Cofidis, WorldTour a rischio e qualche rimpianto di troppo

08.01.2022
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Una conferenza stampa in un ristorante di Parigi: così la Cofidis ha raccontato le attese per la nuova stagione. WorldTour maschile, continental femminile, sport paralimpico: si è parlato di tutto. Ma soprattutto della situazione dei professionisti che, allo stato attuale, rischiano di perdere il loro posto nel WorldTour a partire dal 2023.

Dietro all’Arkea

Il bilancio è traballante. Se infatti il piazzamento 2021 vede la squadra francese al 15° posto, passando al calcolo sugli ultimi due anni, sul quale si baserà il sistema delle promozioni e retrocessioni, si scende al 19°. Le differenze non sono enormi (Cofidis ha 8.287 punti, Arkéa-Samsic, 18ª e ultima virtualmente qualificata, ne ha 8.697). Stando così le cose però, nel 2023 la Cofidis sarà fuori dal WorldTour.

Prosegue la collaborazione tra Damiani e il team manager Vasseur
Prosegue la collaborazione tra Damiani e il team manager Vasseur

«Non voglio che entriamo in uno schema matematico – dice Vasseur a L’Equipe – mi rifiuto di chiedere ai miei corridori di iniziare le gare solo per prendere punti. Chiedo che abbiano un atteggiamento vincente e non ci saranno domande da porre. Se oggi ci troviamo in questa posizione è perché nel 2020 e nel 2021 i nostri leader non hanno risposto presente. Abbiamo l’obbligo dei risultati, ma anche quello di monitorare la nostra classifica per non scivolare troppo indietro. Ma non siamo gli unici in questa situazione. Dobbiamo sentirci sotto pressione. Vogliamo guadagnare un posto stabile nel World Tour con il gruppo maschile e quello femminile. Ora tocca ai corridori ottenere i punti. Non riesco a immaginare di trovarmi dopo il Giro di Lombardia a non aver soddisfatto i criteri sportivi per l’ammissione».

Viviani, luci e ombre

Il riferimento ai leader che sono mancati porta sin troppo facilmente a Viviani, ingaggiato con squilli di tromba purtroppo nel momento meno fortunato della sua carriera.

Il 28 marzo, Viviani ha vinto a Cholet. Per lui 5 vittorie nel 2021
Il 28 marzo, Viviani ha vinto a Cholet. Per lui 5 vittorie nel 2021

«In termini sportivi – conferma Vasseur – Elia Viviani è stato un fallimento. D’altra parte, penso che ci abbia fatto crescere. Ha vissuto in grandi formazioni e ha instillato nella squadra un modo di lavorare che ci ha fatto andare avanti. Quando recluti un corridore come lui, speri che prenda 3.000 punti in due anni e non 1.200. Ovviamente ci sono stati diversi fattori per questo. C’è stata la caduta al Tour Down Under 2020. Così abbiamo cambiato il suo programma e sono arrivati i quattro mesi di lockdown. Al via del Tour de France il peso non era a posto e le cose non hanno funzionato. Con la partenza di Elia ci mancano 1.500 punti. Ha comunque avuto un 2021 soddisfacente con cinque vittorie, ma ad un livello che non era il suo. Ma non voglio nemmeno lapidarlo, perché so che ha dato il 100 per cento dei suoi mezzi. Solo che i suoi mezzi non erano quelli che aveva alla Quick Step».

Correre ai ripari

Resta l’amaro in bocca, adesso. Per la necessità di rimboccarsi le maniche e far girare al meglio una squadra ricostruita in pochi mesi. E davanti alla rinascita di Viviani che ora porterà le sue volate alla Ineos.

«Ho sperato fino alla fine di tenerlo – dice Vasseur – e devo ammettere che Elia è stato professionista fino alla sua ultima gara. Ci ha provato, ma aveva raggiunto i suoi limiti. Il tappeto rosso che avevamo srotolato non ha funzionato come speravamo. C’è anche da dire che Fabio Sabatini, il suo ultimo uomo ufficiale, ha dimostrato di essere in declino e di non poterlo aiutare. La sfortuna contemporaneamente è di non essere riusciti a trattenere Laporte. Davvero una grande perdita. Dobbiamo solo riprenderci da questa situazione e trovare rapidamente alternative».

Le alternative sono Coquard e un altro italiano: Simone Consonni, promosso al grado di capitano. Poi Davide Cimolai e Villella, ingaggiato per le prove più impegnative. Il WorldTour sta diventando qualcosa da conquistare anche a suon di risultati. Certi scenari presto potrebbero cambiare.

BePink: con Zini il punto sul futuro, da Zanardi al WorldTour

07.01.2022
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Nel 2020 l’avvento del WorldTour nel ciclismo femminile ha alzato progressivamente il livello qualitativo delle gare, delle formazioni ed ha garantito pure entrate economiche sicure alle atlete.

A differenza degli uomini, nelle donne esistono solo due tipi di status e ciò che si sta verificando è molto simile a quello capitato al movimento maschile. Bisogna dire che anche tra le squadre continental ce ne sono alcune… mascherate da WorldTour, però questo cambiamento ha accentuato la distanza tra i team delle due categorie? O tra gli stessi team continental? Ora che la UAE Team ADQ ha rilevato la licenza WT della Alè BTC Ljubljana portandola negli Emirati Arabi (pur mantenendo la stessa ossatura tra staff e roster), il ciclismo italiano femminile non ha più alcuna formazione nella massima serie.

Silvia Zanardi, qui proprio con Zini, ha scelto di rimanere per crescere nei giusti tempi
Silvia Zanardi, qui proprio con Zini, ha scelto di rimanere per crescere nei giusti tempi

E quindi come stanno le nostre formazioni? Le prime risposte le abbiamo cercate tra le parole della chiacchierata che abbiamo fatto all’ora dell’aperitivo con Walter Zini, team manager della BePink. La sua squadra quest’anno si presenterà ai nastri di partenza con un organico di 13 atlete, tra cui la campionessa europea U23 Silvia Zanardi, rimasta nonostante le sirene del WorldTour.

Partiamo da qui. E’ stato difficile tenerla?

Abbastanza, per una serie di cose. Dopo la vittoria di Trento tante squadre si sono fatte avanti per averla subito, altre invece per prenderla nel 2023. Inoltre le hanno proposto di entrare nelle Fiamme Azzurre, ma Silvia ha rinunciato. Per me lei è pronta per andare nel WorldTour, ma deve ancora finire la sua maturazione e da noi può farlo senza pressioni. Anche lei lo ha capito. Per noi è importante averla, perché ci siamo già assicurati una serie di inviti in gare all’estero.

