Guarischi, al Thuringen un’altra vittoria che vale tanto

03.06.2023
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«Dite che mi piace questa gara a tappe?» E’ la risposta divertita che ci manda via messaggio Barbara Guarischi dopo il suo sigillo al Thuringen Ladies Tour, dove ne aveva già timbrato un altro nel 2019. Questa regione nel cuore della Germania le porta bene e il successo di dieci giorni fa, come quello di allora, ha un sapore particolare per il suo morale.

Bisogna dire che il Thuringen Ladies Tour è stato letteralmente dominato dalla SD-Worx. Vittoria nella cronosquadre di apertura poi altri cinque successi in altrettante frazioni con cinque atlete diverse oltre, naturalmente, alla vittoria della generale con Kopecky. Vista così può sembrare tutto semplice, ma Guarischi sa che dietro c’è poco di scontato e tanto lavoro invernale che sta dando tanti frutti.

Doppia volata

A Schmolln sul traguardo della terza tappa Guarischi ha centrato la sua undicesima vittoria in carriera, con la sua capitana Wiebes accanto che esultava più di lei. Una felicità dilagante che ha abbracciato tutto il team.

«Se uno legge l’ordine d’arrivo o guarda la foto dell’arrivo – racconta la medaglia d’oro del Mediterraneo 2022 – può sembrare che sia stata una vittoria facile o concordata, invece non è proprio stato così. Nel finale erano fuori Alonso e Vanpachtenbeke (rispettivamente di Ceratizit WNT e Parkhotel Valkenburg, ndr) ed avevano ancora un bel margine di vantaggio. Lorena aveva detto fin dal mattino che la volata l’avrei fatta io e che loro avrebbero lavorato per me. Solo che a 5 chilometri dalla fine non riuscivamo a guadagnare e così sono andata da Lorena dicendole che avrei tirato io per portare lei alla volata. Così è stato per un po’ poi quando abbiamo messo nel mirino le due fuggitive, Wiebes e Kopecky mi sono venute vicine e mi hanno ribadito che avrei sprintato io».

Nelle prime tappe Guarischi ha goduto di più libertà d’azione. Un riconoscimento al suo lavoro (foto Aust)
Nelle prime tappe Guarischi ha goduto di più libertà d’azione. Un riconoscimento al suo lavoro (foto Aust)

«Lotte ha dato una trenata impressionante fino ai 400 metri – prosegue Guarischi – e a quel punto ho dovuto fare una prima volata per andare a riprendere la prima fuggitiva ed una seconda per saltare Alonso (poi terza, ndr) proprio negli ultimi cento metri che intanto aveva allungato. C’erano un paio di curve veloci ravvicinate nel finale e ho dovuto calcolare bene i tempi per non vanificare tutto. Per me è stato un grande onore poter sfruttare il lavoro di Lotte, Lorena e delle altre ragazze».

Significato profondo

Ci sono vittorie che aggiornano le statistiche e altre che valgono qualcosa più del primo posto. Quattro anni fa Guarischi in Turingia aveva festeggiato sotto la pioggia un successo importante dopo tre anni tribolati e incostanti. Alcune sfumature sono le stesse di allora anche se sono cambiate tante cose.

«Quando vinci – spiega la 32enne velocista – c’è sempre dietro un valore legato a qualcosa. Sono contentissima chiaramente, soprattutto per il significato che ha questo successo. Prima di tutto perché dopo aver disputato una bella primavera mi sono presa la bronchite a metà aprile. Ho fatto una settimana di febbre ed una di convalescenza che mi hanno buttato un po’ giù, sia fisicamente che moralmente. Pensavo di aver vanificato tutta la buona condizione che avevo».

La SD Worx ha vinto la cronosquadre inaugurale. L’affiatamento è alla base del gruppo
La SD Worx ha vinto la cronosquadre inaugurale. L’affiatamento è alla base del gruppo

«Sono stata in altura a Livigno per ventidue giorni – continua Guarischi – dove ho recuperato bene però sono rientrata alle corse un po’ tesa proprio perché credevo di non essere all’altezza come prima. Invece prima Anna (la diesse Van der Breggen, ndr) poi le mie compagne mi hanno dato fiducia. Anzi quella fiducia, più che la vittoria in sé, è stato un premio al lavoro che avevo svolto nei mesi precedenti. Questo è l’altro grande significato che ha quel risultato».

Spazio per tutte

Al momento il 2023 della SD-Worx è una cavalcata che fa impallidire le straordinarie annate precedenti quando erano protagoniste assolute Van der Breggen o Blaak (appena diventata mamma di Noa Brigitte). Finora sono trentadue le vittorie del team olandese, solo una in meno del 2021 e due del 2016, e l’impressione che il conto possa salire ancora. A parte il super trio Vollering-Wiebes-Kopecky, tutte possono ritagliarsi un proprio spazio sapendo di centrare il bottino pieno.

«Da fuori sembra facile correre nella SD-Worx – commenta Guarischi – ma nel ciclismo di oggi non c’è nulla di facile. Piuttosto mi sento di dire che siamo noi brave a fare in modo che sia così. La nostra squadra è unita e ci sacrifichiamo tanto affinché tutto sia o vada al posto giusto. Per noi ogni gara è importante, come abbiamo ampiamente dimostrato, poi è normale che qualcosa possa sfuggire. La Roubaix, un po’ sfortunata, oppure la Vuelta, persa per pochi secondi, sono due esempi ma nel complesso siamo davvero soddisfatte».

Una a testa. Wiebes, Uneken, Kopecky, Bredewold e Guarischi sono andate a bersaglio al Thuringen (foto Nowak)
Una a testa. Wiebes, Uneken, Kopecky, Bredewold e Guarischi sono andate a bersaglio al Thuringen (foto Nowak)

«Io come altre ragazze – conclude – sono stata chiamata per fare un certo tipo di lavoro per le leader. L’opportunità per noi di avere carta bianca c’è e ci sarà ma in gare di un gradino inferiore. Per ora io sono molto contenta dell’affinità con Lorena. E’ nata subito e in corsa dove vado io, lei c’è. E devo dirvi che anche con Lotte va benissimo. Inizialmente ero un po’ titubante perché abbiamo corso poco insieme poi alla Veenendaal Classic le abbiamo fatto un treno perfetto, ha vinto contro velociste più pure di lei ed è arrivata un’ulteriore iniezione di fiducia tra noi. Prossimamente farò la Hageland, il Lotto Belgium Tour, il Giro Donne poi tornerò a Livigno per tre settimane. Correre in queste condizioni in questo team è davvero bello, sembra che sia qui da sempre».

Riparte Pogacar e chiama Remco al Tour

03.06.2023
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Era sparito. In realtà non è neanche corretto dire che fosse sparito: semplicemente Tadej Pogacar si era rinchiuso a casa sua, lavorando nei limiti consentiti dallo scafoide rotto, pubblicando qualche foto sui social e stando alla larga dalle interviste. Ma il Tour incombe e alla fine lo sloveno è venuto allo scoperto dal ritiro di Sierra Nevada in cui ha ripreso la preparazione. Una conferenza stampa su Zoom, con 60 giornalisti collegati, più o meno tutti accomunati dalle stesse curiosità.

