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Il bilancio del Giro. Botta e risposta con patron Vegni

07.06.2022
6 min
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Ad alcuni l’ultimo Giro d’Italia è piaciuto all’inverosimile. Ad altri meno. Se la corsa rosa è stata vissuta dai corridori come una grande battaglia quotidiana, ci si aspettava di più nelle ultime tappe di montagna dagli uomini di classifica. Di questo, e non solo, parliamo con Mauro Vegni, il patron della corsa rosa.

Vegni dirige il Giro dal 2012 e di esperienza ne ha maturata in questi anni. Ha fronteggiato scioperi, maltempo, bandierine non chiare sotto la neve. E ancora: Giri decisi sul primo arrivo in salita e altri in cui al via dell’ultima tappa ci sono stati corridori separati da pochi centesimi.

Una folla incredibile ha accompagnato la corsa rosa nei tre giorni in Ungheria
Una folla incredibile ha accompagnato la corsa rosa nei tre giorni in Ungheria
Signor Vegni, partiamo da un primo bilancio: cosa le è piaciuto di più e cosa di meno dell’ultima corsa rosa?

Direi che mi è piaciuto il Giro nel suo complesso, andando assolutamente contro a chi dice di no. Mi è piaciuta la gente, tanta, a bordo strada. E questo ci dice che c’era voglia di fare festa e che il Giro è in salute.

E da un punto di vista tecnico?

E’ stata una bella gara fino agli ultimi giorni. In particolare alcune tappe come quelle di Napoli, Torino e Verona ritengo siano state delle gemme all’interno di un percorso molto valido.

In effetti i due circuiti hanno regalato grande emozione e un bello spettacolo. Li rivedremo?

Qualche volta sì. Quando è possibile farli, cercheremo di farli. Ma ricordiamoci che l’Italia è lunga e molto estesa verso il mare. Se si fanno i circuiti poi la risalita verso Nord diventa più complicata e ci toglie delle possibilità. Certo, credo che quello di Napoli con il Monte Procida, la città stessa e il lago Miseno sia stato un successo paesaggistico, una bella promozione turistica. Mentre il circuito di Torino è diventato una tappa di montagna in città.

Lo spettacolo della tappa di Napoli, col suo circuito tecnico e suggestivo
Lo spettacolo della tappa di Napoli, col suo circuito tecnico e suggestivo
E invece ci sono state delle difficoltà “dietro le quinte”, cose che non si vedono da fuori?

La partenza da Budapest: bellissima, un grande scenario, tantissima gente, ma anche un enorme lavoro logistico. Trasferire il tutto dall’Ungheria alla Sicilia e da lì al Continente… non è stato facile. Abbiamo cercato di creare meno inconvenienti possibili a squadre e corridori con un lavoro certosino. Ormai abbiamo delle persone che hanno acquisito un’esperienza tale da fare sembrare normale questo che di fatto è un grande elemento di preoccupazione.

Parlando con i velocisti, forse è mancata qualche tappe veloce in più. Come mai se ne fanno sempre meno? E’ una questione di spettacolo?

Dico una cosa brutta: che la gente faccia pace col cervello. E c’è poca salita. E ce n’è troppa. Poi però quando ne metti di più non ottieni gli effetti voluti. Oppure ci sono troppe tappe per i velocisti. Da parte mia sono a favore di tappe più piatte, ma in un grande Giro ci deve essere un po’ di tutto. Se emerge un leader consacrato troppo presto, mi dicono che il Giro è già finito. Se invece la lotta resta aperta sino all’ultimo, mi dicono che non c’è nessuno più forte.

Una crono più lunga: perché sì? Perché no?

Bisogna vedere quali corridori vengono a fare il Giro. Prendiamo per esempio il Dumoulin dei tempi migliori. Una crono lunga lo avrebbe favorito rispetto agli scalatori. Chiaro che bisogna bilanciare il tutto. Di crono quest’anno ce ne erano due, possiamo arrivare massimo a tre, ma credo che già due possano andare bene. Quest’anno non è stato dato un grandissimo spazio ai cronoman, ma tutto sommato c’era. Alla fine un Giro lo vince il corridore più completo, quello che sa adattarsi meglio a tutte le situazioni e che ha un recupero muscolare e psichico all’altezza.

