Ineos Grenadiers è proprio Tom l’uomo per il Tour de France, ma questo oltre alle gambe, richiede una concentrazione e un approccio nei mesi precedenti di grande disciplina. Non fraintendeteci, non vogliamo dire che Pidcock sia  poco serio negli allenamenti, anzi si allenava pure con la spalla rotta per non saltare le Olimpiadi, ma di certo la classifica nei grandi Giri richiede un altro impegno.

Le gare che vorrebbe fare in mtb, come le prove di Coppa del mondo, non sono così scontate. C’è tutto un percorso di programmazione: carico, scarico, gare, altura… da seguire. In qualche modo sei più vincolato e meno “selvaggio”.

«In effetti – va avanti Fontana – sono paletti importanti. Un conto è andare al Tour come lo scorso anno per vincere una tappa o fare esperienza, e un conto è andarci per fare classifica. Io non ho mai fatto un Tour, ma tutti gli amici stradisti con cui parlo mi dicono che c’è una pressione senza eguali, specie per chi punta alla maglia gialla.

«Poi è anche vero che Tom ci ha sorpreso tante volte. Lui è uno di quei fenomeni… che si è messo tra i fenomeni. Uno di quelli che ha cambiato il ciclismo. Prima Sagan, poi Van der Poel e Van Aert, poi ancora Pogacar ed Evenepeol… adesso c’è lui. Magari riesce a stare bene anche in quel contesto.

«Mi dicono che tutte le squadre WorldTour sono serie, delle scuderie da F1, ma la Ineos lo è ancora di più. Magari alla fine avranno ragione loro. E se non è quest’anno, il Tour lo vince fra 2-3 anni e quel video della folle discesa postato sui social – per dire del suo spirito da biker – è meno fuori contesto».

Pidcock tecnica
Secondo Fontana, Pidcock è un “biker inside”, ma è anche molto maturo e per questo si adatta bene alla strada… anche mentalmente
Pidcock tecnica
Secondo Fontana, Pidcock è un “biker inside”, ma è anche molto maturo e per questo si adatta bene alla strada… anche mentalmente

Giovane maturo

L’analisi di Fontana va avanti. Fonzie cerca di spiegarsi facendo ricorso ai paragoni con i colleghi di Pidcock, uno su tutti, Mathieu Van der Poel, chiaramente, biker anche lui.

«Al netto del suo essere biker dentro, Tom mi sembra più maturo dell’età che ha. Ha un approccio molto più adulto alle gare rispetto a Van der Poel, per dire. Alla sua età Mathieu arrivava e vinceva perché aveva una super gamba, una forza incredibile, ma “non lo sapeva”. Più volte ho detto: “Ragazzi quando questo qui si accorge di cosa sta facendo vincerà meno, perché automaticamente penserà di più! E così è andata, qualche problemino lo ha avuto anche lui dopo aver preso consapevolezza. 

«Era difficile dopo un evento vedere VdP più o meno contento a prescindere dal risultato. Tom invece dopo il quarto posto nel mondiale di mtb lo scorso anno era deluso. Lo vedo dunque più sul pezzo, più consapevole, più grande della sua età».

E questo potrebbe essere un punto a suo favore tornando a pensare a quella sfida chiamata Tour de France.

Per Fontana, Tom ha una posizione “da biker”: più avanzato sui pedali, più alto di spalle e più raccolto col busto rispetto agli stradisti puri
Per Fontana, Tom ha una posizione “da biker”: più avanzato sui pedali, più alto di spalle e più raccolto col busto rispetto agli stradisti puri

Posizione personale

Fontana poi rivede il biker anche da un punto di vista tecnico. E fa un’analisi tecnica della sua pedalata. E lo fa partendo proprio da una frase di Pidcock dopo la vittoria di Siena, quando l’inglese ha detto: «Vedevo gente che faceva fatica sullo sterrato, mentre io ero a mio agio».

«Tom pedala da biker – spiega Fontana – e lo vedo ancora di più quando è nel contesto delle gare coi pro’ su strada. Lo riconosco subito. Lo stesso Van der Poel, è più stradista. Lui ha una pedalata potente, piena, quella di Tom non è così…

«Non è facile da spiegare, ma non si tratta neanche di alta cadenza. Anzi, quella magari a volte è anche più bassa, solo che quando cambia la pendenza e si fa più dura resta sempre quella. In questo senso mi ricorda Miguel Martinez.

