PARMA – Non sappiamo realmente che rapporto avesse Vittorio Adorni con la morte. Quando festeggiò i suoi 80 anni disse che aveva appena tagliato un “traguardo volante” senza accorgersi di aver raggiunto quella età con un lunghissimo sprint.
Sappiamo però che profondo rapporto avesse stretto con tante, tantissime persone. Tifosi, ex colleghi e dirigenti. Tuttavia la sua famiglia ha giustamente preferito celebrare un funerale in forma strettamente privata. Come se quasi volesse godersi, insieme agli amici più cari, quell’ultimissimo momento con Vittorio che, per un motivo di lavoro o l’altro, era sempre stato costretto a sacrificare più del dovuto la moglie Vitaliana e i suoi affetti. Già, perché lui fino ad un anno fa era ancora in pista come un ragazzino. Dagli impegni al Giro d’Italia come consulente e uomo immagine di Rcs Sport alle riunioni ad Aigle per l’UCI per cui dal 2001 al 2012 guidò il Consiglio del Ciclismo Professionistico (in apertura foto parma.repubblica).
Adorni a Potenza al Giro ’65. Una delle tante immagini presenti nella sua biografia Il volo dell’airone (foto Freschi)Adorni ha corso in tre formazioni parmigiane. Salvarani, Salamini e Scic (foto Freschi)Adorni a Potenza al Giro ’65. Una delle tante immagini presenti nella sua biografia Il volo dell’airone (foto Freschi)Adorni ha corso in tre formazioni parmigiane. Salvarani, Salamini e Scic (foto Freschi)
La sagacia di Vittorio
La lucidità di pensiero ed espressione di Adorni è sempre stata la dote principale che lo ha accompagnato sia in sella che giù dalla bici. Forse era la qualità che ha sempre sperato di conservare anche se lui è sempre stato bravo ed attento a tenerla particolarmente allenata. Chi lo ha frequentato bene, specialmente negli ultimi anni, dice che quando si sfiorava l’argomento della morte tra una chiacchiera e l’altra, lui facesse un simpatico gesto scaramantico. Un po’ come quando da corridore qualcuno gli avesse presagito una eventuale crisi in una tappa al Giro, la sua casa. Tutte situazioni in linea con la sua celebre e raffinata ironia, figlia di una generazione di uomini, ancor prima che campioni, che fatichiamo a ritrovare.
Tantissime le interviste e le presenze in Tv. Adorni è stato anche Assessore allo Sport del comune di ParmaTantissime le interviste e le presenze in Tv. Adorni è stato anche Assessore allo Sport del comune di Parma
L’omaggio finale
Nel giorno del suo ultimo saluto, mentre osservavamo la commozione di tanta gente, compreso il chierichetto suo storico tifoso, ce lo siamo immaginato mentre riceve gli applausi lungo l’asse decumano che separa il quartiere di San Lazzaro a Parma, nel quale Vittorio era nato il 14 novembre 1937, alla chiesa di San Sepolcro vicina al cuore cittadino. Tre chilometri, praticamente una distanza da crono-prologo, un tipo di tappa che ai suoi tempi non esisteva e che fece solo rarissime volte, come nella sua unica partecipazione alla Vuelta del 1968 (chiusa al quinto posto), anno divenuto poi leggendario col mondiale di Imola.
Gimondi e Adorni hanno raccontato pagine di grandissimo ciclismo mondialeGimondi e Adorni hanno raccontato pagine di grandissimo ciclismo mondiale
Gli amici ciclisti
Ad accoglierlo su questo traguardo finale alcune persone non potevano proprio mancare. Perché Adorni ha saputo essere trasversale. Tra tutti citiamo ne citiamo due. Romano Prodi, che nel 1955 fu uno dei suoi primi avversari da allievo (all’epoca la categoria juniores non esisteva) nella crono-scalata Reggio Emilia-Casina vinta da Vittorio. E Davide Boifava, amico di vecchia data e che era nato il suo stesso giorno. Infatti ogni 14 novembre Adorni ci teneva a fare gli auguri a voce ad altri suoi colleghi con cui condivideva il compleanno. Bernard Hinault, Vincenzo Nibali ed anche il pistard Koichi Nakano. «Beh, a lui glieli ho sempre mandati virtualmente perché il giapponese faccio fatica a parlarlo» ripeteva scherzosamente.
Conoscendo la sua ironia, probabilmente ora Vittorio Adorni starà già facendo qualche battuta con i suoi tanti amici-avversari. Solo per nominarne alcuni, da Anquetil a Poulidor, da Gimondi a Baldini, l’ultimo per il quale due settimane fa ci aveva tenuto a raccontarci il suo ricordo.
Il tifo è da sempre una componente dello sport, ma lo si guarda soprattutto dalla parte appunto dei tifosi. Le curve di uno stadio, gli appassionati sul divano, le ali di folla a bordo strada nel ciclismo. E in questo caso, che è quello che ci riguarda, è intervenuto Alessandro Covi.
Il giovane talento della UAE Emirates ha detto al nostro direttore, Enzo Vicennati, che nel giorno dell’impresa sulla Marmolada, quando passava tra le ali di folla vedeva che automaticamente il suo computerino segnava 50-60 watt in più… senza che lui accelerasse.
La psicologa dello sport, Elisabetta Borgia. Stavolta con lei si parla dell’effetto del tifo sulle prestazioni ( foto Simone Armanni)La psicologa dello sport, Elisabetta Borgia. Stavolta con lei si parla dell’effetto del tifo sulle prestazioni ( foto Simone Armanni)
“Sentendo la gente che mi incitava e urlava il mio nome, mi ritrovavo con 60 watt in più senza che me accorgessi”: parola di Covi. Dottoressa, cosa succede nella mente e nel corpo dunque?
Noi siamo pensieri, siamo emozioni e siamo comportamenti, azioni, reazioni. Quindi nel momento in cui abbiamo dei pensieri di un certo tipo e delle emozioni che attivano e continuano vicendevolmente a rinforzarsi, abbiamo anche degli effetti a livello fisico. Effetti a livello comportamentale come maggiore determinazione e confidenza.
E come avvengono tecnicamente?
Questi corrispettivi fisici sono dati da un’attivazione del nostro sistema simpatico, che è il sistema attivante, istintivo, quello che serviva all’uomo primitivo per scappare dalle bestie feroci. Quindi è chiaro che bisogna lavorare sugli aspetti emotivi, sui pensieri. Proprio perché poi i dati oggettivi come i watt ci dicono che hanno effetti a livello fisiologico. Effetti che non sono solo mentali, ma anche di prestazione fisica.
Quindi un atleta dovrebbe essere bravo a “crearsi” sempre il tifo, anche quando non c’è?
In un certo senso sì ed è quello che avviene quando si parla del dialogo interno. Il dialogo interno non è altro che quello che ci diciamo in tutta la nostra vita e che diventa fondamentale anche nel mondo dello sport.
Alessandro Covi durante l’impresa del Fedaia. Quando passava tra le ali di tifo aumentava il suo rendimentoAlessandro Covi durante l’impresa del Fedaia. Quando passava tra le ali di tifo aumentava il suo rendimento
Un esempio?
Un conto è essere in gara e pensare che gli altri vanno più forte, che non è la nostra giornata, che le gambe sono dure. Un conto, all’opposto, avere un dialogo interno positivo che ti dice in maniera efficace cosa devi fare per essere competitivo in quel momento, che ti dà delle indicazioni corrette, degli incoraggiamenti o che, banalmente, ti serve anche solo per tenere il focus su quello che stai facendo.
Ti è mai capitato che un atleta ti abbia detto le stesse cose di Covi?
In termini di vantaggi, in senso lato, sì. In modo così specifico no. Tanto lavoro che facciamo è sul dialogo interno. Quando l’atleta ha dei momenti in cui si sente meno efficace, quindi è meno determinato, si va a lavorare proprio su questi aspetti. E cioè: cosa ha detto a se stesso, che emozione stava provando in quel momento e anche nel pre-gara.
Oggi si tiene tutto sotto controllo, ma ne siamo del tutto sicuri? Come si calcolano i “watt mentali”?Oggi si tiene tutto sotto controllo, ma ne siamo del tutto sicuri? Come si calcolano i “watt mentali”?
