Vi ricordate di Museeuw? Ora a Roubaix corre suo figlio

17.01.2023
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Il ciclismo non è un lavoro semplice. In tanti ambiti siamo abituati a vedere genitori che trovano nei figli la loro ideale continuazione lavorativa, lasciano loro il posto, spianano la strada per il loro futuro. Nel ciclismo è molto difficile, ancor più se chi è tuo padre è stato un grande campione, di quelli che hanno contrassegnato un’epoca. E’ il caso di Stefano Museeuw, il figlio di Johan (nella foto d’apertura insieme durante il ritiro in Spagna).

Per i più giovani, Johan Museeuw è stato una colonna della Mapei, di quel nucleo di campioni dal quale è scaturita una storia ininterrotta di successi che prosegue ancor oggi attraverso la Soudal-Quick Step di Evenepoel e Alaphilippe. Allora, il team voluto da patron Squinzi aveva già una conformazione come quella degli ultimissimi anni, ossia di una squadra votata a fare il botto in ogni classica e Johan Museeuw era la perfetta incarnazione di quel profilo. Tre volte vincitore della Parigi-Roubaix come del Fiandre, iridato nel 1996 e poi una pioggia di altre classiche dal 1988 al 2004. Un fuoriclasse capace di affascinare un popolo come oggi fa Van Aert. Essere figlio di cotanto padre non è semplice.

Stefano Museeuw, 25 anni, è alla sua prima stagione con il Vc Roubaix
Stefano Museeuw, 25 anni, è alla sua prima stagione con il Vc Roubaix

Il figlio d’arte Stefano Museeuw ha 25 anni. E’ passato professionista nel 2020, ha sempre corso in squadre continental, quest’anno approda alla Go Sport-Roubaix Lille Metropole e la cosa affascina suo padre.

«Mi ha fatto davvero piacere – racconta Johan – quando ho saputo che passava nel team francese, Roubaix è una località che porta in me sempre dolci ricordi, anche quando sono stato battuto. Stefano ha iniziato a fare seriamente il ciclista 3 anni fa, ma era il tempo del Covid e non era davvero semplice potersi adattare. Ha corso in un team tedesco, poi uno belga e ora va in Francia. Ha bisogno del suo tempo».

Il fatto che abbia un nome italiano incuriosisce…

Anche suo fratello Gianni ha un nome italiano. Sono nati quand’ero in Italia e i loro nomi sono legati a due miei grandi amici e persone che stimo come Stefano Zanini e Gianni Bugno, compagni e avversari allo stesso momento. Io sono sempre stato innamorato dell’Italia, sono rimasto amico di tanti colleghi italiani tanto che preferisco parlare italiano piuttosto che francese. Però non ho mai baciato una ragazza italiana… 

Stefano Zanini e Johan Museeuw, primo e terzo all’Amstel ’96. Un’amicizia che dura ancora oggi. A sinistra, Mauro Bettin
Stefano Zanini e Johan Museeuw, primo e terzo all’Amstel ’96. Un’amicizia che dura ancora oggi
Com’è Stefano come corridore?

E’ difficile fare il ciclista se hai avuto un padre famoso. Io ho corso con Axel Merckx, era davvero bravo ma quel nome lo schiacciava, tutti facevano continuamente paragoni. Per Stefano è lo stesso, ma so che è spinto da una grande passione. Io sono contento dei suoi inizi, sta imparando tanto. Quando deve fare allenamenti sul ritmo usciamo spesso insieme, quando ha lavori più specifici chiaramente no, non ho più il fisico.

Ha qualche caratteristica che ha ereditato da te?

E’ un corridore molto tattico, sa leggere bene la corsa e quando si trova in gruppi di 30-40 corridori può dire la sua perché è abbastanza veloce. In salita tiene anche meglio di come riuscivo a fare io. Sa gestirsi bene anche se non ha un gran motore, lo sa bene lui stesso, ma è molto intelligente. Credo che gli manchi solo quel pizzico di furbizia che viene dall’esperienza, poi potrà togliersi delle soddisfazioni. Poi, è chiaro che per essere un campione devi avere tutto al massimo grado, ma io credo che un posto nel mondo del ciclismo importante potrà trovarlo.

Il figlio d’arte belga ha corso due anni con la Beat Cycling, formazione continental tedesca
Il figlio d’arte belga ha corso due anni con la Beat Cycling, formazione continental tedesca
Stefano corre in un’epoca di grandi campioni e dove il gruppo ha un’età media molto diversa da quella dei tuoi tempi. Quanto è cambiato il ciclismo da allora?

Tantissimo, strumenti come il power meter noi non li avevamo, ma non avevamo neanche le radioline in corsa e quindi dovevamo continuamente pensare a che cosa fare. E’ cambiato tutto: la dieta, l’allenamento, i tanti ritiri in altura, anche i soldi… Oggi è un ciclismo talmente sofisticato che anche la più piccola cosa, magari un capo d’abbigliamento diverso fa la differenza.

Tu sei stato il riferimento del ciclismo e quindi dello sport belga a cavallo del secolo. Oggi c’è Van Aert che smuove masse enormi quando gareggia nel ciclocross. Avveniva lo stesso ai tuoi tempi?

Ogni generazione ha i suoi fenomeni, oggi ce ne sono tanti e Van Aert è uno di questi. In Belgio il ciclocross poi è un’autentica cultura, anch’io l’ho fatto e so che l’importanza che ha il ciclocross in Belgio non è paragonabile a nessun’altra nazione. Van Aert è un campione universale, ma i vari Iserbyt o Vanthourenhout, al di là dei confini nazionali, non hanno grande visibilità. E’ la strada che dà la gloria imperitura, questo non cambierà mai.

La Roubaix del ’96 con il famoso arrivo in parata Mapei: 1° Museeuw, 2° Bortolami, 3° Tafi
La Roubaix del ’96 con il famoso arrivo in parata Mapei: 1° Museeuw, 2° Bortolami, 3° Tafi
Ti piace il ciclismo di adesso?

