Però, Gaudu! Ragiona da vero leader…

24.04.2021
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Ma insomma, questo David Gaudu cosa vuole? Il giovane francese della Groupama-Fdj ormai è una presenza costante nell’elite del ciclismo mondiale. Vince alla Vuelta, si porta a casa una gara ad inizio anno e si permette persino di battere Primoz Roglic in salita al Giro dei Paesi Baschi. E l‘altro giorno, alla Freccia Vallone, ha messo tutta la squadra a tirare per chiudere sulla fuga.

Gaudu ha vinto l’Ardèche Classic ad inizio stagione
Gaudu ha vinto l’Ardèche Classic ad inizio stagione

Liegi first

Di questo ragazzo avevamo già parlato qualche mese fa, quando si pensava potesse venire al Giro d’Italia. Invece in questi giorni tra le Ardenne il bretone ha svelato i suoi piani.

«Sarò al Tour de France, però prima di guardare ad altri obiettivi c’è la Liegi». Gaudu, forse spinto anche dai suoi addetti stampa, riporta il discorso sulle Ardenne.

«La Liegi è la classica più dura e per questo mi piace molto, per me è la più bella fra le corse di un giorno. Fa paura solo a parlarne. Le sue salite sono mitiche. Ho già fatto sesto (avvenne nel 2019, ndr) su questo percorso e quest’anno vorrei fare ancora meglio. Credo ci sarà più movimento, rispetto alla Freccia. Sarà importantissimo correre davanti, soprattutto quando si arriverà ai piedi della Roche-aux-Faucons. Anche perché se si resta dietro in quel punto è molto facile finire fuori dai giochi».

David (in blu) nella ricognizione per la Liegi. Curiosità: aveva ancora il numero della Freccia
David (in blu) nella ricognizione per la Liegi. Curiosità: aveva ancora il numero della Freccia

Sarà capitano al Tour

Gaudu, complici anche le disastrose condizioni di Pinot, è sempre più la punta della squadra di Marc Madiot: ci sono lui per i grandi Giri e Demare per le volate. Anche per questo ormai è blindata la sua partecipazione al Tour. Squadra francese, con corridore francese non può non presentarsi col “vestito migliore” alla Grande Boucle. 

Eppure quando a David gli si prospetta il “ruolo” da corridore da corse a tappe non fa i salti di gioia. E’ un’etichetta che non vuole o che preferisce rimandare.

«A me piacciono le corse di un giorno, ne ho anche vinta una ad inizio stagione, l’Ardèche Classic, mentre non ho ancora vinto una corsa a tappe, neanche di una settimana tra i pro’. Certo, ho ancora difficoltà ad approcciarmi alle corse di un giorno, ma vedo che miglioro. All’Amstel ho chiuso 34°, alla Freccia 7°».

Sinceramente quando parla con tanta enfasi delle sue attitudini alle gare di un giorno ci crediamo sì, ma fino ad un certo punto. Gaudu ha vinto il Tour de l’Avenir nel 2016, non una corsetta qualsiasi. E aveva conquistato anche la Corsa della Pace, altra pietra miliare dei dilettanti. E infatti lui stesso, forse perché si è reso conto di aver “esagerato”, poi ricorda che comunque si sente portato anche per quel tipo di gare.

Gaudu in fuga con Roglic nella 6ª tappa dei Baschi, vinta dal francese
Gaudu in fuga con Roglic nella 6ª tappa dei Baschi, vinta dal francese

Ragiona da grande

Però è bello che un corridore giovane che ancora non dà garanzie di vittoria ci voglia provare, che metta la squadra a tirare e che il team creda in lui ugualmente: è così che si cresce. Sono prove di fiducia, di responsabilità, di pressioni da saper gestire.

L’azione della Groupama-Fdj non è passata inosservata ai colleghi francesi ad Huy. Persino lo speaker della gara in attesa dell’ultimo passaggio aveva sottolineato questa cosa.