«Anche la posizione è diversa. Gli altri sono allungati, distesi sulla bici. Tom ha un attacco più corto, il telaio della giusta misura perché deve e vuole guidare in quel mondo. In questo mi rivedo molto in lui. Non gliene importa nulla di spianarsi sulla bici perché deve andare a 50 all’ora. Va in bici come piace a lui. Non fa come gli altri che si adattano».

La prima di Vigilia in Croazia. E la crescita prosegue

09.03.2023
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Mentre stava tagliando il traguardo dell’Umag Trophy sul suo viso la smorfia di fatica si è trasformata in un sorriso. E l’indice della mano sinistra indicava il cuore, gli sponsor, la squadra. Alessia Vigilia ha aperto marzo vincendo in solitaria in Croazia la sua prima gara UCI, regalando alla Top Girls Fassa Bortolo un bell’inizio di stagione.

Il sigillo della 23enne di Bolzano – che in queste ore è impegnata nel Trofeo Ponente in Rosa – è stata la finalizzazione di un periodo nel quale la stessa Vigilia aveva mostrato di avere una discreta forma. Qualche giorno prima di Umag, era arrivato un convincente segnale in Belgio alla Het Hageland chiudendo nel gruppetto delle migliori regolato allo sprint da Wiebes davanti a Bastianelli e Cordon-Ragot. Lecito quindi per Alessia, come ci ha spiegato lei, guardare al resto del 2023 con fiducia ai nuovi traguardi, magari rispolverando quel talento mostrato da junior.

Vigilia alla Het Hageland ha tenuto duro sugli strappi, chiudendo nel gruppetto delle più forti
Vigilia alla Het Hageland ha tenuto duro sugli strappi, chiudendo nel gruppetto delle più forti
Quest’anno la condizione è arrivata presto. Era voluto?

A dire il vero non proprio, perché inizialmente non dovevamo partecipare al UAE Tour. Lo abbiamo saputo solo due settimane prima e la nostra preparazione non era al top. Però tutte noi ragazze ci siamo subito rimboccate le maniche e ci siamo messe sotto con gli allenamenti. Alla fine credo che sia stato un bene partire a correre dagli Emirati, anche se il livello era molto alto.

Che trasferta è stata?

Innanzitutto una bella esperienza in generale per la nostra squadra. Ci siamo fatte vedere in fuga, ci siamo prese un po’ di visibilità. E lo abbiamo fatto scontrandoci con formazioni WorldTour. Le tappe non sono state semplici. C’era nervosismo perché era una delle prime gare importanti dell’anno. Poi c’era tantissimo vento. Abbiamo imparato tutte noi ragazze a fare i ventagli in mezzo ad atlete più esperte.

Prove generali per il Belgio dove hai colto un buon ventesimo posto dove la qualità era forse ancora più alta.

Esattamente, poi sapete anche voi com’è correre al Nord. Tutto un altro mondo (sorride, ndr). La Hageland praticamente è la rivincita della Het Nieuwsblad del giorno prima. Non è una gara semplice anche se non è WorldTour. Ho patito il freddo, ero una delle poche con i gambali. Ho sofferto sugli strappi ma ho tenuto duro. Negli ultimi 10 chilometri sono rimasta davanti quando il gruppo si è frazionato per andare a prendere le otto fuggitive. Da quel momento siamo andate fortissimo e alla fine ho finito in fondo al primo gruppo. Onestamente non potevo fare di più visti i grandi nomi che mi erano attorno. Vale quasi più questo piazzamento che la vittoria di qualche giorno dopo (sorride, ndr).

Con una gamba così ti sentivi favorita in Croazia?

No però è ovvio che ci sono andata con una grande carica mentale, sapendo comunque che potevo contare anche sul supporto della squadra. Infatti devo ringraziare in particolare Giorgia (la sua compagna Bariani, ndr) perché nelle fuga decisiva ha lavorato tanto per me. Ci siamo confrontate con Davide in ammiraglia (il diesse Gani, ndr) e abbiamo pensato alla tattica. Eravamo in dieci e volevamo anticipare la volata perché sapevamo che con Carbonari eravamo battute. Anzi, mi ricordavo che con Anastasia mi ero trovata in fuga nel 2019 in una gara open e mi aveva battuta nettamente. Stavolta sul terzo degli ultimi tre strappi sono partita in contropiede ed è andata bene. Diciamo che sono stati due risultati che significano che sto bene.

