Qualche giorno fa, in occasione della giornata mondiale della bicicletta, Suzuki ha ufficialmente annunciato una bellissima iniziativa ciclo turistica dedicata agli appassionati di ciclismo.
Appuntamento il 10 luglio
Il Suzuki Bike Day, questo il nome dell’evento, sarà una manifestazione cicloturistica non competitiva patrocinata dalla Federazione Ciclistica Italiana, e si svolgerà sabato 10 luglio a Carpegna, in provincia di Pesaro Urbino, proprio al confine tra le Marche e l’Emilia Romagna. Tutti i partecipanti al Suzuki Bike Day avranno la possibilità di percorrere un tracciato ad anello lungo 16 chilometri, sfidando i propri limiti su una salita leggendaria, il Cippo Carpegna, e trascorrendo una giornata speciale all’insegna di sicurezza e di performance sostenibili: due valori perfettamente condivisi dalla filosofia Suzuki.
Il Suzuki Bike Day si terrà il 10 luglio a CarpegnaIl Suzuki Bike Day si terrà il 10 luglio a Carpegna sulle strade di Pantani
«Il Carpegna mi basta…»
Come anticipato, il tracciato del Suzuki Bike Day misurerà sedici chilometri e comprenderà l’impegnativa ascesa al Monte Carpegna. Con il punto più basso posto a 627 metri sul livello del mare, e lo scollinamento posto a quota 1.367 metri, il percorso prevederà un dislivello complessivo di 740 metri, con tratti in salita che raggiungeranno anche punte al 15%. Il Monte Carpegna è una delle salite più conosciute in Italia, memorabile in quanto è stata la preferita da Marco Pantani per i propri allenamenti. «Lì ho iniziato a costruire le mie vittorie – affermava Pantani – non ho bisogno, prima di un Giro o di un Tour, di provare una ad una tutte le grandi salite: il Carpegna mi basta».
Si “sale” con Cassani
In occasione del Suzuki Bike Day, il percorso sarà chiuso, presidiato da volontari locali, regolato da segnaletica e arricchito con due punti di ristoro: alla fine della salita e all’arrivo. Il traffico veicolare sarà completamente azzerato, in modo tale che i ciclisti potranno percorrere il tracciato in assoluta sicurezza, dalle 9:00 e fino alle 13:30. Ospiti d’onore della giornata saranno Davide Cassani, il Direttore Tecnico delle squadre nazionali italiane, ed alcuni atleti che pedaleranno a fianco dei partecipanti.
Davide Cassani parteciperà al Suzuki Bike DayDavide Cassani parteciperà insieme ad altri atleti importanti al Suzuki Bike day
Il ricavato alla Fondazione Scarponi
Partecipare al Suzuki Bike Day è davvero semplice. Sarà necessario iscriversi entro il prossimo 8 luglio tramite il portale dedicato e compilare l’apposito modulo online. La conferma della partecipazione avverrà invece a seguito del versamento della quota di iscrizione pari a 5 Euro. La quota comprenderà il pacco gara, il frontalino personalizzato con il proprio nome, ma solo per chi si iscriverà entro venerdì 2 luglio. Inoltre, sarà compresa la copertura assicurativa, l’accesso ai due ristori e l’assistenza sanitaria. Ciascun partecipante potrà percorrere il tracciato con qualsiasi tipologia di bicicletta: da corsa, Mtb oppure e-bike. Importante: il ricavato del Suzuki Bike Day sarà interamente devoluto alla Fondazione Michele Scarponi, la nota iniziativa istituita in memoria del campione marchigiano prematuramente scomparso che finanzia progetti al fine di educare al corretto comportamento stradale e alla diffusione di una cultura nel rispetto delle regole: due temi condivisi e particolarmente cari a Suzuki.
Torniamo a parlare di quel famoso caffè al Trofeo Melinda, anno 1992, protagonisti Alfredo Martinida una parte e Gianni Bugnodall’altra. Ripensandoci, l’ex iridato ci tiene a dare una lettura leggermente diversa a un evento che nel tempo si è ammantato di leggenda, sapendo però che è uno spunto per un discorso più ampio: «Quell’anno non vincevo, ma ero stato pur sempre terzo al Delfinato, secondo al Giro di Svizzera, terzo al Tour. Con risultati del genere, oggi ai mondiali ci vai da capitano…».
Che cosa ti disse allora Martini?
Fu una chiacchierata semplice, non mi chiese se volevo andare ai mondiali, perché potevo partecipare indipendentemente come campione uscente, né mi diede un ruolo specifico. Ero un uomo in più, libero di fare la mia corsa. Mi trasmise tranquillità, che era ciò di cui avevo bisogno.
Bugno ai Mondiali del 1992, seguito dall’austriaco Harald Maier. Gianni vincerà in volata su Jalabert e KonychevBugno ai Mondiali del 1992, seguito dall’austriaco Harald Maier. Gianni vincerà in volata su Jalabert e Konychev
Proiettiamo quella situazione ai giorni nostri, dove c’è un Nibali ancora in bilico se partecipare alle Olimpiadi…
Nibali è una persona intelligente prima ancora che un grandissimo corridore e se sente di poter correre a Tokyo, deve andarci. Nessuno può sindacare come sta andando, i risultati che fa o altro: l’unico che può dire se è in grado di correre è lui stesso.