Il 2021 è stato l’ultimo anno di Silvia Valsecchi, che si è fermata proprio all’inizio del nuovo corso del ciclismo
Il 2021 è stato l’ultimo anno di Silvia Valsecchi
Tante giovani italiane hanno lasciato l’Italia, alcune direttamente da junior. Pensi che sarà sempre più così?

Faccio un esempio legato alla nostra realtà. Finché squadre come le nostre hanno un talento, come Zanardi o Balsamo, riesci a trovare le giovani migliori, ad attirare sponsor e magari resistere per qualche anno. Dopo di che, quando non hai più loro come riferimenti, perché non puoi più trattenerle, si inizia a fare fatica perché ormai tutte vogliono andare nel WorldTour o negli squadroni. Tante però non hanno le potenzialità per correrci o essere ingaggiate. In più c’è stato lo sguinzagliamento dei procuratori che fanno firmare le junior senza conoscere veramente le ragazze o il ciclismo femminile. E vi dirò di più…

Spiega…

Attualmente ci sono quattordici squadre WorldTour. Però calcolando la quantità nei roster, non ci sono abbastanza corridori di qualità per queste squadre o per rimanere nelle prima 30 posizioni del gruppo. Negli ultimi anni in Italia i nostri talenti tra le junior hanno sì ottenuto risultati importanti, ma perché rispetto a quelle della loro età facevano già le professioniste. Quando passano elite o vanno poi nel WT che margini di miglioramento possono avere? Noi ci diamo da fare per fare crescere le ragazze e sperare che poi possano approdare nel WT. Tuttavia devono capire che sono loro a “morirci” sulla bici, non tutte quelle figure che hanno attorno, che saranno pure importanti, ma non pedalano al posto delle ragazze.

Matilde Vitillo ha trovato la forma a fine stagione vincendo il Giro di Campania
Matilde Vitillo ha trovato la forma a fine stagione vincendo il Giro di Campania
Insomma, ci sembra di capire che la riforma del WorldTour non ti piaccia molto.

Questa situazione l’avevo già preventivata tre anni fa durante una riunione dell’UCI in Svizzera. Se si guarda solo la punta della piramide anziché la base e se si va avanti così, nel giro di cinque anni non ci sarà più un ricambio di corridori e formazioni, soprattutto da noi in Italia come succede nel maschile.

Tornando al calendario. Gli inviti alle corse straniere sono un aspetto fondamentale della stagione per squadre come la vostra.

Sì assolutamente, ma rischia di non bastare. Mi spiego meglio. Stando al regolamento UCI, la partecipazione delle squadre WorldTour al loro calendario è ancora facoltativa e contemporaneamente nelle gare di classe uno e due (.1 e .2) c’è la partecipazione libera per loro fino ad un massimo di cinque squadre e per un massimo di tre corse. Quindi se le squadre WorldTour non corrono le prime, vengono a fare le seconde. Così facendo è ovvio che per gli organizzatori è meglio, ma per i team continental, specie quelli con budget non alto, può diventare un grosso problema

Si guarda fuori dall’Italia perché qui da noi ci sono poche corse, a parte quelle open?

L’estero diventa difficoltoso per una questione di costi, ma bisogna saper investire e rischiare, perché altrimenti mai ti vedranno e ti inviteranno. Il calendario di casa nostra ultimamente è sempre stato un po’ scarno rispetto ad altre nazioni ma qualcosa sta cambiando. Quest’anno ci sarà qualche gara in più, come il Gran Premio Liberazione e il Città di Meldola (in programma rispettivamente 25 aprile e 5 giugno, ndr), ma serve che continuino ad organizzarne, anche se stiamo vivendo un periodo storico difficile.

Basilico Apeldoorn 2021
Valentina Basilico ha vinto il titolo europeo dello scratch: ora è attesa su strada
Basilico Apeldoorn 2021
Valentina Basilico ha vinto il titolo europeo dello scratch: ora è attesa su strada
Quanto è difficile reperire gli sponsor?

Noi siamo sempre andati dalle aziende proponendo loro progetti interessanti, compresa visibilità e comunicazione per i vari appuntamenti italiani e internazionali. Non è semplice però, perché qui da noi non ci sono incentivi ad investire. All’estero invece lo fanno senza problemi in qualsiasi sport, anzi nel ciclismo femminile lo fanno già da tanto tempo. Su queste cose noi italiani dobbiamo sempre inseguire. Poi mi permetto di dire che nel ciclismo in generale c’è un problema di avidità che condiziona la nostra attività.

Dai Walter, chiudiamo cercando di farti tornare un po’ più sereno parlando delle tue ragazze. Da chi ti attendi qualcosa quest’anno?

Dalla Zanardi mi aspetto una conferma nelle gare in cui è sempre andata bene ed un’ulteriore crescita nelle gare WT. Anche dalla Vitillo vorrei una conferma, magari nelle corse internazionali, però deve trovare la condizione giusta nel pieno della stagione e non alla fine come nel 2021. E’ arrivata la Brufani che l’anno scorso da primo anno elite nella GB Junior mi ha fatto vedere bei numeri. Abbiamo preso anche la francese Jade Teolis dall’A.R. Monex, è una scalatrice molto interessante. Infine Valentina Basilico, azzurra classe 2003, dovrà fare esperienza.

Miozzo, ci racconti com’era quando c’era posto per tutti?

17.11.2021
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E’ sembrato strano anche a voi, sfogliando il pezzo su Zoe Backstedt dopo gli europei di cross, vedere la foto di suo padre Magnus primo a Roubaix con la maglia della… piccola Alessio? Era il 2004, l’anno di Cunego contro Simoni al Giro, della tripletta ardennese di Rebellin e del maledetto 14 febbraio di Rimini. La stagione successiva avrebbe inaugurato il WorldTour e per quelle squadre orgogliose di essere italiane sarebbe iniziato il declino.

La Alessio era nata qualche anno prima assieme alla Ballan per mano di Flavio Miozzo. Poi dopo un paio di stagioni, come accade spesso, i due sponsor si divisero e con Alessio rimase Bruno Cenghialta. Anni diversi, quando per fare una squadra bastavano altri budget e anche gli squadroni erano sì ricchi, ma non certo fino ai livelli attuali.

Miozzo è stato corridore, poi ha avviato la carriera da dirigente e tecnico: dalla sua Ballan nacque poi la Alessio
Miozzo è stato corridore, poi ha avviato la carriera da tecnico: dalla sua Ballan nacque la Alessio

Regole e punteggi

Oggi Miozzo è direttore sportivo del Team Colpack e con lui come sponsor c’è ancora Ballan. Gli sembra quasi strano che si voglia parlare di quel periodo, ma dopo un po’ il discorso prende il via. Perché pur parlando di quindici anni fa, sembrano passate svariate ere geologiche.

