Bielli, da Scotti a Pontoni e in mezzo… il ciclismo indoor

04.11.2021
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Billo, al secolo Luigi Bielli da Siena ma di padre abruzzese, che lavorò sul set del film su Bartali e spiegò a Favino cosa sia un ciclista (foto di apertura), è passato dall’essere collaboratore di Fausto Scotti, con cui lavorava dal 2005, allo stesso ruolo con Daniele Pontoni. Eppure, quando l’altro giorno all’annuncio dei nuovi tecnici è stato detto che è anche il tecnico azzurro del ciclismo indoor, più di qualcuno è saltato dalla sedia. Un po’ perché forse non tutti sanno cosa sia il ciclismo indoor e poi perché probabilmente si ignora che l’Italia ha addirittura una nazionale.

«Ma io in realtà il ciclismo indoor ce l’avevo già – ride Billo – solo che questa volta se ne è parlato in pubblico con l’idea di valorizzarlo. Sono discipline molto popolari nel Nord Europa, fra Svizzera, Austria, Germania, Ungheria. Da noi non sono mai decollate, perché le abbiamo sempre considerate di nicchia. Lassù invece, con inverni molto freddi, si fanno solo gli sport al chiuso e allora si ritrovano con tanto pubblico per le esibizioni di ciclismo artistico e le partite di ciclopalla. Domenica scorsa si sono fatti i mondiali a Stoccarda…».

Chi sono gli italiani di queste specialità?

Ragazzi e ragazze nati all’estero, che hanno doppio passaporto e che finalmente possono indossare la maglia azzurra. Il primo si chiama Marco Gaggio, che ha cominciato nel 2012 a Dusseldorf e adesso fa il tecnico. Lui per vestire l’azzurro le prime volte usava una maglia della nazionale di calcio con lo scudetto. Poi ci sono le sorelle Zubner di Berlino, che fanno il doppio con evoluzioni anche pericolose. E poi una ragazza giovane di 19 anni che si chiama Magdalena Yukiko Muller, che ha partecipato ai mondiali. Vengono a fare la visita di idoneità a Bressanone e gareggiano come atleti azzurri.

In cosa consistono le gare?

Il ciclopalla sono delle partite con gironi, l’artistico sono gare singole o con più atleti. In cinque minuti devono fare 30 esercizi con coefficienti di difficoltà dichiarati, con penalità nel caso commettano errori o non completino il programma. Agli europei di Glasgow in cui si disputeranno tutte le discipline del ciclismo, ci saremo anche noi.

Come fai col ciclocross?

Per fortuna Pontoni ha potuto essere sui campi di gara e io sono rientrato appena finiti i mondiali. 

Scotti Bielli
Una foto dai mondiali di cross 2016 a Pont Chateau: a sinistra il cittì Scotti e a destra Bielli
Scotti Bielli
Una foto dai mondiali di cross 2016 a Pont Chateau: a sinistra il cittì Scotti e a destra Bielli
Come è stato il passaggio da Scotti a Pontoni?

Daniele è una cima, è avanti a tutti. Programma ogni cosa. Magari è ancora nella fase in cui prende le misure, ma non gli sfugge niente. Agli atleti parla molto chiaramente delle sue scelte. Da una parte li motiva, dall’altra prima delle gare di osservazione gli spiega chiaramente che cosa si aspetta perché possano essere convocati. Glielo dice in faccia, nessun segreto o sorprese successive. Sta attento ai particolari…

Ad esempio?

Se in gara si scolla il tubolare, forse il corridore non è stato abbastanza attento alla bici. Perché è vero che quella è responsabilità del meccanico, ma un corridore che punta a fare bene a certi livelli deve controllare tutto, baciare la bici, ispezionarla millimetro per millimetro. Un conto è la foratura, altro la gomma che si stacca.

Come avete preparato gli europei?

Siamo andati a Col du Vam per vedere la logistica e per studiare i percorsi. Poi siamo tornati e abbiamo riferito alle squadre e agli atleti quali potrebbero essere le condizioni in caso di freddo e vento laterale e quanto siano dure le salite. Hanno avuto tre settimane di tempo per farsi trovare pronti. E in base ai risultati si è fatta la scelta. La maglia azzurra è per pochi selezionati e vincenti, la nostra nazionale deve tornare in alto.

«Pontoni ha un bellissimo rapporto con gli alteti – dice Bielli – parla molto chiaro con tutti»
«Pontoni ha un bellissimo rapporto con gli alteti – dice Bielli – parla molto chiaro con tutti»
Abbiamo buone chance?

Abbiamo tanti atleti di ottimo livello, su tutte Gaia Realini, che ha la sfortuna di trovarsi davanti un muro come la Vas, che è pure giovanissima.

Vedi continuità tra il lavoro di Scotti e quello di Pontoni?

Direi di sì. A parte gli junior di primo anno che arrivano alla nazionale per la prima volta, il resto del gruppo è composto dalla nazionale di Fausto, da Bertolini a Dorigoni, passando per Lucia Bramati e Filippo Fontana. I due hanno anche collaborato di recente.

Nel fare cosa?

Scotti organizza il Giro d’Italia Ciclocross e Daniele gli ha chiesto di fare qualche modifica ai percorsi per poter valutare meglio gli atleti degli europei e lui l’ha assecondato. Fausto l’hanno attaccato, ma è stato un bravo tecnico. Bravissimo per organizzare le trasferte, poi può aver commesso dei piccoli errori. Ma non è facile. Si lavora per il bene dei ragazzi e nessuno di noi è infallibile.

Guerciotti: dopo la gara, il punto della situazione

03.11.2021
6 min
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«Pensate che quando correvo io, partivamo in settanta e solo in 3-4 avevano una bici Guerciotti. A Cremona nella gara junior ho contato 74 partenti e ben 34 avevano una nostra bici. Quasi il cinquanta percento. Ecco, questo per me è motivo di grande soddisfazione».

