«Non ho il peso e la stessa potenza di quei due – dice Pidcock ammiccando all’indirizzo di Van Aert e Van der Poel – è difficile batterli in gare scorrevoli come le ultime. In più sto cominciando a spostare la mia attenzione sulle corse a tappe. Questo mi aiuterà in salita su strada, meno nel cross. Nonostante ciò, continuerò a provarci e la maglia iridata mi aiuterà a restare concentrato».
Il più piccolo dei tre tenori pesa solo 58 chili e a ben pensarci la sua è davvero la sfida di Davide contro due Golia. Nonostante ciò, andate a trovarlo uno che nel giro di un anno e mezzo ha vinto le Olimpiadi di mountain bike, il mondiale di ciclocross, la tappa dell’Alpe d’Huez al Tour de France e gli europei di mountain bike ad agosto. Pidcock ha 23 anni, Van Aert ne ha 28 e pesa 78 chili, Van der Poel 27 e ne pesa 75.
«Passare sull’Alpe d’Huez – ha detto Pidcock – è stato come attraversare di continuo un muro di suoni»«Passare sull’Alpe d’Huez – ha detto Pidcock – è stato come attraversare di continuo un muro di suoni»
Andate bene le vacanze?
Sono andato con Bethany negli Stati Uniti, lontano dalle corse e dall’iPhone. Ho fatto tutte le cose che normalmente non posso fare. Uscire, mangiare bene. L’anno scorso non ho toccato una bicicletta per tre settimane e mezzo ed ero annoiato a morte. Questa volta invece sono stato davvero bene. Siamo andati anche con lo zaino e la tenda sulle montagne di Andorra. E’ stato davvero rigenerante.
Quando hai ricominciato ad allenarti?
In modo specifico a metà ottobre. Ho iniziato a preparare il cross dopo la vacanza in California. Laggiù ho fatto qualche giretto, ma senza intensità. Era solo un esercizio per giocare e tenersi in forma.
Al Tour of Britain per Pidcock due podi di tappa e il secondo posto finaleAl Tour of Britain per Pidcock due podi di tappa e il secondo posto finale
Sei riuscito a seguire qualche cross? Ad esempio l’europeo di Namur?
Non ho visto molte gare, ma quella sì. Mi piace Namur e piace anche a Michael Vanthourenhout che lì aveva vinto anche la Coppa del mondo e non a caso. Questa volta è stato semplicemente impressionante. Visto come andava negli ultimi giri? E’ stato super eccitante e non ha commesso un solo errore. Invece Iserbyt… Con lui non si sa mai, dipende da che parte del letto si alza.
Adesso è tempo del duello con gli altri due, ma il 25 febbraio ci sarà il primo scontro su strada alla Omloop Het Nieuwsblad. Come si fa a gestire la condizione?
La stagione su strada per me è molto più importante, anche quest’anno mi sento così. Per cui non so se arriverò fino al mondiale cross di Hoogerheide a casa di Van der Poel. Il 5 febbraio è molto avanti. E se raggiungi il massimo per quel giorno e poi ti devi preparare per le classiche…
Tifosi di Pidcock al Tour of Britain. E se fosse lui il prossimo uomo Ineos per il Tour?Tifosi di Pidcock al Tour of Britain. E se fosse lui il prossimo uomo Ineos per il Tour?
Pensi che lascerai il cross?
Sto pensando di continuare a farlo, un massimo di dieci o quindici corse. Penso che sia utile anche mentalmente. La testa fa tanto. Ho chiuso su strada ai primi di settembre, stanco soprattutto di testa. Ho saltato il mondiale di Mtb per una caduta. Avrei voluto smettere lì, invece sono andato al Tour of Britain e alla fine sono arrivato secondo. Ma concentrarsi sul mondiale strada dopo la batosta di Les Gets non era alla mia portata e mi sono fermato.
Perché la strada è più importante del cross?
Nel 2023 voglio mettermi alla prova nelle classiche di primavera. Voglio vincere. L’anno scorso ho giocato un ruolo importante nelle vittorie della squadra. Kwiatkowski ha vinto l’Amstel Gold Race, Sheffield il Brabante. Abbiamo corso in modo fantastico, anche se le cose non sono andate come avrei voluto. Rispetto a Jumbo Visma e Quick-Step, abbiamo una squadra giovane e con meno esperienza, ma possiamo infilarci fra loro.
Agli europei di Monaco, per Pidcock il titolo continentale della mountain bike, dopo l’oro olimpicoAgli europei di Monaco, per Pidcock il titolo continentale della mountain bike, dopo l’oro olimpico
Cosa ricordi del primo Tour?
Un’esperienza fantastica. L’Alpe è stato come attraversare continuamente un muro di suoni. Da bambino pensavo che non ci fosse un vero divertimento in una corsa del genere, che erano solo tre settimane di stress. Ora posso dire che il Tour è stato la gara migliore che abbia mai corso. Per la velocità e l’intensità. Per capire quanto sia difficile, devi prima averne corso uno. Se dipendesse solo da me, farei il Tour ogni anno. Mi piacerebbe essere di nuovo lì la prossima estate. Ora so cosa aspettarmi. Con una preparazione un po’ migliore, può diventare un’altra esperienza. Non vincerò il Tour, ma forse tra qualche anno potrò giocarmelo.
Ai mondiali di Glasgow ci sarà la prova su strada il 6 agosto e la mountain bike il 12. Come si fa?
Mi piacerebbe esserci, almeno nel cross country. Anche se la scorsa estate mi ha insegnato che non è facile passare dalla strada alla mountain bike, mi piacerebbe conquistare una buona posizione di partenza per Parigi 2024. Voglio difendere il mio titolo olimpico.
In attesa di conoscere il suo futuro, Domenico Pozzovivo continua ad allenarsi sodo. Il lucano è un veterano e mette a nostra disposizione la sua esperienza per conoscere la salita di Sassotetto, il grande arrivo in salita della prossima Tirreno-Adriatico. Da Sarnano ai 1.465 metri della cima, laddove ci sono gli impianti di risalita di Sassotetto-Bolognola, ci sono da affrontare 13,1 chilometri.
Il “Pozzo” nazionale ha scalato diverse volte la salita incastonata sugli splendidi Monti Sibillini. E una delle ultime volte è stata proprio alla Tirreno. Era il 2018, vinse Mikel Landa e lui, all’epoca in Bahrain-Merida (foto di apertura), arrivò 12° ad appena 6” dallo spagnolo. Basta imbeccarlo sull’argomento che Domenico fa subito centro.
La scalata finale: 13,1 chilometri (da Ponte Romani), 969 metri di dislivello, pendenza media del 7,4%, massima del 12La Morro d’Oro-Sassotetto: 168 chilometri, quinta e cruciale tappa della Tirreno-AdriaticoLa scalata finale: 13,1 chilometri (da Ponte Romani), 969 metri di dislivello, pendenza media del 7,4%, massima del 12La Morro d’Oro-Sassotetto: 168 chilometri, quinta e cruciale tappa della Tirreno-Adriatico
Domenico, si torna sul Sassotetto. Con grande probabilità è qui che si deciderà la Corsa dei Due Mari…
E il giorno dopo c’è la tappa dei muri. E ormai che è insidiosa lo sanno anche… i muri! Comunque sì: ci sta che possa essere decisiva.
Che salita è?
L’ho fatta diverse volte, è una salita impegnativa. Non ha mai pendenze impossibili, ma è pur sempre una scalata di quasi 15 chilometri. Poi dipende molto da dove s’inizia a contare i chilometri: se dal paese o se dal bivio poco più avanti. E’ un Terminillo, ma più corto. L’unica differenza è che la salita reatina ha un tratto di recupero nel mezzo (Pian de Rosce, ndr), mentre Sassotetto ce l’ha nel finale.
