Consonni, buon umore contagioso, conquistata dalla Canyon

25.12.2024
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MILANO – L’uniforme delle Fiamme Azzurre le sta benissimo e dal sorriso che sfoggia pensando all’inizio del nuovo anno, si capisce che Chiara Consonni stia attraversando un bel momento. Le vittorie su strada, l’oro olimpico nella madison e l’adrenalina per il cambio della squadra renderanno il 2024 una stagione indimenticabile. Auspicando che ne vengano altre, quando la incontriamo a margine del Giro d’Onore, dopo averla aiutata assieme a Marta Bastianelli a fare il nodo della cravatta (foto di apertura), ci lasciamo investire dal buon umore e le sue risate.

Dopo due stagioni al UAE Team Adq, la bergamasca ha accettato l’offerta della Canyon-Sram. Non tanti lo avrebbero immaginato e quando te lo giocavi come indovinello, nessuno lo azzeccava. Tantopiù che l’offerta è arrivata ben prima che sull’ammiraglia del team tedesco arrivasse Davide “Capo” Arzeni. Ma Chiara appare parecchio sodisfatta della scelta e questo basta per festeggiare bene il Natale, concedersi un bel Capodanno e poi buttarsi nella mischia.

Giro d’Italia 2024, Consonni vince la seconda tappa davanti a Kopecky e Balsamo
Giro d’Italia 2024, Consonni vince la seconda tappa davanti a Kopecky e Balsamo
Che cosa ti ha convinto?

Forse il progetto. Alla fine è una delle squadre più forti al mondo, ma senza una velocista di punta, quindi ho pensato che forse gli mancavo proprio io. Il fatto che ci sia Arzeni sicuramente sarà un punto di riferimento, però nel frattempo ho cambiato allenatore e ho già conosciuto le compagne. Non dico che mi sento già a casa, però è un gruppo molto bello e aperto. Mi hanno accolta a braccia aperte e speriamo di lavorare bene insieme.

Come sono stati questi due anni alla UAE Adq?

Come una seconda famiglia, per un po’ è parso di portare avanti la Valcar. Sicuramente avevano qualcosa su cui lavorare e so che lo stanno già facendo. Gli auguro il meglio, però sentivo la necessità di cambiare e dopo quest’anno penso che per me sia stata la scelta migliore.

Si capisce che è una squadra tedesca?

Decisamente. Da come si devono rispettare gli orari. Tutto deve essere come vogliono loro, si deve arrivare dove vogliono loro e quando vogliono loro. Quindi penso che mi faranno crescere anche da quel punto di vista. Avrò anche delle grandi compagne importanti come Niewiadoma, Chloe Dygert e Soraya Paladin, ragazze con palmares importanti. So che devo imparare tanto da loro e speriamo di riuscirci al meglio.

La Canyon Sram del 2025 ha 18 atlete, solo due le italiane: Consonni e Paladin (pohlmann_photo)
La Canyon Sram del 2025 ha 18 atlete, solo due le italiane: Consonni e Paladin (pohlmann_photo)
Sarai tu la velocista del team?

Sì, mi hanno detto che si aspettano questo, ma senza mettermi tanta pressione. Sanno che ho dimostrato con i fatti che sono lì, poi sicuramente dovrò conoscere anche le altre ragazze veloci della squadra. Ad esempio c’è Maike (Van der Duin, ndr), che è una buonissima velocista, quindi ci divideremo le corse. Però in quelle importanti sarò io la punta e voglio dimostrare di essere all’altezza.

Dovrai vedertela con Wiebes, Kool, Balsamo, Kopecky, Fidanza…

Bisognerà avere un treno formidabile e stiamo cercando di crearlo. Nelle corse importanti, è ancora più decisivo avere le compagne giuste e la loro fiducia. Ma sono convinta che troveremo l’intesa e con quella arriverà la fiducia.

Come si adatta lo spirito della Conso ai rigori tedeschi?

Bene (ride di gusto, ndr), benissimo! Hanno già imparato a conoscermi e io sto imparando a conoscere loro. E’ sempre bello cambiare atmosfera, conoscere persone da zero e costruire nuovi rapporti. E’ uno scambio reciproco, è sempre un’emozione.

Soraya Paladin sarà la miglior guida per Chiara Consonni nelle dinamiche del nuovo team
Soraya Paladin sarà la miglior guida per Chiara Consonni nelle dinamiche del nuovo team
Hai cambiato allenatore?

Si chiama Dan, è inglese e sta portando tanti cambiamenti, che però definiremo quando ci saremo conosciuti davvero bene. Gli inglesi sono abituati a uscire sotto la pioggia, a me non tanto (ride, ndr), ma per adesso mi sto trovando bene. Devo ancora abituarmi, conoscerlo meglio. Dobbiamo conoscerci. Poi impareremo a lavorare meglio insieme, penso sia solo questione di tempo.

Una volta ti chiedemmo a cosa servono le ripetute e rispondesti che sono perfette per farsi i selfie…

Adesso un po’ meno (ride, ndr). Sono appena tornata dal ritiro. Si vede che un gruppo è unito anche dalle piccole cose, come quando ti fermi per prendere la barretta e ti aspettano. Cerchiamo di partire sempre tutte insieme. Cerchiamo di cambiare le coppie quando siamo in allenamento, in modo da imparare a parlare con tutte. Ci sono delle buone basi e speriamo che si continui così.

Giro d’Onore, Consonni con Alzini e Vittoria Guazzini (immagine Instagram)
Giro d’Onore, Consonni con Alzini e Vittoria Guazzini (immagine Instagram)
La presenza di Soraya Paladin in squadra ti sta aiutando a inserirti?

Sicuramente, mi ha detto che sono tutte contentissime di avermi. A dire la verità, ero un po’ agitata. Entravo in un mondo completamente nuovo, non mi conosceva nessuno. Aver saputo che anche da parte loro c’è la volontà di lavorare con me e che magari l’anno scorso mancava una velocista per cui lavorare, è stato un bello stimolo. Ti dà qualcosa in più per dire: «Ok, ci sono. Lavoriamo bene e mettiamocela tutta».

EDITORIALE / Ditelo voi a corridori di 20 anni di trovarsi un lavoro

23.12.2024
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Una conversazione avuta con Marino Amadori e Johnny Carera al termine della conferenza stampa milanese di Cordiano Dagnoni offre lo spunto per chiarire un pensiero. Avendo chiesto al presidente se pensa si possa fare qualcosa per arginare la crisi del movimento U23 italiano (in apertura, foto Giro NextGen), al termine dell’incontro con la stampa ci siamo sentiti domandare dal cittì azzurro come mai ce l’abbiamo tanto con la sua categoria. In parallelo, il principe dei procuratori ci ha spiegato che il ciclismo sia ormai cambiato e che l’attività under 23 sia diversa da quella di dieci anni fa e che grazie ai test è possibile capire con certezza scientifica se i corridori faranno carriera. Per cui chi non passa a 20-21 anni, evidentemente non ha i mezzi.

Grati per l’illuminazione, entriamo nel ragionamento, cercando di non dare per scontato ciò che scontato a nostro avviso non dovrebbe essere. L’analisi del territorio porta a dire che le società che fanno attività U23/Elite siano in diminuzione e che nei loro organici ci siano i soli corridori non considerati dai devo team. Il movimento nazionale che ne deriva, non considerando le gare internazionali in cui arrivano gli squadroni stranieri, ne risulta impoverito. Avete presente la scena dello Stelvio al Giro NextGen? Il confronto fra atleti di caratura inferiore genera corridori meno solidi, che fanno una gran fatica a entrare nel mondo del lavoro.