Parole e musica di Paolo Guerciotti al termine del cerimoniale del Gran Premio Mamma e Papà Guerciotti di lunedì scorso, disputato per la prima volta al Parco del Po di Cremona. Già, quest’anno l’evento ha lasciato Milano e così l’area verde in riva al grande fiume è diventata la grande novità e contemporaneamente il quarto campo di gara della storia dopo il Parco Lambro, Parco Paini e l’Idroscalo.

Di Tano Mondiali
Vito Di Tano con la maglia iridata marcata Guerciotti. Il pugliese ha vinto il titolo mondiale nel 1979 e 1986
Di Tano Mondiali
Vito Di Tano con la maglia iridata marcata Guerciotti. Il pugliese ha vinto il mondiale nel 1979 e 1986

Parla il padre Paolo

Il tipico clima autunnale, condito da una pioggia divenuta sempre più battente, rende più suggestiva la giornata per chi del ciclocross fa la principale attività lavorativa ed organizzativa. Paolo Guerciotti, col figlio Alessandro poco, si trova a suo agio a parlare della propria gara sotto l’acquazzone, malgrado sia dovuto ricorrere a una protezione di fortuna per ripararsi meglio. 

Paolo fonda l’azienda di famiglia nel 1964 insieme al fratello Italo, partendo da un piccolo negozio di biciclette a Milano. Nel 1975 si allarga in una sede più adatta, incrementa la produzione di bici da corsa e da ciclocross. Due anni dopo nasce il Gs Guerciotti, la squadra ciclocrossistica.

Paolo nel frattempo riesce a partecipare in maglia azzurra al mondiale del 1979 a Saccolongo, nella pianura padovana, vinto da Vito Di Tano. Proprio colui che è stato il simbolo della formazione milanese per 13 stagioni e che l’anno prima aveva conquistato il primo Trofeo Guerciotti. Il resto è storia.

Paolo Guerciotti, come è andata la manifestazione?

Il bilancio è positivo. Aver spostato il Gran Premio Mamma e Papà Guerciotti a Cremona è stata una prova che abbiamo voluto fare e siamo molto soddisfatti. A Cremona abbiamo trovato gente disponibile in persone come Fulvio Feraboli e Marco Baccin (del Velo Club Cremonese, ndr) che hanno dei bei collaboratori. Per fare tutto questo lavoro hanno iniziato presto, pensate che Vito Di Tano ed un suo collega erano qui già da una settimana per tracciare e fettucciare il percorso. Tutte cose che per un evento come il nostro richiedono esperienza. C’è una bella area parcheggio per camper, perché ormai tutti i corridori si spostano così. Quando correvo io, cinquant’anni fa, mettevamo le bici sopra le auto, mentre ora non le usa quasi più nessuno. Sono organizzati diversamente, quindi giusto pensare anche a questo aspetto della logistica. 

E dal punto di vista della vostra squadra?

Abbiamo fatto un terzo posto con Gaia Realini nella prova femminile e poi la doppietta Dorigoni-Bertolini nella gara più importante (in apertura padre e figlio sono con Dorigoni, ndr). Questo primo e secondo ci volevano perché il giorno prima a Brugherio c’è stata un po’ di confusione a giochi quasi fatti, però sono cose che capitano. Due scivolate ai 200 metri ed è andata come sappiamo tutti. 

Quindi per la gara, appuntamento e testa già al 2022?

Dopo quarantadue gran premi, guardando l’albo d’oro, ho pensato: “Come sono vecchio!”. In realtà sono ben contento e anche mio figlio Alessandro è appassionato, sta facendo un gran lavoro in azienda. Per cui è una soddisfazione personale vedere il nome Guerciotti che va avanti nel tempo, sia con le bici sia con le organizzazioni delle gare. 

Risponde il figlio Alessandro

Alessandro Guerciotti, che dal 2000 è entrato in azienda proprio quando il marchio è sbarcato nuovamente tra i professionisti, completa il bilancio e spiega che a Milano mancava uno staff che potesse aiutarli ad organizzare, cosa che invece hanno trovato a Cremona. Così hanno cambiato scenari…

Un po’ colore e un po’ banda di amici, nel 2016 li guidano Arzuffi e Dorigoni
Un po’ colore e un po’ banda di amici, nel 2016 li guidano Arzuffi e Dorigoni
Per questo vi siete spostati?

Per organizzare gare di alto livello come le nostre serve sempre più avere un pool di sponsor e un gruppo di lavoro importante e imponente, specie attualmente con le normative anticovid che sono molto difficili. Sicuramente abbiamo trovato una location spettacolare. Il percorso è migliore rispetto all’Idroscalo, è più tecnico e in tanti lo hanno paragonato ad alcune corse del Belgio. Il clima tipicamente nordico ha reso tutto più impegnativo.

Tornerete nei prossimi anni?

L’obiettivo è rimanere. Abbiamo trovato un partner ottimo nel Velo Club Cremonese. Poi abbiamo avuto l’appoggio da parte dell’assessorato dello sport del Comune di Cremona che è stato fondamentale per organizzare una corsa di questo livello. Quello di quest’anno è stato un po’ un evento zero, vista la nuova location. Ma abbiamo già ricevuto dei complimenti da parte chi ha provato e corso su questo circuito. In futuro qui potremmo anche organizzare nuovamente un campionato italiano (già successo nel 1998, 2010 e 2019, ndr).

Sei il team manager anche della Selle Italia Guerciotti…

Abbiamo una squadra, la più storica del ciclocross italiano, con elementi importanti come Dorigoni, Bertolini e Realini, che saranno senz’altro protagonisti della stagione sia nazionale che internazionale.

Gaia Realini è la punta di diamante del team per questa stagione
Gaia Realini è la punta di diamante del team per questa stagione
Torniamo un attimo sulla questione Baroni. Vuoi aggiungere qualcosa?

Noi non recriminiamo nulla. Abbiamo fatto le nostre scelte, abbiamo Realini che è la giovane di maggior talento, che potrà portarci grandi risultati, anche internazionali. Francesca ha cambiato squadra. La ringraziamo per quello che ha fatto con noi vincendo due titoli italiani, ma guardiamo avanti.

