Giro d'Italia, 15a tappa, Milano, Jonas Vingegaard, Filippo Ganna

EDITORIALE / Vingegaard, la Giuria e una richiesta da non irridere

25.05.2026
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CESANO MADERNO (MI) – Sarebbe servito il suo amico Ganna, che per dargli una mano si fosse messo in testa al gruppo per rimettere nel mirino i quattro fuggitivi. Solo Pippo avrebbe avuto forse le gambe per salvare Milan da un’altra tappa di sospiri, ma la magia che nel 2023 spinse Thomas a tirare la volata di Roma a Cavendish, nonostante non fossero più da tempo nella stessa squadra ma solo compagni di avventure olimpiche, ieri a Milano non si è ripetuta. E al contrario, nel momento in cui sarebbe servito tirare più forte, Vingegaard si è messo a discutere con la Giuria, perdendo l’abbrivio per riprendere la fuga.

La fuga di Mastri, Bais. Marcellusi e del vincitore Dversnes Lavik è andata forte, ma il gruppo ha esitato
La fuga di Maestri, Bais, Marcellusi e del vincitore Dversnes Lavik è andata forte, ma il gruppo ha esitato
La fuga di Mastri, Bais. Marcellusi e del vincitore Dversnes Lavik è andata forte, ma il gruppo ha esitato
La fuga di Maestri, Bais, Marcellusi e del vincitore Dversnes Lavik è andata forte, ma il gruppo ha esitato

Comanda la fatica

L’ultima tappa della seconda settimana offre due spunti di riflessione. Il primo è legato alle gambe del gruppo: alzi la mano chi non era convinto che i velocisti avrebbero fatto un sol boccone della fuga. Li hanno tenuti per tutto il giorno a due minuti, hanno giocato al gatto col topo, salvo poi accorgersi che il topo fosse più lesto di quanto avessero immaginato. Non regge la giustificazione addotta dai più: i quattro davanti hanno continuato a macinare oltre i 50 all’ora, va bene, ma nessuno di quelli dietro ha avuto la forza di avvicinarli. A cose normali, un gruppo lanciato pieno di passisti e velocisti, certi recuperi li fa. A meno che le forze siano agli sgoccioli.

La stanchezza si sente. Si sente il fatto che per il velocista non ci siano 5-6 uomini come al tempo di Petacchi e Cipollini. E si sente anche il fatto che in un ciclismo più controllato, che si svolge ogni giorno alla velocità della luce, la fatica sia tornata la discriminante più vera. Fatte queste premesse e indicando ancora in Vingegaard il netto favorito, la terza settimana potrebbe riservare qualche sorpresa poco prevedibile.

Walscheid ha fatto la sua parte in testa al gruppo, ma non è bastato
Walscheid ha fatto la sua parte in testa al gruppo, ma non è bastato. A Vingegaard stava bene così
Walscheid ha fatto la sua parte in testa al gruppo, ma non è bastato
Walscheid ha fatto la sua parte in testa al gruppo, ma non è bastato. A Vingegaard stava bene così

La richiesta di Vingegaard

Il secondo spunto di riflessione nasce dopo aver letto le valutazioni dure e da un certo punto di vista condivisibili sulla richiesta di neutralizzazione del circuito da parte di Vingegaard, Campenaerts e Ciccone. Nelle interviste e nei vari articoli, come pure nei commenti, hanno tutti ribadito che il circuito non fosse pericoloso, anzi che fosse bello e pieno di pubblico. Anche Philippe Gilbert, ospite di Eurosport, ha detto di non aver capito la decisione di neutralizzare l’ultimo Giro. Vingegaard ha obiettato dicendo che dalla televisione non si capisse e che i corridori hanno avuto invece la percezione opposta. Per questo avrebbero parlato fra loro e deciso di chiedere uno sconto alla Giuria.

La neutralizzazione passata dai 3 ai 5 chilometri sarebbe già stata sufficiente, alla fine invece la gara è stata neutralizzata a partire dall’inizio dell’ultimo giro del circuito di Milano. Come lo scorso anno al Tour nella tappa finale di Parigi, quando però pioveva e il fondo stradale era ben più viscido di quello milanese.

Se tanto è successo a Milano, dovremo prepararci a un identico spettacolo a Roma? Quello che però stupisce è che il Presidente di Giuria abbia accontentato le richieste espresse da Vingegaard, che infatti ne ha apprezzato la gentilezza, e che il Giro d’Italia non abbia speso una parola in difesa del suo tracciato. Lo hanno fatto per quieto vivere o perché in qualche modo hanno avuto tutti la percezione di un tracciato sul filo?

La caduta che nel 2020 stava per costare la vita a Jakobsen (che vola oltre la barriera) a causa di transenne inadeguate eppure approvate
La caduta che nel 2020 stava per costare la vita a Jakobsen (che vola oltre la barriera) a causa di transenne inadeguate eppure approvate

La presa di posizione

La sicurezza è un tema spinoso. Evidentemente le ispezioni sui percorsi vengono fatte – se vengono fatte – adottando criteri di valutazioni piuttosto distanti dalla sensibilità degli atleti. Si è ironizzato sul fatto che i corridori vorrebbero solo strade larghe e senza curve e per certi versi si tratta di un’ironia condivisibile. Ma dato che da più parti si sono levate segnalazioni sulla pericolosità delle nostre strade, con Lefevere che ha sparato contro il Giro senza peli sulla lingua, siamo certi che abbia senso dileggiare i corridori che hanno scelto di prendere posizione a favore della propria sicurezza?

Le transenne oltre le quali volò Jakobsen al Tour of Pologne erano sempre state ritenute adeguate, fino al momento in cui si rischiò il dramma. E anche l’arrivo di Molino dei Torti in cui perse la vita Giovanni Iannelli era sempre stato ritenuto sicuro, fino al giorno della tragedia.

Sono loro quelli che ci strappano l’applauso, ma cui spesso l’asfalto strappa la pelle dal corpo. Sono loro quelli che postano sui social scene glamour di divertimento e fatica, ma sempre loro quelli che domani potrebbero non tornare più a casa. Le strade delle nostre corse sono piene di arredi urbani e pericoli, non certo pensati per lo svolgimento di gare di bici. E a chi dice che al Tour de France certe proteste non le farebbero mai, suggeriamo di porsi la domanda inversa: non sarà che lo standard di sicurezza della corsa francese è superiore ed è garantito da un superiore spiegamento di mezzi e attenzioni?

Il sindaco Sala ha riaccolto il Giro a Milano: qui stringe la mano di Vingegaard
Il sindaco Sala ha riaccolto il Giro a Milano: qui stringe la mano di Vingegaard
Il sindaco Sala ha riaccolto il Giro a Milano: qui stringe la mano di Vingegaard
Il sindaco Sala ha riaccolto il Giro a Milano: qui stringe la mano di Vingegaard

E’ un altro spunto su cui ragionare, cui potrebbero e dovrebbero dedicarsi l’UCI e il CPA, ma anche la Federciclismo e la Lega Ciclismo. La loro ragione di esistere sono gli atleti e se anche un solo corridore non torna a casa da una gara o da un allenamento, spesso non è per fatalità, ma per responsabilità cui sarebbe onesto e opportuno dare sempre un nome e un volto. Battersi il petto e ripartire, sperando che la prossima volta andrà meglio non è poi un grande esercizio di prevenzione.

Giro d'Italia 2026, Voghera-Milano, Fredrik Dversnes Lavik, Uno-X Mobililty

A Milano l’imboscata di Dversnes Lavik e la confusione dei velocisti

24.05.2026
6 min
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MILANO – La giornata che vede il Giro d’Italia attraversare Milano si racchiude in due momenti chiave, il primo è nei gesti di Fredrik Dversnes Lavik e di Mirco Maestri. Con il norvegese della Uno-X Mobility che esulta presentandosi alla città e al pubblico della corsa rosa in quella che è la sua prima vittoria in un Grande Giro. Con il secondo che deve ancora arrendersi, per l’ennesima volta, rimandando l’appuntamento con la vittoria.

La fuga di quattro corridori è arrivata al traguardo, complice un atteggiamento del gruppo che ha portato ad allungare la neutralizzazione all’ultimo giro del circuito. Victor Campenaerts, poi la maglia rosa Jonas Vingegaard sono stati a parlare con il Presidente di Giuria. Il risultato è di aver aperto la strada ai fuggitivi. Mentre il gruppo si guardava per capire cosa fare i quattro davanti sono andati a tutta, portando a casa una tappa corsa ai 51,063 chilometri orari di media. 