Quale può essere per te il passaggio chiave?
C’è un drittone in cui si può fare la differenza, laddove attaccò Landa nel 2018. Adesso non ricordo di preciso il punto, ma dovrebbe essere tra i 4,5-5 chilometri dal traguardo. La pendenza c’è ed è il punto giusto se si vuole scavare un certo margine, anche perché poi gli ultimi due chilometri sono facili.
Come si approccia questa salita?
E’ diversa dalla scalata singola, perché quest’anno arriva subito dopo due salite concatenate. E nel ciclismo moderno qualche squadra potrebbe mettersi a fare il ritmo alto, già dalla scalata che precede Sassotetto.
Cambia tanto?
Abbastanza. Non hai margine di recupero. Scollini, c’è una piccola discesa e subito la salita finale. Quindi uno sforzo che sarebbe dovuto durare 35′-40′ diventa di un’ora.
Tra Abruzzo e Marche, poca pianura. Quest’anno ci saranno due brevi salite ad anticipare la scalata finaleTra Abruzzo e Marche, poca pianura. Quest’anno ci saranno due brevi salite ad anticipare la scalata finale
Che rapporti si utilizzano?
Io su una scalata così sono un po’ al limite con il 53, viste le scale posteriori attuali. Penso ad un 53×30-28, ma visto che è lunga ipotizzo un 39×18. Un 39×21 nei tratti più duri.
Scusa Domenico, ma allora perché non pensare ad un 42? Tu sei scalatore e vai di potenza…
In effetti con la mia pedalata un rapporto più grande davanti ci sta. Oggi Shimano per esempio ti propone il 40 e va bene, il 42 non lo so. A quel punto preferisco direttamente il 53. Fino all’8% scelgo il 53: se sono salite lunghe di 4-5 chilometri non ho dubbi. Se invece sono più lunghe magari vado di 39. Io ho un tipo di pedalata che non devo frullare. Poi in allenamento ci si concentra anche su certe cadenze, ma in corsa quando sei a tutta privilegi ciò che ti è “più comodo”.
Quanto conta stare a ruota?
Conta abbastanza. E infatti l’ultima volta, anche quando andarono via, furono in due o tre e si diedero i cambi. E’ fondamentale stare a ruota nell’ultimo chilometro, perché è molto veloce. Mentre il rettilineo finale tira un po’. Devi uscire proprio negli ultimi 150-200 metri. E’ un chilometro asfissiante, che si fa con le gambe piene di acido lattico. Uno di quelli che se in volata fai 700 watt è grasso che cola. Sei poi ti capita Pogacar che ne fa 900 ti lascia lì! Impossibile per noi comuni mortali.
Dopo i primi chilometri, la scalata si “schiaccia” sulle pareti dei Sibillini. Anche per questo il vento incide pocoNon mancano i tornanti nella parte centrale. All’uscita la pendenza aumenta e gli scalatori vanno a nozzeIn cima, una stele ricorda Scarponi. Nibali era presente alla messa in posaDopo i primi chilometri, la scalata si “schiaccia” sulle pareti dei Sibillini. Il vento incide pocoNon mancano i tornanti nella parte centrale. All’uscita la pendenza aumentaIn cima, una stele ricorda Scarponi. Nibali era presente alla messa in posa
C’è solo la pendenza a dare fastidio?
E poi c’è il vento – Pozzovivo è davvero interessato e rilancia lui gli spunti tecnici – ma su questa salita si sente poco. Giusto se ci fosse tramontana o vento da Est potrebbe favorire un po’ la scalata. Mentre inciderebbe di più nel chilometro e mezzo finale. Nel caso venisse da Ovest sarebbe contro. Ma di base si sale parecchio sotto parete, c’è il “muro dei Sibillini” che ti ripara.
Sassotetto presenta dei tornanti ampi. La curva non è durissima, ma all’uscita la strada tira e anche bene. Come si affronta questo genere di curva?
Nel mio caso, tornando al discorso della pedalata, non conviene prenderlo troppo stretto. Se invece si è dei corridori che frullano, che per fare watt devono fare alte cadenze, si può anche tagliare la curva: puntare all’interno e lavorare col cambio. Un’altra cosa che conta in questo caso è la posizione. Se c’è un gruppetto ancora folto, già in ventesima piazza arriva un po’ di frustata… e non è piacevole. Meglio stare tra i primi dieci: si riduce l’effetto elastico.
Quante calorie si consumano su una scalata simile? E come ci si alimenta?
Beh – fa due conti Pozzovivo – è la salita finale, si fa a tutta… 600 calorie si bruciano tranquillamente. Si prende un gel ai piedi della salita e poi ci si aiuta con le borracce, che ormai contengono maltodestrine. Anche se io preferisco l’acqua. Prendo un altro gel a metà salita o un po’ prima.
Riccardo Verza ha scelto una via originale per proseguire la sua carriera, facendo armi e bagagli per trasferirsi in Austria, in una squadra Continental, la Hrinkow Advarics. L’annuncio era stato dato qualche settimana fa direttamente dal team mitteleuropeo, ma il corridore di Este ha atteso per parlare, perché non voleva commettere errori tali da pregiudicare la sua avventura. Dal punto di vista burocratico infatti non era ancora tutto pronto per il suo passaggio, per problemi legati alle differenti normative in termini di pagamento del punteggio dell’atleta.
La situazione si è poi sbloccata e Verza è partito per l’Austria per andare a firmare il contratto che lo legherà al team. Una scelta, quella del veneto, arrivata in pochissimi giorni, quando ancora le nubi sul suo futuro erano dense: «Stavo chiudendo la stagione con le classiche venete di Pozzato – racconta – subito dopo l’ultima gara sono stato contattato tramite Facebook. Un semplice messaggio, arrivato inaspettatamente, aperto come tanti altri e che d’improvviso mi ha cambiato la vita».
La Hrinkow Advarics è in attività dal 2015. Nel 2022 ha conquistato 4 vittorie, divise fra Rapp e KepplingerLa Hrinkow Advarics è in attività dal 2015. Nel 2022 ha conquistato 4 vittorie, divise fra Rapp e Kepplinger
Che cosa ti hanno detto per convincerti?
Mi ha colpito il fatto che mi seguivano da tempo. Sapevano tutto di me e non solo quello che c’è tramite i siti specializzati e le statistiche, si vedeva davvero che mi avevano sotto controllo. Io non li conoscevo molto, ho corso poco all’estero e quindi non ci siamo incrociati spesso. Appena contattato però mi sono informato e ho capito che accettando la loro offerta avrei cambiato tutto.
Perché?
Non è solo perché la squadra è straniera. Alla Zalf sono stato molto bene, sono rimasto in ottimi rapporti con loro, ma il nuovo team ha un calendario diverso, più ampio, di qualità superiore. Puntano molto a quel tipo di gare che a me piacciono tanto, le prove d’un giorno come quella di Kranj che resta la mia più importante vittoria.
Il podio di Kranj 2021 con Verza fra il tedesco Engelhardt (europeo U23 nel 2022) e l’olandese VermeulenIl podio di Kranj 2021 con Verza fra il tedesco Engelhardt (europeo U23 nel 2022) e l’olandese Vermeulen
Quindi ti vedremo poco in Italia…
Da quel che so torneranno sicuramente per le gare venete, poi farò il campionato italiano e il Giro del Friuli dove il team due anni fa ha anche vinto. Per il resto gareggerò sempre all’estero. D’altronde il nuovo regolamento limita notevolmente la partecipazione delle formazioni continental, che non possono più prendere parte alle prove regionali e hanno pochi inviti in quelle aperte ai pro’. Il calendario in questo modo si riduce molto a meno di inviti all’estero che sono sempre molto difficili da avere.
