La prima di Vergallito. La scelta era stata giusta

05.06.2023
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Primi mesi da professionista per Luca Vergallito e i risultati cominciano ad arrivare. Risultati utili per togliere quel velo di scetticismo che aveva coperto il suo ingaggio all’Alpecin Deceuninck (squadra Development) in virtù della vittoria nel concorso Zwift, esattamente come prima di lui aveva fatto Jay Vine. I commenti social tesi allo scetticismo ormai sono parte del passato, perché il venticinquenne milanese inizia a mostrare di che pasta è fatto.

Sesto alla Fleche Ardennaise e 15° al Giro di Norvegia, poi l’acuto all’Oberosterreich Rundfarth, prova a tappe austriaca dove in un sol colpo ha conquistato tappa finale e classifica generale, da vero “bandito” com’è il suo soprannome nel mondo delle due ruote. E’ il momento giusto per fare il punto della situazione, considerando che chi corre in una squadra devo è sempre soggetto a vincoli, come l’impossibilità a confrontarsi con i migliori nelle prove WorldTour.

Vergallito solo al traguardo, battuto lo spagnolo Carda, secondo in classifica a 1″, 3° Messmer (AUT) a 9″
Vergallito solo al traguardo, battuto lo spagnolo Carda, secondo in classifica a 1″, 3° Messmer (AUT) a 9″

«E’ stato tutto come mi aspettavo – racconta Vergallito di ritorno dall’Austria – mi trovo in una squadra molto ben organizzata dove gli atleti sono seguiti bene, sia dal punto di vista dell’allenamento che da quello logistico per le trasferte, esattamente quello che ci si aspetta da una formazione WorldTour (Vergallito è tesserato con il Development Team, ndr), quindi diciamo che le aspettative sono state rispettate».

Tu avevi messo un po’ da parte le tue aspirazioni ciclistiche prima del concorso, che ciclismo hai ritrovato?

E’ un ciclismo diverso, questo è indubbio. Io avevo gareggiato fino alla categoria under 23, era un modo di correre più anarchico con prove più nervose, qui invece c’è un copione che di regola viene rispettato. Nelle prove che ho fatto, il gruppo gestisce la fuga iniziale e poi ci si gioca quasi sempre la corsa nelle fasi finali, come si vede in televisione. Nelle categorie inferiori c’è molta più confusione nello svolgimento.

Vergallito aveva chiuso la sua carriera nel 2017, ora la ripresa grazie al concorso Zwift
Vergallito aveva chiuso la sua carriera nel 2017, ora la ripresa grazie al concorso Zwift
In Austria hai fatto saltare il banco nell’ultima tappa. Com’è andata?

Si è deciso tutto sull’ultima salita, di 10 chilometri, eravamo una decina davanti compreso il leader della classifica, il belga Timo Kielich che aveva vinto le ultime due tappe. Gli austriaci hanno fatto un gran ritmo e si è fatta selezione, poi ai -4 è partito lo spagnolo Oscar Cabedo Carda e mi sono accodato, per poi partire a mia volta a due chilometri dalla conclusione mantenendo sempre qualche metro di vantaggio. Alla fine ho scoperto che avevo recuperato tutto il distacco delle prime tappe facendo bottino pieno.

Rispetto agli inizi dell’anno sei andato sempre in crescendo. In squadra ti hanno dato un ruolo definito o si cambia in base alla gara?

Per ora ho ancora poche esperienze, ho corso ancora abbastanza poco e non saprei dare una risposta chiara. Molto dipende comunque da qual è la gara, da come ci si presenta, il profilo altimetrico, la forma raggiunta in quel periodo… Io ho iniziato in aprile con il Circuito delle Ardenne dove avevamo un paio di ragazzi messi bene in classifica e ho lavorato per loro. La Fleche era una corsa molto dura, inizialmente avevamo altre punte ma poi la corsa si è messa in modo che potevo giocarmi le mie carte e ho chiuso nel gruppetto davanti.

Il milanese si sta ambientando, ritagliandosi spazi sempre più importanti
Il milanese si sta ambientando, ritagliandosi spazi sempre più importanti
Con Van Der Poel hai mai corso?

No, abbiamo calendari diversi visto che come appartenente al Team Devo non posso fare gare del massimo circuito ma è chiaro che la squadra è improntata su di lui su uno schema definito. Comunque prima delle gare si decide con il direttore sportivo che cosa fare, come impostare la corsa e su chi puntare e si va avanti sul quel piano.

Tu hai corso il Giro di Norvegia che, fra quelle extra WT è una delle più importanti, che corsa è stata per te?

Intanto era la mia prima esperienza con la squadra maggiore, un po’ particolare perché praticamente il cronoprologo del primo giorno ha delineato la classifica senza che poi ci fossero grandi cambiamenti. La seconda tappa è stata accorciata per maltempo ed era la più dura, le altre invece non erano così selettive. Io mi sono trovato bene, una prova che mi ha soddisfatto e mi ha dato fiducia al di là del piazzamento. La cosa che mi ha fatto più piacere e vedere che con la prima squadra mi trovo bene e riesco a muovermi a mio agio in contesti sempre più grandi e qualificati.

Al Tour of Norway l’italiano è stato il migliore in classifica del team, pur lavorando per le volate di Planckaert
Al Tour of Norway l’italiano è stato il migliore in classifica del team, pur lavorando per le volate di Planckaert
Il fatto di aver scelto il concorso Zwift, aver fatto quella scelta è stata quella giusta, una svolta nella tua vita?

Per adesso sì. Sono felice di quello che sto facendo e di come la mia vita è cambiata e stia cambiando, è un po’ tutto da scoprire, un anno fa non avrei pensato di essere qui a girare il mondo in bicicletta con un team professionistico. Il sogno si è avverato, ora è una realtà.

Pinotti e Zana, un mese in altura prima del Giro

05.06.2023
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Uno l’ha ringraziato più volte durante il Giro d’Italia. L’altro aveva espresso degli apprezzamenti nei suoi confronti. Parliamo di Filippo Zana e Marco Pinotti, atleta e coach.

La coppia della Jayco-AlUla ha iniziato col piede giusto la sua storia lavorativa. Pinotti ci racconta proprio di questo viaggio e come è intervenuto con il corridore veneto. «Ma lo dico subito – spiega Pinotti – il merito è anche dello staff. Penso a Laura Martinelli per esempio. Ogni giorno, ogni allenamento, di ogni camp o altura, era calibrato al meglio per quanto riguarda l’alimentazione. E questo ti consente di lavorare al top».

Marco Pinotti, ex corridore, è oggi uno dei preparatori della Jayco-AlUla. Segue direttamente Zana
Marco Pinotti, ex corridore, è oggi uno dei preparatori della Jayco-AlUla. Segue direttamente Zana
Marco, un bel Giro da parte di Zana: te l’aspettavi?