Il norvegese Fredrik Dversnes Lavik trova la sua prima vittoria di tappa in un Grande Giro
Il norvegese Fredrik Dversnes Lavik trova la sua prima vittoria di tappa in un Grande Giro

Il coraggio di provarci

Fredrik Dversnes Lavik parla con la medaglia a simboleggiare la vittoria di tappa che pende dal collo e gli sfiora le potenti gambe. E’ stato il più forte dei quattro fuggitivi, mettendo nel sacco Mirco Maestri e il compagno Bais, ai delusi si aggiunge anche Martin Marcellusi che nella volata ristretta ha trovato il terzo posto. 

«Davanti abbiamo lavorato bene e in perfetta collaborazione fin dall’inizio – commenta il vincitore di tappa – con cambi regolari e andatura sostenuta. Sapevamo che potesse essere una tappa insidiosa, con un circuito cittadino e totalmente pianeggiante. In più si è aggiunto un vento che spesso soffiava alle spalle. Ho iniziato a crederci con il passare dei chilometri, appena siamo arrivati ad avere due minuti e mezzo di vantaggio ho capito che dietro avrebbero dovuto pedalare davvero forte per riprenderci. Nel momento in cui, a cinque chilometri dall’arrivo, non ho visto l’ombra del gruppo su di noi ho realizzato di potermi giocare qualcosa di importante. Nel lanciare lo sprint sono riuscito a scegliere il momento giusto, e sono felice che sia bastato.

«In squadra avevamo parlato del fatto che avrei cercato di tendere un’imboscata al gruppo in una delle grandi città come Napoli, Milano o Roma. Oggi ci siamo riusciti, ed è stata una cosa enorme».

L’amarezza degli italiani

I grandi sconfitti di oggi sono stati gli azzurri Mirco Maestri e Martin Marcellusi che nella volata che poteva valere tanto per loro e per le loro squadre sono stati battuti dal norvegese Dversnes Lavik, che ne ha strozzato l’urlo in gola.

«Sapevamo che il circuito cittadino sarebbe stato parecchio tortuoso – commenta Maestri – e che il gruppo avrebbe faticato a chiudere sulla fuga. Mattia (Bais, ndr) ha fatto un lavoro eccezionale. Ho sentito dire che il gruppo ha sbagliato i tempi, io credo che siamo andati forte noi davanti. Mi dispiace per Mattia Bais, perché ha lavorato tanto per me, ed eravamo d’accordo che avrei provato io a giocarmi la tappa. In squadra ognuno è a disposizione dell’altro quando serve e non guardiamo in faccia a nulla e nessuno nel farlo. La cosa importante era portare a casa una tappa, perché corriamo sempre con coraggio e all’attacco».

«Maestri e Dversnes Lavik erano più veloci di me – racconta Marcellusi dopo l’arrivo – lo sapevo, inoltre da parte loro ho visto una pedalata migliore rispetto alla mia. Abbiamo fatto un capolavoro, non pensavo saremmo riusciti ad arrivare al traguardo. E’ un terzo posto che dà morale, oggi è una dimostrazione che bisogna crederci sempre anche quando sembra non avere senso».

La Lidl-Trek rimanda ancora la vittoria di tappa, per Consonni è solamente un momento negativo, è davvero così?
La Lidl-Trek rimanda ancora la vittoria di tappa, per Consonni è solamente un momento negativo, è davvero così?

La Lidl-Trek non gira

Inutile nasconderlo, alla vigilia di questo Giro d’Italia si contavano le tappe che Jonathan Milan avrebbe potuto vincere come si contano le palline su un abaco. Invece il pallottoliere del velocista friulano è ancora fermo a zero mentre sulla seconda settimana della corsa rosa cala il sipario. Jonathan Milan parla, il tono di voce è di quelli che fanno capire come la delusione ci sia e sia forte. Fatica a spiegare e il cordone che la squadra fa intorno a lui non aiuta a capire

«La squadra ha fatto un lavoro incredibile – dice il gigante di Buja – tutti quanti, dal primo all’ultimo. I quattro davanti sono andati davvero forte, perché anche noi eravamo a tutta ma faticavamo a chiudere. Non penso sia mancata collaborazione o che sia stato un errore di calcolo, ci abbiamo creduto tanto con la speranza di riprendere la fuga ma non è bastato». 

«Dietro abbiamo lavorato tanto per chiudere – gli fa eco Simone Consonni – ma non ci siamo riusciti. Nei circuiti è sempre difficile, ma tutte le squadre hanno collaborato. Le gambe andavano bene, ora guarderemo a Roma, ma prima il riposo. In squadra stiamo bene, lo spirito è alto. Tante volte con lavori non al top abbiamo vinto. Sono periodi, continuiamo a lavorare al massimo e la vittoria arriverà». 

Vingegaard padrone

In tutti i sensi, perché il danese della Visma Lease a Bike si gode la prima giornata in maglia rosa con apparente tranquillità. Inoltre la squadra è stata spesso a colloquio con il Presidente di Giuria per chiedere di aumentare i chilometri di neutralizzazione. Si è arrivati a fermare il cronometro all’ultimo dei giri previsti. Victor Campenaerts, in qualità di membro in gruppo del CPA ha parlato con la giuria. Una fase di colloquio che ha sicuramente influenzato l’opera di rimonta del gruppo

«Avrei parlato con la giuria anche se non fossi stato in maglia rosa – commenta Vingegaard – ma farlo da leader della generale ha un potere maggiore. Appena entrati in città ci siamo resi conto che probabilmente non era il percorso più sicuro e ne abbiamo parlato in gruppo. Siamo andati dalla giuria e dall’organizzazione, abbiamo parlato con loro e ci hanno ascoltato davvero».

Simone Consonni, anche lui rappresentante dei corridori presso il CPA risponde brevemente riguardo la scelta di neutralizzare la tappa.

«E’ difficile parlare con qualcuno quando si va a 60 o 70 all’ora su un percorso del genere», dice l’uomo della Lidl-Trek. «Magari a certe cose si sarebbero potute pensare prima, però è difficile da dire ora». 

Giro d'Italia 2026, Lidl-Trek, Jonathan Milan

Milan, la strada verso lo sprint perfetto è in salita

24.05.2026
7 min
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Oggi è il giorno della rivincita, della verità, del riscatto. Chiamiamolo come ci pare, resta il fatto che la volata di Milano avrà i fari puntati su un solo corridore: Jonathan Milan. Quarto a Burgas e secondo a Sofia, il velocista della Lidl-Trek finora non ha trovato il giusto tempo con il treno per imporre le sue condizioni. Nell’arrivo di Napoli invece, si è capito troppo tardi che sarebbe valsa la pena fare la corsa su altri e non sui velocisti.

Proprio sul breve rettilineo di Piazza del Plebiscito, alle spalle del vincitore Ballerini, il secondo posto di Stuyven ha però messo l’accento sulla delicata situazione del treno Lidl-Trek. Lo stesso belga, che nelle due volate precedenti aveva lavorato per Magnier, ha lasciato la squadra per avere i suoi spazi nelle classiche. Se alla sua assenza si somma quella di Edward Theuns, si vede bene che il treno del Tour 2025, che permise a Milan di vincere due tappe e conquistare la maglia verde, si è sgretolato. Resiste Consonni, ma per sue caratteristiche il bergamasco ha bisogno di qualcuno che tenga la velocità ben più alta.

Commentando le prime volate, Petacchi osservò che, come lui negli anni d’oro, Milan non è un velocista, quanto piuttosto uno degli atleti veloci più potenti del gruppo: per vincere ha pertanto bisogno di iniziare la volata a velocità altissima, concludendola con la sua solita esplosione di watt. Che cosa possiamo aspettarci oggi dal suo treno? Lo abbiamo chiesto a Luca Guercilena, general manager della Lidl-Trek, che a fine 2023 prelevò Jonathan dalla Bahrain Victorious.

Luca Guercilena è il manager della Lidl-Trek: la squadra nata grazie a lui nel 2011 con il nome di Leopard Trek
Luca Guercilena è il manager della Lidl-Trek: la squadra nata grazie a lui nel 2011 con il nome di Leopard Trek
Luca Guercilena è il manager della Lidl-Trek: la squadra nata grazie a lui nel 2011 con il nome di Leopard Trek
Luca Guercilena è il manager della Lidl-Trek: la squadra nata grazie a lui nel 2011 con il nome di Leopard Trek
La sensazione di un treno meno attrezzato del solito è solo nostra?

Diciamo che la mancanza di Theuns per questioni familiari ha il suo peso. Sua moglie ha avuto una gravidanza un po’ complicata e ha partorito la domenica dell’ultima tappa in Bulgaria. Avere un atleta come lui che riesce ad allungare il gruppo, è sicuramente meglio sia per Jonathan che per Simone. Se ci fosse stato anche lui assieme a Walscheid, avremmo avuto il treno più completo. Così ovviamente è un po’ più complesso.

Come vanno i sostituti?