Dovrai trasferirti?
Di base no, potrò allenarmi a casa in base alle loro indicazioni, comunque la fortuna è che la distanza non è poi tanta. Sarò fuori per le gare e per i ritiri, naturalmente, ma la base la mantengo a casa e anche questo fattore ha influito sulla mia scelta.
Il team austriaco è stato protagonista in Veneto, qui Hrovat 15° alla Serenissima GravelIl team austriaco è stato protagonista in Veneto, qui Hrovat 15° alla Serenissima Gravel
Conosci qualcuno del team?
Solo un ragazzo sloveno, Jaka Primozic. amico di Pogacar con il quale mi sono incrociato qualche volta da junior. Una faccia conosciuta perlomeno, gli altri avrò modo di conoscerli nelle prossime settimane.
Ti dispiace dover lasciare l’Italia?
Obiettivamente con l’attuale regolamento per gli elite, non aveva senso rimanere. Il calendario è troppo ridotto: quest’anno ho potuto affrontare i pro’ solo al Giro di Sicilia, Adriatica Ionica Race e le gare venete, è un po’ poco nel corso di un’intera stagione.
Il corridore di Este ha anche vestito l’azzurro, da junior ai mondiali di Richmond 2015Il corridore di Este ha anche vestito l’azzurro, da junior ai mondiali di Richmond 2015
Nel complesso come giudichi il tuo 2022?
Secondo me è stato positivo, anche se mi resta il rimorso per quel che poteva essere: a gennaio sono stato investito e riprendere non è stato facile. Più che altro ho perso tutta la preparazione invernale, poi ho inseguito per tutto il resto della stagione la condizione migliore e non è certo il modo giusto per correre. Mi ero abbattuto, ma con tutto ciò ho portato a casa qualche buon risultato, anche un podio all’Adriatica Ionica.
Che cosa ti proponi?
So che la squadra crede molto in me e nelle mie possibilità su certi tipi di gare, soprattutto quelle d’un giorno. Non nascondo che mi piacerebbe ripetermi a Kranj, ormai quella gara ce l’ho nel cuore…
Siamo di nuovo prossimi alle festività Natalizie, giornate che si condividono a tavola così come in sella alla bicicletta e per molti la difficoltà sarà proprio nel bilanciare le due (in apertura, foto Pianeta Design). Per evitarvi inutili sensi di colpa, lunghi ed estenuanti allenamenti compensativi o l’ennesima dieta fai da te, con tante speranze e promesse, ho raccolto qualche suggerimento per rispondere a dubbi e sconfessare le metodiche sbagliate che vedevo fare a molti durante i miei allenamenti invernali.
Saltare i pasti non serve
Nonostante alcuni potrebbero considerarli un metodo per lavarsi la coscienza, i comportamenti compensativi non sono la soluzione ad un’alimentazione fatta di eccessi. Studiando nutrizione ho imparato che è possibile gestire la propria dieta anche nel periodo delle festività, senza compromettere la preparazione invernale né sacrificare completamente la socialità. Inoltre ricordatevi che l’eccezione di una cena particolarmente abbondante non influisce sul vostro peso.
Le Feste sono occasione di cenoni e riunioni a tavola: bisogna… gestirsi (foto Aspettando Natale)Le Feste sono occasione di cenoni e riunioni a tavola: bisogna… gestirsi (foto Aspettando Natale)
Alimentazione e distanze
L’idea che se non mangio dimagrisco abbaglia molti ciclisti che si avventurano in allenamenti lunghi e senza mangiare specialmente nel periodo delle festività. Non è proprio così, sebbene in nutrizione generalizzare sia veramente difficile. Vi sono tantissimi fattori che possono condizionare l’apporto energetico e le tempistiche di assunzione del rifornimento durante l’allenamento. Potremmo dire che tendenzialmente in un allenamento lungo e fatto ad un’intensità inferiore alla zona 2, con l’obiettivo di dimagrire, potrebbe essere necessario ingerire circa la metà rispetto a quanto assunto per un allenamento della stessa durata, ma al massimo dello sforzo.
Personalmente mi piaceva molto consumare barrette con una quantità di grassi e qualche fibra in più come quelle di frutta secca oleosa, specialmente nella prima metà dell’allenamento, mantenendo poi comunque un buon supporto energetico con carboidrati fino alla fine.
Non è sempre facile capire esattamente di quanto ciascuno di noi abbia bisogno per ottimizzare l’allenamento e raggiungere i propri obiettivi. La cosa migliore è sempre rivolgersi ad uno specialista, che darà una dieta personalizzata con indicazioni sull’assunzione di carboidrati all’ora, a seconda dell’intensità e della durata dell’allenamento stesso.
La frutta secca oleosa, in natura o in barrette, è un ottimo supporto nella prima metà dell’allenamentoLa frutta secca oleosa, in natura o in barrette, è un ottimo supporto nella prima metà dell’allenamento
Low-carb o digiuno
Sono due tipologie di allenamento particolari: la low-carb spesso è confusa per la dieta chetogenica, ma non è così. E’ un tipo di allenamento che non si può ripetere quotidianamente ed è consigliato ad alcuni professionisti che necessitano di migliorare la propria intensità soglia, alla quale il corpo consuma principalmente grassi, con l’obiettivo di preservare le riserve di energia per il finale di gara. L’allenamento a digiuno invece per me era troppo stressante, una vera e propria penitenza. Ho rischiato pure di svenire un paio di volte in doccia.
Come potete ben capire sono due tecniche che non sono adatte a tutti e nemmeno praticabili a qualsiasi età. Per questo devono essere consigliate da specialisti capaci di valutare l’anamnesi del soggetto e monitorare l’andamento con strumenti precisi.
Nel fai-da-te spesso il risultato pare essere il dimagrimento, ma in realtà si va incontro a un calo di peso associato alla perdita di muscolo. Il ridotto apporto energetico può indurre infatti il fisico in uno stato di catabolismo che comporta l’utilizzo di massa magra per ottenere energia, aumentando significativamente anche lo stress fisico.
Saltare i pasti e ricorrere a diete estrema fa scendere il peso, ma rischia di intaccare il muscoloSaltare i pasti e ricorrere a diete estrema fa scendere il peso, ma rischia di intaccare il muscolo
Mangiare dopo l’allenamento
Se non avete la necessità di un recupero rapido, un buon pasto equilibrato a pranzo è la soluzione ideale per mente e fisico. In genere nel piatto dovranno esserci carboidrati, preferibilmente a medio-basso indice glicemico, una porzione di proteine e dell’olio extra vergine d’oliva come condimento a crudo.
I professionisti hanno spesso bisogno di alternare i sapori, a me per esempio piaceva particolarmente preparare qualcosa di originale per il pranzo post distanza, così il giorno prima, mi mettevo all’opera con delle farine alternative (quinoa, castagne o grano saraceno ad esempio) per fare la pasta fresca, a volte anche ripiena. Al ritorno dalla distanza il pranzo era così presto pronto con la pasta fresca che cuoce in 3-4 minuti e che condivo con del ragù, anch’esso fatto in casa con carne trita di bovino non molto grassa, o con un sughetto di verdure, abbinando poi un piccolo secondo proteico. In alternativa puntavo su del riso con legumi accompagnati sempre dalle immancabili verdure di stagione.