Visto ciò che è successo, ti senti di dare un messaggio per evitare che in futuro possano verificarsi ancora casi del genere?

Dipende dagli accordi che ci sono tra le squadre. Con il Covid si sono allungate le stagioni su strada, creando quell’accavallamento che in passato non c’era. Noi di problemi non ne abbiamo mai avuti. E’ ovvio che ci debba essere una giusta comunicazione tra le squadra di cross, strada e mountain bike. Con le formazioni dei nostri atleti abbiamo ottime partnership, senza alcun problema. Tuttavia credo che le squadre su strada debbano capire che il ciclocross è importante e propedeutico. Oggi gli esempi di Van Aert, Pidcock e Van der Poel dimostrano che se uno ha talento può vincere da una parte e dall’altra. E che il dialogo è alla base di tutto.

Le ruote nel cross: ormai regna il mono-profilo

17.10.2021
4 min
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Alte, basse e medie, anche nel ciclocross le ruote da scegliere proprio non mancano, ma forse bisognerebbe dire non mancavano. La tecnologia mette a disposizione i tre profili, ma come sulla strada gli atleti ormai tendono ad utilizzare sempre lo stesso profilo che è quello medio. In passato le ruote da scegliere erano di più, anche se il profilo paradossalmente era solo quello basso. Prima con l’alluminio s’interveniva sulla tensionatura e il numero dei raggi e ognuna con coperture differenti. Zdenek Stybar diceva che nelle prime gare portava oltre 20 coppie di ruote. 

Oggi con i cerchi in carbonio e il freno a disco è cambiato un po’ tutto e le cose si sono semplificate parecchio. Ci sono ruote più rigide e più scorrevoli grazie al perno passante. E allora viene da chiedersi: ha ancor senso scegliere il profilo? La risposta, lo anticipiamo, è no a quanto pare. Ma perché?

Profilo medio per Jakob Dorigoni
Profilo medio per Jakob Dorigoni

L’importanza della ricognizione

Per saperne qualcosa di più ne abbiamo parlato con Jakob Dorigoni, uno dei nostri crossisti di riferimento.

«Si parte sempre con un’idea di ciò che si utilizzerà – spiega il corridore della Selle Italia Guerciotti – La tipologia del tracciato si conosce in precedenza e il più delle volte si hanno i feedback dell’anno precedente. Si ha ben in mente quel che si dovrà utilizzare e non solo per le ruote. E il più delle volte le idee sono giuste. Ma alla fine il momento più importante resta la ricognizione, sia della vigilia che quella prima del via, anche se questa serve soprattutto per rivedere le pressioni o se è cambiato il meteo.

«Di solito faccio il primo giro con l’assetto che intendo utilizzare e poi mi fermo. Controllo le pressioni ed eventualmente faccio i primi cambiamenti. Noi utilizziamo un profilo medio, una Ursus Miura TS 37 Evo disc».

Anche in caso di fango estremo si tende ad utilizzare il profilo medio. Raramente si vedono i 45-50 millimetri
Anche in caso di fango estremo si tende ad utilizzare il profilo medio

Verso il “mono” profilo

E il meteo, ancora più del percorso, salvo casi particolari, incide più di tutti.

«Il vento, ma anche la pioggia e di conseguenza il fango sono gli elementi che incidono di più – riprende Dorigoni – Se c’è tanto fango si tende ad utilizzare una ruota più alta, perché così quando si affonda non va giù tutta. E’ più facile “tirarla” fuori se una parte del cerchio resta in superficie (c’è anche meno attrito dei raggi, ndr). In questo modo la ruota galleggia un po’ di più e si scappa via meglio. Ma questo cambio avviene sempre più raramente». E di sicuro non avviene in casa Guerciotti, visto che loro hanno a disposizione il solo profilo da 37 millimetri. Piuttosto cambia la sezione della gomma.

Si è visto infatti che questo è nettamente il più versatile. Va bene su ogni terreno. Concilia al meglio leggerezza e rigidità. E vanno in questa direzione un po’ tutti i team. 

I profili ormai sono compresi fra i 32 millimetri (Mavic Cosmic) e 40 millimetri (le Shimano C40) e nel mezzo tutti i produttori con le loro misure: 34, 34,8, 35, 36 millimetri. Qualcuno ha anche a disposizione i 46 e 47 millimetri, ma un po’ per il peso e un po’ per esigenze aero che nel cross non ci sono queste ormai vengono del tutto scartate. Semmai si vira sul profilo più basso, che resta sempre il più facile da guidare.

«Anche perché poi – aggiunge Jakob – nella guida vera e propria non ci sono tante differenze fra i tre profili, almeno per me. Quello che conta davvero sono le gomme». 

Il set della Sella Italia Guerciotti: ruote Ursus e tubolari Challenge. Per la stagione vengono preparate 70 paia di ruote per 5 atleti
Il set della Sella Italia Guerciotti: ruote Ursus e tubolari Challenge. Per la stagione vengono preparate 70 paia di ruote per 5 atleti

L’importanza delle gomme

Dorigoni diceva delle gomme. I produttori forniscono la loro intera gamma ciclocross. Nel caso di Dorigoni e della sua squadra, si fa riferimento a Challenge. Le coperture sono cinque. Grifo (all round), Limus (fango pesante e argilloso), Baby Limus (fango moderato), Dune (sabbia) e Chicane (per il terreno compatto e veloce).

«Il meteo conta moltissimo in questo caso. E la ricognizione finale è importantissima per verificare che la gomma scelta e le pressioni siano corrette. Di solito si sceglie sempre lo stesso copertone, magari si passa a quello da fango solo nei casi estremi, per avere più grip».

Ma anche in questo caso c’è da valutare bene il percorso. Perché se è davvero tanto il fango può capitare che si metta la bici in spalla e si proceda a piedi e se la parte pedalabile del percorso è in buone condizioni si finisce per scegliere una gomma “all round”.

«Ma in generale – conclude Dorigoni – più che la ruote la bici deve essere tutta funzionante al meglio. Inutile avere la ruota più leggera se poi il cambio non funziona. Avere la il telaio e le ruote migliori se poi si sbagliano gomme».