Giovani azzurre. Teocchi, Tonetti, Gasparrini, Borghesi, Vigilia, Piergiovanni, Tormena e Masetti a Calpe con la nazionale (foto instagram)
Giovani azzurre. Teocchi, Tonetti, Gasparrini, Borghesi, Vigilia, Piergiovanni, Tormena e Masetti a Calpe con la nazionale (foto instagram)
Sul traguardo hai reso omaggio un po’ a te e un po’ alla squadra.

Soprattutto alla squadra. Devo ringraziare tanto Lucio (il team manager Rigato, ndr) che mi ha dato fiducia e che nell’ultimo anno e mezzo mi ha rimesso in piedi. Volevo arrivare da sola proprio per avere il tempo necessario sulla linea d’arrivo di dedicare a lui e alla società questa vittoria. Qua sto imparando nuovamente a fare il corridore dopo anni bui e sto continuando a crescere.

Nel 2022 ti eri riguadagnata la maglia azzurra. Sangalli cosa ti ha detto dopo la vittoria di Umag?

Ci siamo visti alla Strade Bianche e mi ha fatto i complimenti. Anche lui mi ha aiutato dal punto di vista mentale durante il ritiro invernale con la nazionale. Per me è stato importante svolgere quel volume di lavoro, è stato molto proficuo e ne sento il beneficio.

Oltre a voler passare nel WorldTour quali altri obiettivi hai per quest’anno?

Naturalmente vorrei anch’io trovare un contratto in una formazione importante, ma non mi faccio aspettative per il momento. Per fare il salto nella categoria superiore bisogna essere pronti e poi bisogna essere altrettanto pronti per poterci rimanere. Quello è il difficile. Intanto per quest’anno punto a voler fare molto bene agli italiani a crono, che per me è collegato strettamente alla convocazione in nazionale. Voglio dare qualche certezza in più a Paolo (il cittì Sangalli, ndr). Poi vorrei fare bene il Giro Donne. Non ho un obiettivo specifico, se non quello di centrare una bella fuga, magari a lunga gittata che può arrivare al traguardo.

La attuale Alessia Vigilia sta tornando a quella junior di cui si parlava tanto bene?

Le sensazioni sono buone. Non mi pesa fare fatica, perché quando stai bene psico-fisicamente è una fatica bella (sorride, ndr). Posso dire che mi si è riaccesa la fiammella della speranza di poter avere un futuro in bici. Non ho pressioni da nessuno però devo continuare su questa strada. A cominciare da questi giorni di gara in Liguria dove sono pronta a mettermi a disposizione delle compagne o per puntare a qualcosa di personale.

Bruttomesso, partenza a razzo pensando alla Bahrain

09.03.2023
5 min
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Una vittoria e 3 secondi posti in 4 gare. Sarebbe stato difficile anche solo pensare un miglior inizio di stagione per Alberto Bruttomesso, al suo secondo anno fra gli under 23. Il suo primo e ultimo nel Ctf, avendo già in tasca il contratto con la “squadra madre”, ossia la Bahrain Victorious. Una partenza bruciante, anche se forse quel secondo posto alla San Geo, la classica di apertura, poteva aver lasciato un po’ d’amaro in bocca, secondo quella vecchia regola che nel ciclismo non c’è podio che tenga, conta solo chi vince.

Dopo il poker di gare, Bruttomesso è “tornato in cantiere” a preparare i prossimi appuntamenti, ma intanto riguarda indietro a quanto ha fatto, al suo inizio bruciante: «Non mi sarei davvero aspettato una partenza così fulminante. Sono davvero contento, è frutto di un inverno passato bene, senza intoppi, pensando solo alla preparazione e passato per il ritiro in Spagna insieme ai ragazzi della squadra maggiore, un’esperienza illuminante. Ma credo che dietro questo inizio ci sia anche un’altra ragione più profonda».