E’ molto diverso dal mio, ma mi piace, lo seguo sempre con passione. Anche se, a essere sincero, con tutti questi strumenti elettronici che si portano appresso, con quei cellulari con i quali riprendono tutto e sui quali sono costantemente appiccicati, lo trovo un po’ meno genuino di allora. Ma io sono di un’altra generazione…

Dalla Valle tra i pro’: merito di Giuliani e della Giotti Victoria

16.01.2023
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Il 2023 vede un bel rientro nel gruppo dei professionisti, si tratta di Nicolas Dalla Valle. Nella stagione scorsa il veneto aveva fatto quel passo indietro, ritornando tra le continental. Il 2021 era finito con la mancata riconferma alla Bardiani. La squadra da cui ripartire, invece, aveva il nome di Giotti Victoria. Quando succede una cosa del genere, è difficile reagire e riallacciare il filo che si era interrotto. Ma Dalla Valle, dopo appena una stagione, torna in una squadra professional: la Corratec.

Dalla Valle Bardiani 2021
Dalla Valle, qui con Roberto Reverberi, era passato professionista con la Bardiani nel 2020, per lui un biennio sfortunato
Dalla Valle Bardiani 2021
Dalla Valle, qui con Roberto Reverberi, era passato con la Bardiani nel 2020
Immaginiamo tu sia contento di essere tornato tra i professionisti…

Sì, e lo sono ancor di più perché correrò in una squadra che ambisce ad un determinato calendario. Me ne sono accorto la scorsa stagione di quanto sia fondamentale fare delle corse di buon livello per continuare a crescere. 

Come è iniziato questo 2023?

Bene, il tempo è clemente e pedalare diventa meno faticoso. Ripartirò a correre il 30 gennaio al Saudi Tour, quindi manca ancora poco e si ricomincia.

Alla Giotti hai avuto come diesse Stefano Giuliani, come ti sei trovato con lui?

In realtà lo conosco da sempre, sia per nome che per fama. E’ stato anche diesse di mio padre Gabriele alla Mobilvetta tra il 1998 ed il 1999. Giuliani è una figura molto carismatica e con tanta voglia di fare, quando ci siamo parlati mi ha dato subito fiducia e mi ha promesso anche un buon calendario. E così è stato, per una continental non è mai semplice ma Stefano ha avuto il merito di mantenere la promessa fatta. Nel 2022 ho fatto 55 giorni di corsa. 

Dalla Valle Romania 2022
Dalla Valle ha avuto tanta costanza nel 2022: quattordici top ten per lui ed una grande crescita (foto Instagram)
Dalla Valle Romania 2022
Dalla Valle ha avuto tanta costanza nel 2022: quattordici top ten per lui ed una grande crescita (foto Instagram)
Come trasmette il proprio carisma alla squadra?

Lui è una persona molto seria e professionale, il suo lavoro lo fa sempre al massimo. Punta ad essere una figura di riferimento per tutti i suoi ragazzi. Una cosa che mi ha sempre colpito è che nelle sue squadre siano passati tanti corridori come me in cerca di riscatto e che molti sono riusciti a ricostruirsi. Sapete, quando ce la fa uno o due magari non ci si fa molto caso, ma quando iniziano ad essere di più vuol dire che del merito c’è.

In che modo secondo te riesce a “ricostruire” i corridori?

Giuliani è molto esigente, pretende sempre il massimo impegno, però non è mai esagerato, è in grado anche di premiare i ragazzi trovando sempre il momento giusto. Vi faccio un esempio: al Sibiu Tour, dopo la prima tappa, lunga 210 chilometri e corsa sotto la pioggia, dove ero arrivato secondo, al posto della pasta, a cena, ci ha fatto trovare una pizza. E’ un modo per premiare gli sforzi che fa bene al morale di un corridore.

Nel biennio alla Bardiani non hai avuto così tanta continuità.

Sono state due stagioni sfortunate (il 2020 ed il 2021, ndr), nelle quali non ho trovato la possibilità di mettermi in mostra. La prima annata con i Reverberi ho messo insieme 29 giorni di corsa, la seconda 32. La continuità aiuta a crescere e migliorare corsa dopo corsa.

Come si affronta il ritorno nella categoria continental?

Lo si vive sempre come una sconfitta, Giuliani in questo è stato bravo insegnandomi che non lo è affatto. La prima cosa da fare è ricostruirsi, analizzarsi ed accettare i propri sbagli. Si tira una bella linea sul passato e si inizia da zero. 

Tour of Szeklerland 2022, Nicolas Dalla Valle vincitore di due tappe e della classifica a punti
Tour of Szeklerland 2022, Nicolas Dalla Valle vincitore di due tappe e della classifica a punti
A 24 anni, una volta tornato in una continental c’è il pensiero che possa essere l’ultima spiaggia?

Certo, questo pensiero deve esserci perché la realtà va affrontata. Ma non bisogna farsi abbattere, bensì trarne motivazione e spinta. La prima vittoria mi ha dato una grande mano per ritrovare la fiducia, anche se devo essere sincero: sentivo che qualcosa si stesse sbloccando anche prima. 

Come è arrivata la possibilità Corratec?

Il mercato del ciclismo è sempre difficile e c’erano tanti fattori da considerare: l’età ed il fatto che ci sia una crisi tra le squadre e molte chiudono. A 25 anni sei considerato vecchio e questo non aiuta, però i buoni risultati ottenuti (quattordici top 10, due vittorie, tre secondi posti e due terzi posti, ndr) mi hanno permesso di guadagnarmi il mio spazio. Giuliani mi ha dato una mano anche in questo visto che grazie a lui, nel mese di settembre, sono riuscito ad entrare in contatto con Fondriest ed Alberati.

Da quanto abbiamo capito il calendario ed i risultati sono stati i fattori che ti hanno permesso di emergere.

Sì, è innegabile. Correre il Tour of Hellas, il Giro di Ungheria e tutte le corse a tappe in Romania, più quelle italiane mi ha dato un qualcosa in più. La fiducia di cui parlavamo anche prima passa dal fare corse di alto livello.