Bertolini pensa all’europeo e intanto difende la maglia rosa

16.10.2021
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La stagione italiana del cross entra sempre più nel vivo. Domani per alcuni ragazzi sarà già la quinta gara dell’anno. Si corre infatti a Porto Sant’Elpidio la seconda tappa del Giro d’Italia Ciclocross. E in maglia rosa, tra gli elite, c’è Gioele Bertolini.

Il valtellinese, nonché campione italiano in carica, è tornato “a casa”, alla Selle Italia Guerciotti ed appare più pimpante che mai.

Bertolini al centro con la maglia rosa, conquistata ad Osoppo (foto Instagram)
Bertolini al centro con la maglia rosa, conquistata ad Osoppo (foto Instagram)

Il ritorno a casa

«Con Guerciotti – racconta – i rapporti erano rimasti buonissimi anche nella passata stagione in cui ero andato alla Trinx. Quella fu una scelta particolare in quanto molto mirata alla Mtb e alle Olimpiadi, poi è andata come è andata… Già dalla scorso inverno con Alessandro (Guerciotti, ndr) avevo parlato ed era emersa la possibilità di tornare. Così ho colto al volo questa possibilità. Ma con Luca Bramati non ci sono problemi. Pensate che è lui che mi allena adesso. Solo che anche Luca ha variato un po’ i suoi progetti con la Trinx e ha sposato il piano femminile del cross della Valcar».

Alla fine anche in una specialità che è “individuale” come il ciclocross sentirsi a casa e avere la fiducia di chi è intorno a te può fare la differenza. E il Bullo quando è in palla se la può giocare, anche all’estero. Guida come poche e i cavalli non gli mancano.

Ritmi subito elevati, anche in Italia. Ecco Bertolini ad Osoppo (foto Instagram)
Ritmi subito elevati, anche in Italia. Ecco Bertolini ad Osoppo (foto Instagram)

Livello già alto

In più è un ragazzo anche molto attento sul piano tattico. La scorsa domenica ha vinto ad Osoppo. Il percorso era molto veloce e fare la selezione non era semplice.

«A quel punto quando ho visto che non si riusciva ad andare via – racconta Gioele – e che eravamo sempre in due o tre, ho preferito mollare un po’. Abbiamo così viaggiato con un drappello di sette fino a metà gara. Eravamo in tre della Selle Italia-Guerciotti e non potevamo non portare a casa la corsa. Direi che abbiamo corso bene. Nel finale c’erano curve lente e così ho anticipato un po’. Sono partito ai 300 metri e ho chiuso un po’ le porte».

«La cosa che ho notato in questo avvio di stagione è che tutti sono già parecchio palla, sono partiti forte e per questo immagino sarà un’annata impegnativa».

Gioele in azione all’italiano di Lecce, vinto per pochi secondi su Dorigoni, da quest’anno suo compagno di squadra
Gioele in azione all’italiano di Lecce, vinto per pochi secondi su Dorigoni (che s’intravede alle sue spalle)

Gli europei in testa

Stagione impegnativa ma anche stimolante. Quando Gioele sente che c’è da lottare tira fuori gli artigli. Lo scorso anno, per esempio, il percorso tricolore di Lecce era più favorevole ad un corridore di grande potenza come Dorigoni, ma il Bullo ha sfruttato le sue doti di guida nella parte più tecnica, e lo ha tenuto per un’ora a 7-8 secondi di distacco. Ma come gestirà questa stagione? Sarà un crescendo fino ai mondiali o ci saranno dei picchi?

«Il primo obiettivo sono gli europei (a Col du Vam, in Olanda il 6-7 novembre, ndr) – dice Bertolini – Lì ci voglio arrivare in buona condizione per davvero. A quel punto con Bramati tireremo una riga e vedremo cosa fare: se trovare un altro picco o tirare avanti. Di certo bisognerà essere in forma per gli italiani e da lì magari arrivare ai mondiali».

Celestino, Pontoni e una strana (ma bella) collaborazione

13.10.2021
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«Pronto Mirko? Sono Daniele mi farebbe piacere collaborare con te e vedere come lavori». Una telefonata nel bel mezzo dell’estate: Daniele Pontoni chiama Mirko Celestino ed ecco che nasce un bel progetto, che è già una bella storia. Un tecnico, anzi un cittì che aiuta l’altro. Finora si era visto poco, almeno in certe misure. Quasi solo con Villa e Cassani, quindi strada e pista, ma qualcosa sta cambiando. Vuoi per le direttive della Fci, vuoi per il buonsenso dei tecnici stessi, ma Celestino e Pontoni una mano se la sono data e se la daranno.

Pontoni Colledani
Pontoni è cittì del cross da questa estate. Per il friulano un grande passato anche nella Mtb
Pontoni Colledani
Pontoni è cittì del cross da questa estate. Per il friulano un grande passato anche nella Mtb

Il lavoro del cittì

Davvero è così? E perché? Vogliamo sapere come è andata e lo chiediamo proprio a Celestino.

«E’ vero – ammette Celestino – c’è una collaborazione come non c’era mai stata prima. Io sui campi del cross e Pontoni su quelli della mountain bike. E’ la nuova direzione…

«”Ponto” ha una fortuna che io non ho avuto e cioè qualcuno che possa stargli vicino nei suoi inizi da commissario tecnico. Non si tratta infatti di fare “solo” il direttore sportivo, vale e a dire fare le convocazioni e dare le direttive per la gara. No, un cittì deve gestire il budget, organizzare la trasferta, gestire il magazzino… Io ormai sono cinque anni che ricopro questo ruolo e mi sono fatto le ossa. Ma all’inizio è stata dura. Quando ci siamo sentiti Daniele mi ha detto: aiutami su queste cose perché sono inesperto. Lui ha sempre avuto il suo club, ma la nazionale è tutt’altra cosa».

