Il 28 luglio scorso, al Tour Femmes si correva la quinta tappa, quando in un punto non particolarmente insidioso a 45 chilometri dall’arrivo, una caduta di massa ha fermato il gruppo. Ad averne la peggio è stata Emma Norsgaard della Movistar, ritirata. Ma fra le tantissime ragazze cadute, anche Marta Bastianelli ha picchiato violentemente il gomito destro.
I corridori si alzano e ripartono. Così anche la romana è ripartita, ha tagliato il traguardo 34ª nel gruppo compatto alle spalle di Lorena Wiebes. E il giorno dopo è arrivata seconda, questa volta alle spalle di Marianne Vos.
La caduta ha coinvolto tutto il gruppo a 45 chilometri dall’arrivo della 5ª tappaLa caduta ha coinvolto tutto il gruppo a 45 chilometri dall’arrivo della 5ª tappa
La ferita sul gomito
Eppure la ferita sul gomito continuava ad essere brutta e a darle fastidio. Però anche in questo caso, la soglia del dolore molto alta, ha avuto la meglio e Marta ha continuato a correre sino a fine stagione.
«Ho sottovalutato la caduta», racconta, mentre guardiamo la foto che la ritrae all’uscita dall’ospedale, circondata da infermieri e dottori (immagine di apertura).
«Con noi al UAE Team Adq c’era la dottoressa Mossali – prosegue – e da casa anche il dottor Sprenger diceva giustamente di andare a fare un controllo. Dicevano che anche se non avevo dolore, sarebbe stato il caso di andare…».
Dopo le varie medicazioni, Bastianelli riparte: qui con il meccanico LonghiDopo le varie medicazioni, Bastianelli riparte: qui con il meccanico Longhi
Ci sei andata?
No, la mia testardaggine… Il gomito secondo me non era rotto, anche se due giorni fa il dottore in ospedale ha tolto delle piccole schegge di osso. In pratica si è creata una borsite che col tempo si è andata calcificando. E alla fine è servito un intervento per rimettere a posto il gomito.
Hai anche aspettato parecchio…
Prima ho fatto delle terapie dal nostro fisioterapista di fiducia Bartolacci che, poveretto, ha fatto quello che poteva. Lui è sempre molto ottimista, però questa volta mi ha detto: «Guarda Marta, la situazione è che la borsite si è calcificata. Quindi forse le onde d’urto non bastano e va fatta una visita più approfondita».
Questa volta gli hai dato ascolto?
Questa volta sì. Abbiamo deciso di andare da un amico e grande amante della bicicletta, nonché responsabile di Ortopedia all’ospedale di Sant’Omero: il dottor Vittorio Di Cesare. E guardando la risonanza, lui mi ha detto che con la calcificazione si era formato uno strato duro superiore ed era da togliere. In realtà me l’aveva detto anche il dottor Corsetti agli europei, dicendo che non si sarebbe riuscito ad aspirare, ma ormai era da asportare.
Questo il gomito a fine stagione, prima dell’interventoQuesto il gomito destro di Marta Bastianelli dopo la cadutaE questo il gomito a fine stagione, prima dell’intervento
Perché non l’hai fatto subito?
Perché inizialmente ho pensato che potevo aspettare. Poi, quando finalmente è finita la stagione e ho fatto la risonanza, è arrivata la diagnosi giusta.
Non ti faceva un male cane?
Avvertivo fastidio aprendo e chiudendo il braccio. Era più forte facendoci pressione con il peso e allora mi dava scosse e faceva male. Ad esempio quando poggiavo il gomito sui braccioli in macchina, oppure quando non riuscivo a tenerlo sul tavolo. Per il resto, in bici ad esempio, non era così insopportabile. Sennò il giorno dopo non arrivavo seconda.
Alla fine però hai capitolato…
Negli ultimi tempi qualcosa mi ha portato a dire basta. Hanno iniziato a farmi male i tendini, quindi ho capito che c’era da fare qualcosa. Però dal punto di vista della bici, riuscivo a fare quasi tutto. Noi corridori siamo particolari. Quando ci dicono che non è rotto, stringiamo i denti e tiriamo dritti. Passerà? La speranza è sempre quella, solo che questa volta non è passato. Mentre io, convinta che non fosse rotto, continuavo a fare tutto come al solito.
Dopo la risonanza, è arrivato l’intervento.
Esatto, giovedì mattina. E se adesso ne parlo è per ringraziare tutta questa categoria di persone fondamentali per il nostro lavoro, specialmente gli ortopedici. Tra clavicole rotte e vari altri incidenti, ci aspettano sempre a braccia aperte, soprattutto durante la pausa invernale, quando siamo tutti da aggiustare.
Il giorno dopo la caduta, Bastianelli ha avuto le gambe per sprintare dietro Marianne VosIl giorno dopo la caduta, Bastianelli ha avuto le gambe per sprintare dietro Marianne Vos
Hai fatto tutto in day hospital?
Sono andata in ospedale la mattina presto e mi hanno fatto l’anestesia locale. Un po’ mi hanno anche sedata, proprio perché non sentissi davvero nulla. A fine giornata sono uscita. Sicuramente ora dovrò aspettare un po’ per pedalare sul serio. Vediamo nei prossimi giorni come andrà il dolore e poi valuteremo insieme al dottore. Nel dubbio mi hanno fatto una fasciatura abbastanza importante, in modo che se dovessi anche fare una camminata, non mi dia fastidio.
Come va col dolore?
Un po’ fa male. Ovviamente adesso che si è risvegliato dopo l’anestesia, dà fastidio, ma era così anche prima dell’intervento. Ormai era diventato normalità. Perciò adesso speriamo che torni tutto a posto per ricominciare bene la preparazione.
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Simone Raccani lo avevamo lasciato durante lo stage con la Quick Step Alpha Vinyl, un’avventura non molto fortunata, visto come è terminata. Il finale di stagione non è stato facile, le conseguenze della caduta alla Vuelta a Burgos si sono fatte sentire. Il veneto classe 2001 l’anno prossimo passerà professionista, correrà tra le fila della Eolo Kometa.
«Dopo 14-15 giorni di vacanza – ci dice dall’altra parte della cornetta Raccani – ho ripreso a fare un po’ di attività. Qualche camminata in montagna, mountain bike e palestra, nulla di che, solo un adattamento».
L’avventura con la Quick Step per Raccani è durata solamente due tappe della Vuelta a Burgos, alla terza è caduto (foto Instagram)L’avventura con la Quick Step per Raccani è durata solamente due tappe della Vuelta a Burgos, alla terza è caduto (foto Instagram)
Ti saresti aspettato un’offerta da parte della Quick Step?
Il problema è che con loro ho fatto solamente due giorni di gara: le prime due tappe della Vuelta a Burgos. Poi c’è stata quella maledetta caduta. Ho ripreso ad allenarmi dopo un ventina di giorni ma la condizione non c’era.
Qual era il progetto iniziale con loro?
Avrebbero voluto farmi correre di più, ovviamente, ma non c’è stato modo. Dopo i tanti giorni fermo non sarebbe stato utile farmi correre in gare di livello superiore vista la condizione non adeguata.
Il rapporto è finito lì?
No, da parte loro c’era la volontà di rivedermi e di farmi fare ancora qualche corsa. Tuttavia l’unica proposta concreta che mi è arrivata è stata quella di propormi un altro stage il prossimo anno. Questo però avrebbe voluto dire fare un altro anno alla Zalf.
Raccani nel 2021 ha vinto il GP Capodarco, un percorso in costante crescita il suo (foto Scanferla)Raccani nel 2021 ha vinto il GP Capodarco, un percorso in costante crescita il suo (foto Scanferla)
Non te la sentivi di aspettare?
Ho sempre avuto le idee chiare fin dal mio primo anno da under 23. Volevo fare un bel percorso “completo” con tutti e tre gli anni da under, poi però una volta finiti l’intenzione era quella di passare.
Ritieni il tuo percorso tra i dilettanti concluso e soddisfacente?
