Sul futuro, Cassani abbottonato: ora pensiamo al mondiale

29.07.2021
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Dall’Olimpiade al mondiale, Davide Cassani guarda già al futuro. Al termine della cronometro maschile a cinque cerchi di ieri al Fuji Speedway che ha visto il nostro Filippo “Top” Ganna fermarsi a 1”74 dal podio, abbiamo intercettato il commissario tecnico azzurro prima del suo rientro in Italia (domani) per preparare gli altri appuntamenti della stagione.

Davide Cassani fa ora rotta su europei e mondiali, poi il Consiglio Generale ridiscuterà il futuro dei tecnici azzurri
Davide Cassani fa ora rotta su europei e mondiali, poi il Consiglio Generale ridiscuterà il futuro dei tecnici azzurri
Come hai visto Filippo dopo la crono?

In un percorso di 44 chilometri con 800 metri di dislivello ha fatto una super gara. Purtroppo, per meno di due secondi non ha preso una medaglia o per quattro l’argento. Poi, guardate anche Van Aert cosa ha fatto: i primi due sono corridori che vincono i Grandi Giri, più leggeri. Più di così Pippo non poteva fare.

Alla vigilia vi aspettavate questo riscontro?

E’ andato anche più forte del previsto. Al primo intertempo era in testa, poi sugli strappi duri ha pagato. I miei favoriti alla vigilia erano Van Aert, Roglic, Dumoulin ed Evenepoel insieme a Filippo.

Tornando alla prova su strada: cosa è mancato?

Sull’ultima salita, c’erano 12 corridori di 12 nazioni differenti e l’Italia era presente. Ci ha fermato un crampo, perché Alberto stava bene e si è visto anche come è andata ieri. Bettiol l’ho portato non per la tappa che ha vinto staccando Cavagna, ma per quando a Sestola è restato coi primi o quando a Sega di Ala ha resistito in salita per stare vicino al suo compagno di squadra

Dopo le Olimpiadi, Ganna verso i mondiali crono in Belgio? Il piano per l’immediato futuro dovrebbe essere questo
Dopo le Olimpiadi, Ganna verso i mondiali crono? Il piano per l’immediato futuro dovrebbe essere questo
Il riscatto a cronometro di Ganna arriverà già al mondiale?

Ci proviamo, perché il percorso sarà totalmente pianeggiante. Per tornare sul risultato di ieri, non parlerei di delusione, ma di rammarico, disdetta. Per 20 metri ha perso il bronzo, per 80 l’argento: gli vanno soltanto fatti i complimenti.

E per la gara in linea hai già un’idea?

Con diversi corridori abbiamo già fatto un programma di massima e per alcuni prevede la Vuelta.

Ci fai qualche azzurro che potrebbe essere protagonista nella corsa iridata?

Colbrelli, Trentin, ma anche Nizzolo e Bettiol possono dire la loro: è un percorso che si addice alle loro caratteristiche. Per fare un esempio, la Slovenia punterà su Mohoric.

«Bettiol è andato a Tokyo non per la tappa vinta al Giro – dice Cassani – ma soprattutto perché ha dato ha dato grandi segnali in salita»
«Bettiol a Tokyo non per la tappa vinta al Giro – dice Cassani – ma per i segnali in salita»
Che cosa ha rappresentato per te quest’Olimpiade?

Un’emozione straordinaria, soprattutto per uomini di sport come noi, che mi porterò sempre dentro.

Se diciamo Parigi 2024?

Sarà tutta un’altra cosa e Ganna avrà tre anni in più e da 25 a 28 anni c’è solo da guadagnarci.

Magari lo schiererai anche per la prova in linea?

Bisogna vedere quali sono le intenzioni del presidente (Cordiano Dagnoni è con i 5 azzurri della strada nella foto di apertura, ndr), perché mancano ancora 3 anni ai Giochi.

EDITORIALE / Siamo certi che l’avvicinamento sia stato giusto?

26.07.2021
4 min
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Siamo proprio sicuri che l’avvicinamento degli azzurri alle Olimpiadi sia stato il migliore possibile? Nella stessa sera della corsa Cassani è parso rassegnato davanti alla superiorità degli avversari. E all’osservazione se non sarebbe stato meglio suggerire ai nostri ragazzi la partecipazione al Tour de France, la sua risposta è stata trasparente: «Non posso essere io a suggerire ai team dove far correre i loro atleti». Sacrosanto, eppure paradossalmente la situazione avrebbe fornito l’occasione di lavorare diversamente. Facciamo un passo indietro.

Il podio di Tokyo 2020: da sinistra Van Aert, Carapaz e Pogacar, reduci da un Tour di altissimo livello
Il podio di Tokyo 2020: da sinistra Van Aert, Carapaz e Pogacar, reduci da un Tour di altissimo livello

Occasione mancata

Quando alle Olimpiadi correvano i dilettanti, che nell’anno olimpico non disputavano neppure il mondiale tanta era l’importanza dei Giochi, la federazione approntava un piano di avvicinamento e preparazione al limite del maniacale. Nulla doveva sfuggire al caso. Prima di Barcellona 1992, Giosuè Zenoni e Antonio Fusi misero in tavola un programma pazzesco che fruttò l’oro su strada di Casartelli e l’argento nella 100 Chilometri. Quando lo stesso Fusi, divenuto tecnico dei pro’, iniziò a preparare la trasferta di Sydney, toccò con mano l’estrema difficoltà del suo nuovo ruolo.

