Tiberi e i pro’: il percorso di crescita continua

12.11.2022
6 min
Salva

L’appuntamento con Antonio Tiberi slitta in avanti di qualche ora e dal primo pomeriggio si passa alla sera. Il motivo è semplice: sfruttare quelle poche ore di luce e di pausa dalla pioggia per fare una breve uscita in bici.

«Non era la prima – ci dice Tiberi da casa sua – stamattina pioveva, inoltre ho un po’ di congiuntivite e quindi ho preferito uscire più tardi. Sono alla seconda settimana di ripresa dell’attività, devo dire che sto bene, per ora si fa meno fatica (racconta con una risata, ndr). Si fanno uscite non troppo lunghe, qualche sessione di palestra e delle camminate, giusto per rimettersi in moto».

Nel 2019 Tiberi ha vinto il mondiale juniores nella prova a cronometro
Nel 2019 Tiberi ha vinto il mondiale juniores nella prova a cronometro
Inizi il tuo terzo anno da pro’ come consideri il tuo percorso fino ad ora?

Allora, la mia sensazione è che la crescita sia andata in maniera abbastanza regolare. Non ho bruciato delle tappe, ho fatto tutto in ordine. Il primo anno ho preso il ritmo con la categoria, sia in senso fisico che mentale. La scorsa stagione, invece, mi sono trovato meglio, conoscevo già lo staff, ho imparato meglio la lingua e dopo un anno in gruppo mi sento più tranquillo. Sono pronto a scalare la classifica dall’interno

Tu sei stato uno di quelli che è passato molto presto, correndo solo pochi mesi negli U23…

Per me è stata l’esperienza giusta. In questi due anni da professionista mi è mancata un po’ di esperienza ma “dall’interno”. 

In che senso?

Se avessi corso qualche anno in più da U23 avrei imparato qualcosa, ma più legato alla categoria. Io mi sono voluto mettere alla prova nel professionismo, che è sempre stato il mio obiettivo da raggiungere. Diciamo che ho focalizzato la mia crescita entrando subito nel mondo di mio interesse.

Antonio Tiberi, Trofeo San Vendemiano 2020
Tiberi ha corso solo una pochi mesi negli under 23, nel 2020, vincendo il Trofeo San Vendemiano (foto Scanferla)
Antonio Tiberi, Trofeo San Vendemiano 2020
Tiberi ha corso solo una pochi mesi negli under 23, nel 2020, vincendo il Trofeo San Vendemiano (foto Scanferla)
E con la Trek senti di aver fatto la scelta giusta?

Il discorso che ho fatto prima varia tantissimo in base alla squadra. La cosa più importante è che se un ragazzo ha la possibilità di passare da junior a pro’ lo possa fare con il team giusto. Io sono stato indirizzato anche dai miei procuratori, i Carera, che mi hanno aiutato molto a trovare la squadra giusta per me.

Che squadra è?

Sia lo staff che i diesse sono tranquilli e calmi, mi hanno sempre dato il tempo di crescere. Al mio primo anno non mi hanno mai messo il fiato sul collo, né per vincere né nel lavorare per la squadra. Giustamente, l’anno scorso, il livello dello sforzo richiesto è aumentato, ma tutto in proporzione agli obiettivi. 

Quali sono?

L’aspettativa è quella di vincere, uno che vede da fuori pensa che vista la mia età non mi saranno date le opportunità. Ma quelle arrivano, devi dimostrare di meritarle, come al Giro di Ungheria.

La prima corsa con la Trek-Segafredo è arrivata nel 2020: la Freccia del Brabante (foto Instagram)
La prima corsa con la Trek Segafredo è arrivata nel 2020: la Freccia del Brabante (foto Instagram)
Da quella vittoria però sono passati tanti mesi, hai avuto altre occasioni per metterti in luce?

Da dopo l’Ungheria le occasioni non sono mancate, in altre gare ero lì pronto a giocarmela. Se non arriva la vittoria non vuol dire che non mi sia stata data l’opportunità di cercarla

Da U23 hai più chance: di sbagliare, di muoverti, di metterti in mostra…

Da under ogni domenica hai un’opportunità, le gare sono sempre aperte. Se un corridore fa più anni da under è chiaro che arriva a vincere di più, anche per il semplice fatto di essere più grande degli altri. Però poi arrivi al professionismo a 23-24 anni, arrivarci a 20 come ho fatto io è diverso. Come detto prima ho preferito entrare prima tra i grandi e farmi il mazzo raggiungendo il mio livello direttamente dal professionismo, rinunciando a qualche vittoria. Ho ancora tanto da fare e da maturare, come carattere sono lontano da corridori come Evenepoel o Ayuso. Si vede che loro hanno una mentalità più “adulta”. 

I conti si fanno alla fine, non all’inizio.

Assolutamente, però entrare in questo mondo fin da subito mi ha fatto rendere conto a quale livello vorrei arrivare. 

Dunbar Tiberi 2022
Il primo successo è arrivato nel 2022 all’ultima tappa del Giro di Ungheria, davanti a Dunbar
Dunbar Tiberi 2022
Il primo successo è arrivato nel 2022 all’ultima tappa del Giro di Ungheria, davanti a Dunbar
Quei due che hai nominato li hai visti alla Vuelta, che esperienza è stata?

Mi sono sentito come quando fai un esame e ti rendi conto di come funziona realmente. E’ una cosa che ti ridimensiona e ti fa capire quale sia il livello intorno a te. L’ho presa, vista, ed elaborata in maniera positiva. 

Non tutti però hanno questa capacità.

Vero, alla fine la squadra mi ha aiutato a capire questa cosa, a Madrid erano abbastanza soddisfatti di come sono andato. Era la mia prima presenza in un grande Giro. Qualche buona prestazione l’ho fatta, sia per me che per i miei compagni.

Olivo, di recente ci ha detto che se arrivasse l’occasione di passare la coglierebbe, visto che potrebbe essere l’unica. Anche per te è stato così?

Dipende da te se è l’unica o meno, per me credo non lo sarebbe stata. Nei pochi mesi fatti da under avevo visto che il livello era adatto a me, tanto che ho anche vinto qualche gara (come a San Vendemiano, ndr). La proposta della Trek non l’ho vista come una cosa inaspettata. 

Prima della Vuelta Tiberi è andato al Tour de Pologne ad affinare la preparazione
Prima della Vuelta Tiberi è andato al Tour de Pologne ad affinare la preparazione
La Colpack dove hai corso da under non faceva un calendario estero, dall’anno prossimo sì. Secondo te cambia qualcosa?

Se già da under riesci a trovare una squadra che ti permette di correre gare internazionali in giro per l’Europa diventa un percorso di crescita diverso. Quando sono andato alla Trek non ho pensato al calendario più vario, perché questo era un dato scontato. Però per passare nel WorldTour devi essere pronto.

Ovvero?

Nel senso che non tutti i ragazzi a 20 sono in grado di passare ad una squadra WorldTour. Fare una vita del genere è difficile, stare a casa un mese o due all’anno è complicato. Io l’ho vissuta abbastanza bene, non so se per una cosa di carattere, ma non soffro troppo lontano dalla famiglia. Mi trovo bene anche da solo, anche questo fa parte della crescita

Parlando con Ulissi è emerso come il primo anno lui abbia corso poco, anche tu hai aumentato gradualmente i giorni di corsa. 

