Valverde, i numeri di una vera leggenda

30.01.2022
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Durante il ritiro del Movistar Team ad Almeria, Alejandro Valverde ha confermato che il 2022 sarà davvero il suo ultimo anno in gruppo.

«Il mio ciclo sta per chiudersi – ha detto – non voglio sentirmi di troppo. Tutti questi anni trascorsi in bicicletta rimarranno per sempre scolpiti nella mia memoria».

Chissà se dopo la vittoria di ieri nel Trofeo d’Andratx (foto di apertura), dentro di sé abbia iniziato a ridiscutere la scelta. O se proseguirà con l’idea di godersi ogni giorno con la leggerezza che gli è tipica. Di sicuro, visto il successo e il suo essere ben competitivo, l’ultima stagione potrebbe permettergli di centrare qualche record

La sua popolarità in Spagna è ai massimi livelli
La sua popolarità in Spagna è ai massimi livelli

Valverde compirà 42 anni il 25 aprile ed è il corridore più anziano del gruppo WorldTour, dopo Jens Voigt che nel 2014 disputò il Tour de France a 42 anni. Professionista dal 2002, ha appena iniziato la 21ª stagione da pro’ (fra il 2010 e il 2011 è rimasto fermo per squalifica).

Corse e vittorie

Valverde ha partecipato a 33 classiche Monumento (ma non ha mai corso la Roubaix). Ha preso parte a 30 grandi Giri: 15 Vuelta España, 14 Tour de France, un Giro d’Italia.

Il totale parla di 1.335 giorni di corsa: come dire tre anni e mezzo in competizione. Ha partecipato 15 volte alla Liegi-Bastogne-Liegi, alla Freccia Vallone, alla Vuelta, al Gp Miguel Indurain.

Secondo i dati raccolti da L’Equipe, il Bala ha ottenuto il 73 per cento delle sue vittorie in Spagna, è il secondo fra i corridori in attività per numero di vittorie ed è fra i primi 20 atleti di tutti i tempi per palmares:

Mark Cavendish: 156 vittorie

Alejando Valverde: 132 vittorie

Peter Sagan: 119 vittorie

Elia Viviani: 85 vittorie

Arnaud Demare: 84 vittorie

Nel 2016 vinse la tappa di Andalo al Giro battendo Kruijswijk
Nel 2016 vinse la tappa di Andalo al Giro battendo Kruijswijk

Un po’ di numeri

Le sue vittorie sono state ottenute per il 57% in corse a tappe, il 25% in corse di un giorno, il 18% in classifiche generali.

Quanto al tipo di vittorie, il 22% le ha ottenute in sprint numerosi, il 20% in solitaria, il 18% in classifiche generali, il 12% nelle volate a due, il 6% a cronometro, il 22% in altri modi.

Valverde ha ottenuto il 14% delle sue vittorie nei grandi Giri. Ha vinto la Vuelta Espana del 2009 per un totale di 17 tappe: una al Giro d’Italia, 4 al Tour de France, 12 alla Vuelta.

Ha vinto un solo Monumento: la Liegi, per 4 volte.

Nel 2017 è arrivata la quarta Liegi. La dedicò a Scarponi, scomparso da poco
Nel 2017 è arrivata la quarta Liegi. La dedicò a Scarponi, scomparso da poco

I suoi record

E’ il detentore del record di vittorie alla Freccia Vallone: 5.

Ha sempre portato a termine la corsa sul Muro d’Huy, nel 67% delle partecipazioni è finito nei primi 10.

Nel 2006-2015-2017 ha centrato la doppietta Freccia-Liegi.

E’ anche il detentore del record dei podi al mondiale su strada: 7. Una vittoria, nel 2018. Due volte secondo: 2003-2005. Quattro volte terzo: 2006-2012-2013-2014.

Quella del 2017 è stata la sua quinta Freccia Vallone, record imbattuto. Nel 2021 è stato terzo
Quella del 2017 è stata la sua quinta Freccia Vallone, record imbattuto. Nel 2021 è stato terzo

Primati nel mirino

In questa ultima stagione da professionista, Valverde potrebbe raggiungere Rebellin, Albasini e Zoetemelk a quota 16 partecipazioni alla Freccia Vallone e diventare, eventualmente, il vincitore più anziano. Il record appartiene ancora a Pino Cerami, che la vinse a 38 anni.

Potrebbe eguagliare il record di 5 vittorie alla Liegi, appartenente a Eddy Merckx.

Potrebbe diventare il 7° corridore della storia a vincere Amstel, Freccia e Liegi, dopo Merckx, Hinault, Gilbert, Rebellin, Bartoli e Di Luca.

Potrebbe partecipare alla 16ª Vuelta Espana, fermandosi a un’edizione da Inigo Cuesta che detiene il record.

Il nuovo Alaphilippe: nervi saldi, meno errori e il sogno Liegi

16.01.2022
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Alaphilippe si accinge a vivere il secondo anno da campione del mondo con una flemma mai vista. Il corridore spiritato che in certi giorni era difficile da seguire anche nelle dichiarazioni ha ceduto il posto a un uomo calmo e riflessivo. Sarà la paternità oppure la serenità di non dover dimostrare altro, pensiamo che se il francese riuscirà a portare questa flemma in corsa, diventerà il cecchino che tanti aspettano. Si è visto a Leuven, in fondo, quando ha messo il naso fuori una sola volta e ha vinto. Oppure forse si tratta di semplice necessità, dovendo fronteggiare avversari più forti di lui fisicamente.