Il professionismo non rinuncia alla sua agenda, figurarsi se l’Uci rinuncerebbe mai a un mondiale ogni quattro anni. Eppure proprio questa volta, con il solo Nibali al Tour e gli altri in montagna, perché la Federazione non ha colto la palla al balzo, organizzando un ritiro con gli altri e gestendo il loro avvicinamento?

Ciccone si è visto un paio di volte in testa al gruppo, ma ha chiuso a 11’27”
Ciccone si è visto un paio di volte in testa al gruppo, ma ha chiuso a 11’27”

Niente mai per caso

In una chiarissima intervista con Laura Martinelli, è emerso chiaramente che l’avvicinamento ideale alle gare giapponesi, dati fuso orario e caldo, avrebbe richiesto di trasferirsi là due settimane prima. In questo quadro, una dettagliata strategia alimentare e di integrazione avrebbe permesso agli azzurri di adattarsi alla grande umidità e di non ritrovarsi, ad esempio, alle prese con i crampi. In una altrettanto chiara intervista con Malori a proposito di Van Aert, è emerso che sarebbe stato meglio andare a Tokyo 2-3 giorni prima, in modo da non avere il tempo di risentire di fuso e fattori ambientali: vado, corro e riparto. I nostri sono volati in Giappone una settimana prima della corsa e a quanto ci risulta, a parte le prelibatezze di Mirko Sut, non avevano una strategia alimentare per assorbire il cambio di ambiente. C’era da sperare che ad essa avessero pensato le loro squadre.

Moscon è arrivato a Tokyo con 6 giorni di corsa nell’ultimo mese e un ritiro sullo Stelvio
Moscon è arrivato a Tokyo con 6 giorni di corsa nell’ultimo mese e un ritiro sullo Stelvio

Il Tour e la Sardegna

I primi otto di Tokyo venivano dal Tour. Sono arrivati in Giappone quattro giorni prima della corsa avendo nelle gambe l’abitudine alla fatica sviluppata in Francia. I nostri che cosa hanno fatto?

Si sono allenati da sé fra Livigno e lo Stelvio. Poi hanno corso in Sardegna (in apertura, Bettiol e Caruso).

Bastano tre giorni di gara su percorsi da velocisti per essere all’altezza di coloro che escono dal Tour? Non sarebbe stato quantomeno necessario chiedere di avere tappe durissime, visto l’impegno che li attendeva?

Nibali ha attaccato con Evenepoel, poi ha chiuso a 11’27”. Perché non finire il Tour?
Nibali ha attaccato con Evenepoel, poi ha chiuso a 11’27”. Perché non finire il Tour?

Valgono più di così

Quando alle Olimpiadi andavano i dilettanti, gli organizzatori erano ben lieti di adattare i percorsi delle gare di preparazione per partecipare allo sforzo olimpico. Questa volta non è andata così. E priva di un piano di avvicinamento convincente e senza corse nelle gambe, l’Italia è andata a Tokyo come i nostri antenati sfidarono l’inverno russo con le scarpe di cartone. Le Olimpiadi avrebbero meritato una programmazione di profilo più alto. Quei cinque ragazzi valgono molto più di quel che hanno potuto dimostrare e non possono essere i programmi dei team a scandire la preparazione della nazionale per le Olimpiadi. Se solo fossero stati preparati al pari di coloro che li hanno piegati come fuscelli, a Tokyo ne avremmo viste delle belle.

Il momento chiave della nostra corsa? Il dannato crampo

24.07.2021
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Davide Cassani si è preso un paio d’ore per fare mente locale e quando risponde si capisce che ha già parlato con i corridori. Anche perché i corridori sono già partiti: stanotte dormiranno a Tokyo e domattina prenderanno il volo per l’Italia. Il cittì azzurro racconta e parte da Bettiol e il suo crampo

«Era arrabbiato nero – dice – ha finito che neppure era stanco. E’ arrivato a una curva, si è alzato per rilanciare e gli è arrivato addosso il crampo. Era il nostro uomo di punta. Lo avevamo visto andare forte, ma certo ci è mancata la resistenza mostrata dagli scalatori usciti dal Tour. Però ci siamo mossi bene. I ragazzi hanno cercato di portare Alberto davanti all’ultima salita. E sembra strano da dire, ma c’è stato davvero un momento chiave nella corsa, quel maledetto crampo. Sapevamo che su Mikuni Pass sarebbero rimasti in dieci e noi c’eravamo».

Pensi che nell’avvicinamento si potesse fare di più?

Che cosa? Non comando a casa degli altri, non stava a me chiedere di mandare questo o quel corridore al Tour.

Il caldo è stato così decisivo?

Soprattutto nelle prime due ore era asfissiante. Tanti sono saltati per quello. E alla fine sono arrivati gli scalatori, perché è stata una corsa dura, durissima.

Gli azzurri secondo Cassani hanno fatto quel che gli è stato chiesto
Gli azzurri secondo Cassani hanno fatto quel che gli è stato chiesto
Scalatori usciti dal Tour. Abbiamo già parlato della necessità di dare i nomi con largo anticipo: se non fosse stato così, avresti valutato Cattaneo e altri usciti bene dal Tour?

Ma ho dovuto dare i nomi prima del 5 luglio, poco da dire. Sono soddisfatto della squadra, hanno fatto tutto quello che gli ho chiesto e che avevamo concordato.

Può avervi penalizzato il fatto di essere arrivati solo quattro giorni prima? Quelli del Tour sono arrivati in extremis…

Mentre i fratelli Yates ed Evenepoel sono arrivati due settimane prima e anche loro non hanno tirato insieme granché.