Anche questi fanno parte del programma di crescita, al primo anno non ti fanno superare un tetto di gare. Io ne ho fatte 54. Nel 2022, complice la Vuelta sono passato a 68, nel 2023 dovrei arrivare intorno agli 80. Inizierò dal Tour Down Under, poi UAE Tour e le gare in Italia.

Oioli alla Qhubeka: le ragioni di una scelta inattesa

12.11.2022
5 min
Salva

Di Manuel Oioli si parlava giorni fa con Carlos Barredo, commentando il destino di chi cresce talenti e spesso se li vede portare via. Il piemontese (in apertura durante le recenti vacanze a Tenerife) è cresciuto nella Bustese Olonia, il team juniores collegato alla Eolo-Kometa. Poi è passato under 23 alla Fundacion Contador e nel 2022 ha corso il primo anno fra i dilettanti. E mentre già si pensava che sarebbe cresciuto nel team spagnolo per diventare pro’ alla Eolo-Kometa, ha fatto i bagagli e si è trasferito al Team Qhubeka, vivaio della Q36.5.

Secondo Barredo, preparatore della Eolo-Kometa, la spiegazione potrebbe stare nel senso di strade chiuse provato da Oioli. E allora a lui ci siamo rivolti, per capire attraverso le sue parole le ragioni di una scelta che ha preso in contropiede Basso, che su Manuel puntava parecchio.

Oioli ha 19 anni. Nel 2021 ha vinto 6 corse al secondo anno da junior. Nel 2022, complici gli esami di maturità e il calendario spagnolo seguito dalla Fundacion Contador, non si è visto molto in Italia. Ha comunque centrato un secondo posto di tappa nella Vuelta Madrid, un terzo alla Vuelta Extremadura e uno alla Vuelta Salamanca, oltre ad altri 6 piazzamenti nei dieci.

Al Lunigiana del 2021, secondo anno da junior, Oioli ha vinto due tappe. Qui a Fosdinovo
Al Lunigiana del 2021, secondo anno da junior, Oioli ha vinto due tappe. Qui a Fosdinovo
Secondo Barredo stavi bene, invece te ne vai…

Non mi pento di aver fatto l’anno alla Eolo, perché comunque è stata un’esperienza internazionale. Praticamente l’80 per centro della mia stagione l’ho fatto in Spagna, quindi è stata una cosa completamente nuova e questo non può che essere positivo. Però è anche vero che l’esperienza internazionale non può limitarsi al correre tante volte in Spagna, prendendo ogni volta un aereo, in gare che in realtà non hanno un livello più alto di quelle italiane. In più sono gare che per la maggior parte non sono troppo adatte a me. Sono spesso gare con salite lunghe, comunque più da scalatori. Insomma, non serviva andare così lontano per trovare un’attività di questo tipo.

Attività poco adatta?

L’unica cosa positiva è che forse ci sono più corse a tappe, quello sì. Ce ne sono tante in Spagna e poche in Italia. Una squadra come la Qhubeka, oltre a fare tutto il calendario italiano, fa anche diverse gare a tappe all’estero. E questa per me è una cosa abbastanza importante.

Oioli ha svolto la trafila degli juniores alla Bustese Olonia con Marco Della Vedova come diesse (foto Instagram)
Oioli ha svolto la trafila degli juniores alla Bustese Olonia con Marco Della Vedova diesse (foto Instagram)
Perché andare alla Qhubeka?

Ormai si è saputo che ho parlato sia con loro sia con la Groupama, che però mi ha tenuto a lungo senza farmi sapere niente. Così alla fine ho preferito andare in una squadra che mi volesse davvero. Ho conosciuto Daniele Nieri e ho subito visto un interessamento vero. Mentre con Groupama l’interessamento c’è stato all’inizio, poi sono spariti. Piuttosto che rischiare di arrivare a ottobre senza squadra, ho preferito andare sul sicuro. In una squadra che sono sicuro che mi vuole.

Avete già parlato di programmi?

L’inizio di stagione per alcuni sarà già a fine gennaio. Credo con la professional, ma non ne sono sicuro. Poi la squadra farà chiaramente il calendario internazionale in Italia, delle gare nazionali e altre a tappe soprattutto in Francia. Questa secondo me è la cosa più importante. Ho capito che le corse a tappe sono le più importanti da fare. Ti danno un’altra gamba e questo è quel che mi premeva di più. Mi piacerebbe fare il Giro d’Italia, se lo organizzeranno.

Alla Fundacion avevi la strada spianata verso la Eolo-Kometa, qui c’è la Q36.5, ugualmente una professional…

Il progetto sembra solido, perché comunque alle spalle della nostra squadra sembra di vedere fondamenta solide. Il team manager (Ryder Douglas, ndr) ha avuto anni di esperienza WorldTour, mentre il main sponsor è davvero solido. Io non l’ho ancora conosciuto di persona, ma Manuel (Quinziato, il suo procuratore, ndr) mi ha detto che è un suo amico e lui mi ha rassicurato molto. Sono entrambi di Bolzano.

Oioli, foto dal primo ritiro 2022 della Fundacion Contador U23 a Oliva
Oioli, foto dal primo ritiro 2022 della Fundacion Contador U23 a Oliva
Cambia qualcosa a livello di preparazione per l’inverno? 

Il nostro preparatore è sudafricano di origine olandese. Non so se viva proprio a Lucca o ci trascorra dei lunghi periodi. Quanto alla preparazione, non cambierò molto. Farò palestra e poi la porterò avanti anche durante la stagione, ma quello lo facevo già l’anno scorso. Quindi nei primi 10 giorni, farò magari un po’ di attività alternative. Prima andrò a correre a piedi e camminare, poi più avanti comincerò ad andare in bici.

Hai un’idea di quali obiettivi potresti puntare?

Per me il 2023 sarà ancora una novità. L’anno scorso avevo ancora la scuola, quindi d’inverno ho provato a fare il più possibile, però non era facile con il buio che arrivava presto e il tempo che non avevo. Invece quest’anno, non avendo limitazioni visto che non vado all’università, faccio solo il ciclista. Sicuramente potrò lavorare meglio. 

Sei andato via soltanto per il calendario?

Uno dei fattori è quello. Un altro è che l’offerta di Qhubeka è migliore di quello della Fundacion Contador. Inoltre essendo continental, sarà più facile partecipare alle gare con i professionisti. Offerta migliore vuol dire anche che a vent’anni vorrei guadagnare qualcosa e non dover chiedere per ogni cosa i soldi a casa. E la politica della Fundacion è che gli U23 non devono essere pagati. Per cui, visti tutti gli aspetti, ho preferito cambiare squadra. Se però avessero cambiato idea, magari sarei rimasto. Alla fine non avevo grandi problemi. 

Oioli ha corso per la maggior parte del 2022 in Spagna: la Fundacion Contador svolge lì la maggior parte della sua attività
Oioli ha corso per la maggior parte del 2022 in Spagna: la Fundacion Contador svolge lì la maggior parte della sua attività
Sei già stato a conoscere il ritiro di Lucca?

Sarei dovuto andare in Toscana proprio in questo weekend, ma ho avuto per giorni le placche in gola, sono sotto antibiotici, quindi non sono andato. Ci tornerò, come so che spiegheranno anche a me il progetto che c’è dietro Qhubeka. Non so bene precisamente quanto dovrò stare a Lucca durante l’anno, però da quanto mi ha detto Daniele Nieri, più si sta giù e più loro sono contenti. Non sei obbligato a stare tutto l’anno in ritiro, si può tornare a casa quando si vuole. Però diciamo che passerò molto tempo con la squadra.