Il succo, fra le cose dette, è che se fosse Evenepoel, andrebbe al Tour. Gli sta bene che Roglic non ci vada (perché avrebbe un avversario in meno) e che, vista la folla slovena sul Monte Lussari, da sloveno gli sarebbe piaciuto essere al Giro. Ma andiamo per gradi, ecco Tadej Pogacar 41 giorni dopo la caduta di Liegi.

Lo stop di Pogacar porta la data del 23 aprile, con la caduta alla Liegi (foto Instagram)
Lo stop di Pogacar porta la data del 23 aprile, con la caduta alla Liegi (foto Instagram)
Mancano 29 giorni all’inizio del Tour de France. Cosa ti aspetti da queste tre settimane di allenamento? 

Ho lavorato abbastanza bene fino ad ora sui rulli e questa settimana ho iniziato su strada. La condizione non è male come pensavo sarebbe stata dopo i rulli. Inoltre il polso migliora ogni giorno. Da questa settimana sono a Sierra Nevada in quota e cercherò di ottenere il più possibile da questo ritiro. Ho un grande supporto da parte del team, possiamo pedalare per tante ore e fare i massaggi e fisioterapia. Ho un sacco di lavoro in programma, poi l’11 giugno scenderò, mi dedicherò alla ricognizione di alcune tappe del Tour e poi di nuovo in ritiro a Sestriere. Poi spero di fare i campionati nazionali su strada e a crono.

Quindi non farai il Giro di Slovenia?

No, non credo. Sfortunatamente, ho perso troppo allenamento, non ho potuto fare molti chilometri nelle ultime quattro settimane, quindi ne ho bisogno. Devo concentrarmi un po’ di più sulle distanze e i lavori di interval training

La prima settimana della rieducazione ha visto Pogacar camminare in lungo e in largo (foto Instagram)
La prima settimana della rieducazione ha visto Pogacar camminare in lungo e in largo (foto Instagram)
Si può dire che questa sia stata la prima battuta d’arresto nella tua carriera, come la stai gestendo?

Mi sento davvero bene. La prima settimana dopo la caduta l’ho passata rilassandomi a casa. Dalla seconda ho iniziato un po’ di rulli e la motivazione era davvero alta. Mi sono messo a camminare in lungo e in largo. La terza settimana ho iniziato un allenamento un po’ più strutturato e in quel momento a Monaco è arrivato il nostro fisioterapista, con cui mi allenavo quasi da mattina a sera, facendo anche varie terapie, dalla camera iperbarica alla magnetoterapia, esercizi per le braccia, crioterapia: tutto quello che serve. Dalla radiografia di lunedì prossimo vedremo se l’osso è guarito davvero. Per il resto, non vedo l’ora che arrivi la prossima settimana di allenamento e poi di andare al Tour.

Che sensazioni hai avuto salendo in bici al momento di caricare il polso rotto?

Nei primi due giorni in cui ho provato a mettermi in strada, sapevo che non avrei dovuto. Bisognava aspettare sei settimane, quindi sono stato un po’ stupido a disubbidire al dottore. Ma ho fatto pressione su tutti e alla fine ho provato ad andare in bici. Sapevo di non poter esercitare troppa forza con la mano e i primi giorni sono stato molto attento. Ho fatto uscite di 2-3 ore, usando un tutore in plastica stampata, che posso infilare e sfilare. Ne ho due diversi: uno per la vita normale e uno per la bici. Sono molto attento, anche con l’aiuto dell’osteopata. Il polso sta migliorando ogni giorno, ho sempre più mobilità e spero che la radiografia non dica che ho peggiorato la situazione. Ma non credo, perché non ho dolore. Forse però per il Tour avrò ancora bisogno di un tutore morbido attorno al polso solo per dargli un po’ di supporto.

La bici da crono è stata la prima che ha ripreso, potendo appoggiarsi sulle appendici (foto Instagram)
La bici da crono è stata la prima che ha ripreso, potendo appoggiarsi sulle appendici (foto Instagram)
Sei sempre stato capace di divertirti nelle corse, quanto divertimento ci sarebbe se arrivassi al Tour non al meglio?

Io spero di essere al 100 per cento. Forse il polso non lo sarà, ma penso che le gambe lo saranno. Per fortuna non hai bisogno del polso per allenare le gambe. Saprò dare una risposta più precisa quando il Tour sarà iniziato, ma penso che mi divertirò in ogni caso.

Sei preoccupato di andare in Francia dopo questa battuta di arresto e senza gare in avvicinamento?

A volte le battute d’arresto possono essere persino positive, anche se fortunatamente questa non è stata una grande battuta d’arresto, è solo la mano. Niente a che fare con le gambe, la testa o cose del genere. Quindi posso allenarmi e fare delle ore fantastiche. Più che una battuta di arresto la definirei una situazione sfortunata. Sul fatto di non correre prima, normalmente mi piace molto fare una corsa prima di una gara importante, ma il Tour è composto da 21 tappe e potrebbe essere utile arrivarci un po’ più freschi. Farò i campionati nazionali, quindi due giorni di gare, poi dei buoni allenamenti dietro moto per simulare il ritmo gara. Non sono così preoccupato quest’anno.

Pogacar non difenderà il titolo al Giro di Slovenia in cui nel 2022 fece il bello e cattivo tempo con Majka
Pogacar non difenderà il titolo allo Slovenia: nel 2022 fece il bello e cattivo tempo con Majka
Eppure le prime due tappe del Tour de France a Bilbao e San Sebastian saranno molto dure…

Sono davvero belle, una è super difficile (la seconda, da Vitoria a San Sebastian, ndr). Ma penso che sia meglio per me, preferisco così piuttosto che avere solo tappe di volata nella prima settimana. Almeno capisci da subito chi c’è, chi prende la maglia e il giorno dopo è meno stressante. Quindi sarà difficile arrivare lì senza corse e andare subito a tutto gas, ma due anni fa fu più o meno lo stesso. Questo inizio di Tour mi piace molto.

Tanti vorrebbero vedere il duello con Evenepoel al Tour, cosa pensi della sua scelta di non andare?

Remco ha abbandonato il Giro che poteva vincere ed è il campione del mondo, quindi se fossi in lui, farei anche il Tour de France. Siamo tutti diversi davanti ai problemi di salute, ma mi piacerebbe vederlo in Francia. Ci sarebbe una concorrenza ancora più grande e lo stesso vale per Roglic. Ma penso che la Jumbo abbia un leader forte come Jonas Vingegaard, sono nella situazione perfetta direi. Così se vogliono mandare Primoz alla Vuelta, a me sta benissimo. L’anno scorso si coalizzarono, se lui non ci sarà, a me starà più che bene (ride, ndr).

Il ritorno su strada è avvenuto prima delle sei settimane necessarie (foto Instagram)
Il ritorno su strada è avvenuto prima delle sei settimane necessarie (foto Instagram)
A proposito del Giro, cosa ti è parso del podio di Almeida?

Questo Giro è stato davvero bello da guardare e fantastico per il nostro team. Abbiamo centrato tre vittorie di tappa e quando Joao ha vinto sul Bondone, avevo anche io i battiti molto alti. E’ stato bello vederlo finalmente sul podio del Giro, se lo merita davvero e ha anche vinto quella tappa. Penso che possa essere più che felice.