La pasta fresca fatta cuoce rapidamente: ideale per il pranzo post allenamento (foto Ricette dal mondo)La pasta fresca fatta cuoce rapidamente: ideale per il pranzo post allenamento (foto Ricette dal mondo)
Rientro nel pomeriggio
La distanza vera, in inverno, è però nelle ore più calde con un rientro a casa nel tardo pomeriggio. In questo caso nell’attesa della cena, una soluzione interessante può essere bere un thè o una tisana e mangiare un frutto con dello yogurt greco bianco, fonte di proteine utili per il recupero muscolare, muesli d’avena e cioccolato fondente o frutta secca. Se dopo una merenda di questo tipo avete ancora molta fame, allora probabilmente l’apporto energetico prima e durante l’allenamento non è stato adeguato. Anche in questo caso, non è sufficiente mangiare di più dopo, ma per ottimizzare allenamento e dieta, dovrete trovare la soluzione più adatta a voi.
Idratazione
Nonostante il freddo anche in inverno si suda e proprio perché si percepisce meno la sete, il rischio di disidratarsi è alto. Per gli allenamenti lunghi nella borraccia thermos preparavo una tisana, che per riuscire a berla calda la dovevo per forza finire nelle prime due ore, assicurandomi così di avere il tempo per riempire la borraccia almeno una volta prima di arrivare a casa. In ogni caso per monitorare i liquidi persi durante l’allenamento, potete controllare la perdita di peso tra prima e dopo, questa non dovrà mai essere superiore al 2% del vostro peso.
Una merenda con yogurt greco e frutta ideale al rientro, se si esce a cavallo del pranzo (foto GialloZafferano)Una merenda con yogurt greco e frutta ideale al rientro, se si esce a cavallo del pranzo (foto GialloZafferano)
Il consiglio finale
La soluzione per la dieta più adatta difficilmente è semplice, universale e poco faticosa. Una dieta bilanciata con quantità leggermente inferiori al dispendio energetico e sgarri sporadici abbinati all’allenamento è solitamente efficace nella perdita di peso, perché è sostenibile con continuità e non comporta uno stress eccessivo per il fisico. Anche in questo caso, tuttavia, per trovare il corretto bilanciamento è meglio fare affidamento su uno specialista, che saprà valutare la qualità e quantità di alimenti che meglio si adattano a ciascuno, monitorando con strumenti specifici i risultati ottenuti con la dieta.
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«La preparazione tecnica di Elisa Longo Borghini, la capacità di capire il mezzo meccanico e di fornire degli ottimi feedback mi colpisce molto». Portiamo con noi questa dichiarazione di Mauro Adobati, meccanico del team e che talvolta si occupa anche della compagine femminile del Team Trek-Segafredo.
L’abbiamo intervistata in occasione della presentazione ufficiale del Trek Store di Lallio (Bergamo).
Elisa Longo Borghini, davvero competente e appassionata della bicicletta (foto Matilde De Re-Trek Italia)Elisa Longo Borghini, davvero competente e appassionata della bicicletta (foto Matilde De Re-Trek Italia)
La bicicletta è solo un lavoro, oppure è anche una passione?
E’ prima di tutto una passione e poi diventa anche un lavoro. La bicicletta, intesa come mezzo meccanico è una parte fondamentale del mio lavoro. Quando alleni il tuo corpo ad essere performante portandolo ai massimi livelli, è importante avere una bicicletta che ti gratifica, che ti aiuta e supporta a rendere al meglio.
La Emonda della Longo Borghini (foto Matilde De Re-Trek Italia)La Emonda della Longo Borghini (foto Matilde De Re-Trek Italia)
C’è una bicicletta che per te è un riferimento?
E’ necessario dire che in Trek abbiamo la fortuna di avere un’ampia scelta e la possibilità di usare mezzi specifici per le diverse situazioni e molto differenti tra loro. Escludendo la Domane, che utilizzo in occasione del pavé, se dovessi fare una scelta questa ricadrebbe sulla Emonda.
Tra le foto presenti nello store bergamasco, bellissima quella che celebra la vittoria sul pavé (foto Matilde De Re-Trek Italia)Tra le foto presenti nello store bergamasco, quella che celebra la vittoria sul pavé (foto Matilde De Re-Trek Italia)
Dove nasce questa preferenza?
Si adatta di più alle mie caratteristiche e al mio modo di guidare la bicicletta. Ho bisogno di un mezzo che mi permetta di andare forte in salita e di spingere in pianura, di essere veloce e maneggevole in discesa, capace di seguirmi senza forzature e facile da rilanciare. E’ il giusto compromesso, considerando che non sono veloce allo sprint. La nuova Madone è molto rigida e la vedo più adatta ad una sprinter, ma anche ad un uomo. La bici aero è più esigente.
Nessuno spessore tra stem e serie sterzoNessuno spessore tra stem e serie sterzo
Qual’è la sensazione che più ti gratifica quando sei in sella?
Mi piace sentire la bicicletta e la sua reattività. Quando in salita mi alzo in piedi sui pedali mi piace quella sensazione della bicicletta che va dritta e sembra aiutarti a spingere, quell’energia che resta lì e non si disperde, talvolta a dispetto dell’aerodinamica.
La bici con i Pirelli PZero TLR da 28, produzione Made in ItalyLa bici con i Pirelli PZero TLR da 28, produzione Made in Italy
Percepisci tanta differenza quando cambi le ruote?
Le differenze sono esponenziali, ma è giusto considerare anche le diversità dei prodotti. Ho la possibilità di usare tre profili diversi: 37, 51 e 62 millimetri. Per gli arrivi in salita e quando è previsto tanto dislivello positivo utilizzo il profilo da 37 con i tubolari. Raramente uso le 62 e le più sfruttate sono le 51. Sono le più versatili, sono reattive anche in salita e maneggevoli in discesa. Preferisco usare le 51 tubeless e se posso scegliere mi indirizzo sui tubeless a prescindere.
Elisa Longo Borghini ha una grande capacità di spaziare fra diversi aspetti del ciclismo (foto Matilde De Re-Trek Italia)Elisa Longo Borghini ha una grande capacità di spaziare fra diversi aspetti del ciclismo (foto Matilde De Re-Trek Italia)
In quali occasioni utilizzi il profilo da 62?
Quando devo tirare le volate alla Balsamo, oppure il percorso è molto veloce e poco tecnico. Poi sono leggera, tra le donne non sono un peso piuma, ma rispetto ad un uomo, che è anche più potente, sono molto più leggera e quindi mi serve il giusto compromesso tra facilità nel rilancio, controllo della bicicletta e versatilità. Le 62 diventano impegnative.
Davanti usa un 52-39, il power meter Quarq e i pedali Time, che a partire dal 2023 saranno in dotazione anche al team maschilePedivelle da 170 per ElisaDavanti usa un 52-39, il power meter Quarq e i pedali Time, che dal 2023 saranno in dotazione anche al team maschilePedivelle da 170 per Elisa
E poi questa preferenza per i tubeless, perché?
E’ una sensazione, nonostante un feeling iniziale che ti porta a pensare ad una ruota lenta. Le prime volte sembra di avere le gomme sgonfie. In realtà, dopo alcune ore di utilizzo si capisce che scorre bene, tiene bene ed è confortevole. Bisogna abituarsi e a mio parere il tubeless lo ami o lo odi, non c’è una via di mezzo. Il feeling che si ha nei confronti di un tubeless non è relativo al solo pneumatico, ma dipende anche dalla dimensione, dalle ruote e dalle condizioni del manto stradale. Sezioni di 26, 28 e 30, ruote molto spanciate come quelle usate alla Roubaix, le variabili da considerare sono tante e influiscono sulla resa.
E invece in merito alla sella; corta oppure tradizionale?
Corta, mi sento meglio in bici e con un feeling migliore.
Elisa con il fidanzato Jacopo MoscaElisa con il fidanzato Jacopo Mosca
Tu e Jacopo vi confrontate molto sugli aspetti tecnici?