Hai già ricevuto la nuova bici?

Non ancora. Adesso vado in giro con una che avevo a casa, perché l’Aurum me l’hanno ritirata subito. Le Scott con cui correremo dovrebbero arrivarmi entro un paio di settimane.

Dieci anni dopo, Oppici torna da Bramati e Lefevere

12.11.2022
5 min
Salva

Fausto Oppici, che fu un buon dilettante e negli ultimi 10 anni è stato il capo dei meccanici al Team Bike Exchange-Jayco, lavorerà dal prossimo alla Quick Step, da cui era uscito nel 2012 per aiutare a creare il team australiano.

Il mercato degli uomini dello staff è meno frizzante di quello dei corridori e probabilmente fa meno notizia, però i direttori sportivi e i team manager sanno che gli uomini giusti nelle posizioni chiave permettono alla squadra di girare meglio. Perciò se con la chiusura della Drone Hopper-Androni la Bardiani si è presa tutto il suo staff della performance, il ritorno di Oppici sull’ammiraglia italiana di Bramati darà al tecnico bergamasco una sicurezza in più. Soprattutto alla vigilia di un anno in cui in Italia potrebbe arrivare in modo più massiccio baby Evenepoel.

E’ il 2004, Bettini non ha ancora vinto le Olimpiadi: qui siamo alla Tirreno
E’ il 2004, Bettini non ha ancora vinto le Olimpiadi: qui siamo alla Tirreno

Costruire un team

Fausto Oppici, classe 1970, vincitore di una Coppa Caduti Nervianesi e secondo alla Coppa San Geo del 1992, è stato una delle colonne portanti della Quick Step di Boonen. Per cui pensare al team belga ha sempre portato ottimi ricordi.

«Era un po’ che Bramati e Lefevere mi chiedevano di tornare – sorride –  e alla fine ho detto: ci provo. Volevo trovare altri stimoli dopo 10 anni qui alla Bike Exchange. Torno in un posto che conosco già. La struttura è rimasta quella, una parte del personale è la stessa. Ero venuto via per seguire il progetto di Alvaro Crespi e Shayne Bannan. Mi avevano offerto il posto di responsabile di tutta la parte legata alla meccanica e ho accettato, per provare anche la nuova sfida. Però adesso, dopo 10 anni, sono cambiate tante cose. Ci sono tante più incombenze e mi sono detto che forse è tornato il momento di fare nuovamente il meccanico. Quando torno da una corsa, ho bisogno di stare a casa…».

Mondiali 2010, lo staff dei meccanici azzurri: c’è anche il mitico Franco Vita
Mondiali 2010, lo staff dei meccanici azzurri: c’è anche il mitico Franco Vita
Invece negli ultimi anni?

Rientravo da una corsa e andavo in magazzino a lavorare. Non ci sono solo le biciclette. C’è da fare il programma, ci sono le macchine, i camion, ci sono tante cose da vedere e da fare. Magari vai per pensare solo alle biciclette, poi arrivi e trovi il tuo collega che lavora quasi solo in magazzino. Magari è lì che guarda i mezzi, quindi lo aiuti. Lo accompagni, perché sai che deve portarli in officina. Ogni volta che ci sono dei cambiamenti di programma, se per esempio arriva una nuova corsa da fare, devi organizzare gli spostamenti di tutti gli altri. Non sei da solo, ma ti metti lì col direttore sportivo. Erano le cose che di solito facevo con Vittorio Algeri o con Gene Bates. Ci mettevamo lì a vedere se c’era la possibilità di incastrare tutto.

E’ stata un’esperienza positiva?

Mi sono sempre trovato bene, mi è piaciuto, mi sono divertito. Mi sono tolto delle belle soddisfazioni. Non ho niente da recriminare. Ho voluto provare la nuova esperienza di una squadra nuova che nasceva completamente da zero. Ma erano già diversi anni che “Brama” mi chiamava e con Lefevere sono sempre rimasto in contatto. Non ho mai avuto problemi con lui. Quando mi vedeva, ci siamo sempre salutati, abbiamo sempre parlato. Anche solo per gli auguri di Natale o cose del genere. E così quest’anno ho detto di sì ed è stato come tornare a casa.

Cosa ricordi di quella Quick Step?

L’ultimo anno con loro fu il 2011. C’era Boonen e c’era Chavanel. Quell’anno arrivò Trentin, che venne a fare il Tour of Beijing da stagista. Poi l’anno dopo passò professionista con loro, ma io ero già andato. Però me lo sono ritrovato nel 2018 alla Mitchelton. Avevamo bici Specialized. Negli anni abbiamo cambiato un po’. All’inizio avevamo Time. Poi siamo passati a Merckx e dopo a Specialized.

Bramati è una delle colonne della Deceuninck. Qui con Tegner, responsabile marketing e comunicazione
Bramati è una delle colonne della Deceuninck. Qui con Tegner, responsabile marketing e comunicazione
Com’è fare il meccanico in una squadra così?

Fare il meccanico alla Quick Step, per quello che il ciclismo rappresenta in Belgio, è come essere alla Juventus. Nel mio piccolo, essere ancora ricercato da una squadra così importante vuol dire che, a parte l’amicizia, qualcosa posso dargli. Sennò certamente non avrebbero avuto bisogno di me. Con tutte le virgolette, forse qualcosa valgo anch’io.

Tanto onore e tanta responsabilità?

Non piccola. Più si alzano gli obiettivi, più si alza il valore dei corridori e più ce l’hai sulle spalle. Perché se poi qualcosa non funziona, tocca sempre a te. Durante la corsa hai sempre il timore che possa succedere qualcosa alla bicicletta che hai preparato. E poi quando magari qualcosa succede davvero, anche la più piccola, cominci a pensare a cosa possa essere successo. Ti fai venire mille paturnie.

Sai già che programma farai?

Bene o male, so il numero dei giorni. Se ne discute, nel senso che c’è il responsabile che farà il calendario. Però al momento di farlo, ti chiede se Ie corse che ha pensato vanno bene. Se hai qualche problema in un giorno particolare, in cui hai bisogno di stare a casa o cose del genere. Io ovviamente sarò orientato sulle corse in Italia. L’orientamento delle squadre è non far viaggiare troppo lo staff, se non è necessario. Sarebbe stupido che io andassi a fare le corse in Belgio, se lassù ci sono i meccanici belgi.

Oppici è stato per 19 anni meccanico della nazionale. Ha fatto anche 4 Olimpiadi: 2 con l’Italia e 2 con l’Australia
Oppici è stato per 19 anni meccanico della nazionale. Ha fatto anche 4 Olimpiadi: 2 con l’Italia e 2 con l’Australia
Solo Italia, dunque, per Oppici?

Magari capiterà di andare al Nord o altrove. Ad esempio Bramati in Belgio ci va di sicuro, ma è altrettanto sicuro che le corse italiane toccano a lui. Si cerca di dividere i compiti, anche se di italiani nella squadra non ce ne sono tanti. Siamo in quattro. Bramati, Tegner che però è un dirigente, un massaggiatore (Yankee Germano, ndr) ed io.

Sei già andato in magazzino?

Non sono ancora stato su, anche perché fino al 31 dicembre sono stipendiato dalla Bike Exchange. In realtà ho parlato con Copeland e loro mi hanno dato la disponibilità, qualora ne avessi bisogno, di dare una mano di là. Allo stesso modo in cui gli ho detto che posso ancora aiutarli. Però al momento non sono ancora andato. Se posso dire la mia opinione, aspettare il 31 dicembre è una gran stupidata. A dicembre le squadre vanno già in ritiro e i corridori iniziano a usare i nuovi materiali. I contratti dovrebbero finire il 31 ottobre. 