Con Roglic abbiamo parlato spesso del Tour 2020 prima della crono finale del Giro: che cosa ti è parso? Hai visto quanti tifosi sloveni per lui a Monte Lussari?

Quella tappa in sé era davvero pazzesca. Sapevo che Roglic poteva vincerla, penso che sia migliorato un po’ ogni giorno e nell’ultima crono è stato fortissimo. Non so se abbia pensato al Tour de France 2020, ma di sicuro per lui questa è stata una vittoria davvero bella. E penso che tutti i fan sloveni lo abbiano davvero aiutato. E’ stato pazzesco vedere quanti sloveni siano venuti lì solo per tifare per lui. Da sloveno, mi sarebbe piaciuto esserci.

Il ritorno di Hirschi, con un sogno iridato nel cassetto

02.06.2023
5 min
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Specialista delle classiche, poi leader “di riserva” al Uae Team Emirates, ora vincitore anche nelle corse a tappe, dopo essere tornato competitivo anche nelle prove d’un giorno. Gli ultimi anni di Marc Hirschi sono stati vissuti sull’otto volante, dopo che in quel 2020 così fuori dalle righe aveva sorpreso tutti cogliendo in una settimana il bronzo mondiale, la vittoria alla Freccia Vallone e la piazza d’onore alla Liegi-Bastogne-Liegi.

Quest’anno è tornato a brillare riagguantando la Top 10 a Liegi, finendo ai piedi del podio a Francoforte, sbancando il Giro d’Ungheria e portandosi a casa proprio oggi il Giro dell’Appennino. Il tutto dopo una partenza tranquilla come risultati, ma certamente non come stato d’animo e a spiegare il perché è lo stesso svizzero.

In Ungheria Hirschi ha vinto la terza tappa in solitudine, amministrando poi nell’ultima
In Ungheria Hirschi ha vinto la terza tappa in solitudine, amministrando poi nell’ultima

«Stava andando tutto secondo i piani – racconta Hirschi – ma alla Volta ao Algarve sono caduto rompendomi il radio all’altezza del polso e questo ha comportato una lunga sosta, anche se sono tornato in sella abbastanza velocemente anticipando i tempi previsti. Dopo un mese e mezzo ero già in gara, ma al Paesi Baschi ho sofferto tantissimo proprio perché mancavano lavori importanti, ma penso fosse importante per poter crescere di livello. I primi effetti si sono visti a Francoforte, una gara veloce dove mi sono sentito davvero bene. E poi in Ungheria ho sentito delle gambe veramente al top».

Che corsa era quella ungherese e si adattava alle tue caratteristiche?

Per me era perfetta, soprattutto per il momento. La terza tappa con un piccolo strappo, la quarta con un finale movimentato. Lì ho fatto la differenza e la squadra era davvero forte. Non tutti stavano benissimo, ma hanno dato l’anima andando oltre ogni problema. Mi hanno supportato in tutto e portato alla prima vittoria stagionale. Quindi è stato qualcosa di veramente speciale per me.

Alaphilippe_Hirschi_Liegi2020
Hirschi alla Liegi 2020 con Alaphilippe. Alla fine sarà terzo completando la sua settimana magica
Alaphilippe_Hirschi_Liegi2020
Hirschi alla Liegi 2020 con Alaphilippe. Alla fine sarà terzo completando la sua settimana magica
Tu sei diventato famoso nel 2020 con la settimana fra Mondiali e Liegi. Dopo quei grandi risultati ti aspettavi qualcosa di più negli anni successivi?

Sì, sapevo che sarebbe stato difficile, perché la prima volta è sempre più facile, non ti conosce nessuno e nessuno chiede, ma ripetersi ha un altro sapore. Quando mi guardo indietro, penso che allora sia andato tutto alla perfezione. Mi aspettavo risultati leggermente migliori nel 2022, eppure non ero tanto male, anche se qualche attenuante c’è stata, come il problema all’anca del 2021 che mi ha portato all’operazione. Dicono che dopo un intervento del genere ci vuole almeno un anno fino a quando non ti riprendi completamente. Ancora oggi faccio un po’ fatica. Quindi, date le circostanze, sapevo che sarebbe stato difficile realizzare lo stesso, ma ho sempre sperato di farlo. Ma ora mi sento fiducioso di poter tornare a quel livello.

Tu sei un corridore di primo piano soprattutto per le classiche, ma sei nello stesso team di Pogacar che corre sempre per vincere. Questo ti toglie spazio?

In questa squadra, se sei il più forte, ottieni sempre il tuo spazio. Tadej mi dice sempre che nella grande corsa a volte è anche bello anticipare le mosse degli altri. Non mi toglie spazio, penso che possiamo combinarci l’un l’altro, alla fine è normale quando oggi hai così tante gare, così tante occasioni per emergere. E poi è anche bello per me aiutarlo.

Lo svizzero insieme a Pogacar. A suo dire lo sloveno non occupa tutti gli spazi
Lo svizzero insieme a Pogacar. A suo dire lo sloveno non occupa tutti gli spazi
Secondo te team come Jumbo-Visma o Ineos Grenadiers hanno qualcosa di diverso rispetto al tuo?

Dipende da che cosa s’intende per diverso. Siamo ancora una squadra piuttosto giovane rispetto a loro. Quando guardo la Jumbo-Visma, penso che siano una specie di Rabobank. Hanno una storia alle spalle molto più lunga della nostra. Ma questo divario ogni anno si riduce un po’. Noi stiamo ancora crescendo come squadra e loro sono già ai massimi livelli.

Hai vinto una corsa particolare come la Freccia Vallone emergendo in salita, hai vinto il titolo mondiale emergendo in discesa: quali sono i percorsi che preferisci?

A me piace la discesa, ma penso anche che per me la gara perfetta è quella che ha al suo interno brevi strappi, curve secche, cambi di ritmo, insomma un percorso difficile e vario. A me la salita piace molto, non mi spaventa e so che posso fare la differenza.

Non vediamo il tuo nome fra coloro che saranno al Tour. Che cosa prevede ora il tuo programma?

Gareggerò a Gippingen, al Giro di Svizzera e poi ai campionati svizzeri. Poi faccio una piccola pausa e vado in quota per essere pronto per San Sebastian e i mondiali. Abbiamo deciso con la squadra che per quest’anno non farò alcun grande giro per concentrarmi maggiormente sulle altre gare e preparare bene i mondiali.

Al Eschborn-Frankfurt, vinto da Kragh Andersen, si erano visti i primi segnali di ripresa, con il 4° posto in volata
Al Eschborn-Frankfurt, vinto da Kragh Andersen, si erano visti i primi segnali di ripresa, con il 4° posto in volata
La Svizzera è famosa per i tanti campioni che ha nella mountain bike. Ora chi è più popolare fra loro e corridori come te e Kung, chi ha più risalto sui media?

In Svizzera, penso che l’attenzione sia abbastanza simile. La strada ha sempre avuto fascino, ma la Mtb è davvero speciale, perché è come uno sport tutto nostro. E’ molto diffusa, ma a livello di attenzione si può dire che le due discipline si equivalgano quando ci sono buoni risultati.