Per Dalla Valle 55 giorni di corsa con la Giotti Victoria e con molte gare internazionali (foto Instagram)
Per Dalla Valle 55 giorni di corsa con la Giotti Victoria e con molte gare internazionali (foto Instagram)
Qualcuno potrebbe storcere il naso sentendo definire quelle gare come di “alto livello”.

La realtà è che lo sono, nel tempo sono sempre migliorate. Al Giro di Ungheria c’erano velocisti di primo livello: Kooij, Viviani, Groenewegen, Jakobsen… Al Sibiu Tour erano presenti ben sei squadre WorldTour, mentre in Grecia le WorldTour erano due ma c’erano tante professional: come la Drone-Hopper, la Bingoal, Caja Rural e Novo Nordisk.

Ritornare tra le professional lo consideri un arrivo?

No. E’ una possibilità che la Corratec mi sta dando, un’altra ripartenza, diversa da quella che ho fatto l’anno scorso con la Giotti, ma sempre di una ripartenza si tratta. 

E’ stata più difficile la ripartenza dell’anno scorso o lo sarà più quella di quest’anno?

Sono due cose molto diverse. Da un lato c’era la sconfitta per non essere riuscito a rimanere tra i professionisti. Questa la considero una ripartenza vittoriosa, l’obiettivo era quello di tornare nel ciclismo dei grandi e ci sono riuscito, ora devo dimostrare di poterci rimanere. 

Punti UCI 2023-2025, più peso ai grandi Giri

16.01.2023
4 min
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Lo scorso anno più volte abbiamo trattato della questione dei punti UCI. Un aspetto che ha creato anche diverse polemiche nell’anno in cui si chiudeva il primo triennio per la classifica delle squadre e quindi delle retrocessioni-promozioni (in apertura, foto MyVaud).

Ma dal primo gennaio la corsa è ripartita. Il nuovo triennio si chiuderà nel 2025. E per questo nuovo “giro di ruota”, alcune cose sono cambiate. Merito anche delle rimostranze delle squadre.

Arnaud De Lie tra maggio e giugno scorso ha portato a casa 3 vittorie in corse più piccole accumulando molti punti
Arnaud De Lie tra maggio e giugno scorso ha portato a casa 3 vittorie in corse più piccole accumulando molti punti

Più peso ai GT

Cosa è cambiato? Il nocciolo più importante riguarda l’assegnazione dei punti nelle corse a tappe. Queste assumono più importanza, soprattutto i grandi Giri, ma crescono di peso anche le classiche monumento e i maggiori eventi (mondiali e Olimpiadi).

L’obiettivo è quello d’incentivare i migliori corridori a partecipare alle gare più importanti. Ma bisognerà vedere se poi sarà così. La Lotto-Dstny, per esempio, ha detto che non verrà al Giro d’Italia. Anche se proprio in virtù di queste nuove norme sembra ci stia ripensando.

E proprio un corridore della Lotto che lo scorso anno non era al Giro ha contribuito più di tutti al alzare la questione. Parliamo di De Lie che a maggio 2022, vincendo delle piccole (se non piccolissime) corse tra Belgio e Olanda, conquistò più punti di molti colleghi che fecero bene o addirittura vinsero tappe nella corsa rosa. Un bell’inghippo.

E così per ovviare a questo problema o quantomeno per ridurlo, l’UCI ha deciso di aumentare il fattore di moltiplicazione dei punteggi nei grandi giri: 1,6 nelle corse a tappe WT, nei monumenti, nel mondiale e nella gara olimpica. E di un fattore 1,3 per le crono iridata e olimpica.

Più peso ai grandi Giri, ma con il fattore di moltiplicazione uguale per tutti il Tour (che già assegnava qualche punto in più) ci guadagna ulteriormente
Più peso ai grandi Giri, ma il Tour (che già assegnava qualche punto in più) ci guadagna ulteriormente

Sempre più WT 

Sempre in merito ai grandi Giri, fino a quest’anno prendevano i punti solo i primi cinque classificati di ogni frazione. Da adesso in poi li prenderanno i primi 15 nelle tappe delle gare WT e i primi 10 nelle tappe delle altre corse a fronte dei primi tre come era stato fino all’anno scorso.

Non solo aumentano i corridori che andranno a punti, ma anche i punti stessi. E di parecchio. In pratica vengono quasi raddoppiati. Una tappa del Giro ne assegnava 100, ora ne assegna 180. Una del Tour ne assegnava 120, ora ne assegna 210 (la corsa francese guadagna un po’ in scala assoluta). E gli stessi punti aumentano anche per i conquistatori delle maglie a fine grande Giro.

In questo modo però il WT diventa ancora più importante. E guadagna ancora margine rispetto ai circuiti ProSeries e continentali. I punteggi in ballo sono cresciuti quasi del 30% mentre quelli degli altri circuiti sono rimasti pressoché invariati se non si sono ridotti. Il baratro tra WT e resto del mondo potrebbe allargarsi ulteriormente.

Valverde e Mas da soli (o quasi) hanno tenuto in piedi la Movistar che prima della Vuelta rischiava di retrocedere
Valverde e Mas da soli (o quasi) hanno tenuto in piedi la Movistar che prima della Vuelta rischiava di retrocedere

La rosa, più del singolo

Altro intervento non da poco è l’estensione dei punteggi ai primi 20 atleti di ogni squadra anziché ai primi 10. In pratica portano “acqua al mulino” più persone e nel suo insieme conta molto di più la rosa che il singolo corridore. Casi emblematici, in tal senso, sono stati quelli della Alpecin-Deceuninck e della Movistar rispettivamente con Van der Poel e Philipsen, e Valverde e Mas, che contribuivano al grosso della torta. Tolti loro, gli altri uomini e in particolare gli ultimi 4-5 corridori fornivano davvero pochi punti.