Ho preferito passare, il quarto anno lo vedevo un po’ rischioso, quasi sprecato. Nel senso che i risultati ottenuti tra gli under 23 mi hanno soddisfatto e quindi mi ritenevo pronto per il salto nei professionisti.
E così è arrivata la Eolo Kometa…
In realtà mi avevano già cercato alla fine dello scorso anno. Però io dissi che non me la sentivo di passare professionista subito ed avrei preferito aspettare. Durante questa stagione si sono sentiti spesso con il mio procuratore Luca Mazzanti, e quando è stato il momento di guardare a tutte le proposte ho riconsiderato anche la loro.
Il rapporto con i compagni è profondo, anche con quelli più grandi, qui ad Acqui Terme con a sinistra Verza (foto Instagram) Il rapporto con i compagni più grandi è stato importante per crescere, qui con a sinistra Verza (foto Instagram)
Cosa ti ha convinto del loro progetto?
E’ un progetto molto valido, un corridore come me che passa professionista deve fare un periodo di adattamento alla categoria. Avrò la fortuna di fare delle corse importanti, di prima fascia ma anche tante gare a tappe “minori”. L’esperienza non mancherà e mi troverò a gareggiare su terreni ed in Paesi diversi con corridori di ogni nazionalità, sarà un bel banco di prova.
Con chi hai parlato?
Un po’ con tutti, da Basso ai membri dello staff. Ivan mi ha mostrato la sede, spiegato il progetto, il calendario, i ritiri… Quello che mi ha colpito di più è l’approccio di Basso nei miei confronti. E’ un ottimo dirigente, in più essendo stato un grande campione sa come funzionano certe dinamiche e riesce a capire fino in fondo i corridori.
In questa stagione ha disputato il Giro della Valle d’Aosta con la maglia della nazionale, arrivando terzo in classifica generaleNel 2022 ha corso il Giro della Valle d’Aosta con la nazionale, arrivando terzo in classifica generale
Hai già parlato anche con i tuoi futuri compagni di squadra?
Non ancora, però conosco già Piganzoli, anche lui farà parte della professional il prossimo anno. Altri ragazzi, invece, li conosco di vista, come Bevilacqua che è delle mie zone.
Quando sarà il primo appuntamento?
A metà dicembre, a Oliva, vicino a Valencia, nel resort che ha l’accordo con la squadra.
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Remco Evenepoellascia il Belgio e va a vivere in Spagna. La notizia, come del resto tutto ciò che fa il campione del mondo, è stata ripresa da tutti media belgi, ma al tempo stesso non ha creato indignazione, o chissà quale scalpore, come ci si sarebbe attesi da un Paese dalle forti tradizioni ciclistiche. Nessuna levata di scudi contro il talento di Schepdael. Cosa che invece avvenne per Tom Boonen quando decise di andare a Monaco, ormai una ventina di anni fa.
Remco se ne va nella zona di Alicante sulla Costa Blanca, al fine di allenarsi meglio, di sfruttare il clima migliore. Si farà costruire anche una camera ipossica.
Evenepoel con sua moglie Oumaima di origini marocchine in abiti da cerimonia tipici (foto Instagram – @mirroreffect.co)Evenepoel con sua moglie Oumaima di origini marocchine in abiti da cerimonia tipici (foto Instagram – @mirroreffect.co)
Fuga sì o no?
«Questo trasferimento – ha detto Evenepoel – renderà tutto più semplice. Nessuno saprà cosa sto facendo e dove sono. Potrò concentrarmi sulla mia quotidianità di sportivo in un periodo in cui gli inviti in Tv sono spesso troppo numerosi». Insomma vuol sfuggire alle pressioni mediatiche e, si dice, anche ai fan troppo pressanti.
Ma è davvero così? E come l’hanno presa i suoi connazionali, sempre molto attaccati al ciclismo?
Di fronte a tanta “normalità” abbiamo coinvolto tre esperti di ciclismo belga. Si tratta del giornalista di Het Nieuwsblad, Guy Van Den Langenbergh, di Alessandro Tegner colonna portante della Quick Step di Remco e di Valerio Piva, diesse della Intermarché Wanty Gobert, che da anni vive in Belgio.
Il numero dei tifosi di Evenepoel sta crescendo. Parecchi erano anche in AustraliaIl numero dei tifosi di Evenepoel sta crescendo. Parecchi erano anche in Australia
Il giornalista…
«Nessuno è rimasto sorpreso – ha detto Van Den Langenbergh – di questa sua decisione. Ormai ci sono diversi corridori che hanno fatto la scelta di andare fuori dal Belgio. In più Remco neanche ha scelto un paradiso fiscale come Andorra o il Principato di Monaco.
«Andare in Spagna è una scelta che lui fa per allenarsi, perché il suo unico obiettivo è vincere e laggiù ha i percorsi e il clima ideale. Tutto rientra in quest’ottica di atleta di grande ambizione».
«E’ vero, Remco è molto popolare, ma non è ancora ai livelli di Boonen. In più è passato del tempo da allora. Non si tratta di lasciare il Belgio per sempre, non credo sentirà la nostalgia. Lui va lì perché, come ho detto, è motivato a fare bene, a vincere.
«E poi è un cosmopolita. Viene dal calcio. Ha giocato anche in Olanda, oltre che nell’Anderlecht, è a cavallo con la parte vallone e quella fiamminga, sua moglie ha origini marocchine… Stare in Spagna per lui non farà troppa differenza».
Tegner, marketing & communication manager della Quick Step, con Boonen, vera star di quegli anni in Belgio e non soloTegner, marketing & communication manager della Quick Step, con Boonen, vera star di quegli anni in Belgio e non solo
Il manager
Alessandro Tegner è responsabile del marketing e della comunicazione della Quick Step-Alpha Vinyl. Da anni è nel gruppo di Lefevere e ha vissuto anche “l’emigrazione” di Boonen. Il quale però dopo un po’ di tempo volle tornare a casa.
«Era un altro periodo – spiega Tegner – e le cose venivano vissute diversamente. Si era in piena “Boonen mania”. Non c’era ragazzino fiammingo che non avesse il poster di Tom in cameretta. Era molto famoso. Si veniva dai Museeuw, Van Petegem… ma Tom era più internazionale. Inoltre parlando con lui c’era subito una certa empatia e ci sta che la notizia fosse accolta diversamente. Poi nel tempo le necessità cambiarono: la famiglia, la figlia… e decise di tornare».
«Per Remco è tutto diverso. Anche le squadre oggi danno un altro supporto ai corridori di vertice. Quindici anni fa c’ero solo io, ora ci sono altre strutture. S’impara e si cresce anche sotto questo profilo.
«Evenepoel va in una zona della Spagna in cui non ci sono solo altri corridori, ma tanti belgi in generale. Sono tanti i connazionali che vanno a svernare lì. Un po’ come i tedeschi a Palma di Mallorca».
Tegner parla di un cambio di residenza prettamente per fini sportivi: «Remco è un metodico.Vuole programmare per tempo la sua vita. Ama avere i suoi spazi. E quella per lui è la scelta migliore. Senza contare che ovviamente laggiù si può allenare bene.
«E poi è a meno di due ore di volo dal Belgio. Quando ha bisogno prende e va. Anche qualche giorno fa è stato tre giorni in sede. Ha sbrigato degli impegni ed è ripartito. Immagino possa fare così anche per le sue esigenze familiari. Insomma, non è una fuga».
Remco Evenepoel in allenamento sulle strade spagnole d’inverno. Molto tempo ci è stato anche in primavera (foto Instagram)Remco Evenepoel in allenamento sulle strade spagnole d’inverno. Molto tempo ci è stato anche in primavera (foto Instagram)
Il diesse
E che non è una fuga ce lo conferma anche Valerio Piva. Il direttore sportivo italiano, ex corridore, da anni vive in Belgio. Lassù ha trovato l’amore e messo su famiglia. Se vogliamo, in questo caso, è un po’ “un Remco al contrario”.