Celestino in Francia? E Pontoni (a destra) fa le veci del cittì alla Mythos Primiero di Massimo Panighel (al suo fianco)
Celstino in Francia e Ponti fa il “cittì della mtb” alla Mythos. Eccolo con Panighel e Simoni

Primo passo in Serbia

E così succede che i due tecnici questa estate si ritrovino a braccetto in Serbia, in occasione del campionato europeo marathon (foto in apertura). Le sensazioni sono subito positive da entrambi le parti. Tanto che qualche settimana dopo in occasione delle premondiali indicate da Celestino stesso c’è una concomitanza tra due marathon. E così Mirko va in Francia alla Forestiere e Daniele a Fiera di Primiero, per la Mythos.

«La verità – continua Celestino – è che alla fine serve gente che sta sul campo, gente che ti aiuta e che contribuisce a limare lo stress di una trasferta, che faccia anche il lavoro sporco e si rimbocchi le maniche. Venendo in Serbia, Ponto ha potuto vedere come andavano gestite alcune cose. Doveva venire anche al mondiale di Capoliveri, ma poi era troppo imminente la sua partenza per la Coppa del mondo di ciclocross in America. No, no… devo dire che siamo già amici e che questa collaborazione farà bene ad entrambi».

E sì, perché anche Celestino ha teso la mano. Mirko si è detto disponibile ad andare sui campi del ciclocross. senza contare che possono dare uno sguardo dal vivo anche agli atleti. Pensiamo solo ai biker che d’inverno fanno ciclocross.

«Esatto: andrò ad aiutarlo nel ciclocross. Anche se non è il mio mondo, lo ammetto. Gli ho detto: tu mi dici cosa devo fare e io lo faccio». A prescindere dalla battuta, che ricorda quella del comico di Zelig, emerge lo spirito di collaborazione anche da parte di Celestino.

Celestino è tecnico della nazionale Mtb da cinque anni. Segue tre specialità (uomini e donne): cross country, marathon ed eliminator
Celestino è tecnico della nazionale Mtb da 5 anni. Segue tre specialità (uomini e donne): cross country, marathon ed eliminator

Due ragazzi umili

Stima e fiducia reciproca per due caratteri e due storie che tutto sommato si somigliano: vocazione verso il lavoro, una lunga e prosperosa carriera da atleti e una buona dose di umiltà.

«Pontoni non lo conoscevo – conclude Celestino – Sapevo chi fosse, qualche parola di circostanza ma nulla più. Ma è bastato poco per capirci. E’ una di quelle persone che basta che ci stai quattro ore e sembra che lo conosci da una vita. E la cosa bella è che ho notato che questa sintonia si è creata anche con il mio staff. Lui mi ha detto: che bel gruppo che hai intorno a te, Mirko. C’è gente che dà l’anima. Si vede che lavorano non solo perché possano dire “sono stato in nazionale”, ma proprio perché ci credono.

«Pensate che anche i miei collaboratori hanno detto che in caso di chiamata sono pronti ad aiutare Pontoni. Quella telefonata l’avrei dovuta fare io!». 

De Jong 2020

Una vittoria, un sorriso. La storia di Thalita De Jong

06.10.2021
5 min
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Ci sono vittorie e vittorie. Ci sono successi che accogli facendo il pazzo, rotolandoti fra fango e lacrime e ci mancherebbe, visto il valore della prova. Ce ne sono altri che, guardando l’autore, pensi che valgano come qualsiasi altro. Ma poi riguardi quella foto, quel sorriso e capisci che dietro di esso c’è un mondo, c’è una storia che vale la pena di raccontare, facendoti interprete in prima persona non solo delle parole, ma anche e soprattutto dei sentimenti. E’ la storia di Thalita De Jong.

Ciao, mi chiamo Thalita De Jong, sono nata il 6 novembre 1993. Ho appena vinto il Grote Prijs Beerens, una piccola classica belga. Ma per me non è piccola, per me vale un mondo, è come un regalo di Natale anticipato, perché dietro di essa solo io posso sapere che cosa c’è, non solo in termini di fatica fisica, ma mentale. Questa vittoria è un colpo di spugna sopra una montagna di dubbi: a quest’ora avrei potuto essere lontana mille chilometri a fare chissà cosa, invece ho fatto la scelta giusta.

Pochi forse si ricordano di me. La mia storia inizia come tante altre, bambina ispirata dal padre appassionato di bici che non perdeva un’occasione (o meglio una domenica) per uscire con gli amici in sella e andare a scoprire il mondo, tra una birra e una pedalata, un panino e una risata. Mi piaceva quel senso di libertà: lui non ha mai visto la bici come strumento di gara, io invece avevo voglia di confrontarmi con le mie coetanee, anche se la bici che avevo era proprio vecchia…

De Jong Europei 2016
Il momento più bello nella carriera di Thalita De Jong: nel 2016 in Francia conquista l’Europeo di ciclocross
De Jong Europei 2016
Il momento più bello nella carriera di Thalita De Jong: nel 2016 in Francia conquista l’Europeo di ciclocross

Cercando spazio fra sprint e gomitate

Ho imparato ad andare in bici in sella alla Mtb, mi divertivo un mondo nei boschi vicino casa, ma le prime gare le ho fatte su strada: prima gara, prima vittoria. Presto però ho capito che fra le due discipline ce n’era una terza che era una via di mezzo, il ciclocross e lì riuscivo a esprimermi al meglio.

