Forti in salita, forti a crono? Slongo convinto a metà

31.10.2022
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«Chi va forte in salita, va forte anche a crono», parole di Ivan Basso che a sua volta le aveva riprese da Bjarne Riis. Alcuni giorni fa avevamo avuto il piacere di fare qualche pedalata al fianco di Davide Piganzoli. E ci aveva colpito che un atleta così longilineo potesse andare tanto bene anche nelle cronometro.

Oggi i giovani sembrano tutti andare forte in entrambi i terreni: Evenepoel, Pogacar, Vingegaard, Almeida, Ayuso, Vlasov (nella foto di apertura), Carlos Rodriguez… Però quanti di questi sono scalatori puri? Eppure “Piga”, che il prossimo anno passerà alla professional della Eolo-Kometa, sembra essere parecchio scalatore, ciò nonostante è campione nazionale a crono U23.

Paolo Slongo è stato uno dei preparatori che in carriera ha seguito Basso, ma soprattutto ha gestito diversi scalatori chiamati ad andare forte contro il tempo. A lui abbiamo posto alcune domande su questo tema, per capire se poi è effettivamente così e perché. 

Paolo Slongo è oggi uno dei tecnici della Trek-Segafredo ma in passato ha avuto anche Nibali e Basso
Paolo Slongo è oggi uno dei tecnici della Trek-Segafredo ma in passato ha avuto anche Nibali e Basso
Paolo, “chi va forte in salita, va forte anche a crono”: è così dunque? Come si fa? 

Mi ricordo gli anni in Liquigas e Ivan già all’epoca diceva questa cosa. Però non è che sia proprio una regola fissa. Di base non è sbagliato: lui e Riis sostengono che se tu riesci a fare un certo sforzo, di 30′-40′ in salita, dovresti essere in grado di replicarlo a crono. Ma dove sta la differenza? A crono devi avere un atteggiamento diverso e una certa predisposizione.

Vai avanti…

A crono sei da solo. Magari quando sei in salita ci sono gli avversari e hai stimoli diversi. E poi devi avere la predisposizione vera e propria per la crono. Ti deve piacere e devi dare il 100% da solo: non tutti ci riescono. Chi riesce a sviluppare più watt ed è più leggero è avvantaggiato in salita. Ma il discorso del peso s’inverte in pianura per il cronoman. Diciamo però che i due mondi, scalatore e cronoman, si possono incontrare.

Davide Piganzoli in azione al tricolore crono U23, da lui vinto. Poi ha ottenuto ottime prestazioni anche in salita, come all’Avenir
Davide Piganzoli in azione al tricolore crono U23, da lui vinto. Poi ha ottenuto ottime prestazioni anche in salita, come all’Avenir
Come?

Con lo studio aerodinamico, con lo sviluppo dei materiali e della posizione. L’atleta più piccolo (in teoria lo scalatore, ndr) ha meno impatto con l’aria e può trasformarlo in un punto a suo vantaggio.

Il concetto di Evenepoel…

Esatto. Ti puoi avvicinare ad uno specialista da questa via.

Ma in una crono piatta non c’è la gravità che va incontro allo scalatore. Non è il rapporto potenza/peso, ma solo la potenza a incidere. Contano principalmente i watt…

La potenza non cambia: è quella. Torno a parlare della predisposizione del soggetto. Uno mingherlino può insistere molto sull’aerodinamica. E sui materiali, a partire dal body, dal casco.. altrimenti non ci sono vie di scampo. Il Ganna di turno lo batterà sempre. Uno di 80 chili è sempre avvantaggiato.

Stando alle misure antropometriche Mas dovrebbe essere il cronoman e Remco lo scalatore. Invece è il contrario
Stando alle misure antropometriche Mas dovrebbe essere il cronoman e Remco lo scalatore. Invece è il contrario
Come faccio a trasmettere quella forza che ho in salita, in quanto scalatore, in pianura?

E’ impossibile. Posso avvicinarmi con tutte le cose che ho detto, ma uno scalatore non può competere con uno specialista della crono.

E per migliorare, lo scalatore oltre ai materiali, deve insistere sull’agilità, oppure deve lavorare di più sulla forza e i rapporti più lunghi? 

E’ complicato. Bisogna trovare un equilibrio tra la sua prestazione e l’aerodinamica. Molti atleti non riescono a sviluppare a crono gli stessi watt che hanno sulla bici da strada proprio per la posizione estrema. Ma se fai un calcolo di “costi/ricavi” tra potenza e aerodinamica, meglio fare meno watt ed essere più aero. E’ la bellezza e al tempo stesso il dubbio delle crono. 

E invece allungare le pedivelle aiuta lo scalatore?

Dipende. Sia nel caso Basso che Nibali avevano 172,5 millimetri su strada e 175 a crono. Si cerca di sfruttare ogni cosa chiaramente. Con la leva più lunga si esprime più forza. E anche la posizione della sella più avanzata (che spesso veniva tagliata) aiuta… Ma anche in questo caso va fatta un’analisi. Se il corridore punta a una classifica generale, per fare certe scelte sulle posizioni estreme bisogna stare attenti. Perché se opti per una troppo forzata rischi che il giorno dopo gli possa creare dei problemi muscolari. E se è previsto un tappone dolomitico? Devi trovare il giusto mix. Magari perdi 10” ma il mattino dopo ti alzi senza mal di gambe. Sono test che si fanno di anno in anno.

Quintana è forse l’esempio migliore di scalatore puro che va bene a crono. Merito anche di femori lunghi per la sua statura?
Quintana è forse l’esempio migliore di scalatore puro che va bene a crono. Merito anche di femori lunghi per la sua statura?
Abbiamo spesso detto che ormai lo scalatore puro è in via di estinzione. Ma ne ricordi qualcuno che negli ultimi anni si sia difeso davvero bene a crono? 

Quintana, ma se andiamo più indietro, anche Pantani fece delle belle crono. Poi io credo che quando hai la forma fisica, magari indossi anche la maglia di leader, il rendimento aumenta.

A parità di statura incide la lunghezza del femore? Chi ce l’ha più lungo è avvantaggiato?

In teoria sì, poi però c’è la pratica. Se guardo i calcoli meccanici, le leve di forza, è così. Ma poi può succedere il contrario perché non è predisposto, anche mentalmente, per la crono. Guardiamo Dumoulin ed Evenepoel: i due hanno di certo un femore diverso ma chi va più forte? La matematica è una cosa, la bellezza del ciclismo è un’altra.

Ripensando alle parole di Slongo, che insiste molto sulla predisposizione anche mentale alla crono, e sulla posizione, è giusto allora che la nuova generazione cresca lavorando sin da subito su questa specialità. Dalle uscite settimanali in allenamento, ai test in galleria del vento. E forse questo spiega perché scalatori come Piganzoli, Ayuso o Pogacar vadano forte anche contro il tempo: non è (solo) questione di misure antropometriche.

Il giorno di Felline: tifosi, ricordi, previsioni e la pista

30.10.2022
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Una domenica in sella con Fabio Felline. Grande festa e sole splendente ad Almese, in provincia di Torino, per il ritorno della pedalata con il trentaduenne dell’Astana Qazaqstan Team, al quale hanno partecipato anche Umberto Marengo della Drone Hopper-Androni e il campione italiano paralimpico di ciclocross 2022 Fabrizio Topatigh. A margine della IX Fellinata, i cui proventi sono stati donati in beneficienza alla Fondazione Scarponi e alla Fondazione 160cm per la ricerca sulla sclerosi multipla, abbiamo chiacchierato a tutto tondo con Fabio.