Un po’ sì. Speravo in una vittoria di tappa, visto come era uscito dall’ultima settimana del camp che avevamo fatto in altura. Ne ho avuto conferma immediata già al Romandia. C’era un livello di partenti di tutto rispetto e Filippo era andato forte. Di contro avevo pensato che ci fossero quelli che arrivavano stanchi dalle classiche di aprile e che invece Zana fosse fresco. Ma al Giro no…

Al Giro ha trovato concorrenti che avevano preparato il Giro…

E giorno per giorno Filippo dava segni di ottima condizione. L’unico dubbio era l’ultima settimana, visto che andava forte proprio dal Romandia. Invece ha continuato a migliorare. Ma questo era un dubbio più mio che suo, perché la preparazione era stata fatta per arrivare bene a inizio Giro. E invece lo ha finito forse meglio di come l’aveva iniziato.

Andava in fuga, tirava per i compagni, spingeva il rapporto…

Filippo ha preso le fughe che doveva, che poi sono quelle andate via di forza. Sinceramente, persa l’opportunità di Bergamo, pensavo fosse davvero difficile vincere una tappa… E invece ne ha vinta una ancora più bella, per di più contro gente difficile, basta pensare a Pinot. E il giorno dopo sulle Tre Cime si è confermato nonostante venisse da una tappa in cui aveva speso tanto.

Sul Lussari l’abbiamo visto arrivare stremato…

Ha fatto molto forte la parte in salita. Una sorta di test per il futuro.

Tanto lavoro con la squadra per il tricolore Zana (qui con Colleoni) tra i due training camp e le due alture
Tanto lavoro con la squadra per il tricolore Zana (qui con Colleoni) tra i due training camp e le due alture
E a proposito di futuro, può essere un uomo da corse a tappe, Zana?

Non ho la sfera di cristallo, ma credo che lui già sia da corse a tappe. Ha chiuso 18° nelle generale: magari quest’anno ne ha avuti tre o quattro in più che sono andati a casa, ma succede sempre che alcuni big abbandonino. E poi non dimentichiamo che Filippo ha già fatto terzo ad un Tour de l’Avenir: vieni considerato di default da corse a tappe. Magari potrà iniziare a lavorarci puntando a quelle di una settimana. Per certi aspetti mi ricorda un po’ Caruso. Damiano ha iniziato ad andare veramente forte nei Giri quando aveva 26-27 anni.

Può arrivare in alto, ma in modo progressivo insomma: è così?

Esatto. Quando un corridore tira per il capitano e nel finale restano in dieci, vuol dire che i numeri li ha anche lui.

Marco, come hai lavorato invece con Zana? Che corridore hai trovato?

Ho trovato un corridore abituato a lavorare tanto. In qualche caso l’ho dovuto tenere a freno. Nel ritiro di dicembre abbiamo fatto un bel lavoro sul volume ed ero già soddisfatto. Poi a gennaio è arrivato magro, molto magro. Dovevamo fare dell’intensità in salita, ma negli ultimi giorni gli ho detto: “Filippo non farle al massimo perché non vorrei esagerare”. E lui: “No, no Marco sto bene”. Ha fatto gli allenamenti tirati e due giorni dopo era morto. Quindi non ha finito al meglio quel ritiro. Ne è uscito stanco e questo ci ha un po’ condizionato l’inverno. 

La prima parte di stagione però non era andata bene: tanta fatica e pochi risultati (foto Instagram)…
La prima parte di stagione però non era andata bene: tanta fatica e pochi risultati (foto Instagram)
Chiaro…

Io credo anche perché col fatto della maglia tricolore a novembre, tra cene, premiazioni… non aveva potuto lavorare al meglio. Così abbiamo un po’ cambiato i piani. Abbiamo fatto qualcosa che per lui era nuovo: una doppia altura. Abbiamo fatto una dozzina di giorni dopo l’Andalusia. Subito dopo la gara non è tornato a casa, ma è andato in macchina a Sierra Nevada. 

Lui come stava?

Era un po’ deluso. Team nuovo, anno nuovo, tricolore sulle spalle… voleva andare meglio. Ricordo che dopo l’Andalucia e l’altura abbiamo fatto delle corse di un giorno in Francia e c’erano 5/7 della squadra del Giro. “Corsacce”, nel senso che erano dure, faceva freddo. Il primo giorno Filippo ha fatto benino. Il secondo giorno era a pezzi e si è ritirato. Ha preso una bella batosta. Tutti mi chiedevano spiegazioni, ma io dicevo: «Aspettiamo prima di giudicare questi ragazzi. Hanno lavorato tanto». E dalla Strade Bianche le cose sono migliorate. Filippo ha corso bene. La squadra era contenta. Poi al Catalunya ha beccato un paio di belle fughe. A quel punto gli ho detto: «Adesso resettiamo. Hai fatto la prima parte di stagione, la condizione è salita. Prepariamoci al blocco importante di altura». 

Dove?

Siamo andati quasi tre settimane ad Andora e quella è stata la chiave di volta. Però se guardo indietro mi chiedo: sarebbe stato lo stesso senza quei 12 giorni in altura a febbraio? Secondo me, no. Quindi alla fine anche quello che sembrava un training camp andato male, nel suo insieme ha funzionato: 12 giorni più 18, un mese di altura prima del Giro. 

Ma poi la condizione è andata in crescendo e al Giro il veneto è arrivato alla vittoria. Fugato dunque ogni dubbio
Ma poi la condizione è andata in crescendo e al Giro il veneto è arrivato alla vittoria. Fugato dunque ogni dubbio
Tutta questa altura era nuova per Zana?

Alla fine sono venuti fuori i benefici. Filippo ha risposto bene a ogni carico. Nella seconda altura io ero presente. E anche per me è stato più facile. Potevo vedere Filippo e gli altri ragazzi in faccia, parlarci in cima alle salite, analizzare e commentare i dati, vedere i parametri al mattino… Abbiamo fatto due allenamenti veramente tosti e da come ha recuperato ero sicuro che sarebbe andato forte.

Riguardo ai lavori: cosa avete fatto? Base in altura e qualità con le gare?

No, no, abbiamo lavorato anche sull’intensità. Qualcosa già a gennaio nel camp, che però non era in altura. Nel primo ritiro in quota abbiamo fatto meno specifico: era la prima altura e ci sarebbe stata la corsa subito dopo. Ma nel secondo camp in quota abbiamo fatto di più. 

Marco, hai parlato di specifici, in cosa hai dovuto lavorare di più con Zana? In cosa era più carente?

Carente in nulla, però possiamo dire che abbiamo lavorato un po’ di più sull’alta intensità: fuorisoglia, accelerazioni… Nel secondo ritiro in quota abbiamo dedicato due giorni a questo tipo di sedute. Mentre ai grandi volumi ci era già abituato.

Torniamo da Petacchi: dopo Milan, c’è Dainese

04.06.2023
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Ieri Milan e le sue volate potentissime e scomposte, oggi il discorso con Petacchi si sposta su Alberto Dainese: velocista più compatto e ugualmente vincente. Dopo aver vinto la tappa di Reggio Emilia dello scorso anno, il padovano è stato sottoposto a un’estate di lavori forzati, con il Giro del Belgio dopo quello d’Italia e a seguire il Tour de France, dove ha centrato il terzo posto nella 19ª tappa.

Quest’anno Alberto, che è alto 1,76 e pesa 70 chili, ha iniziato il Giro tirando le volate per Mayrhofer. E quando poi ha avuto carta bianca, ha vinto quella di Caorle battendo proprio Milan e centrando il quarto posto nell’ultima volata a Roma.