Davide è mio amico e lo stimo, ma su questo voglio essere molto chiaro: né lui, né la Federazione, nessuno può dire a un corridore come Nibali che cosa fare, sarà Vincenzo stesso a prendere la decisione più saggia perché sa bene come sta e come starà. Vorrei ricordare a tutti che è partito con un polso rotto da poco, eppure il Giro lo ha finito e sono convinto che la sua condizione sia in crescita, questo è un fattore da non trascurare.
Nibali e Cassani: li rivedremo insieme a Tokyo? Una decisione deve però prescindere da ogni eventuale testNibali e Cassani: li rivedremo insieme a Tokyo? Una decisione deve però prescindere da ogni eventuale test
Secondo te che ruolo potrebbe avere?
Partiamo dal presupposto che l’Olimpiade è una corsa strana, con principi che esulano da qualsiasi altra gara ciclistica. Innanzitutto con soli 5 corridori al massimo non la puoi controllare, poi vi partecipano molti corridori che dopo un quarto di gara non trovi più perché non sono neanche professionisti, terzo discorso è che vincono in tre e non uno solo, perché un bronzo ha un valore enorme, superiore a quasi tutte le altre vittorie assolute.
Ok, ma tornando a Nibali?
In una corsa del genere Nibali si attira addosso un uomo di ogni altra nazionale di spicco, resta un riferimento assoluto. Nessuno ha caratteristiche come le sue, in fatto di resistenza ma anche di fantasia, per portare a casa un risultato. Anche strategicamente avrebbe un peso non indifferente.
Vincenzo Nibali a Rio de Janeiro 2016, una gara che si era messa benissimo fino alla rovinosa cadutaVincenzo Nibali a Rio de Janeiro 2016, una gara che si era messa benissimo fino alla rovinosa caduta
Ti dispiace non aver potuto mai correre le Olimpiadi?
Molto, ma a quei tempi erano ancora i dilettanti a correrle. Nel ’92 ad esempio vinse il compianto Casartelli. Io avrei potuto partecipare nel ’96, ma dissero che non ero adatto a quel percorso di Atlanta, dicevano che era troppo facile quando poi alla fine facile non lo fu ed emersero tre specialisti delle classiche (Richard, Sciandri e Sorensen, ndr) io sono convinto che avrei potuto dire la mia, non nascondo che con Martini ci rimasi un po’ male…
Tempo fa Bettini disse che avrebbe rinunciato a un suo titolo mondiale anche per un solo bronzo olimpico. Tu lo faresti?
Bella domanda… Io le Olimpiadi non le ho mai fatte, non conosco le sensazioni che si vivono in quel contesto così particolare. Diciamo che in cambio potrei dare il bronzo iridato del ’90, va bene lo stesso?…
Nibali a Tokyo deve andarci e casomai sarà lui a chiamarsi fuori o accettare un ruolo diverso. Ci sono corridori che il posto se lo devono guadagnare, per i quali è giusto aspettare i campionati italiani. E ci sono corridori che il posto lo meritano a prescindere: se così non fosse, neppure Viviani dovrebbe andare a Tokyo. E badate bene, non si tratta di campare sugli allori: si tratta di rispetto, costruzione e programmi.
Nel leggere le interviste (e nel farle) in certi momenti si cade nel rischio di appiattire tutto e ricondurre ogni valutazione non già al coraggio, ma alla matematica. Nibali non ha fatto un gran Giro d’Italia, si è visto. Sarà così anche il 24 luglio? Si disse che Bugno non meritasse il posto per i mondiali di Benidorm. Vogliamo parlarne?
Vincenzo Nibali a Rio 2016 attaccò per vincere: solo la caduta gli impedì di arrivare in fondoVincenzo Nibali a Rio 2016 attaccò per vincere: solo la caduta gli impedì di arrivare in fondo
Alfredo e Gianni
Alfredo Martini lo prese da parte al Trofeo Melinda del 1992 e da quel caffè nacque il secondo mondiale di Gianni. Non gli chiese di vincere per dimostrare chi fosse. Se Nibali si lancia nella sfida delle Olimpiadi, i posti a disposizione sono quattro: uno è il suo. Starà a Cassani offrirgli il caffè e le parole giuste.
Nello sport ci sono o dovrebbero esserci parametri che vanno oltre la conta dei risultati. Basterebbe ricordare la scivolata di Firenze dopo la selezione con Scarponi sulla salita di Fiesole. La rincorsa all’azzurro di Innsbruck, pur avendo una vertebra rotta. L’attacco dello scorso anno. E soprattutto la caduta di Rio, quando l’oro era ben più di un’ipotesi.
Pantani fu convocato per Sydney 2000 per il campione che eraPantani fu convocato per Sydney 2000 per il campione che era
Bandiera azzurra
Nibali a Tokyo deve andarci e casomai deve essere lui a chiamarsi fuori o accettare un ruolo diverso, per il rispetto che si deve all’uomo e al campione. Parliamo delle Olimpiadi, non di un europeo o di un mondiale. Parliamo di un atleta che non ha bisogno di portare la bandiera, perché lo è egli stesso. Parliamo di un campione che fa la differenza ogni volta, fosse anche per tenere al riparo i compagni. Pantani lo portarono a Sydney non perché potesse vincere le Olimpiadi, ma perché era Pantani. In certi casi vale più l’attesa del commento successivo. Non abbiamo il mattatore designato, abbiamo però il più grande degli ultimi 20 anni. Se non fa lui il passo indietro, una maglia è chiaramente sua.