Siamo nel ciclismo dei numeri in cui tutto è sotto controllo. Covi ha parlato addirittura di watt: ma questi surplus che inevitabilmente il corpo umano tira fuori, poi vengono pagati? Oppure è qualcosa in più che il corpo riesce a tirare fuori da chissà quale fonte?
Difficile da dire e quantificare. Io dico sempre ai miei atleti che le energie psicofisiche non sono infinite e che il nostro serbatoio di energie è come una tanica. Una tanica che a un certo punto si prosciuga. Però poi ci sono di mezzo molti aspetti, anche motivazionali appunto, che ci permettono di andare oltre i nostri limiti fisici. E’ chiaro che una cosa del genere, come aumentare il ritmo passando tra le ali di folla, non può essere portata avanti per lunghissimi tempi. E’ un po’ come quando fai un esame all’università e arrivi la sera che sei cotta, stravolta e senti che ti stai lasciando andare. Però in una situazione come quella di Covi l’aspetto motivazionale, l’eccitazione data dal vedere dei numeri che magari non ha mai visto prima, sicuramente gli hanno permesso di arrivare in cima senza calare. E poi ricordiamoci anche un’altra cosa.
Cosa?
Il limite fra il numero da fenomeno e l’errore madornale è molto sottile. Esempio: attacco in un momento inaspettato, lontano dal traguardo. Se tiro dritto e mi prendono a 100 metri dal traguardo ho fatto una cavolata, ma se arrivo ho fatto l’impresa. Per questo spesso dico che bisogna guardare le cose anche con un po’ di distacco e dire: «Va bene, ho fatto questo errore, ma l’ho fatto per questo motivo».
Giro 2022, a Napoli, dopo aver fatto il diavolo a quattro, VdP perde la corsa. Il limite tra impresa e successo spesso è sottileGiro 2022, a Napoli, dopo aver fatto il diavolo a quattro, VdP perde la corsa. Il limite tra impresa e successo spesso è sottile
Si possono quantificare i watt in più della mente?
Nel dopo prestazione si fanno molte analisi e siamo in un mondo in cui i numeri sembrano avere la meglio. La mente è un aspetto che adesso viene considerato molto di più, ma in passato lo era molto meno. Sì, magari la mente ti fa fare dei watt in più e allora metti in bilico tanti punti di vista. Che fai in corsa o in allenamento li calcoli o non li calcoli? Magari fai in corsa dei passaggi che non riusciresti a tenere nel ritmo eppure…
Che insegnamento ha tratto Covi da questa esperienza?
Innanzitutto che può vincere. Tutti sapevano che era un grandissimo talento, ha dimostrato che non è solo talento, ma è uno che porta a casa il risultato sul campo. La consapevolezza è sicuramente l’insegnamento più grande. Lo ha interiorizzato, si sente efficace. E una volta interiorizzata un’impresa del genere, nella sua testa è come se si proiettasse in una dimensione diversa in cui dice a se stesso: «Non sono più quello solo talentuoso. Sono quello che ha già vinto e può continuare a farlo». Lo sa lui e lo sanno gli altri. Vedremo dove arriverà, ma di solito quando si parte in questo modo e cioè che cresci fisicamente, che stai facendo esperienze positive, che stai migliorando, che inizi a vincere… s’innesca una spirale positiva. Fino a che poi non diventi quello che vince. A quel punto c’è un altro step da fare: non sono più la promessa che ha vinto qualche gara. Sono quello che quando parte deve performare, altrimenti ho fatto la controprestazione.
Una tazza di camomilla e lo sguardo sul cucchiaino mentre la mescola. La stanza è silenziosa, oltre i vetri le palme ondeggiano per la brezza del tramonto. Garofoli è il più adrenalinico dei neoprofessionisti italiani e nel suo sguardo lampeggia spesso l’inquietudine. Tuttavia, dopo quello che ha vissuto nel 2022, sembra che si sforzi per tenerla a bada. La paura aiuta a crescere e la prospettiva di perdere tutto lo ha scosso più di quanto abbia dato a vedere.
«Come ho anche scritto in un post – dice – voglio ricordare il 2022 per la grinta che ho messo nel rientrare alle gare e l’impegno per farlo in ottime condizioni. Sono stati mesi difficili, ho avuto paura di dover smettere. Quindi porto con me il ricordo di un anno sicuramente importante, in cui ho capito che realmente voglio fare il ciclista. In un anno così difficile, ti passano tante idee per la testa. Rimarrà una grande esperienza su cui chiudo la porta, perché per fortuna è andato tutto bene. I controlli sono andati a posto e posso iniziare il nuovo anno tranquillo».
Una tazza di camomilla e una lunga chiacchierata nel ritiro spagnolo dell’AstanaUna tazza di camomilla e una lunga chiacchierata nel ritiro spagnolo dell’Astana
Maini racconta che ogni volta doveva raccomandarti di stare calmo.
Avevo quest’ansia, la grinta che rispecchia anche il mio carattere. Avevo la fretta di tornare subito e il disagio di aver perso una buona parte della stagione.
Fossi stato Amadori, avresti convocato Garofoli per i mondiali?
La mia convocazione non è stata presa in considerazione, giustamente, perché non ho fatto gare e le convocazioni dovevano essere fatte in anticipo rispetto alla corsa che ho vinto in Puglia. Normalmente non si convoca un ragazzo a scatola chiusa, anche per rispetto degli altri. Condivido appieno la scelta di Marino. Magari se il mondiale si fosse corso in Europa, si sarebbe potuto aspettare di più, vedere come stava Garofoli e poi si sarebbe potuto decidere. Però dovendo fare le convocazioni a scatola chiusa, le decisioni prese sono state più che giuste.
A fine stagione, Garofoli ha corso fra i pro’ il Giro di Toscana, Giro del Veneto e Veneto Classic (foto Astana)A fine stagione, Garofoli ha corso fra i pro’ il Giro di Toscana, Giro del Veneto e Veneto Classic (foto Astana)
TI sei fermato alla Coppi e Bartali di marzo, sei rientrato e hai vinto in Puglia a metà settembre.
E’ stato emozionante. Rivedi tutto quello che hai passato nell’ultimo anno e l’impegno che ci hai messo. Non è stata la vittoria in sé, ma tutto il percorso che c’è stato dietro. E’ stato il modo di dire: «Okay, ho lavorato bene, sono veramente contento di quello che ho fatto!».
Nonostante un anno così balordo, è arrivato il contratto con la WorldTour: ti ha meravigliato?
E’ stato una sorpresa. Era previsto se fosse stato un anno normale, ma in queste condizioni era tutto in dubbio. Non si sapeva neppure se avrei potuto correre ancora, quindi logicamente anche il mio contratto era in forse. Invece poi, parlandone, è arrivata questa bella notizia. Comunque sia, se questo passaggio non si fosse realizzato, per me sarebbe stata l’ennesima sconfitta del 2022. Per fortuna la squadra ha creduto in me nonostante tutto, quindi sono qua e sono veramente felice.
A fine stagione, Garofoli è volato in Oriente con Battistella e i fratelli Nibali (foto Astana)A fine stagione, Garofoli è volato in Oriente con Battistella e i fratelli Nibali (foto Astana)
Quale sarà il posto di Garofoli? Ti toccherà portare le borracce?
Nemmeno quelle, sarò ancora più indietro. Sono il classico giovane che dovrà fare la gavetta, sia pure con un occhio di riguardo. Farò esperienza, è giusto che sia così. E’ ovvio che proverò a farmi vedere, mi sto allenando bene, penso a fare tutto nel migliore dei modi per venire fuori. Questo è l’obiettivo. Però non arrivo sicuramente con delle pretese, entro in punta dei piedi, poi semmai saranno i risultati a parlare.
Milesi, Germani, Piganzoli: quelli del 2002. C’è competizione tra voi?
Avendo praticamente saltato il 2022, non ho mai corso con loro. Sarebbe stato bello fare insieme il Tour de l’Avenir, ma purtroppo non si è potuto. Quando corriamo insieme scatta qualcosa, fin da juniores c’è sempre stata rivalità. Correvamo in quattro squadre diverse, era normale che ci fosse questo agonismo. Andando avanti però, si è mitigato, perché tutto intorno è cresciuto il parterre. Prima c’eravamo solo noi 4-5, sempre i soliti. Adesso ce ne sono 100, quindi è tutto diverso. Oggi siamo amici. Io sono felice se loro vincono, ma se ci troviamo in gara nessuno si risparmia.