La Fellinata è tornata oggi dopo due anni di stop per la pandemia (foto Umberto Zollo)
La Fellinata è tornata oggi dopo due anni di stop per la pandemia (foto Umberto Zollo)
Che effetto fa riabbracciare gli appassionati delle due ruote dopo due anni di pandemia?

Devo ringraziare l’Associazione Sul Tornante, perché senza il loro supporto sarebbe stato impossibile fare la Fellinata: hanno fatto un bellissimo lavoro.

Dalla strada alla pista, perché il 12 e il 20 novembre ti vedremo fare da cicerone al Motovelodromo Fausto Coppi: com’è nata l’idea?

Vorrei evitare quello che è successo a me: quando sono passato pro’, non avevo un riferimento, ero l’unico piemontese. Se a quell’età avessi avuto un altro Felline che usciva con me e mi diceva cosa stavo sbagliando, magari avrei avuto una spinta in più. Non voglio essere un maestro, ma voglio essere avvicinabile e aiutare qualche ragazzino volenteroso che da grande vuol fare il ciclista. Quanti non hanno mai girato in pista? Il velodromo può essere una bella alternativa per tanti allenamenti in autunno ed è un’esperienza da provare.

Felline, il figlio Edoardo e la compagna Nicoletta nel Motovelodromo di Torino, dove girerà il 12 e il 20 novembre con chi vorrà provare
Felline, il figlio Edoardo e la compagna Nicoletta nel Motovelodromo di Torino, dove girerà il 12 e il 20 novembre con chi vorrà provare
Il tuo supporter più scatenato è il piccolo Edoardo: com’è fare il papà-ciclista?

E’ bello, ma se lo vuoi far bene diventa tutto più impegnativo. In vita mia non ho mai fatto un riposino, ma ora quando lo fa lui, mi metto giù anch’io a volte. Sono cambiati totalmente i ritmi e a volte mi stupisco di me stesso, perché prima mi lamentavo, mentre adesso mi sembra di avere molte più energie per fare più cose.

Il gadget che ha rubato il cuore dei partecipanti è stata la borraccia con il pappagallo Frankie, nel nome di Michele Scarponi: ci spieghi questa scelta?

Io e Michele siamo sempre stati avversari, ma il suo modo di essere, la sua voglia di attaccar bottone e i suoi sorrisi mi hanno conquistato. C’era un rapporto di stima e rispetto tra noi e, quando è mancato, è venuta a mancare una figura simbolo. Non solo per me, ma parlo per tutto il gruppo. Mi fa molto piacere che sia venuto a pedalare con noi suo fratello Marco, che ha molto a cuore il tema della sicurezza stradale per noi ciclisti.

Felline sul palco con Marco Scarponi e Umberto Marengo. A sinistra, il nostro Alberto Dolfin (foto Umberto Zollo)
Felline sul palco con Marco Scarponi e Umberto Marengo (foto Umberto Zollo)
Quant’è cambiato il ciclismo rispetto a quando sei passato pro’?

Le dirigenze odierne hanno capito che il ferro bisogna batterlo finché è caldo, come si fa in altri sport. Non so se sia giusto o sbagliato, ma penso a quanto poco mi allenavo, a quanto tanto andavo forte da ragazzino e tutto il tempo che ho buttato via.

Ce lo spieghi meglio?

Quando sono passato pro’, sembrava un reato che l’avessi fatto troppo giovane e avevo persino ricevuto una multa dalla Federazione italiana. Oggi c’è l’esaltazione per i giovani fenomeni, mentre i veterani vengono accantonati fin troppo in fretta. E’ una contraddizione, perché i vecchi di oggi erano quei corridori a cui si chiedeva di aspettare per maturare con calma. Se hai vent’anni e vai forte, ti fanno anche provare a vincere il Tour: guardiamo cosa è successo con Pogacar: una volta si sarebbe temuto di bruciarlo.

C’è una controindicazione?

Non sappiamo se i giovani campioni resteranno meno sulla cresta dell’onda, ma penso che non ci saranno più corridori come Valverde o Nibali che vincono per così tante stagioni. Se a 20 anni fai 6,5 watt per chilo, fai la vita da super-atleta, è inevitabile che tu non possa farlo per più di un decennio.

Hai qualche rimpianto sulla tua carriera?

Da giovane mi veniva tutto facile. Mi fa effetto pensare che il misuratore di potenza l’ho preso dopo 3 o 4 anni che ero pro’, quando avevo 23 anni mi dicevano che era presto per tutto, mentre io magari mi sentivo nel giusto. Non si può sapere, certo avessi avuto meno sfiga, con la toxoplasmosi a 27 anni, che mi ha fatto perdere un anno e mezzo nel periodo in cui il ciclismo stava cambiando di più. Mi sono ritrovato a ripartire con la sensazione di aver perso il treno e dopo è arrivata anche la pandemia. Poi, se guardo i numeri, vado più forte del 2016, ma è cambiato il modo di correre e anche le mie prospettive, così ho scelto di provare a diventare un uomo-squadra e un gran lavoratore piuttosto che provare a fare il campioncino, perché dopo i 30 anni non hai più la seconda chance. Anche se il mestiere di gregario è difficile da giudicare.

La Fellinata si è svolta ad Almese, in provincia di Torino, con il patrocinio della Fondazione Scarponi (foto Umberto Zollo)
La Fellinata si è svolta ad Almese, in provincia di Torino, con il patrocinio della Fondazione Scarponi (foto Umberto Zollo)
Perché?

Tu puoi andare anche forte, ma se poi i capitani per cui lavori non vanno, il tuo lavoro è abbastanza inutile. Quest’anno dal Giro ho avuto un ottimo riscontro e se Vincenzo (Nibali, ndr) andava forte e io ero con lui, avendo gli occhi puntati, risaltava molto. Nel 2021, invece, Vlasov era meno mediatico, ma sentivo di andare comunque forte. Al di là delle tue capacità, il lavoro di gregariato viene valorizzato in base a quanto si mette in luce il capitano.

Il tuo sogno?

Ci sono andato così tante volte vicino che, non voglio dire una classica che sembra il sogno possibile, ma dico vincere una tappa in un grande Giro. Penso sia fattibile.

Pavan e Gariboldi. Il Team Cingolani si prende Follonica

30.10.2022
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Due corse quasi identiche, per uomini e donne. E a gioire sono sempre i colori del Team Cingolani. Rebecca Gariboldi e Marco Pavan dominano nettamente la quarta tappa del Giro d’Italia Ciclocross, sotto il solleone di Follonica.

Come avevamo scritto in precedenza, il caldo si è preso la scena e per le due maglie rosa si è fatto sentire ancora di più. Rebecca e Marco infatti hanno dovuto indossare il body di leader e questo, ironia della sorte (o logica di stagione) era a maniche lunghe!

Gariboldi regina

«Se avessi potuto avrei corso in canotta – ha detto subito dopo l’arrivo la Gariboldi – mamma che caldo!».

Rebecca è stata sempre in controllo. Tranquilla. Chiamava le doppiate quando doveva passare con tutta calma. L’idea è che abbia cambiato qualcosa rispetto allo scorso anno. Tra l’altro ci è sembrata anche più “muscolata”.