Teutenberg è alla prima esperienza in un Grande Giro e ovviamente i meccanismi non sono quelli che Milan aveva con gli altri, quindi è inevitabile che ci sia qualche problemino. Detto questo, è ovvio che su arrivi complicati non è scontato che Consonni da solo possa portare fuori Milan.

Perdona la domanda da bar: si è fatto tutto il possibile per trattenere Stuyven oppure la sua voglia di andarsene non era in vendita?

Il suo ragionamento è partito dal fatto che abbia ancora dei desideri di leadership: non tanto per il discorso delle volate quanto per le classiche. Mi sembra evidente che abbia fatto una scelta ponderata e corretta legata alle aspettative personali più che al tirare le volate.

La partenza di Stuyven ha indebolito di tanto il treno di Milan
La partenza di Stuyven ha indebolito di tanto il treno di Milan
La partenza di Stuyven ha indebolito di tanto il treno di Milan
La partenza di Stuyven ha indebolito di tanto il treno di Milan
Quindi è stato più un problema di convivenza con Pedersen che con Milan?

Non si trattava di incompatibilità, perché i due vanno d’accordo. Però è chiaro che con Mads andavano a sovrapporsi sugli stessi obiettivi. La questione è stata sostanzialmente questa.

La sensazione è che Jonathan nel finale preferisca a volte mollare il treno e scegliere altre ruote da cui lanciare lo sprint.

Nella prima volata in Bulgaria, in realtà, le cose stavano andando anche abbastanza bene con una volata bella lanciata. Poi il corridore della Soudal giustamente ha fatto il buco su Walscheid diminuendo la velocità ed è chiaro che Johnny lanciato riesce a esprimere tutta la sua potenza in un certo modo, Johnny non lanciato ha avuto un rimbalzo all’indietro. Di fatto la volata si è interrotta e in quel caso per lui uscire è più complicato. Nella terza tappa invece è partito abbastanza lungo. Quando la volata diventa caotica, se non ha l’uomo che lo porta fuori, tende a saltare subito sulle ruote di altri e magari questo limita l’espressione della sua potenza.

Insicurezza sua o mancanza della squadra?

E’ ovvio che è responsabilità della squadra, che deve metterlo nella posizione giusta. Ad oggi non ci siamo riusciti, non possiamo nasconderci dietro un dito. Il gruppo che abbiamo qui al Giro è in grado di fare un treno per lanciarlo nel modo giusto, per cui dobbiamo riuscire a farlo.

Volata di Sofia, Milan è partito molto lungo ma ha sbandato su una buca: Magnier al centro ha vinto come su un binario
Bramati ha preso Magnier sotto la sua ala e lo sta proteggendo come fece anni fa con il primo Evenepoel
Volata di Sofia, Milan è partito molto lungo ma ha sbandato su una buca: Magnier al centro ha vinto come su un binario
Milan è stato coinvolto nella scelta degli uomini per il Giro oppure le convocazioni sono partite dai coach?

No, è stato coinvolto. In realtà non abbiamo avuto tantissime alternative. Ghebreigzabhier è il suo uomo per tirare. Poi abbiamo Sobrero, che tutto sommato una mano per allungare un po’ il gruppo la può dare. Poi, togliendo Theuns, i nomi per tirare le volate sono quelli. Si poteva rischiare eventualmente un Soderqvist, ma è un ragazzo di primo anno e avremmo corso il rischio di non averlo più dopo i primi cinque giorni. Bisogna fare anche questi ragionamenti.

Secondo te state trovando più difficoltà nel pilotarlo negli ultimi 400 metri o nei chilometri precedenti?

Credo che i meccanismi del finale, soprattutto con Simone (Consonni, ndr), ci siano. Se lasci Milan al 200 metri e davanti ha strada libera, la volata è quasi sicura. Invece la parte precedente è quella più complicata, soprattutto se devi fare un treno che lo lasci a velocità molto alta perché lui possa fare la differenza. Ai tempi di Petacchi era tutto diverso, non so se si possa fare un paragone.

Perché?

Erano anche altri tempi, Alessandro aveva tutta la squadra per sé: partivano in 9 e 8 gli tiravano la volata, per cui costruivi tutto su un solo obiettivo. Probabilmente in futuro anche noi dovremo definire quali sono i Giri in cui puntare a vincere la maglia a punti e le volate e quelli in cui si punterà un po’ più sulla salita. In questo periodo di transizione sono state fatte delle scelte che tutelassero tutti gli obiettivi possibili.

L'assenza di Theuns al Giro si sta facendo sentire: il belga è assente per esigenze familiari
La mancanza di Theuns al Giro si sta facendo sentire: il belga è assente per esigenze familiari
L'assenza di Theuns al Giro si sta facendo sentire: il belga è assente per esigenze familiari
La mancanza di Theuns al Giro si sta facendo sentire: il belga è assente per esigenze familiari
Visto che nasci allenatore, cosa dici a chi critica le volate di Milan con quella frequenza così elevata di pedalata?

Le sue caratteristiche sono quelle, come allenatore puoi solo migliorarle. A cambiarle, rischi di andare in senso opposto. Non possiamo dimenticarci che viene dalla pista, dove hanno cadenze di pedalata superiori in allenamento e in gara. Quello è il suo modo di fare le volate. Abbiamo già lavorato tanto sulla parte superiore del corpo, ma se dal punto di vista neuromuscolare e coordinativo, quelle sono le sue caratteristiche, cambiarle è veramente difficile e controproducente. Poi comunque, sul piano della performance pura, quando fai 2.000 watt non importa che li faccia a 110 o 120 pedalate.

Si è detto che quella frequenza lo abbia penalizzato quando ha preso la buca che lo ha fatto rallentare…

Quello lo vedo più riferito a come impugna il manubrio. E’ una caratteristica che abbiamo già migliorato tanto, ma resta l’attitudine di tirare molto di braccia, mentre in certi frangenti devi far scorrere la bicicletta in modo più fluido. Perché se finisci nella buca, è vero che slitti con la ruota dietro, ma accade perché ci sei andato dentro duro con la ruota davanti.

Si può intervenire su questo?

Ne abbiamo chiacchierato insieme anche a proposito della Roubaix. Bisogna lavorare per guadagnare un po’ di leggerezza nella gestione del manubrio, perché è lì dove ha spesso problemi, sia in volata sia magari sul pavé. Quindi corre il rischio di insaccarsi o di bucare, perché va a picchiare in modo violento nella buca o contro il pavé. Quello è un lavoro che si può fare, resta però che se è in grado di fare 2.000 watt, la potenza e la gamba ci sono.

L'intesa fra Consonni e Milan è eccellente, un po' meno il treno per arrivare agli ultimi 300 metri
L’intesa fra Consonni e Milan è eccellente, un po’ meno il treno per arrivare agli ultimi 300 metri
L'intesa fra Consonni e Milan è eccellente, un po' meno il treno per arrivare agli ultimi 300 metri
L’intesa fra Consonni e Milan è eccellente, un po’ meno il treno per arrivare agli ultimi 300 metri
Sulla carta restano Milano, oggi, e Roma l’ultimo giorno. La mancanza di risultati porta con sé il nervosismo?

No, nervosismo no, nel senso che saremmo stupidi se diventassimo nervosi. Siamo abituati ad avere la pressione di dover vincere, questo è un dato di fatto, quindi la pressione deve solo motivare i corridori a essere più concentrati per portare a casa il risultato. Cedere al nervosismo è deleterio, per cui il compito mio e dei direttori è l’esatto opposto. Cercare di tenere i corridori concentrati e tranquilli per sfruttare tutte le qualità. Se sconfinassimo nella tensione nervosa, avremmo già perso in partenza.

La Unibet ha ingaggiato Kittel per dare un riferimento tecnico a Groenewegen: può essere un’idea anche per voi coinvolgere un ex velocista per Milan?

Kittel era un velocista e anche importante, tenete conto che l’inserimento di Eisel è stato dettato anche dal fatto che per anni è stato un uomo chiave in treni importanti, quindi l’idea c’era già. Però sicuramente tutte le strade sono aperte, per cui se ci sarà la possibilità di avere un consulente specializzato per le volate, sicuramente sarà accettabile.

Teatro alla Scala di Milano, 15 aprile 2026, presentazione Colnago C72, Antonio Colombo

La musica, la bicicletta, la cultura: il mondo secondo Colnago

17.04.2026
6 min
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MILANO – Una serata di rara eleganza alla Scala ha celebrato mercoledì il lancio della nuova C72 di Colnago (numero che rievoca gli anni del marchio): la bici che nello stesso giorno è uscita dalla riservatezza ed è stata presentata anche in una versione esclusiva per il museo di uno dei teatri più prestigiosi al mondo.