Si tantissimo. Jacopo mi ha trasmesso molto, mi ha dato maggiore consapevolezza della tecnica relativa alla bicicletta, dei marginal gain che nell’insieme fanno davvero la differenza. Jacopo è sempre sul pezzo, talvolta è lui il primo a spiegare, in altre occasioni sono io che domando a lui e la risposta è sempre completa e soddisfacente. Quando ci alleniamo insieme proviamo anche delle soluzioni e ci confrontiamo.
Andiamo invece sul power meter. Di tanto in tanto senti il bisogno di staccarti dai numeri?
Ammetto che quando mi alleno sono piuttosto precisa, anche se mi piace spingere e mettermi alla prova. Il mio preparatore mi riprende spesso perché tendo ad esagerare. Però sì, quando devo fare le distanze senza lavori specifici, mi piace andare a sensazione, ascoltare il mio corpo e giocare. Il gioco diventa la sovrapposizione tra le sensazioni che ho ed i numeri. Voglio vedere il riscontro, ovvero se il misuratore di potenza mi dice quello che sento io. Non dobbiamo essere legati in modo troppo stretto ad un power meter.
La Longo Borghini e Jacopo Mosca con lo staff dello Trek StoreLa Longo Borghini e Jacopo Mosca con lo staff dello Trek Store
Qual’è la settimana tipo di Elisa Longo Borghini, off-season a parte?
Ovviamente dipende dal momento della stagione e dai programmi. Si dà maggiore importanza al recupero tra una corsa e quella successiva nel momento delle gare. Invece quando sono in preparazione le ore di allenamento sono circa 25.
Per la prima volta dopo 17 anni Eros Capecchisi è goduto il ciclismo come uno spettatore normale, ammesso che normale sia un aggettivo calzante per chi è stato al vertice di questo sport per tanto tempo. Capecchi è stato tra i primissimi, se non il primo, a passare giovanissimo. Aveva 19 anni.
Dal Giro dell’Emilia 2005, fatto come stagista con la Liquigas, dove avrebbe iniziato la sua avventura ufficialmente l’anno successivo, alla Bretagne Classic 2021: nel mezzo tante gioie al fianco di altrettanti campioni e tre vittorie, su tutte quella di San Pellegrino al Giro d’Italia 2011.
Eros e la sua compagna Giada Borgato (ex professionista e oggi commentatrice Rai)Eros e la sua compagna Giada Borgato (ex professionista e oggi commentatrice Rai)
Emozioni, senso critico, passione: Eros, come ha vissuto questi primi 12 mesi da ex corridore?
Partiamo dal presupposto che ho smesso di correre con la massima serenità. Ho detto basta quando voglia e stimoli non erano più gli stessi. E’ stato qualcosa di mio, come mio era il vivaio che mi attendeva. E forse questo mi ha aiutato a smettere… bene. Che poi è il problema di molti. Si chiedono: «E adesso cosa faccio?». Quindi, questa stagione da fuori me la sono goduta.
Hai seguito le corse insomma…
Sì e poi con Giada (Borgato, ndr) che commentava alla tv, tante volte mi divertivo più a sentire lei che a vedere la corsa. In più mi hanno coinvolto per una tappa del Giro-E e ho i ragazzi dell’Umbria. Insomma sono rimasto nell’ambiente. Tutti gli anni quando si ripartiva mi mettevano in camera con i giovani, gli stavo vicino, gli davo consigli. E quindi il ruolo di commissario tecnico del Comitato regionale dell’Umbria mi è venuto naturale.
Eros, se dovessi scegliere tre momenti di questa stagione vissuta “dal vivaio” quali diresti?
I primi che mi vengono in mente sono i duelli e le azioni dei due fuoriclasse: Van der Poel e Van Aert. Belli da vedere, imprevedibili… Li ho anche vissuti in prima persona e quando sei in corsa con loro sai che ti diverti, che può succedere qualcosa da un momento all’altro.
Nella discesa dal Col de Spandelles, la scivolata di Pogacar. Poco dopo Vingegaard lo aspetterà (immagine Tv)Nella discesa dal Col de Spandelles, la scivolata di Pogacar. Poco dopo Vingegaard lo aspetterà (immagine Tv
E poi?
Direi Poagacar, una super conferma, e Vingegaard: in particolare la caduta in discesa al Tour. Il danese mi ha colpito non tanto perché è andato forte, quello si sapeva, ma per i suoi valori morali e il suo comportamento quando è caduto Pogacar. Quel giorno ero con Giada a vedere la tappa e le dissi: «Ora lo aspetta». Giada la pensava diversamente.
E tu?
Io me lo sentivo. Pogacar non lo avrebbe aspettato, ma non perché è cattivo o scorretto, ma perché era lui che lo stava attaccando in discesa. E quando fai certi attacchi metti in conto anche che il tuo rivale possa avere problemi simili. Vingegaard invece ha mostrato un’altra mentalità. Ha dimostrato che le corse si vincono con onestà e con le gambe. Tra l’altro il discorso dell’onestà e dell’educazione lo ripeto spesso anche ai miei ragazzi. Se sento mezza parola fuori posto, una lamentela su un organizzatore o un albergatore, quel corridore va a casa. Anche se ha vinto 10 corse.
Manca il terzo momento o personaggio…
Remco. Sono stato contentissimo per lui. Sono stato in squadra con Evenepoel alla Quick Step. Ho ancora i messaggi scambiati con lui. Dopo il primo anno mi scrisse: “Ti vorrei nel mio gruppo”. Io gli risposi che avevo il contratto in Bahrain… Remco è un bravo ragazzo, anche se qualche volta può risultare antipatico. Ma parliamo di un atleta che a 18 anni si è ritrovato a quel livello. Per di più in Belgio dove sono scattati subito i paragoni con Merckx, le pressioni sono tante. Mi ricordo del mio ultimo anno in Quick. Ero uscito bene dal Giro. Così mi portarono al Giro del Belgio. C’era anche Sabatini. Facemmo un grande lavoro per Remco. Tirammo per tutta la settimana e lo portammo alla vittoria. A fine corsa c’erano lui, sua mamma e suo papà ad abbracciarmi e a ringraziarmi per averlo aiutato.
Dopo la Vuelta, Evenepoel conquista anche il mondiale di Wollongong. Capecchi è legato al belga ed è stato contento dei suoi successiDopo la Vuelta, Evenepoel conquista anche il mondiale di Wollongong. Capecchi è legato al belga ed è stato contento dei suoi successi
Ha chiuso i battenti, un campione con cui hai condiviso parecchio, Vincenzo Nibali…
E anche “Don Alejandro”!Valverde… Due grandi. Valverde è stato più competitivo di Vincenzo fino alla fine. I tifosi vorrebbero sempre che certi corridori fossero al top. E mi spiace che certe volte si sia criticato Nibali. Ma che carriera ha fatto? Quattro grandi Giri, Sanremo, due Lombardia, Tirreno, Plouay… Serviranno 100 anni per ritrovarne uno così.
Vi siete scambiati dei messaggi con lui e con Valverde?
Non sono un tipo da messaggi. Se capita, preferisco gli incontri dal vivo. Quest’anno sono venuto da spettatore alla Strade Bianche. Ero nel viale tra foglio firma e bus e in quei frangenti certi corridori non si fermano, altrimenti vengono assaliti dalla gente. Invece Valverde mi ha visto e si è fermato. La stessa cosa Alaphilippe al Giro dell’Emilia. Stavamo scendendo dal San Luca con Giada. Lo vedo passare e lo chiamo: «Loulou!». Si volta, mi vede, frena e mi dice: «Eros! Passa al bus che ci prendiamo una birra». Quando sono arrivato mi ha bussato dal vetro, c’era tanta gente, tanti francesi, magari non voleva scendere. Invece lo ha fatto lo stesso. Sono queste cose che mi fanno piacere… più dei messaggi.