Lo Stelvio al Giro Next Gen del 2023. Troppo dura la salita o basso il livello dei corridori? (foto cyclingpro.net)
Lo Stelvio al Giro Next Gen del 2023. Troppo dura la salita o basso il livello dei corridori? (foto cyclingpro.net)

Le leggi sul lavoro

Si può impedire ad atleti maggiorenni di accettare un’offerta dall’estero? No, impossibile. E se anche la Federazione italiana imponesse una regola che li vincola a trascorrere un periodo in team italiani, la normativa europea sul lavoro permetterebbe di aggirarla. Del resto, basta osservare la grande disinvoltura con cui si rompono i contratti di professionisti ben più affermati, per capire che non ci sia scampo a fronte di un certo tipo di commercio. Chi propone e vende i corridori ha tutte le strade aperte. Si può impedirlo? No, impossibile. Si può impedire la concentrazione di talenti nelle mani di un solo soggetto? No, impossibile, almeno per ora. A meno che non ci pensi l’UCI, che rilascia le licenze alle squadre, ai corridori e anche ai loro agenti.

Per cui i ragazzi di 18 anni fanno valigia e vanno in Belgio, Olanda, Germania, Spagna, Francia: l’offerta è vasta. Restano per 2-3 anni e a quel punto chi ancora interessa alla WorldTour di riferimento, sale il fatidico scalino. Gli altri tornano indietro. Cosa trovano in Italia? Squadre che certo li accolgono, ma non è detto che li porteranno all’agognato professionismo. Secondo Carera ciò è dovuto al fatto che non abbiano le qualità per diventare corridori: per cui farebbero bene a cercarsi un lavoro. Su questo punto non è possibile generalizzare ed ecco perché.

Dopo il devo team, Scaroni non è passato alla Groupama, eppure si sta affacciando sul settimo anno da pro’
Dopo il devo team, Scaroni non è passato alla Groupama, eppure si sta affacciando sul settimo anno da pro’

La scelta di partire

Se è così matematico pesare le qualità di un atleta, perché mandare in un devo team ragazzi che non le hanno? Se tornano indietro è perché non le hanno, chi ha stabilito che le avessero? Si scommette assieme a loro sul successo e anche sul fallimento? Si tiene conto, nel proporgli la sfida, di quanta fatica gli sia costato arrivare a quel punto? La maturazione fisica e psicologica degli atleti è omogenea per tutti? Siamo consapevoli del fatto che l’adolescente di oggi, benché più ferrato in tema di tecnologie, sia anche parecchio più disarmato rispetto alla quotidianità della vita? Tutti i corridori sono in grado di andare all’estero e gestire la vita in ritiro in mezzo a gente che non parla la loro lingua? I corridori di 18 anni e le loro famiglie hanno le stesse consapevolezze di chi li consiglia?

Andare all’estero è una straordinaria scuola di vita, come farlo per motivi di studio, ma non tutti sono in grado di trarne vantaggio. Perché allora mandarli tutti? Forse perché si ha la consapevolezza che, se va bene, si potrà guadagnare in maniera più importante sui loro contratti? E in che modo poi si assistono quelli che tornano indietro?

Cristian Scaroni, under 23 nel devo team della Groupama, non andò alla WorldTour, eppure sta avendo una discreta carriera da professionista. Lorenzo Ursella arrivò alla DSM che era ancora un bambino, si è trovato male e nel 2025 correrà nella Padovani. Gli sarebbe convenuto forse un impatto meno duro con quel mondo? Thomas Pesenti, una carriera da U23 e poi elite con la Beltrami-TSA e il JCL Team Ukyo è appena salito del devo team della Soudal-Quick Step pur avendo già 25 anni.

Marino Amadori, selezionatore azzurro degli U23, al Giro Next Gen con Pietro Mattio
Marino Amadori, selezionatore azzurro degli U23, al Giro Next Gen con Pietro Mattio

Prima uomini

A Marino Amadori ci preme dire che non ce l’abbiamo con la sua categoria, nella quale siamo cresciuti quando entrammo in questo mondo nell’ormai lontano 1992. Ma proprio perché conosciamo a menadito le storie di tutti i ragazzi con cui abbiamo lavorato, ci possiamo permettere di fare delle distinzioni. Il suo lavoro di selezionatore non sarà minimamente scalfito dal Paese in cui i ragazzi sceglieranno di correre. Per cui come ha risposto venerdì lo stesso Dagnoni, il cittì potrà ugualmente garantire i suoi piazzamenti al Tour de l’Avenir. Nessuno gli impedisce l’accesso ai migliori, ma i migliori ormai si contano sulla punta delle dita, mentre un tempo era difficile fare la squadra, tanti erano i nomi in ballo.

La differenza fra chi ancora si ostina a scrivere queste cose e chi dice che tanto ormai va così, sta nel fatto che, pur essendo dei semplici giornalisti, ci sta a cuore il futuro di queste persone che a vent’anni corrono in bicicletta. Forse, come è giusto che sia trattandosi di rapporto di consulenza professionale, a chi deve trovargli una squadra l’ultimo aspetto sta meno a cuore. La nota stonata è che se un ragazzo di 20 anni si sente dire che non è forte abbastanza per andare avanti e gli viene negata la possibilità di dimostrare il contrario, se ne andrà dal ciclismo arrabbiato e magari escluderà la possibilità di rimanere nell’ambiente in altre vesti. Tutti i meccanici e i massaggiatori, tranne poche eccezioni, sono stati corridori, alcuni anche professionisti. Oggi se ne bruciano così tanti che magari un domani si farà fatica anche a comporre gli staff delle squadre. A volersi rassegnare, bisognerebbe ammettere una volta per tutte che il ciclismo giovanile italiano non è più in mano alle squadre e neppure alla Federazione.

Belgi e olandesi in massa a Milano, per Fenix e Van Vleuten

21.12.2024
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MILANO – Per avere l’idea di quanto sia popolare il ciclismo fra Belgio e Olanda, basti pensare a quanto è accaduto ieri a Milano. Ci era arrivato un invito da parte di Nico Dick, il press officer della Alpecin-Deceuninck, per la presentazione a Milano della Fenix-Deceuninck. Appuntamento alle 10,30 nello showroom di Fenix in via Quintino Sella, alle spalle del Castello Sforzesco. Alle 12, a due fermate della “metro verde”, ci sarebbero stati la conferenza stampa del presidente federale Dagnoni e poi il Giro d’Onore.

Quando alle 10,20 il locale si riempie degli inviati belgi e olandesi, che di solito incontriamo nelle grandi corse, ci viene il sospetto di qualcosa di grosso. Uno di loro infatti, giornalista di Wielerfiets, ci dice di sfuggita che sarà presente un grosso nome, ma non sanno chi. E per questo sono partiti in blocco da casa. Poi aggiunge che il grosso nome magari è tale per loro e non per noi. Incuriositi continuiamo ad aspettare, ma convinti di fargli una gentilezza diciamo a tutti che di lì a poco ci saranno a disposizione della stampa personaggi come Ganna, Viviani, i fratelli Consonni, Guazzini, Balsamo e tutto il ben di Dio del Giro d’Onore. Credete che uno solo di loro si sia mosso da lì?

Il team manager Philip Roodhooft ha fatto il punto sulla squadra e spiegato il ruolo di Van Vleuten
Il team manager Philip Roodhooft ha fatto il punto sulla squadra e spiegato il ruolo di Van Vleuten

Sorpresa Van Vleuten

Il grosso nome effettivamente c’è ed è quello di Annemiek Van Vleuten. L’olandese si è ritirata alla fine del 2023 a 41 anni. Si è data un gran da fare nel gravel e alla fine ha accettato l’offerta di Philip Roodhooft, team manager della squadra belga, perché ne diventi un po’ coach, un po’ ispiratrice e un po’ anche talent scout. Con quattro titoli mondiali, un oro olimpico a crono, la vittorie del Tour, di 4 Giri d’Italia e di 2 Vuelta Espana, oltre a 2 Fiandre, 2 Liegi, 2 Strade Bianche e 2 Omloop Het Nieuwsblad, Annemiek è considerata una delle dei migliori cicliste di sempre.