Foto di rito in Spagna, nel ritiro congiunto della Bahrain Victorious con il Ctf, suo team Devo (foto instagram)
Foto di rito in Spagna, nel ritiro congiunto della Bahrain Victorious con il Ctf, suo team Devo (foto instagram)
Quale?

La mia preparazione è un po’ cambiata, quest’inverno ho potuto fare più ore in bici e più lavori specifici avendo più tempo a disposizione. Lo scorso anno c’era ancora la scuola e quindi avevo meno ore a disposizione, uscivo il pomeriggio finché non faceva buio. Ora posso pensare solo alla mia attività sportiva e la differenza si vede.

La scuola ti impegnava molto anche mentalmente?

Sì, era pesante soprattutto dovendo preparare l’esame di maturità e questo si rifletteva un po’ su tutta l’attività ciclistica, anche se non posso certo lamentarmi di quel che ho ottenuto nel 2022. L’esame però è andato bene, ho avuto anche un voto alto e non era assolutamente facile. Ora sicuramente posso affrontare tutto con più concentrazione e tranquillità.

Mattiussi (a sinistra) ha cambiato la preparazione di Bruttomesso, con più ore di lavori specifici
Mattiussi (a sinistra) ha cambiato la preparazione di Bruttomesso, con più ore di lavori specifici
Chi è il tuo preparatore?

Alessio Mattiussi, che proprio sapendo che avevo più tempo e testa, ha costruito per me una tabella ad hoc che seguo fedelmente e che mi sta facendo crescere.

Tu hai già in tasca il contratto con la Bahrain per il 2024. Il team principale si sta già interessando a quel che fai, ti sta seguendo nella tua crescita?

Sicuramente, intanto con 5 ragazzi del team abbiamo fatto quel ritiro prestagionale in Spagna che è stato molto importante per impostare la stagione e capire dove posso arrivare. Fusaz da quest’anno lavora sia con noi del CTF che con loro, so che il contatto è continuo e questo è importante perché ci fa già sentire della famiglia.

Questo in qualche modo influisce sulle tue prestazioni, ti senti osservato?

Non direi che cambi le cose. Io quando metto il numero di gara voglio sempre dare il 110 per cento. Di certo è uno stimolo in più, ma non sento particolare pressione, quando corro penso solo a fare il meglio per vincere, diciamo che mi scatta l’adrenalina e vado…

Una vittoria e tre piazze d’onore, si sarebbe portati a pensare che siano state prove molto simili fra loro e che questo abbia favorito la tua costanza ad alti livelli. E’ così?

No, erano prove piuttosto diverse. Iniziamo dalla San Geo, la conoscete tutti, gara con 2.000 metri di dislivello e un finale selettivo, se non vai davvero forte non emergi. Ho cercato lì di fare gara dura e più del risultato, mi ha fatto piacere scollinare davanti, eravamo in tre. Alla fine la volata è stata di una ventina di atleti. Il giorno dopo a Misano (immagine di apertura, photors.it) si gareggiava in circuito, poteva essere un percorso più semplice ma il tempo terribile ha reso la gara molto dura e lì è arrivata la vittoria.

Nel secondo weekend?

A Polese la prima parte era piatta ma poi c’erano tre salite e tutti si sono messi a spingere per eliminare gli uomini più veloci, anche lì alla fine ce la siamo giocata in non più di 25. Domenica invece era un percorso più corto e si è andati sparati, media finale di 47 chilometri orari. Io comunque ho dimostrato di esserci sempre. Ora concordato con il team c’è qualche giorno di sosta, poi inizieranno le trasferte all’estero, già dal 17 con due prove in linea prima del grande appuntamento della Gand-Wevelgem.

Bruttomesso punta ora alle prove estere, in attesa di una chiamata in nazionale (foto instagram)
Bruttomesso punta ora alle prove estere, in attesa di una chiamata in nazionale (foto instagram)
Come ti trovi nel team?

Molto bene, con i dirigenti ci sentiamo quotidianamente per parlare degli allenamenti ma anche per stringere i rapporti umani che sono fondamentali. Quando sono arrivato, conoscevo già qualche ragazzo, ma ora siamo davvero un gruppo unito di amici, ho con tutti un buon rapporto e questo si vede anche in corsa, realizzare le strategie previste è molto facile così.

Dopo una partenza così, le tue aspettative sono cambiate?