Val d’Aosta 2021: Garofoli gioisce sull’arrivo di Cervinia, nella stagione con il Team DSM (foto Giro Valle d’Aosta)Val d’Aosta 2021: Garofoli gioisce sull’arrivo di Cervinia, nella stagione con il Team DSM (foto Giro Valle d’Aosta)
Tutti vi aspettano, ti pesa?
Non ci penso tanto. Il peso più grande, le aspettative più grandi sono quelle che mi metto da solo, non quelle che mi mettono le altre persone. Io sono un ragazzo molto ambizioso, sono sempre stato così. Fin da bambino volevo fare sempre di più. Non trovavo mai pace. Non mi fermavo mai, ero sempre alla ricerca di qualcosa. Chi si ferma è perduto. Ero così a scuola e anche a calcio. Ho una mentalità per cui voglio essere il migliore in quello che faccio. Questo forse me l’ha tramandato anche la famiglia. Ho un bel rapporto con nonno e mio padre. Nonno ha fondato l’azienda di famiglia e a modo mio anche io ho sempre avuto questo spirito da imprenditore.
In questi sei mesi senza bici, hai pensato alla tua vita fuori dal ciclismo?
Non ci ho mai pensato, ero molto triste. Sinceramente non è stato un bel periodo e prima di vedermi in azienda, continuavo a pensare che la mia strada fosse questa e non volevo essere da nessun’altra parte. Avrei dovuto risistemare tutta la mia vita. Per fortuna non è successo, ora sono nel mondo del professionismo, si inizia a fare sul serio e voglio fare i miei passi da solo.
Sulle strade di Tokyo a ruota di Nibali: ultime pedalate del 2022 (foto Astana)Sulle strade di Tokyo a ruota di Nibali: ultime pedalate del 2022 (foto Astana)
Classiche o Giri?
Personalmente mi attirano di più le corse a tappe, ma credo che sarà tutto molto lungo. Strada facendo, vedremo anche quale sarà il mio reale livello. Ho vent’anni, posso ancora crescere, posso fare tante cose. L’inverno sta passando abbastanza tranquillo, sto facendo tanto fondo per costruire le basi, che mi serviranno per tutta la stagione. Comunque sia ci tengo a fare subito bene e a partire con il piede giusto. Dopo un anno in cui ho fatto praticamente 10 gare, non voglio più perdere tempo.
Germani parte dal Tour Down Under, tu cosa farai?
Il programma prevede che parta dal Provenza, però potrebbe esserci anche qualche cambiamento. Ho sentito Lorenzo, mi ha detto dell’Australia. Io ho chiesto di non andarci.
Garofoli in posa a Polignano a Mare alla vigilia del suo rientro alle corse dopo il lungo stopGarofoli in posa a Polignano a Mare alla vigilia del suo rientro alle corse dopo il lungo stop
Come mai?
Dopo le esperienze passate e il brutto Covid che ho preso, ho sperato di non fare gare troppo lontane, con sbalzi di temperatura e lunghi viaggi. Meglio fare un inizio abbastanza tranquillo per andar forte semmai più avanti e quindi per il momento sono stato accontentato.
Cosa diresti se Amadori ti convocasse fra gli U23?
Dipende dalla stagione che farò. Nel 2022 non ho avuto l’opportunità di fare nulla e sarebbe allettante, non solo il mondiale magari anche un Tour de l’Avenir o corse di questo tipo. Bisognerebbe parlare con la squadra e programmare tutto. Però non dico affatto che lo snobberei.
«Avevo un mal di schiena tremendo, proprio nella zona lombare. Ero piegato in due perché quando non stai bene, sforzi la schiena e la prima cosa che parte è il nervo sciatico».
Con queste parole, pronunciate in Spagna alcuni giorni fa, Gianni Moscon ci aveva raccontato una delle fasi per cui, in abbinamento con l’infezione del sangue causata dal Covid, la prima parte del suo 2022 è stata un calvario. Solo che sentirlo parlare di infiammazione del nervo sciatico ha fatto scattare l’attenzione su un… acciacco che raramente si associa a un corridore professionista. Ragione per cui ci siamo rivolti a Michele Pallini, storico fisioterapista di Nibali. Il toscano è rimasto all’Astana dove avrebbe dovuto occuparsi di Lopez.
Pallini e Nibali hanno condiviso momenti indimenticabili: qui al Tour 2014Pallini e Nibali hanno condiviso momenti indimenticabili: qui al Tour 2014
Michele, anche i corridori rischiano l’infiammazione del nervo sciatico?
E’ un argomento molto vasto, soprattutto volendo parlare di tutti i ciclisti, dal cicloamatore al professionista, e le cause possono essere diverse. Chiaramente bisogna fare subito una distinzione tra lombosciatalgia e sciatalgia. La prima proviene da una lombalgia causata da un’ernia, che ne è la causa primaria. Quando poi vai in bici, non sei allenato oppure fai degli sforzi che vanno al di sopra della tua preparazione, coinvolgi la parte lombare. Questa, contraendosi, accentua le problematiche dell’ernia e causa la lombosciatalgia. Invece nel professionista la causa più comune è la sindrome del piriforme. E sono due cose diverse. Si tratta sempre di sciatalgia, ma la lombosciatalgia colpisce soprattutto il cicloamatore rispetto al professionista. Ci sono anche dei ciclisti professionisti che ci hanno problemi di ernia, ma di solito sono dovuti all’età.
Parliamo di professionisti allora…
La sindrome del piriforme è la compressione del nervo sciatico da parte del muscolo piriforme (in apertura, nell’immagine del dottor Marcello Zavatta), nella parte posteriore del bacino. Causa dolore ai glutei e occasionalmente, appunto, la sciatalgia. La causa è sempre un sovraccarico che può essere dovuto a degli sforzi eccessivi. Non a caso se ne può osservare l’insorgenza dopo 10-12 giorni di una grande corsa a tappe, se viene affrontata in condizioni non ottimali.
Il muscolo piriforme si trova nella parte posteriore del bacino a contatto con il nervo sciatico (immagine Fisio Science)Il muscolo piriforme si trova nella parte posteriore del bacino a contatto con il nervo sciatico (immagine Fisio Science)
Solo questo?
Possono esserci degli altri fattori scatenanti. Una tacchetta che si sposta e ti causa una intrarotazione dell’anca, ad esempio. A volte non te ne rendi conto, perché cadi, non verifichi la posizione della tacchetta e magari continui a pedalarci. Se l’anca e il ginocchio sono ruotati, il problema è biomeccanico e può diventare causa di sciatalgia.
Di cosa parliamo?
Anatomicamente quello sciatico è il nervo più grosso che ci sia nel corpo umano e passa proprio sul piriforme. Quando viene “pinzato” tra il piriforme e gli altri muscoletti che ci sono lì intorno e che scorrono paralleli al piriforme, si può avere la sciatalgia. Per capire empiricamente la differenza tra una lombosciatalgia e la sindrome del piriforme, basta sedersi a terra e mettere il tallone del piede sul ginocchio opposto, spingendo in giù. Se hai la sindrome del piriforme senti subito dolore.
Durante un grande Giro, il massaggio quotidiano aiuta a sciogliere le contratture lombari (foto Harima Nazionale)Durante un grande Giro, il massaggio quotidiano aiuta a sciogliere le contratture lombari (foto Harima Nazionale)
Hai parlato di insorgenza durante un Giro.
Facendo i massaggi tutti i giorni, ti accorgi che a livello lombare c’è un problema di contratture. Quindi ci lavori, ne parli col medico e fai anche dei trattamenti fisioterapici. Poi interviene anche l’osteopata, ma si può risolvere utilizzando la classica Tecar terapia, che abbiamo sempre dietro.