Il mondiale di Glasgow è adatto a te?

Penso di sì, può essere davvero buono per me. Per ora ho potuto vedere solo quel che c’è online, ma da quel che leggo diventerà una gara super dura perché ci sono 3.600 metri di dislivello che faranno male a tanti. Una gara difficile di quelle che piacciono a me, quel che conta è farsi trovare pronti al momento giusto.

Hai 24 anni e stai maturando ora: hai un sogno speciale, una gara alla quale tieni di più?

Per me, il sogno più grande sarà diventare campione del mondo e indossare quella maglia. Se vivi di questo mestiere, non c’è soddisfazione più grande e che duri più a lungo.

La bici di Zana… con Zana. Scopriamo la sua Giant

02.06.2023
6 min
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Al Giro d’Italia è stata una delle bici più ammirate del gruppo, specie dal pubblico italiano. La specialissima di Filippo Zana non passava inosservata con quella livrea tricolore. Il campione italiano ha sfoggiato un total look da sogno tra maglia e bici.

In questo articolo è Filippo stesso a parlarci della sua Giant Propel Advanced (che avevamo già testato). Ma prima consentiteci un piccolo extra sulla maglia. Finalmente, come già lo scorso anno quando correva alla Bardiani, c’è un tricolore netto sulle spalle e sul petto del corridore e per questo il merito va anche al team, la Jayco-AlUla, che non ha sminuito la bandiera italiana per gli sponsor… 

Ma torniamo alla Giant di Zana. Si tratta del nuovo modello della Propel che il colosso taiwanese ha presentato pochi mesi fa. Dal punto di vista estetico è esaltata la pulizia delle linee. La nuova Propel è la bici aero di Giant. Forme più arrotondate nelle sezioni frontali e più allungate in quelle posteriori come aerodinamica impone. E l’aerodinamica è uno degli aspetti che più ha esaltato Zana stesso.

Filippo Zana (classe 1999) ha sfoggiato questa “freccia tricolore”, sempre con lo stesso setup
Filippo Zana (classe 1999) ha sfoggiato questa “freccia tricolore”, sempre con lo stesso setup
Filippo, qual è una caratteristica che proprio deve avere la tua bici? Non so, leggera, pulita, aero, rigida…

Diciamo che io non sono un tipo molto “delicato” in tal senso. La prendo come me la danno, tanto ci vogliono le gambe! Scherzi a parte, questa bici mi piace molto e l’ho scoperta proprio al Giro d’Italia.

Cioè?

Mi hanno dato la nuova Propel quando sono arrivato al Giro, in Abruzzo, il mercoledì prima del via. E col fatto che si partiva con una crono ho usato quella bici un solo giorno. Però l’ho presa e mi sono trovato subito veramente bene. Rigida e aerodinamica, aspetto molto importante e che tanto mi ha colpito. Sin qui è la bici migliore che ho provato perché va veramente “da Dio”.

Beh, parliamo di un colosso come Giant…

Storia e caratteristiche tecniche sono tutte al top.

Una considerazione estetica: quando l’hai vista con quella livrea tricolore cosa hai pensato?

Tanta roba! E’ bellissima e, ripeto, è stata una sorpresa.

E’ la nuova Propel: rispetto al precedente modello che differenze hai riscontrato?

Va detto che io usavo molto anche la TCR, che è una bici diversa, più da scalatori, più da salita e con i cavi esterni. So che presto arriverà il nuovo modello anche di quella. E poi c’è appunto questa nuova Propel, che è più da velocista. Questa rispetto alla precedente bici conserva le caratteristiche aero ma è più leggera e nel complesso più performante. Forse, almeno per me, è un filo meno rigida, ma io che l’ho presa direttamente al Giro ho trovato subito un buon feeling di guida…

E anche una certa comodità, immaginiamo a questo punto…

Esatto. Si può usare praticamente su tutti i terreni. In Giant hanno fatto una via di mezzo con la Tcr e questa bici, a mio avviso, va veramente bene sia per i velocisti sia per corridori più scalatori come me.

Tu l’hai usata anche nelle tappe di salita?

L’ho usata sempre e ho notato che anche i miei compagni che l’hanno provata hanno usato sempre questa bici. 

Vieni da un altro brand, MCipollini, hai cambiato qualcosa sul fronte delle posizioni e degli angoli? Abbiamo notato che usi un attacco da 140 millimetri, che è piuttosto lungo…

No, non ho cambiato nulla. Ho sempre pedalato così, mi sono trovato a mio agio e finché mi troverò bene userò quella posizione. Una posizione parecchio in avanti con la sella.

A proposito di sella come hai scelto quelle proposte da Giant?

Ho capito quale modello poteva fare per me, l’ho provato, mi sono trovato bene e non l’ho più tolto. Ma adesso forse proverò un modello nuovo. Un sella che al Giro avevano De Marchi e Matthews.

Posizione avanzata, quindi moderna, ma il manubrio non ci è sembrato poi coì stretto…

E’ da 42 centimetri centro-centro. Ho preferito mantenere questa misura che uso da quando ero juniores. Mi trovo bene e… soprattutto ci guido bene.

Utilizzavi una MCipollini, per riportare le quote hai dovuto cambiare taglia? 

No, era una “L” quella e lo è anche questa. Ma come ho detto le quote erano le stesse, anche l’arretramento.

Filippo, invece riguardo ai setup più variabili come pressione delle gomme o rapporti?

Le pressioni andavano in base al meteo e quindi potevano variare un po’, ma penso che il massimo che ho gonfiato durante il Giro sia stato 5 atmosfere con il tubeless… In Jayco-AlUla possiamo scegliere tutto: copertoncino, tubolare, tubeless ma ci troviamo bene con il tubeless. Il tubolare l’ho usato solo nella cronoscalata in quanto più leggero. Ma parliamo di qualche grammo.

Qual è il set di ruote che preferisci?

Ho usato sempre quelle con profilo da 50 millimetri – le Cadex 50 Ultra – che tra l’altro sono nuove. Vedo che sia io che i ragazzi ci troviamo veramente bene su tutti i terreni. E poi per me sono quelle più performanti sia in termini di leggerezza che di scorrevolezza: insomma vanno bene dappertutto.

E i rapporti?

Avevo il nuovo set di Shimano Dura Ace Di2: 54-40 anteriore e scaletta 11-34 al posteriore.

Anche l’11-30, immaginiamo…

No, no… l’11-34 dall’inizio alla fine. Anche per le tappe piatte. Così, scelta mia. Non volevo dare troppo lavoro ai meccanici con questo continuare a cambiare rapporti. Che comunque andavano benone.

Colpack e CTF: strade diverse verso il Giro Next Gen

02.06.2023
5 min
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Il Giro Next Gen è alle porte, il richiamo è forte ed il percorso, scoperto non molti giorni fa, ha fatto muovere le squadre, le quali rincorrono la condizione migliore. Gli approcci sono differenti e lo spunto è nato dall’intervista con De Cassan, del CTF. Alle parole del giovane veneto, che salterà la corsa italiana per partecipare alla Corsa della Pace con la nazionale, si sono aggiunte le foto sui social della Colpack-Ballan

Gli scenari dei due team sono differenti: i friulani hanno deciso di non fare ritiri in altura, mentre i ragazzi di Di Leo e Valoti sono stati a Livigno per preparare al meglio l’appuntamento. 