«E’ soprattutto un investimento – dice Roodhooft, presente a Milano – per raggiungere risultati migliori. La squadra ha lottato, ma manca qualcosa perché arrivi dove vorremmo. Il ruolo di Annemiek è difficile da inquadrare, ma non è indefinibile. Ad esempio, nella nostra squadra abbiamo un’atleta come Carina Schrempf, che due anni fa correva gli 800 metri. Non ha parenti che le abbiano insegnato ad andare in bicicletta, per cui si tratta di un processo per il quale se va bene servono cinque anni. Con Annemiek in squadra ad esempio, possiamo accelerare questo processo di apprendimento. In più può insegnare alle ragazze a correre in modo più intuitivo, prendendo l’iniziativa e fiducia in se stesse. Finora tutte le tattiche sono affidate al direttore sportivo, sarebbe bello che durante un’intervista l’atleta fosse capace di dire di essere scattata perché ha visto un’occasione».

Chiamata a primavera

Lei è rimasta per tutto il tempo seduta e silenziosa. Ha scattato foto quando Alessia Piccolo ha presentato le maglie in tre colori e anche quando lo stesso Roodhooft ha raccontato gli obiettivi di un team che ha consolidato il rapporto con Fenix fino al 2027. Solo quando lo chiamano sullo sgabello, inizia a raccontare la sua versione.

«Dopo la primavera, che è stata un po’ deludente in termini di vittorie – dice – ho ricevuto una telefonata da Philip Roodhooft. Mi ha detto: “Sentiamo che abbiamo ancora bisogno di qualcosa per aiutare le ragazze a fare il passo decisivo. Pensiamo che tu possa aiutarci”. Questa è una grande opportunità per me. Sapevo di non voler fare il direttore sportivo, perché penso che altri siano tatticamente più bravi. E non volevo nemmeno essere un allenatore. Quindi questo ruolo libero mi piace molto.

«Credo che la squadra abbia delle individualità molto forti – dice – di cui ancora non c’è consapevolezza. Prendo il mio esempio. Ho scoperto casualmente che potevo essere uno scalatore. Volevo andare ai Giochi di Rio ed è per questo che ho iniziato ad allenarmi forte in salita. Se qualcuno avesse espresso prima la sua fiducia nelle mie qualità, per me avrebbe fatto una grande differenza. Sarò una sorta di performance coach, sarà un viaggio di scoperta per me e per la squadra. Sicuramente ne ragionerò insieme alle atlete e vedrò come ottenere il meglio da ciascuna di loro e da tutta la squadra».

Nel 2022, Van Vleuten ha vinto la prima edizione del Tour Femmes e a seguire il mondiale di Wollongong
Nel 2022, Van Vleuten ha vinto la prima edizione del Tour Femmes e a seguire il mondiale di Wollongong

Tre atlete al massimo

Andando avanti con le domande, viene fuori però che il suo non sarà un impegno ad ampio raggio, ma piuttosto focalizzato su due atlete: Puck Pieterse e Pauliena Rooijakkers, la giovanissima star del fuoristrada ma vincitrice di una tappa al Tour e la terza dell’ultima Boucle.

«L’idea è di lavorare specificamente con tre ragazze – specifica però Van Vleuten – ma non è ancora del tutto noto quali saranno. Mi unirò alla squadra al ritiro di gennaio e conoscerò tutti. Potrei certamente lavorare con Puck, ma prima dovrà concludere la sua stagione di cross, per cui per ora la lasceremo in pace. Certamente in lei vedo una potenziale vincitrice del Tour. Ha molto talento, che però deve essere instradato. Deve scoprire se stessa. E penso che lo farà scegliendo dove vuole veramente eccellere. In questa squadra la priorità è che sia il corridore a fare la scelta e che riesca anche a divertirsi».

Con Van Vleuten due atlete della Fenix: Marthe Truyen e Yara Kastelijn
Con Van Vleuten due atlete della Fenix: Marthe Truyen e Yara Kastelijn

Più o meno una mental coach

Due parole Van Vleuten le riserva anche a Pauliena Rooijakkers, che ha 31 anni e non avrebbe mai immaginato di essere all’altezza di un podio al Tour de France.

«Da quando sono stata contattata nella scorsa primavera – spiega Van Vleuten – ho iniziato a seguire Pauliena con un po’ più di interesse. Mi rivedo molto in qualcuno che ha iniziato a scoprirsi come corridore di classifica già da grande. Parlandone e ragionando con lei, potremmo essere in grado di accelerare il suo processo. A volte questo significa semplicemente darle fiducia. Negli ultimi anni di carriera, mi è capitato di sedermi con il mio allenatore, cercando di capire quale potesse essere il mio ruolo. Ho anche studiato psicologia dello sport, perché penso che in questo momento sia la parte più interessante e quella in cui il mio contributo possa essere maggiore. Sono stata in gruppo per 18 anni, sarebbe brutto perdere la mia esperienza, vorrei trasmetterla alle ragazze più giovani».

Attirati da altri grossi nomi decisamente più azzurri, alle 11,45 abbiamo lasciato lo showroom Fenix, proprio nel momento in cui stavano arrivando i primi piatti del pranzo. La giornata era ancora lungi dal finire, gli amici del Nord stavano ultimando le loro interviste e si avvicinavano al buffet.

Giro d’Onore e conferenza stampa: Federazione in festa

21.12.2024
8 min
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MILANO – Il Giro d’Onore della Federazione ciclistica italiana diventa la celebrazione del quadriennio appena concluso. La sede è istituzionale come più non si potrebbe: l’Auditorium Testori presso la sede della Regione Lombardia, nella Piazza Città di Lombardia in cui per le Feste è stata montata una pista di pattinaggio su ghiaccio che ribolle di ragazze e ragazzi.

«Il Giro d’Onore – dice Dagnoni dal palco – è l’evento ormai imperdibile per tutti gli atleti, i tecnici e tutti i nostri operatori. Ma anche per tutti gli appassionati che possono vedere proprio in questa occasione il meglio del nostro ciclismo. Direi che vedere atleti, atlete, tecnici tutti orgogliosi di poter celebrare, festeggiare i successi di un’annata fantastica come questa è anche per me motivo di grande orgoglio. Il 2024 è stato un anno fantastico perché chiude un quadriennio, ma è stato anche un anno olimpico. Un anno che ci ha regalato grandi soddisfazioni sia alle Olimpiadi che alle Paralimpiadi. E’ un 2024 che con queste 105 medaglie fa chiudere un quadriennio a 454 medaglie, che è un risultato importante. E’ il 60 per cento del quadriennio precedente che già era stato un buon anno. Mi dicono spesso che sono un presidente fortunato, però io la prendo anche volentieri: forse tra un bravo presidente e uno fortunato rende di più quello fortunato».

Il presidente della Federazione è rimasto sul palco per tutto il tempo, raccontando, premiando, ridendo. Nella platea dell’Auditorium si ripete il consueto sfarzo di grandi campioni: le assenze giustificate sono quelle degli atleti ancora impegnati nelle gare del cross e nei ritiri con i rispettivi team. A Vittoria Guazzini viene consegnato il Collare d’Oro del CONI per la madison olimpica in coppia con Chiara Consonni. La toscana infatti era ancora in ritiro con la FDJ Suez quando a Roma si è svolta la prestigiosa cerimonia.

Il presidente Dagnoni ha raccontato il suo quadriennio alla vigilia del Giro d’Onore in una conferenza stampa
Il presidente Dagnoni ha raccontato il suo quadriennio alla vigilia del Giro d’Onore in una conferenza stampa

Amico Malagò

Prima della festa, nella sala stampa all’undicesimo piano, il presidente della Federazione Dagnoni ha raccontato i suoi numeri e fatto il punto della gestione. Al suo fianco Federica Picchi, il Sottosegretario regionale con delega alla Sport e Giovani, e Giovanni Malagò, presidente del CONI.

La conta delle medaglie è stata, come prevedibile e come probabilmente avrebbero fatto tutti, il punto d’avvio del discorso. I numeri sono notevoli, il ciclismo è una fucina di titoli. Il 10 per cento delle medaglie di Parigi 2024 è venuto dai nostri ragazzi e il siparietto fra i due presidenti è probabilmente qualcosa di già visto, ma se qualcuno non vi ha mai assistito, lascia il segno. Colpisce anche la battuta del presidente federale lombardo, nella sede lombarda che parlando col massimo dirigente dello sport nazionale fa la battuta che alle prossime elezioni sarebbe un peccato non vincesse un candidato lombardo, essendo lui il solo. Malagò che ride avallandolo fa uno strano effetto. Avrebbe potuto opporre le mani e dire: chiunque vincerà avrà il nostro appoggio e sarà l’espressione della base. Invece, coinvolto dal clima di festa e battute, si presta non si sa quanto inconsapevolmente allo spot elettorale.