«In quel periodo – dice – a livello economico era tutto a portata di mano. Le squadre erano divise in tre fasce. Le GS1 che valevano le attuali WorldTour, le GS2 che erano le professional e le GS3 che erano le continental. C’erano regole e punteggi in base ai quali potevi accedere alle corse, non comandavano i soldi. Non era male. C’era la Coppa del mondo, c’era la classifica individuale e noi italiani eravamo sempre importanti. Ma se devo dire, la grossa differenza è sul piano umano».

Sul podio della Henninger Turm 1999, Ongarato dietro Zabel e Van Bon
Sul podio della Henninger Turm 1999, Ongarato dietro Zabel e Van Bon

Rispetto per i giovani

Poche squadre avevano alle spalle delle multinazionali. C’erano banche, lotterie, grandi aziende: tutte costrette a fare i conti col budget.

«Le cose sono cambiate – annota Miozzo – non so se in meglio o in peggio, ma sono cambiate. Si è spostato tutto verso l’alto, sia in termini di aggiornamento, sia sul piano economico e quello della preparazione. Ci sono tanta tensione e tanto stress. Non dico che prima non ci fossero, ma avevamo ritmi meno esasperati. Nei due anni con la Ballan-Alessio scoprimmo Simoni, ad esempio, e anche Tosatto. Anche allora si cercava il giovane talento, ma li facevamo crescere rispettandoli. Era un gruppo unico, fra dilettanti e professionisti. Adesso attorno ai giovani c’è un vero e proprio business, li cambiano di continuo e c’è da capire poi quanto durano. Un po’ di equilibrio non guasterebbe».

Scapin e De Rosa

Anche le bici erano… piccole e italiane, frutto dell’artigianato e di lavorazioni su misura che ci invidiavano in tutto il mondo.

«Avevamo le bici Scapin – conferma Miozzo – perché ci tenevamo ad avere il meglio del made in Italy, tanto che poi arrivò De Rosa. Le bici artigianali italiane avevano un grande appeal internazionale. Eravamo avanti a livello internazionale e facevamo il massimo per stare al passo e alla fine gli stranieri venivano a correre da fuori e gli italiani erano gli atleti più rappresentativi».

Anche Baldato ha corso con la maglia della Alessio, nata dalla Ballan
Anche Baldato ha corso con la maglia della Alessio, nata dalla Ballan

Continental sì o no

Poi la curiosità si sposta sul presente e un confronto improbabile: che differenza c’è fra una grande continental come la Colpack del 2021 e la Ballan di allora? Miozzo un po’ ci pensa, poi però la risposta è quella che ci aspettavamo.

«A livello di organizzazione e mezzi – dice – la Colpack vale una professional di quegli anni. C’è da 30 anni, è ben strutturata e ha alle spalle un progetto solido. Ma c’è una grossa differenza. Le GS1 e le GS2 erano squadre di professionisti, seguivano le regole Uci, rispettavano la Legge 91 del 1981 sul professionismo e pagavano gli stipendi. Anche le GS3 erano professionistiche. La Mapei giovani di Pozzato era di professionisti con gli stessi minimi di stipendio. Oggi non è così. Secondo me tutte le squadre di dilettanti dovrebbero essere continental, ma con le stesse tutele che c’erano vent’anni fa. Non si può andare a peggiorare…».

Velasco e il WorldTour, un matrimonio che era nell’aria

10.11.2021
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Dopo sei anni di professionismo Simone Velasco approda nel WorldTour. L’elbano ne ha fatta di gavetta e dopo queste due stagioni alla Gazprom-RusVelo eccolo giungere alla corte dell’Astana. La sua soddisfazione traspare già dal tono della sua voce.

In più arriva in un team che sembra essere super attrezzato per il 2022. I turchesi hanno fatto una campagna acquisti mica da ridere. Bastano tre nomi: Nibali, Moscon e Lopez. Gli obiettivi da perseguire di conseguenza non possono che essere importanti.

Velasco nella polvere dell’Adriatica Ionica Race, Simone con i suoi passati da biker è un ottimo pilota
Velasco nella polvere dell’Adriatica Ionica Race, Simone con i suoi passati da biker è un ottimo pilota

Un altro ciclismo

«E’ una bella soddisfazione – dice Velasco – passo in una grande squadra. Una squadra che si è rinforzata molto, anche nella sua componente italiana come ho potuto constatare nei tre giorni passati insieme a Montecatini».

Simone è rimasto colpito da questo primo suo approccio con il WorldTour. Parla di livello alto e cura dei dettagli.

«C’è un’organizzazione enorme e si dà attenzione ad ogni particolare. Per esempio, come mi hanno preso le misure per l’abbigliamento, al millimetro… Si vede che si parla di altri budget rispetto alle professional. E’ un’altro ciclismo e questo per me è motivo di orgoglio e uno stimolo per dare il 110%».

Velasco fa sua la 3ª frazione del Tour du Limousin. E’ la terza vittoria da pro’ dopo il Laigueglia 2019 e una tappa alla Coppi e Bartali 2019
Velasco fa sua la 3ª frazione del Tour du Limousin. E’ la terza vittoria da pro’ dopo il Laigueglia 2019 e una tappa alla Coppi e Bartali 2019

Il posto di Velasco

E in questo “altro ciclismo” Simone Velasco ci può stare? Che ruolo potrà avere? Simone è un combattente, ha un buono spunto veloce, tiene abbastanza in salita…

«Ci arrivo dopo sei stagioni da pro’ e conosco certe dinamiche e certi ambienti. Spero di poter dire la mia e non sfigurare. Cercherò di dare il mio contributo per i capitani e quando avrò le mie possibilità farò di tutto per sfruttarle al meglio».

In questi grandi team si tende a dividere i corridori in gruppi: i “giovani”, quelli da corse a tappe, quelli delle classiche. Oppure il “gruppo Tour” o il “gruppo Giro”. In linea di massima Velasco sarà nel drappello di Lutsenko, ma prima bisogna avere un calendario definitivo.

«Indicativamente dovrei essere con Alexey – conferma Velasco – per le classiche e questa tipologia di gare, ma per i programmi bisognerà aspettare il ritiro di dicembre anche perché poi da lì gestiremo la preparazione. Ho parlato con i diesse e con i preparatori, tra cui Cucinotta che già mi seguiva. Claudio sa che io sono un po’ “alternativo” e voglio metterci del mio. Vedremo… Vedremo a dicembre, ripeto.

«Ci sarà anche Shefer che sarà il supervisore e ne sono contento. Con lui ho avuto modo di collaborare già lo scorso anno alla Gazprom. Tra l’altro quando ho vinto la tappa al Limousin c’era lui in ammiraglia. E c’è anche “Maio” (Orlando Maini, ndr). Stando io a Bologna negli anni degli studi spesso mi ha fatto fare dietro motore».