Almeida, un altro Giro nel mirino, ancora con Baldato

12.11.2022
5 min
Salva

Di questi tempi circa un anno fa con Fabio Baldato, diesse della UAE Emirates, parlammo di Joao Almeida al Giro d’Italia. In quel momento l’atleta portoghese era appena arrivato nella squadra asiatica. E i due si conoscevano poco.

Joao voleva fare bene al Giro e la squadra gli aveva dato subito le chiavi da capitano. Impegni rispettati alla lettera, almeno sin quando il Covid non ci ha messo lo zampino. Adesso Almeida vuol tornare al Giro, stando alle sue dichiarazioni. Sarà ancora protagonista? Ce lo dice Baldato stesso.

Fabio Baldato (classe 1968) è direttore sportivo della UAE Emirates dal 2021
Fabio Baldato (classe 1968) è direttore sportivo della UAE Emirates dal 2021
Fabio, è passato un anno ed eccoci ancora qua: Almeida al Giro…

Sembra essere così. Non è ancora ufficiale, sia chiaro. Matxin e Gianetti stanno stilando il programma. So però per voce sua che lui ha piacere di fare il Giro. Ci sono da stabilire i programmi per tutti i corridori, dove schierarli. A dicembre quando ci ritroveremo in ritiro tutto sarà più definito.

Partiamo dall’ultima corsa rosa di Joao. Okay il Covid, ma come giudichi il suo Giro fino a quel momento?

Il Giro era stato volutamente corso in modo attendistico, proprio sapendo della difficoltà degli ultimi 4-5 giorni. Poi però è stato male. Ed è stato male proprio nella tappa dalla quale pensavamo d’iniziare ad attaccare. E rimontare in classifica.

Giro 2022. A Lavarone doveva iniziare la rimonta e invece Joao ha pagato dazio. Due giorni dopo ha lasciato il Giro causa Covid
Giro 2022. A Lavarone doveva iniziare la rimonta e invece Joao ha pagato dazio. Due giorni dopo ha lasciato il Giro causa Covid
Ti riferisci alla frazione di Lavarone?

Sì, a quella. Tappa che io conoscevo molto bene soprattutto nel finale. Quella salita, il Menador, la facevo anche in allenamento. E invece lo abbiamo capito dopo la tappa che qualcosa non andava. Anzi, ai piedi della salita. Quel giorno sin lì Joao non aveva detto nulla, ma prima della scalata per radio aveva chiesto tutto il supporto possibile dai compagni e dall’ammiraglia. Non si sentiva al meglio. E infatti c’era Covi che nella salita precedente era davanti e lo abbiamo fatto restare con lui. Poi sappiamo come è andata.

Che uno o due giorni dopo è arrivato il Covid e addio Giro…

Sin lì la squadra e Almeida avevano corso benissimo. Avevamo cercato il successo di tappa con Covi, Formolo, Rui Costa… ma sempre con un occhio rivolto ad Almeida. C’era sempre qualcuno che prima di muoversi aspettava gli ordini: che fosse davanti o fosse dietro. Penso per esempio a Diego Ulissi, che è stato eccezionale. Credo sia stato il Giro in cui è andato più forte. Magari non si è visto, ma ha fatto un ottimo lavoro. In salita restava con 15 corridori. Anche meno.

Hai detto che nei vostri piani Lavarone avrebbe dovuto segnare l’inizio della rimonta. Adesso non sappiamo quanto avevate in mente di guadagnare, ma c’era ancora la Marmolada a rischio per Almeida, e la crono di Verona era un po’ corta per rimontare tutto il gap forse…

Non per essere presuntuosi, ma secondo i nostri dati l’aspettativa era quella di attaccare anche in salita. Almeida lo abbiamo visto al Catalunya, per esempio, vincere in salita e staccare gente importante di ruota. Quando sta bene non si difende e basta in salita. In un grande Giro nella terza settimana contano anche le energie rimaste e un corridore che sin lì ha corso in difesa si poteva trasformare in un corridore che andava all’attacco. Magari poi la nostra tattica era sbagliata. Perché poi come avete detto voi la crono era breve per cambiare le sorti del Giro.

Non solo al Catalunya, Almeida ha vinto in salita anche alla Vuelta Burgos staccando scalatori del calibro di Lopez
Non solo al Catalunya, Almeida ha vinto in salita anche alla Vuelta Burgos staccando scalatori del calibro di Lopez
Cosa manca ad oggi a questo ragazzo? In cosa può migliorare ancora?

Ricordiamoci che ha solo 24 anni. Il problema è che oggi abbiamo fatto l’abitudine a vedere vincere i corridori di 22-23 anni i grandi Giri e le corse importanti. Magari a Joao manca un po’ di cattiveria. Quella non guasta mai: dal velocista all’uomo da grandi Giri.

Dalla sua ha il tempo…

Pian piano le sue esperienze le ha fatte. Dagli anni in Quick Step, specialmente quando fu in maglia rosa, all’essere leader con noi. Le capacità di gestire un gruppo, di essere un corridore che dá fiducia ai compagni. E questo sarà un ulteriore mattoncino nella sua crescita nell’ottica dei grandi Giri.

Fabio hai toccato un tasto interessante, la leadership… Alla Vuelta è partito come leader però si è fatto largo Ayuso… Questo lo ridimensiona? Gli mette qualche tarlo nella testa?

Non saprei. Tra l’altro alla Vuelta in questione neanche c’ero. Da quel che so c’era un bellissimo clima in squadra. Si sono aiutati moltissimo, ma il giorno che hanno messo in difficoltà Carlos Rodriguez c’è stata un’alleanza tra Almeida e Ayuso. Non vedo questa rivalità.

All’ultima Vuelta, Ayuso (maglia bianca) ha sfilato a Joao (alla sua ruota) i gradi di capitano
All’ultima Vuelta, Ayuso (maglia bianca) ha sfilato a Joao (alla sua ruota) i gradi di capitano
Più che rivalità noi facevamo un discorso sul credere nei propri mezzi…

Per me no, non mina le sue certezze il fatto che Ayuso sia andato più forte. Joao quando capisce che non è al top è il primo a dirlo e a mettersi a disposizione. E il bello è proprio avere un corridore così. Al Giro di Lombardia per esempio dovevo dire chi lavorasse prima e chi dopo per portare Pogacar nelle migliori condizioni possibili nel finale. E lui mi ha detto: “Fabio, sono qui per aiutare e quello che devo fare faccio”. Pur venendo da una top dieci alla Vuelta… No, non credo al tarlo, credo anzi che questo gli dia più stimoli. E tra i capitani è uno dei più facili da gestire. Ha carattere. Non è uno che si sottomette, ma ha l’orgoglio dei campioni con la “C” maiuscola.

Conoscendolo, con 70 e passa chilometri di crono al Giro, per te è gasato, si sta già facendo i suoi conti…

Magari sì, ma consideriamo le due crono, la terza (quella del Lussari, ndr) è particolare. Diciamo che ha almeno 50 chilometri contro il tempo in cui può avere un vantaggio. E, spero, anche per fare la differenza… se sarà al Giro. Ma non dimentichiamo le altre tappe dure. Il Giro è forse ancora l’unica corsa che propone oltre 5.000 metri di dislivello in una frazione. La tappa del Bondone ne prevede 5.300. E anche quella delle Tre Cime, non è da meno. Già queste due tappe possono compensare le crono.