«Cosa ho cambiato? Diciamo che ogni anno si cerca di migliorare e mi conosco di più. Quest’anno in particolare con la squadra e il mio allenatore, Giovanni Gilberti, stiamo lavorando molto sulla tecnica. Sono lavori che facciamo in gruppo con la squadra, che ci sta dando un grande supporto, grazie a Francesco Cingolani».

«E quando dico lavori tecnici intendo proprio degli specifici con la bici da ciclocross. Perché la parte a secco e quella di propriocezione già la curavo da anni».

«Più muscolata? Sono contenta che me lo diciate! Sono anni che cerco di mettere su un po’ di massa e un po’ di forza. Perché poi è quello che serve (e infatti nel tratto pedalato spingeva bene il rapporto, ndr) a livelli alti. Quando vedi in tv le ragazze che fanno ciclocross in Belgio spingono rapporti quasi da strada».

Anfiteatro top

Ma oltre al caldo, sul quale non ci si poteva fare nulla, il tema della quarta tappa è stato il percorso. Si è corso in un anfiteatro dal quale in ogni punto si vedeva l’intero tracciato. Tracciato disegnato da Fausto Scotti.

«Avevamo corso qui anche lo scorso anno – ha detto il patron del Giro d’Italia Ciclocross – ma poi ero tornato anche questa estate per un sopralluogo. Volevo fare, e si dovevano fare, per richiesta del Comune, alcune modifiche. E così ho inserito un paio di traversi in più. Credo che con tutte quelle rampe sia stato davvero duro».

E la Gariboldi conferma: «Tracciato veloce sì, ma davvero impegnativo. La parte delle rampe era tutta concentrata e bisognava dosare bene le energie. Anche perché non potevi rilassarti troppo in quella più pedalata».

«La scalinata – riprende Scotti – che non abbiamo potuto utilizzare, alla fine si è trasformata in una piccola tribuna per gli spettatori. E’ stato un tracciato ben ponderato anche per essere seguito dagli addetti della sicurezza, per i media… Ci sono 1.600 paletti di legno e una squadra è sempre pronta con la mazza ad intervenire in caso di necessità».

Rivincita Pavan

Ieri a Brugherio, Pavan non era stato fortunato. Aveva rotto i Boa delle scarpe. Oggi voleva a tutti i costi rifarsi. E ci è riuscito alla grande. Alla prima curva era terzo, alla quinta era secondo, a metà giro era in testa. E lì in pratica è finita la gara. Nonostante un ottimo e sempre grintoso Antonio Folcarelli. 

«Volevo rifarmi e fare vedere che ieri solo un problema mi aveva fermato – ha detto Pavan – Oggi volevo dimostrare quanto valgo. Nei primi giri ho cercato subito di creare un gap. Ho preso questi 15” e da lì ho pensato a gestire: senza né perdere né guadagnare».

La cosa che ci ha colpito del piemontese è che rispetto agli altri si presentava sotto le rampe con una velocità altissima. E in pratica fino a metà non pedalava, nonostante pendenze mostruose.

«Era un percorso molto impegnativo che presentava molte rampe lungo le quali non ti potevi risparmiare. Avere sempre un buon ritmo era fondamentale. Per questo cercavo di accelerare al massimo prima delle rampe: volevo spendere il meno possibile su di esse, perché se ti metti a spingere da sotto sprechi davvero tanto. Così un istante prima del “muro” cambiavo e allegerivo al massimo, per ritrovare il rapporto giusto (aveva un 42×33 come più leggero, ndr) quando finiva la spinta». 

«Le gomme? Stamattina avevamo provato quelle super scorrevoli ma erano troppo scivolose. Alla fine abbiamo scelto questo setup: scorrevole davanti, tassellata da fango dietro. In più avevo la borraccia… che con questo caldo e il body della maglia rosa lungo era d’obbligo».

Caldo anomalo: Fruet ci svela i rimedi dei crossisti

30.10.2022
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Caldo, caldo e ancora caldo. E’ questo l’elemento che ha tenuto banco a Follonica. Polvere e quasi 30 gradi nel campo gara ricavato nel catino dell’ex ippodromo della cittadina grossetana. A gironzolare di buon mattino per saggiare il percorso c’era Martino Fruet, il super veterano del circus, e già il sole picchiava.

Il corridore della Lapierre-Trentino Alto Adige Alé porta sul tecnico l’argomento caldo in questa quarta tappa del Giro d’Italia Ciclocross. E guarda caso mentre stiamo per parlarci ci chiede di spostarci nel lato all’ombra del loro pullmino.

Martino Fruet a torso nudo, segno che faceva caldo. Il trentino ha detto che dopo la corsa avrebbe fatto un tuffo al mare!
Martino Fruet a torso nudo, segno che faceva caldo. Il trentino ha detto che dopo la corsa avrebbe fatto un tuffo al mare!
Martino, a memoria tua (che è lunga), ricordi un caldo simile nel ciclocross?

Ricordo gare calde, ma non un periodo così lungo e con queste temperature. Ho già fatto quattro gare e non siamo mai scesi scesi sotto i 24 gradi. Oggi saremo sui 30° nel momento della gara. In più è tanto che non piove e c’è anche tanta polvere. No, questo caldo proprio non me lo ricordo. Sì, qualche gara sporadica ad inizio stagione, ma non c’erano queste temperature. Anzi, vi dirò di più, una polvere così fai fatica a trovarla in mtb d’estate. Il temporale estivo della sera un minimo di umidità la lascia. Poi magari da un giorno all’altro arriva l’inverno!

Come cambiano la guida e il setup con questi terreni così secchi? Terreni che immaginiamo siano anche più veloci…

La cosa è molto soggettiva, ma io per esempio viaggio mediamente con 0,3-0,5 bar in più a tubolare. Comunque fai una velocità totalmente diversa. Il terreno è duro e le deformazione e i cambi di direzione si sentono molto. Quando devi scendere da una contropendenza anziché scendere a 15-16 all’ora come quando c’è fango o terreno morbido, scendi a 25-30 all’ora. Aumenta il rischio di stallonare… come mi è successo ieri! Quasi tutti montano la tassellatura più scorrevole possibile. Anche se oggi è talmente duro che paradossalmente si può montare anche una gomma da fango, chiaramente ben pompata. Con quella gomma riesci a fare le rampe senza slittare. 

Tanta polvere diventa “simile” al fango…

Esatto e non è stupido montare una gomma da fango. Certo però che il terreno deve essere marmoreo come quello di oggi. Duro sotto, intendo e non solo sopra. Ma ripeto, sono scelte molto soggettive. La cosa che cambia per tutti è che si gonfia di più.

Riscaldamento. Abbiamo visto che in molti facevano i rulli all’ombra come in piena estate. Di solito invece nel ciclocross si cerca il sole…

Sì, è così. Ma su questo aspetto, magari sarò vecchio stile, ma quando ci sono giornate simili perché stare sui rulli? Meglio pedalare su strada, nei piazzali… Io dai 10° in su abolirei i rulli. 

Il riscaldamento è più breve?

Anche quello è soggettivo e non è legato strettamente alla temperatura. Ho visto comunque gente che ha fatto un’ora e mezza di bici: 30′ blandi, 30′ di lavoretti e poi lo scarico. Io resto dell’idea che chi fa cross dovrebbe essere abituato a partire leggermente “freddo”. Non è stato oggi il caso, ma tante volte si resta fermi non meno 15′ tra l’entrata in griglia, la chiamata e la partenza. 