Già integrato

Insomma Velasco trova già un ambiente familiare. Pare essersi integrato subito. Poi lui è un ragazzo che tende a farsi volere bene in gruppo. Pensate che dopo una breve vacanza in Grecia al rientro con alcuni amici se ne è andato nella Langhe e nel Monferrato e indovinate dove? Da Sobrero…

«Eh sì – racconta Simone – siamo andati ad assaggiare del buon vino: Barolo, Barbaresco, Nebbiolo… e siamo stati ospiti di Matteo. Di questi tempi si può fare».

«Sono arrivato all’Astana grazie al mio procuratore, Luca Mazzanti. Lui ha avuto un contatto con Martinelli. Il quale a sua volta ha chiesto a Cucinotta un parere su di me. E quando è arrivato il suo benestare ed è arrivata l’offerta non ci ho pensato due volte: ho colto la palla al balzo. Passare nel WorldTour credo sia il sogno che ogni ciclista abbia da bambino».

Eccolo con Conti. Anche Valerio è passato all’Astana
Eccolo con Conti. Anche Valerio è passato all’Astana

Tra capitani e amici

Un sogno che però chiamerà Velasco ad un grande lavoro, a grandi responsabilità. Quando corri con gente come Nibali, Moscon, Lutsenko, Lopez non è facile.

«Però è anche uno stimolo. Con Gianni Moscon non c’è stato neanche bisogno di parlarci. Con lui siamo amici e sappiamo tutto l’uno dell’altro. Abbiamo corso insieme alla Zalf e due volte addirittura siamo arrivati insieme: una volta primo lui e secondo io e una volta il contrario. E’ stato bello ritrovarci insieme dopo tanti anni. Possiamo raggiungere grandi risultati. Gianni, lo abbiamo visto, è fortissimo e all’Astana potrà fare bene. Avrà lo spazio che merita. Alla Ineos-Grenadiers ha dovuto tirare anche quando stava bene».

«Con Nibali ho avuto modo di parlare in questo primo mini-ritiro. Lo conoscevo già e sono convinto che le cose andranno bene. E lo stesso con Lutsenko, anche se lui lo conoscevo meno. Ci parlai una volta nella conferenza stampa della Coppa Sabatini che lui vinse e in cui io feci terzo. Però un mio ex compagno mi ha detto: vai con Lutsenko, quando esci con lui in allenamento fatti il segno della croce. Mi ha raccontato che quando si allenavano insieme a Tarragona, in Spagna, lui andava via fisso a 45 all’ora. Mi diceva che faceva dietro motore in pratica!».

«E poi ci sono tanti altri ragazzi con cui mi sono trovato bene ed è stato un piacere rivederli. Per esempio Riabushenko. Con lui ci conosciamo da quando eravamo juniores, ci rispettiamo, ma non siamo mai riusciti ad essere compagni di squadra. E infatti ce lo siamo detti: finalmente corriamo insieme. 

«Oppure Dombrovsky, davvero un bravo ragazzo. Lui è americano e io adoro gli States. Gli ho fatto un sacco di domande sul suo Paese ed è stato anche un modo per rispolverare l’inglese. E ancora Valerio Conti. Lui è già il comico del gruppo».

Donne: il WorldTour porta soldi, i soldi portano procuratori…

07.10.2021
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Approfittando della presenza imminente dei professionisti, prima alla partenza e poi all’arrivo della Tre Valli Varesine delle donne, non è passata inosservata la presenza di Johnny e Lorenzo Carera e quella di Andrea Noè, che con loro collabora. La loro agenzia si chiama A&J All Sports e, come dicono le iniziali, è stata fondata appunto da Alex e Johnny Carera, di cui Lorenzo è figlio. Insieme a Noè, dopo aver iniziato fra juniores e under 23, il più giovane della famiglia ha iniziato a lavorare come procuratore nel ciclismo femminile. Fra i primi acquisti della squadra, quello di Elisa Balsamo, iridata a Leuven e prossima al passaggio nel WorldTour con la Trek-Segafredo, è stato celebrato con un post su Instagram (foto di apertura).

E’ evidente che prima della nascita del WorldTour femminile, quando gli stipendi delle ragazze erano poco più di rimborsi spese, nessuno di loro si sarebbe sognato un impegno del genere. Ma se lavori a percentuale sui contratti, rendersi conto che fra le donne si può guadagnare più che in certe squadre professional ha fatto drizzare loro le antenne.

Ai mondiali di Leuven, Lorenzo è il primo da sinistra, poi Ghirmay, il padre Johnny e Mulubrhan
Ai mondiali di Leuven, Lorenzo è il primo da sinistra, poi Ghirmay, il padre Johnny e Mulubrhan

La scelta di entrare

Proprio con Lorenzo perciò, una storia da giocatore di tennis alle spalle, proviamo a fare il primo punto della situazione.

«Con Andrea Noè – dice – avevamo la parte dei giovani con l’obiettivo di prendere con noi ogni anno i 2-3 migliori al mondo. Le donne sono in crescita. Abbiamo iniziato a lavorarci perché ci crediamo molto. Gli stipendi stanno già salendo. Se adesso per fare una squadra WorldTour servono 2 milioni di euro, fra due anni magari ce ne vorranno 5. E’ un’occasione di parità, propiziata dal fatto che le squadre WorldTour dei professionisti stanno costruendo l’equivalente al femminile. Con la nascita del WorldTour anche nelle donne, è diventato tutto più professionale. Così abbiamo deciso, passatemi il termine, di entrare a gamba tesa».

La scuderia Carera vanta un elevato numero di atleti e ovviamente non solo i migliori 2-3 al mondo. Alle spalle di Pogacar e Nibali, ci sono infatti tanti giovani fatti passare più per investimento e scommessa che per la certezza che possano portare a casa una bella carriera. Ma tant’è, ormai il flusso di atleti verso la massima categoria prevede un ricambio continuo, con le tematiche e i dubbi che più volte abbiamo sollevato. Sono maturi per passare? Avranno il tempo che serve per fare esperienza? Fra le donne certe tematiche, stante l’assenza della categoria under 23, certi discorsi rischiano di essere ancora più necessari.

Che ambiente avete trovato?

Le ragazze straniere hanno già da un pezzo il loro agente, mentre da noi lavorava soltanto Perego, ma è anche vero che fino a poco tempo fa gli stipendi non erano come oggi. Adesso cominciano ad aver bisogno di persone che le tutelino e la nostra agenzia segue l’atleta a 360 gradi. Non è solo trovare loro un contratto, anche se quello è la parte centrale.