Molto più pacato, Alaphilippe ha spiegato che la Liegi sarà il primo obiettivo
Molto più pacato, Alaphilippe ha spiegato che la Liegi sarà il primo obiettivo

«Il risultato più bello del 2021 – dice – è stato essere diventato padre, il più grande cambiamento nella mia vita. Non si può comparare con i risultati del ciclismo, ma in qualche modo sento che vi è connesso. Sono contento dell’ultima stagione, perché ho raggiunto i miei obiettivi. Ho vinto nuovamente la Freccia Vallone. Ho provato l’emozione di vincere al Tour e prendere la maglia gialla dieci giorni dopo la nascita di mio figlio. E poi è arrivata la maglia iridata per il secondo anno consecutivo, che è stata più di un sogno. Quest’anno voglio godermela (dice toccandola con il palmo della mano, ndr) senza rincorrere traguardi troppo lontani».

Tutto sulla Liegi

Per certi versi è come se non avesse ancora metabolizzato la seconda vittoria iridata e in qualche momento di questa conversazione sarà lui per primo ad ammetterlo.

«Credo che questa mentalità – dice – possa essere la chiave della mia carriera. Vuoi vincere, ma è difficile essere sempre a livelli altissimi e questo può diventare un pensiero che ti schiaccia. Io invece voglio stare bene. Mi spiego. Ho rincorso le classiche fiamminghe, il Fiandre soprattutto. Potrebbe essere alla mia portata, ma la prima volta mi è costato una frattura e un lungo stop, mentre l’anno scorso sul Kruisberg mi si è spenta la luce. Ma soprattutto mi ha portato lontano da quelli che sono i miei obiettivi principali. Sono molto motivato per la Liegi, la corsa che più mi si addice e che finora mi è sfuggita per i miei errori e per l’arrivo di avversari nuovi».

La lezione di Valverde

I suoi errori. Impossibile dimenticare il 2020, quando proprio nel finale della Doyenne (che si corse d’ottobre) buttò via forze a profusione, poi chiuse Hirschi in volata e alla fine alzò le braccia troppo presto permettendo a Roglic di passarlo, con la squalifica come mazzata finale. Oppure il 2021, quando è arrivato a ridosso dello sprint ancora in testa al gruppetto, ha dovuto inventarsi una manovra da pistard per tornare in coda e poi ha lanciato la volata con troppo anticipo, permettendo a Pogacar di rimontarlo.

Julian Alaphilippe compirà 30 anni l’11 giugno (foto Quick Step-Alpha Vinyl)
Julian Alaphilippe compirà 30 anni l’11 giugno (foto Quick Step-Alpha Vinyl)

«E’ naturale a volte fare degli errori – sorride amaro – ma mi sono reso conto che alcuni di questi sono stati frutto della pressione. Il mio primo anno in maglia iridata in certi momenti è stato così e non voglio che si ripeta. Devo accettare che non posso vincere ogni corsa e devo smetterla di fare come qualche stagione fa, quando vincevo e subito guardavo alla corsa successiva. Sono sicuro che questo mi porterà a divertirmi di più. Devo imparare da Valverde. Sono certo che a 40 anni non sarò più in gruppo come lui, ma so anche che Alejandro è un esempio per il livello che riesce ad avere e la capacità di sorridere dopo ogni corsa. Che abbia vinto o che abbia perso».

Al Tour da cacciatore

Gestire la pressione e farsela scivolare addosso: proprio lo spagnolo è maestro. E questo gli ha permesso negli anni di accettare sfide pazzesche senza farsene schiacciare, vincendo classiche e conquistando podi nei tre grandi Giri.

«La sola pressione che accetto – dice Alaphilippe – è quella che metto a me stesso, nel non voler deludere la squadra e i tifosi. Una pressione da cui invece ho imparato a stare alla larga è quella del Tour. Per ora la mia presenza alla Grande Boucle sarà giorno per giorno, con l’impegno di andare a vedere le tappe in cui potrei vincere. Mi chiedono spesso se correndo in un’altra squadra, il mio atteggiamento sarebbe diverso. Forse sì, forse no. Tanti mi chiedono di fare classifica, ma io per primo so che i risultati del 2019 furono anche il frutto si situazioni e che ad oggi sarei il primo a sorprendermi se fossi capace di gestire tre settimane.

«Perciò, anche quest’anno sentite che cosa farò. Voglio il tempo per divertirmi sulla bici. Voglio portare in gruppo questa maglia, che è la più bella e tutti sognano e alla quale per certi versi devo ancora abituarmi. Ricordo quando nel 2019 mi passava accanto Valverde e io lo guardavo con ammirazione. Ecco cosa farò nel 2022. E non credo che cambierò idea».

Contini 1982

Contini, quel giorno a Liegi e le uscite con Saronni

13.01.2022
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Nell’era del ciclismo specialistico ci è tornato alla mente un personaggio degli anni Ottanta, un corridore che sapeva emergere ovunque, nelle classiche come nei grandi Giri, pur non essendo (e lui stesso non perde occasione per ripeterlo) un campione. I più anziani ricorderanno la figura di Silvano Contini (nella foto d’apertura ai mondiali 1982, il suo anno d’oro), colui che riaprì la storia della Liegi-Bastogne-Liegi come la “course des italiens”, prima dei successi a ripetizione di Argentin, Bartoli e Bettini con condimento di altre vittorie tricolori.

Contini chiuse la sua carriera del 1990, poi non se ne è saputo più nulla, nel senso che è uscito dal mondo delle due ruote. Nessun incarico neanche a livello locale, nessuna ospitata televisiva. E’ rientrato nei ranghi, ma la curiosità di sapere che fine ha fatto ci è rimasta.

Contini famiglia 2021
Contini con la famiglia: alla sua destra il figlio Moreno, al centro la figlia Romina e sua moglie Bibiana
Contini famiglia 2021
Silvano Contini con parte della famiglia: suo genero Marco, sua figlia Romina e la moglie Bibiana

Da allora Contini, oggi 63 enne, si è sempre dedicato alla falegnameria di famiglia: «Ero stanco di girare il mondo – racconta – il ciclismo si era allontanato dal mio modo di essere. Misi la bici in soffitta e ce l’ho tenuta per 25 anni, ogni tanto sentivo qualche collega dei tempi, guardavo le gare in Tv ma nient’altro. Poi pian piano è tornata la nostalgia e ho ripreso in mano la bici: nei fine settimana mi vedo con Saronni al negozio di Luigi Botteon (ex pro’ dal 1987 al 1991) e ci facciamo una pedalata tranquilla, chiacchierando sul passato e il presente».