Riecco la Venturelli, obiettivo puntato sui mondiali

12.11.2022
4 min
Salva

Chi conosce Federica Venturelli sa che vederla ai margini delle gare è ciò che più non sopporta. A Namur lei non c’era e al di là della splendida prova della Corvi d’argento e della bella prestazione della Bianchi, la sua assenza si è sentita. Anche perché quest’anno aveva infilato una lunga serie di manifestazioni titolate, fra ciclocross a gennaio e poi mondiali ed europei fra strada e pista.

La portacolori della Selle Italia Guerciotti Elite è rimasta a casa, per colpa di un mal di gola che non poteva essere imputato a un normale “mal di stagione”: «Me lo portavo dietro dall’estate, ad agosto mi era stata diagnosticata un’infezione da streptococco e dopo Tabor si è ripresentato il problema. Sapevo che non era Covid, l’ho avuto a inizio anno e non era la stessa cosa. Ero stata molto meglio allora…».

Wollongong, braccio fasciato e smorfie di dolore. Ora però il peggio è passato
Wollongong, braccio fasciato e smorfie di dolore. Ora però il peggio è passato
Ultimamente la sfortuna sembra essersi accanita contro di te. Il braccio infortunato a Wollongong intanto come sta?

Quello è guarito del tutto, per fortuna. Mi è spiaciuto non poter vestire la maglia azzurra perché è sempre un’emozione, qualcosa d’importante da onorare. In nazionale c’è un clima eccezionale, dove veramente si diventa un tutt’uno.

Che cosa avresti potuto fare su quel percorso?

Non era adatto a me, non credo che avrei potuto fare grandi risultati. Per fortuna che su quei tracciati c’è Valentina (la Corvi, ndr) che va veramente forte. Diciamo che ci compensiamo e in questo modo copriamo ogni tipo di gara. Fra noi c’è una sana rivalità che ci porta a cercare di migliorare proprio dove l’altra va più forte.

Corvi prima e Venturelli seconda in Spagna a inizio stagione. Presto la rivincita…
Corvi prima e Venturelli seconda in Spagna a inizio stagione. Presto la rivincita…
Finora quante gare di ciclocross hai potuto fare?

Poche in verità, le 4 della trasferta azzurra in Spagna e la gara di Tabor, sempre con la nazionale. Il bilancio, considerando proprio le mie condizioni fisiche non è male, avevo tirato diritto dopo la stagione su strada proprio pensando agli europei. E’ andata a finire che ho staccato un po’ prima…

Avevi bisogno di recuperare più fisicamente o mentalmente?

Dal punto di vista mentale, avevo già recuperato in estate, prendendomi una pausa prima dei mondiali. E’ fisicamente invece che non mi ero ancora ripresa. Lo stop era già previsto, averlo anticipato e ampliato penso che mi abbia fatto bene. Ora comunque il peggio è passato e ho ripreso ad allenarmi normalmente.

In Italia la cremonese ancora non ha gareggiato nel cross. Ora punta agli Italiani di gennaio
In Italia la cremonese ancora non ha gareggiato nel cross. Ora punta agli Italiani di gennaio
Anche perché Pontoni ha detto apertamente di puntare molto su di te per i mondiali…

Il percorso iridato l’ho visto lo scorso anno, il cittì aveva fatto gareggiare anche noi junior nella gara Elite di Coppa del Mondo proprio pensando ai mondiali dell’anno successivo. Ho visto che è un tracciato che si adatta alle mie caratteristiche, non troppo tecnico, dove c’è molto da spingere. L’importante sarà arrivare pronti al momento del via, con la condizione giusta. Ho oltre due mesi per essere a punto, il tempo è più che sufficiente.

Quanto ti pesa ogni volta fermarti? Sappiamo che un’agonista nata come te ha sempre bisogno di stimoli…

A me piace troppo il clima delle gare, lo trovo molto stimolante, anche perché in gruppo ormai siamo tutti amici e per me i rapporti umani sono molto importanti. Con la vita che faccio, sempre in trasferta, mi è difficile stringere grandi amicizie a scuola, quindi compenso un po’ proprio con la nazionale, con le gare di ciclocross, vivendo le mie prove e soffrendo per gli altri.

Fino a quest’anno la Venturelli su strada ha corso per la Cicli Fiorin, e nel 2023?
Fino a quest’anno la Venturelli su strada ha corso per la Cicli Fiorin, e nel 2023?
Sappiamo che sei completamente assorbita dalla stagione di ciclocross, oltretutto sei ancora junior, ma già pensi anche a quel che ti attende su strada?

Sì, non perdo d’occhio le mie altre attività ciclistiche e a tal proposito penso che tra pochi giorni arriveranno novità per quanto riguarda la mia squadra per il 2023, ma ancora non posso ufficializzarlo.

Dall’ambiente la destinazione appare quella della nuova Valcar, che proprio sulla ragazza di San Bassano punta forte per ricostruire il team dopo la diaspora dei suoi talenti verso il WorldTour, ma nei prossimi giorni se ne saprà sicuramente di più.

Ryder riparte dalla Q36.5: «Il WorldTour in 3 anni»

11.11.2022
6 min
Salva

«Siete i primi con cui parlo del team da molto tempo, sin da quando l’avventura della Qhubeka si chiuse. Ci tenevo a farlo con voi». Douglas Ryder si era effettivamente un po’ eclissato dai microfoni e dai taccuini, dopo aver tentato fino all’ultimo di salvare il Team Qhubeka travolto dai debiti, ma già allora aveva chiara l’idea che quello non era uno stop definitivo, ma solo una pausa.

Ora la squadra con affiliazione svizzera del dirigente sudafricano è pronta, con un nuovo sponsor (Q36.5, un marchio di abbigliamento con sede a Bolzano), nuovi corridori e uno spirito rinfrancato.

Chiusa la carriera con i criterium in Asia, Nibali si dedica con molto impegno al suo ruolo nella Q36.5
Chiusa la carriera con i criterium in Asia, Nibali si dedica con molto impegno al suo ruolo nella Q36.5
Quanto è stato difficile ripartire dopo la chiusura della squadra WorldTour?

Con il Covid e tutto ciò che è avvenuto in questi anni è stato difficile riavviare il discorso, pochi sponsor si sono avvicinati al ciclismo. Poi la guerra ha reso tutto ancor più arduo. E’ stato quasi un miracolo ripartire, abbiamo riportato indietro le lancette del tempo.

Tu non hai mai perso la speranza: che cosa ti ha dato la forza per andare avanti?

Non ho mai mollato, ho sempre vissuto con questo sogno, lavorando duramente per tradurre i nostri valori in un significato più grande perché il team è uno strumento per trasmettere qualcosa. Quando ho trovato Q36.5 è stato un grande colpo e so che è un rapporto che andrà sviluppandosi di continuo, ma è già incredibile dove siamo arrivati e questo mi rende molto felice.

Il tuo team ora ha nuove basi e nuovi sponsor: con il progetto umanitario della Qhubeka sei rimasto comunque coinvolto?

Certamente, Qhubeka resta una parte importante del progetto. Non siamo una squadra come le altre, siamo parte di un progetto più grande teso alla comunità, alla solidarietà sociale. Un progetto che riguarda i bambini di tutta l’Africa. Per me il team è sempre stato parte di qualcosa di più grande, per questo la sua fine fu un grande dolore, perché tante persone facevano e fanno affidamento su di noi. Questo però mi ha dato ogni giorno la forza di alzarmi e lavorare. Credo che questa ripartenza abbia un grande significato e trasmetta speranza.