Con Moscon non ha funzionato…
Se la condizione non ti permette di sopportare certi sforzi, si arriva al ritiro. Quello che è successo a Moscon è un’eccezione. Gianni veniva da un long Covìd e nonostante tutto quello che abbiamo fatto, non riusciva a venirne fuori. L’unica soluzione che ha avuto la squadra è stato fermarlo e poi si è scoperto che il problema dipendeva dal sangue. Però restando sul fronte del nervo sciatico, c’erano delle teorie per cui il Covid potrebbe provocare l’ispessimento della fascia. Perciò, non venendone a capo, con il dottor Magni si è pensato di mandarlo da un luminare di Padova. Un manipolatore fasciale professionista, che ha messo a punto una tecnica specifica. Però non è servita, per lui non era necessario questo di tipo di trattamento, ma bastava il riposo. Quanto invece a quegli studi, come per ogni cosa che riguarda il Covid, la casistica è limitata e non c’è stato il tempo di studiarla.
Nella primavera di Moscon, fra varie sofferenze, c’è stata anche l’infiammazione del nervo sciaticoNella primavera di Moscon, fra varie sofferenze, c’è stata anche l’infiammazione del nervo sciatico
Come fa un professionista, sempre così monitorato, a finirci dentro?
Tolti i casi patologici come quello di Gianni, una fase a rischio è quando vanno da soli in ritiro a Tenerife. Lassù ogni giorno fai un’ora e mezza di salita, 3.000 metri di dislivello, e se non hai una condizione eccellente oppure fai degli sforzi superiori a quelli indicati dalle tabelle di lavoro, puoi incorrere in questo tipo di problema. La statistica dice che 99 volte su 100 dipende da sovraccarico. I problemi biomeccanici dovuti a una caduta sono invece più ricorrenti durante le gare. Lo spostamento della tacchetta in allenamento è rarissimo. In più tutti i corridori che ho seguito sono abbastanza maniaci delle scarpe e le controllano e ricontrollano mille volte. Ci sta che magari camminando un po’ la tacchetta ruoti leggermente all’interno, ma prima del problema al piriforme, inizi a sentire già qualcosa a livello del tensore. Insomma, prima di fare un danno grosso, ci sono dei sintomi che mettono in allarme.
L’unica cura è il riposo, non potendo fare infiltrazioni?
Sì, soprattutto se la patologia viene fuori in gara. Se invece ti stai allenando, puoi diminuire l’intensità del lavoro. Vai ancora in bici, ma invece di fare delle sedute di 5 ore, le fai da un’ora e mezza e recuperi lo stesso. A casa durante l’allenamento la cosa è più risolvibile.
I ritiri in altura (qui sul Teide) se fatti in autonomia espongono al rischio di sovraccarichi (foto Astana)I ritiri in altura (qui sul Teide) se fatti in autonomia espongono al rischio di sovraccarichi (foto Astana)
Forse una tendinite è più facile da capire?
Infatti il nervo sciatico è una problematica più subdola della tendinite. Normalmente l’insorgenza una tendinite ti dà degli avvertimenti. Prima che arrivi al tendine rotuleo, inizi ad avere problemi al vasto mediale. Lo stesso vale per il tendine d’Achille, con il tricipite surale che va in sofferenza. Quindi ci sono dei segnali che dicono di fare attenzione. Invece il mal di schiena è vigliacco, perché potresti pensare che si fermi lì. E la sindrome del piriforme devi saperla riconoscere. Per esempio, può esserci uno che pedala con un ginocchio troppo all’interno. Oppure è caduto e quindi, a livello propriocettivo, cerca di tenere il ginocchio più all’interno per sentire meno dolore. Lui pensa di aver risolto, invece ha appena iniziato ad avere problemi…
Valerio Conti è sparito dalle scene. Pochi sapevano della caduta di Murcia e della recentissima febbre. Ma lui non molla. E punta deciso sul Giro d'Italia
Pianeta giovani. Nell’ultimo editoriale abbiamo parlato del ciclismo che cambia e dei nuovi metodi anche tra i giovani. Oggi vi proponiamo un esempio concreto, che passa soprattutto attraverso le corse a tappe. E lo facciamo con Eros Capecchi, responsabile dei ragazzi del Comitato Regionale dell’Umbria. Insomma il cittì dell’Umbria.
Un esempio concreto che ci riporta a questa estate quando l’ex pro’ della Bahrain-Victorious ha preparato con gli juniores il campionato italiano e il Giro della Lunigiana. Una storia che in parte vi avevamo accennato, ma che Capecchi ci ha raccontato ancora meglio, soprattutto per quel che riguarda le corse a tappe e ciò che ne consegue.
Eros Capecchi (classe 1986) è stato professionista per 17 anni. E’ sempre stato in grandi squadre, l’ultima delle quali la Bahrain-VictoriousCapecchi (classe 1986) è stato professionista per 17 anni. E’ sempre stato in grandi squadre, l’ultima delle quali la Bahrain-Victorious
Test tricolore
Questa estate Capecchi ha fatto fare ai ragazzi un piccolo ritiro prima del campionato italiano. E glielo ha fatto fare con metodologie “nuove”, nuove almeno per quei giovani atleti. I ragazzi erano stimolati e gasati. Tanto che dopo questo miniraduno non volevano più tornare a casa. Si sono divertiti. «E mi sono divertito anche io. C’era bisogno di usare sistemi nuovi», ha detto Capecchi.
Nuovi sistemi dunque, ecco di cosa parla Eros. «Di quelli usati dai pro’… riadattati agli juniores. Il presidente regionale mi ha chiesto cosa volessi fare. Io gli ho risposto che avrei avuto piacere di vederli, di conoscerli prima del tricolore, anche al di fuori delle corse. Volevo starci a contatto. Anche perché poi avevo chiamato quasi tutti ragazzi di primo anno e me li sarei ritrovati in futuro.
«Il mio intento era di vedere cosa facevano, come si allenavano, come si alimentavano. Così il presidente regionale mi ha dato una carta di credito e la fiducia nel mio operato. Ricordo i 200 euro per la spesa per la prima colazione… ma abbiamo allestito un menu idoneo e di qualità».
In quella manciata di giorni, Capecchi ha dato ai ragazzi un vero boost di novità. Sveglia tutti insieme, subito una camminata di una mezz’oretta a digiuno, quindi colazione, esercizi… «Ho contribuito ad apparecchiare la tavola con il cuoco, con il quale avevo parlato, per avere delle omelette, del pane tostato… e subito ho capito che si alimentavano male.
«E oggi, anche in base alla mia esperienza da pro’ posso dire che l’alimentazione è la cosa che conta di più in questo ciclismo. E infatti mi piacerebbe fare degli incontri con la nutrizionista Erica Lombardi per esempio, anche per le categorie più piccole. Per dargli un’infarinata sin da subito».
Durante i giorni del ritiro in altura, anche esercizi a secco prima di partire in biciDurante i giorni del ritiro in altura, anche esercizi a secco prima di partire in bici
In sella da pro’
Capecchi ha impostato il suo mini-ritiro facendo quella che in gergo viene chiamata una tripletta mascherata, vale a dire due giorni di carico e uno di “scarico”. «Volevo vedere come rispondevano anche in vista delle corse a tappe».
La storia vuole che con qualche aggiustamento e con metodi di lavoro provenienti dal WorldTour, ma come detto adattati alla categoria, le cose abbiano subito preso una piega diversa. E infatti un buon atleta come Edoardo Burani è giunto secondo agli italiani. E parliamo di un corridore che sin lì non aveva colto grossi risultati. Mentre nel resto della stagione è stato uno dei più costanti.
«Giancarlo Montedori, il suo direttore sportivo – spiega Capecchi – mi ha detto che è un ragazzo che tiene molto alla scuola e sin lì non aveva fatto troppo. Così appena finita la scuola l’ho portato in ritiro. Ma sempre il suo diesse, mi ha poi chiesto se poteva portarlo via un giorno prima in quanto voleva portare i suoi ragazzi ad una corsa a tappe, il Giro della Valdera.
«Io gli ho detto subito di sì. Sai che gamba avrebbe avuto dopo il ritiro e tre giorni di corsa consecutivi? E infatti è andata bene».