Nella serata si è parlato di musica e ciclismo e l’accostamento non è stato affatto casuale. E’ emerso in modo sorprendente dalle parole di Fortunato Ortombina, sovrintendente della Scala: fra il ciclismo e la lirica ci sono molti punti in comune. Le arie sono state associate al vento incontrato dai corridori alla Parigi-Roubaix e il testo del Va Pensiero è stato paragonato al percorso della Tre Valli Varesine i cui paesaggi rievocano quelli del Nabucco.

«Mettere insieme lo sport e la musica – ha detto – vuol dire soprattutto riconoscere i valori più profondi dei due mondi. La musica ti insegna a sentire, a riconoscere e ad avere rispetto ed amore per la natura. La bicicletta per me rimane il mezzo più straordinario per godere della natura. Quando vado in bici ho l’impressione di sentire girare la terra. Quando ascolto il rumore della catena e soprattutto il rumore dei copertoni sull’asfalto, io ho l’impressione di sentire la terra che gira sotto di me».

Tributo a Ernesto Colnago 

Sono cinque anni che il marchio è passato dalle mani di Ernesto Colnago a Chimera Investments e non passa stagione senza che si cerchi di rendere clamorosa ogni nuova presentazione. Tuttavia a Milano si è raggiunto sicuramente un punto difficile da superare, forse l’approdo sulla luna potrebbe rappresentare il prossimo step. 

C’è stata la musica del tenore cileno Cristobal Campos Marin e della soprano Mariapaola Di Carlo accompagnate al piano dalla direttrice d’orchesta Margherita Colombo. Ci sono state appunto le parole di introduzione di Fortunato Ortombina e poi il microfono è passato a Nicola Rosin, amministratore delegato di Colnago.

Tutto intorno una numerosa compagnia composta da campioni, sponsor, appassionati, influencer dagli USA, il fotografo Yuzuru Sunada venuto dal Giappone, la famiglia Squinzi e giornalisti: amici di un marchio così glorioso che deve la propria fortuna al genio e all’imprenditorialità di Ernesto Colnago. Non è per caso che Rosin, nel prendere il microfono, abbia ringraziato proprio il capostipite dell’azienda per la sua capacità di aver reso i primi 70 anni del marchio così importanti e annunciando tutti gli sforzi messi in campo perché questa storia prosegua ancora a lungo…

Le quattro C72, più una

Marmi, affreschi, lampadari, calici, bollicine e abiti di gala hanno fatto da cornice alla serata che ha vissuto il momento clou nel sollevarsi del velo sulle C72: opere d’arte a tutti gli effetti, su cui si sono subito concentrati gli sguardi dei presenti (in apertura, Antonio Colombo, grande appassionato di arte e fondatore di Columbus).

Prima Davide Fumagalli, responsabile R&D di Colnago, ha spiegato la filosofia alla base della concezione della C72, poi ha affiancato Nicola Rosin nel sollevare il velo, mentre contemporaneamente sono state scoperte le altre tre biciclette presenti nella sala. Quella customizzata per il Teatro alla Scala, la quinta, è stata mostrata in un secondo momento.

Che cosa sia la C72 lo abbiamo spiegato mercoledì nell’articolo dedicato, che cosa rappresenti è un altro affare. Significa aver messo a disposizione di un pubblico selezionato, esigente e al contempo poco amante delle esasperazioni, una bicicletta dalle grandi performance, ma con il comfort che si addice a chi ama passare delle ore sulla sella tornando a casa con la schiena ancora in ordine. In questo senso, la bicicletta diventa un oggetto prezioso che non ha affatto sfigurato nel salone della Scala.

Colnago Cultura, cos’è?

Infine, un cenno al progetto Colnago Cultura e al grande libro nero esposto in diversi angoli della sala. Qualcosa che esce dai canoni del ciclismo in senso stretto, ma che va a cercare ciò che nel ciclismo è in grado di sviluppare a sua volta cultura. 

«Colnago Cultura è un progetto che vuole celebrare le eccellenze italiane – ha spiegato Manolo Bertocchi, head of strategy and marketing di Colnago – sicuramente nel mondo del ciclismo ma non solo. Nei prossimi anni sarà promosso tutto ciò che è manifattura, cucina, saper fare italiano. Parliamo di prodotti editoriali e audiovisivi, nonché mostre con un respiro internazionale.

«Stasera presentiamo il nostro primo libro, l’Atlante Colnago, un volume di 480 pagine, stampato su 5 carte diverse e con 7 inchiostri. Attraverso il contributo di alcune firme molto importanti nel mondo del giornalismo di tutto il mondo, giocando proprio con la parola Atlante che ricorda i libroni con cui da ragazzi abbiamo esplorato la geografia, mostra come il marchio Colnago e queste bici siano conosciute in tutto il mondo»

E’ questo il messaggio più forte che ci siamo portati via, lasciandoci alle spalle il prestigioso teatro (oltre all’annuncio di un documentario sul dietro le quinte degli ultimi 5 anni di Pogacar). Al pari di un pianoforte, una chitarra o di qualunque altro strumento che regali emozioni a contatto con chi è capace di suonarlo, la bicicletta si è conquistata negli anni un posto nelle eccellenze delle emozioni, dell’artigianato, del gusto e della cultura. E ancora una volta Colnago ha marcato un punto a suo favore.

Evento "Come Corre la Bike Economy" 2025, Milano, (da sx: Paolo Bellino, Roberto Salvador e Davide Cassani)

Come Corre la Bike Economy: tra eventi e territorio

01.12.2025
6 min
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MILANO – Il quarto appuntamento dell’evento “Come Corre la Bike Economy” promosso dalla Camera di Commercio di Milano Monza Brianza e Lodi, ha portato al centro del dibattito la bicicletta e le possibilità ad essa collegate per costruire un futuro più sostenibile. Il mondo delle due ruote arriva da un quadriennio di crescita costante, e le proiezioni parlano di una progressione sempre più forte e solida. La Bike Economy è una delle economie più dinamiche al mondo, che nel 2019 ha mosso 55 miliardi di euro, mentre nel 2032 si prospetta che il mercato possa arrivare a un valore complessivo di 232 miliardi di euro. 

Il cuore di questo progetto e del movimento legato alla bike economy sono le piccole e medie imprese, attori capaci di rivoluzionare il mercato del lavoro e quello tecnologico. Da sempre la bicicletta è uno strumento antico e allo stesso tempo capace di innovare e rinnovarsi. Le emozioni che ci legano al passato e alle gesta dei grandi campioni ci ricordano che la sua forma non cambia, ma la sua struttura è ormai profondamente mutata. 

Il Giro d’Italia nel corso degli anni ha portato il ciclismo in luoghi iconici del nostro Paese, qui alla Reggia di Venaria nel 2024
Il Giro d’Italia nel corso degli anni ha portato il ciclismo in luoghi iconici del nostro Paese, qui alla Reggia di Venaria nel 2024

Il territorio

Protagonisti di uno dei quattro momenti di confronto, che hanno visto alternarsi sul palco diversi attori della Bike Economy, sono stati Paolo Bellino, CEO e General Manager di RCS Sport & Events, Roberto Salvador, Giro-E Director e Davide Cassani, Ambassador di Suzuki Bike Day (i tre sono insieme nella foto di apertura). 

E’ toccato a Paolo Bellino il delicato compito di introdurre all’interno del contesto quello che è il valore di una corsa come il Giro d’Italia (che proprio oggi presenterà il percorso del 2026). L’evento sportivo che da 108 edizioni porta l’Italia e le sue bellezze in tutto il mondo, diventando una vetrina per i territori attraversati. 

«Il Giro d’Italia – racconta Bellino – è da sempre l’evento più duro al mondo che si corre nel Paese più bello. Nel corso delle edizioni del 2023 e del 2025 abbiamo avuto modo, grazie a Banca Ifis, di constatare il valore di questo evento, che nell’ultima edizione è stato di oltre due miliardi di euro. Il Giro non è solo economia, è anche emozioni e sostenibilità. In ogni città di tappa portiamo avanti dei progetti legati al riciclo e siamo arrivati a numeri superiori al 92 per cento. L’attenzione al territorio è fondamentale per noi, un aspetto importante è quello legato a cosa lasciamo nei comuni attraversati. Abbiamo visto che il passaggio di una corsa come il Giro d’Italia porta un incremento del quaranta per cento dell’utilizzo della bicicletta. Sono numeri incoraggianti, che ci spingono a continuare e proseguire con il nostro percorso».

La Corsa Rosa riversa sulle strade milioni di appassionati ogni anno
La Corsa Rosa riversa sulle strade milioni di appassionati ogni anno

Elettrico e divertimento

Dal 2019, quando fece il suo esordio accanto al Giro d’Italia, il Giro-E è cresciuto a dismisura, diventando un vero evento nell’evento. Pedalare grazie al supporto di un motore sulle strade dove a poche ore di distanza si sarebbero affrontati i grandi campioni si è rivelata una mossa tanto semplice quanto azzeccata. Nel corso degli anni il Giro-E ha toccato tutta la nostra penisola, diventando uno spot per chi non ha mai avuto il coraggio di spingersi oltre la propria immaginazione.