Con Saronni è rimasta quest’amicizia salda e duratura, mentre in gara ve le davate di santa ragione…

Eravamo amici già allora, avevamo praticamente iniziato insieme, ci affrontavamo già da junior. Ma non eravamo la stessa cosa: lui era un fuoriclasse, che ha vinto dappertutto e trionfato in corse importantissime, io ero un buon corridore che si difendeva un po’ su ogni terreno e che alla fine ha portato a casa un buon numero di vittorie. Oltretutto con Beppe abbiamo condiviso un anno alla Del Tongo e due alla Malvor (dal 1987 al 1989, ndr) dove trovammo anche Giovanni Visentini.

Contini gara
Contini è nato nel 1958 a Leggiuno (VA). Pro’ dal 1978 al 1990, ha conquistato 48 vittorie in carriera
Contini gara
Contini è nato nel 1958 a Leggiuno (VA). Pro’ dal 1978 al 1090, ha conquistato 48 vittorie
Dicevi di aver ottenuto un buon numero di vittorie: 48 per la precisione, con la Liegi come perla ma anche altri importanti traguardi come Giro di Germania, Giro dei Paesi Baschi… Qual era la tua forza?

Mi sono sempre applicato con forza e dedizione, ero molto serio nella mia vita d’atleta, anche se negli ultimi anni uscirono fuori tante storielle sulla mia vita privata. Negli ultimi due anni ero meno concentrato, sentivo che quello non era più il mio ambiente e decisi di chiudere. Tecnicamente me la cavavo dappertutto, ma credo che sia stata la testa la mia arma in più.

Tu passasti professionista molto presto, a 19 anni.

In quel periodo accadde lo stesso proprio con Saronni e Visentini, ma rispetto a oggi c’è una differenza sostanziale: ci davano il tempo per crescere. Io nel 1978 passai grazie alla Bianchi, ma in quella squadra c’era gente come Gimondi, De Muynck che vinse il Giro d’Italia, Knudsen, Van Linden che era un grande velocista. Non mi chiedevano di vincere, solo di imparare, come fossi a scuola e di crescere per gradi. E’ stata la scelta giusta, da lì sono venuti i risultati. Oggi invece vedo che tutto è esasperato.

Contini De Wolf 1982
Una storica foto d’epoca, la volata vincente su Fons De Wolf: la Liegi torna a essere italiana dopo 17 anni
Contini De Wolf 1982
Una storica foto d’epoca, la volata vincente su Fons De Wolf: la Liegi torna a essere italiana dopo 17 anni
Quando si parla di te la mente torna a quel giorno di primavera del 1982, quando trionfasti a Liegi. Che cosa ti è rimasto nella memoria di quel giorno?

Tutto. Quando ripenso a quello sprint con De Wolf, a quella ruota davanti sulla linea del traguardo mi sembra di averla vista ieri, di aver provato ieri quell’immensa gioia derivata dalla constatazione che avevo vinto. Sapevo di star bene, venivo dalla mia unica partecipazione alla Parigi-Roubaix chiusa al 25° posto pur non essendo la mia gara. Per vincere però serve che tutto collimi alla perfezione e quel giorno tutto girò davvero per il verso giusto. Ero un corridore che negli arrivi ristretti poteva dire la sua. Mi era già capitato un arrivo a due al Lombardia 1979, ma allora avevo di fronte un certo Hinault

Quell’Hinault con il quale battagliasti a lungo al Giro del 1982, chiuso al terzo posto.

Io ho avuto a che fare con grandi campioni e un fuoriclasse assoluto, che è alla stregua dei Coppi e Merckx. Molti paragonano i campioni di oggi a quelli del passato, ma bisogna andarci piano con i paragoni, quelli erano uomini speciali. Pogacar è bravissimo, ma deve ancora far vedere e vincere tanto prima di poter essere inserito in quella categoria.

Contini Bianchi 2021
Con Ferretti i “suoi ragazzi”: Pozzi, Vanotti, Baronchelli, Contini e a sinistra Prim
Contini Bianchi 2021
Con Ferretti i “suoi ragazzi”: Vanotti, Baronchelli, Contini e a sinistra Prim
C’è in vista un nuovo Contini?

E’ difficile da dire, giovani di valore ne abbiamo, il problema è che mancano le squadre. Ai miei tempi c’erano 8-10 team internazionali in Italia, i giovani avevano modo di poter passare e come detto essere lasciati crescere con calma, oggi il ciclismo ha costi enormi. Noi nel team eravamo al massimo in 15 corridori, ora ce ne sono 30 senza contare tutto il personale. Però un nome mi sento di farlo…

Chi?

Alessandro Covi, perché Saronni lo sta facendo crescere alla vecchia maniera, in un team di grandi corridori nel quale sta imparando. Beppe me ne dice un gran bene e penso che ci darà soddisfazioni quando sarà il momento giusto.

Thomas, Roglic e Pogacar: per Malori lo stesso schema

14.09.2021
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Il primo fu Geraint Thomas (foto di apertura), anche se probabilmente fu costretto a farlo per necessità. L’idea di questo approfondimento è venuta a Malori, per cercare di decifrare il modo di correre di Roglic e Pogacar. L’ex corridore emiliano infatti si è accorto che i due mettono in atto spesso lo stesso copione. Nelle frazioni nervose o alla fine di ogni tappa di montagna, sono in grado di imprimere terrificanti accelerazioni grazie alle quali vincono le corse e guadagnano secondi sui rivali.