E infatti facendo una proiezione dei vecchi risultati col nuovo regolamento, le due squadre sono quelle che avrebbero un incremento minore. Mentre al contrario, la Soudal-Quick Step con tutti i buoni corridori che ha in rosa esploderebbe.

Piuttosto sorge un dubbio ancora più forte. Ma se come diceva Cimolai sin qui i punti hanno inciso non poco, cosa succederà ora che in ballo nel WorldTour ce ne sono ancora di più? Questa nuova metodologia di assegnazione dei punti inciderà anche sulle tattiche di gara?

EDITORIALE / Come cambia il mestiere del corridore

16.01.2023
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Trent’anni fa Sergio Neri scrisse un testo dedicato ai corridori, tracciando la linea guida del loro mestiere. Era denso di valori come viaggio, scoperta, ispirazione, carattere, dedizione, impegno, gusto per la fatica, rinunce fatte per sostenere l’impegno di uno sport che non è gioco, ma la perfetta metafora della vita. Il mestiere del corridore.

«Quando penso agli anni in Belgio con Ballerini – ha ricordato Andrea Tafiricordo il tanto tempo passato insieme a parlare. A spiarci fra noi per capire le scelte tecniche che facevano gli altri corridori. Era bello. Non avevamo lo stress di oggi. Ogni volta che parlo con Bettiol, me lo conferma. Devi essere super concentrato e non basta. E’ cambiato il modo di allenarsi e di correre. Prima ci divertivamo di più, si aveva uno spirito diverso. Ormai però il ciclismo è cambiato, è andato avanti come il mondo».

Con la stagione 2023 in partenza da Australia e Argentina, vogliamo soffermarci su una somma di pensieri che si sono formati nelle ultime settimane, parlando di preparazione, punteggi, vincoli e vite di corridori.

Tafi ha messo a confronto il ciclismo romantico dei suoi anni con quello sfrenato di oggi
Tafi ha messo a confronto il ciclismo romantico dei suoi anni con quello sfrenato di oggi

Come Nibali e Valverde

La vita da corridore nel testo di allora era un fluire faticoso e poetico. E’ ancora così, oppure essere corridori è un asfissiante star dietro a tabelle e rigidità?

Madiot ha parlato del paradosso di Pinot, che ha rifiutato vari strumenti per andare più forte. Come i ritiri in altura cui si è rassegnato un paio di anni fa. Che pur professando la sua voglia di normalità, condivide gli allenamenti su Strava. E che, quando uno degli sponsor della squadra è andato a consegnargli l’orologio per monitorare il sonno notturno, lo ha guardato come fosse un marziano.

Chi ha smesso anzitempo probabilmente non è riuscito a tenere in mano il filo del discorso, lasciando che il mondo fuori si imponesse del suo mondo interiore. Lo ha raccontato benissimo Dumoulin, spiegando come da un certo punto abbia cominciato a perdere il controllo della sua carriera.

I corridori che invece sono durati di più, come ad esempio Nibali o Valverde, sono nati da una base più consapevole. Hanno imparato a dire qualche no. Condividevano la stessa genialità e hanno capito che le fondamenta del lavoro sono rimaste le stesse. Sono cambiati invece il contesto, le velocità, le esigenze e la visione dello sport.

Alla Vuelta del 2022, l’omaggio del gruppo per Valverde e Nibali, alle ultime corse della carriera
Alla Vuelta del 2022, l’omaggio del gruppo per Valverde e Nibali, alle ultime corse della carriera

La fase di passaggio

Se nascevi corridore un tempo, i valori raccontati da Sergio Neri li avevi cuciti addosso. Se sei nato corridore nella fase di passaggio, potresti esserti trovato nei guai. A metà fra il ritmo romantico raccontato da chi c’era e la spinta vertiginosa di chi è già allo step successivo.

E se nasci corridore oggi, preparati per una carriera ad alta velocità, non necessariamente lunghissima. Avrai tanti referenti e pochissimo tempo per ambientarti, ma ti sembrerà normale.

Le eccezioni si chiamano campioni. Evenepoel, Pogacar e Van Aert sembrano capaci di restare in sella senza togliere troppo alla loro normalità. Dipende tutto dalla velocità del processore, da quel che si considera normale e quello che non lo è, quello che è necessario e quello di cui si può fare a meno. Come dare in mano lo stesso smartphone a un sedicenne e insieme a un cinquantenne. Magari il più giovane non saprà spiegarti il perché di certe funzioni o da quali esigenze siano nate, ma è certo che saprà usarlo subito e meglio e con automatismi pazzeschi, senza bisogno del manuale.

Evenepoel e Pogacar: oltre al lato tecnico, la loro grandezza sta nella naturalezza con cui vivono lo sport
Evenepoel e Pogacar: oltre al lato tecnico, la loro grandezza sta nella naturalezza con cui vivono lo sport

Il grosso errore è valutare il presente volendolo uguale al passato. Al massimo, a essere davvero bravi, si può ridisegnare il presente senza dimenticare il passato. Lasciarlo invece in mano agli interessi particolari significa non avere una progettualità e tantomeno il controllo della situazione.

L’interesse di chi?

La tecnologia serve, ma non è tutto. Anche parlando di posizione in sella, si è capito nei giorni scorsi che i sistemi di posizionamento sono utili, ma l’osservazione dell’atleta lo è di più. Se di questo è consapevole chi gestisce la formazione degli atleti più giovani e permette loro di crescere ascoltando la testa prima che i suoi stessi ordini, l’approccio con le loro carriere sarà di vera consapevolezza.

Per questo bisognerebbe stare attenti nel trasformare lo sport di base in un laboratorio al servizio del professionismo: ci sono anche altre esigenze. Gli interessi delle squadre (che puntano a monetizzare i punteggi dei propri talenti), gli interessi dei gruppi sportivi WorldTour (che fanno di tutto per accaparrarsi gli atleti migliori) e gli interessi degli agenti (che guadagnano sulla somma delle percentuali) non distolgano dall’interesse primario: quello del corridore.