Diciamo che non guardo tanto alle gare e ai risultati, proprio in previsione di quel che sarà dal prossimo anno. Voglio migliorare come corridore, soprattutto in salita ma senza perdere il mio spunto veloce. Per questo la mia prestazione alla San Geo mi ha rincuorato, la strada è quella giusta. Prima reggevo poco il fuorigiri, ora tengo molto di più. Il prossimo anno salgo nel ciclismo che conta e voglio farmi trovare preparato da ogni punto di vista.

Puccio: «Per fare il regista bisogna essere portati»

09.03.2023
5 min
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Capitano in corsa, direttore sportivo in gruppo, road capitan, regista… chiamatelo come volete, ma il corridore cui il direttore sportivo dà “le chiavi” della squadra è sempre affascinante. Implica acume tattico, lucidità, gambe chiaramente, e anche personalità. Tutte qualità che risiedono in Salvatore Puccio, che tra l’altro non è alla Tirreno in quanto sta aspettando il suo primogenito, Tommaso.

«E’ questione di ore. Per questo ho “barattato” la Tirreno con il Catalunya. La squadra è stata gentile. Mi hanno detto loro di restare a casa vicino a mia moglie». 

Più volte abbiamo coinvolto il corridore della  Ineos Grenadiers per parlare di gregari e di squadra, stavolta vogliamo un suo parere su quanto visto in Francia alla Challenge Anthony Perez. Senza radioline, i direttori sportivi parlavano con i ragazzi e loro eseguivano.

Vi abbiamo detto per esempio, come Tommaso Bambagioni, eseguiva ciò che Gianluca Oddone dall’ammiraglia e Andrea Bardelli da bordo strada gli dicevano. E lui riportava ai compagni. Ma allo stesso tempo si muoveva lui stesso in gruppo in base a ciò che vedeva.

Ebbene, Salvatore questo ruolo s’impara oppure bisogna averlo nel Dna?

Si può anche migliorare, ma devi esserci portato sin da ragazzino. Devi vedere la corsa. Avere lucidità e intelligenza. E in questo ruolo il vero fenomeno era Chris Froome. 

E cosa faceva il vecchio Chris?

Lui aveva sempre tutto sotto controllo. Magari era proprio Chris che, in corsa, faceva il “giro dei ragazzi” e ci chiedeva come stavamo. E se qualcuno era stanco gli diceva di staccarsi… se si poteva. Oppure se sapeva che il giorno dopo quel corridore gli sarebbe potuto essere utile, gli diceva di mollare gli ultimi 30 chilometri.

Da ragazzini magari a questo non ci si arriva, ma qualcosa si può fare?

Premetto che per me da ragazzini il road capitan non dovrebbe esserci, perché tutti dovrebbero avere le stesse possibilità. Se ti metti a tirare per gli altri, quando passi professionista? Poi però mi rendo conto che oggi il livello è ben più alto anche tra i giovani e che si ricorre a certe cose. Ma lo vedo anche dalle interviste di questi ragazzini: «Oggi ho lavorato per…». «Abbiamo fatto il forcing su quella salita».

Regista esperto e gregario dalle gambe buone, un corridore come Puccio (al centro) è prezioso anche per la nazionale
Regista esperto e gregario dalle gambe buone, un corridore come Puccio (al centro) è prezioso anche per la nazionale
Una bella differenza rispetto al tuo ciclismo?

Sì, ai miei tempi quando avevi la gamba, andavi… e via. Eri superiore e poche tattiche. Oggi hanno strumenti e materiali al top. Io mi allenavo con un “vecchio Polar” che una volta funzionava e tre no!

A quando risalgono le tue prime gare da capitano in corsa?

Tra gli under 23, eravamo un po’ più organizzati. C’erano le prime radioline. Però ricordo che già la Vangi di Ulissi tra gli juniores correva più da squadra, ma non la mia. Oggi invece il road capitan si usa molto. Deve prendere delle decisioni soprattutto se c’è una fuga fuori. Deve decidere se andare a tirare, se ignorarla o se magari mettere un uomo a dare una mano.

E da quando hai iniziato a farlo tra i pro’?