«Non ha fatto tanto scalpore la scelta di Evenepoel di andare in Spagna – ha dichiarato Piva – Sono diversi i corridori che lasciano casa in cerca di destinazioni climatiche migliori. Tanti belgi hanno la residenza in Spagna, ma qualcuno vive anche in Italia o nel Sud della Francia. A mio avviso la sua è una decisione spinta da clima e possibilità migliori per allenarsi».
Piva poi non crede totalmente che Remco scappi via da pressioni mediatiche.
«Non sono così vicino al ragazzo per poter giudicare. Dopo il mondiale ci sono state tante feste, ma non so se ha problemi a tal punto da spingerlo a lasciare Belgio. Di certo è conosciuto e laggiù sarà più tranquillo».
«La popolarità cresce in funzione dei risultati. Lui è giovane e ha già conquistato grandi gare pertanto la sua popolarità sta crescendo enormemente e penso che presto si potrà paragonare a quella di un Boonen. Ma se dovesse continuare a vincere i grandi Giri presto potrebbe essere paragonato anche in termini di popolarità ad un Merckx».
«Malinconia? Non penso potrà essere questo il suo problema. Va lì per lavoro. Si tratta di una scelta momentanea. Io abito in Belgio ma le mie relazioni con l’Italia ci sono sempre. E Remco ha con sé i suoi affetti. Anche io senza quelli non sarei rimasto qui».
Quando la scorsa voltaDaniele Nieri ci aveva detto che Luca Coati era una spanna sopra a tutti nell’agevolare l’integrazione dei ragazzi africani, adesso abbiamo capito il perché. Luca era al Team Qhubeka, continental che porta avanti il progetto di Douglas Ryder per lo sviluppo del ciclismo nel continente africano.
Nieri ci aveva detto che non è facile stare insieme per un ragazzo europeo e uno africano, troppe differenze. E che non bastava la sola mano del direttore sportivo. A far sì che i ragazzi s’integrassero nella bici e nella vita quotidiana serviva l’aiuto degli altri corridori.
Luca Coati con Daniele Nieri. Il veneto (classe 1999) lascerà la Qhubeka dopo due stagioniLuca Coati con Daniele Nieri. Il veneto (classe 1999) lascerà la Qhubeka dopo due stagioni
Coati cuore d’oro
Luca Coati, che sta cercando la squadra per l’anno prossimo, tra un allenamento e l’altro ci racconta questo spaccato di ciclismo moderno che non ci aspettavamo.
«Io – dice il veneto – sono arrivato l’anno scorso in Qhubeka. Per i ragazzi africani stare in Italia penso sia un grosso impegno a livello mentale: sono lontani dalle famiglie, dal loro mondo. Di fatto passano in ritiro tutto l’anno. Sì, anche alcuni italiani lo fanno, come i sardi o i siciliani per esempio. Noi del Nord ci siamo molto meno abituati».
A sinistra la pentola di pasta degli italiani, a destra quella già con l’olio degli africaniA sinistra la pentola di pasta degli italiani, a destra quella già con l’olio degli africani
Alimentazione da rivedere
Con il velocista-cronoman veronese, partiamo da uno degli aspetti più curiosi e che marcano le differenze culturali: l’alimentazione.
«In Qhubeka ci lasciavano carta bianca sul mangiare – racconta Coati – Quando andavamo a fare la spesa noi italiani compravamo cose normali: riso, pasta, pollo… E quello cucinavamo. Loro magari prendevano delle verdure, tipo dei pomodori, facevano una sorta di sugo con tante spezie e cipolle, poi prendevano una pagnotta intera di pane, la mettevano nella pentola e mangiavano tutti insieme da quella pentola. E lì ti chiedi: cosa sta succedendo? Non sei abituato a vedere certe cose.
«Oppure per fare la pasta prendevano acqua, olio e pasta e cuocevano tutto insieme».
«Non sanno usare la lavatrice, la lavastoviglie. Devi spiegargli tutto. Ripeto: è un altro mondo. Per questo la Qhubeka solitamente gli fa dei contratti di minimo due anni. Il primo gli serve per prendere le misure con la nuova vita. Mentalmente devono formarsi».
Venendo da strade larghe e dritte all’inizio i ragazzi africani, eritrei soprattutto, incontrano grandi difficoltàVenendo da strade larghe e dritte all’inizio i ragazzi africani, eritrei soprattutto, incontrano grandi difficoltà
Dai drittoni alle curve
Riguardo alla bici è ancora diverso. In molti arrivano dall’Eritrea. E subentra anche un discorso di strade.
«Ho parlato spesso con Henok Mulubrhan che ora è alla Bardiani Csf Faizanè – va avanti Coati – e mi diceva che in Eritrea c’è una sola strada, quasi tutta dritta. E faceva quella per allenarsi. Avanti e indietro. Da noi ci sono discese, salite, bivi, curve… All’inizio hanno fatto una grande fatica. Non sono abituati. Passano da uno stradone unico sostanzialmente a un percorso misto».
«Nei tornanti avevano grosse difficoltà. Ma è normale se tu per 20 anni hai fatto sempre la stessa cosa e poi trovi in continuazione qualcosa di nuovo è cosi. Serve del tempo per adeguarsi».
Una foto della passata stagione con Coati e Henok MulubrhanUna foto della passata stagione con Coati e Henok Mulubrhan
Il bene torna
Coati non è stato il solo italiano o europeo a stare vicino ai ragazzi africani. Ma è quello che rispetto ad altri ha avuto un’altra sensibilità. E forse anche per questo è riuscito a trovare il grimaldello per farli aprire, per comunicare (parola chiave come vedremo), per farli crescere.
«Anche io nei primi anni da under 23 non parlavo bene l’inglese. Col tempo sono migliorato e ora riesco a tenere un dialogo. E così loro si facevano capire e mi capivano.
«Ma credo che la differenza per stabilirci un rapporto vero sia soprattutto nel modo in cui ci parli. Perché come dice Nieri, non è facile neanche per noi. A volte ti viene da rimproverarli, ma perché non sanno. Cose che per noi sono scontate, per loro sono surreali. E così c’è chi era un po’ più rude e chi, come me, era un po’ più soft. Io sono convinto che il bene se lo fai prima o poi ti torna indietro».
«Gran parte degli africani con cui ho avuto a che fare hanno un cuore grande. Affezionarsi ad una persona vuol dire che ti ha lasciato qualcosa di buono. E lo stesso vale al contrario, con loro che sono riconoscenti con te. Poi è chiaro che c’è anche un discorso di compatibilità. Ma se tu sei disponibile, gli dai consigli… loro ti prendono come riferimento, come un fratello».
Nahom Zerai al Tour of Britain… Dopo le prime incertezze i ragazzi migliorano a vista d’occhioNahom Zerai al Tour of Britain… Dopo le prime incertezze i ragazzi migliorano a vista d’occhio
In bici…
L’integrazione non riguarda solo il quotidiano, c’è il discorso più importante: l’integrazione in bici, l’apprendimento del ciclismo vero e proprio. Anche in questo caso il lavoro di Coati è stato grande. Come detto, si parlava di problemi nel fare le curve, figuriamoci nello stare in gruppo.
«Con i ragazzi appena arrivati, nelle prime corse, ancor più che negli allenamenti (perché all’inizio allenarsi insieme non è possibile), devi insistere sul discorso dell’alimentazione in bici. Devi ripeterglielo in continuazione. Loro hanno tutt’altro concetto: non berrebbero e non mangerebbero nulla per tutta la corsa.
«Poi magari arrivano, o si fermano prima, perché hanno i crampi, sono andati in crisi di fame… Corsa dopo corsa iniziano a capire che forse c’è qualcosa da migliorare».
«Stare in gruppo? Ah – ride Coati – chiedete a Nieri quanti telai hanno rotto quest’anno! Ma è normale. Erano sempre per terra. Poi magari un Ephrem Ghebrehiwet, che si butta di più, cadeva lo stesso, ma si rialzava subito. E cade anche un giorno sì e un giorno no. Ma loro vanno avanti.