Un gel più liquido per placare la sete e ingerire qualche prezioso zucchero
Un gel più liquido per placare la sete e ingerire qualche prezioso zucchero
Sul fronte dell’idratazione come ci si gestisce? Cambia qualcosa?

Qualcosa? Cambia parecchio. In tanti montano la borraccia e nel cross non si usa mai. Questo anche perché oggi il terreno lo consente in quanto non ci sono da affrontare tratti a piedi. Ieri, in una gara secca lo stesso c’erano però dei tratti a piedi e se non c’era la possibilità di mettere la borraccia al piantone era un problema. Io per esempio, che non potevo montarla lì (non tutte le bici da cx hanno il doppio alloggio, ndr) ho portato una bottiglietta di plastica. L’ho schiacciata e l’ho messa in tasca. Già bere 200 millilitri di acqua in un cross non è poco. Un’ora a tutta con 30° senza bere proprio niente è difficile da affrontare. 

Quindi prima del via avete bevuto di più, assunto più sali?

Sicuramente. A 30° bevi per la sete e anche per la polvere. Perché poi non ci si pensa, ma con un polverone simile dopo un po’ ti s’impasta la bocca e non va bene. Dovresti entrare nel box, ma chi lo farebbe su un tracciato tanto veloce? Io per esempio porto con me un gel isotonico che è più liquido e ti fa “da sorso d’acqua”. Ne prendi uno a metà gara e ti aiuta un bel po’.

La storia di Fariba, dalla paura al sogno del Tour

30.10.2022
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Certe vite sono scandite dalle date, quasi fossero un libro di storia. Probabilmente se un giorno Fariba Hashimi scriverà la sua biografia, la prima sarà quella del 22 aprile 2003, il giorno della sua nascita a Maimanah, nel nord dell’Afghanistan, ma noi partiamo da un’altra giornata, quella del 14 agosto 2021 perché in fin dei conti è quella della sua seconda nascita. Quel giorno la giovanissima afghana affrontò un bivio che poteva portarla verso una fine prematura o un’esistenza contrassegnata dalle privazioni, dalle umiliazioni e dalla sofferenza. Oppure, com’è stato, dalla libertà.

Fariba Hashimi in trionfo ad Aigle, una vittoria dopo tanti sacrifici per tornare a correre (foto Maxime Schmid)
Fariba Hashimi in trionfo ad Aigle, una vittoria dopo tanti sacrifici per tornare a correre (foto Maxime Schmid)

Un volo per l’Italia

Kabul. I talebani sono tornati a comandare in Afghanistan. Appena gli americani si sono tirati fuori dopo una guerra ultradecennale, loro sono calati come cavallette su villaggi e città, riannodando la storia esattamente a quel che avevano lasciato. Con loro cala il terrore: i più giovani sanno che cosa significa la loro dittatura religiosa solo attraverso i drammatici racconti di chi ha qualche anno in più. In città c’è confusione: gli occidentali stanno scappando via con gli ultimi aerei e con loro anche tanti afghani pronti a viaggiare verso l’ignoto, chi può farlo, chi può permetterselo.

Squilla il cellulare di una delle sorelle Hashimi. Messaggio: «Vieni subito a Kabul, forse c’è un volo per l’Italia». Le ragazze sono nel Faryab, oltre 800 chilometri a nord. Inizia un viaggio attraverso la paura, mille insidie come quando prendono un taxi per andare a cambiare il cellulare. Posto di blocco: le ragazze vengono fatte scendere violentemente e strattonate perché lo hijab non è indossato correttamente. Per fortuna vengono lasciate andare e proseguono con mezzi di fortuna.

«Strisciavamo muro muro – racconta una di loro – arrivammo all’Abbey Gate il 24, in un caos apocalittico. Sentivamo i colpi di mitraglietta e le esplosioni, ma non so come ci ritrovammo sull’aereo, appena due ore prima dell’attentato che sparse sangue e morte».

Le ragazze afghane insieme all’ex iridata Alessandra Cappellotto, titolare di Road to Equality
Le ragazze afghane insieme all’ex iridata Alessandra Cappellotto, titolare di Road to Equality

L’Afghanistan è un ricordo

Arrivano in Italia, sono in 5, grazie all’incredibile lavoro dell’ex iridata Alessandra Cappellotto e della sua organizzazione Road to Equality. La fine del viaggio è anche l’inizio, perché inizia una nuova vita in un luogo lontano, dove ci si fa forza l’un l’altra, dove però c’è tantissimo da fare per potersi inserire nella società. L’Afghanistan è diventato un ricordo, soprattutto l’Afghanistan dove erano libere di fare sport, di pedalare. Fariba e le sue sorelle hanno sempre amato il ciclismo e gareggiavano nelle prove locali, sognavano un giorno di rappresentare la loro nazionale alle Olimpiadi. Ma nel “nuovo” Afghanistan una donna che fa sport commette peccato mortale, come anche studiare o lavorare.

Alessandra si dà un grandissimo da fare per aiutarle. Trova una scuola per straniere gestita dalle cooperative venete, dove le ragazze vanno ogni mattina e stanno pian piano imparando l’italiano e l’inglese, poi dopo pranzo tutte in bici. Valentino Villa ha provveduto a far avere loro tutto il materiale e dall’1 agosto 2022 Fariba è entrata a pieno titolo nella Valcar Travels & Service. Un’altra data, un altro capitolo…

Yulduz chiede il cambio a Fariba: le due ad Aigle si sono date battaglia senza sconti
Yulduz chiede il cambio a Fariba: le due ad Aigle si sono date battaglia senza sconti

Il giorno di Aigle

Le giornate proseguono attraverso una quotidianità affrontata con entusiasmo misto a quel normale pizzico di malinconia per la terra e la famiglia lontane. E si arriva a un’altra data fatidica: 23 ottobre 2022.

Aigle, città svizzera sede del centro Uci di allenamento. Il massimo ente allestisce in terra svizzera il campionato nazionale afghano, recuperando la gara del giugno 2021 che era stata sospesa per l’esplosione di un camion bomba. Partecipano oltre 40 atlete, tutte fuoriuscite dal Paese in quei giorni tremendi. Sono ora sparse nel mondo, ma si ritrovano per una gara che vale molto di più del titolo nazionale, almeno a livello morale. Ci sono tutte le 5 ragazze arrivate in Italia, due di loro, Fariba e Yulduz, dopo appena 3 chilometri salutano la compagnia e fanno il vuoto.

Procedono di buona lena le sorelle Hashimi, si danno cambi regolari e il vantaggio cresce. «Che si fa?» chiede una: «Semplice, ce la giochiamo alla pari» risponde l’altra. E’ una gara tra sorelle, senza esclusione di colpi, ci si gioca il successo sul filo dei centimetri. Vince Fariba, le due si abbracciano, aspettano l’arrivo delle altre con Zahra e Nooria loro compagne di squadra che arrivano terza e quarta per il tripudio della Valcar. Si avvicina a loro un distinto signore: si chiama Sylvan Adams, è un miliardario canadese che ha messo su un team arrivato al WorldTour, la Israel Premier Tech. Sta sviluppando il corrispettivo femminile e le fa una proposta clamorosa: entrare a far parte del team, con un contratto di due anni e la promessa di essere al via del prossimo Tour de France.