Prima hai detto che Pogacar è stata una conferma. Ma perché c’è il rischio che non torni ai suoi livelli super?
Con i tanti corridori giovani che arrivano “da sotto”, sicuramente oggi confermarsi per tanto tempo è più difficile. Prima passavi e ti servivano due anni per trovare il preparatore, tre per per prendere le misure con l’ambiente e per capire quali corse erano più adatte a te. Adesso invece sono pronti. Hanno forza ed entusiasmo. E prendono gente come Pogacar a riferimento. Ma Pogacar chi vede? Per lui è impossibile trovare un riferimento. Allenarsi, migliorare è difficile per Tadej. E una volta al suo livello basta che sbaglia mezza corsa, si apre una piccola crepa e subito diventa uno squarcio.
Capecchi e Nibali: dopo gli anni della Liquigas si ritrovarono insieme nel 2016, anno del secondo Giro dello SqualoCapecchi e Nibali: dopo gli anni della Liquigas si ritrovarono insieme nel 2016, anno del secondo Giro dello Squalo
E’ la condanna del super campione…
Io all’ultimo anno da pro’ andavo più forte che al primo. Ma 17 anni fa se eri all’80% arrivavi tra i primi, adesso se sei al 107% ti staccano in 50. Tutto è al limite, ma anche in altri sport. Se pensiamo che Marcel Jacobs fa dietro motore a piedi! E comunque non è che Pogacar debba dimostrare di tornare o che ci siano dubbi. Dopo il Tour ha vinto in Canada, ha vinto il Lombardia.
Tra le squadre invece chi ti ha colpito?
A me piace molto la Jumbo-Visma. E tra l’altro Vingegaard lo ha battuto grazie anche alla squadra. La Jumbo, dicevo, mi piace tantissimo. Conosco bene il loro nutrizionista, che era con noi ai tempi della Quick Step e so che credono molto nell’alimentazione. In più hanno una forza economica importante, comprano i corridori buoni, ma hanno il merito di saperli fare andare d’accordo. Roglic, Kuss, Vingegaard… e poi Van Aert, incontenibile, Laporte. Ecco il francese, ma che acquisto è stato? Lo hanno messo nelle condizioni di vincere e lui ci è riuscito.
Metodi di lavoro, rapporti tra gli atleti, cura dell’alimentazione, campioni: la Jumbo-Visma è la squadra che più piace ad Eros CapecchiMetodi di lavoro, rapporti tra gli atleti, cura dell’alimentazione, campioni: la Jumbo-Visma è la squadra che più piace ad Eros Capecchi
Vero, il loro preparatore ci parlava proprio di questo…
E sono meriti. La Ineos-Grenadiers ha ancora più soldi, ma in questo momento non rende allo stesso modo. Vuoi perché molti corridori ce li hanno da tanti anni, sono più vecchi… Stanno però lavorando bene con i giovani. Ma, immagino, gli ci vorrà un po’. Poi magari il prossimo anno gli vengono fuori i due Hayter e saranno loro a mettere in crisi Pogacar. Perché poi in questo ciclismo è un attimo. Evoluzione fisica, materiali, alimentazione… vanno forte subito. Anche per questo mi sento di dire che il doping nel ciclismo non c’è più. Ci sono stato dentro al ciclismo e so quanto contino certe cose e il lavoro nel suo insieme. Le preparazioni sono quelle, ciò che è cambiato tanto davvero è l’alimentazione: di differenza ne fa tanta.
Un’ultima domanda Eros, Rebellin. Ti senti di dargli un saluto?
Ero in macchina quando mi è arrivato un messaggio: “Morto Rebellin”. Pensavo fosse una fake news. Così chiamo Giada e le dico di verificare. Lei mi risponde che è tutto vero. Che dire: in 17 anni non l’ho mai visto avere una discussione in gruppo. Una volta eravamo a Montecarlo e ci fermammo a parlare non ricordo con chi. Intervenne Davide e disse: «Questo è un bravo ragazzo, nei Giri può fare bene». Io rimasi colpito. “Ma come, io? E allora tu?”, pensavo tra me e me. Rebellin era l’emblema della serietà, dell’abnegazione e della gentilezza. Mi spiace che non si sia potuto godere la vita oltre la bici.
Dai Pirenei alla Costa Blanca, è la rotta verso sud e verso il 2023 di Francesca Barale. La 19enne scalatrice del Team DSM ha trascorso le settimane scorse ad Andorra e in queste ore si è trasferita a Calpe in attesa di iniziare il primo training camp della prossima stagione.
Di chilometri ne ha fatti Barale in questo scorcio di autunno, adesso che può farli con continuità. Non ha avuto alcun problema a superare l’esame di maturità e nemmeno quello del primo anno elite. Sfruttiamo quindi un suo momento di relax di metà pomeriggio per sapere come potrebbe essere la prossima stagione.
Selfie rosa: Francesca assieme al fidanzato Leo Hayter, vincitore del Giro U23 nel 2022Selfie rosa: Francesca assieme al fidanzato Leo Hayter, vincitore del Giro U23 nel 2022
Francesca raccontaci la tua campagna in terra iberica.
Sta andando bene. Dopo un periodo di vacanza sono venuta ad Andorra, a casa del mio fidanzato (Leo Hayter della Ineos Grenadiers, ndr) per allenarmi con lui. Anche se qui siamo a 1.200 metri di altitudine, abbiamo sempre avuto un clima molto mite. Qua la vallata è molto più aperta e soleggiata rispetto a quella in cui abito in Italia. Ho fatto quasi un mese con Leo ma, siccome ad Andorra iniziava a fare più freddo, adesso sono a Calpe con una compagna di squadra. Fino al 12 dicembre saremo solo in due, poi arriva tutta la squadra e staremo assieme fino al 20.
Com’è stata questa convivenza in altura con Leo tra allenamenti e tutto il resto?
Buona, perché ci siamo motivati a vicenda quando il meteo non era dei migliori. Tranne in qualche caso in cui usavamo l’auto, solitamente partivamo da casa in bici, scendevamo a valle, facevamo i nostri lavori e rientravamo. Praticamente ogni giorno un arrivo in salita visto che andavamo oltre La Vella, la capitale. Per la verità però abbiamo fatto pochi allenamenti assieme dall’inizio alla fine, perché spesso avevamo tabelle diverse. E poi perché quando lui va via normale, io sono quasi a tutta (ride, ndr). In ogni caso ci siamo scambiati consigli, Leo me ne dà molti e tendo ad ascoltarlo. Fatica invece ad applicarsi con l’italiano. Sono meglio io con l’inglese.
Podio WorldTour: con il Team DSM Francesca ha ottenuto il terzo posto nella cronosquadre di Vargarda in Svezia (foto Vos)Podio WorldTour: con il Team DSM Francesca ha ottenuto il 3° posto nella cronosquadre di Vargarda (foto Vos)
L’ultima volta che ci siamo sentiti stavi per finire la stagione. Come sono andate le ultime gare?
Molto bene. Ho chiuso in crescendo, proprio come facevo le stagioni precedenti da junior. La Vuelta mi è piaciuta tanto, per come è stata disegnata. E’ andato bene anche il Tour de Romandie. Ma è nel mezzo, in Francia alla Binche che sono andata proprio forte. Anzi, ci voleva un pizzico di fortuna in più…
Spiegaci pure…
Ho seguito la tattica del nostro diesse e sono andata in fuga. Eravamo in sei, ognuna di una squadra diversa. Il finale era mosso e sono rimasta con una ragazza della Plantur-Pura e una del Team Coop-Hitec. Ci hanno ripreso a 700 metri dal traguardo. Da dietro alcune squadre avevano iniziato a tirare per chiudere. Quando ci hanno messo nel mirino anche la DSM ha iniziato a lavorare. Per fortuna che ha vinto Lorena (Wiebes, ndr) così ha sistemato tutto. Io alla peggio avrei fatto terza, che non mi sarebbe affatto dispiaciuto, ma sono contenta lo stesso. Mi sono sentita protagonista.