Edoardo Burani del Team Fortebraccio, secondo al campionato italiano di questa estate. Il primo squillo dei ragazzi di CapecchiEdoardo Burani del Team Fortebraccio, secondo al campionato italiano di questa estate. Il primo squillo dei ragazzi di Capecchi
Metodi da pro’
E qui si entra nel nocciolo della questione. Le corse a tappe servono per la crescita e al tempo stesso per la preparazione? Il racconto di Capecchi continua…
«Dopo questo risultato all’italiano, Massimo Alunni, il presidente del comitato mi dice: “Eros e per il Lunigiana cosa si fa?”. Dopo l’italiano era gasato anche lui (segno che serve a tutti un certo modo di lavorare, ndr)! Io gli ho risposto che bisognava fare corse di livello internazionale o comunque più alto perché poi è con quello standard che ci si va a misurare. Così ho programmato un ritiro a Livigno di 11 giorni e una serie di corse importanti a seguire».
«Ho sentito un massaggiatore e ho chiesto una mano alle squadre. Il resto lo ha pagato il Comitato regionale. Undici giorni in altura, con massaggiatore al seguito… come i grandi.
«Finito il ritiro ho cercato un hotel in Versilia, tramite un amico. Siamo stati lì 3-4 giorni, nei quali abbiamo visionato le tappe del Lunigiana. E anche lì avevamo il massaggiatore. Insomma ho cercato di fare una cosa fatta bene, da pro’… che infondesse nei ragazzi un certo metodo di lavoro. Ci è mancata la vittoria, ma è questione di tempo».
Per Capecchi era importante vedere i ragazzi anche al di fuori delle corsePer Capecchi era importante vedere i ragazzi anche al di fuori delle corse
Corse a tappe: sì
«Se servono dunque le corse a tappe per gli juniores? Certo che servono – spiega Capecchi – Premessa: io sarei per il lato romantico secondo cui i ragazzi andrebbero lasciati tranquilli, senza pressioni e quant’altro. Poi però c’è da fare i conti con il momento storico che viviamo, con la realtà. E la realtà è che lo sport non aspetta più i ragazzi. E quindi se mi chiedete se servono le corse a tappe rispondo come ho detto a Salvoldi: «Dino, servono eccome. Ci sono juniores che hanno fatto esperienze alla Ineos-Grenadiers prima del Lunigiana. Hanno 4-5 corse a tappe nelle gambe. Io ne avevo solo uno che aveva preso parte al Valdera, di appena tre giorni».
«La corsa a tappe ti fa fare uno step in più… Contano come per i pro’, solo che a 17 anni sono ancora più ricettivi».
«Io credo che la nostra nazionale sia ancora un riferimento con le nostre conoscenze, solo che viviamo ancora di questa cosa che noi siamo italiani e abbiamo la nostra tradizione inamovibile. E’ un bene, ma al tempo stesso un male. Sento dire: “Dobbiamo aspettare il talento anche noi. Gli altri hanno i campioni, noi no”. Io non credo sia così. I corridori li abbiamo anche in Italia. Ci sono allievi anche da noi che nei test sviluppano 6 watt/chilo, quindi il talento c’è. Sta a noi tirarglielo fuori facendoli lavorare in un certo modo».
«Non è che i nostri ragazzi non crescono bene, crescono lentamente. E oggi uno juniores, che piaccia o no, si deve allenare in un certo modo visto che poi passa pro’ direttamente o al massimo dopo un anno tra gli under 23. E se non ha certe basi il rischio è che si demoralizzi».
Il 2023 si avvicina e, tra i buoni propositi che normalmente si fanno, arrivano anche quelli sportivi per Nicola Conci. Nell’anno che si sta per concludere il corridore trentino ha vissuto tra emozioni differenti. La chiusura della Gazprom e la nuova avventura con la Alpecin Fenix Development Team e l’approdo finalmente nel WorldTour nella prima squadra.
«Sto bene – dice Conci – sono riuscito a lavorare bene in questi mesi. L’unico intoppo, se vogliamo chiamarlo così, è stato un giorno di influenza, per il resto tutto liscio. Ora si passano le feste tra famiglia e amici e da gennaio si torna in ritiro. Inizierò a correre a metà febbraio alla nuova corsa in Portogallo (la Figueira Champions Classic, ndr), poi Volta ao Algarve. Successivamente mi sposterò in Spagna e farò Catalunya, Giro dei Paesi Baschi ed infine il Giro d’Italia».
Il caso Gazprom ha investito anche il corridore trentino che nel team russo ha corso una sola garaIl caso Gazprom ha investito anche il corridore trentino che nel team russo ha corso una sola gara
Il primo ritiro Alpecin
Nel corso di questo mese Conci si è prontamente messo al lavoro in vista dei prossimi impegni, che nel calendario sono vicini ma non così tanto. I giorni per lavorare e prendere ritmo sono tanti, meglio fare le cose con metodo lasciando la fretta da parte.
«Ho finito la stagione il 16 ottobre – riprende il trentino – dopo ho fatto tre settimane di stop completo, riprendendo la bici gradualmente. Le prime settimane a casa sono state blande, poi con la squadra siamo andati in Spagna. Lì ci siamo divisi in tre gruppi: i velocisti, gli uomini delle classiche, tra cui anche Van Der Poel e poi il gruppo dei più leggeri per la salita di cui faccio parte anche io. I lavori sono stati molto differenti perché alcuni miei compagni inizieranno tra poche settimane. Io ho tre settimane in più prima dell’inizio ufficiale della stagione, inutile iniziare a spingere troppo presto».
La prima gara corsa in maglia Alpecin è stato il Giro di Slovenia, qui nella prima tappa nella volata per il 6° postoLa prima gara corsa in maglia Alpecin è stato il Giro di Slovenia
Il passato
Nicola Conci è stato uno dei primi corridori ex-Gazprom ad essere contattato dalle varie squadre. Sembrava molto vicino il suo approdo in Alpecin già prima del Giro d’Italia ma l’UCI ha rallentato il tutto facendo slittare l’arrivo nel team belga.
«Sembrava poter arrivare una deroga da parte dell’UCI – racconta Conci – per il numero di corridori ammessi in una squadra. La speranza era di fare il Giro già nel 2022, questa deroga non è mai arrivata ed alla fine sono entrato nella continental della Alpecin. Il calendario, di conseguenza, è stato un po’ ritagliato rispetto ai vari impegni del team, considerando che non potevo fare corse WorldTour. Mi chiamavano volta per volta. Quando sono andato all’Arctic Race rientravo da un ritiro in Francia e la squadra mi ha chiesto se fossi disponibile a prendere un aereo la sera stessa. Con gli orari era impossibile organizzare il viaggio, così sono partito la mattina dopo, praticamente meno di ventiquattro ore prima del via. Una delle note positive è stata la convocazione per i mondiali di Wollongong».
Nonostante un 2022 travagliato Conci si è meritato la convocazione per i mondiali di WollongongNonostante un 2022 travagliato Conci si è meritato la convocazione per i mondiali di Wollongong
Il futuro
Il 2023 ha il sapore della rivincita, o per lo meno di una nuova chance. I problemi fisici e non, sono alle spalle. Il futuro per Conci è da scrivere e pedalare, con la voglia di chi ha tanto da riprendersi dal destino.
«Tornare nel WorldTour – riprende con voce più viva – mi fa piacere. Nonostante tutto sono riuscito a fare diverse corse nel 2022 ed ho guadagnato questa occasione. Quelle passate sono state stagioni complicate, prima per l’arteria iliaca e poi per il caso Gazprom. La prima un po’ mi preoccupa, devo essere sincero, ma cerco di non pensarci troppo. Le corse fatte mi hanno dato tanta fiducia, mi sento un corridore nuovo e spero di continuare a stare sempre meglio.
«Con i se e con i ma – conclude Conci – magari avrei potuto fare meglio, ma non voglio trovare scuse o recriminare. Anzi, da quest’anno direi che ne ho ricavato un insegnamento: ci sono ancora. Fino al 2021 ho avuto problemi fisici che mi hanno condizionato a livello mentale, mi hanno tolto consapevolezza nei miei mezzi. Il 2022, nonostante tutto, mi ha insegnato ad avere fiducia».
Conci è rimasto positivamente colpito dal nuovo compagno VergallitoConci è rimasto positivamente colpito dal nuovo compagno Vergallito
Arriva Vergallito
Nel gruppo di Nicola, al ritiro Alpecin di dicembre, quello degli scalatori, c’era anche Luca Vergallito. L’esperienza del nuovo corridore della Alpecin, in arrivo dalla Zwift Academy, ha fatto tanto discutere, così abbiamo chiesto a Conci di raccontarci cosa ha visto pedalando con lui.