Caruso ha fatto la sua parte, provando a lavorare per il team
Caruso ha fatto la sua parte, provando a lavorare per il team
Bettiol era davvero arrabbiato?

Era nero. Quando ti arriva un crampo del genere, non riesci neanche a spiegarti il perché. Se ha bevuto poco o altro. Si è ricordato e ci raccontava di aver avuto i crampi anche alla Strade Bianche, nell’anno in cui poi vinse il Fiandre.

Quello che è successo oggi può dare indicazioni per la crono?

Può insegnare che il caldo è un brutto cliente, ma per il resto c’è poco in comune. Ganna e Bettiol sono qua con me e per Pippo il problema è che non c’è un solo metro di pianura.

Gualdi Mondiali 1990

Gualdi, raccontaci: com’è sudare (e vincere) in Giappone?

20.07.2021
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Fra i tanti vincitori di titoli mondiali nel ciclismo italiano, Mirko Gualdi riveste un ruolo particolare, almeno in questi giorni, perché conquistò il suo titolo (allora fra i dilettanti) nel 1990 a Utsunomiya, nel lontano Giappone. Il Paese dove ormai tra un pugno di giorni ci si giocherà il titolo olimpico, ossia l’ingresso nella leggenda. Sono passati tanti anni e la vita di Gualdi, da quel giorno, è trascorsa attraverso mille peripezie, ma alcuni particolari di quella gara sono ben presenti nella memoria e possono essere anche un buon bagaglio di esperienze per Cassani & C.

Se gli si chiede che cosa ricorda inizialmente, il lombardo non ha dubbi: «Il caldo… gareggiammo fra i 35 e i 38 gradi con l’85 per cento di umidità. Ricordo soprattutto una ricognizione sulla salita più dura nei giorni precedenti. In cima mi tolsi la maglietta, la strizzai e colava acqua come tirata fuori dalla lavatrice senza centrifuga… ».

Come vi difendeste da quel caldo opprimente?

Borracce di acqua e sali come se piovesse, ma soprattutto è importante mentalizzarsi su quel che si troverà, avere ben presente che il clima costituirà un fattore come lo fu per noi.

Gualdi Caruso 1990
Gualdi in mezzo con il massaggiatore Glauco Stacchini e Roberto Caruso, secondo al traguardo nella gara dei dilettanti del 1990
Gualdi Caruso 1990
Gualdi in mezzo con il massaggiatore Glauco Stacchini e Roberto Caruso, secondo al traguardo nella gara dei dilettanti del 1990
Il fuso orario influì?

Non poco. Noi scegliemmo di partire per tempo, considerando gli studi che indicano un recupero di un’ora al giorno. Altri scelsero altre vie, gli olandesi ad esempio partirono due giorni prima per non cambiare il ciclo metabolico, col risultato di ritirarsi tutti… Servirebbero almeno 10 giorni per trovare il giusto assetto.

Com’era il percorso?

Molto duro. Non conosco quello dell’Olimpiade, ma so che non sarà tenero neanche quello. Noi lavorammo molto sul tracciato, Zenoni lo aveva studiato nei minimi particolari. In quell’occasione imparai che mettendo in correlazione preparazione e risultati si è premiati e so che Cassani, che era in gara a Utsunomiya fra i pro’, fa lo stesso.

L’ambiente?

Erano tempi diversi da oggi, dove con gli smartphone sei sempre collegato con il mondo e quindi con casa. Noi stavamo tutti insieme in hotel, l’unico diversivo era la telefonata serale, il difficile era stare soli in camera. Fu fondamentale l’apporto dello psicologo Sergio Rota.

Gualdi Bettini 1998
Gualdi insieme a Paolo Bettini al Giro d’Italia 1998. Nella sua carriera da pro’, Gualdi ha vinto 3 corse
Gualdi Bettini 1998
Gualdi insieme a Paolo Bettini al Giro d’Italia 1998. Nella sua carriera da pro’, Gualdi ha vinto 3 corse
Che cosa ricordi della gara?

Eravamo in 6, nella prima parte l’obiettivo era piazzare un paio di corridori in ogni fuga, altrimenti si sarebbe lavorato per la volata finale di Baldato. Si formò una fuga di 12 corridori con me e Roberto Caruso dentro. In salita rimanemmo in 4, sempre con Roberto insieme a me e successivamente provai ad andare via e vidi che ero rimasto solo. Mancavano 65 chilometri al traguardo: è stata la più lunga fuga vincente dei mondiali, solamente Soukhoroutchenkov aveva completato un’azione superiore ai Giochi di Mosca ’80.

La tua carriera professionistica è durata solo 7 anni, dal 1993 al 2000, con qualche guizzo ma tanta sfortuna. Che cosa accadde?

I primi 3 anni furono contraddistinti da una marea di guai fisici: una bronchite che non andava via, poi la frattura a una spalla, nel ’95 l’operazione alla schiena. La mia prima vera gara fu il Tour ’96, dove ottenni un 2° e un 3° posto parziali. Nel ’98 fui 3° ai tricolori a cronometro e feci una grande Vuelta, finendo 21°, ma vedendomi sfuggire la vittoria per ben tre volte a un chilometro dal traguardo. Nel 2000 fui 3° a Milano nella tappa finale del Giro, venti giorni dopo ebbi un’incidente che mi costò la piena mobilità di un polso e dovetti chiudere così. Quel problema non mi ha più permesso di guidare la bici, non posso tenere il manubrio.

Gualdi famiglia 2018
Ritiratosi nel 2000, Gualdi (qui con la famiglia) è oggi responsabile commerciale della Brinke
Gualdi famiglia 2018
Ritiratosi nel 2000, Gualdi (qui con la famiglia) è oggi responsabile commerciale della Brinke
Da allora che cosa ha fatto Mirco Gualdi?