Le ragazze afghane hanno preso parte anche al mondiale gravel, con Fariba 33esima
Le ragazze afghane hanno preso parte anche al mondiale gravel, con Fariba 33esima

Insieme nel WorldTour

Fariba vorrebbe dire sì, ma ripensa a quei centimetri che hanno fatto la differenza, magari se erano a suo sfavore la proposta andava a Yulduz. Accettare significa separarsi, lasciare la sorella e le amiche. Fariba non sa che fare, Alessandra Cappellotto vede il suo sgomento e si mette in mezzo, iniziando una lunga contrattazione con Adams. Alla fine il contratto viene esteso anche a Yulduz che gareggerà però nel team satellite, mentre le altre avranno un supporto per continuare ad abbinare studio e ciclismo.

Le ragazze si abbracciano e scoppiano in un pianto dirotto. E’ come se quel lungo viaggio, iniziato in una Kabul illuminata dagli scoppi di bombe, abbia trovato un suo termine. In attesa che arrivi un’altra fatidica data, magari quella dell’inizio del prossimo Tour de France Femmes…

Le “Nibalate tecniche”. Tosello racconta…

30.10.2022
6 min
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Lubrificanti, pedivelle, ruote, movimenti centrali… pezzi che vanno e che vengono. Che si montano e si smontano. Pezzi che Vincenzo Nibali portava a Gabriele Tosello, il suo meccanico per tanti anni all’Astana.

Fa strano sapere che lo Squalo non sarà in gruppo e per questo ci fa ancora più piacere ritornare sulle storie, anche divertenti, che lo riguardano. E sì perché nella ricostruzione delle “Nibalate tecniche”, passateci questo termine, c’è anche da ridere. Chiaramente non mancano momenti seri.

Gabriele Tosello fotografa il suo pupillo. E’ stato il meccanico di Nibali per tutti gli anni in cui lo Squalo è stato all’Astana
Gabriele Tosello è stato il meccanico di Nibali per tutti gli anni in cui lo Squalo è stato all’Astana
Gabriele, tanti anni con Nibali. Alla fine sei tu il “suo” meccanico. Quanto ti ha fatto impazzire?

No, dai… non sono impazzito! Richieste strane ne ha sempre fatte. Lui è maniacale, pignolo e anche un ottimo meccanico. Gli piaceva trafficare. Quante volte ha portato dei pezzi che non erano nostri. Andava sempre alla ricerca di nuovi componenti, di ricambi… Voleva provarli anche solo per curiosità. Anche quando sapeva che non andavano bene. Come quella volta con le corone ovali.

Corone ovali, racconta…

Eravamo al Passo San Pellegrino. In quegli anni Froome era forte e le usava, così le volle provare. Gli sistemai il deragliatore alzandolo un po’ e aggiungendo uno spessore affinché cambiasse bene. Era un set 54-42 con le pedivelle da 172,5 millimetri. Settimane a parlarne e dopo quell’allenamento non le usò più.

Pedivelle: mi sa che vi ha dato da fare con questo componente…

Una volta accadde una cosa un po’ “strana”. Si parlava di pedivelle messe in modo non perfettamente opposte, cioè non a 180° ma leggermente disassate, asimmetriche. Si diceva per eliminare il tempo morto. Noi all’epoca avevamo Campagnolo, che nel movimento centrale aveva i “dentini” per serrare le pedivelle. Con Slongo, si decise di spostarle… senza dirgli nulla. Lui salì in bici e dopo 20 metri mi disse: «Se lo fai ancora ti licenzio!». Scherzava, ovviamente, ma se ne accorse in un attimo.

La guarnitura Campagnolo Ultra Torque. Slongo e Tosello misero i dentini delle pedivelle affinché non fossero asimmetriche
La guarnitura Campagnolo Ultra Torque. Slongo e Tosello misero i dentini delle pedivelle affinché non fossero asimmetriche
Che poi il discorso delle pedivelle non fu isolato. Giusto?

Giusto, ci fu il periodo in cui si diceva che quelle più lunghe migliorassero la resa.

E tu e Slongo gliele cambiaste…

Io ho fatto il lavoro manuale, fu Slongo a decidere! Così eliminammo la scritta 172,5 millimetri e senza dirgli niente le provò. Fece i test, gli allenamenti… lui non disse nulla. Ma non sentì quei benefici. Poi venne fuori questa storia e fu montato un caso, ma stavamo facendo solo delle prove.

Del Nibali meccanico invece cosa ci dici? E’ mai capitato che venisse a lavorare con te?

Ah, quasi sempre! Quando finiva con Pallini passava dal lettino dei massaggi al motorhome dei meccanici. E così veniva là, curiosava. «Ma questo fallo così. Questo fallo in questo modo…». Alla fine gli dicevo: «Fallo te, che tanto sei bravo». E allora prendeva le chiavi e faceva il lavoro manuale, che poi gli piaceva ed era bravo per davvero. Una precisione eccellente.

Con l’evoluzione tecnica, negli anni ha cambiato un po’ il suo approccio? Apprezzamento o meno di questa o quella soluzione, nuove misure…

Diciamo che si è sempre adattato e in tempi rapidi. Come il passaggio al freno a disco, per dire. E guardate adesso con la mtb. Quest’anno per esempio all’inizio dell’anno aveva scelto la Wilier Filante, poi alla fine è passato alla Wilier 0 Slr. La sentiva più sua, poteva rischiare qualcosa di più in discesa.

E la posizione è mai cambiata?

Sostanzialmente no, era sempre quella: salita, pianura, sterrato, gare a tappe o di un giorno… Solo negli ultimi periodi aveva abbassato di 3-4 millimetri la sella. Una posizione più comoda… Ma Vincenzo aveva le idee chiare. Se ti diceva che voleva quelle ruote e quei rapporti, quelli erano. Non era tipo che si faceva influenzare perché aveva sentito Tizio o Caio che avevano montato queste o quelle ruote. No, in tal senso ad avercene come lui! C’erano due cose sulle quali era sensibilissimo e intrasigente: altezza sella e tacchette. Sentiva ogni cosa. Se avesse potuto, avrebbe usato sempre la stessa sella e le stesse scarpe. E poi controllava o chiedeva della pressione delle gomme.

Della sella ce lo avevi detto anche prima del Lombardia quando aveva quella nuova bici…

Sì, sì, se ne accorgeva subito. E ancora più pignolo era con le tacchette. Non parliamo del millimetro, ma del mezzo millimetro. Noi abbiamo uno strumento che copia la posizione e la replica, ma la scarpa non mai del tutto identica al 100%. Se non quadrava di un soffio… le regolavamo e regolavamo ancora. Per sella e tacchette era micidiale.

Nella cronoscalata di Polsa, usò la bici da strada con le protesi. Cambiò l’attacco manubrio che restò montato anche il giorno dopo
Nella cronoscalata di Polsa, usò la bici da strada con le protesi. Cambiò l’attacco manubrio che restò montato anche il giorno dopo
Hai detto che ti portava tanti pezzi: qual è stato quello più strano?

Ad averci la lista sarebbe infinita! Togliamo oli, cuscinetti e lubrificanti, che ne proponeva uno “ogni 3×2”, aveva sempre la sua prova da fare. Ha portato reggisella ammortizzati, molti movimenti centrali, dei bilancieri… Alcuni effettivamente erano anche validi, ma non si potevano usare e la cosa finiva lì. Il fatto è che gli stavano dietro i marchi. Il concetto era: se lo usa Nibali vuol dire che funziona.