A Livigno i ragazzi della Colpack hanno lavorato anche con la bici da crono
A Livigno i ragazzi della Colpack hanno lavorato anche con la bici da crono

Il metodo Colpack

I corridori del team bergamasco si sono sciroppati i classici quindici giorni di ritiro in altura, in una delle mete più frequentate dai ciclisti: Livigno. Una decisione molto vicina, se non del tutto uguale, a quella di molte squadre professionistiche. Le quali scelgono il fresco della montagna per preparare gli appuntamenti più importanti. 

«Da Livigno – racconta Gianluca Valoti – siamo tornati mercoledì (31 maggio, ndr) dopo quindici giorni di lavoro in altura. Abbiamo deciso di fare un ritiro di squadra con i ragazzi che parteciperanno al Giro Next Gen. L’unico cambio ha riguardato Romele che ha anticipato i suoi compagni di una settimana, visto che è andato con la nazionale a correre in Polonia.

«E’ da un po’ di anni – continua – che adoperiamo questo metodo per preparare il Giro Next Gen, fin dai tempi di Ayuso e Baroncini. Stare in quota ti permette di allenarti bene e di recuperare al meglio, in modo tale da riempire il serbatoio prima del grande appuntamento. Il tempo è stato dalla nostra parte, non abbiamo perso nemmeno un giorno di allenamento».

C’è stato anche tempo per la visita di alcuni ex atleti: Baroncini, Ganna e Sobrero
C’è stato anche tempo per la visita di alcuni ex atleti: Ganna e Sobrero, ai quali si è aggiunto anche Baroncini

Approccio classico 

La Colpack-Ballan ha fatto la scelta di sospendere l’attività con i ragazzi convocati per il Giro Next Gen. I bergamaschi hanno spostato a Livigno il loro staff e si sono concentrati sul massimizzare questi quindici giorni.

«I nostri due allenatori: Fusi e Giovine – dice Valoti – hanno organizzato al meglio tutto quanto. C’è stato un primo periodo di ambientamento all’altura e poi si è lavorato a bassa intensità. Ora siamo rientrati ed i ragazzi andranno a fare un paio di gare per riabituarsi al ritmo di gara. Qualcuno andrà al De Gasperi, altri a Fiorano e qualcuno ancora alla Coppa della Pace di Rimini. Non sono molti i team dilettantistici che possono fare questo. A ragione di ciò, a Livigno non abbiamo incontrato altre squadre, giusto qualche ragazzo, ma tutti da soli».

Il CTF ha preferito prepararsi al Giro U23 correndo qualche breve corsa a tappe, eccoli alla Carpathian Couriers Race (foto Carpathian Couriers Race)
Il CTF ha preferito prepararsi al Giro U23 correndo qualche breve corsa a tappe (foto Carpathian Couriers Race)

CTF senza altura

De Cassan ci aveva anticipato la scelta del Cycling Team Friuli con queste parole: «Insieme alla squadra abbiamo deciso di non fare altura. Vedremo se la nostra scelta verrà ripagata, una cosa è certa: ho massima fiducia nei nostri tecnici. So che arriveremo preparati ai due mesi più importanti, giugno e luglio».

Così siamo andati da Renzo Boscolo per farci raccontare questo scelta: «Il calendario degli under 23 – spiega – è talmente ravvicinato che diventa difficile organizzare il tutto. Nel 2022 abbiamo fatto il ritiro in altura, ma non abbiamo avuto buoni riscontri. In squadra abbiamo quattro stranieri e per le regole delle gare nazionali possiamo schierarne solo due per volta. In pratica avremmo dovuto fermare l’attività di tutti per andare in montagna. 

«Nelle scorse settimane – dice ancora Boscolo – ci siamo messi a fare test e a monitorare tutti i ragazzi. In base ai risultati di queste analisi, coordinati con i dati delle gare e degli allenamenti abbiamo scelto il gruppo migliore per partecipare al Giro Next Gen».

Correre aiuta i ragazzi ad crescere e a misurarsi con situazioni sempre nuove (foto Carpathian Couriers Race)
Correre aiuta i ragazzi ad crescere e a misurarsi con situazioni sempre nuove (foto Carpathian Couriers Race)

Corse a tappe

Per preparare la corsa rosa dedicata agli under 23 il CTF ha optato per un avvicinamento differente: ovvero quello di correre. I ragazzi di Boscolo hanno partecipato a due brevi corse a tappe in questo ultimo periodo. La prima è stata la Carpathian Couriers Race, la seconda terminerà il 4 giugno, ed è il Giro d’Austria Superiore.  

«Rimaniamo fedeli alla nostra idea – afferma Boscolo – la nostra squadra serve come formazione e crescita dell’atleta. Le gare sono le lezioni migliori che un ragazzo possa fare. Partecipare a due brevi corse a tappe, prima di affrontare il Giro Next Gen, ti avvicina mentalmente a quello che i ragazzi andranno a fare. Escono dalla comfort zone, imparano cosa vuol dire fare un trasferimento dopo una tappa. Imparano a confrontarsi con lo staff: massaggiatori, meccanici, a viaggiare, correre. Insomma: vivono la situazione».

Casa Ineos, con Puccio nella notte maledetta del Lussari

02.06.2023
6 min
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Sabato sera, Monte Lussari alle spalle. Mentre nell’hotel della Jumbo-Visma si brinda alla rimonta di Roglic (leggere il racconto di Affini), in quello della Ineos Grenadiers l’atmosfera è meno allegra. Il sogno dei ragazzi di Tosatto si è sbriciolato contro la montagna friulana. Tre chilometri di difficoltà dopo tre settimane perfette e la maglia rosa di Thomas è svanita (in apertura il gallese in un’immagine da Instagram/Ineos Grenadiers).

Hanno lavorato più di quello che potevano. E se De Plus e Arensman hanno fatto gli straordinari in salita, Swift e Puccio si sono messi la squadra sulle spalle in pianura. E quando si staccavano in salita, poi si affrettavano a rientrare per aiutare nei tratti successivi. L’umbro racconta.

Salvatore Puccio è del 1989 e aveva già vinto tre Giri con la Ineos
Salvatore Puccio è del 1989 e aveva già vinto tre Giri con la Ineos
Che serata è stata?

Siamo arrivati all’hotel di Udine e abbiamo aspettato Thomas, perché era rimasto indietro per l’antidoping e le interviste. Quando è arrivato, non abbiamo fatto una cena da fine Giro. Non c’era nulla da festeggiare. C’era amarezza, abbiamo bevuto qualche birra, ma eravamo tutti dispiaciuti.

Non pensavate che Roglic potesse ribaltare la situazione?

Si era messa bene. Eravamo in cinque e abbiamo fatto l’ultima settimana dando l’anima. Ci siamo uniti anche di più. Il gruppo c’era dall’inizio, si era creato a Sierra Nevada. Quando poi siamo rimasti in cinque, ci siamo spezzati per aiutarci l’uno con l’altro. Swift e io abbiamo tirato fino alla morte per non lasciarli scoperti, ma quel giorno Roglic è stato più forte.

Forte Roglic oppure è calato Thomas?