Carl Fredrik Hagen, norvegese di 31 anni sarà l’uomo di punta per alcune corse a tappe
Carl Fredrik Hagen, norvegese di 31 anni sarà l’uomo di punta per alcune corse a tappe
Ripartire è sempre difficile: con quali presupposti hai costruito la squadra?

Innanzitutto sullo spirito con il quale tutto iniziò 10 anni fa, attraverso 3 anni di avvio e 6 nel WorldTour. Sono convinto che l’esperienza ci aiuterà a ripeterci e a migliorarci, sempre basandoci su quei valori che ci hanno permesso di rimetterci in piedi. Sapendo quel che abbiamo passato possiamo ricreare un qualcosa di cui essere orgogliosi.

Missaglia e altri nello staff con cui avevi già lavorato: hai scelto loro per ricreare lo spirito di gruppo che esisteva nella Qhubeka?

Sì, perché so che in quei 10 anni ho avuto al mio fianco le persone migliori di ogni campo, dai direttori sportivi, agli autisti dei pullman, chef, addetti stampa. Per me tutti sono essenziali nel progetto. C’è voluto tempo per ricostruire lo staff ma era un passo fondamentale perché sanno come fare. Per me è un privilegio lavorare con loro.

Quanto è importante avere Nibali nel tuo team dirigenziale?

Nibali come consulente strategico ci consente di parlare di molte cose: allenamento, preparazione, scelta dei corridori, programmazione… E’ un valore aggiunto che fa la differenza anche per dare motivazione ai corridori. E’ un vantaggio rispetto a quel che eravamo, indubbiamente.

L’esperienza di Gianluca Brambilla sarà fondamentale nel cementare le basi del team
L’esperienza di Gianluca Brambilla sarà fondamentale nel cementare le basi del team
Ci sono corridori di 13 Paesi, ma il gruppo base è italiano: perché questa scelta?

Abbiamo sempre avuto successo con gli italiani, vedi Battistella iridato U23 quand’era nel team continental o i successi di Nizzolo. C’è sempre stata un’influenza italiana e questo ha fatto la differenza. Che non ci sia un team italiano nel WorldTour è triste, è come se nella Formula Uno mancasse la Ferrari. Il ciclismo italiano è forte ed è bello averne parte nel team. Ne ho parlato con Moschetti e Brambilla, che sono motivati a trasmettere le loro esperienze agli altri. Abbiamo un buon gruppo e gli italiani si sono tutti impegnati a farlo crescere.

Hai già un’idea sui ruoli di ognuno?

Sì, ho un’idea precisa su ognuno dei 23 corridori, ma molto dipenderà dal calendario che andremo a fare. Abbiamo velocisti di peso come Moschetti e Sajnok, per le gare a tappe punteremo su Donovan e Hagen. Per le classiche avremo l’esperienza di Devriendt e Ludvigsson. Abbiamo focalizzato gli uomini in base a diverse aree, ogni gara andrà corsa col fuoco dentro. Speriamo di ottenere qualche successo, ma l’importante sarà dimostrare quell’unità che è la base per una squadra a lungo termine.

Per Moschetti l’approdo in Q36.5 non è solo occasione di rilancio, ma modo per essere un riferimento
Per Moschetti l’approdo in Q36.5 non è solo occasione di rilancio, ma modo per essere un riferimento
Che calendario farete?

Sto parlando con molte persone per stilare un programma, ma non è facile perché l’Uci non ha dato risposte chiare e molti organizzatori aspettano a diramare gli inviti. Dovremmo comunque iniziare dalla Spagna e poi correre molto in primavera fra Belgio e Olanda. Non nascondo che mi piacerebbe avere l’invito per un grande Giro, ma intanto ci concentriamo sui primi 3 mesi pensando a iniziare bene.

Pensi sia possibile crescere fino ad arrivare al WorldTour o è presto per parlarne?

E’ presto, ma sicuramente è l’obiettivo a lungo termine, per questo dobbiamo far bene le cose fin da subito e programmare ogni anno in modo da fare sempre passi avanti e non indietro. Fra tre anni dovremo essere fra le migliori professional e a quel punto ottenere la licenza WT.

Su Sajnok, Ryder conta molto per le volate nelle corse a tappe
Su Sajnok, Ryder conta molto per le volate nelle corse a tappe
La continental rimane?

Resterà perché è un tutt’uno con il team professional, anche dal punto di vista del rendiconto economico. Noi vogliamo un team U23 da cui prendere i più meritevoli per far fare loro qualche esperienza nel team principale e viceversa avere un team continental che possa anche far ripartire chi magari è infortunato in maniera più soft. Seguiremo con attenzione il team U23, farà un calendario appropriato compreso il Giro d’Italia U23.

Cosa ti renderebbe soddisfatto dopo la prima stagione?

Vorrei che vincessimo una manciata di gare, diciamo da 6 a 10, ma correndo sempre come una squadra, con un gruppo solido e con prestazioni valide e costanti nel tempo. Dobbiamo far vedere che ci siamo e siamo competitivi sempre mostrando gli sponsor e progredendo. Io sono convinto che con il passato che abbiamo alle spalle ci riusciremo.

Il Tour di Vingegaard iniziato da una lite a scuola

11.11.2022
4 min
Salva

Soltanto nella sua casa a Hillerslev, Vingegaard riesce ad essere semplicemente Jonas. Quando lo dice, a tratti nella sua voce compare una voglia di normalità dopo lo tsunami di popolarità che lo ha travolto con la vittoria del Tour. Il paese si incontra 280 chilometri a nord di Copenhagen e con i suoi 360 abitanti è davvero un’oasi di silenzio.

«Ci sono appena piccole differenze rispetto a prima – sorride il danese con un pizzico di ironia – sono più riconosciuto, ma quando sono a casa, è come prima. Posso ancora allenarmi come voglio, dove voglio. E chi lo desidera può pedalare con me».

Capire che cosa abbia significato per Jonas e la sua famiglia essere arrivati così in alto, è fare un viaggio nella tradizione e la cultura di un popolo che, soprattutto nelle campagne, viene educato nel segno della collettività, rifuggendo l’affermazione personale. Al punto che quando un insegnante del liceo cercò di convincere il giovane Jonas del fatto che non dovesse avere sogni legati allo sport, sua madre Karina esplose.

«Ero semplicemente così furiosa – ha raccontato – non è giusto togliere i sogni ai giovani. E ci sono alcuni sogni per i quali devono passare per la cruna di un ago».

Claus e Karina Vingegaard, i genitori di Jonas, hanno seguito la vittoria del Tour nel tendone di Hillerslev (foto Nordjyske/Henrik Bo)
Claus e Karina Vingegaard, i genitori di Jonas, hanno seguito la vittoria del Tour nel tendone di Hillerslev (foto Nordjyske/Henrik Bo)

Il ciclismo e la ribellione

Quando Jonas ha vinto il Tour, tutto il paese si è radunato sotto un tendone costruito nella piazza vicino alla chiesa, con i suoi genitori Claus e Karina nel mezzo a ricevere gli abbracci e gli applausi

Il Tour de France ha sempre fatto parte della vita della famiglia. Nel 1996, Karina era incinta di Jonas e insieme a suo marito seguì la vittoria di Bjarne Riis in maglia gialla. 