Sono rimasto nel mondo della bici. Per molti anni ho lavorato alla Bianchi, ora però sono responsabile commerciale della Brinke, una start up nata 7 anni fa, con sede a Desenzano del Garda, un impiego che mi dà molta soddisfazione perché c’è sempre la voglia di crescere.

Da osservatore esterno che conosce a cosa gli azzurri andranno incontro, sei fiducioso?

Sì, per più motivi. Innanzitutto perché Cassani sa quello che fa e se ha scelto quei 5 uomini ha sicuramente in mente una tattica adatta. Poi perché penso anche che una grande corsa a tappe può darti una buona gamba, ma interpretare subito dopo una grande gara in linea non è la stessa cosa, i picchi di velocità e l’interpretazione cambiano. Il principio negli anni non è cambiato: se lavori sulla preparazione, sulla prestazione i risultati poi verranno.

Gli azzurri fanno valigia, la Settimana Italiana va avanti

17.07.2021
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Trarre il massimo vantaggio dalla competizione senza correre rischi inutili. In fondo era questo che voleva per i suoi azzurri Davide Cassani, accompagnato da Marco Villa, Mario Scirea e il resto dello staff, quando ha inserito la Settimana Ciclistica Italiana nel calendario di avvicinamento a Tokyo. E adesso che i quattro moschettieri azzurri (Gianni Moscon, Giulio Ciccone, Alberto Bettiol e Damiano Caruso, quest’ultimo in maglia Bahrain Victorious) hanno lasciato la Sardegna, può ben dirsi soddisfatto.

Nella volata della terza tappa vittoria di Ackermann a sinistra, ma Milan (in rosso) lo ha fatto soffrire
Nella volata della terza tappa vittoria di Ackermann a sinistra, ma Milan (in rosso) lo ha fatto soffrire

Treno Ganna

Certo, se Elia Viviani (poi 4°) avesse trovato il guizzo giusto sul rettilineo di via Diaz, sotto la scalinata di Bonaria a Cagliari, tutto sarebbe stato ancor più perfetto, ma certi sincronismi non sono semplici da trovare e Gianni Moscon e Filippo Ganna hanno fatto con grande scrupolo il loro lavoro di apripista

«E’ stato pilotato bene – ha detto Marco Villa a fine tappa, dopo averci parlato – Forse Filippo andava anche troppo forte e l’ha messo un po’ in difficoltà rispetto al suo solito ultimo uomo. Diciamo che è stato un ultimo uomo particolare. Ma sono contento per Elia, ha le gambe pesanti perché ha fatto tanto lavoro, ma si sta ritrovando».

Cassani soddisfatto

Elia resterà nell’Isola sino all’ultima tappa, come Jonathan Milan, che a dispetto dei propri vent’anni si è buttato nella mischia contestando sino all’ultimo centimetro a Pascal Ackermann una vittoria sancita soltanto dal fotofinish e per questione di centimetri. Gli stradisti designati per Tokyo, invece, hanno completato senza danni i loro tre giorni fatti di tante “trenate”, qualche variazione in salita e un bel fondo: «E’ quello che serviva per finalizzare il lavoro fatto in altura a Livigno», ha sintetizzato Cassani, soddisfatto. L’unico contrattempo (una caduta nel finale a 13 chilometri da Cagliari) ha coinvolto un azzurro non olimpico, lo sfortunato Fausto Masnada, arrivato con i pantaloncini strappati (a fine tappa è stato portato al Pronto Soccorso del Policlinico Universitario di Cagliari per le prime cure e in mattinata è rientrato a Milano con una diagnosi che parla di frattura non scomposta della vertebra S3 sacrum).

Ieri per Viviani un pilota d’eccezione e… troppo forte: Pippo Ganna
Ieri per Viviani un pilota d’eccezione e… troppo forte: Pippo Ganna

Buon umore Bettiol

In tre giorni sono arrivati buoni piazzamenti (il secondo posto di Bettiol a Sassari su tutti) ed è cresciuta la consapevolezza nei propri mezzi in vista della prova olimpica su un tracciato che presenta un grande dislivello. Certo, la nazionale di calcio ha alzato l’asticella vincendo l’Europeo e chi indossa la maglia azzurra deve dare il massimo: «La nostra maglia a Tokyo sarà bianca ma cercheremo di dare il massimo comunque – ha scherzato Bettiol, sintetizzando – posso dire di essere più soddisfatto al termine di queste tre giornate rispetto a quando sono arrivato».

Tanto azzurro

Tanto basta. Giulio Ciccone ha fatto il diavolo a quattro in salita, Gianni Moscon pure ed è stato prezioso nel finale a Sassari; lo stesso Bettiol ha cercato l’azione da finisseur a Oristano e Caruso è sempre stato nel vivo delle operazioni. Tutti hanno sfruttato ogni occasione per migliorare la condizione, per “lavorare”. 

«Sono soddisfatto, era un blocco di lavoro che serviva in vista di Tokyo – ha confermato Moscon – non siamo venuti qui per vincere, naturalmente se fosse arrivato il risultato tanto meglio, però abbiamo fatto un bel lavoro. Tutto secondo i piani: la corsa ha avuto l’utilità che doveva».