L’indomani della vittoria di Caorle, Dainese ha ricevuto complimenti dal gruppo e richieste di autografi
L’indomani della vittoria di Caorle, Dainese ha ricevuto complimenti dal gruppo e richieste di autografi

Baricentro basso

Se per Milan avevamo chiuso parlando di un atleta col baricentro alto, che fatica nelle curve e a rilanciarsi, per Dainese vale il discorso opposto.

«Secondo me al Giro è stato un po’ sfortunato – riflette Petacchi – forse all’inizio il Team DSM poteva concedergli qualche possibilità in più. Quando ha vinto la tappa, Mayrhofer ha fatto un lavoro straordinario per aiutarlo: forse avrebbe dovuto tirargli le volate per tutto il Giro anziché farle lui. Anche perché non so se il tedesco abbia le potenzialità per battere i velocisti che c’erano. Invece Dainese ha dimostrato che si muove bene e sa tenere la posizione. Il giorno in cui ha vinto, l’altro lo ha lasciato lunghissimo. Quando è passato Hepburn con Matthews a ruota, andavano almeno a 3 all’ora in più e lui ha chiuso il buco, poi ha tirato dritto (foto di apertura, ndr). Ha fatto anche una volata lunga. Ha avuto mille problemi, ha avuto la bronchite, poi la gastroenterite e il giorno dopo ha vinto una tappa. Insomma, la vittoria dello scorso anno non è stata un caso».

Reggio Emilia 2022, prima vittoria al Giro per Dainese che batte Gaviria. Notare la testa e il busto bassi in stile Cavendish
Reggio Emilia 2022, prima vittoria al Giro per Dainese che batte Gaviria. Notare la testa e il busto bassi in stile Cavendish
Dice di sé che non ha tanti watt, ma supplisce con l’aerodinamica.

Il contrario di Milan, insomma. Come posizione assomiglia a Cavendish. Neanche Mark ha dei watt fuori dal comune, ma con l’aerodinamica e la superficie corporea ridotta colma la differenza. Quando “Cav” fa le cronometro da solo, tira fuori anche delle prestazioni decenti. Perché è piccolino, compatto, come coefficiente aerodinamico ti riporta un po’ al discorso di Evenepoel. E’ talmente piccolo e compatto che con i suoi watt riesce ad andare a 55 orari di media, mentre un Milan per andare alla stessa velocità deve fare magari 30 watt in più.

Secondo te anche Dainese ha bisogno di un ultimo uomo?

Io credo che al giorno d’oggi, se hai un paio di uomini davanti, prima di tutto rischi meno. E poi quel giorno che sei al 95 per cento, il 5 che manca te lo fanno i compagni. Altrimenti devi pigliare tre volte il vento in faccia a 60 all’ora e quando arrivi alla volata, sei al 92 per cento e non rendi come potresti. Se invece hai qualcuno che ti aiuta, ti risolve il problema di risalire, di stare più coperto, di essere un po’ più esplosivo nel momento in cui serve.

Gruppetto, salvagente dei velocisti. Qui Dainese con Gaviria e Consonni. Ha chiuso il Giro penultimo nella generale
Gruppetto, salvagente dei velocisti. Qui Dainese con Gaviria e Consonni. Ha chiuso il Giro penultimo nella generale
Lo scorso anno Dainese ha fatto in successione Giro d’Italia, Giro del Belgio e Tour e ha fatto terzo nella penultima volata del Tour: cosa significa?

Fare Giro e Tour è pesante. Pensiamo a Van der Poel, che l’anno scorso ha fatto il Giro e andava fortissimo, da schifo. Poi è andato al Tour e non la muoveva, ma non perché fosse cambiato il livello di corridori, semplicemente perché lui non andava. Non è riuscito a ritrovare un picco di forma come quello che aveva avuto al Giro. Invece Van Aert, che ha fatto un Tour spaziale, aveva preparato solo quello e quest’anno rifarà uguale. Oggi non si fa più come una volta, dopo una corsa come il Giro serve uno stacco.

Quindi è stato un errore?

E’ vero che un velocista puro la volata magari te la vince uguale, però ormai Giro e Tour non lo fa quasi più nessuno. Per l’amor di Dio, se riesci a fare il recupero giusto, ad allenarti e fai una garetta prima di riandare al Tour, puoi anche ritrovare una buona condizione, però ormai devi programmare la stagione. Non vai più alle gare per allenarti, non si faceva quasi più neppure ai miei tempi. Ora vanno forte come le bestie, ancora di più. Approcciano le corse sempre per vincere, quindi portare un corridore a correre troppo significa non fargli un favore. Guardate cosa ha fatto la Ineos prima del Giro.

Bennati lo ha convocato nel 2022 per gli europei, chiusi in 11ª posizione: lo chiamerà per i mondiali?
Bennati lo ha convocato nel 2022 per gli europei, chiusi in 11ª posizione: lo chiamerà per i mondiali?
Che cosa hanno fatto?

Hanno fatto quattro corse dall’inizio dell’anno e poi hanno partecipato al Tour of the Alps che erano già quasi tutti a puntino. Quelli che andavano meno erano Arensman e Thomas, che al Giro sono stati i più forti. Sono anche convinto che senza la caduta, Geoghegan Hart rivinceva il Giro, perché era quello che andava di più in assoluto e poteva lottare con Roglic.

Quindi adesso quale programma sarebbe giusto per Dainese?

Se pensa di voler andare al mondiale, che sarà veloce, allora potrebbe anche riconsiderare il Tour. Chi va in Francia sicuramente può fare un buon mondiale, perché il percorso è veloce, dicono buono per Matthews, Van der Poel e Van Aert. Dainese è un corridore che mi piace molto ed è anche un bravissimo ragazzo, però con tutto il rispetto non si può paragonare con quei nomi in una gara di 270 chilometri. Su quel percorso o qualcosa di simile Trentin vinse l’europeo battendo proprio Van der Poel e Van Aert, ma anche in quel caso erano meno chilometri e anche Matteo aveva qualche anno di meno. Quindi spero che Dainese vada a fare la Vuelta, sarebbe per lui la scelta più logica.

Storia di Duque, argentino con la valigia piena di sogni

04.06.2023
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ODERZO – Giovedì della scorsa settimana. C’è il Giro d’Italia che parte verso Val di Zoldo, per una delle tappe che ne scriverà la storia con la vittoria di Filippo Zana. Il piazzale dei pullman è assiepato dai tifosi e in un angolo Michele Biz ha portato con sé Mateo Duque, il giovane argentino in forza alla sua Gottardo Giochi-Caneva, che ha da poco conquistato due medaglie d’oro ai Giochi Panamericani juniores su pista. Nell’omnium prima e nella madison poi.

Ci accorgemmo di lui alla presentazione delle squadre juniores alla Vuelta a San Juan, quando su quel palco e accanto al Governatore Sergio Unac passò la maglia gialla e nera della squadra friulana. Fu così che con un whatsapp transoceanico, Biz ci spiegò che si trattava di un ragazzo classe 2005 di Buenos Aires, che da marzo avrebbe corso con loro in Italia: cosa che puntualmente è accaduta. Il ragazzino ha vinto i Panamericani e già ottenuto due quarti posti su strada.