Da allora, quasi per ogni estate, la famiglia iniziò a recarsi in Francia per seguire il Tour de France e quando Jonas ha iniziato a correre, Claus ha pensato bene di investire in una roulotte che, oltre a garantire che Jonas potesse partecipare alle varie gare ciclistiche, è diventata la cornice di tante vacanze. Suona come una beffa il fatto che proprio quest’anno, in cui avrebbero avuto da festeggiare il Tour del figlio, i Vingegaard non siano potuti andare in Francia per motivi personali.

In un Paese caratterizzato dalla legge di Jante, uno schema mentale tipico del Nord Europa elaborato dal sociologo Aksel Sandemose, secondo cui bisognerebbe rifuggire l’affermazione individuale a favore della collettività, i genitori di Vinegaard sono andati nella direzione opposta. Raccontano infatti che per loro, era importante che i figli crescessero con la convinzione che avere degli altri obiettivi ripaga dagli sforzi. Al punto di aver discusso con quel consulente scolastico che si era preso la briga di dire a Jonas, già innamorato di ciclismo, che non sarebbe potuto diventare un ciclista professionista.

«Per fortuna alla scuola dello sport – ha ricordato la mamma – ha trovato un insegnante che valeva tanto oro per quanto pesava. Ha avuto un approccio a Jonas che lo ha fatto crescere mentalmente. Allo stesso tempo, ci siamo messi in contatto con un mental coach e quel periodo ha segnato la svolta psicologica».

A Saitama, Vingegaard ha indossato nuovamente la maglia gialla di PArigi
A Saitama, Vingegaard ha indossato nuovamente la maglia gialla di PArigi

La scelta del Tour

«Tutta questa attenzione non mi disturba – dice il diretto interessato, incuriosito dall’attenzione sulle sue origini – non sto cercando i riflettori. Sarei così felice anche se nessuno mi riconoscesse, ma non ho problemi con questo. Fa parte del pacchetto».

Prima di ricominciare sul serio con gli allenamenti, Vingegaard si è concesso una vacanza alle Maldive con la compagna Trine e la figlia Frida, che ha ancora due anni e si nasconde spesso fra le gambe del padre. Poi sulla via del ritorno, si è fermato in Giappone per i circuiti organizzati dal Tour de France. E qui ha potuto commentare le sfide che lo attendono. 

«Quello del Tour – ha detto – è un buon percorso. Mi sarebbe piaciuto solo un po’ più di cronometro, perché penso che sarebbe stata a mio vantaggio. E’ vero che il mio sogno è vincere i tre grandi Giri e a dicembre, durante il ritiro, ne parleremo. Vedremo cosa vuole la squadra e cosa vorrei io. Per il momento sarebbe troppo complicato correre Giro e Tour. E dovendo scegliere, la mia preferenza va al Tour de France».

Dietro la Corvi? Ecco le “sorelline” del ciclocross

11.11.2022
5 min
Salva

La medaglia d’argento di Valentina Corvi agli ultimi europei di ciclocross ha messo l’accento sulla situazione del movimento femminile. Con lei e la Venturelli, Pontoni ha a disposizione una coppia in grado di fare la differenza su ogni tipo di percorso, ma il cittì azzurro guarda anche oltre, perché intorno alle due stelle del ciclocross junior stanno crescendo tante nuove realtà molto capaci, tutte dedite con grande passione alla disciplina invernale pur guardando, come le loro più vittoriose coetanee, anche ad altre specialità.

Lo stesso dicasi fra le under 23, dove certamente si sconta un po’ il passaggio di categoria (ma anche il relativo disimpegno causato dalla carriera su strada) di Realini e, in misura minore, di Baroni. Nuove leve stanno però fiorendo ed è il caso di cominciare a conoscerle.

Vittoria e titolo da esordiente 2° anno per la Bianchi, poi europea allieve nella mtb
Vittoria e titolo da esordiente 2° anno per la Bianchi, poi europea allieve nella mtb

La Bianchi divisa per tre

A Namur, un po’ nascosta dalla prestazione monstre della Corvi, Arianna Bianchi ha sfiorato l’ingresso nella Top 10 (foto di apertura) che avrebbe rappresentato un grande traguardo per una ragazza al primo anno nella categoria, reduce dalla conquista del titolo europeo allieve nella mtb e già buona protagonista al Giro d’Italia di ciclocross: «Io ho iniziato da piccolina nelle giovanili, ma ho cominciato a fare le cose più seriamente già tra le esordienti- racconta la 16enne di Lograto (BS) – Per ora non ho una disciplina preferita, mi divido fra tre e penso che ognuna mi dia qualcosa».

Su strada la Bianchi corre per la Biesse Carrera e i successi nella mtb non l’hanno distratta dalle sue possibilità con la superleggera: «Eppure fra strada e mtb la disciplina che preferisco resta il ciclocross, è vero che ho vinto l’europeo offroad e che su strada ho sfiorato il titolo italiano, ma il ciclocross mi viene più facile. Credo che alla fine il ciclocross dia tanto alle altre discipline e le altre diano al ciclocross: io comunque amo soprattutto le prove fuoristrada perché privilegiano la tecnica».

La Kabetaj, di origine albanese, deve ancora scegliere il suo futuro fra mtb e strada
La Kabetaj, di origine albanese, deve ancora scegliere il suo futuro fra mtb e strada

Kabetaj, dall’Albania con ambizioni

Chi dagli europei è rimasta fuori, ma avrà certamente occasione per vestire la maglia azzurra essendo sotto i riflettori dei tecnici azzurri è Nelia Kabetaj, altro talento emergente dal Giro d’Italia. Il suo nome tradisce le origini albanesi della famiglia e i suoi inizi in bici sono decisamente originali: «Avevo 7 anni, mio padre al tempo aveva avuto un brutto incidente e ci tenevo a fare qualcosa che lo rendesse fiero di me, così visto che la bici mi piaceva tanto gli chiesi se potevo partecipare a qualche gara con altri bambini. E’ un appassionato di ciclismo e non mi disse di no».

La Kabetaj ha iniziato a emergere proprio quest’anno: «Riuscire a far combaciare tutto non è facile, io ho avuto problemi fisici, poi bisogna tenere conto anche degli altri. Inoltre fatico molto a far combaciare sport e scuola. Quest’anno diciamo che le cose vanno generalmente meglio e i risultati si vedono. Mi ha aiutato avere cambiato indirizzo scolastico, ora faccio l’istituto tecnico per geometri».

Anche Nelia svaria fra le varie discipline: «D’estate preferisco la mtb ma non trascuro la strada. Non saprei dire che cosa preferisco, diciamo che lo devo ancora scoprire. Il fuoristrada lo trovo sicuramente più divertente, soprattutto al di fuori del contesto agonistico».

Nelia ha un modello: «Van Aert. Ho studiato molto il suo modo di andare in bici, la sua capacità di guida, il suo modo di muovere braccia e spalle. Per me è un riferimento, anche come persona».

La Zontone è stata la migliore azzurra a Namur fra le U23, finendo dodicesima
La Zontone è stata la migliore azzurra a Namur fra le U23, finendo dodicesima

Zontone, una colonna per Pontoni

Un po’ più grande, tanto da essere parte della categoria U23 e anzi esserne diventata un po’ il riferimento dopo il passaggio fra le Elite di Baroni e Realini è Asia Zontone, friulana di 21 anni appena compiuti. Lei si differenzia dalle altre non solo per l’età, ma anche per una maggiore propensione per la strada: «Fino a due anni fa preferivo la mtb, ma poi ho rivalutato la strada: quest’anno ho anche vinto una tappa al Giro delle Marche con la Isolmant Premac Vittoria. Mi difendo bene in salita e sono abbastanza veloce per gare con sviluppo non legato alla volata di gruppo».