«Se andate a riguardare le cronache del Tour de France del 2018 – ricorda Adriano – vi accorgerete che la tattica di Thomas era proprio la stessa. Guadagnava a cronometro, in salita resisteva al passo dei migliori. E poi negli ultimi 500 metri era in grado di cambiare ritmo e andava a prendersi i secondi di abbuono. I due sloveni in qualche modo hanno sviluppato le stesse doti. Unite però al fatto che in salita sono tra i più forti al mondo, è facile rendersi conto come mai siano pressoché imbattibili».

Nello scontro diretto, qui ai Paesi Baschi, se ne vedono delle belle. Chissà se il modo di correre di Thomas li ha ispirati
Nello scontro diretto, qui ai Paesi Baschi, se ne vedono delle belle. Chissà se il modo di correre di Thomas li ha ispirati

Tanto lavoro

Il motivo di interesse sta dunque nel capire se si tratti di doti innate o se, al contrario, i due campioni abbiano lavorato per affinare simili attitudini.

«Credo che ci sia dietro un grande lavoro – prosegue Malori – perché riuscire ad esprimere così tanta potenza dopo una corsa di sei ore non viene da sé, anche se probabilmente madre natura ci ha messo lo zampino. Immagino che anche quando sono a casa, dopo allenamenti duri e lunghi, possano fare sedute di esplosività proprio per sviluppare questa dote».

Pogacar a ruota

Quello che appare sicuramente singolare è proprio il fatto che la stessa dote e lo stesso modo di correre accomuni due corridori che provengono dallo stesso Paese, sia pure correndo in squadre diverse e con una sostanziale differenza di età.

«Thomas fu il primo – rilancia Malori – poi a questo tipo di tattica è arrivato Roglic, che se non altro per età ha raggiunto certi standard prima di Pogacar. Io credo che Tadej, che per sua stessa ammissione ha sempre preso Roglic come modello, si sia ispirato a lui anche per questo tipo di atteggiamento tattico. Sta di fatto che nell’ultimo Tour de France ha attuato la stessa tattica con Vingegaard e Carapaz. Mentre alla Vuelta, Roglic se ne è servito contro Mas».

Al Tour de France, Pogacar si è servito dello stesso schema per arginare Vingegaard e Carapaz
Al Tour de France, Pogacar si è servito dello stesso schema per arginare Vingegaard e Carapaz

Fieno in cascina

La singolare attitudine permette ai due campioni di arrivare agli scontri più importanti avendo accumulato già un piccolo vantaggio sui rivali. Questa dote infatti si rivela molto redditizia anche nelle tappe che si concludono su muri o che selezionano gruppetti grazie a tracciati molto nervosi.

«Uno scalatore puro – Malori allarga le braccia – non ha queste doti. Quei due sono l’esempio perfetto di corridori per le corse a tappe, che di anno in anno migliorano e lavorano per perfezionarsi sui fronti che gli hanno creato qualche problema. Migliorano le loro lacune. Tanto che è difficile immaginare come finirebbe fra loro in uno scontro al top. Difficile dire chi si ha il più forte. Penso che se Roglic non avesse avuto un crollo psicologico nel 2020, quel Tour lo avrebbe vinto lui. Pogacar non gli avrebbe mai dato un distacco così grande nella cronometro alla Planche des Belles Filles, perché Primoz in quella specialità vale molto più di ciò che mostrò quel giorno. Tokyo dice questo».

Contro Mas a Valdepenas de Jaen, alla Vuelta, Roglic ha giocato come il gatto col topo
Contro Mas a Valdepenas de Jaen, alla Vuelta, Roglic ha giocato come il gatto col topo

Senza limiti

Il problema semmai e che i due non si accontentano, per modo di dire, dei grandi Giri. Ed hanno esteso il loro dominio anche alle classiche più dure.

«Non è per caso – prosegue Malori – che siano proprio loro due gli ultimi due vincitori della Liegi, una classica che strizza l’occhio anche a corridori forti in salita. Non sono molti nella storia i corridori capaci di vincere i Giri e anche le classiche. Immagino quanto sia stato felice Alaphilippe di vederli arrivare nel suo terreno di caccia.

«Anche lui… sconfinò nel 2019. In quel Tour vinse la crono e arrivò a un passo dal bersaglio grosso correndo come loro. Fu un caso evidente di stato di grazia che non sai se tornerà, loro due invece sono così sempre. Hanno creato un dualismo che andrà avanti per anni e sono certo che Roglic starà già studiando il modo per migliorare ancora e sorprenderlo alla prossima sfida. Un dubbio? Quanta autonomia possano avere a quel livello. Il terzo incomodo? Potrebbe essere Bernal, anche se lo aspetto al confronto diretto. Vinse un Tour a dir poco singolare in cui tutti guardavano Thomas e la tappa regina fu tagliata. Poi ha vinto il Giro in cui i nostri due amici non c’erano, lottando più contro il mal di schiena che contro i rivali. Magari il prossimo Tour ci dirà qualcosa di più. Sono molto curioso…».

Editoriale / Perché niente Liegi per Moscon?

26.04.2021
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Gianni Moscon non è partito infine per la Liegi, come era nei programmi annunciati durante il Tour of the Alps, perché la scelta del team Ineos Grenadiers è stata mantenere in Belgio il gruppo che aveva già corso l’Amstel Gold Race e la Freccia Vallone.

Golas per Pidcock

Il discorso avrebbe avuto una logica inattaccabile se quel gruppo fosse rimasto identico, ma così non è stato. Infatti, dopo la caduta di Pidcock alla Freccia Vallone, lo squadrone britannico ha ritenuto meglio inserire Golas, sostituendo il potenziale vincitore con un gregario che aveva corso l’Amstel e non la Freccia, piuttosto che concedere una possibilità al trentino, che proprio nella corsa di casa aveva vinto due tappe.

