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Baldini, addio a un pezzo di storia. I ricordi di Adorni

11.12.2022
5 min
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Per Vittorio Adorni ricordare Ercole Baldini non è facile. Perché il campione emiliano ha condiviso tante avventure di un’epoca ciclistica lontana e ormai avvolta nella leggenda. Pochi più del campione del mondo di Imola 1968 hanno vissuto Baldini in così tante vesti: ha condiviso parte della carriera su strada da avversario, lo ha ritrovato come direttore sportivo, ha poi vissuto a vario titolo la passione per il ciclismo come commentatore. Pochi lo conoscevano come lui. E adesso che Ercole ci ha lasciati, il ricordo di Vittorio è un omaggio che sentivamo di volergli portare.

Su un principio Adorni mette l’accento: «Baldini ha avuto un peso notevole nella storia del ciclismo italiano perché è arrivato subito dopo l’epopea di Coppi e Bartali. Con il fisico che aveva, nessuno pensava potesse vincere quello che ha vinto, invece riusciva a scaricare sui pedali una potenza mai vista».

Il podio di Melbourne 1956. Baldini precede di 1’59” Geyre (FRA) e Jackson (GBR). L’Inno lo cantano gli emigrati italiani (foto Gazzetta)
Il podio di Melbourne 1956. Baldini precede di 1’59” Geyre (FRA) e Jackson (GBR). L’Inno lo cantano gli emigrati italiani (foto Gazzetta)
Voi avete corso insieme…

Io ho iniziato da pro’ nel ’61 quando lui era già una stella. Nel 1963 ci ritrovammo insieme alla Cynar e l’anno dopo alla Salvarani, quando lui vinse il titolo mondiale d’inseguimento su pista, il secondo della sua carriera. Il 4 novembre mi chiamò per condividere con lui l’esperienza del Trofeo Baracchi, finimmo secondi e con quel risultato chiuse la carriera. Ma non il nostro sodalizio.

Perché?

Ci ritrovammo nel 1967 alla Salamini-Luxor Tv. Io come corridore e lui come direttore sportivo. Fu un anno molto importante: Ercole non era un diesse come gli altri, non urlava mai, non era di quelli “cattivi”. Lasciava molto fare, ma seguiva sempre con attenzione diceva la sua, aveva sempre il consiglio giusto.

19 settembre 1956: in un Vigorelli gremito Baldini stabilisce il nuovo record dell’ora con 46,394 chilometri (foto Gazzetta)
19 settembre 1956: in un Vigorelli gremito Baldini stabilisce il nuovo record dell’ora con 46,394 chilometri (foto Gazzetta)
Qual è l’impresa che lo identifica meglio?

Non è semplice identificarne una, anche se secondo me il record dell’Ora del ’56 è stato qualcosa di eccezionale. Il Vigorelli di Milano era strapieno per l’occasione e lui, che ancora era un dilettante, strappò il primato a Jacques Anquetil, non a uno qualunque… Poi a fine stagione vinse anche l’oro olimpico a Melbourne su un percorso che non era propriamente nelle sue corde. Ma questa era la caratteristica di Baldini: saper sovvertire le leggi non scritte del ciclismo e vincere corse che non ti saresti mai aspettato da lui.

Può essere considerato un passista?

Uno dei più grandi, ma con il fisico che aveva non poteva certo emergere in salita, eppure riuscì a vincere il Giro d’Italia nel 1958 e non solo perché sfruttò appieno le due cronometro di Comerio e Viareggio, ma diede la paga a Charly Gaul anche in salita, addirittura nel tappone dolomitico. L’anno prima era stato terzo, quindi non fu un fulmine a ciel sereno, ma con il fisico che aveva fu comunque un’impresa epica.

Baldini con la prima pagina de La Gazzetta che celebrò la sua vittoria al Giro del ’58
Baldini con la prima pagina de La Gazzetta che celebrò la sua vittoria al Giro del ’58
Molti lo accusavano di essere troppo grasso per essere un professionista…

Non era grasso, ma robusto e questo si traduceva in una grande potenza sui pedali. Ricordo che un giorno, da giovane, lo vidi con un mio compagno dalla vetrina di un ristorante, rimasi sorpreso da quanto mangiava. Poi mi resi conto che per portare a regime quella “macchina” aveva bisogno di mangiare qualcosa più di noi.

Qual era allora la sua forza?

Non era solo la potenza sui pedali, che sicuramente non era comune, ma anche il suo modo di correre che per quell’epoca era qualcosa di assolutamente nuovo, fatto più di potenza, di ardimento calcolato. L’esempio fu a Reims nei mondiali del ’58: era andato subito in fuga Nencini con Bobet e Voorting, sembrava l’azione decisiva perché in casa del favorito Belgio c’erano Van Steenbergen e Van Looy che si facevano la guerra. Lui uscì dal gruppo al secondo dei 14 giri previsti e si agganciò al terzetto, poi stroncò Bobet e vinse con oltre 2 minuti di vantaggio. Fu il primo ed è stato l’unico a vincere titolo olimpico e mondiale e un grande Giro.

A Reims il toscano stacca tutti e batte i francesi in casa loro: Bobet è a 2’09”, Darrigade a 3’47” (foto Repubblica)
A Reims il toscano stacca tutti e batte i francesi in casa loro: Bobet è a 2’09”, Darrigade a 3’47” (foto Repubblica)
Siete rimasti in contatto nel tempo?

Non come avremmo voluto. Baldini ha poi avuto una grande carriera dirigenziale, anche come presidente di Lega. Il suo valore nel ciclismo italiano è stato forse sottovalutato perché non ha vinto tantissimo, ma come qualità delle sue vittorie in pochissimi sono in grado di stargli al passo. Quel che mi resta nel cuore è il suo modo di agire da direttore sportivo, soprattutto con i ragazzi più giovani, il classico rapporto padre-figlio con lui che cercava di trasmettere la sua grande esperienza. Un campione anche fuori dalle gare.