Riparte dall’Australia anche Aleotti: talento italiano che corre alla Bora-Hansgrohe a metà fra gregariato e le sue chance
Riparte dall’Australia anche Aleotti: talento italiano che corre alla Bora a metà fra gregariato e le sue chance

Che siano destinati a vivere in un ciclismo romantico oppure matematico, il dato oggettivo che resta è uno solo: troppi passano, tanti smettono e altrettanti non hanno la carriera che avevano lasciato intuire. Villella è andato forte nell’italiana Liquigas, si è perso nelle squadre straniere in cui è andato dopo.

Il pretesto per cui ciò accade è il principio per cui sia giusto dare a tutti la possibilità di partire e di provarci. Guai pensare di porvi un freno. Ma ci siamo chiesti se davvero tutti siano pronti per riceverla o se ne abbiano davvero bisogno.

La gravidanza di una ciclista. Una gara lunga 9 mesi

16.01.2023
7 min
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Diventare mamma alla fine della propria carriera agonistica è stato un pensiero ricorrente di tante atlete, specie in epoche passate ed in qualsiasi sport. Col passare del tempo però si è sdoganato questo dogma e così sono più frequenti gli esempi di atlete che hanno affrontato la gravidanza nel pieno della loro attività. Considerando la complessità dei suoi sforzi, non ne è rimasto esente nemmeno il ciclismo.

Come si vive quindi a livello psico-fisico il periodo pre e post maternità? Abbiamo voluto chiederlo a Marta Bastianelli che nel 2014 è diventata madre di Clarissa e poi tornò alle corse molto più forte di prima. Prima però vale la pena ricordare altri casi, nei quali curiosamente troviamo altre campionesse del mondo che sono diventate mamma o lo saranno.

Marta Bastianelli e suo marito Roberto De Patre. Da loro a maggio 2014 è nata Clarissa
Marta Bastianelli e suo marito Roberto De Patre. Da loro a maggio 2014 è nata Clarissa

Mamme in gruppo

L’ultimo in ordine temporale è quello di Chantal Blaak che partorirà a maggio e che finora ha partecipato – e pedalato! – ai training camp della sua SD Worx. Fra qualche settimana dovrebbe scadere il termine per Tatiana Guderzo, che tuttavia aveva già annunciato da tempo che il 2022 sarebbe stato la sua ultima stagione. Chi sta invece per tornare ad attaccarsi il numero sulla schiena è Lizzie Deignan. Dopo la bambina avuta a settembre 2018, quattro mesi fa l’inglese della Trek-Segafredo ha partorito il secondo figlio (in apertura, un’immagine tratta da Instagram della campionessa con il piccolo Shea), per il quale la sua formazione le aveva rinnovato il contratto fino al 2024.

Un’altra iridata (della pista) e compagna di Deignan è Elinor Barker cui lo scorso marzo è nato Nico. La gallese della Uno-X aveva rivelato di aver vinto l’argento olimpico a Tokyo nell’inseguimento a squadre che era già incinta senza saperlo. C’è anche la lituana Rasa Leleivyte dell’Aromitalia Vaiano che a gennaio del 2014, mentre preparava il rientro in gruppo, vinse una mezza maratona pochi mesi dopo aver dato alla luce Alberto che adesso la segue spesso alle gare.

Marta, torniamo indietro di qualche anno e alla tua gravidanza. Era stata programmata?

A dire il vero no. Con Roberto (Roberto De Patre, suo marito, ndr) avevamo però manifestato il desiderio di diventare genitori. Non c’è stato un vero motivo, ma qualcosa che mi sentivo dentro da un po’ di tempo. Un insieme di contesti in cui mi sentivo bene. Ed è avvenuto spontaneamente, senza pressioni, poi lo abbiamo vissuto con tranquillità.

Nel periodo in cui hai pensato di diventare mamma, andavi alle gare con qualche remora o paura di compromettere quel progetto familiare?

No, mai. Ho sempre corso serenamente e senza mai tirare i freni. Mi sono sempre buttata nelle volate. Nel 2013 ero alla Faren. A maggio ho vinto la prima tappa del Tour Languedoc, disputando regolarmente il mio calendario. La mia annata l’ho interrotta chiaramente di colpo a settembre quando ho scoperto di essere incinta.

Durante i nove mesi di gravidanza guardavi già avanti a quando e come saresti rientrata?

Zero (ride, ndr). Devo dirvi che il ciclismo era l’ultimo dei miei problemi. Lo seguivo in maniera leggera, il minimo indispensabile. Restavo aggiornata grazie alle Fiamme Azzurre, visto che ero comunque una loro tesserata. In quel periodo ho preso i chili che si prendono normalmente quando si aspetta un bambino. Non pedalavo, a differenza di quello che fanno adesso. Personalmente all’epoca non avevo tanta voglia di usare la bici, neppure per tragitti cortissimi. Anche perché purtroppo adesso sta diventando pericoloso pedalare per tutti. Insomma, la bici poteva aspettare.

Com’è stato il rientro?

L’ho fatto gradualmente. A settembre, quattro mesi dopo che era nata Clarissa, ho corso i campionati italiani in pista vincendo due bronzi, nel keirin e nei 500 metri. Per il resto è stata parecchio dura. Avevo perso tanto sul piano atletico. Dovevo ricominciare daccapo. Però quando dicono che i muscoli hanno memoria non è affatto una sciocchezza. E’ decisamente vero, tant’è che non appena ho preso il ritmo, tutto è stato più semplice. Anzi, sono tornata più forte, ho vinto di più e meglio.

Tante tappe e classiche, Gand, europeo, Fiandre, campionato italiano. Risultati alla mano, dopo la gravidanza hai ottenuto 38 delle tue 40 vittorie. Qual è il motivo?