La mia crescita è stata rapida, mi sono fatta spazio tra sprint e gomitate in un ambiente che più forte non poteva essere: la nazionale olandese. All’inizio del 2016 conquisto il titolo mondiale per Under 23, alla fine dell’anno vinco addirittura il titolo europeo assoluto. E’ tutto bellissimo, troppo…

Gennaio 2017: sono in Lussemburgo, mi sto preparando per difendere il titolo iridato, correndo per l’ultima volta nella mia categoria. In allenamento cado, come tante altre volte, se vai in bici ti ci abitui. Ma questa volta non è come le altre, lo capisco subito. La gamba non va. Il ginocchio fa un male cane. Niente Mondiale, ma pazienza. Torno a casa, i controlli dicono che si è lacerato il muscolo. Dovrò riposare, ma poi si riprende. Sarà facile, mi dicono. Sì, certo…

De Jong Ceratizit 2021
Il primo vero segnale di ripresa per la De Jong, al Ceratizit Festival 2021
De Jong Ceratizit 2021
Il primo vero segnale di ripresa per la De Jong, al Ceratizit Festival 2021

Un abisso profondo 3 anni

In bici ci torno, anche abbastanza presto e l’anno non va neanche male, 26 giorni di gara, 4 volte in Top 10, mi faccio quasi tutte le classiche del Nord. Mi accorgo però che qualcosa non va: dovevo spaccare il mondo invece finisco sempre più dietro. Se fossi su un palcoscenico io, da aspirante prima ballerina, finisco dietro, sempre più dietro, fino a uscire dal palco.

Nel 2018 le prime gare sono un calvario, poi da metà aprile non corro più, per un anno e mezzo. Il fisico non funziona, non risponde, anzi no, diciamola tutta, quel che non va è la testa, non sento più dentro di me il sacro fuoco. O forse è il fisico, la gamba non è tornata come prima. O forse… Mi sento strattonata da una parte all’altra, preda dei dubbi, forse è il caso che abbandoni e inizi a vivere un’altra vita, a cercare il mio destino altrove.

Le settimane diventano mesi e i mesi anni, poi arriva la pandemia che tiene tutti a casa. Eppure, in fondo all’anima c’è quella vocina che mi dice di non mollare, qualcosa accadrà. E qualcosa accade: ho trovato un nuovo team, lo Chevalmeire, piccolo ma fatto da gente che mi ricorda vincente e crede in me. E allora riproviamoci, ancora una volta. Per la vita c’è tempo, ho solo 27 anni e non voglio andarmene prima di aver dimostrato che posso ancora dare qualcosa.

De Jong Beerens 2021
L’immagine più bella: la De Jong sul podio del GP Beerens, tra Faber (LUX) terza e Schweinberger (AUT) seconda
De Jong Beerens 2021
L’immagine più bella: la De Jong sul podio del GP Beerens, tra Faber (LUX) terza e Schweinberger (AUT) seconda

Ancora qualcosa da dire

Nel 2021 ricomincio a pedalare in mezzo al gruppo ed è già molto. Pian piano la condizione cresce, arriva anche qualche risultato, al Ceratizit Festival Elsy Jacobs vinco addirittura la classifica della montagna, non manca poi tanto. Il 6 giugno però arriva un’altra caduta e il responso potrebbe essere impietoso: frattura di una vertebra, molto peggio dell’altra volta. Eppure non è così: riposo le 12 settimane prescritte, prima assoluto e poi riprendendo piano piano e a settembre torno in gara. Al secondo giorno sono già sul podio, finisco sempre avanti in classifica fino a questo giorno, a questa vittoria. A questo sorriso, che tanto mi è costato.

Molti mi chiedono come ho fatto a non mollare: mi sono appoggiata alle piccole cose, ho frequentato gli amici veri, ho cercato di non pensarci più e proprio quando la bici sembrava un amore del passato, ho sentito che quell’amore era troppo importante per me e mi ha pervaso come prima. Ora sono qui, su questo palco senza sapere che cosa dovrà riservarmi ancora il destino ma poco importa. Ci sono, qui, ora. E’ tutto quel che conta…

Thibau Nys 2021

Thibau Nys, quanto pesa essere “figlio d’arte”…

20.09.2021
5 min
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Nel ciclismo i figli d’arte hanno sempre trovato molte strade sbarrate, troppo pesante l’eredità lasciata, a meno che non cerchi vie nuove ed è quello che sta cercando di fare Thibau Nys, il nuovo campione europeo Under 23 che punta a sorprendere anche in casa, a Leuven, aggiungendo un’altra maglia a quella fresca con le stellette. Quando hai un cognome simile il fardello è pesante, perché parliamo di Sven Nys, uno dei più grandi ciclocrossisti della storia, due volte iridato e per ben 25 volte vincitore di una grande challenge, fra cui 3 Coppe del Mondo, ma soprattutto capace di attirarsi grandi simpatie da parte dei tifosi.

Quando Thibau ha iniziato nel ciclocross, i dubbi erano tanti: «Ecco, un altro che vuole imitare il padre». In Belgio il fardello dell’eredità di un campione è pesante, ne sa qualcosa Axel Merckx, che dopo aver cercato gloria su altre strade (il calcio), non resistette alla voglia di mettersi in gioco, vivendo una carriera lunga ben 14 anni e contraddistinta da 14 successi tra cui un titolo nazionale su strada, ma lontana anni luce dai fasti del padre, anche se vinse quel che a Eddy non riuscì: una medaglia olimpica (bronzo ad Atene 2004 dopo una coraggiosa quanto vana caccia a Bettini).

Nys volata trento 2021
La volata vincente di Nys a Trento, battendo l’azzurro Baroncini e lo spagnolo Ayuso
Nys volata trento 2021
La volata vincente di Nys a Trento, battendo l’azzurro Baroncini e lo spagnolo Ayuso

Il vantaggio di chiamarsi Nys

Questo peso Thibau lo ha sempre sentito: «Dipende da come lo si guarda – ha affermato dopo aver vinto nel 2020 il titolo mondiale junior di ciclocross – in fin dei conti quando ti chiami Nys, gli sponsor vengono a cercarti e questo è un vantaggio, dall’altra parte però c’è una tale pressione addosso che non ti lascia mai e so che dovrò farci i conti per sempre».

Questo concetto lo ha fatto suo anche chi lo segue giorno dopo giorno, il suo allenatore Sven Van Den Bosch, tecnico di lunga esperienza che seguendo il ragazzo ha capito che era necessario trovare nuovi sbocchi, diversi da quelli del padre per tagliare una volta per tutte quel cordone che li lega: «Le aspettative pesano non poco su di lui, perché Nys è un cognome che in Belgio è sinonimo di vittoria, ma qui parliamo di un’altra persona e questo andrebbe sempre tenuto nel dovuto conto».