Duque parla un ottimo italiano. Vicino a lui c’è suo padre, la baraonda dei tifosi intorno suggerisce di spostarsi un po’ per conoscerne la sua storia.

Quella maglia del Caneva, alla presentazione della Vuelta a San Juan. Con la camicia, il Governatore Unac
Quella maglia del Caneva, alla presentazione della Vuelta a San Juan. Con la camicia, il Governatore Unac

Famiglia di sportivi

Il papà, colombiano, si chiama Alvaro ed è stato un calciatore di prima serie. La madre Veronica, oggi marketing manager, è stata una tennista. Il fratello Thiago, 15 anni, è una promessa del calcio e sta facendo dei provini anche da noi.

«La passione per il ciclismo – racconta Duque – è venuta perché mio papà ha sempre ha seguito i grandi Giri e io li guardavo con lui. La mia fame di ciclismo è iniziata da lì. Andare in bicicletta a Buenos Aires è difficile, da piccoli ci allenavamo sempre nel Circuito KDT, anche se non siamo mai stati in tanti: due o tre al massimo. Il mio primo titolo nazionale lo vinsi in pista nella corsa a punti a San Luis, avevo 13-14 anni. Avevo iniziato allenarmi in pista, anche se l’ho sempre abbinata con la strada. Da noi la pista è una cosa importante, abbiamo i fratelli Curuchet e la loro storia è stata una grande motivazione per crederci di più. E come tecnico c’è anche Cristiano Valoppi, che conosco bene…».

Quadro di famiglia durante la vacanza europea: Da sinistra Thiago, mamma Veronica, papà Alvaro e Mateo Duque
Quadro di famiglia durante la vacanza europea: Da sinistra Thiago, mamma Veronica, papà Alvaro e Mateo Duque

Doppio oro

I diciotto anni parlano di freschezza e anche di un’apparente convinzione nei suoi mezzi. Suo padre di tanto in tanto si volta per osservarlo, Biz appare compiaciuto.

«Rivincere il titolo panamericano da junior – racconta Mateo – è stato più importante che da allievo, perché la conferma non è mai facile. La Colombia era forte, gli Stati Uniti erano forti. Forse però noi argentini in pista siamo più furbi delle altre nazioni e giochiamo un po’ più con la testa, non solo con le gambe. Credo di aver vinto per questo.

«Delle due medaglie, forse mi ha dato più soddisfazione l’omnium. Non vincevo da ottobre dell’anno scorso e quella vittoria ha mandato via la tensione. Il successo nella madison col mio compagno Augustin Ferrari è stato come la ciliegina sulla torta. Non mi allenavo con lui da parecchi mesi, ma in due giorni siamo riusciti a ritrovare l’affiatamento che in passato ci ha permesso di raggiungere importanti traguardi nelle categorie giovanili. Condividere con lui l’emozione dell’oro è stato bellissimo».

Passaggio in Italia

Lo scorso anno avvenne il contatto con la Gottardo Caneva e da allora Duque non se ne è più andato. La nazionale argentina era qua in preparazione ai mondiali e la mamma di Mateo era con loro come accompagnatrice. Fu per un fatto di vicinanza, che si rivolse a Michele Biz. Lui prima rispose con cortesia, poi si accorse delle prestazioni di uno di quei ragazzini anche su strada e decise di vederci più chiaro.

«A luglio l’anno scorso – prosegue Duque – sono venuto in Italia. Ho fatto 45 giorni di preparazione con la nazionale prima del mondiale in pista e ho capito che il ciclismo è qua in Europa. In Argentina il livello è più basso, non si fanno tante gare come qua. Da voi, tutte le domeniche ci sono gare di 120-130 chilometri, con 200 ragazzi che vogliono vincere. A marzo e aprile, sono venuto con mia madre. Poi sono arrivati mio papà e mio fratello per una vacanza e sono ancora qui. Rimarranno in tutto per un mese, mentre io resterò fino a ottobre, sino alla fine della stagione».

Da marzo, Duque corre nella Gottardo Giochi-Caneva di Michele Biz, figlio dell’indimenticato Gianni
Da marzo, Duque corre nella Gottardo Giochi-Caneva di Michele Biz, figlio dell’indimenticato Gianni

Strada e pista

Quel che ha trovato è totalmente diverso dall’Argentina e dal ciclismo di laggiù. In Friuli, Duque si allena, corre e studia. Frequenta la scuola di italiano e fa anche quella argentina a distanza.

«Adesso è un po’ difficile – sorride – perché ci sono mio papà e mio fratello in vacanza, ma la scuola è importante, come pure la vita del ciclista. Faccio strada e pista, sono entrambe belle e non so decidere quale mi piace di più. Per la pista vado a Pordenone, nel Velodromo Bottecchia, con l’aiuto di Valentina Alessio. Invece su strada esco spesso da solo, qualche volta quando c’è Andrea Montoli mi alleno con lui. La salita mi piace, credo che un corridore completo deve fare tutto. Salita, volata, discesa, andare in pianura…

«Di giorno i ragazzi vanno a scuola e se aspetto il pomeriggio per allenarmi, non faccio abbastanza. Seguendo la scuola online, posso seguire dopo l’allenamento. Ora che loro finiranno le lezioni, andremo più spesso insieme. Allenarsi in gruppo è meglio».

Duque alterna in modo regolare la pista e la strada
Duque alterna in modo regolare la pista e la strada

Sogni da grande

L’Argentina manca, ma la determinazione nel portare avanti questo progetto di vita suona superiore, con la benedizione e la buona pace degli amici argentini che da un giorno all’altro se lo sono visto sparire di sotto il naso.

«Mi mancano le amicizie e i compagni di scuola – dice – quando sono partito, erano un po’ sorpresi anche loro. Però sapevano qual è il mio sogno e capiscono che la situazione qua in Europa è migliore per me. Sono argentino, le cose che mi danno felicità sono la bicicletta e la mia famiglia. Il mio sogno è fare il professionista, entrare nel gruppo più grande. Mi piacciono le corse con un po’ di su e giù, percorsi un po’ duretti che fanno selezione. Se arrivo in volata con un gruppo di 25-30 corridori, posso giocarmela in volata. Quand’è così, mi piace…».

Secondo in Polonia, Piganzoli fa rotta sullo Slovenia

04.06.2023
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Dopo la Top 10 in Ungheria, Davide Piganzoli ha alzato il tiro e si è presentato all’Orlen Nations Grand Prix con l’obiettivo di essere protagonista. Riuscendoci, finendo secondo battuto solo da quel Gar Glivar che in Slovenia dicono essere già l’erede pronto e sfornato dei Roglic e Pogacar, a dimostrazione che i talenti lì non nascono per caso.

Neanche da noi, a dir la verità e Davide è un talento vero. Molti lo additano come il miglior prospetto che abbiamo per le corse a tappe e le esperienze che sta facendo quest’anno lo dimostrano, con difficoltà ma anche risultati crescenti, che corra con la Eolo Kometa o, come in questo caso, con la nazionale. Ormai anche confrontarsi con i più grandi è uno stimolo che non fa più paura. Ma quando si torna nelle gare specifiche, fra i pari categoria, c’è un ruolo da interpretare.