«Qualità delle medaglie – ha chiosato Malagò – la loro percentuale, anche rispetto al record di quelle vinte non solo alle Olimpiadi. Però il ciclismo al di là di tutto è la storia del Paese e questo è qualcosa che onestamente non gli toglierà nessuno. E soprattutto continua ad esserlo e secondo me lo sarà per sempre».

Malagò non ha mai fatto mancare la sua vicinanza a Dagnoni, neppure nelle fasi più complesse
Malagò non ha mai fatto mancare la sua vicinanza a Dagnoni, neppure nelle fasi più complesse

Conti che scottano

L’attività di vertice ha raggiunto livelli di assoluta eccellenza. La struttura costruita da Amadio e intorno ad Amadio gira come una squadra WorldTour. I cospicui investimenti e l’applicazione del Team Performance di Diego Bragato a tutte le discipline sta facendo rinascere il gruppo della velocità su pista, ha dato un bel boost alla mountain bike, al paraciclismo e al ciclocross. La selezione dei talenti dal basso porta nel giro della nazionale i talenti più dotati ed è innegabile che l’attività juniores riorganizzata da Dino Salvoldi negli ultimi tre anni abbia portato a un deciso cambio di passo.

Dagnoni sa quali insidie potrebbero celarsi sul suo cammino e tira fuori per primo la questione della perdita nel bilancio 2023: dati resi ufficiali due settimane fa, con un ritardo a dir poco insolito. Il patrimonio netto federale è passato dai 6.386.155,48 euro del 2021, ai 5.518.764,57 del 2022 per scendere ai 4.415.701,78 di fine 2023. Il presidente se la gioca da politico e spiega la perdita di esercizio di 3.106.062 con una semplicità disarmante, che per certi versi è anche vera.

Il tesoretto del 2020

La Federazione si è ritrovata con un tesoretto in mano alla fine del 2020, quando il Covid ha impedito lo svolgersi di tanta attività, ma non il rilascio dei finanziamenti pubblici. Avendo soldi da spendere, perché non usarli?

Sui conti del 2024, Dagnoni fa sapere che il bilancio si chiuderà con un lieve utile: dato su cui sapremo qualcosa semmai alla fine del prossimo anno. Ma la domanda è un’altra: ora che quel tesoretto non c’è più, come faremo a preparare le prossime Olimpiadi?

Viene in soccorso Infront. Il contratto firmato per i prossimi sei anni dovrebbe garantire 10 milioni l’anno a favore della Federazione. Il capitolo bilancio si è chiuso con toni accigliati e il senso di aver sfilato un’arma dalle mani dei rivali alle prossime elezioni.

La difesa che manca

Una conferenza stampa come questa non può bastare per raccontare quattro anni vissuti su scossoni per certi versi inediti, né la platea dei colleghi appare più di tanto agguerrita. Del resto la presenza del massimo vertice del CONI e la benedizione della Regione Lombardia fa pensare che si tratti piuttosto di una celebrazione. E quel po’ di cenere che Dagnoni si sparge sul capo è stata gestita con sapienza. Restano i dubbi sull’attività federale sui territori. Ma anche in questo caso, il tema viene affrontato e liquidato snocciolando numeri e con una piccola e bonaria autocritica.

Vengono dati nuovamente dei numeri. Un milione di euro per i comitati regionali, in base ai progetti presentati. Circa due milioni di sconti per il dimezzamento dei costi di affiliazione. Circa mezzo milione per facilitare l’organizzazione di gare nel 2023. Una convenzione con Anas che ha permesso di organizzare 126 gare in più. 700 mila euro per l’attività dei centri della pista. Valore della produzione aumentato del 10 per cento rispetto al quadriennio precedente, la raccolta sponsor del 50 per cento, mentre l’incidenza dell’attività sul bilancio federale è del 70 per cento.

La bonaria autocritica riguarda una mancanza: abbiamo dato soldi in base ai progetti, ma non abbiamo verificato che poi siano stati affidati alle società. Come dire: la distanza siderale che le società percepiscono rispetto a Roma non dipende da Roma, semmai dai comitati provinciali e quelli regionali.

Bernard e Plebani, bronzo olimpico nell’inseguimento: il ct della medaglia non è più in nazionale
Bernard e Plebani, bronzo olimpico nell’inseguimento: il ct della medaglia non è più in nazionale

La deriva inarrestabile

Restano sul tappeto i dubbi sull’effettiva parità fra uomini e donne. Sulle squadre under 23 che chiudono i battenti. Sulla tendenza degli juniores di andare all’estero nei devo team del WorldTour. E soprattutto un senso di impotenza di fronte alle stesse questioni. Il mondo è cambiato. Nessuno può impedire questa deriva. Non ci sono rimedi possibili. A gestire il ciclismo giovanile italiano, almeno per ciò che esula dall’attività federale, sono i procuratori che distribuiscono talenti per il mondo. Quanti tornano indietro, sconfitti a vent’anni, vengono definiti non idonei per fare i corridori.

E noi che probabilmente veniamo davvero da un’altra epoca, pensiamo certamente che il mondo sia cambiato, ma che sarebbe anche il caso di tentare una difesa prima di alzare le braccia nel segno della resa. A 18 anni non si è maturi per un simile salto, non bastano i watt. Siamo sicuri di questo passo che fra dieci anni ci saranno ancora juniores da lanciare sul tetto del mondo?

I tecnici della federazione presenti ieri a Milano, compresi quelli che per vari motivi non ci saranno più dal 2025
I tecnici presenti ieri a Milano, compresi quelli che per vari motivi non ci saranno più dal 2025

Quattro Ct in meno

Lasciamo la chiusa a Elia Viviani, l’uomo delle medaglie nelle ultime tre Olimpiadi. Colui che a partire dal 2019 ha sacrificato alla pista la sua carriera su strada e sta ancora cercando una sistemazione per l’ultimo anno di una carriera eccezionale.

«Io penso che il ciclismo, come tutti gli sport – dice dal palco il veronese – stia andando in una direzione dove i giovani sono importantissimi. La Federazione sa che dalla categoria juniores a quella under 23 si decide il futuro di una persona, oltre che dell’atleta. Io spero solo che possiamo essere di esempio e sono certo che continueremo ad esserlo, perché i ragazzi sono ancora super motivati. Mancano quattro anni da qui a Los Angeles, ma alla fine volano sempre. E spero che il gruppo che ha lavorato fino a Parigi venga preso da esempio. Gli ultimi anni sono stati la dimostrazione che si può fare la multidisciplina e raggiungere grandi risultati. Arriviamo da tre cicli olimpici di grandi soddisfazioni e per questo l’asticella è sempre più alta. Sarà compito della Federazione e dei tecnici preparati, perché gli atleti avranno sempre voglia di fare bene».

Annotiamo però, andando via da Milano, che il gruppo dei tecnici dell’ultimo quadriennio si è assottigliato. A causa di scelte personali, bocciature dal Consiglio federale e scelte federali, i settori della pista paralimpica, della BMX, della strada uomini e donne sono scoperti. Da gennaio non ci saranno più Perusini, Lupi, Bennati (in più di un’intervista il presidente della Federazione ha detto che se sarà rieletto, tornerà a confrontarsi con il toscano, che sarà confermato se si lavorerà in continuità) e Sangalli. Ieri mattina, prima del Giro d’Onore è svolta una riunione dei commissari tecnici confermati per darsi i saluti di fine anno e impostare i primi appuntamenti del 2025, fra Coppe del mondo e mondiale di cross e gli europei su pista di febbraio.