«E questa è una cosa positiva rispetto a noi europei. Hanno tanta più fame. Non si arrendono».
«In gruppo, magari fanno qualche azione che non serve a niente, ma sempre perché non ci sono abituati.
«Bisogna pensare che in Eritrea per esempio partono in 30, stradone unico, dopo 10 chilometri restano in cinque davanti e finisce la corsa con quei cinque. Poi si ritrovano da noi con 150-200 persone, salite, discese, curve e tutto diventa più difficile».
Soprattutto le prime uscite con i “primi anni” non sono così semplici da gestire (foto Instagram)Soprattutto le prime uscite con i “primi anni” non sono così semplici da gestire (foto Instagram)
Traduttore in corsa
Luca doveva fare la sua corsa, ma anche in questo senso lui cercava di dargli qualche consiglio o di portarli avanti.
«Tante volte abbiamo usato la radiolina e col tempo hanno capito che era meglio stare più avanti. Ma poi c’era il problema della lingua. In Qhubeka si parla inglese, ma loro in Eritrea per esempio parlano il “tigrino”, devono imparare anche loro l’inglese e al primo anno fuori casa non lo sanno. Così Nieri per comunicare con nuovi arrivati via radio doveva dire le cose ad un ragazzo che era in Europa da almeno una stagione il quale a sua volta doveva tradurre. Era un vero macello!
«Daniele cerca di spiegargli le cose. Ti fanno sì con la testa, ma in realtà non hanno capito. Come quando c’è da andare a prendere la borraccia, ma poi non ci vanno. E questo alla lunga ti fa saltare i nervi».
Mulubrhan dopo aver ricevuto la bandiera da un fan in NorvegiaMulubrhan dopo aver ricevuto la bandiera da un fan in Norvegia
Solidarietà eritrea
Pazienza e tempo sono vitali in questo progetto. E servono anche per la vita normale, quella che farebbe un ragazzo italiano dopo la scuola o dopo il lavoro. Anche in questo caso emergono aspetti affatto scontati.
«Come passano il tempo? Quasi sempre in videochiamata. Questo perché, soprattutto in Eritrea, non hanno connessione come da noi. Il governo li blocca e li controlla. Quando è in Africa e mandi un messaggio ad Henok, se ti va bene ti risponde dopo tre giorni. E così sono sempre connessi con altri eritrei in giro per il mondo appena possono».
«E si aiutano. Eravamo appena arrivati in Norvegia per una gara. C’era un eritreo che li aspettava sotto l’hotelcon una bandiera. Hanno parlato un po’. Henok gli ha detto che non aveva vestiti normali per coprirsi dal freddo. Dopo neanche un’ora questo tizio lo ha richiamato: gli aveva comprato maglie, felpe e giacche nuove. Non solo, ma gli ha regalato anche la bandiera della loro Nazione. La sua felicità diceva tutto».
«Una cosa bella è che si ritrovano spesso. Sono tutti amici. E non solo tra eritrei, ma tra tutti gli africani. Quando eravamo in Toscana, vicino casa nostra c’era l’appartamento di Tesfatsion e anche se era di un team diverso, stavano insieme alla sera.
«Henok e Tesfatsion sono quelli più attivi. Ormai sono anni che sono qui e aiutano i nuovi arrivati… anche se non hanno imparato una parola d’italiano!»
Alé ha un animo femminile. Per questo cura i capi per le donne come mai nessuno prima attraverso lo studio della vestibilità e lo stile unico. Questa è la filosofia che viene applicata a 360 gradi in tutta la gamma Alé. Dalla vendita diretta all’e-commerce, fino alla realizzazione del vestiario per un Team WorldTour donne. Alessia Piccolo, AD di APG, è attrice in prima persona dell’intento rivolto a valorizzare il ciclismo rosa, con gamme dedicate e sponsorizzazioni a team giovanili per ragazze.
Per questo viaggio dietro le quinte prendiamo come esempio il Team BikeExchange-Jayco che l’azienda veneta veste dai maschi alle femmine. Nella realizzazione di materiale tecnico per un team di questa caratura c’è un’attenzione ai dettagli che viene portata ad una cura di livello sartoriale. Scopriamolo insieme ad Alessandro Migliorini, Responsabile Marketing e Monica Rudella, Responsabile del Prodotto.
La BikeExchange è un esempio di come l’azienda veneta lavori parallelamente su più frontiLa BikeExchange è un esempio di come l’azienda veneta lavori parallelamente su più fronti
La donna al centro
La cura di ogni dettaglio è ciò che fa la differenza, in ambito sportivo questo aspetto è amplificato all’ennesima potenza in più direzioni. Per Alé ogni esigenza e curva del corpo femminile ha un’importanza viscerale e non trascurabile. «Tutti i capi del Team BikeExchange – spiega Monica Rudella – sono studiati sull’anatomia delle donne. Non partiamo dal modello da uomo per poi svilupparlo per la donna, come fanno tutti quanti. Noi facciamo esattamente il contrario partiamo dal femminile ex novo. L’uso comune è quello di prendere il capo maschile e farlo in taglie ridotte. Le nostre modelliste studiano la fisicità femminile e la riflettono nei materiali. Così come il fondello studiato ad hoc per l’esigenze femminili, con punti di pressione totalmente differenti da quelli maschili. Questo secondo me è il plus di Alé.
«Essendo donna, Alessia Piccolo, ci tiene molto alla cura dell’abbigliamento femminile perché è una cosa che ci contraddistingue. Facciamo spesso indossare i nostri capi progettati in laboratorio alle nostre atlete WorldTour prima di metterci il nostro marchio e mandarlo in produzione. Facciamo anche dieci fitting prima di dire che il capo sia corretto».
La maglia femminile sulla parte anteriore ha una differente trama Il taglio del modello maschile si differenzia per dettagli come i fianchi La maglia femminile sulla parte anteriore ha una differente trama Il taglio del modello maschile si differenzia per dettagli come i fianchi
Cura sartoriale
Alè vanta un’esperienza trentennale in questo settore, per questo la scelta dei tessuti e il saperli abbinare e cucire con cura è una delle arti che contraddistingue l’azienda. Garantire il massimo della performance e regalare le migliori sensazioni alle cicliste anche nelle situazioni più difficili è l’obiettivo che sta alla base di tutto.
«La scelta dei materiali – dice Migliorini – non si differenzia così tanto tra maschi e femmine perché vengono usati filati top di gamma ad alte prestazioni. Più che altro cambia la scelta delle grafiche e i tagli. La vestibilità è un elemento determinante per il comfort femminile. Per esempio fianchi più sciancrati. La parte dietro è adattata perché c’è un’altra fisionomia rispetto al corpo maschile. Le parti davanti non sono mai in rete ma sono chiuse per non essere trasparenti. Poi per quanto riguarda i materiali abbiamo fatto studi e l’esigenze rimangono le stesse. Il fitting rimane un elemento portante per la realizzazione della divisa e dei capi in generale.
«Oltre alla differenza maschio e femmina, bisogna considerare che ogni atleta ha il suo kit. Sono prodotti sartoriali. Per esempio a Sanchez gli piace la manica un centimetro più lunga mentre a Landa un po’ più corta, noi la realizziamo perché sia perfetta per ognuno di loro. Gli atleti hanno tutte le vestibilità fatte su misura. Per una squadra in media facciamo almeno venti tagli differenti, totalmente su misura per ogni corridore. Rispettiamo le esigenze al millimetro perché pensiamo siano dettagli che possono fare la differenza. Sono capi che vanno indossati a pelle quindi devono seguire le linee del corpo in ogni sua fisionomia. Dai training camp si prendono le misurazioni nei team e dopo pochi giorni siamo in grado di fornire i kit a tutta la squadra»
Qui Alessia Piccolo nel 1° Gran Premio AléQui Alessia Piccolo nel 1° Gran Premio Alé
In prima linea Alessia Piccolo
Alessia Piccolo tiene molto al ciclismo femminile e all’attenzione del prodotto in ogni sua fase.