Il forcing della Ineos sulla Redoute ha lanciato Carapaz
Il forcing della Ineos sulla Redoute ha lanciato Carapaz

Insolita scelta

A questo punto la riflessione riguarda la stessa permanenza di Moscon (in scadenza di contratto) nel team se, come sembra, la sua presenza al Tour of the Alps è stata quasi imposta da Tosatto. E’ evidente che la Liegi abbia un diverso peso specifico rispetto alle due tappe vinte da Moscon, è anche evidente che ragioniamo forse più da tifosi, ma è altrettanto vero che né Carapaz né Kwiatkowski dessero grandi garanzie di poter vincere in Belgio. Perché non portare Moscon?

Redoute di fuoco

Dal Trentino sono volati a Liegi Pozzovivo, Fabbro e pure Quintana: corridori che certo andavano molto meno di Moscon. E la Ineos, che ha fatto fuoco e fiamme sulla Redoute, si è ritrovata con Carapaz ripreso e poi espulso per posizione pericolosa in sella mentre era in fuga e Kwiatkowski undicesimo, senza aver mai dato la sensazione di poter lottare per un risultato migliore.

Tour of the Alps 2021, così Gianni Moscon a Innsbruck nella 1ª tappa
Tour of the Alps 2021, così Moscon a Innsbruck

Che cosa avrebbe potuto fare Moscon a Liegi? A detta di Garzelli, sarebbe stato un ottimo aiuto per il team, portando via magari una fuga per tenere coperti gli altri leader. Ora Gianni correrà al Giro d’Italia, sperando che il buon momento prosegua. Quanto al suo futuro e al futuro dei talenti italiani, l’ultimo passaggio rende evidente a cosa servirebbe un team italiano nel WorldTour. Secondo voi il tecnico italiano di una squadra italiana avrebbe mai lasciato fuori questo Moscon dalla Liegi?

La doppia fuga di Rota, signore della Redoute

26.04.2021
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Lorenzo Rota protagonista alla Liegi-Bastogne-Liegi. Il bergamasco dopo 12 minuti di gara era già in fuga (e non era il primo). E’ rientrato sui primi attaccanti con Laurens Huys, con il quale avrà a che fare parecchio, come vedremo. Il suo attacco è stato il solo tricolore che ieri abbia sventolato sulle Ardenne. A parte le trenate di Formolo nel finale.

Valerio Piva (62 anni) è il diesse della Intermaché-Wanty-Gobert
Valerio Piva (62 anni) è il diesse della Intermaché-Wanty-Gobert

Le punzecchiate di Piva

Nella colonna dei bus dopo l’arrivo raggiungiamo Valerio Piva, diesse della Intermarché-Wanty-Gobert, la squadra di Lorenzo. E ci complimentiamo per la bella corsa fatta, visto che in fuga c’era anche il compagno Loic Vliegen.

«Una corsa d’attacco? Questa è un po’ la filosofia che abbiamo adottato in questo momento – dice sereno, Piva – non abbiamo chiaramente dei corridori per giocarci qualcosa nel finale e quindi abbiamo dovuto anticipare. Lo abbiamo fatto nelle ultime tre corse e direi che ci è riuscito anche bene. Ci siamo messi in mostra e soprattutto è un modo per far crescere i ragazzi. Sono azioni che in questi contesti danno morale. 

E di Rota cosa dice il diesse? Glielo chiediamo…

«Io continuo a stimolarlo – spiega – perché Lorenzo è uno di quelli che è sempre un po’ pessimista e, sapete, bisogna tenerlo su. “Prova ad andare in fuga da lontano”, gli ho detto stamattina (ieri, per chi legge, ndr). E finalmente ci è riuscito. Anche se ha scollinato in testa sulla Redoute, non c’erano speranze di vincere, con questi top rider… Però sono azioni che fanno ben sperare. E magari possono essere la chiave di volta per prendere fiducia. Gli servirebbe un risultato».

Un passaggio nei boschi delle Ardenne. Rota era al debutto alla Liegi
Un passaggio nei boschi delle Ardenne. Rota era al debutto alla Liegi

Rota in crescita

Mentre il meccanico, carica le bici sull’ammiraglia, Rota è intento a farsi la doccia. E’ chiamato ad un’altra fuga, quella verso l’aeroporto per rientrare in Italia. Quando scende dal bus è davvero stanco. Ha il trolley in mano, i capelli freschi di phone e lo sguardo di chi ha dato e speso tanto.

«Purtroppo – dice – in questo periodo sto avendo qualche problemino fisico e quindi la mia condizione non è al top. La squadra mi ha chiesto di provare ad andare in fuga e ci sono riuscito. Sicuramente stare in gruppo è un pochino diverso che stare in avanscoperta: vai un po’ più regolare e non hai grandi cambi di ritmo. Per me, che come ho detto, non ho una super condizione è stato meglio così.

«Sono soddisfatto. Ho faticato tanto, ma ho anche imparato tanto. Per me era la prima Liegi, così come è stata la prima Freccia. La squadra mi sta dando fiducia facendomi fare queste grandi corse e io cerco di fare il massimo. Sempre.

«Quello che dice Piva è vero. Mi abbatto un pochino facilmente ma è anche grazie a lui se sto tornando alla mia dimensione. Vengo da annate difficili, quindi anche mentalmente tante volte non sono così forte, però sono sulla strada giusta».

Rota (a destra) con il belga della Bingoal, Laurens Huys: sono in cima alla Redoute
Rota (a destra) con il belga Huys, in cima alla Redoute

Primo sulla Redoute

E allora tanto vale esaltare e prendere quel che di buono si è fatto. La Liegi è un monumento. Quassù è venerata. Correrla davanti non è per tutti e un traguardo Rota lo ha raggiunto: ha scollinato in testa sulla Redoute, la salita simbolo. Lo ha fatto in compagnia del belga Huys, che si stava dannando pur di passare lassù per primo. Se pensiamo che Gilbert, ieri dopo la corsa ha detto che il suo obiettivo era arrivare con il gruppo dei migliori almeno fino alla Redoute, si capisce che valore possa avere questo “piccolo” goal per Rota.