La nuova casa di Garmin Italia fra sostenibilità e benessere

18.12.2024
4 min
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Lo scorso 3 dicembre abbiamo avuto l’opportunità di partecipare alla premiazione dei Beat Yesterday Awards, i riconoscimenti voluti da Garmin Italia per celebrare storie straordinarie di persone comuni. L’evento ci ha offerto l’occasione per entrare nella nuova “casa” della filiale italiana di Garmin, inaugurata solo poche settimane fa a Milano. A chi non è pratico del capoluogo meneghino forniamo subito qualche coordinata geografica. La nuova sede si trova al numero 12 di Viale Ghisallo, nella zona nord ovest di Milano.

Nel nuovo concetto della sede di Garmin si è pensato anche ad un’architettura ecosostenibile
Nel nuovo concetto della sede di Garmin si è pensato anche ad un’architettura ecosostenibile

Tra modernità e innovazione

Il nuovo polo italiano di Garmin coniuga modernità e innovazione tecnologica, distinguendosi per linee essenziali e salubrità dello spazio. L’edificio è ai più alti livelli di architettura ecosostenibile, riscontrabili nelle scelte progettistiche, nei materiali, nell’elevata attenzione per il verde e per il benessere di chi vi trascorre le proprie giornate lavorative. L’immobile nasce con le più elevate prestazioni energetico ambientali in un’ottica di ottimizzazione dei consumi e per sostenere un ambiente di lavoro sano. La salubrità dell’aria è garantita dall’uso di materiali a bassa tossicità e da sistemi di filtrazione a carboni attivi. L’impianto fotovoltaico posizionato sul tetto fornisce una porzione dell’energia dell’edificio. 

A confermare tutto ciò è Stefano Viganò, Amministratore Delegato di Garmin Italia. Ecco le sue parole: «Per la nuova sede di Garmin Italia abbiamo scelto un edificio all’avanguardia in termini di sostenibilità e benessere aziendale. Un impegno per noi prioritario, che ci siamo presi con senso di responsabilità nei confronti di tutte le persone che rendono grande il brand nel nostro Paese e che desideriamo costantemente ispirate, produttive ed entusiaste della vita in azienda. Il segnale che vogliamo dare è chiaro: Garmin è all’avanguardia nei mercati che serve e crediamo che la sua presenza sul territorio debba andare di pari passo. Sono orgoglioso di inaugurare questa sede, che ci rende ancora di più leader di mercato proiettati al futuro».

La palestra consente ai dipendenti di avere una zona dove tenersi in forma
La palestra consente ai dipendenti di avere una zona dove tenersi in forma

Doppia certificazione 

Grazie alle innovative soluzioni architettoniche e impiantistiche, la nuova sede di Garmin Italia è un edificio registrato con l’obiettivo di certificazione LEED (Leadership in Energy and Environmental Design), focalizzata su ambiente ed energia, e WELL (Well building standard), attenta al benessere di chi occupa gli edifici.

Due certificazioni distinte che però operano in armonia e hanno permesso di progettare un edificio altamente performante per quanto concerne l’aspetto energetico e ambientale. Un edificio che garantisce nello stesso tempo il benessere delle persone che usufruiranno degli spazi.

Sono state progettate aree per condividere anche i vari momenti liberi della giornata
Sono state progettate aree per condividere anche i vari momenti liberi della giornata

Al centro i dipendenti

In occasione dei recenti Beat Yesterday Awards, l’Amministratore Delegato di Garmin Italia, Stefano Viganò, ha sottolineato come sia importante prendersi cura del benessere delle persone che lavorano quotidianamente nella filiale italiana di Garmin. A confermarlo è Alessandra Torriani, HR Manager & Executive Assistant di Garmin Italia.

«Abbiamo fortemente voluto una sede innovativa – ha dichiarato la stessa Torriani – capace di ospitare spazi che i dipendenti di Garmin siano entusiasti di vivere. Per questo abbiamo scelto un ambiente capace di coniugare una forte vocazione green e un’attenzione estrema al benessere dei collaboratori, che da oggi avranno a disposizione aree dove trovare equilibrio tra business e momenti conviviali. Questo consentirà di vivere l’azienda non solo come luogo di lavoro, ma anche come stimolo e completamento di uno stile di vita sano, utile a promuovere il lavoro di squadra e la condivisione tra le persone».

Nell’edificio i dipendenti Garmin potranno dedicarsi al benessere fisico in una palestra attrezzata Technogym, aperta e presidiata 24 ore su 24 e accessibile anche durante i week end. 

L’attenzione al well-being è per Garmin un impegno costante da portare avanti con workshop e speech di personalità di spicco che da oggi avranno la possibilità di alternarsi nell’ambito del nuovissimo spazio digitale di Garmin Italia, destinato a diventare un vero e proprio hub in cui convergeranno expertise interne ed esterne, eventi dell’azienda e momenti di formazione.

Non manca un cenno alla storia di Garmin e alle imprese dei suoi atleti
Non manca un cenno alla storia di Garmin e alle imprese dei suoi atleti

L’importanza della sostenibilità

Tra i cinque pilastri su cui si fonda il successo del brand Garmin, come più volte detto, spicca la sostenibilità: Garmin investe continuamente in persone, strutture e attrezzature per una strategia di successo a lungo termine.

Nel 2023, Garmin ha ridotto le emissioni di CO2 attraverso l’uso di energia rinnovabile, accompagnato da investimenti in tecnologie efficienti dal punto di vista energetico all’interno delle proprie strutture e da pratiche di riciclaggio continue, in cui i dipendenti svolgono un ruolo fondamentale. Nel corso del 2023, il marchio ha raccolto e riciclato circa 5.000 tonnellate di materiali, tra cui carta, cartone, plastica e rifiuti elettronici dalle sue strutture. 

Garmin

Il ciclismo di Pella: promozione, territorio e stile di vita

12.12.2024
7 min
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MILANO – Il palazzo del CONI di via Piranesi ospita la conferenza stampa della Lega Ciclismo Professionistico, che in un pomeriggio grigio di dicembre inizia un nuovo corso. L’obiettivo è rilanciare lo sport, per farlo tornare competitivo ad alti livelli. Senza dimenticarci però di chi sta sotto e costituisce la base di questa piramide. Le preoccupazioni ci sono, visto il susseguirsi di voci che vedono le squadre giovanili sempre più in crisi. Alcune chiudono, altre vanno avanti a fatica e alcune ancora non sanno se riusciranno a continuare a navigare, e procedono a vista.

Da destra: Gianni Bugno, Roberto Pella, Vincenzo Nibali, Fabio Roscioli e Giusy Virelli
Le commissioni sono composte da ex atleti ed esperti del settore, da dx: Vincenzo Nibali, Fabio Roscioli e Giusy Virelli

La passione c’è

Il presidente della Lega Ciclismo Professionistico, Roberto Pella, sindaco del comune di Valdengo e deputato, ha il suo bel da fare. Ha preso l’incarico qualche mese fa e ora inizia ad agire, anzi qualcosa ha già fatto. A lui chiediamo, in questo momento difficile, cosa ha trovato all’interno della Lega e come ha intenzione di muoversi.

«Io non sono mai abituato a guardare il passato – dice il presidente Pella – ma al presente e al futuro. Cerco di costruire un grande gioco di squadra per portare avanti la valorizzazione di uno degli sport più belli e partecipati da parte di tutta la popolazione: il ciclismo. Da un lato in Italia il numero dei corridori professionisti è limitato, questo è vero. Ma d’altro canto, sono circa due milioni le persone abituate ad andare in bicicletta. Il numero sale a 13 milioni se consideriamo anche i cittadini che utilizzano la bici nella vita di tutti i giorni. In particolar modo, sono almeno 2 italiani su 3 quelli innamorati del ciclismo. I quali lo seguono attraverso la televisione o partecipando lungo le strade ai grandi avvenimenti che l’Italia propone a livello ciclistico. Non dimentichiamo che abbiamo, e sono tutte associate alla Lega Ciclismo Professionistico, le più grandi corse ciclistiche al mondo. C’è anche il Giro d’Italia che rappresenta l’evento sportivo più importante a livello mondiale insieme al Tour de France».