«La gara polacca non era delle più semplici – ammette il valtellinese – ma era strutturata proprio come piace a me, con percorsi duri dove fare la differenza. Il livello era molto alto, una sorta di antipasto di quel che si vedrà all’Avenir o al mondiale, sono sicuro che quelli emersi in Polonia saranno protagonisti anche lì».

Il podio finale di Orlen, con da sinistra Wilksch (GER), Glivar (SLO) e Piganzoli
Il podio finale di Orlen, con da sinistra Wilksch (GER), Glivar (SLO) e Piganzoli
Tu come ti sei trovato?

Amadori, il nostro cittì era stato chiaro prima dell’inizio, voleva che corressimo da protagonisti, non in maniera passiva ma sempre avanti e lavorando come una squadra. Credo che alla fine sia stato così e i risultati sono arrivati, sia a livello parziale con la vittoria di Busatto nella terza tappa, sia in classifica.

Tu eri partito con il ruolo di capitano?

Diciamo che ero l’elemento più esperto della squadra e dovevo fare un po’ da guida in corsa, prendere per mano gli altri. Non è stato facile, ci siamo trovati subito a correre con un uomo in meno per la defezione forzata di De Pretto per la febbre. Ma devo dire che tutti hanno proprio per questo raddoppiato gli sforzi.

La classifica come si è andata costruendo?

Tutti i giorni sono stati impegnativi, anche quelli dove alla fine si arrivava insieme, perché già al primo giorno ci sono state cadute e molti hanno perso terreno prezioso, come ad esempio il belga Segaert. Il secondo giorno con l’arrivo in salita si è fatta molta selezione e io ho chiuso quinto, nel terzo abbiamo tutti lavorato per favorire Busatto.

Piganzoli insieme a Busatto e Pelizzari, per una nazionale protagonista in Polonia
Piganzoli insieme a Busatto e Pelizzari, per una nazionale protagonista in Polonia
Qual è stata la tappa decisiva?

La quinta che poi sarebbe stata l’ultima vista la cancellazione dell’ultima per maltempo. Anche quel giorno c’era pioggia e si è sviluppata una gran battaglia, ci siamo trovati davanti in una decina, lavorando di comune accordo per far fuori la nazionale inglese. Morgado ha vinto la tappa, Glivar secondo si è preso la maglia e io sono salito al secondo posto.

Com’è lo sloveno? Se ne parla davvero bene…

E’ davvero forte, un “cagnaccio” nel senso che è duro da staccare, non molla mai. Me lo aveva detto Pelizzari che ci aveva già corso insieme, mi aveva specificato proprio quanto fosse coriaceo. Io ho provato più volte ad attaccarlo ma non cede, anche quando è al limite.

Dopo Orlen, Piganzoli ha preso parte al Giro dell’Appennino, finendo 24° a 2’52” da Hirschi
Dopo Orlen, Piganzoli ha preso parte al Giro dell’Appennino, finendo 24° a 2’52” da Hirschi
Questa gara veniva dopo la top 10 in Ungheria e anche dopo, al Giro dell’Appennino hai mostrato una buona forma, eppure finora hai corso già molto, 27 giorni di gara…

E’ stato importante fermarmi a inizio aprile, un mese senza corse prima dell’Ungheria, pensando solo alla preparazione e a ricaricare le batterie. Correndo ho raggiunto rapidamente la condizione migliore che spero di sfruttare ancora.

Dove?

Dopo l’Appennino mi fermo una decina di giorni per tornare ad allenarmi e poi andrò al Giro di Slovenia, dicono che non dovrebbe esserci Tadej Pogacar. Non l’ho mai affrontato di persona, sarà un altro test importante per spingermi ancora oltre i miei limiti.

Il valtellinese inizia a essere molto popolare, tante le speranze riposte su di lui per le corse a tappe
Il valtellinese inizia a essere molto popolare, tante le speranze riposte su di lui per le corse a tappe
Durante la tua trasferta in Polonia e mentre la squadra era al Giro d’Italia è stata ufficializzata l’uscita di scena di Eolo dal vostro team. Sapevi già della cosa e ti ha preoccupato?

Spada ci aveva già avvertito che Eolo è stata venduta a un fondo economico, anche Basso ce ne aveva parlato, sapevamo che il futuro del team non è minimamente a rischio e quindi non mi sono soffermato su questo. Arriverà un altro sponsor di peso, noi dobbiamo solo pensare a correre e fare il nostro lavoro. Io sono sotto contratto anche per il prossimo anno, quindi non ho pensieri da quel punto di vista.

Ora arrivano tre grandi eventi: Giro Next Gen, Tour de l’Avenir e mondiale. Fra questi qual è quello a cui tieni di più?

Sinceramente alla corsa francese, voglio tornarci per fare meglio dello scorso anno (era stato quinto in classifica con due podi di tappa, ndr), ma per farlo devo essere davvero al massimo della forma, bisogna lavorare per quello.

Gomiti larghi e leve girate: interviene Covi

04.06.2023
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Qualche tempo fa via avevamo parlato dei manubri più stretti e dei gomiti più larghi. Ma questo argomento, a rimorchio, portava con sé un altro tema: quello delle leve inclinate l’interno. Ed era stato Alessandro Covi a parlarne commentando proprio quell’articolo. Per lui i gomiti larghi, più che dai manubri stretti derivavano dalla posizione dei comandi, ora rivolti verso l’interno del manubrio.

Abbiamo così richiamato l’atleta della  Uae Emirates, che tra l’altro giusto due giorni fa è tornato in corsa al Giro dell’Appennino dopo il ritiro dal Giro d’Italia, quando di fatto fece da “cuscino” a Geraint Thomas. Un buon segnale in vista del resto della stagione che per Covi passerà dal Giro di Svizzera.  Ma veniamo al discorso delle leve inclinate verso l’interno.

Alessandro Covi (classe 1998) ha una posizione delle leve abbastanza tradizionale
Alessandro Covi (classe 1998) ha una posizione delle leve abbastanza tradizionale
Alessandro, leve inclinate all’interno dunque, come mai?

Questioni aero, da quando ci hanno impedito di distenderci con gli avambracci sulla piega le abbiamo messe così. Almeno questa è la mia idea. Penso che questa rotazione sia figlia di quel regolamento (UCI 2021, ndr). Da lì questa moda di mettere le leve più all’interno.

Insomma non è una coincidenza…

No, non è solo una coincidenza perché in effetti mettendo i comandi così riesci a sdraiarti di più sul manubrio. Si guadagna un po’ in termini di “lunghezza”.

Qualche centimetro in più e polsi più dritti… Ma c’è anche una correlazione con i manubri più stretti? O meglio, quella regola di non poter distendere gli avambracci ha portato ai manubri più stretti?

Secondo me sì, perché tutto è collegato. Quando devi spingere forte in pianura, quando ci sono le alte velocità, cerchi di metterti in posizioni aerodinamiche. E per assurdo a volte riesci a stare più basso con la testa, quando le mani sono sulle leve anziché sotto, sulla curva. E stando più basso, aumenta l’aerodinamica ,sei più veloce. E per me fai meno fatica a trovare questa posizione aero con le leve in quel modo.