Dopo il terzo o quarto anno, adesso di preciso non ricordo, ma non prima. Non prima perché sono arrivato con i piedi per terra e a noi giovani non davano certi ruoli. Non è come oggi che i ragazzini passano, sono subito leader e ti mandano anche dietro a prendere l’acqua!

Oggi sei uno dei registi più esperti. Il fatto stesso che sia stata la Ineos a dirti di restare a casa in vista della tua imminente paternità e non sei stato te a chiederlo, la dice lunga sulla tua personalità e la tua importanza nel team. Da ragazzino invece com’era Salvatore Puccio in gruppo?

Da piccolo ero scaltro, vincevo tanto. Vedevo la corsa e riuscivo a muovermi nel momento giusto. Ero in una squadra piccola ed ero abituato a fare da solo. E in qualche modo anche questo è stata una scuola. Se vuoi emergere ti devi svegliare. Se poi avevi la gamba era anche più facile. E io avevo spesso la gamba.

Giro 2020, tappa di Camigliatello: Ganna e Puccio in fuga. Pippo tira e Salvatore (dietro) lo invita a mollare. Scelta che si rivelerà vincente
Giro 2020, tappa di Camigliatello: Ganna e Puccio in fuga. Pippo tira e Salvatore (dietro) lo invita a mollare. Scelta che si rivelerà vincente
Negli juniores, la categoria che abbiamo visto noi, non ci sono le radioline. E’ dunque più difficile fare il regista? O magari è più facile perché la tattica è quella decisa prima del via e basta?

Sicuramente con le radioline è più facile per certe cose, come comunicare con l’ammiraglia o cambiare le carte in corsa, ma in realtà è tutto diverso. Ricevi tante informazioni e se non le ricevi dalla radio le vedi sul computerino che con le mappe impostate prima della corsa ti mostra il punto pericoloso, dove inizia la salita… Il discorso semmai è che queste informazioni ce le hanno tutti. E tutti prima del punto pericoloso vogliono stare davanti. Così si va più forte. Il ruolo del regista è capire quando andare davanti, perché poi risalire il gruppo non è facile.

Quindi, ricapitolando, per essere un buon regista bisogna esserci portati, cavarsela da soli sin da ragazzini e accumulare esperienza tra i pro’. C’è una volta in cui grazie alle tue dritte siete riusciti a vincere?

In generale nelle corse italiane. Perché alla fine le strade te le ricordi, le riconosci e quindi riesci a muoverti bene e a far muovere bene la squadra. Per esempio ricordo quando Ganna vinse a Camigliatello Silano.

Raccontaci!

Quel giorno eravamo in fuga entrambi. Pippo stava bene e tirava il triplo degli altri. Allora gli ho detto che se eravamo in fuga era anche perché da dietro “decidono” così. E quindi una volta preso un buon vantaggio era inutile che continuasse a tirare in quel modo. «Tieniti le forze per quando il gruppo aumenterà nel finale». Così ha fatto e infatti sull’ultima salita volava.

Andreaus: il 2022 per prendere le misure, ora si cresce

08.03.2023
5 min
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Marco Andreaus si affaccia alla sua seconda stagione da under 23 con tante aspettative. Il 2022 è scivolato via con un alcuni buoni risultati, tra cui il primo podio nella categoria. Il diciannovenne trentino ha preso le misure tra gli under 23, come un sarto, ed ora è pronto ad affrontare il 2023. 

Andreaus nel 2022 alla Due Giorni Alessandro Bolis ha conquistato il primo podio in maglia CTF (photors.it)
Andreaus nel 2022 alla Due Giorni Alessandro Bolis ha conquistato il primo podio in maglia CTF (photors.it)

Esperienza e apprendimento

In questa seconda stagione gli verrà chiesto di alzare l’asticella, consapevole che corri in una delle squadre più in mostra: Il Cycling Team Friuli.

«Il primo anno l’ho preso più per esperienza – dice Andreaus – quando avevo la scuola ho fatto molte gare regionali. Corse adatte a corridori di primo anno, lì appunto abbiamo ingranato la marcia. Ad aprile sono iniziate le internazionali e mi sono ambientato in qualcosa di diverso, più impegnativo. Devo dire che la prima parte del 2022 è andata bene, abbiamo seguito il percorso di crescita prefissato. Una volta fatto l’esame di maturità ho staccato un attimo dagli allenamenti. Nel finale di stagione ho iniziato ad andare abbastanza forte, sono andato a correre il Giro di Slovacchia con i professionisti. E’ andato molto bene se pensate che in una tappa sono riuscito anche ad arrivare undicesimo».