Sulla pagina Instagram di A&J foto e complimenti a Marta Bastianelli per la vittoria in Gran Bretagna (foto The Women’s Tour)
Sulla pagina Instagram di A&J foto e complimenti a Marta Bastianelli per la vittoria in Gran Bretagna (foto The Women’s Tour)
In che modo funzionerà il rapporto, stesse percentuali degli uomini?

Le stesse, anche se nei casi in cui siamo subentrati, quelli in cui l’atleta aveva già firmato il suo contratto, lavoreremo gratis fino alla scadenza o proveremo a migliorarlo. Quello che ci interessa è iniziare la collaborazione, conoscerci per poter sviluppare discorsi futuri.

Parli di Elisa Balsamo?

Aveva già firmato il suo nuovo contratto. Il suo è il caso estremo e magari adesso che è diventata campionessa del mondo, il contratto si potrà rivedere (voci dal gruppo dicono che il tentativo sarebbe già stato fatto, ma la Trek-Segafredo avrebbe rispedito la richiesta al mittente, ndr).

Mancando fra le donne la categoria under 23, vi muoverete anche fra le junior?

Sicuramente ci portiamo avanti. Lo sport in generale sale sempre di livello, ma non siamo noi a decidere. I ragazzi e le ragazze devono sentirsi pronti, dobbiamo stare attenti a non bruciare le tappe.

Sai bene che se proponi a un ragazzino, a volte minorenne, di diventare professionista, è difficile che abbia la maturità per dire di no…

Non tutti i ragazzi sono uguali. Servono il motore e la testa, perché quando vai di là e aprono il gas, se non li hai entrambi hai dei problemi. Ma come dite voi, vanno analizzati tutti i casi. Se si fa un progetto e per il giovane ci sono le giuste tutele, è un conto. Altrimenti non li fai passare mai a casaccio.

Con Bruno Reverberi e Tomas Trainini alla firma con la Bardiani: il ragazzo era davvero pronto?
Con Tomas Trainini alla firma con la Bardiani: il ragazzo era davvero pronto?
Per prendere un minorenne si passa dalla famiglia?

Sempre. E abbiamo anche piacere a farlo, anche se sono più grandi. Ci piace spiegare chi siamo e come lavoriamo, capire la mentalità di una famiglia e quali valori hanno.

Quante ragazze faranno parte della vostra squadra?

Vogliamo mettere un tetto, siamo severi su questo lato, mantenere il nostro livello, fermandoci a una decida di atlete fra italiane e straniere.

Ti occuperai solo tu di loro?

Continuerò a lavorare assieme ad Andrea (Noè, ndr), abbiamo una bella collaborazione. Entrambi ex sportivi, lui con più esperienza nel ciclismo, io più a contatto con le nuove generazioni (Lorenzo è del 1991, ndr) e questo mi permette di capirli meglio.

Attento che Brontolo è suscettibile al tema dell’età…

Lo so, lo prendo spesso in giro dicendogli che è vecchio (una risata, ndr).

Pellaud alla Trek. Domeranno un cavallo selvaggio?

18.08.2021
4 min
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Nel comunicato stampa che ha certificato il suo passaggio dall’Androni-Sidermec alla Trek-Segafredo, Simon Pellaud viene definito “globertrotter”, letteralmente giramondo. Ma da noi questo termine indica anche quei corrieri che vediamo sfrecciare con i loro camioncini dappertutto. Coloro che lavorano a testa bassa, che corrono, che non mollano mai e qualche volta sono anche un po’ naif nei loro modi di guidare e fare le consegne… Ed è una bella “foto” di questo spumeggiante svizzero-colombiano.

Pellaud è passato pro’ nel 2015 alla Iam…
Pellaud è passato pro’ nel 2015 alla Iam…

Corridore furbo

Simon non è un ragazzino, ha 29 anni. Aveva già assaggiato il WorldTour ai tempi della Iam, poi alcune vicissitudini lo avevano un po’ imbrigliato. Era finito in una squadra più piccola (la Illuminate), salvo tornare un anno alla Iam. Ma due anni fa, era l’inverno del 2020, eccolo arrivare alla corte di Gianni Savio.

«Simon Pellaud – ci disse al via sotto i quasi 50° della prima tappa della Vuelta a San Juan lo stesso team manager – ricordatevi questo nome…». E infatti eccolo mettersi in mostra ben presto. Lo abbiamo imparato a conoscere al Giro dello scorso anno. Sempre in fuga. Era scaltro, spigliato e molto realista. Prendeva quello che c’era da prendere. «Non posso vincere la tappa? Però qui ci sono due traguardi volanti, un Gpm, il premio della combattività…».

E alla fine questo suo atteggiamento lo ha portato ad essere uno dei pochissimi corridori di squadre non WorldTour a salire sul podio finale di Milano: fu il re dei traguardi volanti nel 2020 e il più combattivo quest’anno.

Quest’anno ha preso parte al Giro di Romandia e di Svizzera con la nazionale svizzera, eccolo in prima posizione (foto de Waele)
Quest’anno ha preso parte al Giro di Romandia e di Svizzera con la nazionale svizzera, eccolo in prima posizione (foto de Waele)

Ossessione WorldTour

Pellaud ha firmato un contratto biennale (2022-2023) con la Trek-Segafredo. Giusto o sbagliato, il WorldTour è l’obiettivo di tutti i corridori: più soldi, partecipazione a gare più importanti, possibilità di disporre spesso di tecnici (nutrizionisti, biomeccanici, psicologi, preparatori…) di primo livello. In generale si hanno più certezze. In un’intervista lui stesso ci confidò: «I miei compagni mi dicono: ma come fai a non essere un corridore da WorldTour?». 

E alla fine ce l’ha fatta. Anche meritatamente. Fughe, allunghi, scatti… ma anche tanta gamba. Per stare fuori tutti quei chilometri, attaccare in discesa e in salita, devi comunque mostrare doti atletiche importanti. Le stesse che portano la sua nazionale a convocarlo spesso. «Sono super orgoglioso di entrare a far parte della famiglia Trek-Segafredo – ha detto Pellaud – Mi sento come un neoprofessionista che torna nel WorldTour dopo un paio di anni passati a prepararmi per questo grande momento».

Sulle strade d’Italia, ma non solo, Pellaud ha raccolto molti fans
Sulle strade d’Italia, ma non solo, Pellaud ha raccolto molti fans

Ultimi scampoli di libertà?