«Ho voluto provare – spiega Gaudu – per vedere cosa succedeva. Volevo prendere il Muro davanti e tutto sommato ci sono riuscito. Poi nel finale ero a ruota di Alaphilippe, ma sono rimasto un po’ chiuso. Negli ultimi 350 metri le gambe mi andavano a fuoco (foto in apertura, ndr). Non sarebbe cambiato molto, avrei potuto fare poco meglio. Spero che il lavoro fatto alla Freccia possa essere utile per la Liegi. Come detto, è una corsa più dura, meno esplosiva e per me che ho meno watt di loro è meglio».

Gli chiediamo allora se si sente pronto per il testa a testa con i big, in fin dei conti al Giro dei Paesi Baschi ha battuto un certo Roglic.

«Cerco sempre di migliorarmi – ha concluso Gaudu – e quello è l’obiettivo, ma non si possono fare paragoni tra quella tappa, la Freccia e la Liegi. Quella era una gara all’interno di una corsa a tappe e su una salita molto più lunga di queste delle Ardenne. Qui devi aspettare fino all’ultimo prima di muoverti».

Paolo Bettini, Stefano Garzelli, Liegi 2002

Bettini: «E’ora di tornare a vincere la Doyenne»

12.03.2021
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C’è un fattore che caratterizza la Liegi-Bastogne-Liegi e che inorgoglisce particolarmente Paolo Bettini quando si ritorna a parlare di quella classica che, fra le tante che il Grillo ha vinto, più ha identificato la sua carriera.

«La Doyenne è, insieme al Lombardia che però arriva a fine stagione – spiega il toscano, in apertura sul traguardo del 2002 – l’unica classica che davvero mette a confronto gli specialisti delle corse d’un giorno con quelli che vanno a caccia dei grandi Giri. E’ come un terreno di battaglia diverso, aperto a tutti, quel giorno ci si confronta per capire davvero chi è il più forte. Lo dice la storia, vedi Nibali che è giunto secondo o Basso che insieme a me si giocava la vittoria. E’ una sfida affascinante quanto poche altre».

Nibali è andato vicino alla Liegi del 2012, ma fu beffato da Iglinskiy
Nibali è andato vicino alla Liegi del 2012, ma fu beffato da Iglinskiy
L’hai vinta nel 2000 e 2002: che cosa serve per emergere alla Liegi?

Deve essere il giusto connubio fra fisico e mente, come d’altronde in tutte le competizioni ciclistiche. Chi vince riesce sempre a farlo perché mette d’accordo queste due componenti. Sicuramente la Liegi è una gara completa, che va saputa interpretare.

Tatticamente è diversa dalle altre classiche?

Diciamo che è più strutturata, più definita nella sua trama, difficilmente esula dal copione stabilito alla vigilia. Sai che le prime parti della gara sono di assestamento, chi attacca all’inizio non ha speranze. La gara si accende dopo La Roche aux Faucons e la Redoute, che viene prima, dà sempre verdetti che poi, anche se non sono definitivi, hanno comunque un peso importante sul suo esito finale. Per questo servono grande condizione e testa, devi essere attento nelle fasi decisive e avere le gambe per recitare il tuo ruolo.

E’ una corsa per scalatori?

Per certi versi sì. Se si pensa che il suo dislivello totale supera i 5.000 metri, siamo in presenza di qualcosa che somiglia moltissimo a una grande tappa alpina. Per questo chi è specialista delle grandi corse a tappe qui può fare il colpaccio e Roglic lo scorso anno lo ha dimostrato. Non basta però andar bene in salita, devi essere esplosivo. Io non avrei mai potuto primeggiare sullo Stelvio o sul Pordoi, ma in quel tipo di corse mi trovavo a mio agio…

Anche Formolo è arrivato secondo a Liegi: nel 2019, dietro Fuglsang
Anche Formolo è arrivato secondo a Liegi: nel 2019, dietro Fuglsang
Chi identifichi come corridore italiano adatto alla Doyenne?