Ma se dovesse scegliere la “Nibalata tecnica” per eccellenza Tosello quale direbbe?

Ah – ride il “Toso” – Giro d’Italia 2013. Prima della cronoscalata di Polsa, c’erano da montare le protesi sul manubrio normale. Si mise in testa di cambiare l’attacco. Ne volle uno più corto, da 100 millimetri. Glielo cambio e fa la sua crono. Il giorno dopo la tappa era partita da un bel po’, quando per radio mi fa: «Ma ci siamo dimenticati qualcosa?». Io aspettavo che lui mi dicesse di rimontare l’attacco da 120. E lui aspettava che lo facessi io. Fatto sta che fece tutta la tappa con un attacco più corto di 2 centimetri! A fine tappa disse: «Credevo di essere io che non mi sentivo bene sulla bici. Poi ho capito che era l’attacco». Comunque non andò male. Disse che se la sentiva un po’ corta solo in discesa. Ma a quei tempi gli potevi mettere sotto di tutto: lui guidava e basta.

Parla Ulissi: per vincere da giovani serve avere fame

30.10.2022
6 min
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Quando Matteo Trentin ha vinto il Giro del Veneto (foto di apertura) e ha ricevuto l’abbraccio di Ulissi, sesto all’arrivo, il pensiero spontaneo è stato: forti, questi… vecchietti del 1989. Nello stesso giorno, Elia Viviani ha vinto il mondiale dell’eliminazione, anche lui dello stesso anno. Come Puccio, Nizzolo e pochi altri. Al confronto con quelli del 1990 che hanno smesso da un pezzo (ad eccezione di Felline, Sbaragli e Colbrelli, che si è appena ritirato per i noti problemi di salute), l’annata parrebbe baciata da una sorte propizia. Esiste un motivo?

Dopo aver vinto i mondiali juniores 2006-2007, Ulissi ha corso per 2 anni fra gli U23. Qui alla Coppa San Daniele (photors.it)
Dopo aver vinto i mondiali juniores 2006-2007, Ulissi ha corso per 2 anni fra gli U23. Qui alla Coppa San Daniele (photors.it)

Approcci diversi

La sensazione è che i ragazzi del 1989 abbiano vissuto un’attività giovanile proporzionata all’età, poi siano passati e abbiano avuto il tempo per adattarsi al professionismo e dire la loro. Quelli del 1990 al confronto hanno vissuto allo stesso modo fra juniores e under 23, poi però sono stati buttati dentro a gas aperto. Hanno raccolto subito risultati importanti. Poi, non avendo le basi per sostenerli, si sono fermati.

Con Diego Ulissi, che in questi giorni si trova in Toscana per godersi l’aria di casa, ragioniamo proprio su questo, per la voglia di capire come mai si faccia così fatica a trovare italiani giovani con la voglia e le gambe per spaccare. Ulissi è professionista dal 2010. Ha vinto per due volte il mondiale juniores e 46 corse nella massima categoria, fra cui 8 tappe al Giro. Oggi, a 33 anni, è uno degli uomini chiave al UAE Team Emirates, tanto da aver rinnovato il contratto fino al 2024.

Dopo i successi da junior, Ulissi ha corso un mondiale da U23 (nel 2009, nella foto è con Caruso) e sette da pro’
Dopo i successi da junior, Ulissi ha corso un mondiale da U23 (nel 2009, nella foto è con Caruso) e sette da pro’
Hai mai pensato a certe cose?

Il tempo per pensare veramente è poco (ride, ndr). E’ diventato uno sport in cui devi soprattutto stare al passo coi tempi. I giovani sono subito competitivi, segno che la loro preparazione è diversa rispetto alla nostra alla stessa età. Non c’è più quel salto di categoria per cui a noi dicevano di partire da zero. Io ad esempio al primo anno da pro’ corsi davvero con il contagocce.

Poche corse?

Poche e del livello giusto. Si vedeva come andava la Coppi e Bartali e poi semmai ti mandavano al Giro di Svizzera. Prima di correre un grande Giro, volevano essere certi che ce la facessi, mai una volta che ti buttassero per vedere come andava. C’era una serie di passaggi, mentre quelli che passano ora sono pronti per fare le grandi corse, come se avessero fatto le stesse cose anche nelle categorie giovanili. Noi del 1989 abbiamo avuto una crescita graduale e, ciascuno col suo ruolo, siamo ancora qua. Alcuni che hanno fatto risultato subito si sono già ritirati.

Al primo anno da pro’, Ulissi ha vinto il Gp Industria e Commercio di Prato, battendo Scarponi e Proni
Al primo anno da pro’, Ulissi ha vinto il Gp Industria e Commercio di Prato, battendo Scarponi
Hai vinto due mondiali juniores, oggi saresti passato dritto fra i pro’.

Tutti pensavano che vivessi come un pro’ e che così mi allenassi, ma non era vero niente. Da junior sei ancora nella fase di crescita e io evidentemente avevo raggiunto prima la maturazione, ma non è che facessi cose fuori dal comune. C’erano anche altri corridori che andavano forte. Quando ho vinto il secondo mondiale, facemmo i tre gradini del podio.

Non hai mai pensato di bruciare le tappe?

Il secondo anno da junior, partii tardi. Ebbi la polmonite e pare che i miei problemi di miocardite degli anni successivi siamo partiti da lì. L’anno successivo andavo male a scuola e i miei genitori, che spingevano perché mi diplomassi, mi costrinsero a chiudere la stagione un mese prima. Poi andai nei dilettanti e feci una fatica immensa, perché avevo già firmato e mi tenevano a freno. Quando sono passato, ho vinto subito, ma ugualmente avvertivo di essere indietro e ho iniziato una crescita costante.

Diego Ulissi, Joao Almeida, Patrik Konrad, Monselice, Giro d'Italia 2020
Al Giro del 2020, Ulissi ha vinto 2 tappe: qui batte Almeida e Konrad a Monselice
Diego Ulissi, Joao Almeida, Patrik Konrad, Monselice, Giro d'Italia 2020
Al Giro del 2020, Ulissi ha vinto 2 tappe: qui batte Almeida e Konrad a Monselice
Pensi che se ti avessero spinto subito perché vincessi, saresti stato all’altezza?

Non lo so. Oggi vedo che è naturale passare e primeggiare. Le preparazioni sono al top come l’alimentazione: vedi giovani che passano e sono già competitivi. Ayuso ha fatto il podio alla Vuelta a 20 anni. Sono precoci anche nella mentalità. Io sono passato negli anni di Petacchi, Cunego, Bettini e Scarponi e anche in allenamento avevo timore anche solo di passare davanti a campioni che prima guardavo alla televisione. Ora è diverso, oggi devi spostarti tu, ma io non cambierei nulla del mio percorso. Sarei potuto passare in modo più aggressivo e probabilmente sarei stato competitivo, ma certamente sarei durato di meno. Non si inventa niente. Se passo e sono vincente a 21-22 anni, quanto a lungo posso durare?

Anche Pogacar ha parlato di tenuta nel tempo…

La gente guarda Tadej e pensa che vada bene per tutti. Sono pochi quelli che sfondano subito, altri passano presto, ma avrebbero bisogno di più tempo per spalmare meglio la crescita. Se vai forte al primo anno, dicono che ti spremono troppo da giovane. Se non vai forte, allora si lavora male fra juniores e U23. E’ il problema del ciclismo italiano.