Geraint non è andato piano, perché comunque ad Almeida ha dato lo stesso distacco di tutta la settimana. E’ stato Roglic che è andato fortissimo, ha fatto un cambiamento incredibile. Quando lo guardavamo in tivù, lui sembrava agile, mentre “G è sempre andato più duro. Nei primi intermedi erano lì, quasi con gli stessi distacchi. Invece dal momento in cui ha avuto quel problema, Roglic ha fatto qualcosa che non ci aspettavamo.

La maglia rosa di Thomas è volata via per 3 chilometri di fatica nel finale della cronoscalata
La maglia rosa di Thomas è volata via per 3 chilometri di fatica nel finale della cronoscalata
Anche lui ha raccontato di aver cambiato passo…

Si è visto subito che quando è ripartito aveva una pedalata pazzesca. E’ ripartito come quando uno non ha più nulla da perdere: «Ormai ho perso tutto, vado a tutta. E se salto, salto!». Secondo me quel problema meccanico in qualche modo l’ha aiutato.

Roglic ha aumentato e Thomas intanto calava. Sai se è riuscito a mangiare quel gel per il quale ha rischiato di cadere?

Lo ha mangiato, solo che quella salita era tanto dura per le sue caratteristiche. E poi col fatto che va sempre duro, su quel cemento a righe orizzontali, ha pagato pegno. Se fosse stato su asfalto, si sarebbe salvato. Ma su quelle righe sottili, se vai duro non rendi. Secondo me è stato anche quello.

E’ stato difficile gestire il Giro essendo soltanto in cinque?

Quando siamo rimasti in pochi, qualcuno un po’ emotivo ha iniziato ad agitarsi. Ma gli abbiamo detto: «Tranquilli ragazzi, perché ormai iniziano le varie dinamiche della gara». C’era chi attaccava e chi doveva difendere la posizione. Roglic non avrebbe mai attaccato da lontano. Sarebbe stato preoccupante se la Jumbo avesse avuto un uomo in classifica a due minuti.

Arensman e De Plus son stati due giganti sulle montagne per Thomas
Arensman e De Plus son stati due giganti sulle montagne per Thomas
Perché?

Perché quello ci avrebbe costretto a muoverci presto e Swift ed io saremmo saltati subito. Ma quando iniziano i meccanismi per coprire i vari piazzamenti, la corsa si guida quasi da sola.

Pensavi che De Plus e Arensman fossero così forti?

De Plus negli ultimi due anni ha avuto dei problemi, un virus se non sbaglio, per cui non riusciva neanche a finire le gare. Però quando era alla Jumbo e prima alla Quick Step, aveva questi numeri. E’ stato una bella riscoperta. Ha iniziato a mettersi in mostra dall’inizio, poi al Tour of the Alps è venuto fuori fortissimo. E’ un tipo che si butta giù, quindi appena ha visto i primi risultati positivi, ha preso fiducia. Al momento dei ritiro di Tao, ne avevamo cinque fra i primi dieci.

A te è toccato ancora il ruolo di regista?

L’ho condiviso con Swift. Io conosco un po’ meglio i percorsi in Italia, lui è più esperto. Il solo giovane era Arensman. Per il resto avevamo già corso diversi Giri e ognuno sapeva cosa fare. Le dinamiche sono quelle, c’è poco da dire. Se la gamba è buona, non ci sono problemi.

A Roma, la stretta di mano fra Thomas e Roglic: due buoni amici anche nella vita fuori dalla bici (foto Instagram/Ineos Grenadiers)
A Roma, la stretta di mano fra Thomas e Roglic: due buoni amici anche nella vita fuori dalla bici (foto Instagram/Ineos Grenadiers)
Immaginavi che Thomas potesse giocarsi il Giro?

E’ stata una sorpresa, perché a inizio anno ha avuto dei problemi. Però ricordo che quando arrivò secondo nel Tour di Bernal, era sempre per terra nelle gare prima e non era riuscito a finirne una. Poi andò al Tour e arrivò secondo. Quando hai talento, è tutto più facile. Se io non mi alleno per qualche giorno, vado giù, a loro basta meno. Ci sono due categorie: i fenomeni e noi operai. I primi sono nati per andare in bici, gli altri devono soffrire per arrivare a un certo livello.

Anche il vostro è comunque un livello altissimo: ci sono varie gradazioni nell’essere fenomeni.

Ognuno ha il suo ruolo, la sua posizione, è vero. Le squadre piccole soffrono ancora di più, però poi ci sono questi 10 più forti, che corrono in un’altra categoria.

Quanto era giù Thomas?

Secondo me era dispiaciuto più per noi che per sé. Era triste, chiaramente, ma gli è dispiaciuto di non essere riuscito a farci un regalo dopo tutto il lavoro che ci ha visto fare. Ho avuto questa impressione e sicuramente se la porterà dentro.

Comunque sia finita, sono arrivati a Roma. Con il caldo che c’era, una birra ha riportato il sorriso (foto Instagram/Ineos Grenadiers)
Comunque sia finita, sono arrivati a Roma. Con il caldo che c’era, una birra ha riportato il sorriso (foto Instagram/Ineos Grenadiers)
Prima di finire, cosa pensi dell’aiuto dato da Thomas a Cavendish l’ultimo giorno?

Ha fatto tutto lui. Eravamo lì in fila, perché lo abbiamo scortato fino ai meno 3 dall’arrivo. “Cav” ogni giorno veniva da noi e ci motivava: «Mi raccomando – ci diceva – aiutatelo a vincere». Sono amici da una vita e forse Thomas a Roma si è accorto che Mark aveva un solo compagno, gli ha fatto cenno e poi ha fatto quella menata per rimanere davanti. E’ stato un bel gesto. In qualche modo gli ha permesso di viversi Roma da vincitore anche lui, su quel percorso bellissimo. Questa volta l’hanno disegnato davvero bene.

Lussazione acromion-clavicolare della spalla, scopriamola…

01.06.2023
4 min
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La zona della spalla per il ciclista è per fortuna o purtroppo una delle parti del corpo più stressate in caso di caduta. A seconda delle differenti e innumerevoli possibili dinamiche, il nostro fisico dissipa qui la forza d’impatto fungendo da protezione naturale. Una delle casistiche possibili è proprio quella della lussazione dell’acromion-clavicolare.

L’abbiamo conosciuta durante questo Giro d’Italia con Andrea Vendrame che in seguito alla funambolica caduta di Salerno ha dovuto fare i conti con questo infortunio per più giorni prima del ritiro forzato a casa del Covid. Partiamo dal caso dell’atleta dell’AG2R Citroen e scopriamo questa lussazione con il dottor Maurizio Radi del FisioRadi Medical Center. 

L’omero che spinge sull’articolazione provoca dolore
L’omero che spinge sull’articolazione provoca dolore
Che tipo di di infortunio è?

Una disgiunzione dell’acromion-clavicolare vuole dire che l’articolazione ha una lussazione. Il concetto dipende poi dal tipo di grado della stessa.

Per un ciclista cosa comporta?