In questi giorni Pellaud si trova nella sua seconda patria: la Colombia. E’ laggiù, ad oltre 2.000 metri di quota della zona di Medellin, che sta preparando il suo finale di stagione. La professionalità non manca. Ha ringraziato a lungo l’Androni e Savio per l’opportunità offertagli. E siamo certi che nelle ultime gare correrà ancora di più con il coltello tra i denti: con più serenità per il contratto messo in tasca, ma anche con la consapevolezza che saranno gli ultimi scampoli da “pirata” del gruppo. Cioè di attaccante libero.

«La Trek è stata una squadra che ho sempre sognato – ha ripreso Pellaud- So di aver raggiunto la maturità. Potrò essere un gregario nel WorldTour. Non vedo l’ora di dare il 100% delle mie capacità, del mio impegno e della mia personalità al Team. Sento che è la situazione perfetta per me, perché in questa squadra c’è un’ottima atmosfera. Quando ho parlato con Guercilena sono “andato all-in” (o tutto o niente, ndr)».

Giro 2021, tappa di Canale: Pellaud è l’ultimo ad arrendersi a Van der Hoorn
Giro 2021, tappa di Canale: Pellaud è l’ultimo ad arrendersi a Van der Hoorn

Aiutare ma…

«Simon ha guadagnato spazio e visibilità con grinta e abnegazione – ha detto proprio Guercilena – la stessa che ci aspettiamo da lui nelle prossime stagioni. Può essere un valore aggiunto immediato per il team. Sarà un elemento prezioso al fianco dei capitani, ma di certo non vogliamo che perda il suo spirito aggressivo. L’obiettivo comune è valorizzare le sue qualità per il bene della squadra».

E su quest’ultima frase del team manager milanese Pellaud può riflettere. Se non fosse un semplice gregario? Se Simon fiuterà qualche possibilità se la saprà giocare. E lo saprà fare a modo suo. Nel rispetto dei compagni, con il pragmatismo svizzero e il cuore sudamericano. Di certo Pellaud alla Trek è un bell’esperimento. E’ come domare un cavallo selvaggio. E non vediamo l’ora di vedere sul campo ciò che succederà.

Tour de Pologne: tutti a caccia del trono di Remco

08.08.2021
5 min
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Parte domani il Tour de Pologne, corsa di sette giorni per 1.140,5 chilometri, che nel 2020 fu la prima gara a tappe dopo il blocco Covid e la ripartenza di agosto in Italia. Del 2020 ricordiamo la vittoria di Evenepoel e quella di tappa di Ballerini, mentre è difficile dimenticare la brutta caduta innescata da Groenewegen, che stava per costare cara a Jakobsen.

Campioni e tappe

Dei preparativi vi abbiamo raccontato nei giorni del Tour de France, parlandone con Agata Lang, figura centrale dell’organizzazione del Pologne. Ma adesso che il nostro Simone Carpanini è già sul posto, è venuto il momento di presentare le tappe e gli attori protagonisti attraverso le parole dei direttori sportivi che guideranno le squadre in gara

Prima tappa, Lublin-Chelm: 216,4 chilometri, 1.522 metri di dislivello
Prima tappa, Lublin-Chelm: 216,4 chilometri, 1.522 metri di dislivello

Uae per Ulissi

«Sarà una corsa bella e varia – dice Fabio Baldato (UAE-Team Emirates) – più aperta ai passisti-scalatori e ai corridori da Ardenne, con un buon spunto veloce. Di sicuro bisognerà difendersi nella cronometro che è uno di punti cruciali della corsa, dove probabilmente si deciderà la classifica finale. La squadra potrà contare su specialisti come Mikkel Bjerg per le cronometro e Fernando Gaviria per gli arrivi in volata, mentre sarà Diego Ulissi a cercare di centrare le tappe con i traguardi da finisseur e a tentare la scalata alla maglia di leader. Le tappe fondamentali che faranno la selezione per la scalata alla generale sono sicuramente la seconda con l’arrivo sullo strappo e la classica frazione di con traguardo a Bukovina. Mentre la crono segnerà i distacchi definitivi per la classifica.  Si prospetta come una bella sfida all’ultimo secondo, incerto fino alla fine».

Seconda tappa, Zamosc-Przemysl. 200,8 chilometri, 1.591 metri di dislivello
Seconda tappa, Zamosc-Przemysl. 200,8 chilometri, 1.591 metri di dislivello

Deceuninck a più punte

Non ci sarà Remco Evenepoel, vincitore con prepotenza lo scorso anno. «Penso che abbiamo una squadra molto buona per affrontare questo Tour de Pologne al meglio – commenta Geert Van Bondt (Deceuninck -Quick-Step) – con Alvaro Hodeg che ha mostrato la sua buona condizione nelle ultime settimane. Vedo buone opportunità per lui nella terza e nella settima tappa, che sicuramente saranno frazioni che favoriranno gli sprinter. Anche João Almeida e Rémi Cavagna sono in forma e molto motivati per la gara. Possiamo inoltre contare su Mikkel Honoré, che ci ha regalato una grande prestazione una settimana fa a San Sebastian, mentre Tim Declercq, Ian Garrison e Stijn Steels correranno in appoggio. La particolarità di questa edizione del Giro di Polonia è che ci sono sette tappe molto diverse tra loro e dà la possibilità ad ogni tipo di corridore di vincerne una».

Terza tappa, Sanok-Rzeszow: 226,4 chilometri, 2.625 metri di dislivello
Terza tappa, Sanok-Rzeszow: 226,4 chilometri, 2.625 metri di dislivello

Tre tappe chiave

«I punti cruciali dell’edizione 2021 del Tour de Pologne, fondamentali per conquistare la vittoria finale – dice Frans Maassen (Jumbo-Visma) – sono la seconda, la quarta e la quinta tappa, oltre alla cronometro individuale che è molto importante, ovviamente. Il segreto del successo quindi è sopravvivere a tutte le salite ed essere molto forti nella crono».

Quarta tappa, Tarnow-Bukovina Resort: 159,9 chilometri, 2.567 metri di dislivello
Quarta tappa, Tarnow-Bukovina Resort: 159,9 chilometri, 2.567 metri di dislivello

Occhio agli abbuoni

«Il Giro di Polonia è una corsa prestigiosa grazie alla sua lunga storia – dice Rolf Aldag (Team Bahrain Victorious) – e al fatto che la famiglia Lang usa la propria esperienza per costruire una gara emozionante. Rispetto al passato, il percorso ha meno tappe di pura salita, il che potrebbe renderla una gara di secondi, non di minuti, per la classifica generale. Già nel finale della seconda tappa, possono essere persi alcuni secondi importanti. La cronometro individuale di 19 chilometri non creerà grandi distacchi, ma sarà decisiva per la generale. La quarta tappa ha due salite più lunghe nel finale, questo significa che gli scalatori tradizionali che puntano alla maglia di leader dovranno  cercare di distanziare gli scattisti. Quindi le tappe due, quattro e sei saranno fondamentali per vincere il Giro di Polonia, mentre le tappe uno, tre e cinque possono essere una prova di forza per i velocisti. E anche gli abbuoni alla fine potrebbero fare la differenza».