Nell’ultimo Giro di Lombardia, Ulissi ha lavorato per Pogacar, che poi ha vinto
Nell’ultimo Giro di Lombardia, Ulissi ha lavorato per Pogacar, che poi ha vinto
Si ragiona anche del poco spazio in certe squadre…

Per come va adesso da noi, per avere spazio devi andare davvero forte e allora emergi. Altrimenti ci sono così tanti corridori in gamba, che ti tocca tirare. Rivendico ogni giorno la mia scuola, rifarei tutto il percorso. La Lampre mi ha permesso di crescere senza pressioni. Se avevo un passaggio a vuoto, nessuno mi stava addosso.

Per emergere serve solo andare forte o anche essere cattivi?

Ecco, questo è un punto. Mi sono accorto negli ultimi anni in UAE, nei vari ritiri dove è capitato di avere dei giovani in prova, che quello che manca negli italiani è la cattiveria. Avete toccato un tasto interessante. Se la mattina si dice che faremo cinque ore e mezza a un certo ritmo, gli stranieri non dicono nulla, i nostri si lamentano perché quel giorno lì dovrebbero fare di meno. Essere cattivi non significa essere sbruffoni, ma quando è necessario, devi tirare fuori gli attributi. Altrimenti non vinci nemmeno le garette. Ci dicono che siamo vecchi e di lasciare posto ai giovani, ma dove sono quelli che dovrebbero prenderlo?

Colbrelli, pronto un futuro da campione: Cassani sicuro

29.10.2022
6 min
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Era il primo giorno di primavera, il 21 marzo 2022, quando Colbrelli ha visto spalancarsi davanti il rettilineo in lieve salita con l’arrivo di Sant Feliu de Guixols giusto sulla cima. Giro di Catalogna, prima tappa. Matthews sul lato destro, lui sul sinistro verso il secondo posto. Di quel giorno non ricorda molto, se non il fatto che dopo la volata si spense la luce e quando qualcuno per miracolo riuscì a riaccenderla, la sua carriera di corridore era finita.

Prima tappa del Catalunya 2022 a Sant Feliu de Guixols: Colbrelli secondo dietro Matthews, poi il malore
Prima tappa del Catalunya 2022 a Sant Feliu de Guixols: Colbrelli secondo dietro Matthews, poi il malore

Il ritiro dalle corse

Giusto oggi Colbrelli ha annunciato il ritiro dalle corse. La storia dice che l’infermiere che lo rianimò fece davvero un mezzo miracolo, riportandolo in vita. Il defibrillatore che gli fu impiantato successivamente per evitare drammatiche ricadute gli impedisce di ottenere l’idoneità. E così, essendosi preso il tempo necessario, Sonny ha comunicato che non ci saranno per lui altre corse. Resta in archivio, al culmine di una carriera da 11 anni di professionismo, il 2021 dei sogni. Con vittorie qua e là, poi il campionato italiano di Imola, il Benelux Tour, l’europeo di Trento e l’infernale Roubaix di ottobre. Pochi giorni prima, il mondiale di Leuven lo vide al 10° posto, piegato da quel genio di Alpahilippe.

Campionati europei di Trento: Colbrelli resiste a Evenepoel e lo batte in volata. Cassani lo festeggia
Campionati europei di Trento: Colbrelli resiste a Evenepoel e lo batte in volata. Cassani lo festeggia

Sonny e Davide

Curiosamente, per quell’ironia a volte inspiegabile, la sua carriera in azzurro è coincisa con quella di Davide Cassani, che per primo lo convocò da professionista a Ponferrada e poi lo fece per altre quattro volte. A Doha, Bergen, Harrogate e Leuven. E proprio a Davide abbiamo chiesto di ripercorrere i suoi anni con Colbrelli.

«Un po’ me l’aspettavo che avrebbe fatto questo annuncio – dice il romagnolo – perché la cosa è stata molto seria. Sonny è stato il mio primo e ultimo capitano. Fu il mio uomo di punta a Ponferrada, nonostante fosse molto giovane, e poi è stato il mio capitano anche nelle Fiandre. Quindi alla fine la mia esperienza in nazionale è coincisa con la sua.

«A Ponferrada gli sono mancati 30 metri e sarebbe potuto arrivare non tredicesimo, ma nei primi cinque. Mentre nelle Fiandre abbiamo trovato un Alaphilippe superlativo. Ma a parte i risultati, è uno dei ragazzi più buoni e generosi che io abbia mai incontrato tra i miei azzurri e, soprattutto nell’ultimo periodo, cresciuto di testa».

Mondiali 2014 a Ponferrada: in allenamento il giovane Colbrelli con Daniele Bennati, oggi ct azzurro
Mondiali 2014 a Ponferrada: in allenamento il giovane Colbrelli con Daniele Bennati, oggi ct azzurro
Tu hai toccato con mano il suo cambiamento.

Forse all’inizio aveva un po’ paura di non essere all’altezza della situazione, probabilmente sentiva la pressione. Nel 2021 era un Sonny diverso, che non aveva paura di niente. Negli ultimi due anni è arrivato a un equilibrio e una consapevolezza delle proprie forze molto diversi rispetto ai primi tempi.

La prima vittoria veramente importante l’ha fatta con te agli europei di Trento…

In realtà aveva già vinto il campionato italiano e poi all’europeo è stato esemplare, perché alla fine è riuscito a battere Evenepoel. L’unico modo che avevamo per riuscirci era correre in quella maniera. E lui poi mi disse che quelli sono stati forse tra i 5 chilometri più duri della sua vita. Tenere Evenepoel non è stato facile, è stato un fenomeno. In quel caso ha dimostrato di essere veramente un campione, perché quel giorno abbiamo corso per lui e lui ha vinto.

Il 3 ottobre 2021, una settimana dopo i mondiali chiusi al 10° posto, Colbrelli vince la Roubaix
Il 3 ottobre 2021, una settimana dopo i mondiali chiusi al 10° posto, Colbrelli vince la Roubaix
E’ sempre brutto quando una carriera si interrompe così, ma secondo te poteva diventare per le classiche uno dei grandi italiani?

Ne sono certo, perché era riuscito veramente a trovare un equilibrio straordinario. Vuoi la famiglia, vuoi l’aiuto che ha avuto dagli altri, è riuscito a sciogliere quei piccoli nodi che non gli avevano permesso di ottenere grandi successi. E la cosa bella è che comunque c’è riuscito con gli anni, senza mai demordere, senza mai mollare. E’ sempre stato un lottatore, un tenace. Sembrava che il suo punto debole fosse nel carattere che ogni tanto gli impediva di ottenere grandi successi. Quindi la sua abilità è stata che comunque è riuscito con pazienza, buona volontà e con puntiglio, probabilmente lavorando sulle sue debolezze, a diventare quello che è diventato.

E cosa era diventato?

Ha vinto l’italiano, ha vinto l’europeo, ha vinto la Roubaix e vi ricordate come ha vinto Il Benelux Tour? Nel 2021 ha fatto veramente un anno stratosferico. E’ stato il classico esempio di un corridore che, conoscendo i suoi punti deboli, è riuscito a superarli con calma e con attenzione.