«Alessia vede tutto indossato in posizione bici – dice Monica Rudella – per poter apprezzare ogni dettaglio in movimento. L’atleta si mette sul rullo e cerchiamo ogni particolare registrando tutti i funzionamenti dei tessuti e delle vestibilità applicate. Qualsiasi cosa deve essere indossata in posizione atletica, non in piedi perché quella è la sua vera funzione. La visione di Alessia è totale, non lascia nulla al caso. Sia per la vestibilità, sia per i materiali, è fondamentale che tutto l’insieme sia progettato ad hoc per la donna. Le grafiche il design sono tutti curati, collaboriamo anche con stilisti esterni ma la supervisione passa sempre da lei. Alessia in primis testa i prodotti ed è la prima che ci fa notare correzioni e dettagli da curare prima di mandare in produzione».
La Piccolo è promotrice anche del ciclismo rosa, attraverso sponsorizzazioni. Il 4 settembre si è svolto il Gran Premio Alé Cycling dedicato alle ragazze delle categorie Esordienti ed Allieve.
I test dei pro’ vengono assorbiti e rielaborati per i capi amatorialiAlé nella sua gamma vanta prodotti con vestibilità differenti tra uomo e donnaI test dei pro’ vengono assorbiti e rielaborati per i capi amatorialiAlé nella sua gamma vanta prodotti con vestibilità differenti tra uomo e donna
Dai pro’ agli amatori
La ricerca ha bisogno di “cavie”. Quelle di Alé sono decisamente speciali. Sono i ciclisti professionisti con cui l’azienda collabora da anni. Nessuno come loro è infatti in grado di dare indicazioni e suggerimenti sui prodotti da sviluppare.
«Viene sviluppato tutto anche in corsa. Per esempio – riprende Rudella – l’atleta ha provato un capo particolare e ha proposto qualche miglioramento o modifica. Noi lo ascoltiamo e lo miglioriamo in laboratorio per la successiva volta. Ed è da lì che noi partiamo per sviluppare la gamma che vendiamo al pubblico, sfruttando questi preziosi consigli per poi regalarli agli utenti che poi andranno ad acquistare i nostri capi. Siamo convinti che i nostri tester siano i corridori sul campo e che questo sia un elemento unico di cui Alé può essere orgogliosa».
Partenza della nuova stagione per un Colleoni super motivato. Il primo anno per fare esperienza, ora vuole un angolo per sé. Test e sensazioni fanno sperare
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Un assaggio di internazionalità il GB Junior Team Women ce lo ha avuto qualche settimana fa quando Giulia Giuliani ha corso in Argentina con la maglia della nazionale. Dal 2023 però la formazione nero-arancio potrà sedersi al tavolo dei grandi quasi sempre grazie all’acquisizione della licenza UCI e del titolo “continental”.
Un salto di categoria importante per la squadra piemontese (di affiliazione) che avrà una mission ben precisa. E così abbiamo fatto un colpo di telefono al team manager Massimo Ruffilli per scoprire meglio cosa bolle in pentola tra attività e programmi per l’anno prossimo.
Le strade bianche del GP Valle del Ticino, gara open organizzata dal GB Junior Team (foto facebook)Le strade bianche del GP Valle del Ticino, gara open organizzata dal GB Junior Team (foto facebook)
Massimo facciamo una breve introduzione della squadra.
Siamo la sezione femminile della GB Junior Team Pool Cantù di Bortolami. Siamo nate nel 2021 come formazione under ed elite mantenendo un calendario nazionale. Quest’anno eravamo otto elite e tre junior e spesso alle gare open andavamo al completo. In queste due stagioni siamo riusciti a vincere tre-quattro corse e a cogliere piazzamenti che rispecchiano la nostra filosofia.
Quindi un bel gruppo…
Abbiamo sempre avuto ragazze molto giovani ed interessanti. Su tutte senza dubbio c’è Giulia (Giuliani, ndr) ma alcune di loro arrivano da altre discipline. Sylvie Truc che è stata azzurra agli europei giovanili di MTB oltre ad essere stata campionessa italiana di MTB da esordiente ed allieva. Oppure come Vittoria Ruffilli che ha fatto triathlon fino a qualche anno fa. Noi abbiamo sempre scelto l’atleta o la persona, non i suoi risultati.
Ci racconti invece com’è nato il progetto di diventare continental?
La decisione è stata quella di dare un premio alla crescita delle nostre ragazze. Con Gianluca (Bortolami, ndr) siamo amici fin da bambini e gli ho proposto di fare lo step successivo. Ha appoggiato la mia idea purché continuassimo noi ad occuparcene, visto che tutto ciò comporta un maggior dispendio di energie. Gli ho risposto che sarebbe stato così. D’altronde noi siamo una squadra atipica. A parte il prezioso sostegno degli sponsor, di fatto siamo quattro genitori che investono su giovani ragazze che scegliamo comunque con dei nostri criteri. A noi interessano corridori che vogliano fare le prime esperienze. Vogliamo creare dei corridori. Diventando continental vogliamo dare alle nostre ragazze un’anteprima di visibilità su certi palcoscenici, sperando che poi li possano calcare sempre di più in futuro.
Il GB Junior Team Women è nato nel 2021. Nel 2023 diventerà una formazione continental UCI (foto facebook)Il roster 2023 della formazione nero-arancio sarà ancora molto giovane (foto facebook)Il GB Junior Team Women è nato nel 2021. Nel 2023 diventerà una formazione continental UCI (foto facebook)Il roster 2023 della formazione nero-arancio sarà ancora molto giovane (foto facebook)
Questa annata invece com’è stata?
Diciamo in chiaro-scuro. A maggio Giuliani è stata sfortunata al Giro di Campania perché è caduta a 500 metri dal traguardo nella tappa decisiva. Alla fine ha chiuso terza nella generale ma per me avrebbe potuto vincere tranquillamente la corsa. Da giugno abbiamo avuto l’inserimento di Cipriani che ha vinto subito a Comeana e ha proseguito cogliendo tanti piazzamenti davanti. Alla fine il bilancio è comunque positivo perché abbiamo avuto soddisfazioni da tante nostre ragazze. Borello è stata convocata nella nazionale di gravel e Giuliani è stata chiamata dal cittì Sangalli.
Quest’ultima con Giuliani è stata la ciliegina sulla torta per voi?
Credo che vestire la maglia azzurra sia sempre un lusso. Per la ragazza ma anche per la sua società. Specie per noi che siamo piccoli e senza licenza UCI. Con Paolo eravamo già in contatto da inizio anno, sapevo che la teneva sotto osservazione. Giulia è una buonissima atleta con tante altre valide caratteristiche. Sa comportarsi bene nei vari ambienti, peculiarità cui noi facciamo molto caso, così come credo lo faccia anche lo staff della nazionale. La sua chiamata alla Vuelta a Formosa secondo me non è stata fine a se stessa. Mi sentirei di dire che Giulia ormai faccia parte del giro azzurro.
Giuliani impegnata con la nazionale in Argentina a fine ottobre (foto sito Vuelta a Formosa)Con la convocazione l’abruzzese ha regalato una grande soddisfazione al suo team (foto facebook)Giuliani impegnata con la nazionale in Argentina a fine ottobre (foto sito Vuelta a Formosa)Con la convocazione l’abruzzese ha regalato una grande soddisfazione al suo team (foto facebook)
Sarà lei quindi il faro della vostra squadra l’anno prossimo?
Sì, ma senza metterle pressione addosso. Giulia sono due anni che è richiesta da team più blasonati del nostro ma ha deciso di restare con noi proprio per continuare nel suo processo di crescita. Naturalmente lei sa che dovrà continuare a lavorare e migliorare e che non avrà troppi privilegi. Ha ancora vent’anni e deve ancora temprarsi. Quando avrà fatto la scorza giusta saremo noi che la proporremo alle altre squadre. Però conto molto anche sulle sue compagne. Partiranno tutte alla pari perché sono convinto che possano ben figurare tutte quante.