Il primo nome che mi viene in mente è sempre lo stesso: Vincenzo Nibali, a dispetto dell’anagrafe è proprio l’uomo fatto su misura per la Liegi, poi non so se quest’anno la correrà, ma è davvero incredibile che un corridore simile non sia nell’albo d’oro della Doyenne. In alternativa mi viene in mente Davide Formolo, che su quelle strade ha già dimostrato di poter far molto bene, proprio perché incarna le caratteristiche giuste, sia tecniche che tattiche, per emergere e finalmente tornare a far sventolare il tricolore a Liegi.

Argentin, fra classiche e Giri

02.11.2020
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Seconda tappa del nostro viaggio con Moreno Argentin. Dopo aver parlato del mondo juniores, ecco questa volta il suo ricordo del Belgio e delle 4 Liegi vince, a un solo successo dal record di Eddy Merckx. Ma poi il focus si sposta sulla scelta delle corse cui puntare.

Seconda tappa del nostro viaggio con Moreno Argentin. Dopo il capitolo sugli juniores, questa volta spaziando dal Belgio che lo ha reso grande, fino al Giro d’Italia del 1984 che lo vide sul podio, alle spalle di Moser e Fignon.

Obiettivo Giri

Senza sfortune o problemi, dopo un anno il corridore lo vedi e vedi anche su quali terreni può esprimersi al meglio.

«Quando un corridore passa professionista – dice Argentin – deve capire subito dove può essere forte e dove può specializzarsi. Non può dire, senza aver mai vinto una piccola corsa a tappe “punto ai grandi Giri”. Io ne vedo tanti che fanno questi ragionamenti, ma uno deve farsi il suo percorso. Se ha le caratteristiche di essere un corridore a tappe, deve passare attraverso le piccole corse a tappe, perché anche lì si aggiungono tasselli su tasselli. Prima di ambire a un Tour, a un Giro o a una Vuelta».

Liegi del 1991 su Criquielion, Sorensen e Indurain
Liegi del 1991 su Criquielion, Sorensen e Indurain

Capire subito

Quante corse a tappa ha disputato Tadej Pogacar, prima di passare professionista? Il Tour conquistato è stato un fulmine a ciel sereno o non era stato annunciato piuttosto dal Tour de l’Avenir e dal podio alla Vuelta del 2019? Stessa cosa per il vincitore della maglia rosa. Andate a guardare: negli anni scorsi Tao Geoghegan Hart ha disputato quasi esclusivamente gare a tappe.

«Il compito di un direttore sportivo è capire quali sono le attitudini dei ragazzi, cercando di farli ragionare. Non esiste l’atleta che può fare tutto. Già ai miei tempi era necessario specializzarsi. Le mie caratteristiche mi consentivano di essere più brillante nelle corse di un giorno. Quindi ho provato a fare la classifica a un Giro d’Italia. Il Giro d’Italia del 1984, abbastanza facile dal punto di vista altimetrico. Mi sono misurato, poi però ho preferito proseguire assecondando la mia indole. E il Belgio mi ha accolto permettendomi di cogliere 8 classiche importanti, cui ho aggiunto un Lombardia e un mondiale».

Battistella fa il… pieno di Nord

20.10.2020
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Samuele Battistella ha messo le tende al Nord. Il suo calendario prevedeva infatti che dopo le classiche ardennesi sarebbe dovuto andare alla Vuelta, invece il cambio di programma gli è piombato fra capo e collo. Niente Spagna, si resta su. Così dopo la Liegi vinta la Roglic, il campione del mondo in carica degli under 23 (lo sarà ancora per tutto il 2021, dato che nel 2020 quella maglia iridata non è stata assegnata) ha fatto la conoscenza della Gand-Welgem, di Scheldeprijs e del Giro delle Fiandre. A ciascuna di esse il vicentino si è accostato da debuttante cercando di capire se da grande potranno essere terreno di caccia.

Preferivi andare alla Vuelta che fare il Fiandre?

Mi hanno cambiato programma all’ultimo. Tutto sommato i miei giorni di gara li ho fatti, circa 50 da inizio anno e quasi 35 dopo il lockdown. La Vuelta mi sarebbe piaciuta. Sarei andato prima in altura, mentre così non ci arei comunque arrivato a posto.