«Se ho sentito qualche brivido? I miei compagni sono belgi, quindi loro ci tengono in modo particolare, me l’hanno detto e raccontato un sacco di volte. Sono in Belgio da 15 giorni e parliamo di questa Redoute a pranzo e a cena! In effetti è stata una bella emozione. Non ho mai creduto, chiaramente, che potessimo arrivare ma magari con un pizzico di fortuna in più, si poteva rimanere con i primi fino all’imbocco dell’ultima salita. Ma sarebbe cambiato poco».

Tutta la Liegi in uno sprint. I tre del podio (più uno)

25.04.2021
5 min
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Una Liegi-Bastogne-Liegi da rivivere in un chilometro. L’ultimo. Lo sprint.  In palio un monumento per cinque corridori. Undici côtes, 4.500 metri di dislivello, 260 chilometri e le fiammate della Ineos Grenadiers hanno portato a questo finale.

Lo sprint a cinque. Tra Pogacar, Alaphilippe, Gaudu, Valverde e Woods
Liegi 2021
Pogacar vince la Liegi 2021 allo sprint al colpo di reni

Gaudu, Alaphilippe, Valverde, Woods e Pogacar all’improvviso smettono di collaborare. L’asfalto di Quai des Ardennes, il lungo Mosa che ospita l’arrivo, potrebbe essere tranquillamente il parquet di una pista. Ultime due curve a destra e 800 metri da fare a tutta.

Lo sprint di Pogacar

La Liegi probabilmente per lui vale come una tappa dei Paesi Baschi (con tutto il rispetto per la corsa spagnola, ndr). La pressione o la paura Pogacar non sa neanche dove siano di casa. In un modo o nell’altro all’ultimo chilometro si trova nella migliore posizione, l’ultima. 

L’abbraccio tra Formolo e Pogacar
L’abbraccio tra Formolo e Pogacar

I crampetti avvertiti all’uscita di Boncelles sembrano essere un ricordo. E poi la gamba è più fresca e tutto sommato c’è anche un bel po’ di voglia di riscatto: non aver fatto la Freccia scotta. Scotta perché sa che sta bene. 

Pogacar resta dietro. Quando lo sprint viene lanciato forse perde anche un metro, ma è normale. E’ l’effetto elastico, sono i tempi di reazione. Però prende anche meno aria e infatti risale, accorcia le distanze dal primo, ancora Valverde. Il drappello si apre a ventaglio e lui è il quinto che esce fuori ad un velocità altissima proprio sull’arrivo. Il colpo di reni in rimonta è magistrale.

«E’ incredibile – continua a ripetere Tadej dopo l’arrivo – non ci credo». Ogni tanto lancia degli urletti. Pochi secondi dopo arriva Formolo. Tadej gli dice: «Ho vinto!». I due si abbracciano. Lui ringrazia i compagni e alla fine Roccia gli fa: «Dai che stasera ci mangiamo un super hamburger».

Dopo l’arrivo, il suo capolavoro diventa ancora di più da manuale. Tadej infatti conferma che voleva controllare Alaphilippe, il più pericoloso e ci è riuscito restando ultimo. «Le gambe erano buone. Che dire: sto vivendo il sogno del ciclismo. Adesso un po’ di riposo in famiglia e poi penseremo al Tour de France».

Alaphilippe deluso ma sportivo: «Onore a Pogacar»
Alaphilippe deluso ma sportivo: «Onore a Pogacar»

Alaphilippe pistard

Partiamo da lui. Al triangolo rosso è in testa. Posizione pericolosa, specie con questa andatura quasi da surplace. Il campione del mondo però è furbo. Si stringe alla transenna esterna e punta dritto, va largo e si crea lo spazio per mettersi in coda, dietro di lui un solo corridore. Indovinate quale?

Le gambe sono buone. Non tremano di paura. No, non è da Alaphilippe farsela sotto. E poi con quel gesto ha mostrato lucidità. Adesso non deve far altro che aspettare, aspettare e intuire un decimo prima colui che lancerà lo sprint. E’ in coda e può studiare bene gli avversari. Quel momento arriva. Si muove Valverde e ai 300 metri è il più lesto a rispondere. Spinge, risale, sorpassa… la Liegi è lì. Ma un’ombra lo affianca e al colpo di reni lo sorpassa. E’ secondo. Sbatte i pugni sul manubrio dopo essersi allontano dalle telecamere. Non ci sta. 

«Questa Liegi è la sua corsa stregata – dice una mezz’ora dopo il traguardo il suo diesse Davide Bramati – ma non state qui a farmi tirare fuori di nuovo questi pensieri», aggiunge sconsolato il Brama.

«Chapeau a loro – dice invece Alaphilippe – mi dispiace perché i ragazzi hanno fatto un grandissimo lavoro. Ma uno sprint dopo 260 chilometri si può perdere, sono le gambe che hanno fatto la differenza. Io ho spinto al massimo e ho pensato a fare il mio sprint. Alla fine le mie classiche delle Ardenne sono andate bene, ne ho vinta una e ho fatto un podio. Si è lanciato benissimo Pogacar, non credo di aver anticipato io».

Gaudu dopo l’arrivo non sta nella pelle. Per lui uno dei risultati più importanti da pro’
Gaudu non sta nella pelle. Per lui uno dei risultati più importanti

Un nuovo grande: Gaudu

David Gaudu aveva dato appuntamento ai grandi venerdì. Ci aveva detto che gli piacevano le classiche e che la Liegi era la sua preferita. Ci aveva detto anche che lavorava per il testa a testa con i big in salita. E non ha mancato il rendez-vous.

Alle 16,37 del giorno della Liberazione 2021, il corridore della Groupama-Fdj si è fatto trovare in cima alla Roche aux Faucons con i primi. Per scappare via e diventare definitivamente un big anche lui. Un altro della nuova generazione che avanza.