Il Giro d'Italia 108 secondo Nibali. Punti chiave, curiosità e le "dritte" date indirettamente a quello che è già il favorito numero uno: Primoz Roglic
Le discussioni nate all’indomani della chiusura del Giro d’Italia sulle future convocazioni olimpiche meritano un approfondimento. Davide Cassaninon si è nascosto le difficoltà dell’impresa giapponese, a prescindere dalla presenza o meno di Nibali, perché non abbiamo corridori che possono dire di essere nella ristretta cerchia dei favoriti, come invece è Ganna nella cronometro (ma su questo torneremo più avanti) e quindi bisogna lavorare sulla squadra e su un concetto: «Mi servono dei fondisti e non avendo fra i nostri cinque un favorito per l’oro, bisognerà correre in base ai corridori che abbiamo».
Proprio questa può essere la forza della truppa di Cassani (nella foto d’apertura con il presidente federale Dagnoni). Un pugno di guastatori pronto a far saltare il banco. La gara, va ricordato, è diversa da tutte le altre. Per capirlo servono i numeri, insieme all’esperienza maturata da quando, nel 1996, i professionisti sono diventati protagonisti della corsa a cinque cerchi. Non ha mai vinto uno sconosciuto e soprattutto uno che non avesse già esperienza vincente nelle classiche e questo Cassani lo sa bene.
Pogacar e Roglic, un patto per Tokyo? Nemici al Tour, poi avranno 6 giorni per resettarsiPogacar e Roglic, un patto per Tokyo? Nemici al Tour, poi avranno 6 giorni per resettarsi
La forza dei numeri per l’Italia
Dicevamo dei numeri: solo 5 nazioni potranno schierare il massimo possibile, ossia 5 corridori. Oltre all’Italia sono riuscite nel massimo intento Belgio, Olanda, Francia e Colombia: il Belgio avrà due punte come Van Aert, reduce dal Tour e quindi con le incognite del veloce balzo dalla Francia al Giappone e Evenepoel, ma come si potranno far convivere due anime così diverse e ambiziose? La Francia non avrà Alaphilippe e questa è una perdita importante. La squadra dovrebbe essere puntata su Pinot (se per allora sarà guarito) e non è proprio la stessa cosa.
La Colombia ha già fra i 9 preselezionati Bernal. E sia il percorso, sia quanto fatto vedere anche nelle ultime prove in linea, fanno dell’ultima maglia rosa un corridore da prendere con le molle. L’Olanda è un’incognita, probabilmente correrà come l’Italia. La Slovenia, che dovrebbe avere Pogacare Roglic reduci dal Tour, avrà un uomo in meno, lo stesso Fuglsang con la sua Danimarca e il vecchio Valverde con la Spagna, come anche la Gran Bretagna (i due Yates? Thomas? Un Froome miracolato?), addirittura due meno per Vlasov (RUS), Martin (IRL), Woods (CAN).
A Tokyo sarà la seconda esperienza olimpica per Cassani, che vuole un team di combattentiA Tokyo sarà la seconda esperienza olimpica per Cassani, che vuole un team di combattenti
Scelte fatte per la crono
Come si vede, non ci sono numeri per tenere la corsa sotto controllo. Così si può pensare a qualcosa per farla saltare, anche da lontano. Su questo Cassani sta ragionando, ma le scelte vanno effettuate col bilancino e qui torna in ballo il discorso cronometro.
Ganna è nel gruppo grazie alla sua presenza su pista. Il secondo cronoman potrebbe essere Bettiol, ma sui social è montata una campagna per chiedere a Cassani di portare Affini, visti i suoi risultati al Giro. Abbiamo girato direttamente il discorso al Cittì, che sapeva di queste voci e non si nasconde, anzi ribatte senza peli sulla lingua: «Porterebbe via un posto nel gruppo degli stradisti perché su quel percorso con tanta salita non potrebbe dare una valida mano».
Per Affini un Giro di grande spessore, ma la crono di Tokyo non si adatta al suo motorePer Affini un Giro di grande spessore, ma la crono di Tokyo non si adatta al suo motore
E’ vero, ma l’obiezione che viene fatta è che, mentre nella prova in linea per andare a medaglia serve una vera impresa, con Ganna e Affini avremmo due carte da podio in una gara sola, la cronometro del 28 luglio: «Non si può guardare al Giro: il percorso della crono di Tokyo è impegnativo, con tanta salita, Affini non dà garanzie per quel tracciato ossia non è vero che sarebbe una carta da medaglia non avendo le caratteristiche di Ganna che invece può far bene anche lì». Risposta secca, discorso chiuso.
Cassani sulla moto azzurra ha vissuto un Giro davvero speciale. Chiunque abbia seguito una corsa in moto lo sa bene. E’ come essere in gruppo. Vedi gli sguardi. Senti le voci. Impari i gesti. Riesci a scambiare poche parole. E semmai vedi cose che alle telecamere sfuggono e ti permettono, se hai un ruolo come il suo, di approfondire il discorso dopo le tappe. Cassani infatti non ha raccontato tutto, ma di certo sul suo taccuino sono finiti i nomi per le Olimpiadi. Gli azzurri di Tokyo usciranno dal Giro e non dal Tour. Del resto, se il percorso ha una salita di 6 chilometri al 10 per cento, non puoi prescindere dagli scalatori. Già, ma chi portare?