Moscon molto motivato, il lavoro sullo Stelvio sta dando ottimi frutti
Moscon molto motivato, il lavoro sullo Stelvio sta dando ottimi frutti

La Settimana prosegue

Il lavoro proseguirà in Giappone (assieme a Vincenzo Nibali): si cercherà rapidamente di neutralizzare gli effetti negativi del lungo viaggio e trovare l’adattamento fisico. In strada sono previste uscite attorno alle quattro ore. La Settimana Italiana va avanti con le ultime tappe, entrambe con partenza e arrivo a Cagliari, in pianura. Il leader Diego Ulissi difende un vantaggio di 6” su Sep Vanmarcke e Giovanni Aleotti.

Settimana Italiana, la corsa degli uomini in missione

16.07.2021
4 min
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Arrivato in vista della vetta, Simon Pellaud ha creduto di scorgere una donna vestita da sposa e la Madonna, ma non erano allucinazioni dopo il grande sforzo fatto per tenere le ruote dei migliori. La sposa faceva parte del suo fan club, arrivato da Martigny (Svizzera) sino in Sardegna per sostenerlo e piazzato proprio alla Madonnina, la lunga salita che sale da Cuglieri e che da queste parti è più celebre per la classica automobilistica in salita.

La missione di Pellaud

Pellaud è un uomo in missione. La sua dimensione è l’attacco da lontano e così è stato sin dall’avvio della Settimana Ciclistica Italiana. D’altra parte, dopo aver vinto il premio per il maggior numero di chilometri in fuga al Giro d’Italia, lui si sente quasi investito di un incarico.

Pellaud, dalle fughe del Giro ai Gpm della Sardegna
Pellaud, dalle fughe del Giro ai Gpm della Sardegna

«In realtà la maglia di leader del Gpm (in apertura, con lo sponsor scritto a mano, ndr) mi piace e quindi sono andato all’attacco anche oggi. Ci hanno ripreso sulla salita lunga (11 chilometri al 5,1 per cento, ndr) e ne ho fatto metà assieme al gruppo, ma alla fine sono riuscito anche a sprintare e prendere il secondo posto», ha detto quasi giustificandosi dopo l’arrivo a Oristano, che lo ha visto chiudere il gruppo dei 56 migliori, con lo stesso tempo del vincitore Pascal Ackermann, primo su Barnabas Peak e Sep Vanmarcke.

La missione di Ackermann

Il tedesco è un altro uomo in missione. La Sardegna, come la settimana scorsa la Romania, sono un ripiego per lui. Doveva essere al Tour de France (per contratto, sostiene lui) e quanto sarebbe servito in volata alla Bora-Hansghrohe che nel frattempo ha pure perso Peter Sagan

Ackermann vince la seconda tappa e si toglie un sassolino
Ackermann vince la seconda tappa e si toglie un sassolino

Invece il team lo ha escluso e lui ha risposto con due vittorie al Sibiu Tour e una (per ora, ma è difficile che resti l’unica) alla Settimana Italiana: «Anche se non avevo vittorie, mi ero preparato bene e credo che meritassi di essere in Francia. Oggi era una giornata dura, c’era una salita lunga, ma la squadra credeva in me e io stesso ci credevo. Ho dovuto inseguire da solo dopo la salita e sono davvero felice. So ci sono altre occasioni, ma non significa che sarà più facile perché tutti mi controllano».

La missione di Ulissi

Intanto ha dato una bella dimostrazione e altrettanto sta facendo Diego Ulissi (ieri 7° in volata), che ha indossato ancora la maglia color del mare di leader della classifica, ma che avrebbe preferito un altro azzurro. Però la convocazione di Davide Cassani per Tokyo non è arrivata e a lui non resta che battagliare con Bettiol (anche a Oristano attivissimo perfino negli ultimi chilometri prima dello sprint), Ciccone, Moscon e Caruso e provare a difendere la maglia.

Con l’annunciato ritiro del vincitore del Fiandre 2019 e degli altri azzurri della strada (la partenza per il Giappone è domani), i suoi rivali diretti per la classifica sono il “vecchio” Sep Vanmarcke e l’emergente Giovanni Aleotti (entrambi a 6”), ma più ci si avvicina a Cagliari, sede degli ultimi tre arrivi, più il terreno diventa favorevole ai velocisti puri e la missione di Ulissi meno complicata: «Non è più facile, ma guardo giorno per giorno e la voglio portare a casa», ha detto, festeggiando all’ombra della statua di Eleonora d’Arborea il 32° compleanno.

Ulissi ora vuole portare la maglia di leader a casa
Ulissi ora vuole portare la maglia di leader a casa

Missione Tokyo

Oggi, dopo la Oristano-Cagliari, con passaggio a Villacidro, casa del grande assente Fabio Aru, lasceranno gli altri quattro “uomini in missione”: Davide Cassani ha messo alla frusta i suoi quattro moschettieri olimpici (D’Artagnan-Nibali si unirà a loro domani a Roma), allungando la Sassari-Oristano ben oltre i 185 chilometri del percorso. Per Bettiol, Moscon, Ciccone e Caruso, altre due ore per l’ultima “distanza” italiana prima del trasferimento a Tokyo.

Cimolai, la svolta del Giro e il finale azzurro

09.07.2021
3 min
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Il Giro d’Italia ha dato la svolta e aperto le porte. I dubbi che dopo il 2020 erano stati dello stesso Cimolai, sono stati spazzati via dagli ottimi piazzamenti ottenuti nella corsa rosa e così adesso il velocista friulano, che nel frattempo è diventato papà della piccola Mia, si accinge a inaugurare un altro capitolo della sua carriera. Seduti a un tavolo, al riparo di un ombrellone mentre Livigno cerca refrigerio in poche gocce di pioggia, il discorso prende il largo.