La squadra del 2023 come sarà strutturata?
A parte Giulia, abbiamo confermato Truc, Rossetti, Garavaglia, Ruffilli e arriverà Sernissi dal Vaiano che, seppur sia giovane, ha già una discreta esperienza internazionale. Passa elite la nostra junior Rebecca Rigamonti. E sempre dalle junior abbiamo preso Chiara Sacchi dalla Vo2 Team Pink e Giulia Miotto dal Breganze Millenium.
E i diesse?
Saranno Enrico Giuliani e Sabrina Morelli, mentre Elena Valli è nel quadro societario e ci darà una mano all’occorrenza. Abbiamo introdotto la figura del nutrizionista. Ce lo hanno richiesto le ragazze stesse vedendo che le loro avversarie alle gare seguivano certe tabelle alimentari. Ogni ragazza si affiderà al suo nutrizionista di fiducia, così come per il preparatore atletico. Naturalmente entrambi si rapporteranno fra loro e con noi per fissare gli obiettivi di ogni singola atleta. Infine abbiamo raggiunto un accordo con De Rosa e correremo con le loro bici.
Un obiettivo GB Women sarà correre il Giro Donne cercando di mettersi in mostra (foto facebook)La GB Women ha sede in Lombardia e affilizione in Piemonte (foto facebook)Un obiettivo GB Women sarà correre il Giro Donne cercando di mettersi in mostra (foto facebook)La GB Women ha sede in Lombardia e affilizione in Piemonte (foto facebook)
Che calendario farete?
Entriamo in punta di piedi in un ambiente che non è il nostro. Manterremo l’impegno nelle gare open, cercando di andarci con un atteggiamento psico-fisico di costante miglioramento. L’estero lo faremo a spizzichi e bocconi, valuteremo durante il corso della stagione. Intanto abbiamo fatto richiesta di partecipare alla Vuelta Valenciana a febbraio.
E il Giro Donne lo farà il GB Junior Team?
Solitamente tutte i team italiani continental sono al via senza grossi problemi però ho già parlato con chi di dovere perché ci tengano in considerazione. Noi vogliamo correre il Giro Donne. Non solo, vogliamo farci vedere e farci conoscere ancora meglio.
Van Vleuten domina anche a La Super Planche des Belles Filles e conquista il Tour Femmes. Marta Cavalli avrebbe potuto contrastarla come al Giro Donne?
Niamh Fisher-Black si è confermata maglia bianca al Giro Donne, arrivando quinta in classifica. Abbiamo parlato del suo futuro con lei, Boom e Cecchini
Neanche il tempo di metabolizzare i nuovi percorsi di Giro e Tour che già nascono le prime dispute e in casa Bora-Hansgrohe la gestione della prossima stagione non appare semplicissima. Visto il percorso della Grande Boucle, con una sola cronometro neanche molto lunga, la squadra tedesca vorrebbe portare Jai Hindley in Francia, ma l’australiano è orientato a tornare in Italia e difendere sul campo la maglia rosa conquistata nell’ultima edizione.
Hindley non si è fatto spaventare dal tracciato della corsa rosa, profondamente diverso da quello vinto, con molti più chilometri a cronometro. Un problema di difficile soluzione. Tempo per affrontarlo ce n’é, ma noi abbiamo voluto saperne di più sentendo chi quel Giro lo ha condiviso con Jai giorno dopo giorno, ossia Cesare Benedetti che faceva parte della squadra vincente.
Un curioso fermo immagine dall’ultima Vuelta a Catalunya, con Benedetti che ripara la bici a HindleyUn curioso fermo immagine dall’ultima Vuelta a Catalunya, con Benedetti che ripara la bici a Hindley
Come avete vissuto quell’esperienza?
Pochi lo hanno sottolineato, ma il fatto di partire con 3 punte (Buchmann, Keldermann e Hindley) ha permesso a Jai di affrontare la prima parte di gara con leggerezza, senza grandi pressioni. Quando sul Block Haus ha visto qual era la sua condizione, il fatto di avere la squadra alle sue dipendenze è stata quasi una logica conseguenza, questo ha permesso all’australiano di rimanere sempre tranquillo. Forse mascherava la tensione, ma anche nell’ultima settimana lo vedevi salire sul pullman, indossare le cuffiette, chiudere gli occhi e concentrarsi, o forse distrarsi. Non ha mai perso il sorriso, penso che questa sia stata una sua forza.
Ammetterai però che il Giro prossimo è diverso, con molti più chilometri a cronometro…
E’ un Giro diverso anche per altri aspetti. E’ un Giro meno duro, non ci sono quelle sequenze di tappe dure con arrivi in salita, anche tre di seguito che abbiamo trovato. Ci sono sì frazioni difficili, le grandi salite, anche la cronoscalata del penultimo giorno, ma è meno severo e questo paradossalmente svantaggia Jai più che i chilometri contro il tempo perché si è visto che l’australiano quando è in forma ha grandissime doti di recupero.
Per Hindley tanti dubbi per il 2023 fra tornare al Giro e un Tour che sembra fatto su misuraPer Hindley tanti dubbi per il 2023 fra tornare al Giro e un Tour che sembra fatto su misura
Rispetto al 2020 secondo te è migliorato a cronometro?
Sicuramente, ma non è che anche allora fosse fermo… Aveva lavorato molto meno allora, oggi è maturato, ha fatto esperienze, ha anche lavorato alla galleria del vento. Io dico non solo che è migliorato, ma che può crescere ancora.
Paradossalmente Giro e Tour sembrano essersi invertiti le caratteristiche, con una corsa francese molto dura con ben 30 Gran Premi della Montagna…
E’ un Tour dove parti subito a tutta, dai Paesi Baschi con percorsi che sembrano quasi quelli delle classiche delle Ardenne. Io sinceramente Hindley su quel percorso lo vedo davvero bene, già nelle prime tappe sarebbe tra i primi. Penso che sia ormai maturo per affrontare i più grandi proprio al Tour e su quel percorso non partirebbe certo battuto. Ma c’è un però…
Benedetti vorrebbe tornare al Giro, dove ha vinto una tappa nel 2019Benedetti vorrebbe tornare al Giro, dove ha vinto una tappa nel 2019
Quale?
Io se fossi nei suoi panni direi le stesse cose e vorrei tanto andare al Giro. Vuoi mettere l’emozione di correre con il numero 1 sulla maglia? E’ enorme, un ritorno al ciclismo classico. Parlo per sensazioni, perché razionalmente al Giro avrebbe tutti gli occhi puntati addosso, mentre al Tour non avrebbe grandi responsabilità, potrebbe correre con quella leggerezza che ha contraddistinto la sua ultima avventura in terra italiana. C’è anche un altro aspetto sul Tour: è diverso non solo perché c’è tanta salita, ma anche perché non ci sono quelle tappe difficili da interpretare, dove si creano ventagli, quelle frazioni che possono anche costare la corsa.
Abbiamo parlato tanto di Hindley, ma che cosa spera Benedetti?
Io vorrei tanto tornare al Giro, anche perché si passa davanti casa mia (Rovereto, ndr), nella frazione del Bondone. Ricordo che avvenne solo nel 2001 e 2002 e io ero lì a bordo strada a incitare i campioni che mi transitavano davanti. Io poi sono un corridore più adatto al Giro, sono abbastanza abituato a impostare la stagione per essere in forma per le Ardenne e poi tirare dritto per la corsa rosa. Al Tour non avrei molto da dire.
Per la Bora-Hansgrohe primo appuntamento di gruppo a Maiorca dal 9 dicembrePer la Bora-Hansgrohe primo appuntamento di gruppo a Maiorca dal 9 dicembre
Hai già ripreso la preparazione?