Samuele Battistella
Samuele Battistella, iridato under 23 in carica, pro’ alla NTT Pro Cycling
Samuele Battistella
Samuele Battistella, iridato 2019 degli U23
Che cosa ti è parso del Fiandre?

E’ duro impestato, non pensavo tanto. Non c’era troppa gente lungo le strade ed erano tutti a distanza di sicurezza. Non l’ho finito, ho mollato prima. Sono stato sempre in fuga. E’ un percorso che non dà mai respiro. Sei ore di follia. Nervosismo, strade strette e spallate.

La fuga rientrava in un piano tattico?

Dovevo entrarci perché semmai si fossero mossi i pezzi grossi della squadra, avrei fatto da appoggio. Solo che alla fine non è arrivato nessuno.

Corsa da cancellare oppure un possibile obiettivo per il futuro?

Ci voglio tornare, perché non è fuori dalla mia portata. Basterà avere più gambe.

Nel cambio di programma può aver inciso il cambio di squadra?

Non credo, sono tutti professionali, non avrebbe senso. E poi non ho ancora firmato, se ne parlerà al mio rientro. Non volevo cambiare, alla Ntt Pro Cycling c’è un’atmosfera che mi piace. Ma quando il team ha fatto un meeting spiegando che non c’erano certezze, ho iniziato a guardarmi intorno. C’erano due squadre, ho scelto l’Astana.

Tornando al Fiandre, quale tratto di pavé ti ha più impressionato?

Il Qwaremont, il settore sempre visto. In gara non finiva mai ed è il settore su cui si fa la differenza. Quando mi hanno ripreso, ero convinto di andare forte, ma mi hanno passato al triplo della velocità. Il Koppenberg invece è una salita, me la cavo meglio. Il problema al Fiandre è con quelli di 75-80 chili, se cominciano a menare nei tratti in falsopiano.

Avete corse con l’asciutto…

Per me un vantaggio. Credo che con il bagnato anche le… semplici salite cambierebbero faccia.

Che cosa prevedi per il futuro?

Intanto mi piacerebbe che annullassero De Panne, così me ne tornerei a casa, perché sono quassù da un mese. E poi vedo la Liegi meglio del Fiandre.

Purtroppo non hai potuto vivere la festa del Fiandre. Come si vive in Belgio ai tempi del Covid?

Faccio fatica a dirlo, non sono mai uscito dall’hotel in questi giorni. Non si esce. Si fanno i tamponi e anche un’autocertificazione. I tifosi rispettano le regole, mentre in radio e tivù fanno propaganda stretta sui rischi.

Liegi o Fiandre?

Sono due Monumenti e si percepisce. Ma come sensazioni, mi sono sentito molto meglio alla Liegi. Adesso però spero di tornare alla svelta a casa e di chiudere la stagione. Al resto penseremo poi.

Alaphilippe_Hirschi_Liegi2020

Alaphilippe ingenuo, Roglic fa festa

04.10.2020
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Non si può chiamarla maledizione, se proprio sul più bello Alaphilippe ha perso la testa mentre Roglic ha continuato a usarla. E forse prima della testa, Julian aveva perso le gambe. La Liegi si è accesa sulla Cote de la Roche aux Faucons, quando gli uomini del campione del mondo hanno alzato l’andatura. E mentre davanti c’era ancora Dumoulin, a 13,8 chilometri dall’arrivo, Alaphilippe ha sferrato l’attacco.

Alaphilippe_Hirschi_Liegi2020
Si fa la selezione, il francese attacca sulla Roche aux Faucons
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Sulla Roche aux Faucons, Alaphilippe attacca. Con lui, Hirschi, Roglic e Pogacar

Alaphilippe, insolita vigilia

«Sono davvero entusiasta di unirmi alla squadra – aveva detto alla vigilia Alaphilippe, rientrato dal primo allenamento – per la prima volta dalla vittoria ai campionati del mondo e di rivedere i miei compagni di squadra. Quando sono arrivato in Belgio non vedevo l’ora di salire sulla mia nuova Specialized personalizzata e di uscire per il primo allenamento da iridato insieme al Wolfpack. E’ stata una bella pedalata, resa ancora più piacevole dai fan sulla Redoute, che mi hanno applaudito. Non vedo l’ora che arrivi domenica e alla mia prima gara da campione del mondo, quando sarò pronto a dare il massimo per un buon risultato».