Dalla moto Rai, Cassani ha potuto osservare al meglio i suoi azzurriDalla moto Rai, Cassani ha potuto osservare al meglio i suoi azzurri
Come sta Nibali?
Quando ci si trova fra giornalisti a parlare della squadra per le prossime Olimpiadi, il primo nome su cui ci si sofferma è quello di Vincenzo Nibali. Una sorta di diritto all’azzurro che gli viene dalla storia e dalla sete di rivalsa sulla sfortuna di Rio. Si disse che il siciliano avesse prolungato la carriera proprio per prendersi la rivincita olimpica, ma le cose non stanno andando secondo i suoi disegni. La frattura del polso prima del Giro d’Italia gli ha impedito di esprimersi come avrebbe voluto. Cassani lo sa.
«Più o meno sto ricevendo le risposte che mi aspettavo – dice il commissario tecnico azzurro – ma con Vincenzo dovrò fare una chiacchierata. Sono stato molto chiaro, ora dobbiamo verificare, come lui per primo ha raccontato due giorni fa al Processo alla Tappa. Quel Nibali ora non c’è e non so se si ritroverà. Però è uno che lotta, per questo voglio parlarci chiaramente nei prossimi giorni».
Caruso ha conquistato con il coraggio, la personalità l’ha sempre avutaCaruso ha conquistato con il coraggio, la personalità l’ha sempre avuta
Conferma Bettiol
Se aver vinto grandi corse è un titolo preferenziale, alla rosa degli azzurri si aggiunge subito il nome di Bettiol, re del Fiandre 2019, su cui Cassani ragiona in modo concretissimo.
«Certo che aver vinto grandi corse è importante – sorride – non credo che uno che non ha mai vinto possa pensare di cominciare dalle Olimpiadi. Con Alberto sono rimasto sempre in contatto e a parte l’ultimo periodo un po’ spento, non aveva più dato grossi segnali in salita, cosa che invece qui al Giro ha fatto alla grande. Mi ha impressionato in un paio di situazioni per il lavoro fatto con Carthy. Sul Giau e soprattutto a Sega di Ala se lo è portato sulle spalle. E poi ha vinto. Uno così non lo puoi lasciare fuori, ma ricordiamoci che il risultato in una corsa come quella viene solo se si mette insieme una grande squadra. E’ per questo che devono essere uomini speciali ed è per questo, ad esempio, che cinque anni fa uno come Damiano Caruso faceva già parte della spedizione».
Bettiol ha vinto, ma soprattutto ha dato grandi segnali in salitaBettiol ha vinto, ma soprattutto ha dato grandi segnali in salita
Caruso, capitano vero
Già, come non parlare del Damiano nazionale che ieri ha fatto venire i brividi all’Italia del ciclismo? Per dare al pezzo un po’ di sapore di Giro, vale la pena annotare che l’intervista con Cassani si è fatta tentando di scendere da Campodolcino verso Chiavenna, in una coda interminabile provocata dalla rottura di uno dei camion che trasportano le transenne (altro che pullman), proprio nella serata di gloria di Caruso.
«Mi è piaciuto – dice Cassani, che ha seguito anche la tappa di Valle Spluga sulla moto – perché in una situazione per lui nuova, in cui tutti pensavamo avrebbe gestito, ha dato più di quanto anche lui si aspettasse. Non ha avuto paura, ha rischiato. Ha ragionato da capitano vero, lui che in fondo capitano di strada lo è sempre stato. E a margine di tutto questo, non si è mai snaturato, è sempre stato se stesso. Oggi (ieri, ndr) ci ha regalato una tappa bellissima».
Moscon è uno di quelli su cui il cittì conta: «Lo conosco bene»Gianni Moscon è uno di quelli su cui il cittì conta: «Lo conosco bene»
Moscon e gli altri
Il quarto di cui si parla è Moscon, quello del Tour of the Alps più che quello di fine Giro, dove una caduta l’ha un po’ messo fuori gioco.
«Gianni è partito bene – dice Cassani – poi la caduta gli ha messo un po’ di sabbiolina negli ingranaggi. Con lui ho sempre avuto uno splendido rapporto e anche molto chiaro. Ci sono stati anni in cui nessuno gli dava fiducia e lui ha tirato fuori due mondiali coi fiocchi a Innsbruck e Harrogate. E anni come lo scorso in cui mi sono reso conto che non stava bene ed è rimasto a casa. Con Gianni so parlare, è un punto di forza. Ma come ci siamo detti, non è la sola alternativa a Nibali.
«Sto prendendo in considerazione anche Formolo, che per caratteristiche è uno da classiche e vorrei tanto sapere perché, dopo aver detto che avrebbe puntato alle tappe, si è messo a far classifica. E poi ci sono De Marchi, con cui comunque voglio parlare, Ciccone sperando che si rimetta presto e Ulissi che ha fatto vedere qualcosa di buono. Mi servono dei fondisti e non avendo fra i nostri cinque un favorito per l’oro, bisognerà correre in base ai corridori che abbiamo».
De Marchi ancora in ballo dopo la caduta: «Dovremo parlare»
Ulissi ha dato grandi segnali, è fra gli osservati speciali
Finale di Giro amaro per Ciccone, uno degli osservati
Formolo è un fondista da classiche: «Perché vuole fare classifica?»