Van den Bosch 2020
Sven Van Den Bosch, il preparatore di Thibau Nys, che ha fortemente spinto per un suo futuro su strada
Van den Bosch 2020
Sven Van Den Bosch, il preparatore di Thibau Nys, che ha fortemente spinto per un suo futuro su strada

Il padre in Mtb, il figlio su strada

Il ciclismo su strada può, anzi dovrà essere il mondo di Nys proprio perché lì quel cognome non pesa come nel fuoristrada. Suo padre ha corso su strada, ma quello non fu mai il suo mondo, tanto che pensò invece di dedicarsi alla Mtb, riuscendo per due volte a qualificarsi per le Olimpiadi ma non andando al di là del 9° posto a Pechino 2008. Ecco perché proprio la strada potrebbe essere il suo futuro.

L’Europeo di Trento ne è stato la perfetta dimostrazione: «Forse le nazionali più forti, Italia in testa, mi hanno sottovalutato, ma ora sapranno con chi hanno a che fare – ha dichiarato dopo la vittoria – Per me era lo scenario perfetto, quando ho visto che ero riuscito a resistere nel gruppo dei migliori ho capito che potevo farcela».

Nys Trento 2021
Thibau Nys, nato il 12 novembre 2002, vanta un titolo europeo e mondiale junior nel ciclocross oltre a quello di Trento
Nys Trento 2021
Thibau Nys, nato il 12 novembre 2002, vanta un titolo europeo e mondiale junior nel ciclocross oltre a quello di Trento

Un velocista adatto ad alcune classiche

Che tipo di corridore può essere Nys nel ciclismo su strada? Van Den Bosch ha le idee abbastanza chiare in proposito: «Lo vedo come un velocista capace di emergere anche in classiche con pendenze brevi. Non uno sprinter puro, alla Caleb Ewan per esempio, ma sicuramente in grado di dire la sua in volate di gruppo nei grandi giri, ma anche di puntare ad alcuni appuntamenti dove la selezione è più stringente».

«La forza di Thybau – riprende il tecnico – è che ha grandi valori di potenza, se facciamo il rapporto tra wattaggio e chilogrammi. Valori che si esprimono sia sul breve, nell’arco di 30 secondi, quanto sul lungo periodo, anche 20 minuti e questo potrebbe portarlo anche a progredire nelle cronometro. Sicuramente andrà avanti sia su strada che nel ciclocross, perché una specialità beneficia dell’altra, ma per carità non facciamo paragoni con i 3 Tenori, ha già un peso importante sulle spalle…».

Nys Thibau Sven
Thibau Nys con suo padre Sven, grande campione del ciclocross, iridato nel 2005 e 2013
Nys Thibau Sven
Thibau Nys con suo padre Sven, grande campione del ciclocross, iridato nel 2005 e 2013

Non essere solo il “figlio di Sven”

Già, sempre quel peso. Anche quando ha vinto a Trento, tutti lo hanno etichettato come il “figlio di Sven” più che come Thibau. La sua parabola è solo agli inizi, ha già promesso che il prossimo anno lo vedremo di più su strada e magari un giorno verrà nel quale, vedendolo insieme a suo padre (oggi dirigente sportivo alla Baloise Trek Lions) qualcuno dirà: «Scusa, chi è quello con Thibau Nys?»…

Trek presenta Boone 6 disc, leggera e scorrevole più che mai

16.09.2021
4 min
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Trek lancia la nuova Boone 6 2022 ideata per il ciclocross. Leggerezza e agilità sono le parole d’ordine della nuova creazione dell’azienda statunitense. La concezione della Boone si è incentrata nell’ideare un modello specifico e unico nel suo genere, con un campo d’azione esclusivo per il CX. Pulita e raffinata, l’ultima arrivata in casa Trek è stata progettata sulla base dei suggerimenti dei migliori atleti del ciclocross, tra i quali il campione del mondo Sven Nys e la campionessa statunitense Katie Compton.

Il telaio è il più leggero, secondo solo alla Emonda, con 850 grammi
Il telaio è il più leggero, secondo solo alla Emonda, con 850 grammi

Leggerezza

La Boone 6 vanta il secondo telaio più leggero subito dopo la Emonda, con 850 grammi. Struttura full carbon, nello specifico OCLV 600 Series ad alto modulo, è stata concepita per valorizzare le sue caratteristiche di rigidità e resistenza. Grazie anche alla tecnologia IsoSpeed, presente solo al posteriore (tubo sella e montante) per alleggerire il telaio, offre scorrevolezza e velocità sui terreni fangosi e accidentati del ciclocross. Il sistema è in grado di ammortizzare la risalita in sella e di assorbire i sobbalzi.

Aerodinamica

La leggerezza non è l’unica caratteristica presa in prestito dalla Emonda. Come il passaggio cavi quasi invisibile che permette di avere linee pulite e funzionali per le transizioni con la bici in spalla oltre che avere meno parti esposte. I tubi Aero oltre ad essere accattivanti tagliano il vento per essere il più performanti possibili nei tratti rettilinei.

Allestimento

Per un modello top di gamma ci vogliono componenti premium, la Boone 6 monta infatti il gruppo Shimano GRX RX810. Monocorona 40 denti con cassetta 11v Ultegra 11-34 che, grazie alla frizione presente sul deragliatore posteriore, permette di assorbire le vibrazioni e i rimbalzi della catena senza rinunciare a precisione e affidabilità.

Ruote e impianto frenante

Il modello è equipaggiato con ruote Bontrager Paradigm Comp 25, tubeless ready, con canale interno che può montare un copertone con sezione fino a 38mm. Il limite Uci però si pone a 33mm, perciò la bici viene venduta con copertoni Bontrager CX3 Team Issue da 32mm. L’impianto frenante è lo Shimano MT800 da 160mm su entrambi gli assi, potente e studiato appositamente per il fuoristrada.