Asia è un elemento fondamentale per Pontoni anche perché la conosce bene: «Ho corso 4 anni con Daniele come diesse. Non sono stati anni facili, mi facevo male spesso, ma mi è sempre stato vicino e ora che ho trovato una mia strada, complice anche un cambio nella preparazione, le cose vanno meglio. Pontoni ha portato in nazionale un ambiente bellissimo, sembra di stare in famiglia, ma quando c’è da lavorare ed essere seri non ammette deroghe. Sta costruendo un grande gruppo, andare in trasferta con i ragazzi azzurri è un piacere, si è instaurato un legame forte».

Per la Zontone una crescita notevole nel 2022 anche su strada, con una vittoria e due piazze d’onore
Per la Zontone una crescita notevole nel 2022 anche su strada, con una vittoria e due piazze d’onore

L’importanza di fare gruppo nel ciclocross

Com’è lavorare nel gruppo azzurro, soprattutto nei ritiri e nelle giornate senza gare? «Le giornate sono molto piene: allenamento al mattino, poi pranzo rigorosamente senza cellulari, pomeriggio libero fra studio e massaggi, briefing serale. Pontoni vuole che si stia in gruppo, si comunichi piuttosto che rimanere appiccicati al telefono».

Asia ha chiuso gli europei al 12° posto, ma già guarda oltre: «Ho grandi obiettivi, ma per farlo devo migliorare tantissimo da ogni punto di vista. Per me la mia carriera è partita ora, non saprei neanche se svilupparla più nel ciclocross o su strada, a me piacerebbe da entrambe le parti. L’importante è sentirmi più atleta che sta accadendo ora».

Bastianelli: gomito a posto, grazie a medici e infermieri

11.11.2022
5 min
Salva

Il 28 luglio scorso, al Tour Femmes si correva la quinta tappa, quando in un punto non particolarmente insidioso a 45 chilometri dall’arrivo, una caduta di massa ha fermato il gruppo. Ad averne la peggio è stata Emma Norsgaard della Movistar, ritirata. Ma fra le tantissime ragazze cadute, anche Marta Bastianelli ha picchiato violentemente il gomito destro.

I corridori si alzano e ripartono. Così anche la romana è ripartita, ha tagliato il traguardo 34ª nel gruppo compatto alle spalle di Lorena Wiebes. E il giorno dopo è arrivata seconda, questa volta alle spalle di Marianne Vos.

La caduta ha coinvolto tutto il gruppo a 45 chilometri dall’arrivo della 5ª tappa
La caduta ha coinvolto tutto il gruppo a 45 chilometri dall’arrivo della 5ª tappa

La ferita sul gomito

Eppure la ferita sul gomito continuava ad essere brutta e a darle fastidio. Però anche in questo caso, la soglia del dolore molto alta, ha avuto la meglio e Marta ha continuato a correre sino a fine stagione.

«Ho sottovalutato la caduta», racconta, mentre guardiamo la foto che la ritrae all’uscita dall’ospedale, circondata da infermieri e dottori (immagine di apertura).

«Con noi al UAE Team Adq c’era la dottoressa Mossali – prosegue – e da casa anche il dottor Sprenger diceva giustamente di andare a fare un controllo. Dicevano che anche se non avevo dolore, sarebbe stato il caso di andare…».

Dopo le varie medicazioni, Bastianelli riparte: qui con il meccanico Longhi
Dopo le varie medicazioni, Bastianelli riparte: qui con il meccanico Longhi
Ci sei andata?

No, la mia testardaggine… Il gomito secondo me non era rotto, anche se due giorni fa il dottore in ospedale ha tolto delle piccole schegge di osso. In pratica si è creata una borsite che col tempo si è andata calcificando. E alla fine è servito un intervento per rimettere a posto il gomito.

Hai anche aspettato parecchio…

Prima ho fatto delle terapie dal nostro fisioterapista di fiducia Bartolacci che, poveretto, ha fatto quello che poteva. Lui è sempre molto ottimista, però questa volta mi ha detto: «Guarda Marta, la situazione è che la borsite si è calcificata. Quindi forse le onde d’urto non bastano e va fatta una visita più approfondita».

Questa volta gli hai dato ascolto?

Questa volta sì. Abbiamo deciso di andare da un amico e grande amante della bicicletta, nonché responsabile di Ortopedia all’ospedale di Sant’Omero: il dottor Vittorio Di Cesare. E guardando la risonanza, lui mi ha detto che con la calcificazione si era formato uno strato duro superiore ed era da togliere. In realtà me l’aveva detto anche il dottor Corsetti agli europei, dicendo che non si sarebbe riuscito ad aspirare, ma ormai era da asportare.

Questo il gomito a fine stagione, prima dell’intervento
Perché non l’hai fatto subito?

Perché inizialmente ho pensato che potevo aspettare. Poi, quando finalmente è finita la stagione e ho fatto la risonanza, è arrivata la diagnosi giusta.

Non ti faceva un male cane?

Avvertivo fastidio aprendo e chiudendo il braccio. Era più forte facendoci pressione con il peso e allora mi dava scosse e faceva male. Ad esempio quando poggiavo il gomito sui braccioli in macchina, oppure quando non riuscivo a tenerlo sul tavolo. Per il resto, in bici ad esempio, non era così insopportabile. Sennò il giorno dopo non arrivavo seconda.

Alla fine però hai capitolato…

Negli ultimi tempi qualcosa mi ha portato a dire basta. Hanno iniziato a farmi male i tendini, quindi ho capito che c’era da fare qualcosa. Però dal punto di vista della bici, riuscivo a fare quasi tutto. Noi corridori siamo particolari. Quando ci dicono che non è rotto, stringiamo i denti e tiriamo dritti. Passerà? La speranza è sempre quella, solo che questa volta non è passato. Mentre io, convinta che non fosse rotto, continuavo a fare tutto come al solito.

Dopo la risonanza, è arrivato l’intervento.

Esatto, giovedì mattina. E se adesso ne parlo è per ringraziare tutta questa categoria di persone fondamentali per il nostro lavoro, specialmente gli ortopedici. Tra clavicole rotte e vari altri incidenti, ci aspettano sempre a braccia aperte, soprattutto durante la pausa invernale, quando siamo tutti da aggiustare.

Il giorno dopo la caduta, Bastianelli ha avuto le gambe per sprintare dietro Marianne Vos
Il giorno dopo la caduta, Bastianelli ha avuto le gambe per sprintare dietro Marianne Vos
Hai fatto tutto in day hospital?

Sono andata in ospedale la mattina presto e mi hanno fatto l’anestesia locale. Un po’ mi hanno anche sedata, proprio perché non sentissi davvero nulla. A fine giornata sono uscita. Sicuramente ora dovrò aspettare un po’ per pedalare sul serio. Vediamo nei prossimi giorni come andrà il dolore e poi valuteremo insieme al dottore. Nel dubbio mi hanno fatto una fasciatura abbastanza importante, in modo che se dovessi anche fare una camminata, non mi dia fastidio. 

Come va col dolore?

Un po’ fa male. Ovviamente adesso che si è risvegliato dopo l’anestesia, dà fastidio, ma era così anche prima dell’intervento. Ormai era diventato normalità. Perciò adesso speriamo che torni tutto a posto per ricominciare bene la preparazione.