Non crea così tanti problemi. Il primo grado è una semplice distorsione dell’articolazione senza lesione dei legamenti. E’ come una leggera diastasi dell’articolazione, ma i legamenti rimangono sani, leggermente stirati. Considerando che il ciclista non la va a sollecitare in modo così importante, Vendrame ha fatto bene a continuare. Anche se nell’insieme i punti di sutura hanno sicuramente complicato la ripresa

Vendrame infatti ci ha detto di aver aspettato due tappe prima di alzarsi sui pedali per il troppo dolore…

Da un punto di vista clinico dell’articolazione, in cui si considera che la lussazione di primo grado non ha danneggiato i legamenti, normalmente con un po’ di laser si può guarire in 15-20 giorni. E’ normale che quando ci si alza sui pedali andando a forzare, si possa risentire di un dolore costante nei primi giorni.

Per Vendrame i punti di sutura non hanno aiutato il recupero e la mobilità (foto Instagram)
Per Vendrame i punti di sutura non hanno aiutato il recupero e la mobilità (foto Instagram)
Insomma un infortunio di questo tipo ad un Giro d’Italia complica di molto il recupero…

Sì, diventa una questione di sopportazione del dolore. Il pensare di continuare per più giorni sicuramente alza la difficoltà. Anche se per l’articolazione stessa non si creano grossi problemi. In sostanza l’omero spinge sull’articolazione e i punti di sutura tirano. In una fase di sforzo prolungato può essere molto doloroso. 

Il discorso cambia se si dovesse riscontrare un secondo o terzo grado?

Nel caso del secondo grado, c’è una lesione del legamento acromio-clavicolare, una vera sublussazione, quindi una diastasi dell’articolazione. A quel punto la situazione diventa più preoccupante. Se poi si parla di terzo grado, addirittura viene messo un tutore per avvicinare la clavicola all’acromion, per fare cicatrizzare i legamenti. 

Come viene trattato questo tipo di infortuni?

Si fa il laser e della Tecar per sfiammare e fare assorbire il versamento e ridurre l’infiammazione. Ma soprattutto non si deve sovraccaricare l’articolazione per farla guarire nel modo più corretto e veloce possibile.

Il tutore nel secondo e terzo grado è fondamentale per la ripresa
Il tutore nel secondo e terzo grado è fondamentale per la ripresa
Tra i differenti gradi di infortunio c’è un tempo di recupero esponenziale?

Sì. Il primo grado non lo si immobilizza. Quando si sono fatti 20 giorni di terapia, si è già a posto. Nel secondo e terzo grado, si deve mettere il “tutore di Kenny Howard” che spinge la clavicola verso il basso e l’omero verso lalto, consentendo un efficace trattamento conservativo. Lo si tiene più o meno per 21 giorni e comporta un irrigidimento della spalla. Ne consegue che quando si toglie il tutore si deve fare tutta la riabilitazione per recuperare la mobilità, la forza della spalla e il tono muscolare di tutto il cingolo scapolare.

La ripresa da un infortunio di questo tipo che percentuale di riuscita ha?

In tutti e tre i casi si ha il 100 per cento di ripresa. L’unica cosa, nel secondo e terzo grado, la clavicola in questione rimane leggermente un po’ più alta e non è più proprio in linea come lo sarebbe naturalmente. Però da un punto di vista funzionale, se si viene seguiti nella guarigione e nella riabilitazione, non ci si porta dietro nessun tipo di problema.

In caso di impatto ripetuto in quel punto durante una stagione si ha una sorta di predisposizione?

No, una volta recuperato si riparte da zero. Cicatrizzato il legamento, non si ha più alcun problema. Nel primo grado non si ha nessun tipo di lesione quindi a maggior ragione si può stare tranquilli. 

Giù dal Lussari, in cabinovia con Prodhomme

01.06.2023
4 min
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MONTE LUSSARI – Incontri in cabinovia. Le ombre sono lunghe ormai sul Lussari. Nicolas Prodhomme è avvolto nella sua mantellina a maniche lunghe mentre sta per scendere dalla vetta. Cammina in una corsia preferenziale che l’organizzazione ha lasciato agli addetti ai lavori per scendere a valle sull’impianto a fune.

E noi siamo con lui e il suo massaggiatore e osteopata, Ugo Demaria. La discesa diventa l’occasione per fare una chiacchierata.

Per il francese delle buone prestazioni, tanto più se si considera che ad inizio stagione si era fermato un mese per un infortunio
Per il francese delle buone prestazioni, tanto più se si considera che ad inizio stagione si era fermato un mese per un infortunio

Ag2r promossa

Nicolas si è attardato. Sorteggiato per l’antidoping, la pipì proprio non voleva uscire. Mentre cammina verso la telecabina, il francese si gode qualche applauso del pubblico ancora inebriato dalla vittoria di Primoz Roglic. Noi lo aiutiamo a scendere una rampa sui sassi per raggiungere la stazione a monte: camminare sul quel terreno con scarpini e tacchette non è affatto facile. Prodhomme si appoggia al nostro braccio. È un simpatico modo per rompere il ghiaccio.

«Sono contento del mio e del nostro Giro d’Italia – racconta il corridore dell’Ag2R-Citroen – abbiamo disputato una corsa sempre all’attacco. E soprattutto abbiamo ottenuto un’ottima vittoria con Aurelien Paret-Peintre a Lago Laceno. In qualche modo abbiamo cercato di sostenerlo per la classifica (prima che ne uscisse dopo il Bondone, ndr), ma abbiamo sempre avuto la nostra libertà».

Intanto Ugo Demaria seduto di fronte a noi ammette e che in effetti questo Giro d’Italia è stato davvero buono per la loro squadra.

«In tanti anni che veniamo – dice il massaggiatore – forse è stato il migliore dei nostri Giri. Ci siamo presentati con una squadra giovane e i ragazzi sono sempre stati protagonisti. Dispiace tanto, ma proprio tanto per Andrea Vendrame».

Nicolas Prodhomme (classe 1997) e il suo massaggiatore Ugo Demaria durante il ritorno a valle in cabinovia

Prodhomme l’attaccante 

Prodhomme viene dal Nord della Francia. Ha iniziato a correre da bambino. Ha vinto la prima gara cui ha partecipato.

«Me la ricordo bene: l’ho vinta – aggiunge con quel suo sorriso un po’ timido – ma poco dopo mi hanno squalificato per una manovra non corretta col manubrio. Avevo alzato le braccia troppo presto… e io non lo sapevo».

Che tipo di corridore sia oggi Prodhomme, parecchi anni dopo quel primo successo, forse non lo sa bene neanche lui. Scalatore? Passista? Di certo quando la strada sale se la cava molto bene ed è un attaccante, come molti suoi connazionali del resto. Nel 2019 ha vinto la Piccola Sanremo di Sovizzo e sempre in quell’anno il Gp delle Nazioni. In questo Giro è stato in avanscoperta nel diluvio di Cassano Magnago e anche verso le Tre Cime di Lavaredo.

Intanto il viaggio in cabinovia scorre veloce e più che un’intervista si tratta di una chiacchierata. Si parla della sua BMC, di cui Prodhomme esalta le doti e l’equilibrio del telaio, del gruppo. Della pioggia presa.