Il ciclismo italiano per ripartire deve aggrapparsi ai suoi campioni
Il ciclismo italiano per ripartire deve aggrapparsi ai suoi campioni

I campioni

L’Italia è sempre stato il Paese dei grandi campioni e delle imprese fatte a colpi di pedale. Persone e personaggi che hanno legato le proprie imprese alla storia di questo sport, appassionando gli spettatori. Da qualche anno l’Italia fatica a trovare il corridore che appassiona, che lega con il pubblico. Da una parte manca l’atleta che è capace di grandi imprese, dall’altra c’è la difficoltà di riversare la stessa passione su discipline che non siano la strada. 

«Abbiamo avuto -dice ancora Pella – abbiamo e sicuramente avremo anche in futuro i grandi campioni. Corridori in grado di accompagnarci in sfide, com’è stato in passato. Personalmente ho trovato una Lega che sta cercando di farsi conoscere. Che vuole far comprendere alle istituzioni, in modo particolare alle istituzioni politiche, quanto essa possa rappresentare un punto di svolta, di valore. In primo luogo perché il ciclismo professionistico può fare da volano per il dilettantismo. Perché nei professionisti i giovani trovano il mito, l’ideale, la persona di riferimento. Ma anche lo stimolo per diventare a loro volta dei campioni».

L’Italia ha tanti giovani sui quali affidare il proprio movimento, uno di questi è Giulio Pellizzari
L’Italia ha tanti giovani sui quali affidare il proprio movimento, uno di questi è Giulio Pellizzari

A cascata

Il pensiero sullo stato di salute del ciclismo italiano si divide in due parti, chi pensa che si debba ricostruire dal basso e chi, invece, dall’alto. I primi pensano sia importante strutturare un’attività in grado di avvicinare i giovani e stimolarli ad andare in bici. Gli altri, al contrario, sono convinti che serva un campione in grado di calamitare l’attenzione. Un “effetto Sinner” se vogliamo trovare dei paragoni extra ciclistici. 

«Investire sul professionismo – analizza Pella – significa rilanciare il settore giovanile e la crescita del nostro tessuto sociale, in modo particolare anche per le nostre società sportive. Dobbiamo riportare l’Italia a sostenere quelle poche realtà che sono rimaste, anzi a stimolare la crescita di nuove. Dobbiamo spingere perché le istituzioni promuovano una squadra WorldTour italiana, nella quale possiamo far correre i nostri migliori corridori evitando di farli andare all’estero. L’obiettivo è preservare i talenti e farli crescere in modo che possano essere i protagonisti di domani».

Il lavoro di Pella è rivolto ad allacciare rapporti con le diverse istituzioni politiche
Il lavoro di Pella è rivolto ad allacciare rapporti con le diverse istituzioni politiche

Le istituzioni

A livello politico il lavoro di Roberto Pella è volto a coinvolgere le istituzioni, avvicinandole al ciclismo in modo tale che possano vederne i valori e condividerli. 

«Sto lavorando con i vari dicasteri – continua il presidente della Lega Ciclismo Professionistico – e voglio ringraziare il ministro Abodi per il sostegno, e l’aiuto che da sempre mi ha voluto dare. Non manca il supporto al ciclismo femminile, grazie al ministro Roccella, così come c’è una continua promozione e valorizzazione del territorio e del Giro d’Italia. La bicicletta si lega molto al turismo, lo sappiamo, e il lavoro fatto insieme al ministro Santanché rappresenta un punto importante e fondamentale. Sono tanti i ministeri che sto cercando di sensibilizzare uno a uno per lavorare con questo grande spirito di squadra.

«Abbiamo messo a punto queste commissioni – il riferimento è alle nuove commissioni presentate il 9 dicembre – nelle quali, come potete vedere, sono coinvolti tra i più grandi professionisti di ogni settore: corridori, ex ciclisti o uomini della società civile. I quali potranno aiutare e sostenere il direttivo in quello che è un grosso lavoro di squadra».

Per promuovere la crescita delle squadre sarà importante il lavoro di Jacopo Tognon, presidente della commissione “progettazione, marketing e fondi europei”
Per promuovere la crescita delle squadre sarà importante il lavoro di Jacopo Tognon, presidente della commissione “progettazione, marketing e fondi europei”

Le squadre

Il presidente Roberto Pella ha sottolineato quella che è l’importanza di una squadra WorldTour per favorire la crescita del movimento. Il fatto è che in questo momento la squadra non c’è e all’interno delle sette commissioni presentate manca una con riferimento alle realtà sportive. Come si può far crescere il movimento professionistico se poi manca la base?

«Diciamo – replica Pella – che la commissione delle squadre rientra nella promozione del territorio e del marketing (commissione presieduta dall’avvocato Jacopo Tognon, ndr). Per arrivare a delle squadre dobbiamo fare un grosso lavoro di promozione territoriale e individuare grossi gruppi nazionali e internazionali, ma anche aziende di Stato, che in qualche modo possano investire nello sport. Una volta trovate queste risorse è chiaro che si spingerà anche nel promuovere le realtà sportive. Dobbiamo   innanzitutto aiutare le squadre esistenti e far sì che l’Italia non ne perda ancora. Ma anche sostenere quelle che abbiamo, anche a livello dilettantistico, sul territorio. Perché il professionismo è la punta dell’iceberg ma noi dobbiamo stimolare quello che è il ciclismo in tutte le sue forme».

Le grandi corse, come Giro d’Italia, rappresentano uno spot per il ciclismo a livello territoriale e locale
Le grandi corse, come Giro d’Italia, rappresentano uno spot per il ciclismo a livello territoriale e locale

Il territorio

Coinvolgere il territorio e le istituzioni diventa un passaggio fondamentale affinché il ciclismo possa trovare la sua rotta e ripartire. Unire i cittadini nella passione e nel senso di comunità, mostrando loro quanto sia unico e coinvolgente questo sport. 

«Tra i tanti compiti ricopro anche quello di sindaco a Valdengo – conclude Pella – e sono vicepresidente dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani con la delega allo sport. Quando un evento o una corsa passa da un Comune, non c’è solo un riconoscimento nel vedere il proprio paese passare nella televisione nazionale o mondiale, ma soprattutto l’evento è sempre un preparativo di tanto altro. Ad esempio la gente si ritrova per accogliere al meglio il passaggio dell’evento. Il ciclismo rappresenta un denominatore comune di italianità, per questa ragione il supporto delle istituzioni deve essere prioritario. La bicicletta può rappresentare il più valido strumento di abbattimento dei costi sanitari attraverso la lotta alle malattie non trasmissibili: obesità e il diabete di tipo 2. Dobbiamo promuovere l’attività fisica al fine di migliorare il nostro stile di vita, poi attraverso la costruzione di un movimento si arriva ad avere un riscontro positivo anche nel professionismo. Fare in modo che la cultura della bici sia radicata in noi è il primo passo».

La nuova casa di Garmin premia cinque storie speciali

07.12.2024
5 min
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MILANO – Martedì 3 dicembre Garmin ha celebrato la nona edizione dei suoi Beat Yesterday Awards, un’iniziativa nata nel 2016 per premiare storie e progetti straordinari compiuti da persone comuni. L’edizione di quest’anno merita di essere raccontata, non solo per le storie speciali che abbiamo avuto la fortuna di ascoltare, ma per la location che ha ospitato l’evento. Per l’edizione 2024 dei suoi Beat Yesterday Awards, Garmin ha dato appuntamento presso la sua nuova “casa” di Viale Ghisallo a Milano. Una “casa” che, come ha tenuto a sottolineare Stefano Viganò, Amministratore Delegato di Garmin Italia, è un concentrato di tecnologia e sostenibilità, e dove al centro di tutto c’è il benessere dei dipendenti, la vera forza dell’azienda.

Ogni sala della nuova sede è stata dedicata ad un’impresa sportiva realizzata anche grazie al supporto della tecnologia Garmin. Quella che ha ospitato la premiazione di quest’anno è stata dedicata alla prima ascesa invernale del Nanga Parbat, compiuta da Simone Moro nel 2016.