Quinta tappa, Chokolow-Bielsko Biala: 172,8 chilometri, 2.530 metri di dislivello
Quinta tappa, Chokolow-Bielsko Biala: 172,8 chilometri, 2.530 metri di dislivello

Sobrero, prove da leader

«Il Tour de Pologne di quest’anno – dice Stefano Zanini (Astana – Premier Tech) – ha un bel percorso, con ottime opportunità per tutti i tipi di corridori, un vantaggio per lo spettacolo. Le due tappe per scalatori saranno fondamentali per la classifica e anche la crono, tecnica e lunga, potrebbe fare la differenza e mettere dei secondi tra gli uomini di classifica. Noi schiereremo una squadra che può fare bene. Sobrero sarà il nostro uomo per la cronometro, ma sia lui che Pronskiy proveranno a posizionarsi nella generale, senza stress. Gli altri aiuteranno i capitani ma saranno anche liberi di andare in fuga e conquistare una tappa».

Sesta tappa, cronometro Katowice-Katowice: 19,1 chilometri, 126 metri di dislivello
Sesta tappa, cronometro Katowice-Katowice: 19,1 chilometri, 126 metri di dislivello

Bukovina e la crono

«Ho vinto un Tour de Pologne da tecnico con Dylan Teuns – dice Maximilian Sciandri (Movistar Team) – ed è una corsa sempre abbastanza impegnativa come tracciato. Ha un buon inserimento nel calendario, un ottimo percorso e una buona organizzazione, e questo aiuta sempre. Noi abbiamo portato una squadra intorno a Ivan Cortina per gli arrivi veloci con gruppo ristretto e Matteo Jorgenson per la classifica. Credo che la tappa di Bukovina e la cronometro saranno decisive, specialmente se il tempo non sarà clemente».

Settima tappa, Zabrew-Krakow: 145,1 chilometri, 863 metri di dislivello
Settima tappa, Zabrew-Krakow: 145,1 chilometri, 863 metri di dislivello

Tanti italiani

Domani si parte e il campo partenti è di assoluta qualità. Non mancano gli italiani. Oltre ai già citati, vedremo al via Capecchi, Vendrame, Martinelli e Boaro, oltre ad Alessandro De Marchi, rientrato al Wallonie e poi a San Sebastian. Aleotti e Fabbro, Attilio Viviani e Sabatini. Moscon e Pasqualon con Rota che vorrà rifarsi della beffa di San Sebastian. Cataldo e Villella, Konychev, Conca, Oldani e Tiberi, atteso dalla crono. Sarà una corsa certamente intensa, l’ideale per recuperare dal fuso orario giapponese e riprendere le abitudini europee. A tutti, in bocca al lupo.

Perni passanti, l’elemento in più

05.11.2020
3 min
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Partendo dall’articolo sulle performance delle bici, ma più in generale dei materiali utilizzati nel WorldTour continuiamo ad analizzare “pezzo per pezzo” gli elementi che più contribuiscono a queste “super” prestazioni. Partiamo dai perni passanti.

Oggi la bici da strada ha preso molto dalla Mtb. Il settore dell’offroad ha fatto passi da gigante sulla tecnica ed è più “avanti”. Ma non perché “di là” siano più intelligenti, semplicemente perché hanno più esigenze da fronteggiare. Su strada fino a pochi anni fa l’obiettivo era uno solo: ridurre il peso. E non a caso per quel che riguarda il carbonio la bici da strada è avanti. Poi è subentrata l’aerodinamica come abbiamo visto.

E’ stato il freno a disco a spalancare le porte al perno passante. Si tratta dell’elemento che forse più di tutti ha stravolto la bici da strada e l’ha resa più efficiente in termini di scorrevolezza e anche di comfort.

Il perno passante nella nuova Lapierre Aircode Drs
Il perno passante nella Lapierre Aircode Drs

Già nel 2016 un certo Fabian Cancellara ci disse che stava provando in allenamento il freno a disco. E la cosa che lo aveva colpito di più era stato proprio il perno passante. In vista delle Olimpiadi di Rio tuttavia non poteva utilizzarlo in quanto Trek (ma anche altri brand) non prevedevano all’epoca la bici da crono con questa tecnologia.

Perni maggiorati

Su strada non c’è bisogno delle maggiorazioni “Boost” (148 millimetri) che sono usate nella Mtb. Quindi i perni posteriori sono tutti larghi 142 millimetri al posteriore. I vecchi assi erano più stretti di 7-9 millimetri (mediamente), infatti spesso il morsetto tendeva a stringere il carro. Una base più larga vuol dire un peso distribuito su un’area maggiore e quindi meno pressione sul singolo punto e più scorrevolezza. 

Non solo. Prima questo peso era distribuito su un’asse (il perno del morsetto) il cui diametro era di circa 2,5 millimetri, adesso invece è di 1,2 centimetri. Un abisso. E’ questa la chiave della maggiore efficienza, che rende tutto più fluido e che smorza le vibrazioni che arrivano alla bici.

Lo stesso concetto lo ritroviamo all’anteriore: asse largo 100 millimetri e diametro di 1,2 centimetri. E poco importa se carro e forcella si sono dovuti allargare. Anzi, con le ruote di ultima generazione è anche meglio dal punto di vista aerodinamico come vedremo. Senza contare che una base d’appoggio maggiore assicura più stabilità sia quando si gira, sia quando si va dritti. 

Sganci veloci

In molti restano scettici però sul fatto che il perno passante richieda più tempo in caso di foratura poiché va svitato e non ha lo sgancio rapido. Anche in questo la tecnica ha fatto passi da gigante. Sempre DT Swiss ha reso per prima il perno passante quick release e lo ha fornito a molti marchi. Un qualcosa di simile ha fatto Mavic.

La brugola per svitare il perno passante è il morsetto stesso
Per svitare il perno si usa il morsetto stesso

Un perno che va inserito nella sua filettatura richiede una decina di secondi di più rispetto ad uno sgancio tradizionale per la sostituzione. Ma si ha la certezza che la ruota sia perfettamente centrata. Alcuni professionisti avevano la “brugola” nella tasca, nel caso si fossero fermati avrebbero iniziato a svitare la ruota in attesa dell’ammiraglia.