Prodhomme è arrivato a Roma con quattro compagni. Per lui era il quarto grande Giro: nel sacco due Giri e due Vuelta (foto Instagram)
Prodhomme è arrivato a Roma con quattro compagni. Per lui era il quarto grande Giro: nel sacco due Giri e due Vuelta (foto Instagram)

Basta pasta!

Nicolas racconta che in gruppo tra di loro i pro’ parlano spesso di telai, di materiali… E che l’aspetto tecnico in generale è un tema molto sentito. Dice che questo era il suo secondo Giro d’Italia e che venire da noi è sempre un piacere.

«Bei percorsi in Italia. C’è tanto pubblico… Quest’anno il Giro è stato particolare. Il momento più favorevole per me è stato il finale. Mi sono sentito bene col sole su queste salite. Gli ultimi giorni da quando è migliorato il meteo è stato bello. Mentre i momenti più duri ci sono stati nella parte centrale con tutta quella pioggia».

Ecco Tarvisio. Le porte della cabinovia si aprono. Nicolas si prende di nuovo gli applausi dei tifosi nella stazione a valle. Cammina tra due ali di folla. Adesso un’ammiraglia porterà lui e Demaria in hotel, in attesa del volo verso Roma di domattina. 

«Sarà bello pedalare a Roma – dice il francese – ho il volo di ritorno lunedì alle 16». Nicolas avrà quindi un po’ di tempo per fare il turista. Gli consigliamo dunque una pasta all’amatriciana o una cacio e pepe, tipiche della cucina romana. Ma lui replica: «No, no… basta pasta, ne abbiamo mangiata sin troppa in questo Giro. Meglio una pizza!».

Gregoire ora vince anche fra i pro’. Dove può arrivare?

01.06.2023
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Ormai non è più una novità. Sono almeno due anni che Romain Gregoire fa parlare di sé, ma quel che colpisce è come stia bruciando le tappe. Junior di primissimo piano nel 2021, capace di vincere il titolo europeo e l’argento mondiale. Una pioggia di successi fra gli under 23 nel 2022 fra cui tappe al Giro e al Tour de l’Avenir, sembrava che passando subito fra i pro’ potesse quantomeno rallentare. Per tutta risposta, il ventenne di Besançon ha portato a casa la vittoria alla 4 Giorni di Dunkerque, non proprio una corsetta…

E’ chiaro che le sue vittorie acquistano risalto in un ciclismo, quello transalpino, che gode sì di buona salute, ma che è ancora alla ricerca del campione assoluto: un ruolo che neanche il grande Alaphilippe è riuscito a interpretare appieno, perlomeno nel colpire la fantasia dei tifosi più maturi, quelli rimasti all’epoca delle conquiste di Hinault e Fignon.

Già alla Strade Bianche Gregoire si era messo in luce, finendo ottavo
Già alla Strade Bianche Gregoire si era messo in luce, finendo ottavo

Un talento da tenere stretto

Molti guardano a Gregoire come al loro erede e per questo alla Groupama FDJ cercano di proteggerlo il più possibile. A Dunkerque, a guidarlo c’era Frederic Guesdon, una lunga carriera come corridore e dal 2015 direttore sportivo del team.

«Non lo conosco da molto tempo – spiega – e uniche occasioni in cui l’ho avuto in gara è stato a Morbihan e Dunkerque, ma resto davvero sorpreso nel vedere con quanta autorità corre fra i pro’. Nel team se ne parla molto bene, è un talento che ci teniamo stretto e che va fatto crescere piano piano».

Gregoire in trionfo agli europei di Trento 2021. Era junior, ora già vince fra i pro’
Gregoire in trionfo agli europei di Trento 2021. Era junior, ora già vince fra i pro’
Quali sono i suoi punti di forza?

Da quel che ho visto è un corridore abbastanza completo, che può emergere tanto nelle corse di un giorno quanto in quelle a tappe come a Dunkerque, quindi contenute nei giorni di gara. Io penso anzi che siano proprio queste gare che possano farlo crescere e maturare, noi intendiamo lavorare così con lui. Serve tempo, vogliamo vedere come reagisce nelle gare di alta montagna, poi potremo farci un’idea su quale sarà il suo futuro.

La vittoria di Dunkerque significa che è già adatto al ciclismo professionistico?

Penso di sì, ma questa non è una sorpresa. Come molti altri giovani che appena arrivati nel ciclismo professionistico sono già in grado di emergere e vincere. E’ il ciclismo di oggi, che già al primo anno ti permette di farti vedere. Se hai qualità emergi subito, questo è chiaro.

Gregoire sta attirando su di sé l’attenzione dei media transalpini che sognano un nuovo Hinault
Gregoire sta attirando su di sé l’attenzione dei media transalpini che sognano un nuovo Hinault
Come persona che impressione ti ha fatto?

E’ un tipo semplice, gentile, anche riservato, nel senso che non è uno di quelli che si pone al centro del gruppo. Si è ben adattato al nuovo nucleo di corridori. Sa bene quello che vuole e magari non va a sbandierarlo ai quattro venti, ma lavora in funzione dei suoi sogni con determinazione.

In Francia un corridore capace di lottare per la vittoria al Tour con concrete possibilità è atteso da molti anni. Potrebbe essere Romain quel qualcuno?

Appena salta fuori un nome, subito si pensa al Tour: è un po’ il destino del nostro ciclismo. Io dico che Romain potrebbe anche farlo, ma per saperlo bisogna aspettare. Noi non lo conosciamo ancora su percorsi davvero duri, in alta montagna, con fatiche ripetute. Penso che presto lo sapremo e potremo capire dove potrà arrivare. Io sono ottimista, ma non saprei proprio dire quanto ci vorrà perché arrivi a quei livelli, non dimentichiamo che di Pogacar ce n’è uno…

La più grande vittoria di Guesdon: la Parigi-Roubaix del ’97, su Planckaert e Museeuw
La più grande vittoria di Guesdon: la Parigi-Roubaix del ’97, su Planckaert e Museeuw
Tu sei stato esponente di un ciclismo dove si poteva restare negli anni, hai avuto una lunga carriera. Quando vedi un giovane come Gregoire temi che la loro carriera possa essere più breve?

E’ difficile da dire perché oggi la carriera di un corridore inizia molto prima. Già nelle categorie giovanili hai tanta pressione e impegni importanti, arrivi fra i pro’ giovane ma già rodato. La logica dice che i corridori di oggi non potrebbero avere una carriera così lunga sempre ad alti livelli proprio perché si passa prima e si arriva che si è già al top. Ma solo il tempo potrà dare le risposte.

C’è un corridore del passato o del presente a cui lo paragoneresti?

Per me ha un modo di correre e di porsi che mi ricorda molto Philippe Gilbert. Potrebbe anche essere quella la sua strada, di grande specialista per un certo tipo di classiche e di corse.

Abbiamo visto che nel programma di Romain c’è la Vuelta. Che cosa vi aspettate da lui al suo esordio in un grande Giro?

Deve andare con la mente sgombra, vivendo alla giornata. Non gli poniamo limiti, dovrà capire lui che cosa potrà fare. E’ inutile parlare di classifica o di questa o quella tappa: scoprirà strada facendo che cosa potrà fare e potrà ottenere. Magari qualche frazione che più gli si addice potrebbe davvero metterlo in luce. Diciamo che non passerà inosservato.