Giovanna Micol e Maria Vittoria Marchesini con Ruggero Tita e Caterina Banti
Maria Vittoria Marchesini, Giovanna Micol con Ruggero Tita

Con qualche novità

L’edizione di quest’anno dei Beat Yesterday Awards è tornata alla sua formula originale con la serata dedicata esclusivamente al racconto delle storie premiate. Rispetto al passato, per l’edizione di quest’anno Garmin ha però optato per un mix di storie che hanno visto come protagonisti persone comuni e sportivi famosi. 

E’ stato così premiato il team femminile di Luna Rossa che ha conquistato il titolo della Puig Women’s America’s Cup. Una vittoria che ha messo in evidenza l’eccellenza tecnica e tattica del gruppo. La squadra era rappresentata per l’occasione da Maria Vittoria Marchesini e Giovanna Micol.

Federica Gasperi con Mara Navarria e Dalia Dameno
Federica Gasperi con Mara Navarria e Dalia Dameno

Viaggi e Olimpiadi

La seconda storia è stata quella di Roberto Ragazzi, libero professionista che ha affrontato un viaggio di 160 chilometri in Islanda, camminando e trainando delle slitte con gli sci, le tende artiche e tutto l’occorrente per sopravvivere in mezzo al ghiaccio, con condizioni meteo davvero proibitive. Roberto ha affrontato tutto questo per sensibilizzare l’opinione pubblica sullo scioglimento dei ghiacciai e raccogliere fondi per realizzare un acquedotto utile a portare acqua corrente in un villaggio di 1700 persone in Burundi.

La terza storia premiata è stata quella di Francesca Gasperi, che ha attraversato in moto dodici Stati da Imperia a Jedda, in Madagascar, evitando le rotte inaccessibili a causa delle guerre. La meta del suo viaggio è stata raggiungere una zona segnata da grandi difficoltà. Ad accoglierla un missionario davvero speciale, Padre Floriano. Obiettivo del viaggio quello di raccogliere fondi attraverso i social per costruire una strada in grado collegare il villaggio di Padre Floriano con l’ospedale più vicino, distante 80 chilometri.

Dopo Francesca Gasperi ecco Claudio Pellizzeni che, da dipendente di banca, si è riscoperto viaggiatore solitario. Lasciato il posto in banca ha viaggiato 3 anni senza mai prendere aerei e con un budget di 15 euro al giorno. Suo compagno di viaggio il diabete di tipo 1. Per lui il viaggio è stato rinascita e terapia. Oggi Pellizzeni ha un tour operator che vuol far vivere alle persone le stesse emozioni da lui provate nei suoi tanti viaggi in solitaria in giro per il mondo.

La storia che ha chiuso la serata è stata quella di Diego Pettorossi, salito alla ribalta alle recenti Olimpiadi di Parigi. Pettorossi ha 27 anni, è di Bologna e prima delle Olimpiadi lavorava per un’azienda software di San Antonio, in Texas. Qualificato a Parigi 2024, unico atleta non professionista della nazionale Italiana, ha preso due mesi di aspettativa dal suo lavoro proprio per essere presente alle Olimpiadi. Ha mancato la finale per pochi centesimi ma il suo sguardo oggi è già proiettato alle Olimpiadi di Los Angeles 2028.

Claudio Pelizzeni con Alice Bellandi e Nicola Savino
Claudio Pelizzeni con Nicola Savino

Premiano le medaglie di Parigi

La storia di Diego Pettorossi ci porta direttamente a parlare di chi quest’anno ha avuto l’onore di consegnare i Beat Yesterday Awards. Per premiare le imprese straordinarie compite da persone comuni, Garmin ha chiamato alcune tra le medaglie più belle che hanno infiammato l’estate italiana nella storica cornice olimpica di Parigi 2024: Nicolò Martinenghi, medaglia d’oro nei 100 metri a rana, Gabriel Soares, medaglia d’argento nel canottaggio nel doppio pesi leggeri, Ruggero Tita e Caterina Banti, medaglia d’oro con i Nacra 17, Daila Dameno, medaglia di bronzo nell’arco composto alle Paralimpiadi, Alice Bellandi medaglia d’oro nel judo e Mara Navarria medaglia d’oro nella prova a squadre femminile della spada.

Roberto Ragazzi con Lino Zani, conduttore di Linea Bianca

Parola a Garmin

Lasciamo la chiusura al “padrone” della nuova casa di Garmin Italia, Stefano Viganò. 

«Ci piace pensare che i riflettori sul palco del Beat Yesterday non si spengano mai – dice Viganò – che le storie continuino a essere raccontate e che i protagonisti le portino avanti giorno dopo giorno, anche una volta finita la festa. Nove anni di Beat Yesterday non sono solo un traguardo incredibile, rappresentano anche l’impegno che l’azienda mette in campo da nove anni per celebrare lo Sport in ogni sua forma. Ciò che ci accomuna non sono i risultati, le performance, le grandi vittorie o quelle sconfitte che hanno sempre una storia da insegnare».

«Ciò che ci accomuna – conclude – sono i valori che lo sport sa trasmettere: la dedizione, l’impegno, il coraggio, la sfida con sé stessi e con gli altri, la passione e la capacità di non arrendersi mai. Vedere tutto ciò rappresentato sul nostro palco, quest’anno addirittura a Casa nostra, è stata la più bella conclusione di un anno che ha regalato grandi gioie sportive».

Durante la serata di martedì Stefano Viganò ha dichiarato che quella di quest’anno potrebbe essere l’ultima edizione dei Beat Yesterday. Una simpatica “minaccia” che si ripete ogni anno. Nel 2025 c’è però un traguardo da festeggiare, quello delle dieci edizioni. Un traguardo che non può essere mancato. Appuntamento quindi al prossimo anno con altre storie straordinarie realizzate da persone comuni.

Garmin

Una capsule collection per i 70 anni di Colnago

03.12.2024
3 min
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Lo scorso 20 novembre Colnago ha festeggiato i suoi “primi” 70 anni con una festa che ha chiamato a raccolta a Milano tanti amici di un brand oggi conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Per l’occasione l’azienda di Cambiago ha presentato una Colnago speciale in acciaio chiamata Steelnovo, completamente realizzata in Italia e prodotta in soli 70 esemplari. La Steelnovo è stata una delle tante attrazioni della serata milanese, ma non è stata l’unica novità che Colnago ha voluto realizzare per celebrare al meglio i 70 anni dalla sua nascita.

La capsule collection per celebrare i 70 anni di Colnago, coniugando moda e stile
La capsule collection per celebrare i 70 anni di Colnago, coniugando moda e stile

Colnago incontra la moda

Chi ha avuto la fortuna di essere presente alla festa di Milano avrà sicuramente potuto notare la presenza di alcuni modelli che, come in una vera sfilata di moda, indossavano dei capi di abbigliamento firmati Colnago. Incuriositi e per saperne qualcosa di più abbiamo contattato direttamente l’azienda.

«Per celebrare i settant’anni del marchio – ci hanno raccontato da Colnago – abbiamo deciso di regalarci una capsule collection di abbigliamento high-end. Colnago è un marchio ricco di storia, che è diventato iconico nel mondo della bici. Per i settant’anni volevamo regalarci qualcosa di diverso, e abbiamo pensato ad una capsule di abbigliamento, anche per avere una nuova modalità tramite cui raccontare il mondo Colnago, un mondo basato su valori come il Made in Italy, l’artigianato e l’esclusività. Si tratta di valori universali, che abbiamo cercato di raccontare tramite pochi capi di altissima qualità, realizzati a mano in Italia e disponibili in numero limitato». 

Una serie di capi d’abbigliamento high-end
Una serie di capi d’abbigliamento high-end

Scopriamo la collezione

La capsule collection firmata Colnago ha un design elegante e minimal, ed composta da dieci capi dallo stile timeless. Si tratta in particolare di capi d’abbigliamento classici e versatili, adatti tanto a look più eleganti quanto alla vita quotidiana. Eccoli nel dettaglio: 

  • Tre capispalla realizzati con tessuti Loro Piana: un trench, una field jacket e una varsity jacket, realizzati in 70 esemplari. All’interno della fodera è presente un’etichetta con il Manifesto di Colnago e il numero del capo (es. 4/70).
  • Un gilet reversibile, con una facciata in lana e una in nylon, adatto come extra layer o come strato più esterno nelle mezze stagioni.
  • Due polo in cashmere (70% cashmere, 30% seta), morbidissime e dal fit estremamente comodo, una a manica lunga e una a manica corta, realizzate sempre in 70 esemplari.
  • Una felpa con cappuccio.
  • Una felpa girocollo.
  • Una t-shirt, disponibile in tre varianti colore.
  • Una polo in cotone piquet, disponibile in tre varianti colore.