Svolta al Giro

Due secondi posti (a Canale e Termoli), un terzo (a Foligno) e un quarto (a Verona), uniti al secondo posto nella classifica a punti hanno richiamato su di lui l’attenzione di qualche squadra, ragione per cui il suo manager Manuel Quinziato, di cui Davide è stato uno dei primi atleti, si è messo al lavoro per vagliare tutte le offerte.

Per Viviani

Ma la sua stagione, si diceva, non è stata soltanto il Giro d’Italia. La partecipazione alla Adriatica Ionica Race come supporto per Viviani ha dato un’altra svolta e fatto aumentare il credito e la considerazione di Davide Cassani nei suoi confronti. Ragione per cui, gli europei e i mondiali che si annunciano fra agosto e settembre potrebbero davvero essere i suoi prossimi obiettivi.

«Gli ho chiesto se voleva venire alla Adriatica Ionica – ricorda Cassani – perché avevamo bisogno di lui per aiutare Elia. E ha detto: va bene, vengo! Cimo è un grande uomo squadra. Basta vedere quello che ha fatto quando Trentin ha vinto l’europeo ed essendo ancora senza squadra avrebbe potuto pensare di più a se stesso. Basta guardare come si è comportato tutte le volte che è venuto in nazionale. Anche l’anno scorso è stato determinante e anche grazie a lui abbiamo vinto l’europeo con Nizzolo. E’ un uomo squadra, si fa trovare pronto. E i percorsi di europei e mondiali sono in effetti molto adatti a lui».

Nel 2018 tira la volata a Trentin che diventa campione europeo
Nel 2018 tira la volata a Trentin che diventa campione europeo

Verso la Vuelta

Davide non fa mistero di puntarci. E se da un lato non si sbottona sulle squadre che si sono interessate a lui, dall’altro torna sugli obiettivi che si era proposto a inizio anno.

«Dopo un 2020 opaco – ammette – mi era venuto qualche dubbio se non fosse il caso di convertirmi definitivamente al ruolo di gregario. Poi il Giro e quei piazzamenti, visto il livello degli avversari, sono stati una bella iniezione di fiducia e la svolta che cercavo. Ero partito per vincere una tappa al Giro e una alla Vuelta. Al Giro è sfuggita di un soffio, riproverò alla Vuelta. E poi europeo e mondiali».

Oggi a casa

Stamattina “Cimo” ha lasciato Livigno e ha fatto ritorno a casa, con Alessia e la piccola Mia, nata subito dopo il Giro d’Italia. La vita è cambiata in meglio. E il sorriso che ha quando parla di sua figlia è qualcosa che raramente gli avevamo visto prima. La stagione sta per riaccendersi. Alla Vuelta faremo tutti il tifo per lui.

Cassani, cinque nomi: le ragioni delle scelte

01.07.2021
5 min
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Davide Cassani l’idea dei nomi da dare se l’era fatta al Giro d’Italia. E se un nodo restava da sciogliere era legato al nome di Vincenzo Nibali. Ma sono state le parole del siciliano, le sue sensazioni e le prestazioni in crescendo fra il campionato italiano e le prime tappe del Tour a spazzare via gli ultimi dubbi. A quel punto, pur potendo aspettare fino al 5 luglio, Cassani ha preferito dare un nome alle sue scelte, per consentire agli atleti di lavorare nel modo giusto. Spazzando via l’ultima incertezza e impostando al meglio i 30 giorni che li dividevano dalla gara olimpica.

Nibali si è conquistato il posto soffrendo al Giro e costruendo la condizione per le settimane successive
Nibali si è conquistato il posto soffrendo al Giro e costruendo la condizione per le settimane successive
Ma non è stato facile, giusto?

Alla fine certe scelte sono da mal di testa, trovarne cinque è sempre complicato, perché si tratta di lasciare a casa qualcuno che poteva meritare. I cinque hanno dimostrato di stare bene e a Nibali ho lasciato la porta aperta. Ha dimostrato di volerlo a tutti i costi, si è impegnato come non mai. E alla fine mi sono basato sulla fiducia nel corridore e la sensazione che sarà una presenza utile. Mi dispiace invece per Ulissi, Formolo, Masnada e Cattaneo, ma ripeto cinque sono proprio pochi.

Perché a un certo punto è venuta fuori un’intervista in cui sembrava avresti lasciato a casa Vincenzo?

Lo vorrei sapere anche io da dove è venuta fuori. Mi sembra di sognare. Ho detto che Nibali va a Tokyo, se se lo merita. Anche a lui ho sempre detto così, sapendo che mancava un mese ancora. Non ho capito il perché di quell’intervista, ma sono sereno. E lo conferma il fatto che anche Vincenzo non ha detto nulla.

Caruso c’era già a Rio 2016, ma dopo il suo Giro straordinario ha strappato il biglietto per il Giappone
Caruso c’era già a Rio 2016, ma dopo il suo Giro straordinario ha strappato il biglietto per il Giappone
Perché Nibali a Tokyo?

Non voglio portare non un cognome o un corridore per riconoscenza, ma perché sarà utile alla causa azzurra. Gli ho detto che era normale non andare forte al Giro dopo quelle due cadute. E se anche non sarà lì per vincere, avrà la possibilità di parlare e di dare le sue indicazioni. Credo di aver messo insieme una squadra che funziona. Mi sarebbe piaciuto aspettare di più, ma ho preferito dare prima i nomi per quello che dicevamo prima. Per dargli il tempo di prepararsi sereni.

Immagini mai il film della corsa?