Non saprei dirvi cosa possa scattare sul piano fisico. Per tornare a quei livelli ci ho messo un po’, ma non è solo merito mio. Dietro ci sono sempre state due squadre che mi hanno aiutato e che mi aiutano tutt’ora. Una è quella in cui corri in quel momento, con lo staff atletico e dirigenziale che ti segue in tutto, proprio come adesso. L’altra è la famiglia. Un team di persone a casa che ti supporta e ti asseconda. Perché devi avere qualcuno che ti accudisca la figlia mentre lei è ancora piccola e tu sei in giro per il mondo a correre. Ancora oggi è così e non ringrazierò mai abbastanza chi mi ha aiutato finora.

Ti ripetiamo la domanda di prima. Ora che sei mamma, corri con qualche condizionamento?

Sì, certo. Adesso un pensiero a mia figlia e a chi ho a casa ce lo faccio. Sia chiaro, corro sempre al massimo, ma non c’è più quella cattiveria ed incoscienza che avevo prima. Credo tuttavia che sia dovuto all’età, non necessariamente all’essere mamma.

Fiandre 2019. Una delle più belle vittorie di Bastianelli dopo la gravidanza
Fiandre 2019. Una delle più belle vittorie di Bastianelli dopo la gravidanza
C’è differenza tra una mamma che corre in bici per lavoro ed un papà che fa lo stesso mestiere?

Che differenza c’è tra moglie e marito? Si sa che la moglie fa tutto (ci dice ridendo, ndr). I padri ciclisti hanno meno pressioni, come è normale che sia, perché a casa ci pensa la moglie. Facendo anche la mamma, per me il lavoro è triplo. Ormai il mio stress-control fa parte di me, non lo calcolo più su Training Peaks (sorride ancora, ndr). A parte le battute, sono fortunata perché Roberto è stato corridore (pro’ per cinque stagioni, ndr) e capisce velocemente tutte le situazioni. Un giorno ne parlavo proprio con la Deignan, anche lei nelle mie stesse condizioni.

Questa dovrebbe essere la tua ultima stagione. Marta Bastianelli mette in preventivo una seconda gravidanza?

Ora penso a correre al meglio questo 2023, poi perché no? Anzi, direi proprio di sì, è una delle cose belle della vita.

Pontoni tuona: «A Hoogerheide ne porto solo 14»

16.01.2023
5 min
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Meno di 24 ore fa si sono chiusi i Campionati italiani di ciclocross ed è già tempo di primi bilanci. Il cittì Daniele Pontoni ha le idee più che chiare e a caldissimo, nel retro del podio, ci spiega cosa ha visto, soprattutto pensando agli imminenti mondiali di Hoogerheide, in Olanda, all’inizio del prossimo mese. 

E’ giusto però fare un preambolo molto importante: appena qualche giorno fa Pontoni aveva strigliato l’intero gruppo del cross, sia maschile che femminile. Non aveva digerito le brutte prestazioni in Coppa del mondo a Zonhoven. Sulla brace erano finiti soprattutto gli juniores. Da qui l’idea di portare in Olanda una nazionale all’osso.

Il cittì Daniele Pontoni (classe 1966) qui con l’assessore allo sport, moda e turismo di Roma, Alessandro Onorato
Il cittì Daniele Pontoni (classe 1966) sul podio di Ostia ai tricolori 2023

Nazionale “slim”

«I giornali qualche volta calcano un po’ la mano – dice Pontoni – ma è anche giusto. Così come è giusto dare un segnale da parte mia. I ragazzi e le ragazze di tutte le categorie hanno avuto tante possibilità ed era giusto dare un segnale importante. E dare, come ho sempre detto, il giusto valore che deve avere la maglia azzurra. Pertanto vado avanti su questa strada con il supporto di tutti e seguendo questa linea vi preannuncio che ai mondiali ci saranno sette uomini e sette donne».

Ecco dunque la nazionale “slim”, snella, di cui Pontoni aveva parlato. In nazionale ci va chi è pronto e competitivo. Un po’ come dire basta, o quantomeno frenare quell’approccio soft, di crescita, di esperienza, di prospettiva, del perdonare piccoli errori o mancanze…

Probabilmente ciò che non è piaciuto a Pontoni è stato l’approccio in generale di alcuni atleti. Impegno nell’arco di tutta la corsa, approcci soft, quell’idea (molto italiana non solo nello sport) di stare ancora “nel nido”… fino a programmazioni di preparazioni che non vedevano nella convocazione in azzurro un momento top, ma solo un passaggio…

Tutte le categorie hanno corso al massimo, rispondendo alla strigliata di Pontoni
Tutte le categorie hanno corso al massimo, rispondendo alla strigliata di Pontoni

Nessuna punizione

Quindi bisognava dare una scossa. Da qui il giro di vite, condivisibile, del cittì.

«Non metto in punizione nessuno – spiega con passione Pontoni – semplicemente va in nazionale chi merita davvero e per tutti ci sarà la possibilità d fare bene il prossimo anno. Nessuna preclusione. La nazionale non finisce qui, ma è giusto andare avanti su questa linea».

«Chi si è guadagnato questa convocazione? Chi ha meritato sul campo e non per meriti diversi. Anche per questo io e tutto lo staff siamo fiduciosi di fare un bel mondiale, sia nel team relay che nelle corse individuali».

Ma qual è stato il fattore scatenante per arrivare alla nazionale slim e allo stop delle “convocazioni allargate”? 

«Più che un fattore scatenante, sono state tante piccole gocce a far traboccare il vaso. Forse doveva succedere alla fine dell’anno, ho dato ancora una possibilità a tutti, ma adesso andiamo sul metodo che ritengo corretto in questo momento».

Il tecnico friulano ha parlato in modo chiaro
Il tecnico friulano ha parlato in modo chiaro

Più meritocrazia

«Al prossimo mondiale – va avanti il tecnico friulano – in alcune categorie avremo al massimo tre rappresentanti, in altre due e in altre ancora uno o una sola. Questo vale per il mondiale, ma anche per la Coppa del mondo. D’ora in avanti andiamo a scremare in vista degli appuntamenti importanti. Ho il sostegno federale: è giusto premiare  chi merita di più, perché la vita è meritocrazia. Qualcuno era un po’ troppo tranquillo, un po’ troppo rilassato e forse si sentiva già sicuro di una convocazione certa. Ma così non è mai stato e io non ho mai dato questo segnale.