«Come brand – raccontano ancora da Colnago – tutto il lavoro degli ultimi anni è stato volto a consolidare il marchio e i suoi valori, per diventare il brand più desiderato nel mondo delle bici, e per parlare a tutti quelle audience che sono “esclusive”. Questa capsule si inserisce indubbiamente in questo disegno a lungo termine, ma nasce anche come volontà di celebrare, in maniera originale, i nostri settant’anni. L’importanza della manualità nel nostro processo produttivo, la figura dell’artigiano, l’italianità, l’attenzione alle materie prime, il fatto che anche il carbonio, materiale alla base della nostra produzione, sia, prima di esser impregnato di resina, nient’altro che un tessuto, ha fatto sì che ci venisse naturale pensare all’abbigliamento».

Solo online

Tutti i capi sono disponibili esclusivamente online sul sito Colnago alla seguente pagina.

Chiudiamo con le parole della stessa azienda: «Nonostante di recente il marchio abbia fatto diverse operazioni nel mondo dell’abbigliamento, Colnago resta un brand di biciclette, un “bike manufacturer“. La nostra ambizione è quella di essere il brand più desiderabile nel segmento delle biciclette dell’alto e altissimo di gamma drop bar. La scelta di regalarci anche dei capi di abbigliamento lifestyle l’abbiamo fatta, da una parte, per dare la possibilità di vivere Colnago in un modo nuovo e originale ai tanti appassionati del marchio, ma anche per raccontare Colnago, un marchio comunque ricco di storia, a un pubblico nuovo, più affine al mondo dell’esclusività».

Colnago

Corso ACCPI per neoprò, qualcuno salterà la scuola…

27.11.2024
4 min
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Il 29 novembre, venerdì prossimo, presso il Palazzo del Coni di Milano si svolgerà il consueto incontro organizzato dall’ACCPI per i neoprofessionisti. Una giornata di immersione totale nel mondo che li attende, per il quale sono pronti forse con le gambe, senza tuttavia immaginarne la vastità. I più fortunati hanno trascorso la stagione in un devo team e hanno respirato l’aria dello squadrone, ma ci sono dinamiche che anche loro dovranno scoprire.

Per questo il programma prevede un saluto da parte di Paolo Bettini, che nella veste di campione farà l’introduzione. Un’ora sarà dedicata all’UCI che spiegherà le norme dell’Adams e gli adempimenti giornalieri. Il presidente ACCPI Cristian Salvato parlerà dei diritti e i doveri dei corridori. Elisabetta Borgia, psicologa, illustrerà le sfide dei giovani atleti. Poi sarà la volta della Lega che parlerà di contratti e strutture del professionismo. Marco Velo parlerà dei dispositivi di sicurezza. Infine Giulia De Maio e Pietro Illarietti parleranno di rapporto con i media e gestione dei social media. Originariamente si svolgeva tutto in due giorni, dopo il Covid si è ritenuto che fosse troppo e per questo la giornata si annuncia piuttosto intensa.

Un momento dal corso del 2023, con De Pretto e Biagini (foto archivio ACCPI)
Un momento dal corso del 2023, con De Pretto e Biagini (foto archivio ACCPI)

L’idea di Salvato

Noi ci siamo rivolti direttamente a Salvato (in apertura durante l’edizione 2023) per farci raccontare come è andata finora e cosa si aspetta dalla prossima infornata di neopro’, che sono sempre più giovani, al punto che alcuni vanno ancora a scuola. Quali sono le loro priorità? Che cosa chiedono? Quanto sanno di ciò che li attende? E da quanto tempo il sindacato organizza questo incontro? Salvato si mette comodo e racconta.

«Ricordo che il corso nacque dopo che lessi un’intervista a Gallinari sull’NBA – dice – in cui raccontava che tutti gli anni si faceva un corso di una settimana, in cui spiegavano ogni dettaglio. Dalla circonferenza del pallone alle regole di gioco, passando per i contratti e il discorso finanziario. Rimasi affascinato da questo articolo e alla fine, parlandone fra noi, nacque l’idea del corso. Devo dire che da quando abbiamo iniziato, anche altre associazioni hanno preso ispirazione, soprattutto quella francese che è la più attiva. E anche I.T.A. ha iniziato a fare i suoi corsi sull’antidoping. Vengono direttamente loro e un legale dell’UCI per spiegare tutti i dettagli dell’antidoping ed evitare che per qualche sciocchezza qualcuno si rovini la carriera.

La spiegazione del convoglio della gara per molti ragazzi che arrivano dagli juniores è una novità assoluta (foto archivio ACCPI)
La spiegazione del convoglio della gara per molti ragazzi che arrivano dagli juniores è una novità assoluta (foto archivio ACCPI)
Quanto sono cambiati i neoprofessionisti in questi anni?

Sono molto più giovani, questo è certo. Ci sono in mezzo anche ragazzi che arrivano dagli juniores. Anni fa c’era stato anche un problema con la Federazione, perché non venivano accettati per un discorso legato al regolamento. Tanto che alcuni presero la residenza in altri Paesi confinanti. Io però li accolgo tutti, perché difendo i diritti dei corridori. Se uno ha 18 anni e va alla Corte Europea, vince a mani basse perché ha il suo diritto di lavorare. Bisogna sicuramente aggiornarsi anche se secondo me bisogna avere anche un attimo di pazienza. Avevamo fatto un’intervista su Pinarello, passato direttamente dagli juniores. Gli auguro che diventi fra i più forti corridori di tutti i tempi, però questo saltare la categoria U23 provoca la chiusura di squadre anche importanti. La Zalf è un esempio, anche se le cause in quel caso sono anche altre.

Che atteggiamento riscontri nei ragazzi?

Tanti dicono che ritornano a scuola, mentre alcuni ci vanno ancora. Sono molto educati, attenti, fanno domande, poi dipende dalle persone e dalle generazioni. Una delle cose che consigliamo è che imparino l’inglese. Ebbene circa 6-7 anni fa, non ricordo il nome, arriva un corridore che non sapeva neanche una parola. Gli avevano detto che nel momento in cui aveva firmato il contratto gli era arrivata di certo la mail di I.T.A. per l’inclusione nell’Adams. Lui diceva di no e così la persona che spiegava gli disse che era una mail in inglese. E lui con grande naturalezza disse che le mail in inglese neanche le apriva. Ricordo che gli raccomandai di cambiare registro, perché l’inglese ormai fa parte della quotidianità. E devo dire che riguardo a questo, sono sempre più preparati. Quasi tutti lo parlano e così diventa tutto molto più semplice.

Trentin è vicepresidente dell’ACCPI e nel 2023 intervenne in video. Quest’anno parlerà di sicurezza
Trentin è vicepresidente dell’ACCPI e nel 2023 intervenne in video. Quest’anno parlerà di sicurezza
Ci saranno anche le donne?

Sì, anche se per loro non è obbligatorio. Con il discorso del WorldTour e anche se in Italia per la Legge 91 non possono essere professioniste, hanno contratti uguali a quelli degli uomini. Il contratto della Longo Borghini e quello di Ganna a Aigle, nella sede dell’UCI, sono uguali. Anche in questo l’Italia è un’anomalia. Ma vorrei aggiungere un’ultima cosa…

Prego.

Una cosa che ribadisco è che noi italiani siamo stati i primi a fare questo corso. Anche quelli dell’antidoping hanno pensato bene di organizzarne uno sul nostro modello. E’ importante far capire ai neoprofessionisti il discorso della reperibilità, per cui hanno fatto anche un corso online. Si è scelta un’informazione diretta piuttosto che fidarsi che l’informazione arrivasse dal compagno di squadra più esperto. Un passaggio necessario.