Francesca Barale è nata il 29 aprile 2003 ed è originaria di DomodossolaFrancesca Barale è nata il 29 aprile 2003 ed è originaria di Domodossola
Che effetto ti ha fatto essere nel vivo della corsa da debuttante nella massima categoria?
Dopo l’arrivo ero stanca e consapevole di poter non solo finire bene le gare, ma aiutare la squadra come si deve. Nel finale di stagione ho capito di essere cresciuta tanto.
A proposito di Wiebes, com’è stato il tuo rapporto con lei e com’è avere una compagna così?
Nella seconda parte dell’anno abbiamo corso tanto assieme, nonostante le diverse caratteristiche fra di noi. Ci siamo conosciute molto meglio. Correre con una come lei ti dà leggerezza. In gara ti fai il mazzo ma sai che Lorena è una certezza, che vince. Quest’anno per noi è sempre stato così. Ora che è andata alla SD Worx, il suo posto è stato preso da Charlotte (Kool, ndr), che era la sua ultima ruota. E’ molto forte, può vincere tante gare, anche contro Lorena.
Barale con la coetanea Uijen. Nel 2023 il Team DSM avrà una età media di quasi 21 anni (foto instagram)Barale con la coetanea Uijen. Nel 2023 il Team DSM avrà una età media di quasi 21 anni (foto instagram)
Quante possibilità ci sono di vederti nei grandi giri a tappe?
Non c’è nulla di ufficiale, visto che dobbiamo ancora parlare dei programmi, ma uno tra Giro Donne e Tour Femmes lo farò. Però bisogna stare con i piedi per terra, perché nelle elite ci vuole tanta esperienza, specie in queste gare.
Ci sono altri appuntamenti a cui guardi con interesse?
Ce ne sono alcuni con la nazionale. Al mondiale non ci penso perché sarà per ruote veloci. Invece vorrei guadagnarmi la convocazione per gli europei U23. Si correranno in Olanda attorno al Vam-berg (o Col du Vam, ndr). Il circuito potrebbe essere adatto alle mie caratteristiche, anche se su quella collina artificiale ci vuole esplosività. Infatti io vorrei disputare la crono dove potrei sentirmi più portata. Poi, sempre con la maglia azzurra, mi piacerebbe correre la prima edizione del Tour de l’Avenir Feminin (in programma dal 29 agosto al 2 settembre, ndr), quasi in contemporanea con quello maschile. Mentre con la DSM ad inizio stagione vorrei riscattarmi a Cittiglio. Quest’anno ero abbacchiata (sorride, ndr) e ho dovuto ritirarmi. Non mi è andata giù questa cosa.
Francesca nel 2022 ha disputato 34 giorni di gara: i due terzi dopo la maturitàFrancesca nel 2022 ha disputato 34 giorni di gara: i due terzi dopo la maturità
Francesca Barale come si presenta ai blocchi di partenza del 2023?
Sicuramente con qualche certezza in più. Adesso so cosa mi aspetta. Ho visto che lavorando sodo posso starci lì in mezzo al gruppo. Infatti mi sto allenando a fondo perché voglio essere pronta, fin dai primi ritiri. Spero di potermi giocare qualche carta in più. Siamo una squadra molto giovane, dove tutte avranno la propria possibilità. Cercherò di crearmele durante l’anno. Tuttavia so che devo avere molta pazienza perché devo migliorare in tante cose. Come sulla potenza o allo sprint. In allenamento Leo mi fa da riferimento nelle volate. Un po’ come ha fatto Elisa con Jacopo (ride mentre allude alla sua conterranea Longo Borghini col fidanzato Mosca, ndr).
La ruota legata alla rete sul Col de Castillon, come ultimo saluto per Rebellin, lungo la strada che da Mentone sale verso l’interno. “Sarai sempre al mio fianco in ogni singola uscita in bici…”, ha scritto Davide Formolo su Instagram e assieme a lui hanno posato gli amici di tanti allenamenti. Trentin e Covi, i fratelli Bonifazio, Troìa e due amatori. Poi il discorso passa a un’altra foto. In questa c’è Formolo, 21 anni, e accanto Rebellin che ne ha già 43.
«Siamo noi due insieme al Turchia – dice – le prime vere fatiche. Lì mi chiese in che anno fossi nato, così non ho più dimenticato che il 1993 era stato anche il suo primo anno da professionista. Non ci capitava di allenarci troppo spesso insieme, con i programmi d’allenamento al giorno d’oggi è difficile combaciare con gli altri. Però se potevo, quando lo vedevo mi giravo sempre. Davide era come un libro aperto per me. E poi caratterialmente mi sembrava anche molto simile a me, sinceramente…»
Primo anno da pro’ per Formolo, 43 anni per Rebellin. I due si conoscono così, su un podio in TurchiaPrimo anno da pro’ per Formolo, 43 anni per Rebellin. I due si conoscono così, su un podio in Turchia
Si riparte
A breve sarà il tempo di chiudere la prima valigia e poi Formolo partirà per il primo ritiro europeo del UAE Team Emirates. Per il veronese della Valpolicella quella in arrivo sarà la decima stagione da professionista, con un biennale in tasca e tanta voglia di riprendersi qualcosa che pensa di aver lasciato lungo la strada.
«L’ultimo è stato un anno molto particolare – dice – soprattutto la prima parte di stagione. A gennaio mi sono rotto la mano, ho iniziato a correre e appena dopo la Sanremo mi sono preso l’influenza, perciò ho fatto la settimana a letto. Il tempo di rimettermi in piedi e sono andato ai Baschi. Ma non avendo toccato la bici per una settimana, mi è venuta la tendinite al ginocchio che mi ha tenuto fermo due settimane. Poi sono direttamente al Giro d’Italia. L’ho finito e due giorni dopo ho preso il Covid. Non è stata proprio una bella inizio di primavera.
«A quel punto abbiamo fatto un break estivo per prepararci bene per le classiche di fine stagione, dove finalmente sono tornato ad essere il Davide a cui era abituato, perché è stato un inizio di stagione veramente complicato e molto sofferto anche a livello emotivo».
Appena tre giorni prima della morte di Rebellin, anche Formolo era con lui a Monaco per BekingAppena tre giorni prima della morte di Rebellin, anche Formolo era con lui a Monaco per Beking
Perché a livello emotivo?
Purtroppo correvo ed ero infortunato e questo per un corridore è la cosa più brutta. Andare alle corse senza poter dare il massimo. Quindi adesso si riparte sperando che vada tutto bene. Cerchiamo di imparare dagli errori e di curare ancora di più i dettagli rispetto a quello cui siamo abituati. D’altronde il nuovo ciclismo ci insegna questo. Che già a novembre abbiamo la tabella di nutrizione e quella di allenamento a 360 gradi. Non si può lasciare nulla al caso neanche nei mesi invernali.
Alla Cannondale parlavano di te come l’erede designato di Basso: grandi Giri e maglie di leader. Soddisfatto di come è andata finora?
A me piacerebbe senz’altro venire fuori di più. Però è anche vero che, guardandomi attorno, siamo in una squadra così forte che per ogni gara cui andremo, abbiamo un capitano che può vincere la classifica, oppure uno sprinter che può vincere le volate. Se io potessi fare la mia corsa, sarei felice onestamente se potessi entrare nei primi 5 delle classifiche generali. Abbiamo dei capitani così forti, che non possiamo giocarci le nostre carte. E alla fine anche questo è un ruolo che mi piace, sinceramente.