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Grazie Rai e Fci
Ultimi due capitoli, l’avvicinamento e la crono. «Il Tour lo faranno in pochi – dice – fra quelli che puntano alle Olimpiadi. I nostri sono seri professionisti, per cui immagino una fase di altura e semmai la Settimana Italiana in Sardegna per rifinire. Quanto alla partenza per Tokyo, stiamo valutando due date, perché c’è il dubbio che, una volta là, non ci permettano di allenarci su strada. Mentre per la crono, a Ganna si potrebbe affiancare Bettiol che va molto bene. E’ tutto scritto negli appunti di questo Giro, durante il quale ho avuto la grande opportunità della moto grazie alla Rai e alla Federazione. Sono riuscito a restare concentrato sul mio ruolo, sono stato un Cassani diverso da quello degli anni in postazione. E’ stata un’esperienza bellissima, che ha aggiunto tasselli importanti al mio lavoro. Non mi ha deconcentrato, mi ha permesso di farlo a un livello superiore».
Cordiano Dagnoni è il terzo candidato alla presidenza Fci. La sua idea è gestire la federazione come un'azienda. Ci cono vantaggi e sponsor da agganciare
L’ha cercata così tanto e così tanto ha lavorato sul Teide per arrivare al Giro in buona forma, che in qualche modo la vittoria di Bettiol a Stradella è come se l’avessimo vissuta con lui. E adesso che ce l’abbiamo davanti, sentendolo parlare, ci scorrono davanti agli occhi le immagini di quell’ultima salita in cui ha visto Cavagna, lo ha puntato, lo ha preso e poi gli è scattato in faccia. Ma più che le gambe, c’è voluta tanta testa.
«Conta sempre la testa – dice – la terza settimana del Giro è solo testa. Non è che Egan Bernal abbia meno mal di gambe di me. Potevo mandare tutti a quel paese perché non collaboravano. Sapevo che non avevo molte chance di riprendere Cavagna, ma sapevo di essere più forte in salita. Fosse stata tutta pianura, forse non ci sarei riuscito. Ma sull’ultimo strappo l’ho visto e ho avuto la forza mentale di scattargli in faccia e passare in testa, perché so cosa significa quando ti prendono e ti scattano in faccia. Volevo distruggerlo mentalmente, ma avevo un gran mal di gambe. E vi assicuro che non è stato per niente facile, dopo 230 chilometri e le tappe dure degli ultimi giorni. Capito perché è un fatto di testa?».
Ieri a Sega di Ala ha tirato forte per Carthy e lo ha salvato dalla crisiIeri a Sega di Ala ha tirato forte per Carthy e lo ha salvato dalla crisi
Un anno sofferto
La sua storia recente non è stata semplice. La vittoria del Fiandre doveva aprirgli i salotti buoni, ma gli si è quasi ritorta contro, in un miscuglio diabolico di attese non mantenute e sfortune d’ogni genere. E mentre cercava faticosamente di riprendersi dai suoi acciacchi, la morte di Mauro Battaglini l’ha come congelato in un’affannosa immobilità nei mesi del Covid in cui l’equilibrio personale ha fatto la differenza tra chi è riuscito a confermarsi e chi invece s’è fermato.
«Però non sopporto – attacca – che si vada a dire che il Fiandre l’ho vinto per un colpo di fortuna, soprattutto se a dirlo è chi lo fa di lavoro. Quel giorno avevo la gamba giusta e non si vince se non ce l’hai. Per il resto, sono umano e forse ho più difficoltà di tanti altri. Ho fatto buone prestazioni. La squadra mi ha sempre dato fiducia. So quanto valgo, dovevo solo dimostrarlo. Ero un ragazzo di provincia che non aveva mai vinto tra i pro’, ci sta che abbia un po’ sbandato. Mauro era una colonna per me, la sua mancanza mi ha fatto vacillare. E ancora oggi quando penso a lui, mi commuovo. Certo che quelle dita al cielo erano per lui».
Quando ha preso Cavagna, ha respirato un secondo e poi gli scattato in faccia…Quando ha preso Cavagna, ha respirato un secondo e poi gli scattato in faccia…
Ciclista, non supereroe
La differenza, gli dicono, la fai credendoci. Coloro che l’hanno seguito sin da ragazzo e che partecipano alla sua carriera attuale, da Piepoli che lo allena e Balducci che lo assiste, non fanno che ripetergli che se credesse per primo nei suoi mezzi, i suoi limiti sarebbero ben più alti.
«Non sapete quanto siano incavolati quelli che mi seguono – dice – perché vado forte, mi temono, ma vinco poco. Vivo dei limiti che proverò a superare e cioè che si può vincere anche con il mal di gambe. Io pensavo di farlo sempre da supereroe, invece il ciclismo è uno sport umile. Devo fare di più, è il mio obiettivo. E lo farò soffrendo e prendendo bastonate».
Dopo la corsa, gli amici tornano amici. Qui l’abbraccio con RocheDopo la corsa, gli amici tornano amici. Qui l’abbraccio con Roche
Pane e Giro
La partecipazione al Giro non è stata per caso. Quando nasci in un paesino toscano e sei cresciuto a pane e Giro d’Italia, va bene vincere sulle stradine delle campagne fiamminghe, ma c’è ancora più gusto a farlo in Italia.