Prezzo e accessori

Il nuovo gioiello firmato Trek è in vendita al prezzo di euro 3.599 nella versione presentata. Disponibile anche il telaio a euro 2.599 in due colori Carbon Smoke/Lithium Grey/Trek Blacke e Radioactive Red to Navy to Teal Fade. Gli accessori compatibili si limitano ai soli due portaborracce in quanto il suo raggio di utilizzo è mirato al CX.


trekbikes.com

Bramati Luca Lucia

Bramati e il progetto Valcar: «Abbiamo grandi ambizioni»

26.08.2021
4 min
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«Ma da chi avete saputo la notizia?». Luca Bramati, intento a gestire il suo stand Trinx nel villaggio dei Mondiali Mtb in Val di Sole, accoglie in maniera un po’ inattesa le domande sul suo nuovo incarico alla Valcar. La formazione dedita al ciclismo su strada, che sta facendo molto bene pur non essendo tra le squadre WorldTour, differenzierà il suo impegno nel 2022 aprendo una nuova sezione dedicata al ciclocross e toccherà al medagliato mondiale il compito di gestirla, ma soprattutto di dare vita a un nuovo progetto, molto ambizioso.

«Con Valentino Villa ci conosciamo praticamente da sempre – afferma il team manager bergamasco – il primo anno hanno anche usato le bici con il mio marchio. Durante l’estate mi ha proposto l’idea di allargare l’impegno societario anche al ciclocross, ma aveva bisogno di qualcuno che gestisse la squadra nella sua completezza, per permettergli di avere un po’ di riposo prima che riprenda l’attività su strada. Saremo due entità separate, anche se Arzuffi e Persico svolgeranno entrambe le attività».

Arzuffi 2021
Alice Maria Arzuffi, dopo una buona stagione su strada punta a un grande inverno
Arzuffi 2021
Alice Maria Arzuffi, dopo una buona stagione su strada punta a un grande inverno

Un po’ di strada per Lucia

Il gruppo è composto da 4 ragazze: con Alice Maria Arzuffi e Silvia Persico che erano già nel team su strada affluiscono Eva Lechner e Lucia Bramati (nella foto di apertura di qualche anno fa con il papà) provenienti dalla Trinx: «In questo modo sarà più semplice gestire la squadra: nell’ultima stagione di ciclocross Eva e Lucia correvano con un team professionistico belga, ma quella realtà è troppo diversa dalla nostra, lì le atlete sono solo numeri, noi siamo abituati a seguirle di più, a coccolarle. Poi continueranno la loro stagione nella Mtb sempre con il marchio Trinx».

Questo cambiamento ha in sé i prodromi di un passaggio della talentuosa Lucia alla strada? Bramati ci pensa un po’, poi ammette: «Finora ha fatto una sola gara su strada, ai Campionati Italiani allieve finendo ventesima senza avere alcuna esperienza. E’ stata una mia scelta, avevo troppa paura. Ora che sta crescendo vedo che ha la testa giusta e proverà anche la strada, ma intendo farle fare gare dove c’è molta salita, perché sono convinto che è lì che può emergere».

Persico 2021
Da Silvia Persico ci si attende molto nel ciclocross, le possibilità ci sono tutte
Persico 2021
Da Silvia Persico ci si attende molto nel ciclocross, le possibilità ci sono tutte

Squadra pro’ all’italiana…

Luca parlava di un’esperienza belga conclusa non positivamente, ma che ha comunque lasciato qualcosa, soprattutto in termini di idee. Il progetto Valcar non è solo un team di 4 ragazze, ma qualcosa che va al di là e che deve tendere alla costruzione di un team professionistico: «Io sono convinto che possiamo crearlo anche nella nostra realtà, ma alle nostre condizioni. Significa che non ci sono solo io e 4 ragazze, ma c’è una struttura dietro: due meccanici belgi deputati alle gare all’estero, due per le prove italiane che saranno impiegati anche di rinforzo nelle principali trasferte, un massaggiatore fisso, addirittura un bus parcheggiato in Belgio che ci servirà per le prove internazionali. Vogliamo fare le cose per bene e anche per questo abbiamo deciso di coinvolgere solo 4 ragazze per ora, per seguirle al 100%».

L’inizio della stagione è alle porte, Bramati ha già preparato la trasferta negli Usa per le prime prove di Coppa del mondo: «Andremo per raccogliere subito un po’ di punti, poi il resto della stagione sarà tutto da costruire. Parliamoci chiaro: il calendario così concepito è assurdo, con 17 prove di Coppa, gli altri circuiti internazionali, tantissime gare italiane, ci sono mille sovrapposizioni e dovremo fare delle scelte. E’ stata, quella dell’Uci, una scelta disastrosa perché non abbiamo ingaggi, seguire il calendario è molto dispendioso. Vedremo come andranno le prime prove e poi faremo i nostri conti».

Lechner 2021
Eva Lechner, dopo il 25° posto a Tokyo in Mtb, prepara il Mondiale in Val di Sole in programma sabato
Lechner 2021
Eva Lechner, dopo il 25° posto a Tokyo in Mtb, prepara il Mondiale in Val di Sole in programma sabato

Cannondale nel cross

Le ragazze svolgeranno comunque tutta la stagione ciclocrossistica per poi separarsi per i rispettivi destini, esattamente come faranno ora, ricongiungendosi per la trasferta americana: «Arzuffi e Persico hanno staccato un po’ per recuperare man hanno ancora degli impegni su strada, lo stesso dicasi per la Lechner, che dopo Tokyo ha mollato un po’ saltando gli Europei di Mtb, ora è qui in Val di Sole per i Mondiali con una condizione tutto sommato buona, vedremo che cosa potrà fare. Poi si comincerà a pensare al ciclocross».

Il percorso della Valcar è in divenire, in questi giorni dovrebbe arrivare l’abbigliamento, intanto Luca Bramati tiene a sottolineare un importante aspetto tecnico, lavorando di fatto per due team: «Con la Valcar utilizzemo bici Cannondale, la Trinx non è interessata al ciclocross quindi con essa andrò avanti per la Mtb. Anche questo conferma che si tratta di due realtà distinte». Messaggio ricevuto, ora la parola passa ai prati…