«Il nostro evento – spiega Roberto Salvador – si è rivelato anche un solido test per le biciclette elettriche, dimostrando che grazie allo sviluppo tecnologico portato avanti in questi anni nessuna salita è impossibile. Abbiamo anche vinto quella che era la ritrosia di molti appassionati, la e-bike permette di godere della pedalata e dei paesaggi circostanti. L’utente ha modo di alzare lo sguardo e rimanere incantato dai territori nei quali pedala. Con il Giro-E siamo riusciti a portare soggetti diversi, non tutti ciclisti o appassionati, e la cosa incredibile che abbiamo notato è che chi pedala in certi luoghi torna. Lo stesso vale per gli spettatori a bordo strada o a casa, il ciclismo professionistico e le gesta dei grandi campioni sono uno spot unico capace di valorizzare e rendere iconiche certe aree del Paese». 

Il Giro-E ha preso sempre più piede anche grazie agli ex-ciclisti professionisti, qui Sacha Modolo (foto Instagram)
Il Giro-E ha preso sempre più piede anche grazie agli ex-ciclisti professionisti, qui Sacha Modolo (foto Instagram)

Suzuki

L’ultima parola è toccata a Davide Cassani, figura di riferimento del ciclismo italiano, ambassador di Suzuki Bike Day. Un evento nato cinque anni fa (la prima edizione è avvenuta nel 2021) e volto a promuovere l’utilizzo della bici allo scopo di valorizzare i territori attraversati. 

«Siamo partiti con un ritrovo a Carpegna – racconta Cassani – tra Emilia-Romagna e Marche, con l’obiettivo di radunare chi ama pedalare e trovare un punto di contatto con il territorio. Poi, grazie al supporto di Suzuki ci siamo spostati all’Autodromo di Imola. Il senso era di unire il mondo dei motori con quello della bici. Negli anni il Suzuki Bike Day è cresciuto così tanto che abbiamo deciso di spostarci e arrivare all’Autodromo di Monza. In un territorio che ama la bici ma presenta delle difficoltà maggiori a livello di logistica. Devo ammettere però che vedere tanti appassionati (si parla di 2.500 partecipanti, ndr) ci ha fatto capire di essere sulla buona strada».

Suzuki Bike Day 2025, Monza, Brianza, Davide Cassani, Giada Borgato
Il Suzuki Bike Day ha cambiato location nel 2025, portando il suo format sempre molto apprezzato anche in Brianza
Suzuki Bike Day 2025, Monza, Brianza, Davide Cassani, Giada Borgato
Il Suzuki Bike Day ha cambiato location nel 2025, portando il suo format sempre molto apprezzato anche in Brianza

Momento cruciale

“La bicicletta è il termometro di un Paese”, è un tema che si è ripetuto spesso durante l’incontro avvenuto il 27 novembre scorso presso il Palazzo Giureconsulti a Milano, a due passi dalla frenesia di Piazza Duomo che si prepara ad accogliere le prossime Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026. 

Mai come ora la bicicletta è sinonimo di transizione e di un futuro più attento a quelle che sono le politiche sociali ed economiche di un Paese. E mentre a Roma qualche settimana la protesta contro le ciclabili e le zone 30 nelle città, portata avanti da Fratelli d’Italia, finiva con una partecipazione misera l’Italia continua a pedalare. I passi da fare sono sotto gli occhi di tutti, le politiche portate avanti sono servite come prima spinta a far emergere un’esigenza di una mobilità diversa, dolce. Ma gli avvenimenti degli ultimi giorni, con la morte di Viola Mazzotti a Bologna, investita da un camion mentre stava percorrendo un attraversamento ciclabile, ci fanno capire che molto ancora c’è da fare. 

La bicicletta spinge per emergere, tante realtà territoriali se ne sono accorte e ne stanno facendo il fulcro del proprio turismo. Ora è necessaria una strategia che possa coinvolgere tutti gli attori al fine di realizzare infrastrutture capaci di collegare in modo sicuro, continuo e intermodale i vari snodi turistici ed economici del Paese. 

Come corre la bike Economy, convegno Milano, edizione 2024, Palazzo Giureconsulti (foto Antinori)

Come corre la Bike Economy, 4ª edizione: il futuro delle due ruote

24.11.2025
5 min
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La bike economy non è più un trend, ma un ecosistema industriale, turistico e culturale che sta ridisegnando il Paese. E Milano – con Monza Brianza e Lodi – è il suo epicentro. Per questo la Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi ha scelto di inserire un programma pluriennale dedicato alla filiera della bicicletta nella propria strategia, diventando un attore di riferimento nei processi di innovazione, formazione e sviluppo economico legati alle due ruote.

Un impegno che trova nel progetto Bike Economy la sua espressione più concreta. Misure di sostegno alle imprese, servizi, attività di internazionalizzazione, oltre a Bike Economy – La Scuola, il primo competence center nazionale che in soli tre anni ha formato più di 400 nuovi professionisti, rispondendo al fabbisogno crescente delle aziende. Parallelamente, la Camera ha attivato bandi e contributi per l’innovazione, ha sostenuto il cicloturismo con iniziative di branding territoriale e ha incentivato la mobilità sostenibile attraverso la misura Bike to Work e City Logistics, che ha già finanziato 37 progetti innovativi di ciclologistica e commuting. Tutto questo in un territorio leader in Italia, che concentra il 6% delle imprese nazionali della filiera, il 7% degli addetti e il 10% del fatturato complessivo del settore.

E’ in questo contesto che nasce la quarta edizione di “Come corre la bike economy”, in programma il 27 novembre 2025 alle 14,30 a Palazzo Giureconsulti, curata da Silvia Livoni (in apertura un’immagine Antinori dell’edizione 2024). Un appuntamento pensato come bussola strategica per imprese e operatori. Capace di fare il punto sull’evoluzione della filiera attraverso visioni internazionali, casi studio e testimonianze di chi la bike economy la guida ogni giorno.

Il convegno di Palazzo Giureconsulti sarà condotto da Silvia Livoni Colombo (foto Antinori)
Il convegno di Palazzo Giureconsulti sarà condotto da Silvia Livoni Colombo (foto Antinori)
Il convegno di Palazzo Giureconsulti sarà condotto da Silvia Livoni Colombo (foto Antinori)
Il convegno di Palazzo Giureconsulti sarà condotto da Silvia Livoni Colombo (foto Antinori)

La forza globale della transizione

L’apertura è affidata a un intervento di assoluto rilievo: Manuel Marsilio, tra le voci più autorevoli della bike industry europea. Il suo keynote, “Pedalare la transizione: l’Industria della bicicletta come forza globale per il cambiamento e lo sviluppo sostenibile”, offrirà una visione ampia e aggiornata sul ruolo strategico del ciclismo nella mobilità e nell’economia mondiale.

Dalla forza simbolica della bicicletta alle politiche comunitarie. Dalla necessità di investimenti infrastrutturali nel prossimo MFF europeo (2028-2035) ai programmi globali come la Dichiarazione Europea della Bici e la Decade delle Nazioni Unite sul trasporto sostenibile. Un quadro che evidenzia come i prossimi anni siano decisivi per trasformare la domanda crescente in sviluppo strutturale, economico e ambientale.

Un vero “kick-off” di scenario, pensato per tracciare la rotta che imprese, territori e istituzioni sono chiamati a percorrere insieme.

Come Corre la Bike Economy: un momento di scambio fra operatori del settore (foto Antinori)
Come Corre la Bike Economy: un momento di scambio fra operatori del settore (foto Antinori)
Come Corre la Bike Economy: un momento di scambio fra operatori del settore (foto Antinori)
Come Corre la Bike Economy: un momento di scambio fra operatori del settore (foto Antinori)

Imprese, territorio e istituzioni

Moderati dalla giornalista Valeria Ciardello, i quattro panel affrontano i pilastri del programma strategico della Camera di commercio, mettendo a confronto testimonianze, ricerche e progetti reali.

1) Connessioni che muovono il futuro. Infrastrutture, intermodalità e servizi per una mobilità urbana integrata. Il tema dell’accessibilità e della mobilità intelligente è al centro della discussione. Dall’Hub Intermodale – Smart Mobility Area di Milano Linate ai servizi per i ciclisti urbani, fino al progetto Bike to Uni, la challenge green che coinvolge studenti e lavoratori del Politecnico di Milano e dell’Università di Bergamo. Un panel che mostra come la bicicletta diventi ingranaggio fondamentale nella mobilità urbana contemporanea.