Si può essere soddisfatti anche lavorando per gli altri?
A me piace vincere. Quello in cui ho sempre fatto fatica quando facevo classifica per conto mio era difendermi nel giorno in cui non ero super. Perciò mi piace vincere, mi piace l’emozione dell’arrivo dopo la vittoria. E se riesco a fare un buon lavoro per un capitano che poi porta a casa la vittoria, emozionalmente per me è come aver vinto.
Al Lombardia, Formolo ha lavorato per Pogacar che poi ha vinto per il secondo anno consecutivoAl Lombardia, Formolo ha lavorato per Pogacar che poi ha vinto per il secondo anno consecutivo
E non ti manca la vittoria di Davide?
Certamente ogni tanto mi piacerebbe, magari andare in fuga e vincere qualche tappa. Sono convinto che riuscirò a ritagliarmi anche qualche piccolo spazio per me.
Ai ragazzini che passavano una volta si diceva: resetta tutto e si ricomincia da capo. Adesso non resettano niente, come com’è stato quando sei passato tu?
Molto diverso. Al primo anno era vietato fare un grande Giro, al giorno d’oggi passano e fanno il podio al primo anno. Ayuso quest’anno alla Vuelta, Tadej due anni fa. O comunque Remco (Evenepoel, ndr) al Giro d’Italia: l’anno scorso è caduto, ma quest’anno alla Vuelta, il secondo grande Giro, ha vinto. E’ un nuovo ciclismo e anche noi ci dobbiamo adattare. Certamente con gli strumenti che abbiamo al giorno d’oggi, hanno un database di watt, calorie bruciate per giorno, metodo di allenamento… Oramai con un database così importante, riescono a estrarre il massimo da ogni corridore, anche di giovane età.
Poco fa, hai fatto il nome di alcune grandi eccezioni: ti rendi conto che non sono la regola?
Sono fenomeni, sono campioni. Se fosse passato cinque anni fa, magari Remco ci avrebbe messo due stagioni in più per vincere la Vuelta, se non addirittura 5-6. Invece ha vinto a 22 anni. E questo significa che lui e pochi altri sono avanti di tre anni sui tempi.
Il gruppo dei corridori amici a Montecarlo, davanti alla ruota di RebellinLa ruota legata sul Col de Chatillon: un grande pegnoIlgruppo dei corridori amici a Montecarlo, davanti alla ruota di RebellinLa ruota legata sul Col de Chatillon: un grande pegno
In allenamento con Tadej, si capisce che è un fenomeno?
Lui è un altro mondo, perché i watt che ha già al medio sono tanta roba. Ovviamente per avere una soglia così alta, vuol dire che ci sono anche un medio e una base a tutt’altro livello rispetto agli altri.
Dove vorresti far bene l’anno prossimo?
Mi piace molto la Strade Bianche. Mi piace molto, per dire, anche il Giro d’Italia. Oppure la Sanremo. Che sia per vincere o comunque per fare un lavoro importante, per me è un sogno. Vincere dopo aver fatto un lavoro con i controfiocchi è proprio come se vincessi io…
Da quando è arrivato alla Ag2R CitroenGreg Van Avermaet non ha ancora alzato le braccia al cielo. Il campione olimpico di Rio de Janeiro però non ha perso né il mordente, né gli stimoli… Semmai a remargli contro è la sua carta d’identità. A maggio infatti il belga compirà 38 anni.
Van Avermaet ha iniziato il ritiro con la sua squadra. E’ andato in Spagna e già sta pedalando sulle nuove Bmc con la colorazione 2023 che non passerà certo inosservata.
Greg Van Avermaet in allenamento in Spagna qualche giorno fa (foto Instagram)Greg Van Avermaet in allenamento in Spagna qualche giorno fa (foto Instagram)
Amare la bici
Qualche giorno fa Van Avermaet ha parlato con una testata francese (Cyclisme Actu) e tra le varie cose ha parlato proprio dei suoi stimoli.
«Non so se questa è la mia sedicesima o diciassettesima stagione, non le ho contate!». Come a dire che il tempo non conta quando si sta bene e si ama ciò che si fa. E infatti: «La cosa più importante per durare tanti anni – ha proseguito Van Avermaet – è amare la bici e non perdere la passione. Quando mantieni la passione, rimani motivato a pedalare, fai di sicuro una buona stagione».
E sempre in tema di motivazioni, più di qualcuno gli ha chiesto, già da tempo, se questa sarà la sua ultima stagione ma Greg non è sembrato d’accordo. O quantomeno ha dichiarato che non inizierà l’anno pensando che sia l’ultimo, nonostante il suo contratto scada a fine 2023.
In 15 Fiandre, il belga è salito quattro volte sul podio. Qui il primo nel 2014. Fu secondo battuto da CancellaraIn 15 Fiandre, il belga è salito quattro volte sul podio. Qui il primo nel 2014. Fu secondo battuto da Cancellara
Pallino Fiandre
Ma gli stimoli non sono “solo il bello di pedalare”, ci sono obiettivi importanti da raggiungere. Alcuni concreti, come la crescita della squadra, lo stare vicino a ragazzi in crescita come Cosnefroy , Vendrame… Proprio su Cosnefroy c’era molto dell’olimpionico nella sua vittoria in Canada. Lo ha ribattezzato il “Piccolo principe” e dopo l’arrivo Cosnefroy lo ha subito cercato.
E ci sono altri obiettivi molto più ambiziosi, come il Giro delle Fiandre. Van Avermaet sa bene che è molto difficile.
«Non sarà facile fare bene nelle classiche – dice Van Avermaet – Qualche anno fa forse sono stato il migliore per quelle gare, ma ora è un po’ diverso. Tuttavia, posso ancora ottenere buoni risultati, magari non posso più vincere una classica monumento, ma posso agguantare una top cinque».
«Il sogno – anche a quasi 38 anni se ne possono avere – è vincere il Giro delle Fiandre. Ho fatto diversi podi, è la mia gara preferita, ma non l’ho mai vinta. Ci riproverò, mi restano uno o due tentativi.
«Però se vincessi il Fiandre… allora sì, potrei smettere!».
Greg è stato quarto al mondiale gravel in venetoGreg è stato quarto al mondiale gravel in veneto. Era la sua prima gara gravel
Apertura ai cambiamenti
Entusiasmo, voglia di mettersi in mostra, provare cose nuove… Van Avermaet ha vinto le Olimpiadi con una grinta mostruosa, la stessa grinta che ci ha messo nel campionato mondiale gravel. E’ arrivato quarto, battuto in volata da Van der Poel. Si era rammaricato che un pit stop imprevisto gli avesse tolto il podio.
Tra l’altro Van Avermaet da anni corre con BMC ed è ritenuto un grande sviluppatore della bici. Anche nel mondo gravel ha voluto dire la sua.
Novità per un corridore esperto come Van Aert è anche il contatto con la nuova generazione. E lui, soprattutto in nazionale, ne ha l’esempio maggiore: Remco Evenepoel. I giovani hanno messo in difficoltà in un sacco di atleti.
«Remco è un talento eccezionale. Quando è arrivato nel gruppo, ho visto subito che era speciale. Ha delle capacità che non avevo mai visto in nessun altro nella mia carriera. Come ha corso nel Campionato del mondo, alla Liegi o a San Sebastian, è qualcosa che non si vedeva dai tempi di Eddy Merckx.
«Sono un fan di Remco e sono molto felice di poter correre con lui. Magari sarei anche più felice di batterlo una volta!».