Tutti i giorni e ogni giorno penso a come gestire le varie situazioni. Abbiamo una squadra diversa da quella di Rio, dove c’era un solo capitano e anche per questo ho fatto le mie scelte. Ora dovremo decidere come correre. Gli avversari arriveranno dal Tour e non solo. I colombiani saranno forti, i belgi, gli sloveni, gli spagnoli. Se a Rio eravamo tra i favoriti, a Tokyo non lo saremo. Per cui dovremo essere anche capace di interpretare le situazioni con ragazzi che a modo loro potranno essere risolutivi.

Voleva una tappa al Giro e Bettiol ha così lanciato un segnale a Cassani: Bettiol fra le prime scelte
Voleva una tappa al Giro e Bettiol ha così lanciato un segnale a Cassani: Bettiol fra le prime scelte
Credi che la ruggine fra Nibali e Ciccone sia superata?

Non ne ho dubbi. Sono due ragazzi intelligenti e quando si indossa la maglia azzurra, le difficoltà si spianano tutte.

Moscon ha fatto un bel Giro, ma di base ha lavorato…

Gianni sa fare tutto. Sa aiutare, è veloce e con la maglia azzurra si è sempre superato. Ho sempre avuto tanta fiducia in lui e so che si sta preparando benissimo. Sta crescendo, è cresciuto. A Lugano non aveva gli avversari del Tour, ma ha vinto. Abbiamo un rapporto particolare di fiducia reciproca e sono sicuro che a Tokyo avrò il Moscon vecchia maniera.

Moscon è uno di quelli su cui il cittì conta: «Lo conosco bene»
Moscon è uno di quelli su cui il cittì conta: «Lo conosco bene»
Quando si parte?

Il 17 luglio. Saremo fuori Tokyo, speriamo che le misure restrittive siano un po’ meno estreme. Decideremo i percorsi di allenamento il giorno prima, li comunicheremo e potremo andare. Ma del resto non staremo là tanto tempo. Arriveremo, faremo due allenamenti sul percorso e poi sarà tempo di correre. Piuttosto, siete ancora a Livigno?

Ciccone ha mostrato al Giro una grande condizione. E’ veloce e scaltro: un’arma importante
Ciccone ha mostrato al Giro una grande condizione. E’ veloce e scaltro: un’arma importante
Sì Davide, che bel fresco…

Allora ho da chiedervi una cosa: ieri ha piovuto?

Al mattino c’era il sole, ma verso l’ora di pranzo è venuto giù il mondo. Perché?

Allora ho capito. Ho sentito Ciccone e alle sei e mezza era ancora in bici. Doveva fare sei ore ed è uscito quando ha smesso di piovere. Sono in contatto con tutti. Speriamo per Vincenzo che al Tour si diano una calmata. E poi sono convinto che andremo a fare un bel lavoro.

Bettini e i Giochi: Nibali lo porterei, Alaphilippe sbaglia di grosso

22.06.2021
6 min
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Paolo Bettini è nel pieno della sua stagione di testimonial, tra la Sportful Dolomiti Race cui ha preso parte lo scorso weekend e la Maratona dles Dolomites che bussa alle porte. Parallelamente anche la stagione dei professionisti si avvia verso il momento più caldo, con il Tour de France che lancerà le Olimpiadi. E proprio per questo, tornando alla scelta di Alaphilippe di mettere da parte di Giochi in favore della sfida francese, siamo andati a scovarlo nel suo buen retiro toscano, con una serie di domande perfette per il toscano che è stato campione del mondo e campione olimpico e che poi ha guidato la nazionale italiana alla sfida di Londra 2012. Si parte dal commento di Argentin, raccolto nei giorni scorsi, per cui Alaphilippe farebbe bene a non andare alle Olimpiadi e puntare tutto sulla maglia gialla.

Lefevere può aver avuto la sua parte nella scelta di Alaphilippe
Lefevere può aver avuto la sua parte nella scelta di Alaphilippe

«Rispetto ad Argentin – comincia Bettini – io ho fatto le Olimpiadi e fossi Alaphilippe farei il Tour in funzione di Tokyo. Al Tour, se va bene fa quinto. A Tokyo, se va bene vince, oppure va sul podio e sempre di medaglie olimpiche parliamo. Le Olimpiadi non sono ciclismo, sono sport. Mi diverto ancora ad andare in giro con la mia medaglia, perché ti tira fuori dal solito mondo. Le relazioni che ci legano, con i vari Iuri Chechi, Aldo Montano, Antonio Rossi, Valentina Vezzali sono particolari. Ci vediamo poco, ma quando succede siamo come fratelli».

Questo è il messaggio che sembrava essersi affermato dopo la tua vittoria, forse però il Covid ha accentuato le esigenze degli sponsor…

Infatti il problema potrebbe essere proprio questo. Alaphilippe è ancora con Lefevere ed è comprensibile soprattutto in questo periodo che gli sponsor si facciano sentire. Ma nonostante questo, il fatto che lui punti al Tour è un azzardo. Vogliamo fare l’elenco di quelli che vivono per il Tour e che possono fare meglio di lui? Al contrario, sempre valutando bene il percorso, Tokyo si addice alla perfezione a un corridore come lui, più che a un Bettini…

Sul podio dei Giochi di Atene 2004 con Paulinho e Merckx, anche Bettini correva con la Quick Step
Sul podio dei Giochi di Atene 2004 con Paulinho e Merckx, anche Bettini correva con la Quick Step
Sicuro?