2) Territori in movimento. Cicloturismo e lifestyle come leve di competitività locale. Milano e il suo territorio sono ormai candidati a diventare una delle mete cicloturistiche più dinamiche d’Europa. Ne parleranno i protagonisti del settore, come Bike Division, Bici e Vacanze e realtà nate in vista delle Olimpiadi Milano-Cortina. Porteranno l’esperienza delle loro offerte – dai day tour ai viaggi multi-day – e illustreranno come il territorio sia pronto per creare un vero “cicloturismo premium”.

3) Eventi, legacy e sostenibilità. Il potere trasformativo delle grandi manifestazioni ciclistiche. Un dialogo d’eccezione con Paolo Bellino (CEO e General Manager di RCS Sports & Events), Roberto Salvador (direttore di Giro-E) e Davide Cassani (ambassador del Suzuki Bike Day).

Manuel Marsilio, per 11 anni alla guida della Confederation of the European Bicycle Industry, aprirà i lavori (foto Conebi)
Manuel Marsilio, per 11 anni alla guida della Confederation of the European Bicycle Industry, aprirà i lavori (foto Conebi)
Manuel Marsilio, per 11 anni alla guida della Confederation of the European Bicycle Industry, aprirà i lavori (foto Conebi)
Manuel Marsilio, per 11 anni alla guida della Confederation of the European Bicycle Industry, aprirà i lavori (foto Conebi)

Il focus è sul valore degli eventi come motori di sviluppo. Sulla capacità del Giro d’Italia di misurare il proprio impatto economico, sociale e ambientale tramite il Legacy Report. E sul ruolo del Giro-E come laboratorio di mobilità sostenibile, capace di promuovere l’e-bike sia come strumento sportivo sia come mezzo quotidiano.

4) Capitale umano, innovazione e investimenti. Le nuove frontiere della bike economy. Dove si muovono oggi i capitali? Come cambiano i bisogni delle imprese? Quali competenze servono?

Il panel analizza i trend che stanno attirando investimenti nel mondo bici – dalla tecnologia al prodotto, dai servizi digitali alle startup – e il ruolo decisivo della formazione, con l’esperienza di Bike Economy – La Scuola, che continua a generare profili professionali richiesti dalla filiera. Questa l’agenda nel dettaglio.

Il convegno sulla Bike Economy di Milano offre anche un punto di vista sull'industria del settore (foto Antinori)
Il convegno sulla Bike Economy di Milano offre anche un punto di vista sull’industria del settore (foto Antinori)
Il convegno sulla Bike Economy di Milano offre anche un punto di vista sull'industria del settore (foto Antinori)
Il convegno sulla Bike Economy di Milano offre anche un punto di vista sull’industria del settore (foto Antinori)

Conclusioni e networking

A chiudere i lavori sarà Sergio Rossi, Direttore Generale di Formaper, Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, che presenterà i risultati della strategia della Camera per la crescita della bike economy e le prospettive per i prossimi anni.

Seguiranno un aperitivo di networking e l’esposizione “La città che pedala il futuro”, una selezione di soluzioni innovative che uniscono design, tecnologia e sostenibilità per immaginare nuove modalità di muoversi, lavorare e vivere la città.

“Come corre la bike economy” è l’occasione per incontrare da vicino i protagonisti della trasformazione e per capire come Milano e il suo territorio stiano guidando l’evoluzione della mobilità sostenibile a livello nazionale e internazionale.

L’appuntamento è il 27 novembre 2025 dalle 14,30 a Palazzo Giureconsulti. Un pomeriggio per chi crede che la bicicletta non sia solo un mezzo, ma un motore di cambiamento. Per informazioni: Bike Economy

Nizzolo, il sorriso e i consapevoli passi dell’addio

20.08.2025
7 min
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Nella scatola delle cose che porterà via dal lavoro di corridore, oltre alle vittorie più belle, Giacomo Nizzolo metterà la tenacia e la capacità di rialzarsi dagli infortuni. Da quando ha annunciato che a fine stagione concluderà la sua carriera, iniziata nel 2011 alla Leopard Trek, il milanese ha continuato a fare la solita vita e col solito impegno.

«Mi sono imposto – dice – di essere inattaccabile fino all’ultimo giorno per cui sto facendo ancora tutto alla lettera. Non nascondo che non sia facile, perché ad esempio adesso mi aspetta quasi un mese senza gare, a un mese e mezzo dalla fine. Capirete che non è il massimo. Però mi ha sempre contraddistinto l’essere professionale e non voglio smettere di esserlo proprio adesso, anche se mi pesa un po’…».

E’ il 26 agosto 2020, l’anno del Covid. Tre giorni dopo il tricolore di Cittadella, arriva il titolo europeo a Plouay
E’ il 26 agosto 2020, l’anno del Covid. Tre giorni dopo il tricolore di Cittadella, arriva il titolo europeo a Plouay

La classe del 1989

Nizzolo è uno dei fantastici ragazzi del 1989, che con Ulissi, Viviani e Trentin (fra gli altri), ha caratterizzato gli ultimi quindici anni del ciclismo italiano. Tappe al Giro, maglie ciclamino, classiche, tre europei consecutivi, dal 2018 al 2020. E’ nato velocista, ma ha sempre lottato per trovare una dimensione più completa e l’ha dimostrato con le due maglie tricolori e quella di campione europeo a Plouay.

Ha sempre avuto buon gusto per lo stile e grande cura della sua immagine, ma non ha mai smesso di essere un atleta tosto e volitivo. Una persona seria e sempre a testa alta, nei momenti belli e anche in quelli brutti. Ha corso con la Leopard che poi è diventata Radio Shack, infine Trek. Nel 2019 è passato nella sudafricana Dimension Data, poi diventata Qhubeka. Se nel 2021 da campione europeo non avesse scelto di restarci, probabilmente l’anno dopo la squadra non sarebbe andata avanti. Quindi è passato per due stagioni alla Israel e le ultime due le ha fatti alla Q36.5. Il bilancio parla di 31 vittorie, l’elenco dei secondi posti è ben più lungo.

Giacomo Nizzolo è nato a Milano il 30 gennaio 1989 ed è professionista dal 2011
Giacomo Nizzolo è nato a Milano il 30 gennaio 1989 ed è professionista dal 2011
Come è nata la decisione di smettere?

Perché mentalmente sono veramente arrivato. E’ chiaro che il fisico non sia più quello di quando avevo 23 anni, però mi sono reso conto che i sacrifici sono diventati una forzatura e questo mi ha fatto capire che è arrivato il momento di chiudere. Trascinarmi oltre non sarebbe stato rispettoso nei miei confronti, ecco il motivo della decisione.

Una stagione senza grandi obiettivi, l’essere stato escluso dal team del Giro d’Italia, ha affrettato la scelta?

In realtà è stata una decisione arrivata da più lontano. Quando firmai il contratto con la Q36.5 sapevo che a un certo punto avrei dovuto valutare se fare il corridore fosse ancora quello che volevo fare. E quest’inverno, prima che cominciasse la stagione, dalle prime sensazioni mi sono accorto che era cambiato qualcosa. Ovvio che non mi abbia fatto piacere stare a casa dal Giro d’Italia e neanche dalla Sanremo, soprattutto dalla Sanremo, ma questo è un altro discorso.

Giacomo Nizzolo, Davide Cassani, europei Plouay 2020
Con Cassani commissario tecnico, Nizzolo è stato prima quinto ai mondiali del 2016 e poi campione europeo nel 2020
Giacomo Nizzolo, Davide Cassani, europei Plouay 2020
Con Cassani commissario tecnico, Nizzolo è stato prima quinto ai mondiali del 2016 e poi campione europeo nel 2020
Quanto hanno inciso la sfortuna e gli infortuni nella tua carriera?

E’ un tasto delicato, non vorrei passare per uno che cerca scuse. Sento di aver perso parecchio tempo, forse i miei anni migliori per problemi fisici. Dopo il campionato italiano del 2016, mi sentivo in una grossissima fase di crescita, soprattutto l’anno dopo con la maglia tricolore. Volevo andare alle classiche, avevo acquisito una fiducia importante, avevo fatto quinto al mondiale di Doha. Il 2016 era stato un anno importante, invece sono entrato in tre stagioni di buio totale, dove il carico di lavoro più lungo che ho potuto fare è stato di tre settimane. Dopo l’intervento al ginocchio del 2019, nel 2020 tornai competitivo come quattro anni prima e per me fu una grossissima rivalsa. Ero tornato finalmente ai livelli del 2016, ma non fu semplice. La sensazione di essere tornato al meglio fu veramente bella.

Cosa sono stati quei tre anni?

Sono impazzito, non sapevo dove sbattere la testa. Ti trovi a perdere tempo, mentre gli altri vanno avanti e tu torni a essere una persona normale, non più un atleta. Ricostruire l’atleta è un discorso, ricostruire un atleta competitivo è un altro: sono tutte fasi attraverso le quali ho dovuto passare e che mi sono costate tanti sforzi. Dai 27 ai 29 anni avrei potuto raccogliere molto, invece li ho passati cercando di guarire.