Nel chilometro finale lui sta nel mezzo. Alla radio gli dicono di controllare Alaphilippe. Ma non è facile. Diciamo la verità, certi sprint devi anche saperli affrontare. Però tutto sommato se ne resta buono dietro. Segue la “massa” e “scopre” di essere anche veloce. E di avere gambe

La mattina è stato l’unico a presentarsi in zona mista ben coperto, senza bici e con le scarpe da ginnastica. Mani incrociate dietro la schiena, faceva finta di essere tranquillo. Era invece serissimo. Ma un punto in più per lui, che ha tenuto botta alla pressione, e per essere stato puntuale!

Woods all’attacco, alla sua sinistra Valverde. Hanno concluso rispettivamente quinto e quarto
Woods all’attacco, alla sua sinistra Valverde. Hanno chiuso quinto e quarto

Onore a Valverde 

Ma anche se volevamo parlare solo dei protagonisti del podio, non possiamo non aggiungerne uno: il quarto, Alejandro Valverde.

Ecco il suo sprint. Il volpone s’incolla alla ruota del più veloce e pericoloso, Alaphilippe. Il problema è che quello è anche una faina, non solo il campione del mondo. Prende larga l’ultima curva e lo fa ritrovare in testa. Allora lo spagnolo fa una buona cosa, ma non la migliore: si mette su un lato, ma quello esterno. Il rettilineo finale infatti gira leggermente verso destra. In pratica difende il lato lungo. Chi lo passa sulla destra dovrà fare meno strada. Ma certo, valle a pensare queste cose dopo 260 chilometri.

Le gambe poi sono quelle che sono. Parte ai 300 metri, lo sprint non è quella di una volta, quindi tanto vale giocarsela lunga. Sogna per 150 metri, rema come un disperato per gli altri 150. Una medaglia di legno sì, ma piena di onore, di orgoglio e di rispetto.

Ragazzi, chapeau: 41 anni oggi. La Liegi gli ha anche cantato la canzoncina degli auguri prima del via. Unzue, team manager della Movistar, dopo l’arrivo, se ne sta da solo in un lato del bus a fare avanti e dietro. Se potesse gli toglierebbe dieci anni e gli rinnoverebbe il contratto per altrettanto tempo.

Percorso troppo duro e spettacolo bloccato?

25.04.2021
3 min
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Visto quanto detto ieri con Davide Arzeni, diesse della Valcar, e viste le voci dopo le ricognizione da parte delle atlete stesse, ci si aspettava una Liegi-Bastogne-Liegi decisamente più selettiva, con arrivi ben più scaglionati. Il percorso era duro, molto duro.

Ma come spesso accade nel ciclismo moderno, quando si è di fronte a tracciati sin troppo selettivi si rischia di avere l’effetto contrario: cioè bloccare la corsa e di conseguenza anche lo spettacolo. Con questo sia chiaro non vogliamo dire che le ragazze non si siano impegnate, ci mancherebbe. La selezione da dietro sulla côte finale dice tutto.

Allora ci si chiede: ma serve davvero indurire i tracciati? 

Tatiana Guderzo (36 anni) appena dopo la Liegi
Tatiana Guderzo (36 anni) appena dopo la Liegi

Parola alla Guderzo

Più o meno della nostra opinione è Tatiana Guderzo.

«Continuare a rendere sempre più dure gare che già di per sé sono impegnative non sempre significa avere una maggiore performance degli atleti – spiega la portacolori della Alé Btc Ljubljana – o comunque sia garanzia di attacchi da lontano. A volte si rischia di intimorire l’atleta e le squadre. A cosa è servito aggiungere la penultima côte? Io non l’avrei messa proprio. Oggi abbiamo avuto bel tempo, e nonostante tutto quando siamo partite c’erano 3-4 gradi, ma se avesse piovuto cosa sarebbe venuto fuori? La Liegi è garanzia di durezza, di grande gara perché serviva indurirla? Dunque può succedere anche questo: che si blocchi un po’ la gara.

«E’ pur vero che il livello si è alzato molto e questo può rendere la gara anche più anomala per noi donne. Bisogna considerare infatti che ormai molte squadre hanno le seconde punte che potrebbero essere capitane in altri team e ci sta che la gara sia più controllata».

Vediamo tra poco cosa succederà tra gli uomini. Magari per loro che hanno più “cavalli” questo percorso più duro sarà più adatto. E assisteremo ad una gara più spettacolare.

Il premio della Liegi Bastogne Liegi, una delle cinque classiche monumento
Il premio della Liegi Bastogne Liegi, una delle cinque classiche monumento

Godersi ogni gara

La Guderzo però non è arrabbiata. Parla con serenità e spiega le cose con lucidità ed esperienza. Mentre cerca di recuperare, ma anche lei non sembra stanchissima, Tatiana sorseggia un po’ d’acqua. Ha ancora i gambali addosso. Come lei in molte non si sono spogliate e in effetti anche se c’è il sole, l’aria è molto più rigida rispetto ai giorni scorsi.

«Per quel che mi riguarda, non sono ancora soddisfatta di me. Non sono riuscita a stare con le prime sulla penultima côte. La gamba però sta crescendo e questo è importante. Adesso si torna a casa, ma giusto due giorni perché poi si riparte per il Lussemburgo. Altri due giorni a casa e altra partenza per la Spagna. Mi aspetta un bel mesetto insomma. Ma sì dai, mi godo tutte le gare che arrivano fino a fine carriera!».

Ultimi dettagli e temi tattici, tutto pronto per la Liegi

24.04.2021
5 min
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Liegi si prepara ad andare a dormire aspettando la sua amata corsa. La più antica tra le classiche per questo Doyenne, decana (prima edizione nel 1892) si terrà anche stavolta nonostante il Covid.