Se punta al Tour, vuol dire che sulle salite dure si sente forte. E se arriva in volata in una corsa come quella, a poterlo battere ne vedo pochi. Forse Pogacar, già su Roglic avrei delle riserve. La Liegi 2020 gliel’ha regalata lui alzando le braccia 20 metri prima della riga, credendo di essere da solo. Ce l’ha un po’ come abitudine, ma non è detto che ci ricadrebbe.

Non è strano è che Voeckler, cittì francese, non abbia detto nulla?

Bisogna vedere quanto sia importante il ciclismo ai Giochi per il comitato olimpico francese. Certo che se poi Alaphilippe al Tour dovesse fare flop, non ne uscirebbe benissimo. Voeckler magari se lo deve tenere buono per i mondiali, ma la sensazione è che il ciclismo non abbia colto appieno la portata delle Olimpiadi. Paulinho è un ciclista, ma sull’argento di Atene ci si è costruito la carriera.

Da Alaphilippe che rinuncia, si passa alla querelle su Nibali: come la vedi?

La verità bisogna conoscerla, sanno Vincenzo e Cassani che cosa si sono detti (i due sono insieme nella foto di apertura al Tour che lanciava i Giochi di Ri 2016, ndr). Le convocazioni olimpiche non hanno gli stessi meccanismi di un mondiale. Ci sono tempistiche diverse e i tecnici devono consegnare al Coni relazioni sugli atleti convocati e quelli esclusi. E’ un percorso lungo, tanto che quando prima di Londra esplose Moser, vincendo il Giro di Polonia, e tutti lo volevano alle Olimpiadi, non potei inserirlo un po’ perché non rientrava nel mio progetto e un po’ perché non faceva parte della lista dei Probabili Olimpici.

Relazioni sugli esclusi, come mai?

Sì, perché l’atleta può fare ricorso, per cui se lasci a casa qualcuno, devi motivarlo. Non è come negli altri sport, in cui la convocazione è personale.

Alaphilippe_Roglic_Hirschi_Liegi2020
Roglic infila Alaphilippe alla Liegi del 2020, ma il francese ha alzato le braccia troppo presto
Alaphilippe_Roglic_Hirschi_Liegi2020
Roglic infila Alaphilippe alla Liegi del 2020, ma il francese ha alzato le braccia troppo presto
Tu Nibali lo porteresti?

Lo metterei dentro a prescindere e poi mi prenderei tutto il tempo per valutare. Vincenzo ha fatto Pechino, Londra e Rio. Uno che ha fatto tre Olimpiadi ha un’esperienza rara. A Pechino era al debutto, fu convocato per fare la corsa dura ed eravamo ancora dentro la città quando attaccò sul primo cavalcavia e rimase fuori tutto il giorno. Ai Giochi di Londra lo portai per aiutare. Disse: «Per la maglia azzurra faccio qualsiasi cosa». Il percorso era quello che era e la federazione voleva dimostrare che si poteva puntare sulla multidisciplina e che Viviani poteva fare pista e strada, altrimenti si sarebbe potuto mettere dentro Moser e fare corsa dura con Vincenzo. Ma ci sono piani e impegni e andò così. E poi a Rio ha quasi vinto. Uno così è un riferimento tutta la vita, anche solo per le cose che potrebbe raccontare alla vigilia

Può essere un elemento di disturbo nei piani del tecnico?

A due settimane dai mondiali di Zolder mi capitò di battere in volata Cipollini. Si rischiava di rompere l’equilibrio, per cui Franco (Ballerini, ndr) venne a chiedermi se mi sarei messo di traverso, ma lo rassicurai dicendogli che sarei stato ai patti. Il corridore che dà la parola fa così. La stessa cosa poteva succedere proprio con Nibali a Geelong, il mio primo mondiale da tecnico…

Nibali debuttante a Pechino fece anche la crono
Nibali debuttante a Pechino fece anche la crono
Perché?

Stava vincendo la Vuelta. Avevo paura che avrebbe avuto un calo di tensione e che il viaggio intercontinentale lo avrebbe spompato, In più c’era da allenarsi in Australia per parecchio tempo prima della corsa. E così gli chiesi se non fosse meglio restare in Italia a godersi la Vuelta. Sapete cosa mi rispose: «Non preoccuparti di me, faccio quello che serve. La maglia azzurra è troppo importante». Per portarlo rimase fuori Bennati, che non la prese bene, ma questo è il ruolo del tecnico.

Martini diceva che il momento peggiore era comunicare le esclusioni.

E’ vero ed è il motivo per cui è fondamentale parlare tanto con gli atleti. Loro magari la interpretano come una cosa personale, poi però si rendono conto che ogni parola forma il piano della nazionale. L’ambizione dei singoli c’è e va mantenuta, ma devi far capire gradualmente che si va per un obiettivo superiore. Se poi capita l’occasione…

L’ottimo rapporto con Ballerini, portò a Paolo i Giochi del 2004 e 2 mondiali (2007-2007)
L’ottimo rapporto con Ballerini, portò a Paolo i Giochi del 2004 e 2 mondiali (2007-2007)
Porta socchiusa?

Il difensore della squadra di calcio sa che se ferma l’attaccante avversario e lancia la sua punta che fa goal, alla fine ha vinto anche lui. Nel ciclismo puoi tirare per tutto il giorno senza che nessuno ti veda e alla fine magari vincer Bettini. E c’è una bella differenza, sia psicologicamente sia materialmente.

Tu Nibali lo porteresti comunque…

Per quanto possa andare piano, ti fa 180 chilometri bene, per questo è una garanzia. Mentre non può essere portabandiera, come ha suggerito Cipollini, perché per farlo devi aver vinto una medaglia. Perciò, orgogliosi di Viviani e fieri di avere un riferimento come Nibali.