Le ultime due stagioni di Nizzolo hanno avuto i colori della Q36.5
Le ultime due stagioni di Nizzolo hanno avuto i colori della Q36.5
Cosa metti nella scatola delle cose che porti via?

Intanto il fatto di essere stato tenace, perché la mia carriera è segnata più dai piazzamenti che dalle vittorie. Poi ci metto i due campionati italiani, quello europeo, le due maglie ciclamino e la tappa al Giro d’Italia. Un’altra cosa che mi porto dentro e che magari non tutti ricordano, è quando al secondo anno da pro’ vinsi il Giro di Vallonia. Un risultato grande per uno che da dilettante era il classico velocista da circuiti piatti. Quando passai, Guercilena fu molto bravo e anche paziente ad aspettare la mia evoluzione. Io davo dei segnali di non essere solo un velocista. Nella mia terza gara a Mallorca, feci quinto. Era una gara mossa dove arrivammo in 40 corridori e per uno che fino a pochi mesi prima faceva il Circuito del Porto, bastava per dire che forse c’era dell’altro.

La stessa tappa del Giro che vincesti a Verona non fu la classica volata di gruppo…

Arrivavo da una serie infinita di secondi posti, significò sbloccare qualcosa che stavo rincorrendo da 10 anni. A un certo punto per vincerla, dovetti quasi accantonarla. Era una delle ultime occasioni, perché sapevo che di lì a poco sarei andato a casa. Fu una volata strana, davvero disordinata. Arrivai da dietro, fu una volata totalmente istintiva, senza troppi pensieri, che poi alla fine in volata non servono a molto. Ripresi Affini che aveva quasi vinto e gli dissi che mi dispiaceva, ma di tappe che avevo quasi vinto io ne avevo alle spalle 15 se non addirittura 18…

Verona, Giro 2021. Ripreso Affini che aveva attaccato all’ultimo chilometro, arriva la prima vittoria di Nizzolo al Giro
Verona, Giro 2021. Ripreso Affini che aveva attaccato all’ultimo chilometro, arriva la prima vittoria di Nizzolo al Giro
Hai immaginato quale sarà la tua ultima corsa?

Sì, però non l’ho ancora inquadrata. Se dovesse essere la Bernocchi, quindi una corsa dove potenzialmente potrei fare risultato, non so dire se cercherò di lottare fino all’ultimo metro oppure proverò a godermi gli ultimi chilometri. Me lo sto chiedendo io per primo, non so cosa rispondere.

Che cosa farai dopo aver smesso, a parte una lunga vacanza?

Una lunghissima vacanza. Il primo obiettivo sarà fare un reset. Staccare per un periodo che può essere di sei mesi come un anno e intanto valutare qualche progetto, ma senza mettermi assolutamente fretta. Godermi un po’ di riposo, perché credo che da lì si prendano le energie per ripartire con entusiasmo. Magari la bici ci sarà ancora, perché a me piace ancora molto. Il fatto è che chiaramente adesso c’è dietro una prestazione e ci sono delle responsabilità. E’ un lavoro, non posso andare in giro a divertirmi. Ogni pedalata è calibrata, ogni pedalata è quantificata. Nel momento invece in cui si tratterò di andare in giro con gli amici, sarò libero di fare due ore, come pure soltanto una o addirittura sette. A quel punto cambierà tutta la prospettiva.

Giacomo Nizzolo, campionato italiano 2020
Cittadella, 23 agosto 2020, nei tricolori organizzati da Pozzato, Nizzolo centra il secondo tricolore
Giacomo Nizzolo, campionato italiano 2020
Cittadella, 23 agosto 2020, nei tricolori organizzati da Pozzato, Nizzolo centra il secondo tricolore
Aver annunciato il ritiro con tanto anticipo può aver portato via un po’ di motivazione?

Non è cambiato nulla, anzi quando l’ho detto mi sono sentito a posto. Era la cosa giusta da fare e comunque non è che anche prima di annunciarlo morissi dalla voglia di allenarmi, la stanchezza era la stessa. Se arrivi a questa decisione, è perché hai già maturato dentro di te il fatto che non c’è più quella spinta. Anzi, è il contrario. Se prima pioveva, magari il primo giorno non mi allenavo, adesso invece esco lo stesso, perché so che l’acqua la prenderò ancora per poco. Sono molto sereno, mi sto godendo le gare. Respiro ogni centimetro di asfalto, perché poi non ci saranno più. Ma non lo vivo con malinconia, semplicemente per chiudere con un sorriso questa lunghissima parte della mia vita.

Garmin Italia mette al centro il benessere dei dipendenti

17.07.2025
4 min
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Lo scorso mese di dicembre abbiamo avuto l’opportunità di entrare per la prima volta nella nuova sede di Garmin Italia a Milano. L’occasione ci era stata offerta dai Beat Yesterday Awards, i riconoscimenti voluti dalla stessa filiale italiana di Garmin per celebrare le storie straordinarie di persone comuni. Proprio in quell’occasione era stato sottolineato dalla stessa azienda come fosse importante prendersi cura del benessere dei propri dipendenti.

Garmin ha aperto al pubblico le porte della sua nuova sede durante gli ultimi Garmin Beat Yesterday Awards
Garmin ha aperto al pubblico le porte della sua nuova sede durante gli ultimi Garmin Beat Yesterday Awards

Strategia di crescita

Il benessere dei dipendenti rappresenta oggi una priorità strategica per quelle aziende che ambiscono a raggiungere risultati eccezionali e duraturi. Un investimento che non solo permette di attrarre e fidelizzare i migliori talenti, ma anche di potenziare il proprio organico stimolando motivazione, produttività e un engagement autentico. Tutto ciò rende le persone capaci di esprimere il proprio potenziale al massimo livello

Garmin Italia ha scelto di mettere in campo una serie di iniziative volte a favorire la salute e il benessere delle persone che ogni giorno lavorano all’interno dell’azienda. Tale impegno è perfettamente in linea con i valori di una realtà che da oltre 35 anni progetta prodotti innovativi dedicati al benessere delle persone, siano esse amanti dello sport, della vita all’aria aperta o semplicemente dell’attività fisica. 

A confermare questa visione aziendale che vuole il benessere delle persone come punto fermo è Alessandra Torriani, HR Director di Garmin Italia.

«Il benessere delle nostre persone è al centro di tutto ciò che facciamo. – commenta Alessandra Torriani – Non solo perché crediamo che una persona sana e soddisfatta sia la base di una squadra di successo, ma anche perché, come azienda, vogliamo essere un esempio di come la cura dei dipendenti possa tradursi in un impatto positivo sui risultati. La nostra nuova sede, le attività pensate per migliorare la qualità della vita lavorativa e la promozione di uno stile di vita sano sono il riflesso di questa visione». 

La sede è dotata anche di una palestra con all’interno i migliori prodotti Technogym
La sede è dotata anche di una palestra con all’interno i migliori prodotti Technogym

Ecco la palestra

Ma quali sono le azioni concrete messe in atto da Garmin Italia per favorire il benessere dei propri dipendenti? Non possiamo non partire dalla realizzazione di una palestra all’avanguardia attrezzata Technogym, aperta e presidiata 24 ore su 24 (7 giorni su 7), che accoglie i dipendenti in maniera gratuita. Uno spazio che consente a ciascuno di rispettare i propri ritmi e dedicarsi del tempo prezioso, in completa flessibilità e senza compromessi. 

Sono inoltre previsti dei fitness training gratuiti che l’azienda organizza ogni settimana e che vanno oltre il semplice allenamento: dallo yoga al pilates, a sessioni ad alta intensità come HIIT, cardio e funzionali, pensati per favorire non solo il relax e la cura del corpo, ma anche per sfidare i limiti individuali ed esplorare nuove discipline. Il tutto guidato da personal trainer esperti, trasformando ogni lezione in un’opportunità di team building e di crescita personale condivisa. 

La palestra è attrezzata anche con prodotti Technogym
La palestra è attrezzata anche con prodotti Technogym

La cura dell’alimentazione

L’attenzione di Garmin al benessere si spinge perfino oltre l’attività fisica, ponendo l’accento anche sull’importanza di perseguire un’alimentazione sana. Ogni settimana, infatti, vengono distribuiti frutta fresca e caffè di alta qualità. Un piccolo gesto destinato a fare una grande differenza: non solo stimola l’energia e la concentrazione, ma alimenta anche il benessere quotidiano, mantenendo alta la motivazione e la vitalità dei dipendenti durante tutta la giornata lavorativa. 