«Per come interpreto io la nazionale e la maglia azzurra, credo che questa sia la gestione corretta. In azzurro viene chi è pronto. Quando ho allargato la rosa, l’ho fatto per dare più possibilità a tutti, come credo sia giusto. Serve allargare la base di lavoro. Abbiamo testato 40 ragazzi. Abbiamo acquisito un database importante anche con il supporto del gruppo performance della Fci».

Un solo dubbio

Ma poi c’è anche il bicchiere mezzo pieno e ieri i ragazzi e le ragazze hanno dato a Pontoni il segnale che voleva. Tutti e tutte hanno corso con grinta, con il coltello tra i denti. Come se tutto fosse ancora aperto… E forse qualcuno lo ha messo in difficoltà.

«Quello che avevo deciso prima, oggi (ieri, ndr) – chiarisce Pontoni – è stato confermato sul campo. L’unico dubbio riguardava la gara elite maschile, che poi era quella che si sapeva essere la più aperta. Quindi nessuna difficoltà nel fare le scelte e anche gli atleti mi hanno, fra virgolette, agevolato. Ma soprattutto ho visto quell’impegno che mi piace vedere e l’ho visto in tutte le categorie e fino alla fine

«Insomma i ragazzi e le ragazze hanno risposto bene. Per qualcuno sarà troppo tardi ormai, qualcun altro ha dato segnali importanti».

Infine un giudizio sulla gara maschile, quella del cambio generazionale di cui abbiamo parlato ieri con tre millennial nei primi quattro posti, gli stessi che hanno preso in mano la gara.

«In effetti è stato un bel segnale pensando al futuro. E spero lo sia anche per le squadre. Se anche le società vorranno impegnarsi per fare più attività internazionale, sarà l’ideale, perché non possono sempre aspettare la Federazione.

«La Federazione fa il suo percorso, ma ci sono anche i team che devono fare il loro. Io le squadre le ringrazio perché senza di loro non avremmo la base e non avremmo materiale umano». 

Fabbro, lavori in corso per un 2023 di rivincite

16.01.2023
4 min
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Il suo contratto è in scadenza al termine di questa stagione. Per Matteo Fabbro la Bora Hansgrohe ha rappresentato una svolta nella carriera che lo ha portato al ciclismo WorldTour al fianco di campioni e con responsabilità mai banali. L’anno scorso, complice una bronchite arrivata in un momento delicato, subito dopo la Tirreno-Adriatico, non è riuscito a disputare corse al livello delle sue aspettative. Il 27enne friulano nel 2020 e 2021 ha dimostrato di essere un ottimo gregario con anche tanto margine di crescita personale.

In cerca del giusto spazio per cogliere l’occasione giusta, viene da sé che il 2023 sarà un anno spartiacque sia per l’età che per la sua carriera. Così Matteo ha accettato di darci qualche spunto e aspettativa sulla stagione alle porte.

A dicembre Matteo Fabbro è stato in ritiro con la squadra a Mallorca
A dicembre Matteo Fabbro è stato in ritiro con la squadra a Mallorca
Sei già stato al caldo per il ritiro invernale?

Sì, abbiamo fatto un ritiro a dicembre a Mallorca e a gennaio siamo liberi. Io andrò per conto mio a Gran Canaria e poi andrò diretto alla Volta a la Comunitat Valenciana il 1° febbraio. 

Come sta andando la preparazione?

Buone sensazioni, tutto nella norma. Abbiamo affrontato una preparazione diversa dall’anno scorso perché nel 2022 era più incentrata sul Giro d’Italia. Quest’anno mi preparo lo stesso per il Giro, ma sto cercando di avere un po’ più spazio nelle corse prima e quindi farmi trovare pronto

Quali obiettivi ti ha indicato la squadra?

Essere di supporto al Giro per Vlasov e, se ci sarà l’opportunità, di giocare le mie carte magari con attacchi da lontano oppure su alcune tappe diciamo che mi lasceranno un po’ più di libertà. Siamo i vincitori uscenti con Hindley quindi avremo gli occhi puntati addosso. Ci ripresentiamo con una squadra forte, ma riconfermarsi non è mai facile. Vedremo a ridosso quale sarà la condizione. A me basta non ammalarmi prima e dover dare forfait come ho dovuto fare l’anno scorso a causa della broncopolmonite dopo la Tirreno-Adriatico.

Per questo il tuo 2022 non ha brillato?

E’ stato un brutto anno. Ho fatto uno stop di tre settimane post Tirreno appunto senza toccare la bici. Una battuta d’arresto così lunga in quel periodo è cruciale per tutta la stagione. Infatti ho iniziato ad avere buone sensazioni e andare forte a fine 2022 come al Lombardia, ma ormai le occasioni erano sfumate. 

Matteo Fabbro è del 1997, è passato pro’ nel 2018. Al termine del 2023 scadrà il contratto con la Bora-Hansgrohe
Matteo Fabbro è del 1997, è passato pro’ nel 2018. Al termine del 2023 scadrà il contratto con la Bora-Hansgrohe
Quali sono i tuoi appuntamenti importanti del 2023?

Dovrei fare Giro e Vuelta, però manca ancora tanto, le variabili sono infinite, quindi mi pongo degli obiettivi più vicini che sono andare forte al Giro e al Catalunya. 

Quindi al giro sarete presenti con altre punte?

Hindley non difenderà la maglia rosa, ma ci saranno Vlasov e Kamna che punteranno alla classifica. Noi saremo tutti di supporto e qualora ci fosse l’occasione saremo pronti a giocarci le nostre carte. 

Ti sei già fatto un’idea dei percorsi?

Quello della Vuelta non è un brutto percorso, ma secondo me il Giro è ancora più duro. Penso che sarà simile a quello del 2020. Ci sono tappe lunghe e specialmente l’ultima settimana non perdonerà. Specialmente quello che verrà sprecato nella prima parte, si pagherà alla fine. Ci sono due crono da non sottovalutare. Sulla carta è a mio avviso più impegnativo del 2022. 