Sensazioni ingannevoli

Infine un appunto sulle sensazioni di reattività. Ruotando attorno ad un perno più largo si ha l’idea che la bici sia meno reattiva nelle primissime pedalate. Il che può anche starci, i numeri però dicono altro. E’ come se la “coppia” di una macchina avesse meno picco, ma durasse di più. Una volta poi lanciati, il confronto è impietoso. Si parla di 10 watt risparmiati ad una velocità superiore ai 40 all’ora per chi pesa 80 chili e di 8,3 watt per chi ne pesa 70.

Atleti WorldTour più performanti. Perché?

03.11.2020
5 min
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Non sono passate inosservate le parole di Marco Frapporti. Il corridore della Vini Zabù Ktm ha detto che a parità di watt espressi rispetto ai corridori del WorldTour, questi andavano più forte. Segno di materiali più performanti. E queste considerazioni a quanto pare non le ha fatte solo Frapporti. In passato anche Martinelli e Aru avevano notato tali differenze, pur appartenendo entrambi a squadre WorldTour. Questo significa dire che ci sono alcune squadre che lavorano meglio di altre, o hanno “pacchetti” migliori.

Oggi i corridori che possono scegliere il team, mettono sul piatto della bilancia anche lo sviluppo e la ricerca sui materiali.

Frapporti in azione. Analizzando i dati di Velon ha notato differenze importanti
Frapporti analizzando i dati di Velon ha notato differenze importanti

Le bici

Il primo elemento che fa la differenza sono le bici. Le aziende pensano prima di tutto al materiale da vendere, ma poi c’è tutta un’altra sezione che pensa allo sviluppo e che non ha come scopo primario (almeno in un primo momento) quello del mercato. La svolta è avvenuta nel 2011 quando Specialized ha presentato la Venge, la prima vera bici aerodinamica.

«Una scelta dice – il responsabile dei rapporti con i due team WorldTour del brand californiano, Giampaolo Mondini – nata dal fatto che le velocità medie erano sempre più in alto. Ormai nel 70 per cento delle corse la prima ora di gara fila via ad oltre 50 di media».

Ma il discorso non si limita alla sola aerodinamica. Il cruccio del peso resta sempre cruciale per gli atleti. Si dice che uno degli elementi di rottura tra Bianchi e la Jumbo Visma sia stato proprio questo. Vi siete chiesti perché non hanno il classico celeste Bianchi ma sono nere? Sembra per risparmiare qualche etto sulla verniciatura. E questo per un brand che fa del suo colore un segno identificativo è il segno di come la prestazione sia diventata primaria.

Il perno passante

L’utilizzo di materiali sempre migliori, non solo leggeri ma anche confortevoli, ha segnato lo sviluppo dei restanti componenti.

Un passo in avanti importante è stato l’arrivo del freno a disco, ma non del freno in sé per sé, ma perché si è portato dietro (dalla Mtb) il perno passante. Quando con freni a disco e perno passante si è arrivati ai 6,8 chili c’è stata la vera svolta. Uno studio dice che un corridore di circa 80 chili ad una velocità superiore ai 40 chilometri orari con il perno passante guadagna 10 watt. Un valore enorme, tanto più nel ciclismo di oggi in cui le differenze sono minime.

E' vero che i corridori delle squadre WorldTour a parità di sforzo vanno più forte? A quanto pare si. Cerchiamo di capire perché...
Il tubolare non ha più il monopolio tra i corridori professionisti
Il tubolare non ha più il monopolio tra i pro’

Ruote e gomme

Anche questo è un passaggio molto importante. Viviamo una piena era di transizione. L’avvento del disco ha eliminato il “problema” della pista frenante sulla fibra in carbonio: qualcosa che ha spalancato le porte al tubeless e al ritorno del copertoncino.

Qui il dibattito è ampio e spesso soggettivo. Alcune aziende sostengono il copertoncino, più scorrevole, con meno rischio di forature e un peso accettabile. La vecchia scuola, a cui spesso appartengono i corridori, è per il tubolare. Altre aziende puntano sul tubeless. Quest’ultimo è forse riconosciuto universalmente come il futuro, ma la tecnologia è ancora ad uno stato troppo embrionale. Perché? Prima di tutto per il discorso del peso, che a sua volta è legato a quello delle ruote. Secondo per una questione di rischio foratura. Per essere davvero efficiente, il tubeless deve essere montato su una ruota specifica e non su un cerchio tubeless ready. Ma una ruota apposita pesa di più.

Una cosa è certa però, il copertoncino non è più demonizzato come una volta, basta vedere che cosa ha utilizzato Ganna nelle cronometro. 

Sella e posizione

Negli ultimi tre anni si è visto un radicale avanzamento del corridore rispetto alla proiezione del movimento centrale. Perché? Perché si spinge di più e perché si esce da 50 anni di “letteratura” biomeccanica secondo la quale il corridore più era disteso e meglio era. Gli studi biomeccanici e aerodinamici dicono altro. 

Le nuove selle “corte” o quelle in 3D con una seduta più morbida, consentono ai corridori di essere più comodi a fronte di spinte più potenti sulle ossa ischiatiche. Stando più avanti, l’atleta spinge di più, vero, ma imprime anche più pressione su quei punti. Con selle normali poteva essere doloroso, con queste no.

A partire dalle selle viene rivista tutta la posizione: attacco manubrio, posizionamento delle tacchette (non più strettamente in punta), misura dei telai…

Fizik Anteres Adaptive è una delle moderne sella 3D viste al Giro
Fizik Anteres Adaptive, sella 3D viste al Giro

WorldTour e sviluppo

Il discorso è molto ampio. Alcune aziende pensano solo in ottica mercato, altre hanno un settore specifico per ricerca e sviluppo. Chi lo fa denota in gruppo una grande differenza.

Prendiamo Sram. L’imposizione del 50-37 è stata a lungo osteggiata dai corridori. Alla fine la Trek-Segafredo ha ottenuto anche le corone classiche con il 52. Ma non tutti i team ci sono riusciti. Si capisce che la distanza tra esigenze di mercato (gli amatori) e quelle agonistiche sono ampie. Cosa che invece, sempre per Sram, è diversa nella Mtb dove al contrario va a stretto braccio con i biker. 

Alcuni team WorldTour sono attenti ai dettagli e al vestiario, ma non hanno alle spalle un grande supporto dei brand. Sunweb per esempio sembra essere molto vigile sullo sviluppo del vestiario, degli accessori, ma voleva qualcosa di più sulle bici… e guarda caso passerà a Scott.

Ci sono poi delle clausole sui contratti come nel caso di Ineos-Grenadiers. Una squadra può anche utilizzare materiali diversi da quelli stabiliti col fornitore, ma poi rischia di giocarsi lo sponsor per gli anni successivi. Tuttavia anche tali scelte denotano l’interesse di un team ad investire sulla performance dei materiali e di riflesso degli atleti.