«Penso che andrà nel team development – dice Nicola – però mi ha fatto molto piacere conoscerlo. E’ davvero in gamba e pedalandoci insieme mi ha dato buone impressioni. Non sembrava gli mancasse qualche abilità nel guidare la bici o nello stare in gruppo. Il problema principale di questi corridori può celarsi nella guida, nel mettere la mantellina o gestire il rifornimento. Vergallito l’ho visto sul pezzo, in più mi ha colpito anche la sua forza mentale: sa cosa fa e cosa vuole, si vede che è preparato. Mi ha lasciato davvero delle buone sensazioni».
Incontro con Antonio Tiberi nel ritiro della Bahrain Victorious in Spagna. Il bello del 2024. I margini da guadagnare. Il cambio di ritmo. L'obiettivo Giro
Di ritorno dalla Spagna come Piganzoli, dopo quattro corse da stagista, nella Eolo-Kometa sta per debuttare anche Andrea Pietrobon.La faticosa storia del corridore di Pieve di Cadore l’avevamo già raccontata. Dal Cycling Team Friuli, sarebbe dovuto passare nella professional di Basso e Contador all’inizio del 2022. Era tutto pronto, ma dopo il Giro d’Italia U23 del 2021 la salute ha deciso di non sorreggerlo più.
«Ad agosto e settembre stavo malissimo – raccontava giorni fa nel ritiro di Oliva – e ho avuto problemi anche con gli allenamenti. E’ stato un periodo molto buio, quindi Zanatta e gli altri direttori sportivi hanno pensato che fosse meglio fare un anno più tranquillo. Così ho debuttato della Fundacion Contador U23 e da agosto invece ho fatto lo stagista. Mi hanno detto che avrei fatto meglio a partire con calma, perché con i problemi che ho avuto non sarebbe servito avere fretta».
All’inizio del 2022, Pietrobon è stato anche in testa alla Coppa di SpagnaAll’inizio del 2022, Pietrobon è stato anche in testa alla Coppa di Spagna
Pietrobon ha 23 anni, è alto 1,91, pesa 72 chili e nel CT Friuli che aveva già lanciato Jonathan Milan e aveva visto passare Giovanni Aleotti, si erano appoggiati a lui per fare classifica al Giro d’Italia del 2021 dopo il terzo posto al Giro di Romagna per Dante Alighieri, vinto da Ayuso su Francesco Romano. La Eolo lo aveva già fatto firmare.
Avere il contratto fu una bella fortuna, diciamo…
Mi ha permesso di restare tranquillo e fare un anno in cui ho ripreso, ho provato cose nuove in allenamento per essere pronto al passaggio. Il periodo spagnolo mi è piaciuto molto. Oltre che in bici, anche la vita di là. Ho corso tantissimo in Spagna e sono riuscito a guardarmi intorno. L’ambiente è molto serio quando c’è da essere seri. Però è anche molto tranquillo, rilassato. Ho visto dei bei posti, ho conosciuto tante belle persone. Ho avuto nuovi stimoli con i preparatori e i nuovi direttori sportivi stranieri. Per me è stata una bella esperienza, andando fuori dall’Italia dopo quattro anni.
Nel 2019 al Giro d’Italia U23, Pietrobon è al secondo anno alla Zalf Fior (photors.it)Nel 2019 al Giro d’Italia U23, Pietrobon è al secondo anno alla Zalf Fior (photors.it)
Oioli ha detto che il calendario spagnolo non lo ha soddisfatto.
Io dico che la differenza tra l’Italia e la Spagna è che purtroppo in Spagna non ci sono gare internazionali per under 23, che fanno la vera qualità del calendario italiano. Però alla fine è proprio una questione che non si pone, perché per il resto le gare nazionali e regionali spagnole sono uguali alle nostre. E se ci sono gare tipo Piva, Belvedere e Recioto, quelle le abbiamo fatte tutte. Al Giro d’Italia c’eravamo, come altre squadre da tutto il mondo. Abbiamo fatto un’attività importante, purtroppo però Oioli, avendo ancora la scuola, non l’ha fatto. Per esempio Piganzoli ha avuto un calendario bellissimo. Ha corso un po’ in Spagna e dopo ho fatto tutte le gare più belle in Italia.
Che cosa si può dire della tua maturazione, al momento di passare?
Ho passato due anni alla Zalf, che è una delle squadre migliori in Italia, quindi là ho imparato tanto. Negli anni al Friuli ho dato veramente la svolta alla mia carriera, penso perché sia una squadra fantastica. Oltre ad avermi fatto crescere come atleta, seguendomi con una preparazione stupenda come qua alla Eolo, mi hanno fatto crescere tanto come persona. Il tempo al Friuli mi è servito tantissimo e devo dire grazie a loro se sono passato. Mi sento pronto per farlo.
Alla Vicenza Bionde del 2021, Pietrobon secondo dietro il russo Syritsa (photors.it)Alla Vicenza Bionde del 2021, Pietrobon secondo dietro il russo Syritsa (photors.it)
Perché non restare con loro, dovendo fare ancora un anno negli U23?
Perché alla Eolo-Kometa hanno detto di volermi seguire direttamente loro. Me l’hanno spiegata così e io ho detto subito di sì. Mi sento pronto per passare. Vedo tanti miei colleghi, che erano miei amici e sono passati al primo/secondo anno di under, che non sanno allenarsi, mangiare, recuperare. Quelle sono le cose che impari negli anni e un conto è che te le dicano, un altro è che le impari facendole. Ho ancora tanto da imparare, ma penso di essere già a un buon punto e adesso voglio imparare da questa squadra.
Che cosa stai imparando?
Ci sono molte cose nuove nel ciclismo, ad esempio nella preparazione, e queste fa sempre bene impararle anche dai preparatori con cui lavorerai. Non tutti ti dicono le cose allo stesso modo, qui sto vedendo cose diverse. La stagione è programmata in maniera diversa, si va più per obiettivi. Qui alla Eolo lavoro con Samuel Marangoni. Non è una figura come un capo, che ti dice quello che devi fare, ma più una persona con cui collaboro. Al Friuli era così. Con Fabio Baronti, alla fine c’era quasi un rapporto di amicizia e penso che sia il modo più produttivo. Ti fidi di più e hai la possibilità di valutare le cose insieme. In questi anni ho imparato che i migliori preparatori siamo noi stessi. Il preparatore non può leggerti dentro al cento per cento, puoi dargli tutte le informazioni, però alla fine sulla bici ci sei tu.
Al Gran Piemonte, il giovane Pietrobon in fuga con Jorgenson, Tizza e MaleckiAl Gran Piemonte, il giovane Pietrobon in fuga con Jorgenson e Tizza
Che cosa significa lavorare con Basso e Contador?
Ivan lo conosco da un anno, l’ho sentito spesso. Mi sembra una persona molto brava. Mi piace perché crede veramente in questo progetto e questo motiva anche noi e lo staff. Con Alberto abbiamo fatto una riunione e ci ha parlato dell’importanza di avere degli obiettivi, di avere la determinazione. Sono cose che di base ti dicono tutte le persone, sono facili da dire. Però se te lo dice uno che certe cose le ha testate ed è veramente arrivato al top del ciclismo, allora è un’altra cosa. Allora ci credi davvero…
Se a Natale vale sempre per tutte le età fare la lista dei desideri, siamo certi che sotto il suo albero Laura Tomasi volesse trovarci il segno di un cambiamento civico. Lo scorso 19 dicembre il suo video-denuncia contro l’ennesimo automobilista negligente che l’aveva toccata con la macchina – per fortuna senza conseguenze – ha fatto il giro del web.
L’episodio è successo in Versilia, a Cinquale di Montignoso, proprio sul lungomare nel quale Tomasi nel 2019 aveva colto la sua seconda vittoria da elite nel Trofeo Oro in Euro. Le è successo proprio nel giorno dell’autopsia del povero Davide Rebellin, che forse da lassù ha buttato un occhio ad uno dei suoi tanti colleghi. Coincidenze di un destino, quello del ciclista, che spesso viaggia su frazioni di secondo. O vinci una volata in gara, o vinci la vita in allenamento.