Hai appena detto che a volte riesci a stare più basso con la testa in quella posizione, anziché con le mani sotto: perché? E’ questione di pressione sulla sella? Perché si riesce ad essere più sciolti con la muscolatura?

Credo sia più una cosa più meccanica, non saprei spiegarla sinceramente. E’ una valutazione che faccio su di me. In quel modo mi è più facile stare più basso con spalle e testa. E quindi è la posizione che in certi frangenti utilizzo più spesso.

Magari si respira anche meglio stando meno schiacciati col busto…

Non è una questione di respirazione, anche perché è una posizione che non si usa per ore, ma per alcuni minuti, quando sei a tutta. Poi torni ad assumere una posizione più comoda.

Per esempio si riesce a cambiare facilmente quando si hanno le mani sulle leve?

Se c’è bisogno si. Ma comunque è una posizione che utilizzi più che altro in rettilineo, in pianura solitamente. E se devi cambiare in quel caso lo fai solo con il rapporto dietro. “Butti giù” il rapporto più duro che riesci a spingere e vai. Di certo non è una posizione di comfort!

Da notare quanto la leva di Ayuso sia rivolta verso l’interno
Da notare quanto la leva di Ayuso sia rivolta verso l’interno
Una posizione di attacco o se si deve tirare per chiudere in testa al gruppo… E invece le leve messe così all’interno hanno dei contro?

La guidabilità non è il massimo, in effetti è un po’ più scomoda. E soprattutto quando ti alzi sui pedali senti che la bici ti segue in una maniera un po’ diversa, meno lineare, rispetto a quando si hanno le leve dritte.

In gruppo ne parlate di queste soluzioni?

Non più di tanto, anche perché ormai le stanno adottando un po’ tutti. Personalmente io le ho rivolte all’interno il minimo indispensabile. Se ci fate caso sono messe quasi in modo tradizionale.

In squadra chi insiste parecchio su questa rotazione verso l’interno?

Beh, Ayuso insiste molto su questo aspetto, ma un po’ tutti mi verrebbe da dire. Quest’anno anche Tadej (Pogacar, ndr) stesso ce le ha belle strette verso l’interno. Una cosa è certa: sono sicuramente più quelli con le leve che vanno verso l’interno che quelli che le hanno diritte. Anzi forse non ne rimane quasi quasi nessuno.

Mozzato, il Giro sul divano e il Tour sulla bici

03.06.2023
4 min
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Luca Mozzato sta lavorando sodo per la seconda parte della sua stagione. Il veneto della Arkea-Samsic è a Sierra Nevada. La prossima grande gara del suo calendario si potrebbe chiamare Tour de France. 

Luca si è goduto il Giro d’Italia e sui velocisti era stato alquanto profeta. Proprio lui infatti ci aveva illustrato i favoriti e le tappe che sarebbero arrivate allo sprint e le aveva azzeccate quasi tutte.

Luca Mozzato (classe 1998) dall’inizio della stagione ha messo nel sacco 28 giorni di corsa
Luca Mozzato (classe 1998) dall’inizio della stagione ha messo nel sacco 28 giorni di corsa
Luca, come stai?

Sono a Sierra Nevada e sto terminando questo blocco in altura. Poi tornerò a casa, ci resterò tre giorni scarsi e andrò al Giro di Svizzera. Farò il campionato italiano e quindi dovrei partire per la Francia… anzi, per i Paesi Baschi, da dove partirà il Tour. Non è certo, ma ci spero.

Come ti senti? Sappiamo che hai avuto un maggio un po’ tribolato…

Non ho avuto un avvicinamento ottimale, ma adesso mi sento bene. Dopo le classiche ho dovuto fare il Romandia, che non era del tutto in programma, quindi ho staccato e… “non ho staccato”. E dopo il Romandia ho preso il Covid. Sono rimasto a letto una settimana. Mi spiace perché ho saltato diverse gare di un giorno in Francia.

Gare importanti per cogliere piazzamenti, magari vittorie e qualche punto…

Esatto, ma vista la situazione non ci sembrava il caso di andare giusto per attaccare il numero. Meglio restare a casa, recuperare, prima, e lavorare bene, poi, in modo da preparare al meglio gli appuntamenti successivi. E infatti in quel paio di corse nella seconda parte di maggio sono andato benino… visto come ci ero arrivato.

E ora il Tour nel mirino. Che stimolo è?

E’ un bel mix di emozioni. Da una parte c’è l’ansia da prestazione. Tanto più che quest’anno c’è parecchia salita e non è troppo adatto ad un corridore come me. Immagino che sarà dura anche solo portarlo a termine. Dall’altra però penso che sia la vetrina più importante e questo non può che fare piacere e dare la carica.

Emozioni contrastanti per l’esordio di Mozzato al Tour: una super vetrina, ma anche un livello molto alto con cui confrontarsi
Emozioni contrastanti per l’esordio di Mozzato al Tour: una super vetrina, ma anche un livello molto alto con cui confrontarsi
Sarà un Tour all’attacco o in attesa di volate?

E’ un bel punto di domanda. Molto dipenderà dal tipo di squadra. Se ci sarà Bouhanni per esempio dovrò correre in suo appoggio, perché lui chiaramente allo sprint dà più garanzie di me. A quel punto dovrò cercare di fare qualcosa in tappe che non siano i classici piattoni da sprint, ma un po’ più ondulate.

Come stai lavorando in quota?

Alla fine ci passerò quasi tre settimane. Come di consueto, nei primi giorni ho fatto un po’ di adattamento alla quota, senza forzare troppo. Poi con gli altri ragazzi, qui ci sono dei compagni, abbiamo iniziato a fare degli specifici. Il lato positivo di essere qui è che per fare intensità, per fare certi lavori devi scendere a quote relativamente basse, a Granada che è a circa 800 metri. Ma il rovescio della medaglia è che poi ti devi sciroppare un’ora e mezza di salita per tornare in hotel. Non è una gioia, ma è allenante! Però c’è un bel clima: siamo qui con il meccanico, il massaggiatore e alcuni ragazzi e tutto sommato il tempo passa bene e ci si allena volentieri.

Abbiamo parlato di programmi e lavoro, ma il Giro d’Italia come lo hai seguito?

L’ho seguito parecchio e devo dire che mi ha “salvato” tanti pomeriggi. Prima perché ero a casa malato, non avevo nulla fare tra letto e divano. E poi qui dal ritiro. Il Giro da fuori è stato bello, ma anche in quel caso ci sono state emozioni contrastanti.

Il veneto è nel sud della Spagna per preparare al meglio Giro di Svizzera, campionato italiano e soprattutto il Tour (immagine dal web)
Il veneto è nel sud della Spagna per preparare al meglio Giro di Svizzera, campionato italiano e soprattutto il Tour (immagine dal web)
Cioè?

All’inizio quando pioveva ero quasi contento di essere a casa e di non aver preso tutta quell’acqua. Io, come vi avevo detto, dovevo “quasi” farlo questo Giro e l’ho vissuto più da dentro. Ho pensato: “Per fortuna che non mi ci hanno mandato”. Invece in altre tappe pensavo che mi sarebbe piaciuto esserci e che avrei potuto fare qualcosa di buono.