Verso la Marmolada Bahrain Victorious sempre in testa, ma “addormentando” la corsa. Fare tappe molto dure non è garanzia di spettacolo
Verso la Marmolada Bahrain Victorious sempre in testa, ma “addormentando” la corsa. Fare tappe molto dure non è garanzia di spettacolo
Però una crono più lunga avrebbe favorito gli attacchi nel finale. Ci sarebbe stata una situazione meno statica…

E a chi sarebbe servita?

Ad Almeida per esempio (prima che si ritirasse)…

Ma io non faccio il percorso per Almeida o per un corridore solo, sia se questo è un cronoman o meno. Per me l’ideale è avere un percorso con 6-7 tappe per velocisti, 2-3 crono, 5-6 tappe per passisti e 3-4 tappe per gli scalatori puri.

Negli ultimi anni abbiamo visto la crono nel finale, metterla prima?

Non sarebbe la prima volta e infatti anche quando l’abbiamo messa a metà Giro non è servito a niente. Tutti i “Soloni” che parlano dovrebbero andare a rivedere le statistiche del passato. Mi dicono dell’Etna all’inizio o della doppia scalata allo Zoncolan… E a cosa serve? A Niente. Serve a far andare i corridori per gran parte del tempo a 20 all’ora in attesa dell’ultimo passaggio, perché è quello che conta, e al tempo stesso a farsi dire che sono un branco di pecore, quando poi non è vero. Non fa piacere tutto ciò. E con percorsi così ognuno fa le sue valutazioni sul modo di correre. E quindi più che attaccare, pensano a non prenderle.

Questo discorso, purtroppo, è vero. Tra le righe ce lo hanno detto le squadre stesse…

E’ quello che si è visto negli ultimi anni. Non c’è più un corridore alla Pantani che sapeva fare la differenza. Un Contador che faceva il vuoto. Da quel che vedo oggi le differenze si fanno più in discesa che in salita.

E quindi un Giro con un percorso più semplice può aiutare?

Ma io credo che i valori restino quelli. Oggi sono tutti molto simili per livello. Tutti hanno alimentazioni e preparazioni uguali e le differenze sono minime. Devi trovare l’atleta che si trova in super condizione e l’avversario che non è al top. 

Per i media molte zone interdette e spesso spazi limitati. Qui, la mix zone ricavata in uno degli ingressi dell’Arena di Verona
Per i media molte zone interdette e spesso spazi limitati. Qui, la mix zone ricavata in uno degli ingressi dell’Arena di Verona
Cambiamo argomento. Noi giornalisti abbiamo lavorato con innegabili difficoltà perché c’era la “bolla” anticovid. Poi però nella tappa con partenza da Salò, per fare un esempio, i corridori per andare al foglio firma transitavano in un vicolo stretto e colmo di gente…

Non sono d’accordo con questa visione. L’atleta deve pensare alla sua salute. Noi lo proteggiamo per quel che possiamo, ma anche lui deve proteggersi. Noi abbiamo cercato di rispettare le direttive mediche imposteci dall’Uci. Norme che saranno in vigore fino al 15 giugno. Dopodiché si riuniranno per valutare se queste regole dovranno restare in atto oppure no. Spero che in futuro le cose possano migliorare. E poi fatemi dire…

Prego…

Altri vostri colleghi giornalisti sono venuti da me e hanno avuto da ridire e per certi aspetti sono anche d’accordo con loro. Ma anche voi avete la vostra associazione internazionale: che questa si facesse sentire. Magari ha più voce in capitolo di me. Se c’è qualcosa di sbagliato datemi una mano a cambiare le cose.

Ultima domanda: che novità ci sono riguardo al cambiamento di data che comprenda anche il 2 giugno?

Abbiamo fatto la richiesta, ma la commissione non si riunisce sempre. Io credo che ci vorrà almeno un mese. Magari sapremo qualcosa entro metà luglio. Spero solo non ci diano la risposta all’ultimo secondo.