Ha chiuso il 2021 da campione italiano ed europeo, ma non ha potuto difendere nessuno dei suoi titoli
Ha chiuso il 2021 da campione italiano ed europeo, ma non ha potuto difendere nessuno dei suoi titoli
Tu dov’eri il giorno del malore?

Ero a casa e mi chiamò Alessandra Giardini, chiedendomi se avessi sentito qualcosa. L’ho saputo così, poi ho fatto passare un po’ di tempo e l’ho chiamato. Con Sonny e con Trentin, i corridori che più mi sono stati vicini, avevo proprio un rapporto speciale. Stasera sono a Salò alla presentazione del libro e ci sarà anche lui.

Lo vedi occupare ancora un ruolo nel ciclismo?

Secondo me, anche lui deve ancora capire. Nella vita, questo penso di poterlo dire, quando ti rendi conto che sta arrivando la fine di un ciclo, cominci a pensarci. Un anno prima, un anno e mezzo prima, due anni. Quindi io penso che lui debba ancora metabolizzare questo cambiamento, che è stato proprio radicale. Per l’esperienza che ha e per il carattere, può diventare un direttore sportivo, ma forse anche un uomo importante all’interno di una squadra o di un’azienda. Perché ha la passione, ha l’attenzione e tutto quello che gli può servire. Deve capire e soprattutto studiare quello che potrà fare e poi farlo bene.

La carriera passa, la famiglia resta: esserci ancora è la vittoria 2022 più grande di Colbrelli
La carriera passa, la famiglia resta: esserci ancora è la vittoria 2022 più grande di Colbrelli
Forse i sette mesi trascorsi non sono ancora abbastanza…

Penso che abbia passato momenti non facili. Ti ritrovi che hai risolto tutti i problemi, hai capito come fare per vincere le grandi corse e da un giorno all’altro tutto si ferma. E quando finisce, devi comunque trovare un equilibrio. Secondo me può averlo ritrovato, perché è sempre stato una persona positiva. Penso che anche in questo caso, Sonny sarà andato a vedere il bicchiere mezzo pieno, perché la cosa importante è che lui sia ancora qua.

Si volta la pagina, insomma…

Io sono sempre più convinto, lo vedo anche su me stesso, che quello che semini raccogli. E Sonny ha sempre seminato molto bene, perché è veramente una bella persona, un generoso, un uomo vero. Ha tutto quel che serve. Perciò, quando avrà somatizzato tutto e avrà davanti le varie soluzioni, avrà anche l’opportunità di scegliere quello che andrà a fare.

BikeExchange, visite mediche a fine stagione. Perché?

29.10.2022
5 min
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La notizia di per sé poteva passare abbastanza sotto traccia, ma ragionandoci sopra offre molti spunti di riflessione. Nei giorni dopo il Lombardia, il Team BikeExchange si è presentato in forze a Torino, per sostenere le visite mediche durate due giorni e qui è il nocciolo della questione: perché fare le visite a fine stagione, quando tutti i ragazzi (e le ragazze, c’erano anche loro) erano in procinto di partire per le vacanze?

Luigi Molino, responsabile del centro medico Riba
Luigi Molino, responsabile del centro medico Riba

Il fatto in sé dà spunto per considerazioni più generali, non tanto legate al team specifico, quanto alle scelte e alle differenze legate al periodo dell’anno. Per saperne di più abbiamo quindi interpellato chi ha diretto quegli esami, il dottor Luigi Molino responsabile medico dell’Istituto per le riabilitazioni Riba di Torino.

«La squadra si è presentata con tutto il suo organico – racconta – erano in totale una quarantina di soggetti da esaminare. Non erano proprio tutti perché so che alcuni erano ancora impegnati in gara e per loro si provvederà successivamente».

Come mai le visite sono state effettuate in un periodo così particolare?

Premettiamo che sono visite obbligatorie, che vanno effettuate una volta l’anno per l’ottenimento della licenza, che poi vengano effettuate a fine stagione o all’inizio di quella successiva non influisce dal punto di vista burocratico. Nel caso specifico è stato scelto questo periodo anche per avere un momento di confronto generale fra tutti gli effettivi del team, per parlare della stagione in via di conclusione e gettare già le basi della successiva. E’ una scelta, d’altronde bisogna anche tenere conto che trovare uno spazio per un appuntamento generale non è così semplice, considerando che una volta la stagione iniziava a marzo per concludersi a settembre, ora si va da gennaio a fine ottobre, di tempo ce n’è molto meno.

Le visite sono state estese al team femminile, qui è impegnata l’australiana Amanda Spratt
Le visite sono state estese al team femminile, qui è impegnata l’australiana Amanda Spratt
I valori però cambiano in base al periodo?

Non più di tanto perché parliamo di atleti che sono in attività pressoché quotidianamente. Ci sono fasi con valori performanti maggiori, questo è chiaro, ma non influiscono sulla valutazione che a noi serve. I valori di spirometria, di cardiologia di base restano quelli, se parliamo di capacità biometaboliche non ci sono variazioni importanti.

Che cosa si cerca attraverso questi appuntamenti?

Si fa il punto sullo stato di salute dell’atleta. In particolare si valuta la funzionalità cardiaca e polmonare. Si fa una valutazione approfondita che deve dimostrare che non ci sono patologie. Andiamo quindi a controllare l’integrità fisica dell’atleta, per questo poco importa che gli esami vengano fatti a fine o inizio stagione. La maggior parte delle squadre preferisce fare questi esami di gruppo a inizio stagione facendoli coincidere magari con il primo ritiro prestagionale, alla BikeExchange hanno invece scelto quest’altra via.

Entrando nello specifico, che cosa si fa con ognuno degli atleti?

Innanzitutto si procede a una valutazione generale in base all’esame obiettivo, si fa un esame completo del sangue e delle urine, poi si procede alla valutazione cardiologica attraverso un esame ecocardiografico e poi all’elettrocardiogramma a riposo e sotto sforzo. Questo cambia però nel caso degli atleti professionisti rispetto a chi pratica il ciclismo amatorialmente.

In che misura?

A differenza dell’amatore il test è massimale, nel senso che il corridore deve raggiungere almeno l’85 per cento della sua frequenza cardiaca basale. Non è uno sforzo di poco conto considerando che spesso si raggiunge anche una potenza di 500 watt e non è sempre semplice considerando che molti ciclisti sono per costituzione fisica bradicardici. Poi si procede con la valutazione spirometrica. Diciamo che per ogni atleta la sessione dura almeno un’ora, per questo ci organizziamo in modo da esaminare più atleti contemporaneamente, mentre uno fa un test l’altro affronta una parte diversa.

L’ingresso del centro torinese, in passato utilizzato dalla Bahrain e ora da molti ciclisti per le riabilitazioni
L’ingresso del centro torinese, in passato utilizzato dalla Bahrain e ora da molti ciclisti per le riabilitazioni
Ci sono altri team che si rivolgono a voi?

Per anni abbiamo effettuato le visite mediche del team Bahrain, con la BikeExchange siamo alla terza stagione (il punto in comune è il team manager Brent Copeland, passato dal Bahrain al team australiano, ndr). Per ora abbiamo scelto di concentrarci su di loro e su altri atleti che si rivolgono a noi però a titolo individuale, nel futuro contiamo però di accogliere altre squadre. Sempre in base ai loro tempi e alle loro scelte, per noi e anche dal punto di vista oggettivo non cambia nulla…