Sempre più comuni italiani stanno installando cartelli che avvertono la presenza di ciclisti in strada Sempre più comuni italiani stanno installando cartelli che avvertono la presenza di ciclisti in strada
E’ questo non è giusto, non deve essere così, come ha continuato a ripetere la 23enne trevigiana del UAE Team ADQ nel suo video. C’è però una stagione agonistica che bussa alla porta e va preparata. A distanza di qualche giorno abbiamo deciso di sentire dalla sua voce come sta sia moralmente che fisicamente.
Laura del tuo sfogo ci aveva colpito la frase “ho paura ad allenarmi”. Da allora ad oggi come stai in generale?
Ho reagito bene e lo sto facendo tutt’ora. Quel giorno non è stato per nulla facile. L’auto mi è venuta addosso toccandomi duramente dal mignolo fino alla spalla. E’ andata bene perché so destreggiarmi in bici, ma ho avuto un grande shock emotivo. Il video l’ho fatto mezz’ora dopo perché prima ho chiamato il mio fidanzato per trovare un conforto. Sono ripartita in bici dopo un’ora abbondante con quella frase in testa. Non è piacevole sentirsi vulnerabili ad ogni uscita, ma ho capito che devo convivere con questa paura se voglio continuare a fare il mio lavoro, ciò che più mi piace. E poi non voglio farmi sopraffare dalla paura di allenarmi perché sarebbe come darla vinta a questo contesto o alle persone che guidano apposta in modo spregiudicato quando incontrano noi ciclisti.
In Italia per i ciclisti professionisti è praticamente impossibile svolgere tutto un allenamento su piste ciclabiliIl Giro d’Italia 2023 partirà con una crono individuale dalla ciclabile della Costa dei Trabocchi in AbruzzoIn Italia per i ciclisti professionisti è praticamente impossibile svolgere tutto un allenamento su piste ciclabiliIl Giro d’Italia 2023 partirà con una crono individuale dalla ciclabile della Costa dei Trabocchi in Abruzzo
Ti era già capitato un evento del genere?
Come questo no, però episodi simili ci sono praticamente ogni giorno che mi alleno. Oggi (ieri per chi legge, ndr) ho fatto 120 chilometri e ho rischiato nuovamente un paio di volte. Ora non solo ti fanno il pelo o ti stringono in rotonda come a me in Versilia, ma devi fare attenzione alle auto che vanno nel senso opposto di marcia che si avventurano in sorpassi azzardati. E ti fanno il pelo anche in quel caso. Sono anni che gli automobilisti non ci vedono. Anzi, ci vedono come un intralcio. Non voglio generalizzare. Non tutti gli automobilisti sono delinquenti così come non tutti i ciclisti sono diligenti, ma nessuno si rende veramente conto che stanno guidando un’arma. Forse dovrebbero venire al nostro posto come in quello spot…
Quale?
Circola in rete ormai da qualche tempo quel video in cui un’associazione vuole sensibilizzare la sicurezza stradale. Gli autisti di una azienda di bus vengono fatti pedalare su una bici da spinning mentre il loro stesso pullman passa a pochi centimetri da loro. Hanno reazioni di spavento dopo aver sentito il forte spostamento d’aria. Loro lì sono fermi mentre noi invece andiamo con tutti i rischi del caso. Questo spot dovrebberlo farlo vedere nelle scuole-guida italiane. Servono educazione civica e il rispetto reciproco degli spazi comuni come la strada.
La condivisione della strada tra ciclisti e automobili è possibile ma serve più sensibilizzazione La condivisione della strada tra ciclisti e automobili è possibile ma serve più sensibilizzazione
Dopo il tuo video hai ricevuto solo messaggi di incoraggiamento o sono arrivati anche commenti negativi?
Entrambi. Sono stati più quelli di solidarietà e sostegno, per fortuna. Comunque alcuni mi hanno scritto dicendo che non devo usare la strada per allenarmi ma le ciclabili? Quali ciclabili? Nel mio allenamento odierno, ci ho fatto sopra 15 chilometri al massimo. La gente che mi ha scritto non si rende conto che noi ci alleniamo per 4-5 ore su più terreni e con lavori specifici. La maggior parte delle piste in Italia sono ciclopedonali, quindi promiscue e solitamente c’è un limite di velocità. Figuratevi se ci pedalo a 40 all’ora mettendo a rischio le persone a piedi. Nonostante io abbia risposto argomentando queste cose, certa gente continuava a dirmi che non dovevo allenarmi in strada perché è pericoloso. Assurdo.
Trevisi e Tomasi in mezzo al deserto durante il raduno negli Emirati ad ottobre (foto Heres)Il terzo posto ottenuto da Tomasi in Scandinavia dietro le australiane Manly e Hosking (foto Heres)Trevisi e Tomasi in mezzo al deserto durante il raduno negli Emirati ad ottobre (foto Heres)Il terzo posto ottenuto da Tomasi in Scandinavia dietro le australiane Manly e Hosking (foto Heres)
Dopo che hai vissuto questa brutta esperienza, secondo te cosa si può fare per aumentare la sicurezza?
Personalmente agli incroci o nei punti più critici, cerco sempre di guardare dentro l’abitacolo per vedere se il guidatore è attento o meno in modo da urlare qualora fosse distratto. Rispetto i semafori e gli stop. La mia bici è dotata di luci posteriori e anteriori ma onestamente non so cosa si possa fare di più per tutelarci. Sembra un controsenso, però uscire in un gruppetto di ciclisti può essere considerato più sicuro che uscire da soli perché almeno tutti assieme siamo più visibili. Però poi occupiamo più spazio, rischiamo di essere più indisciplinati, gli automobilisti non vogliono stare dietro di te e azzardano manovre suonando il clacson. Al contrario se esci da solo puoi essere investito da chiunque e magari con omissione di soccorso. Ripeto, non è bello sentirsi così vulnerabili.
Le associazioni di categoria come ACCPI o CPA potrebbero fare qualcosa in più?
Si può sempre fare qualcosa di più e loro potrebbero spingere ulteriormente, ma non è facile toccare l’animo di chi sta ai Ministeri. Il mio video-denuncia l’ho fatto anche perché speravo potesse far riflettere qualcuno ai piani alti. Cinque giorni prima del mio incidente, è stato assolto colui che aveva scritto quella ignobile frase contro i ciclisti. Se in Italia non è reato questo tipo di incitamento all’odio o non ci sono ancora leggi chiare con multe salate come in altri Paesi, ci si può fare poco. Bisogna sperare che cambi qualcosa però l’Italia sotto questo punto di vista non è un Paese all’avanguardia.
Sorride Laura. Dopo lo spavento dell’incidente, punta a fare un bel 2023 (foto Heres)Laura Tomasi si trova bene con tutte le compagne. Conosce già anche le nuove arrivateSorride Laura. Dopo lo spavento dell’incidente, punta a fare un bel 2023 (foto Heres)Laura Tomasi si trova bene con tutte le compagne. Conosce già anche le nuove arrivate
Proviamo a tornare in sella perché fra pochi giorni inizia il 2023. Laura Tomasi come sta preparando la sua stagione agonistica?
Come ho detto subito, non ho perso motivazione nell’allenarmi. Vorrei cominciare la nuova annata così come ho chiuso il 2022 con un paio di podi in gare WorldTour. Esordirò alla Valenciana poi farò la campagna del Nord tra Belgio e Olanda. Lassù ci sono le corse più adatte alle mie caratteristiche, anche se dovrò lavorare per le nostre capitane. Abbiamo una squadra ben strutturata, con tanti innesti giovani ed interessanti oltre alle atlete più esperte. Il mio ruolo dipenderà dal tipo di gara che faremo. Non so ancora dove potrò avere una eventuale carta bianca. Il mio calendario è stato definito fino ad aprile. La stagione è lunga, spero, e cercherò, di ritagliarmi un po’ di spazio.
Uno dei corridori della Gazprom, che alla Adriatica Ionica Race avevano colpito Martinelli per la grinta in ogni corsa, durante l’estate è passato alla Astana Qazaqstan guidata proprio dal bresciano. E’ Christian Scaroni, che nella corsa di Argentin aveva gli occhi iniettati di sangue e vinse pure due tappe. Alla fine di novembre, il team kazako gli ha rinnovato il contratto per il 2023.