Era già stato un miracolo che si fosse riusciti a salvare l’edizione 2020, quando la seconda ondata stava tornando in modo gigante, ma qui ci tengono troppo a questo evento. In qualsiasi luogo siamo andati: supermercato, benzinaio, fast food… parlando o vedendoci con il pass al collo sapevano esattamente della corsa.

Van Avermaet con il casco dorato in ricognizione ieri (foto Instagram)
Van Avermaet con il casco dorato in ricognizione ieri (foto Instagram)

Parla Van Avermaet

In questa giornata di vigilia tutto sembra più calmo da una parte, più frenetico da altre. Se i super big hanno parlato ieri, oggi è toccato ad un corridore che poi non è affatto piccolo (in ogni senso), Greg Van Avermaet. E le sue parole sono state importanti, perché di base incarnano il discorso che circola tra i team e gli esperti. «Chi aspetta la Roche aux Faucons ha perso», queste in estrema sintesi le parole del campione olimpico in carica.

Che poi rispecchia quel che ci ha raccontato Bartoli parlando della Freccia Vallone. Se si arriva tutti insieme sotto al Muro di Huy ci sono due o tre persone che possono vincere. Tutti gli altri no.

«Ci sono due corridori – ha detto Van Avermaet – Alaphilippe e Roglic, che stanno dimostrando di essere i più forti. Se aspettiamo la Roche aux Faucons abbiamo perso, perché Roglic attaccherà e solo due o tre corridori potranno seguirlo: Alaphilippe di sicuro e forse Valverde o Schachmann. La nostra unica opzione è “aprire” la gara, attaccare da lontano. Se un corridore arriva con 30” ai piedi della La Roche-aux-Faucons, allora può anche sperare, ma non sarà facile».

Disamina perfetta. Ma si riuscirà poi a far saltare il banco da lontano? Deceuninck-Quick Step e Jumbo Visma, le squadre dei due favoriti, hanno dei leader ben designati e uomini molto forti. Per assurdo potrebbero anche allearsi per buona parte della gara e in quel caso non ce ne sarebbe per nessuno. 

La riunione dei diesse nel lussuoso palazzo della Provincia di Liegi, ex sede vescovile
La riunione dei diesse nel lussuoso palazzo della Provincia di Liegi, ex sede vescovile

Vigilia sigillata

Mentre i ragionamenti tattici vanno avanti, come detto ci si prepara. E se per i corridori è una giornata tranquilla, per tutti gli altri no. Bisogna cambiare gli adesivi sulle macchine, togliere quelli della Freccia e mettere quelli della Liegi. C’è la riunione dei direttori sportivi, i meccanici sistemano le ultime cose sulle fuoriserie dei campioni e anche Shimano tira a lucido le trenta bici del servizio corsa che mette a disposizione.

I corridori hanno fatto una semplice sgambata e restano chiusi nelle loro stanze di hotel, tanto più con il Covid. In alcuni alberghi, gli spazi delle squadre sono stati addirittura transennati.

Anche la presentazione dei team è stata programmata per domattina, come visto già al Giro delle Fiandre. E’ stata persino diramata la scaletta con la quale le 25 squadre si dovranno presentare al foglio firma: dovranno arrivare con intervalli di due, tre fino a cinque minuti a seconda dei loro leader.

Intanto i meccanici lavorano sulle bici. Bellissimo e hi-tech il motorhome della Movistar
Intanto i meccanici lavorano sulle bici. Bellissimo e hi-tech il motorhome della Movistar

E la Liegi delle donne?

In tutto ciò non va dimenticata la Liegi delle donne. E ci si chiede se il discorso fatto da Van Avermaet possa valere anche per loro. La gara femminile partirà presto (alle 8,40) da Bastogne. E si annuncia molto dura. Se si dovesse arrivare sotto alla Roche aux Faucons, la Van der Breggen avrebbe messo una gigantesca ipoteca sulla vittoria finale.

Ne parliamo con Davide Arzeni, della Valcar, quando esce dalla riunione dei diesse dal Palazzo dei Vescovi di Liegi. Stavolta il “Capo” è anche super partes, visto che domani la sua squadra non parte per favorita.

«Siamo qui – dice Arzeni – per fare esperienza. C’è Alice Arzuffi che ritorna dal cross e deve trovare il ritmo su strada, e ci sono delle giovani che spero possano imparare molto. Le mie atlete stanno lavorando tanto sulla pista, visto che in quattro possono aspirare ai Giochi di Tokyo, pertanto non è certo quello della Liegi il nostro percorso, ma venderemo cara la pelle».

Arzeni, all’uscita dalla riunione dei diesse, scherza con un numero avanzato
Arzeni, all’uscita dalla riunione dei diesse, scherza con un numero avanzato

Arzeni replica a Van Avermaet

«Credo che quello che ha detto Van Avermaet possa valere anche per le donne – riprende Arzeni – ma credo anche ci sarà più selezione. L’anno scorso la Vos attaccò da lontano, poi vinse la Deignan e venne fuori una corsa dura. Abbiamo fatto la ricognizione l’altro giorno e per me quest’anno sarà ancora più dura. La cote du Rosier è una salita vera, di 5 chilometri, che va oltre i 500 metri. Quindi non so quanto arriveranno unite sotto all’ultima salita. Anche perché poi ci sono atlete che non hanno un grande spunto veloce e cercheranno di attaccare prima. Io spero si arrivi in tante all’ultima cote, magari c’è anche qualcuna delle mie, e proveremo a dare fastidio! 

«Piuttosto – conclude il diesse – è stata interessante la tattica di corsa della Trek-Segafredo alla Freccia Vallone. Secondo me ha corso benissimo per cercare di mettere in difficoltà la Van der Breggen e c’era riuscita. Se non fosse caduta la Winder non so come sarebbe finita. Ha fatto un bel podio con la Longo Borghini. Magari sotto alla Roche attacca proprio Elisa! Io tifo per le italiane».