«L’ho voluto questo Giro d’Italia – racconta – volevo tornare nella mia terra. Volevo vedere a che punto ero con la mia maturità. Il ciclismo ci insegna più a perdere che a vincere e per questo sono contento di aver vinto al Giro. Durante la tappa ero concentratissimo e molto determinato dentro di me. Avevo molti amici in quel gruppo, uno è Nico Roche, ma non ho parlato con nessuno. Volevo vincere. Anche se dopo l’arrivo, proprio lui ha idealmente dismesso i panni del Team Dsm ed è venuto ad abbracciarmi. E’ un bravissimo ragazzo, anche lui ha vissuto i suoi momenti difficili. Abbiamo condiviso i giorni sul Teide prima del Giro e quel tempo passato non si dimentica dopo una corsa».
Limiti da scoprire
E proprioi giorni sul Teide hanno fatto la differenza. Al punto che il suo allenatore Leonardo Piepoli, scherzando gli ha proposto di perdere un paio di chili e puntare la prossima volta alla classifica generale.
«Poche volte – dice – sono andato così forte in salita. Mi piace prepararmi sul Teide e lassù, per poco che ti alleni, fai 3.300 metri di dislivello. Piepoli mi dice anche che finché non trovi il tuo limite, non puoi sapere quali limiti hai. Io sto bene e in questi giorni sto parlando molto anche con Cassani. Questa vittoria è un bel segnale anche per lui. Sono un uomo di sport, chiaro che andare alle Olimpiadi sia un sogno che può diventare un obiettivo. Diciamo che sono un bell’obiettivo, anche perché qui al Giro le tappe per me sono finite e da domani si torna a lavorare per Carthy, dopo che la squadra mi ha concesso questo giorno di libertà».
Voleva una tappa al Giro, ci ha messo gambe e testa e ha così lanciato un segnale a CassaniVoleva una tappa al Giro e ha così lanciato un segnale a Cassani
Messaggio per Cassani
E proprio parlando di Olimpiadi, nel toto-Tokyo fra giornalisti si è soliti fare i nomi di Nibali e Moscon, Caruso e Bettiol e un quinto che poteva essere De Marchi e adesso Ulissi oppure Ciccone se si riprenderà o chiunque altro, Aru compreso, dimostri di andare forte entro il 5 luglio, quando Cassani dovrà dare i nomi. E a quel punto, davanti alla rosa, ci si chiede: chi di loro però ha mai vinto grandi corse? La risposta è facile: Nibali e Bettiol.
«Perché vincere le gare monumento – dice – non è per tutti. Si parla di gare di oltre sei ore, il limite oltre il quale alcuni smettono di andare forte. Solo pochissimi ci riescono e sono gli stessi che poi possono lottare per i mondiali e le Olimpiadi, appunto. Vincere una prova monumento fa tanto e la tappa di oggi, di 231 chilometri alla fine del Giro, sia pure senza grande dislivello, fa vedere qualcosa. E’ un bel segnale, come è bello il rapporto che abbiamo con Cassani. Lui parla in modo molto diretto e noi siamo sinceri con lui. E questa è davvero una vittoria che significa tanto».
La tappa del Giro da Siena a Bagno di Romagna non è come tutte le altre, non può esserlo. Stiamo parlando di un tributo a due personaggi che hanno fatto la storia del ciclismo, ma che per molti versi sono stati parte integrante del Paese a prescindere dalla loro attività. Gino Bartali è un’icona assoluta, corridore che ha riempito le pagine dei giornali prima e dopo la guerra, protagonista con Coppi di quello che probabilmente è stato il più grande dualismo della storia dello sport.
Alfredo Martini, che con Bartali correva, ha poi influito in maniera decisa nel corso degli anni sul mondo del ciclismo con la sua saggezza, ricoprendo per molte stagioni il ruolo di Commissario tecnico della nazionale, ruolo che ora è sulle spalle di quello che molti considerano il suo erede designato, Davide Cassani: «Per me è la più grande delle gratificazioni essere avvicinato a lui, è il personaggio al quale mi ispiro».
Che cosa hanno significato questi due nomi?
Sono la storia del ciclismo tutto, questa tappa rappresenta un tuffo nel passato del quale c’è sempre bisogno. E’ un doveroso riconoscimento verso chi ha dato tantissimo al nostro sport non solo con le vittorie o con le corse, ma per il modo di porsi.
Gino Bartali insieme a Eugeni Berzin: era il Giro 1994, vinto proprio dal russoGino Bartali insieme a Eugeni Berzin: era il Giro 1994, vinto proprio dal russo
Che ricordo hai di Bartali?
Quando correvo era presente molto spesso alle nostre corse ed era entusiasmante vedere quanto la gente lo amava. Si fermava spesso a parlare con noi corridori, ci conosceva tutti, era molto piacevole scambiare battute con lui. Aveva un carisma enorme, eppure non lo faceva pesare e neanche ti accorgevi che stavi parlando con un pezzo di storia d’Italia.
E se parliamo di Martini?
E’ il Maestro. Una persona dalla straordinaria cultura e non parlo solo di ciclismo perché aveva la saggezza tipica dell’uomo che ha vissuto tanto, profondamente, che aveva studiato alla scuola della vita. Aveva una conoscenza straordinaria delle persone. La mia più grande soddisfazione è essere stato indicato da lui per il ruolo che attualmente ricopro.