Tipo a Caorle, quasi casa tua…

Esatto, sarebbe stato bello stare nella mischia quel giorno.

C’è qualche collega delle ruote veloci che ti ha stupito?

Beh, Jonny (Jonathan Milan, ndr). Che fosse forte lo sapevo, ma che potesse essere così costante per tutto il Giro ammetto di no. Jonathan ha fatto tutte le volate dalla prima all’ultima settimana.

Bagatin, passista veloce con voglia di attaccare

03.06.2023
5 min
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Nel vasto panorama degli under 23 italiani si sta mettendo sempre più in luce Christian Bagatin, ventenne varesino della Sias Rime Drali. Molti si sono accorti di lui per un magico weekend a maggio, quando ha messo insieme la seconda piazza a La Medicea e il giorno dopo la vittoria in una classica come il GP Industrie del Marmo. Ma guardando bene le classifiche ci si accorge che c’è di più e che quest’accoppiata non è stata per nulla casuale.

Bagatin è un altro di quei ragazzi praticamente nati in sella a una bici e il perché è presto detto: «Mio padre era segretario del team giovanile del mio paese, Orino. Sono salito su una bici quasi subito, già da G0 ho iniziato a gareggiare, sono rimasto per 10 anni nello stesso team, l’SC Orinese, imparando tutto quello che potevo e la voglia di pedalare, di divertirmi sulle due ruote è andata sempre aumentando».

Carrara, la volata vincente sull’austriaco Schrettl e Griggion (foto Scanferla)
Carrara, la volata vincente sull’austriaco Schrettl e Griggion (foto Scanferla)
Quand’è che l’aspetto ludico ha lasciato il posto a quello rivolto al sogno di una carriera ciclistica?

Bella domanda, non saprei dire quando e neanche se ci sia mai stato davvero questo cambio. Sicuramente quando sono diventato junior ho iniziato a vedere quest’attività in maniera diversa, a pensare che poteva essere un futuro possibile. Ma l’aspetto del divertimento non è venuto mai meno. Io poi non ero uno che vinceva spesso, anche se a fine stagione un paio di centri li ho sempre raccolti.

Come sei arrivato alla vittoria al GP Industrie del Marmo?

Diciamo che ho avuto un buon inizio di stagione. Sono anche andato in ritiro in Spagna a mie spese, proprio perché volevo fare bene sin dalle prime gare e tutto stava funzionando fino alla San Geo, quando mi sono sentito male. Gli esami hanno scoperto un citomegalovirus, che mi ha costretto a 10 giorni di sosta assoluta. Ho ripreso l’attività a inizio maggio e forse quel riposo mi ha fatto bene, mi ha dato qualcosa in più.

Il varesino sul podio di Carrara. Bagatin era già stato secondo il giorno prima a Cerreto Guidi
Il varesino sul podio di Carrara. Bagatin era già stato secondo il giorno prima a Cerreto Guidi
Come sono state le due gare?

Abbastanza simili, erano caratterizzate dal cattivo tempo che ha un po’ scremato il gruppo, su due percorsi già di per sé selettivi. Io puntavo più su quella della domenica e la prestazione del giorno prima mi ha dato la convinzione di essere nella forma giusta. Avevo provato anche ad attaccare, ma poi ho perso per un nonnulla e mi è venuta ancora più rabbia agonistica.

Su percorsi vallonati ti trovi bene?

Direi di sì, anche se sono il classico passista che si difende quando la strada si rizza sotto le ruote e che in volata ha buone carte da giocare. Mi piace però che ci sia selezione nel gruppo, diciamo che se il gruppo si riduce è sempre un vantaggio per me come anche mi piacciono le gare lunghe perché ho buona resistenza e non perdo molto in velocità. Se gli altri sono stanchi ci sono più possibilità per me…

Sei un attendista, nel senso che aspetti lo sprint?

Al contrario. Preferisco prendere l’iniziativa, mi piace attaccare e cambiare un po’ la situazione. Io dico sempre che la volata è qualcosa a cui pensare all’ultimo, bisogna vedere come e con chi ci si arriva. Nessuna corsa è scontata.

Anche a cronometro il varesino dice la sua. Ora aspetta una chiamata da un team professionistico
Anche a cronometro il varesino dice la sua. Ora aspetta una chiamata da un team professionistico
Parli molto di resistenza, una dote che sembra ideale per le corse a tappe…

In verità ne ho fatte troppo poche per sapere come me la cavo, so però che ho un buon recupero. Quando capitano weekend con due gare di seguito, vado sempre meglio nella seconda. Non ho certo le caratteristiche del corridore da classifica, ma penso che mi adatterei bene e potrei essere un cacciatore di tappe, questo sì.

Hai mai corso all’estero?

Questo è un tasto dolente… Nel 2019 era tutto pronto perché partecipassi al Giro delle Fiandre di categoria, ma poco prima mi sono rotto il bacino e l’occasione è sfumata e mi è dispiaciuto tantissimo perché mi piacciono molto quelle gare, ma posso dirlo solo per averle viste in tv. Mi piacerebbe molto avere l’opportunità di gareggiare all’estero e mettermi alla prova.

Nel team ti trovi bene?

Decisamente, è un gruppo affiatato e la società dà il massimo per noi. Ad esempio ci hanno permesso, appena uscito il programma del Giro d’Italia, di andare a provare qualche tappa, quelle di Cuneo e Brescia in particolare, è stata un’esperienza molto utile, perché sappiamo che cosa affronteremo e possiamo far bene.

Bagatin con i compagni della Sias Rime Drali, con cui milita dallo scorso anno
Bagatin con i compagni della Sias Rime Drali, con cui milita dallo scorso anno
Che cosa ti aspetti dalla corsa rosa?

Non ho particolari aspettative, so che sarà una corsa dura ma molto dipenderà da come verrà affrontata, se sarà battaglia tutti i giorni o chi punta alla classifica lascerà anche spazio. Noi comunque vogliamo lasciare il segno.

Hai già qualche contatto per trovare spazio in un team professional o meglio ancora?

Qualcosa c’è, ma siamo ancora al livello di pour parler, l’interesse c’è se i risultati arrivano, diciamo che quello è stato un punto di partenza sul quale costruire il futuro. E’ chiaro che per me, come per tutti, il sogno è trovare un contratto da professionista, questi sono anni cruciali e il mio procuratore Raimondo Scimone me lo dice sempre, ma servono i risultati e non le parole…

Dal Giro con Petacchi: oggi Milan, domani Dainese

03.06.2023
7 min
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Torni a casa e dopo tre settimane di Giro, ti trovi con il lungo elenco di cose da fare. Se poi, come nel caso della famiglia Petacchi, sei anche alla fine di un trasloco e hai un bel giardino, l’elenco si allunga. Visti la pioggia e il caldo, già nel primo giorno di riposo Alessandro era rientrato a casa per tagliare l’erba, ma quando è tornato dopo la tappa di Roma, ha trovato una nuova giungla ad attenderlo.

Forse per questo, fermarsi una mezz’ora per parlare di velocisti gli ha ridonato il sorriso. I bambù erano arrivati a due metri d’altezza, per tirarli giù è servito lavorare forte col decespugliatore.