Carboni, Scaroni, Malucelli: Christian ha appena vinto la sua seconda tappa alla Adriatica IonicaCarboni, Scaroni, Malucelli: Christian ha appena vinto la sua seconda tappa alla Adriatica Ionica
Dal Polonia al Lombardia
Dal Polonia in cui ha debuttato e fino al Lombardia, Scaroni ha lottato con le unghie e con i denti. Così, arrivando nell’hotel della squadra sulla costa del Sud della Spagna, ci siamo chiesti se quel fuoco ci sia ancora o sia cambiato in qualcosa d’altro.
«Il fuoco c’è sempre – sorride – e sicuramente per me avere un anno di contratto qua, rappresenta un’opportunità e darò il massimo, come l’ho dato la passata stagione per meritarmi la possibilità. Ecco, per me è fondamentale far bene. E per quello c’è bisogno del fuoco dentro. Il più grande augurio che posso fare ai miei compagni di squadra è di avere lo stesso slancio. Anche l’anno scorso di questi tempi lavoravamo sereni, poi è successo quello che sappiamo. Speriamo che nel 2023 le cose siano normali».
Sul Grappa ha difeso la maglia di leader della Adriatica Ionica. E quando l’ha persa, ha vinto un’altra tappaSul Grappa ha difeso la maglia di leader della Adriatica Ionica. E quando l’ha persa, ha vinto un’altra tappa
Con quali obiettivi riparti?
Ne ho tanti nella testa, anche se ovviamente sono difficili da raggiungere. L’anno scorso, il calendario era un po’ diverso. Ho fatto tante corse in Italia dove il livello era leggermente più basso. Quest’anno partirò ancora una volta dalla Valenciana, ma dopo ci saranno gare toste dove vincere sarà difficile. Se ci saranno corridori in condizioni migliori, sicuramente sarò il primo a mettermi in discussione e darò una mano alla squadra, ma nella testa il primo obiettivo è tornare a vincere.
Anche nel 2021 iniziasti una bella preparazione, avete cambiato qualcosa?
Sicuramente, come tutti gli anni, a dicembre si lavora tanto sulla quantità, ma gradualmente si va anche a recuperare la qualità. A gennaio invece faremo un altro ritiro dove l’impronta sarà soprattutto sulla qualità, per arrivare pronti alle corse. Pronti a vincere, insomma.
Dopo la lunga sosta, Scaroni torna a un foglio firma al Giro di Polonia: è arrivata l’AstanaDopo la lunga sosta, Scaroni torna a un foglio firma al Giro di Polonia: è arrivata l’Astana
Che cosa possiamo aspettarci?
Penso di poter dire che sono un corridore non del tutto da scoprire, ma ancora con molti margini di crescita. Nella riflessione che ho fatto quest’inverno, ho pensato ai miei tre anni da professionista. Nel primo c’è stato il Covid e ho fatto poche corse. Il secondo anno mi è servito un po’ per ambientarmi: ho raccolto qualche risultato e, per questo, il 2022 sarebbe stato fondamentale. Invece è successo quello che è successo e mi ha condizionato, nonostante le due vittorie e qualche piazzamento prestigioso. Io credo che per me il 2023 sarà ancora più importante e voglio dimostrare che valgo.
Le due vittorie erano figlie della rabbia o del livello raggiunto?
Già l’inverno scorso, quando parlammo a Calpe, mi sentivo pronto per fare questo salto. Sicuramente non pensavo di essere così competitivo alla Adriatica Ionica, perché non correvo dal Giro di Sicilia di due mesi prima. Non sapevo cosa potessi aspettarmi, però diciamo che mi sono difeso bene. Quelle due vittorie mi hanno salvato e mi hanno dato visibilità. E l’Astana mi ha offerto questa occasione che per me è stata fondamentale.
Nel 2019, prima di passare, Scaroni ha corso con la FDJ Continental: forte in salita, veloce allo sprintNel 2019, prima di passare, Scaroni ha corso con la FDJ Continental: forte in salita, veloce allo sprint
Davi per scontato il prolungamento del contratto?
Di scontato nel mondo del ciclismo ormai non c’è più nulla. Io ho lavorato come se avessi altri anni davanti, sereno e con la testa lucida, pensando sempre all’obiettivo che era fare risultato, ma anche lavorare per i compagni quando serviva. Tutto il resto è venuto da sé. Parlando con Vinokourov, è venuta fuori la complicità giusta per continuare ancora un anno. Potevano essere già due, ma va bene così. Sono consapevole di quello che posso dare e sono sicuro che i risultati arriveranno.
Hai trovato dei riferimenti in squadra?
Lutsenko mi ha impressionato per come lavora e quanto è determinato. Battistella lo conosco dai dilettanti: averlo in squadra sicuramente è un punto di riferimento anche per me. Poi c’è Luis Leon Sanchez, che a vederlo lavorare ha il suo perché. Diciamo che non ho un riferimento fisso, ma tante persone da cui prendere spunto. Anche Felline, un corridore che cerca di insegnare ai giovani. Ho tanti punti di riferimento.
Adriatica Ionica Race, 1ª tappa: a Monfalcone, il primo centro di Scaroni su Zana in pieno inferno GazpromAdriatica Ionica Race, 1ª tappa: a Monfalcone, il primo centro di Scaroni su Zana in pieno inferno Gazprom
Martinelli bresciano è un appoggio in più?
Abita anche abbastanza vicino a me, lo sento spesso, ma non c’è solo lui. Ci sono anche altri direttori, come Zanini e Manzoni. Li sento settimanalmente, quindi diciamo che è un gruppo nel quale siamo tutti integrati e ci sentiamo a nostro agio.
Ti abbiamo visto parlottare a lungo coi meccanici…
Quest’anno ho fatto alcune modifiche alle misure della bici. E con Yeyo Corral, il nostro biomeccanico, abbiamo apportato una modifica importante. Abbiamo cambiato le pedivelle, passando da 172,5 a 170. E’ una prova, ma sono sicuro che può darmi qualcosa in più. Sicuramente sto lavorando anche su questo, ma di base cerco di curare bene tutti i fronti. Non devo perdere in salita perché sennò non mi ritrovo davanti coi corridori importante, ma soprattutto non devo perdere lo spunto veloce.
Ti sembra che il cambiamento funzioni?
A livello di sensazioni, le pedivelle più corte mi danno uno spunto migliore, che già prima era buono. In salita invece vedo un’agilità diversa. Questa prova era già stata fatta anche con altri corridori, io ero al limite, ma adesso abbiamo deciso e vediamo come andrà. Se non mi trovassi bene, sarebbe un attimo tornare alle 172,5. Se ci sono adattamenti, meglio provarli qua. Non ti metti a farli in piena stagione. Per ora sembrano buone, vedremo quando i ritmi e l’intensità di allenamento saranno più alti, se sarà stata una scelta azzeccata.
Canola e Scaroni, con Bugno e Mauro Vegni nella conferenza stampa di Salò al Giro, che parve una farsaCanola e Scaroni, con Bugno e Mauro Vegni nella conferenza stampa di Salò al Giro, che parve una farsa
Cosa resta del gruppo Gazprom?
Sento specialmente Canola. La sua è una situazione particolare perché forse è l’unico che non ha trovato squadra e questa cosa mi rattrista. Lui era stato il mio faro quando arrivai. Vederlo adesso senza squadra mi mette tristezza. Poi sento anche gli altri compagni di squadra come Carboni, Malucelli, Conci… Sento anche loro e sicuramente li incrocerò alle corse.
Natale a casa?
Esatto, coi parenti, visto che il ritiro ci ha portato via per 16 giorni. Natale a casa per recuperare il tempo perso, poi ai primi di gennaio si ripartirà per le Canarie, in attesa di tornare ad Altea per il secondo ritiro e da lì si comincerà a correre. Alle Canarie vado con altri compagni di squadra come, Martinelli e Riabushenko. Stare a casa è quello che vorremmo tutti, ma allenarsi con zero gradi è difficile e siccome è un lavoro, si cerca di ottimizzare il tempo al massimo.