Sì, con molta calma da una settimana, abbinando bici e palestra. Solitamente avevamo la prima presa di contatto come squadra a ottobre, invece stavolta è stato tutto rinviato, ma ci hanno già inviato un calendario di massima di tutta la stagione e ognuno di noi esprime le sue preferenze. Poi la squadra trarrà le conclusioni, intanto coloro che andranno in Australia sono già stati avvertiti e stanno lavorando in maniera più mirata. Ne sapremo di più al primo ritiro stagionale a Maiorca, dal 9 al 21 dicembre. Per allora credo che anche la querelle Hindley Giro/Tour avrà la sua soluzione.
Bryan Olivo ha appena ripreso ad allenarsi. Fino a due anni fa, questo per lui era il momento più divertente della stagione. Il cross era casa sua, la maglia DP66 e la bici Giant. Nel 2021 ha conquistato la maglia tricolore juniores a Lecce battendo Masciarelli. Poi, passato su strada, ha preso la bici da cross e l’ha messa in garage. Il 2022 è stato la prima stagione da stradista a tempo pieno con il CT Friuli.
Olivo ha partecipato al Tour of Szeklerland e al Giro di Slovacchia, mentre si è ritirato dopo la seconda tappa del Giro del Friuli. I risultati migliori sono venuti nelle crono. Terzo ai tricolori, secondo a Ponsacco. Con la nazionale ha corso gli europei crono, strada e pista (in apertura la crono di Anadia, foto UEC). Bryan compirà vent’anni a gennaio.
Tricolore di cross juniores, Olivo ha mollato il fuoristrada lo scorso inverno (foto Alessio Pederiva)Tricolore di cross juniores, Olivo ha mollato il fuoristrada lo scorso inverno (foto Alessio Pederiva)
Finite le vacanze?
Ho appena ripreso a fare qualcosa. Sono stato fermo dal 12 ottobre fino ad ora, ci voleva. La stagione sinceramente non l’ho neanche sentita più di tanto, nel senso che ho iniziato ad andare forte alla fine, quindi non mi è pesata particolarmente. Ogni tanto però un po’ di riposo ci vuole lo stesso e adesso sono carico per ricominciare.
Che cosa ti pare dunque del mondo della strada?
Mi piace. Se si vuole emergere e passare professionisti, bisogna andare forte su strada e io mi sono trovato bene. In Slovacchia ho corso tra i professionisti, mi piace il loro modo di correre. Fra gli under 23, soprattutto in Italia, si parte ad attaccare dall’inizio alla fine. Non c’è una tattica di corsa ragionata. Invece ho notato che all’estero le corse sono più pensate e io mi trovo meglio. C’è anche molto più lavoro di squadra e alla fine sembra un po’ di fare le grandi corse, per come le vedi in tivù.
Hai mantenuto la pista, giusto?
Ho fatto l’europeo under 23 ad Anadia, in Portogallo, nell’inseguimento individuale (nella gara in cui Manlio Moro ha conquistato il bronzo, Bryan è stato 10°, ndr). La pista dovrei tenerla, a meno di cose eclatanti. L’idea mia e penso anche dei miei preparatori e dei direttori sportivi è di rincominciare dalla base di fine anno in cui sono andato forte, poi migliorare. Durante la stagione ci saranno vari obiettivi di cui parleremo. Però, l’idea per il 2023 è di andar forte e iniziare a vincere.
Ancora al Tour of Szeklerland, in fuga nei boschi della Romania (foto Instagram)Ancora al Tour of Szeklerland, in fuga nei boschi della Romania (foto Instagram)
I risultati migliori sono venuti nelle crono.
Vedendo da quest’anno, le cronometro sono veramente il mio punto forte. E’ una cosa su cui si può lavorare bene e magari togliersi anche qualche bella soddisfazione. Ho visto che contro il tempo posso dare il mio vero potenziale al 100 per cento. Ovviamente bisognerà vincere anche le gare su strada, però il mio punto forte adesso sono le cronometro. E’ qualcosa che sento mio. Quando salgo su quella bici mi sento un’altra persona e quindi mi piace veramente tanto.
Hai parlato di strada, vedendoti e ricordando le tue doti nel cross, un occhio alle strade del Nord si potrebbe dare, no?
Direi di sì. Alla fine ho visto che in salita dopo i 3 chilometri inizio a fare fatica, mentre sugli strappi e sui percorsi mossi posso farmi vedere. Le classiche del Nord potrebbero andar bene, però è tutto da sperimentare. L’anno scorso non ho potuto confrontarmi con quei percorsi, però l’idea è quella di puntare sulle classiche e sui percorsi vallonati.
Veniamo alla nota dolente: Trentin dice che rinunciare presto al cross per intestardirsi sulla strada è un errore.
La mia idea è che se vuoi passare professionista e nel cross non sei un fenomeno assoluto, è meglio che ti concentri sulla strada al 100 per cento, così magari hai una possibilità. Fare tutte e due le cose, magari non fatte bene, secondo me compromette la possibilità di andare avanti. Io almeno la penso così.
Al Tour of Szeklerland, riunione con i ds Boscolo e Baronti (foto CT Friuli)Al Tour of Szeklerland, riunione con i ds Boscolo e Baronti (foto CT Friuli)
Quando sei arrivato a questa consapevolezza?
Ho sempre detto di essere amante del ciclocross e che non lo avrei mai lasciato. Però, nel momento in cui vai a ragionare bene su quali possono essere i pro e i contro, soprattutto nel cross fatto in Italia… In Belgio e Olanda, sono due cose diverse. Ugualmente, dove sono i corridori belgi e olandesi che fanno cross e vanno forte su strada? A parte quei due o tre fenomeni, intendo. Io parlo di livello under 23 e juniores. Se si guardano i risultati, non trovi nessuno che va forte su strada e fa cross.
In teoria, si fa multidisciplina non per vincere da junior o U23, ma per avere una formazione più completa da pro’.
Diciamo però che adesso il ciclismo sta portando in una direzione in cui se non vai forte subito, non passerai mai più. Vediamo sempre più juniores che passano direttamente professionisti e under 23 che fanno sempre più fatica. Probabilmente è il movimento che ti porta ad andar forte da junior.
Secondo te, Buratti che non passa è un’occasione mancata o un anno in più gli farà bene?
Non lo so, è una domanda cui non vorrei rispondere.
Al Giro del Friuli doveva lavorare per Buratti, ma il 2° giorno si è fermato per problemi fisici (foto Instagram)Al Giro del Friuli doveva lavorare per Buratti, ma il 2° giorno si è fermato per problemi fisici (foto Instagram)
Seguendo il tuo ragionamento, sembra quasi che ci sia un solo treno…
Se hai il contratto in mano, un anno in più non fa niente, però se non hai il contratto in mano, ovviamente non passare è un’occasione sprecata. Dipende da che punto di vista lo vedi. Se gli fai fare il quarto anno e non hai il contratto, magari non hai motivazioni. Se invece ce l’hai già, un anno in più non cambia niente, perché sai che alla fine passerai.
Se adesso venisse qualcuno e ti offrisse di passare subito, dopo che hai detto di dover ancora crescere, cosa faresti?
Non posso mica non accettare, no? Sarebbe un’occasione. E’ come dire che il treno passa una volta e poi magari non passa più. Sono d’accordo che sia necessario crescere, però fai che durante quest’anno per crescere ti succede qualcosa, anche solo per pura sfortuna? Dopo come fai?
Allo stesso modo, metti che vai di là, non sei pronto e smetti di correre?
Certo, sono punti di vista alla fine. Però è giusto che un corridore deve crescere prima di passare, questo voglio dirlo.
Pontoni con Olivo: il cittì è stato il suo primo mentore nel cross e ha sperato di poterlo rivedere nella specialità (foto Billiani)Pontoni con Olivo: il cittì è stato il suo mentore nel cross (foto Billiani)
Come riprende la preparazione adesso?