Roma, il Giro è finito. Scatto ricordo per Petacchi, Pancani e Fabio Genovesi (foto Instagram)
Roma, il Giro è finito. Scatto ricordo per Petacchi, Pancani e Fabio Genovesi (foto Instagram)

Due velocisti all’opposto

Gli abbiamo chiesto di parlare di due velocisti come Milan e Dainese – uno alto 1,93 per 84 chili, l’altro alto 1,76 per 70 chili – due che più diversi non si potrebbe. Eppure entrambi hanno vinto una tappa al Giro e altre avrebbero potuto vincerne. Con quali occhi li ha guardati il ligure che di tappe ne ha vinte 22, ben 9 nel 2004?

«Oggi cominciamo con Milan – dice in riferimento al fatto che il pezzo su Dainese sarà pubblicato domani – che è un corridore ancora molto acerbo e ha vinto la magia ciclamino (foto di apertura, ndr). Deve sicuramente migliorare un po’ nella gestualità, perché si muove molto. Potrebbe anche essere una sua caratteristica per andare a cercare il massimo dello sforzo, però sicuramente curare il gesto ti fa migliorare la prestazione. Ti permette di concentrare l’energia e la forza in un solo punto, mentre a livello aerodinamico, se continui a muoverti continuamente, interrompi un flusso. E al giorno d’oggi conta tutto…».

La volata vinta a San Salvo ha evidenziato secondo Petacchi la grande potenza di Milan e il suo pedalare scomposto
La volata vinta a San Salvo ha evidenziato secondo Petacchi la grande potenza di Milan e il suo pedalare scomposto
La forza però non gli manca…

Questo è fuori di dubbio, ora deve incanalarla. Ha commesso qualche errore per la posizione in gruppo, ma capita a tutti e lui lo sa benissimo dove può aver sbagliato. La mancanza di gambe l’abbiamo vista a Roma, le altre volate che non sono venute dipendevano dalla posizione, dalla distanza dello sprint e dai rapporti.

In fondo ci sta che al primo Giro fosse sfinito nell’ultima tappa.

Certo, anche perché alle Tre Cime di Lavaredo ha avuto una giornataccia, non stava bene. Il giorno dopo col fatto che è friulano l’hanno seguito tanto con la telecamera ed effettivamente soffriva anche nella crono, nonostante abbia potuto farla tranquillo. Ha tribolato, quindi era un po’ cotto e alla fine di un primo Giro così duro, con tutte le salite concentrate negli ultimi giorni e i suoi 84 chili, ci può stare. 

Può migliorare?

So che cambierà squadra e probabilmente quella in cui andrà sarà attrezzata. Se hanno investito su un corridore così, non lo hanno fatto per la pista e basta. Se gli mettono vicino qualche uomo giusto che lo piloti bene, secondo me può fare cose buone.

Quale pensi sia il suo livello?

I velocisti più forti al Giro non c’erano. Non so se adesso Jonathan sia al livello di Groenewegen o Jakobsen, però sicuramente ha le qualità per arrivarci. Va un po’ raddrizzato il tiro, magari cambiando la posizione in bici, cercando di abbassarlo un po’. Essendo molto alto, per lui è più frequente il rischio di essere scoordinato.

La forza non basta, insomma?

Che compensi tanto coi watt è sicuro. Però è anche vero che gli arrivi non sono mai tutti uguali e lui deve essere indubbiamente lanciato. Se si trova una curva ai 300 metri come a Tortona, per quando s’è lanciato, gli altri sono già all’arrivo, ma questo è normale con i rapporti che usano oggi… Fanno le volate con il 54 e il 55, ho sentito addirittura uno con il 56: mi sembra una cosa folle. Evidentemente non useranno l’undici, ma il dodici per avere la catena più dritta, non lo so. Queste sono scelte loro: se hanno beneficio, ci mancherebbe altro…

Milan e la sua Merida Reacto: secondo Petacchi il miglioramento allo sprint passa anche per le geometrie della bici
Milan e la sua Reacto: secondo Petacchi il miglioramento allo sprint passa anche per le geometrie della bici
Come si fa a migliorare il gesto della volata?

Ci deve lavorare, pensando a cosa sta facendo, perché è chiaro che quando è a tutta, gli viene di fare così spontaneamente. Allora deve allenarsi a ritmi più bassi. E’ chiaro che non può fare 10 volate a quel livello. Ne farà 10, pensando al gesto più che alla velocità. Poi c’è da ragionare sulla bici.

Cioè?

Se bisogna allargare il manubrio oppure stringerlo, abbassare o allungare il telaio. Finora forse non avevano mai pensato a lui come un velocista, probabile che si troveranno cose da cambiare. Per questi aspetti bisognerà fare delle prove. Potrebbe anche avere due bici: quella con una posizione un po’ più estrema che usa quando si arriva in volata e magari una più comoda per la salita.

Un bel capitolo da scrivere…

C’è da lavorarci e vedere se è un tipo di lavoro che possa fare anche in pista. Dovrebbe usare una bici con le stesse misure di quella da strada, col manubrio e la sella alla stessa altezza. In pista si sta tanto seduti e si pedala ad alta frequenza e lo vedi che in volata spesso fa così. Infatti ha commesso anche qualche errore di rapporto. Ha perso la volata di Napoli perché era troppo agile, ma sono tutte cose su cui deve prendere le misure. E’ normale, ma è giovanissimo e ha grandi potenzialità. 

Avrà bisogno di un treno?

Non puoi pensare di portarlo a un Tour de France senza che abbia tre uomini per lui, che sappiano fare bene il loro lavoro nel finale. Pasqualon è stato bravissimo, però poverino ha dovuto fare tutto da solo. E’ chiaro che Sutterlin può essere un bel passista, però se non ha mestiere ci fai poco. Il corridore del treno deve avere scaltrezza e mestiere. Deve passare al momento giusto, sincerarsi che il compagno non rimanga chiuso. Nei finali ormai c’è tanta confusione, gli uomini sono meno e non puoi pensare di averne cinque che stiano ancora là. Quindi se investi su un corridore così e non hai un uomo da classifica, fai a squadra per lui. Altrimenti la dividi a metà, sapendo che quelli delle volate possono aiutare in pianura.

Prima vittoria dell’anno a Shalal Sijlyat Rocks, al Saudi Tour. L’intesa con Pasqualon va alla grande
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Il treno si costruisce anche in ritiro, no?

Certo, non è che ne prendi quattro e li butti dentro alla prima corsa. Se però hai un corridore di mestiere, che fa un certo tipo di lavoro da 5-6 anni, sa già come deve muoversi. Poi è chiaro che deve prendere un po’ le misure. Ho visto che ogni tanto Jonathan aveva timore nelle curve, frenava un po più degli altri. Ci sta, perché essendo molto alto e avendo baricentro alto, è più difficile per lui fare le curve. Un corridore col baricentro basso le fa molto meglio. Insomma, ha bisogno di lavorare, ma il potenziale di Milan è davvero immenso.

DOMANI SU DAINESE

Domani alle 16 pubblicheremo l’analisi di Dainese. Corridore completamente diverso, dotato di baricentro più basso, grande aerodinamica ed esplosività. L’appuntamento con Petacchi è per domani pomeriggio.