Sono personaggi attuali o testimonianze di un ciclismo passato?
Le epoche sono diverse, ma quella che non è minimamente cambiata è la fatica che si fa in bicicletta, allora come oggi. I loro esempi non ci lasceranno mai e dedicare loro una tappa è un doveroso omaggio perché se il Giro d’Italia è oggi quello che è lo deve anche a loro…
Vigilia del primo arrivo in salita, come sta Vincenzo Nibali? Il siciliano è arrivato in totale controllo. CI sono tante incognite, ma lo Squalo sembra solido
DMT, un'edizione speciale delle nuove KR1, dedicate al Giro d'Italia. Leggere, comode e traspiranti, hanno tutte le caratteristiche migliori per competere
Remco Evenepoel va a casa dopo la caduta di Sega di Ala, ma la scelta di portarlo al Giro fa acqua da dovunque la si guardi. Ne abbiamo parlato con Damiani
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Apparentemente molto distanti tra loro, ciclismo e unità nazionale sono due mondi che si sono incontrati in più occasioni e che tuttora si intrecciano. La partenza da Torino del Giro 2021 è stata dedicata all’anniversario dell’Unità d’Italia (160 anni), così come lo furono le edizioni del 2011 e del 1961 (rispettivamente 150 e 100 anni dall’unificazione del Paese). La stessa carovana del Giro, che in oltre un secolo di storia ha attraversato in lungo e in largo lo Stivale, ha contribuito a creare identità e unione tra popolazioni che fino a 70-80 anni fa faticavano persino a comprendersi reciprocamente.
Bartali e Togliatti
L’episodio sicuramente più clamoroso che sancisce il legame tra ciclismo e unità nazionale accade pochi anni dopo la Seconda Guerra Mondiale. L’attentato a Palmiro Togliatti, il 14 luglio 1948, provoca disordini civili diffusi, occupazioni di fabbriche, scontri e anche alcuni morti. Molti temevano si potesse scatenare persino una guerra civile. Alcide De Gasperi, allora Presidente del Consiglio dei ministri, telefona a Gino Bartali, che sta correndo il Tour de France, ma è staccatissimo dalla maglia gialla Louison Bobet, e gli chiede l’impresa. Non si sa con certezza se quella telefonata l’abbia fatta davvero lui, fatto sta che Bartali rimonta, tappa dopo tappa. Recupera venti minuti a Bobet sull’Izoard, si impone anche nelle due tappe successive e vince clamorosamente il Tour a 34 anni, dieci dopo il suo primo successo. La grande vittoria contribuì a calmare gli animi e a placare le tensioni: l’unità nazionale era salva.
I mondiali di Imola 2020 sono stati un bel segnale di gestione dello sport in epoca CovidI mondiali di Imola 2020 sono stati un bel segnale di gestione dello sport in epoca Covid
La maglia azzurra
Oggi quello spirito unitario è ben rappresentato dalla squadra nazionale. Ce lo conferma Davide Cassani, dal 2014 cittì della nazionale italiana.
«In questi anni – dice – ho sempre trovato dei ragazzi fantastici perché, nonostante siano dei professionisti, hanno una dedizione particolare per la maglia azzurra e l’hanno sempre onorata nel migliore dei modi».
Da diversi anni la nazionale italiana è chiamata “La squadra” (proprio col termine italiano) anche dagli stranieri, segno, per Cassani «che è sempre stata un punto di riferimento di unità, coesione e attaccamento alla maglia». Il cittì confessa che «consegnare delle maglie azzurre ha un significato particolare, sento sempre una grande responsabilità. Molti corridori cercano in tutte le maniere di convincermi a convocarli per partecipare a europei, mondiali e Olimpiadi: tutto questo è molto bello».
«Le vittorie ai campionati europei – continua Davide – ottenute negli ultimi tre anni sono la testimonianza di una squadra unita, dove si è corso per vincere, senza guardare alle individualità».
Nel 2019 Viviani, già olimpionico su pista a Rio 2016, vince l’europeo su stradaNel 2019 Viviani, olimpionico su pista, vince l’europeo su strada
Il mondiale
Anche per gli appassionati e per chi il ciclismo lo segue solo saltuariamente, alcune competizioni hanno un significato che va al di là del semplice evento sportivo.
«Il campionato del mondo – dice ancora Cassani – è seguito anche da persone che abitualmente non guardano il ciclismo, ma si appassionano per la nazionale, come nel calcio e in tutti gli altri sport. La gente mi chiede di vincere un campionato del mondo, c’è sempre un’attenzione particolare verso la squadra».
L’orgoglio di appartenere alla nazionale unisce i nostri ragazziL’orgoglio di appartenere alla nazionale unisce i nostri ragazzi
Ciclismo e Covid
In questo momento storico, nel quale la pandemia rischia di disgregare i rapporti sociali e l’unità stessa del Paese, il ciclismo può avere un ruolo importante.
«Non possiamo pensare che il nostro sport sia la soluzione dei problemi – puntualizza il cittì – possiamo però dire che è un esempio, perché l’anno scorso e quest’anno le corse ci sono state. Sono stati osservati i protocolli, le bolle hanno funzionato, i contagi sono stati veramente bassi. E devo dire che, grazie agli organizzatori, alle squadre e ai corridori, abbiamo avuto la possibilità di assistere a gran belle competizioni. Che possono aver sollevato e dato coraggio anche a chi non appartiene a questo mondo».