Obiettivo professionisti

Correre da under 23 in un team come il CTF è fonte di grande ispirazione, si tratta di una squadra che permette ai propri ragazzi di crescere. I passi sono quelli giusti, soprattutto se si considera il supporto che arriva dalla Bahrain Victorious. 

«Aver visto – continua – come si comportano i professionisti e come si sta all’interno del gruppo è stato molto interessante. Capire come viene gestita una corsa e vedere come ci si muove sulla strada è stato stimolante. Ho notato, com’è giusto, che c’è ancora tanto da lavorare, perché nel finale, quando aprono il gas è tutto un altro andare. Però penso di essere sulla via giusta di crescita, già quest’inverno in cui mi sono riuscito ad allenare senza la scuola ho sentito tanto la differenza. Ho aumentato le ore e i carichi, facendo esercizi con maggiore intensità.

«A gennaio ho avuto anche la possibilità di andare in ritiro in Spagna e con il caldo sono riuscito ad allenarmi meglio rispetto allo scorso anno. Nel mese di dicembre, invece, complice anche il freddo, ho fatto molto scialpinismo. E’ stato un bel modo per mantenersi in movimento, la squadra era d’accordo e il riscontro è stato positivo. Nel 2023 mi sono posto l’obiettivo di fare il famoso salto di qualità, mi sono posto anche il focus di partecipare alle gare internazionali ad aprile e provare a correre in testa. Fare del mio meglio insomma».

Già nel 2022 Andreaus (il secondo da sinistra) ha avuto modo di fare degli stage insieme ai corridori della Bahrain Victorious
Già nel 2022 Andreaus (il secondo da sinistra) ha avuto modo di fare degli stage insieme ai corridori della Bahrain Victorious

Belgio e prospettive

Renzo Boscolo, in una recente intervista, ci aveva anticipato che i suoi ragazzi avranno la possibilità di andare a correre al Nord. Un cambio, anzi un’opportunità in più, che permetterà loro di uscire dalla comfort zone. 

«Andare in Belgio è un’avventura che non voglio perdere – dice Andreaus – punterò ad essere nella squadra che andrà su o comunque a partecipare al maggior numero di corse. Siamo andati tante volte a correre all’estero, però sempre verso est, anche perché attaccata a noi c’è la Slovenia e in un’ora, massimo due ore di macchina, si arriva in Croazia. Penso che il Belgio sia l’ambiente adatto a me, i percorsi si avvicinano molto alle mie caratteristiche, non vedo davvero l’ora di provarci».

«Il progetto CTF – conclude – si vede, è concreto. Avere davanti corridori che sono passati in questa squadra ed ora sono nel mondo dei professionisti dà morale. Fa capire a noi giovani che la squadra c’è e si lavora bene, questo ci stimola a lavorare meglio e impegnarci. Anche avere la possibilità di allenarsi con corridori della Bahrain nei vari stage è incredibile. Ho avuto la fortuna di andare a Calpe con loro sia l’anno scorso che quest’anno ed ogni volta è stato un sogno».

In famiglia c’è un altro ciclista: si tratta di Elia, fratello piccolo di Marco (a sinistra, photors.it)
In famiglia c’è un altro ciclista: si tratta di Elia, fratello piccolo di Marco (a sinistra, photors.it)

Un piccolo “rivale”

Marco Andreaus in casa ha un rivale, se così vogliamo simpaticamente definirlo, si tratta del fratello minore: Elia.

«E’ un 2006 – racconta il fratello grande – ed è appena passato nella categoria juniores, ha esordito settimana scorsa. Andiamo molto d’accordo, anche se non siamo mai usciti insieme in bici per allenarci, da quest’anno però qualche lungo magari lo faremo l’uno accanto all’altro. Elia mi chiede tante cose e mi ascolta, anche se – dice con una risata – prova a battere tutti i miei record, diciamo che c’è una rivalità sana in casa. Ha seguito il mio stesso percorso: da allievo ha corso al Veloce Club Borgo, mentre da junior è passato al Team Assali Stefen Omap».