…e quella della mente

A completare il quadro delle iniziative aziendali, non poteva mancare un supporto alle passioni artistiche. Garmin Italia ha infatti dato vita a un Club del Libro. L’obiettivo è quello di rendere ogni lettura un’opportunità per condividere idee, esperienze e punti di vista, creando un ambiente di apprendimento continuo e di dialogo aperto. Non si tratta solo di leggere, ma di vivere insieme il piacere della conoscenza, discutere su temi che vanno oltre il lavoro e favorire una cultura della collaborazione, dove ogni libro arricchisce la crescita individuale e collettiva. Un’occasione per costruire legami più forti e crescere come squadra

Ognuna di queste iniziative ha un duplice obiettivo: garantire un ambiente sano e stimolante e creare una cultura del benessere che diventi un acceleratore di innovazione e produttività. Per Garmin Italia le attività fisiche e il supporto alla crescita personale sono infatti pilastri fondamentali di una strategia aziendale che ha come fine ultimo il miglioramento continuo e il raggiungimento di traguardi ambiziosi. 

Garmin

Oldani ci riprova: nuovo preparatore e finalmente i tubeless

04.01.2025
6 min
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Oldani è di buon umore e quando gli diciamo che la nuova maglia della Cofidis piacerà sicuramente ai tifosi della Roma, la guarda e sorride. I nuovi colori, con il giallo e il rosso, danno alla divisa un tocco vivace e sbarazzino. Quasi il segno di un nuovo inizio nelle forme e nella sostanza. L’arrivo di Mattia Michelusi e del suo staff fra i preparatori e l’adozione di nuove ruote e nuovi materiali ha rinfrescato l’approccio degli atleti e il cambio di marcia, per ora nell’attitudine, si percepisce chiaramente.

«Sono a casa fino a martedì- dice Oldani, che il 10 gennaio compirà 27 anni – poi martedì vado in ritiro a Denia con la squadra. L’inverno sta andando bene, tutto tranquillo. Quello che sta cambiando in squadra ci voleva proprio, sul fronte della prestazione e dei materiali. E’ quello che effettivamente fa la differenza nel ciclismo moderno. Secondo me l’anno scorso alcuni risultati sono dipesi anche da questo. Con Mattia per quello che ho potuto vedere finora, abbiamo un’altra marcia. Un’altra mentalità, un’altra voglia di fare».

La squadra francese ha scelto il velodromo di Roubaix per le foto di inizio anno, approfittandone per test su posizioni e materiali (foto Team Cofidis)
Hai cambiato anche tu preparatore?

Non sono direttamente con Michelusi, ma con Luca Quinti, però con la coordinazione di Mattia. C’è un lavoro coeso di tutti i preparatori interni alla squadra. Mi sto trovando molto bene. Lavoriamo più in linea con le moderne metodologie, la squadra ha preso una decisione corretta.

Il tuo 2024 era partito con grandi attese, poi un infortunio e un continuo rincorrere…

E’ stato sicuramente un anno molto molto complicato, è inutile nasconderci. Sono stato molto sfortunato e penso che questo lo abbiano visto tutti. Cadute e una serie di vicissitudini che hanno portato a una stagione molto travagliata. Nel male sicuramente ho imparato qualcosa, perché non mi era mai successo di iniziare la stagione con una frattura, in questo caso dello scafoide.

Che cosa hai imparato?

A gestirla oppure come si sarebbe dovuta gestire. Non mi era mai successo e non ho avuto la freddezza, né io né chi mi era vicino, di prendere il tempo giusto. Avremmo dovuto capire che non saremmo riusciti a ripresentarci bene alla Tirreno, alla Sanremo e agli appuntamenti che ci eravamo dati. Io da corridore mi sono fatto prendere dalla voglia di fare: stavo già bene, ho avuto troppa fretta di rientrare. E alla fine l’ho pagata per metà stagione. Ho capito che l’importanza delle basi nella preparazione è fondamentale. Una cosa su cui mi sono concentrato molto quest’anno.

L’intervento sullo scafoide rotto da Oldani il 28 gennaio è stato eseguito dall’equipe del dottor Loris Pegoli
L’intervento sullo scafoide rotto da Oldani il 28 gennaio è stato eseguito dall’equipe del dottor Loris Pegoli
In che modo rientrare troppo in fretta ti ha danneggiato?

Facevo un giorno molto bene, diciamo alle stelle, e i cinque successivi alle stalle. Diventava complicato far combaciare il momento giusto con le stelle, per cui per la maggior parte delle volte ero alle stalle (sorride, ndr). Ne soffrivo sia mentalmente sia fisicamente. Poi è stato tutto un rincorrere, aggiungere corse, continuare ad avere sfortune, ricadere, rincorrere di nuovo. Anche il Giro d’Italia non era programmato, si è inserito poco prima.

Non era nei programmi?

C’è entrato un mese prima, più o meno. Avrei voluto prepararlo, poi è stato aggiunto il Romandia e ci sono arrivato che ero già a mezzo e mezzo. In Svizzera ho preso freddo, sono arrivato alla partenza da Torino che non andavo. Mi sono ammalato, altre vicissitudini. Per fortuna dopo il Giro sono stato bravo. Non sono andato al Tour, ma sono riuscito a resettarmi mentalmente e fisicamente. Sono stato per tre settimane in altura, mi sono allenato molto bene e quando sono tornato, ho fatto un mese abbondante senza uscire dai primi 10. Sono ritornato lo Stefano di sempre.

La Cofidis ti aveva preso perché portassi risultati e punti: si riparte con gli stessi obiettivi?

Di sicuro le mie ambizioni non cambiano. Penso che con il supporto giusto del preparatore e i nuovi materiali, posso tornare a dimostrare di avere le qualità che servono. Forse sono un po’ diminuite le attese, ma va bene così. Sarà uno stimolo per dimostrare quello che valgo. Ho un bel programma, ne sono soddisfatto. L’unica corsa che non farò e un pochino mi dispiace è la Sanremo, ma bisogna ammettere che per un corridore come me è una corsa chiusa. Però farò Mallorca, Valencia, Laigueglia, Murcia, Almeria, la Tirreno, poi il Cataluyna. Tante corse con percorsi selettivi e la possibilità di arrivare a sprint ristretti.

Al Tour de l’Ain sono arrivati i migliori risultati di Oldani: 3° in classifica e maglia a punti (foto Instagram/Getty Images)
Al Tour de l’Ain sono arrivati i migliori risultati di Oldani: 3° in classifica e maglia a punti (foto Instagram/Getty Images)
Hai parlato spesso di materiali, quello che salta agli occhi è che avete cambiato ruote e userete finalmente pneumatici tubeless…

Quando sono arrivato dalla Alpecin, ho cercato di portare la mia esperienza. Ma visti i risultati che avevo, mi sono rimboccato le maniche e ho pensato solo a pedalare. Quest’anno la prima cosa di cui si è parlato è stato proprio questa svolta tecnica e io sono super felice, perché usavo i tubeless già in Alpecin. Avremo le gomme Vittoria che ho usato anche alla Lotto e sono prodotti eccezionali, hanno un grip e una scorrevolezza notevoli che permetteranno di andare forte e risparmiare energie. Le ruote sono le Bora Campagnolo, che sono rigide, aerodinamiche e scorrevoli. Sono molto felice, l’abbiamo provata e la bici è svoltata completamente.

Il telaio resta lo stesso?

Sì, è sempre stato un bel telaio che forse non rendeva al meglio, mentre ora è molto più performante. Davvero una svolta.

Ben O’Connor, che ha trascorso quattro anni in una squadra francese ha raccontato di aver dovuto imparare per forza il francese: come procede il tuo inserimento in squadra?

Ho un bel rapporto con tutti e anche io sto imparando il francese. Non lo parlo fluentemente però mi faccio capire. Mi è capitato anche di intervenire bene durante il meeting. A livello tecnico, riesco a spiegarmi, quindi dinamiche di corsa e vari aspetti del ciclismo. Per il resto della conversazione sono un po’ impacciato perché ci sono parole che si usano un po’ meno, ma piano piano ci arrivo. La squadra sta diventando un po’ più internazionale, però anche Michelusi e lo staff performance ci spingono ad andare nella direzione del francese. Se proprio è necessario ci si sforza di usare l’inglese, ma se fai capire che vuoi imparare il francese, non ti dicono di no…

I direttori sportivi parlano francese?

Alcuni anche inglese, alcuni solo francese. L’anno scorso ad esempio al Tour de l’Ain si parlava solo francese. Ero secondo in classifica generale e la comunicazione era importante e abbiamo faticato un po’. Però alla fine è andata bene, ci siamo arrangiati e le cose si dicevano. Quello che conta ora è fare una buona base, avere una buona preparazione e i materiali giusti. Adesso sta a me, lingua o non lingua. Voglio far vedere che Oldani sa ancora fare il suo mestiere.