Il ciclismo, si sa, è uno sport di fatica e per Cassani «può contribuire a stimolare positivamente tutte quelle persone che hanno avuto difficoltà di salute e lavoro per colpa della pandemia».
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Nel ciclismo c’è sempre la possibilità di una rivincita, basta crederci. A Bubano di Mordano, nella “100° Anniversario Antonio Placci” nell’ambito delle manifestazioni di aprile di ExtraGiro, Luca Coati con la maglia della nazionale italiana – davanti al cittì Davide Cassani – conquista una splendida vittoria superando in una volata di gruppo Tommaso Nencini della Petroli Firenze-Hopplà (in apertura, foto Instagram), che lo aveva battuto lo scorso 27 febbraio alla Firenze-Empoli nella prima gara stagionale.
Considerando che sul terzo gradino del podio è salito Gregorio Ferri, compagno di Nencini, si può dire che Coati (che nel 2019-2020 correva a sua volta nella squadra gestita da Piscina e Provini) abbia vendicato quell’ordine d’arrivo in Toscana, dato che sul traguardo di Empoli alle sue spalle erano finiti Bonaldo e Puppio, suoi compagni in maglia Qhubeka
Il veneto cresciuto nella Ausonia Pescantina, curiosamente sa vincere solo ad alte velocità: nel 2019 nel circuito ad Alzano Scrivia a quasi 48 di media, l’anno scorso alla crono di Ponsacco a 49 ed ora sul traguardo di via Lume sfiorando i 47.
Luca Coati dopo l’arrivo, raccontando lo sprint al cittì CassaniLuca Coati dopo l’arrivo, raccontando lo sprint al cittì Cassani
Luca innanzitutto che gara e volata sono state?
E’ stata una corsa velocissima, la squadra nonostante la giovanissima età media ha fatto un lavoro impeccabile per me che ero deputato a disputare lo sprint. Il mio compagno Puppio mi ha pilotato in modo magnifico fino ai 300 metri e poi è toccato a me completare l’opera.
Sei stato agevolato dal malinteso dei due della Petroli Firenze?
No, ero in terza posizione fino all’ultima curva dietro un atleta della Biesse Arvedi (Carlo Alberto Giordani, ndr) e quando è partito lui, sono partito anch’io. Oggi sentivo di avere la gamba giusta.
Come ti trovi nel team continental della Qhubeka?
E’ una formazione tranquilla, ci fa lavorare bene, siamo seguiti al 100 per cento in tutto. Li ringrazio perché se sono arrivato in forma a questo appuntamento, guadagnandomi la convocazione in nazionale, è merito anche loro.
Che effetto fa vincere con l’azzurro addosso?
E’ senz’altro una grande emozione. Ringrazio anche tutto lo staff azzurro, a cominciare dal cittì Marino Amadori.
A proposito, stessa domanda che avevamo fatto a Puppio, il passaggio al professionismo è da conquistare o è già fatto?
No, ce lo dobbiamo meritare gara dopo gara. Adesso sono in un buon periodo di forma e devo sfruttarlo. Speriamo bene.
Prossimi obiettivi?
Non ne ho uno preciso, voglio fare bene in tutte le corse cui partecipo. Ad esempio la vittoria di oggi ha un valore particolare anche perché l’organizzazione è da professionismo.
Ferri sta ritrovando lo spunto, ma nel finale la Petro Firenze ha pasticciatoFerri sta ritrovando finalmente lo spunto
Ferri cresce
Sconsolato in cerca di spiegazione e riscatto c’è Gregorio Ferri che, dopo un 2020 deludente, sta ritrovando il giusto colpo di pedale come due anni fa e finora gli manca solo la vittoria (per lui anche un secondo e un quarto posto in stagione). Prima di salire sul palco delle premiazioni prova ad analizzare la volata con Nencini, senza trovare forse una vera risposta. Cose che capitano ma che lasciano tanto rammarico.
Gregorio che finale è stato?
Eravamo stati compatti fino a 3 chilometri dall’arrivo, poi c’è stata una gran confusione in gruppo con spallate e ci siamo persi, non ci siamo più capiti bene. Mio fratello Edoardo ci ha tenuti davanti tanto, poi è toccato a Ferrari portarmi fino ai 500. A quel punto ho perso Nencini, non sapevo dov’era poi l’ho visto spuntare e partire ai 250 metri. Anche se un po’ chiuso, sono uscito e alla fine ho fatto terzo in rimonta.
Un gran caos insomma.
Sì, non ho ben capito cosa sia successo dietro di me, tant’è che dopo il traguardo un altro corridore è venuto a chiedermi spiegazioni sul mio spostamento a sinistra, ma io non me ne sono accorto. Anzi chiedo scusa a tutti se ho fatto una scorrettezza, mi dispiace ma non è da me farle. Speriamo che vadano meglio le prossime gare, saranno tutte rivincite.
Ci tenevi a fare bene visto che abiti non troppo distante da qua.
Esatto, abito a Calcara di Valsamoggia e volevo fare bene. Dobbiamo sfruttare al meglio queste gare per intenderci meglio. Abbiamo lo stimolo per rimediare il prima possibile a questo doppio piazzamento che brucia un po’, anche perché la gamba gira bene.