Con un po’ di palestra, soprattutto quella. Un paio di ore in bici 2-3 volte alla settimana e poi si aumenterà sempre di più. Per due settimane ancora da soli, poi ci troveremo quasi ogni sabato e domenica insieme in casetta. Qua la mattina e la sera fa freddo, ma durante il giorno si sta ancora bene. E’ perfetto per andare in bici all’orda di pranzo. Che di questi tempi non guasta.
Il Team Colpack Ballan CSB viaggia spedito verso la stagione numero 32 della sua storia. Negli anni sono stati tanti i campioni che ha sfornato la squadra di patron Beppe Colleoni. Ma non ci si può adagiare sugli allori, bisogna sempre rinnovarsi e far fronte alle nuove esigenze.
E forse anche per questo Antonio Bevilacqua e Gianluca Valotistanno pensando a qualche cambiamento sostanziale, anche per ciò che concerne il calendario. Proprio mentre chiamiamo Valoti, i due tecnici sono in riunione. Il 2023 è già iniziato per loro.
Bevilacqua e Valoti (a destra) con Filippo Baroncini, campione mondiale U23 a Leuven 2021, frutto della Colpack (foto Instagram)Bevilacqua e Valoti (a destra) con Filippo Baroncini, campione mondiale U23 a Leuven 2021, frutto della Colpack (foto Instagram)
Gianluca, partiamo da una frase che emerse parlando questa estate al Valle d’Aosta: «Anche un’importante squadra giovanile come la Colpack fa fatica a prendere i ragazzi migliori». E’ così? E perché?
E’ veramente difficile. L’ultimo esempio è la Jumbo-Visma che ha preso quel ragazzino di 17 anni (Mattio, ndr). Come fai a fermarlo? Uno come lui vede la tv. Vede che quella squadra vince il Tour, che se la gioca con Pogacar, che annovera tanti campioni… è normale che abbia l’ambizione di andare in quel team così organizzato e blasonato. E in alcuni casi passano direttamente nella WorldTour e non dalla giovanile.
E allora come possono squadre tipo la Colpack, ma anche la Zalf tanto per citare l’altra grandissima, ingolosire i ragazzini?
Noi lavoriamo sempre per dare e fare il massimo. Cerchiamo di fargli vedere la nostra struttura organizzativa e mostrargli come verrebbero seguiti al 100 per cento: preparazione, alimentazione, materiali…
Stagione 2023, come sarà il vostro organico?
Rispetto allo scorso anno abbiamo preso sei juniores più Luca Cretti che è un quarto anno. Altri dieci ragazzi sono stati confermati, tra questi il gruppo dei velocisti: Persico, Boscaro, Quaranta e Della Lunga. Abbiamo preso un altro ragazzo da affiancare a Sergio Meris, che è il nostro scalatore-uomo di classifica e che è anche al quarto anno, pertanto cerchiamo di dargli una mano. Io credo che nel complesso siano ragazzi di buoni valori.
Diego Bracalente è uno degli juniores ingaggiati dalla Colpack. Proviene dalla Trodica di Morrovalle, team abruzzeseDiego Bracalente è uno degli juniores ingaggiati dalla Colpack. Proviene dalla Trodica di Morrovalle, team abruzzese
Li avete visti anche dal vivo?
Un po’ dal vivo, ma un po’ li abbiamo studiati anche con le tecnologie attuali, che consentono tra allenamenti e corse di studiare bene i file e valutare i valori di quel ragazzo. Fermo restando che poi a contare è sempre il verdetto della strada. Abbiamo scelto qualche scalatore in più, perché ormai ce ne sono pochi. Diego Bracalente, Lorenzo Nespoli, Leonardo Volpato e in parte Gabriele Casalini e Nicolas Milesi, che sono un po’ più cronoman, al Lunigiana per esempio si sono mostrati bravi in salita. Idem Luca Cretti e Pavel Novak.
Però sei ragazzi, Gianluca, non sono pochi. E’ una piccola rivoluzione…
Eravamo partiti con un gruppo di giovani che man mano è andato “maturando” e quindi lo scorso anno non partivamo da zero. Per il 2023 invece ripartiamo da zero e la speranza è di fare con loro un programma di almeno due-tre anni.
Eccolo, il nocciolo della questione: un programma di due-tre anni. Perché come si è visto il rischio è che al primo bel segnale (non solo vittorie) passino…
Esatto. Avere un corridore per due o tre anni è un problema ed è sempre più difficile. In più al primo anno, fino a giugno, cerchi di lasciarli più tranquilli perché hanno la scuola, per poi fargli fare qualcosa in più in vista del finale di stagione. Questa è sempre stata la politica della Colpack-Ballan CSB. Ed eventualmente quello dopo fargli fare un’attività più intensa.
Nel 2022 la Colpack ha ottenuto 16 vittorie e 36 podi totali in Italia (38 considerando anche quelli all’estero). Qui, Francesco Della Lunga Nel 2022 la Colpack ha ottenuto 16 vittorie e 36 podi totali in Italia (38 considerando anche quelli all’estero). Qui, Francesco Della Lunga
Calendario 2023, sarà quello di sempre?
Abbiamo fatto molte richieste all’estero, come sempre del resto. Il problema è che con il Covid le squadre più importanti, a partire dalle WorldTour, restavamo molto di più in Europa. Adesso che le cose sembrano cambiare, che tornano l’Australia, l’Argentina… magari per noi c’è più spazio. Ma resta comunque difficile programmare un’attività all’estero in quanto noi continental siamo le ultime ad essere avvertite. Ci dicono all’ultimo minuto che la nostra richiesta è stata accettata. Però dai, qualche conferma è già arrivata!
Tipo?
Una gara in Olanda, la Parigi-Roubaix, le classiche delle Ardenne…
C’è qualche gara che ti piacerebbe fare?
Sì, il Tour de Bretagne gara ottima per il nostro livello direi. Innanzi tutto sono sette giorni di corsa e si avvicina molto al nostro Giro under 23 e poi i percorsi sono misti, il meteo è parecchio variabile… in una corsa così i ragazzi imparano tanto.
Eventi così e un calendario straniero più fitto, per te aumentano la capacità di attrazione dei ragazzi verso la vostra squadra?
C’è sicuramente più stimolo. Prendiamo un Persico che è al quarto anno ed è esperto. Ragazzi come lui hanno già fatto un po’ tutte le corse del panorama italiano e fare delle gare all’estero magari gli dà più grinta, più fame, più cattiveria. E immagino valga anche per quelli di primo anno. Anche se per loro anche il calendario nazionale è nuovo. Per esempio a Bracalente quando gli si parlava della Firenze-Empoli s’illuminavano gli occhi. Una gara simile l’avevano solo sentita nominare, letta da qualche parte o vista in qualche spezzone tv. E’ pur sempre un passaggio dagli juniores al dilettantismo.
Quest’anno la squadra di Colleoni ha fatto diverse corse all’estero. Purtroppo però queste trasferte sono anche costoseQuest’anno la squadra di Colleoni ha fatto diverse corse all’estero. Purtroppo però queste trasferte sono anche costose
E magari pensare ad una trasferta tipo quelle nel Mediterraneo, in Turchia o al Tour of Rhodes?
Sinceramente sono un po’ titubante e lo stesso vale per la trasferta in Argentina, dove insistendo un po’ magari ci invitano anche. Però sono grandi impegni anche organizzativi per strutture piccole come la nostra. I mezzi, le bici, il personale… E poi costano.
E in alcune di queste gare il tasso tecnico non è super. Meglio un Sibiu Tour?
Sì, meglio. Queste corse in Romania, Bulgaria… stanno prendendo piede. Sono ben organizzate, gli hotel sono buoni e il tasso tecnico è giusto. Sono luoghi che si raggiungono in una giornata di viaggio e ai ragazzi si dà l’opportunità di misurarsi in un buon campo internazionale. Ovviamente però abbiamo fatto richiesta anche per le gare a tappe italiane, Giro di Sicilia, Coppi e Bartali… e aspettiamo il risultato. Come ho detto prima, noi continental siamo le ultime a sapere dell’invito.