Julian avrebbe dovuto correre la Freccia e staccare la spina dai festeggiamenti, lasciando chiusa quella porta fino a che la stagione non si fosse conclusa. Invece ha scelto di saltare la corsa che l’ha applaudito due volte e di schierarsi direttamente alla Liegi.

Alaphilippe_Liegi2020
Gioia effimera per il francese dopo l’arrivo: non si è reso conto della scorrettezza?
Alaphilippe_Liegi2020
Gioia effimera per il francese dopo l’arrivo: davvero non si è reso conto della scorrettezza?

Hirschi, debuttante coi fiocchi

Dietro Alaphilippe si è mosso subito Hirschi, che con la Freccia nel taschino si è presentato alla Doyenne senza il minimo timore. Poi è arrivato facile Roglic. Quindi Pogacar e Kwiatkowski.
Sono troppi, ha pensato Hirschi, che ai meno 11 dà un’altra botta, staccando il polacco e restando da solo fra il campione del mondo e i due sloveni.

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Alla fine sul podio di Liegi salgono Hirschi (a sinistra), Roglic e Pogacar
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Alla fine sul podio di Liegi salgono Hirschi (a sinistra), il vincitore Roglic e Pogacar

La Roche aux Faucons è l’ultima salita della Liegi, da quando lo scorso anno si è ritornati col traguardo nel centro della città. E così la corsa a quel punto è diventata uno stillicidio di sguardi di traverso e scatti di assaggio.

Alaphilippe a quel punto si è guardato intorno. Ha ritenuto di essere il più veloce e, come pure alla Sanremo, si è preparato per la recita da campione. Come Ganna a Palermo, ma senza la certezza numerica dei cronoman.

Si è lanciato per lo sprint, ma ha sentito che la bici non prendeva velocità. Oppure ha sentito che gli altri ne prendevano di più. E così ha scartato verso il centro, spostando Hirschi, che ha perso il pedale e ha dovuto smettere di pedalare.

Alaphilippe_Roglic_Hirschi_Liegi2020
Il fotofinish è impietoso: Roglic passa Alaphilippe e conquista la Liegi
Alaphilippe_Roglic_Hirschi_Liegi2020
Alaphilippe_Roglic_Hirschi_Liegi2020

Roglic, la forza di crederci

Roglic ha fatto la sua volata. Senza nulla aggiungere. Senza nulla togliere. Non ha avuto ostacoli davanti. E ha fatto quel che gli hanno sempre insegnato: ha dato il colpo di reni, mentre al suo fianco l’airone iridato aveva già allargato le ali pregustando lo champagne.

«E’ incredibile – ha detto a caldo – era così vicino. Questo dimostra che non si può mai smettere di credere e non smettere mai di spingere fino all’ultimo centimetro. Era la prima volta che facevo la Doyenne. Era nella mia lista dei desideri vincerne una. E sono super felice di essere riuscito a vincerla dopo questa estate così particolare per me».

Pogacar in agrodolce

Picachu dalla maglia gialla, che aveva già attaccato al mondiale, ha visto sfumare la possibilità di vittoria proprio negli ultimi metri.

«Ho sensazioni contrastanti – ha detto – perché mi sono sentito bene tutto il giorno. La squadra ha lavorato duramente e alla fine ho iniziato lo sprint in buona posizione. Vedevo la riga e ho pesato che avrei vinto. Un secondo dopo, ho sentito che stavo per mollare. Ho tenuto duro. Ho tagliato il traguardo al quarto posto, poi hanno squalificato Alaphilippe e sono arrivato terzo».

Per avere un commento di Alaphilippe dovremo aspettare la serata. Non è facile digerire una botta come questa. Per sua fortuna c’è ancora il Fiandre. E per sua fortuna c’è quella maglia da guardare allo specchio ogni volta che la malinconia prenderà il sopravvento.