Il tuo contratto scadrà a fine stagione, come vivi questa situazione?

Sicuramente da una parte è uno stimolo. Io sono motivato a riscattarmi dalla stagione scorsa penalizzata dagli infortuni e vicende varie. Ho passato un anno a rincorrere la condizione e sicuramente proverò a farmi vedere nella prima parte. Non farò a malincuore la Tirreno, perché è una corsa cui tengo particolarmente. Però sarò al Catalunya e vedendo il percorso, non è semplice nemmeno quello. 

Fabbro alla Vuelta ha visto crescere la sua condizione dopo un 2022 in salita
Fabbro alla Vuelta ha visto crescere la sua condizione dopo un 2022 in salita
Tornando alla tua preparazione, hai fatto modifiche durante l’inverno?

Ho modificato un po’ la posizione in ritiro e mi sono arretrato leggermente. Poi sono passato al manubrio aero della Roval, perché quello che usavo era un modello precedente. 

Come mai questo arretramento?

Mi sentivo un po’ scomodo. La mia sensazione era quella di non riuscire a chiudermi specialmente quando mettevo le mani basse. Da quando ho iniziato a pedalare questo inverno in ritiro, con i tecnici Specialized abbiamo deciso di fare questa piccola modifica. 

Sono cambiamenti di posizione naturali o è dovuto ad altro?

Ero molto estremo prima, al limite in avanti. Un altro elemento che ha forse inciso è l’aver cambiato le scarpe. Avevo le S-Works ed essendo andate fuori produzione da quest’anno sono passato alle Ares. Siamo arrivati a questa conclusione. Ogni tanto ci sta fare qualche piccolo cambiamento. Poi si parla di millimetri, finezze che a livello mentale rappresentano accortezze che possono aiutare. 

Fontana vince il tricolore della nuova generazione

15.01.2023
4 min
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Quello che si è da poco concluso è forse il tricolore della nuova generazione. La gara che ha segnato il passaggio di potere ai millennial. Dal vincitore, Filippo Fontana, al secondo Davide Toneatti, a Federico Ceolin che è stato uno dei protagonisti. E anche Jakob Dorigoni (terzo) di anni ne ha 25, non è un matusalemme.

Il sole spunta e al tempo stesso allunga le ombre sulla pineta di Castel Fusano e sul Camping Roma Capitol. Per assurdo è più fresco col sole, che la mattina con le nuvole. Ma nell’aria c’è il calore delle gara più attesa. E anche la più incerta. 

Oracolo Fruet!

Alla fine aveva ragione Martino Fruet. Sia a predire una gara tattica, sia a inserire Filippo Fontana tra i favoriti. Soprattutto in caso di fettucciato stretto. In pratica: “passa l’angelo e dice amen”!

Vanno via in quattro: Fontana, Ceolin, Dorigoni e Toneatti. Menano, tirano, mollano, riaccelerano, ma lentamente rientra Gioele Bertolini, “il vecchio” con i suoi 28 anni. I vincitori degli ultimi quattro titoli, Gioele appunto e Jakob, c’erano. Come Fruet diceva!

Però sono i giovani a dare le menate più feroci. E forse Ceolin spreca troppo. La fila si allunga. Sono tutti con le spalle oltre la ruota anteriore: spingono anche col collo…

La guida ottima di Fontana gli ha permesso di risparmiare energie quando non si sentiva al top nella prima parte di gara
La guida ottima di Fontana gli ha permesso di risparmiare energie quando non si sentiva al top nella prima parte di gara

Fontana di classe 

Filippo Fontana soffre, anche se da fuori non sembra.

«Eppure – racconta il neo campione italiano – è così. Nella parte centrale non stavo affatto bene e non credevo neanche che avrei tenuto le ruote. Poi, non so perché, ad un giro e mezzo dalla fine ho sentito che la gamba è tornata a girare come volevo io. A quel punto ho pensato a come giocarmi le carte.

«Avrei dovuto prendere in testa il tratto tecnico, quello del fettucciato più stretto. Sapevo che se fossi entrato in testa lì poi sarebbe stato difficile passarmi di nuovo. E così ho fatto. Mi sono buttato dentro deciso, ho spinto forte e ho preso un piccolo margine.

«Paura del ponte finale? Più che altro del lungo rettilineo prima. Ma tutto sommato voltandomi ho visto che il distacco era “rassicurante”».

Il trevigiano dei Carabinieri è la gioia fatta persona. Tra mtb (da qui le sue doti di guida) e cross, veniva da quattro secondi posti. Era ora di vestire il tricolore.

«Questo ha tutto un altro sapore. Dedico questa maglia a chi c’è dietro e fa tanto per supportaci. Il mio futuro in questa specialità? Vedremo, ma voglio continuare… In quanto appartenente ad un gruppo sportivo militare, diamo priorità alla mtb che è sport olimpico. Per adesso penso ad onorare al meglio questo maglia».

Toneatti ride

Chi è felice e ha fatto un po’ il Fontana del 2022 è stato Davide Toneatti. Il corridore dell’Astana Qazaqstan Development Team poteva correre con gli U23, ma visti i valori in campo, ha deciso di alzare l’asticella in anticipo. E come Fontana l’anno scorso, quando anche lui appunto era un under 23, ha fatto secondo.

«Sono contento che siamo tutti giovani. Magari questo darà una scossa al movimento – spiega Toneatti dopo l’arrivo – ho deciso di correre con gli elite dopo la gara di Torino. Ho visto che i valori c’erano. Poi però dopo la trasferta in Belgio che non è andata benissimo, un po’ sono tornato ad avere qualche dubbio, ma alla fine ho fatto questa scelta».

«E’ stata una bella gara. Non era facile la differenza su questo percorso e infatti è emersa una gara anche tattica. Non a caso nell’ultimo giro abbiamo fatto un po’ a sportellate!

«Adesso penso ai mondiali, poi vediamo. Io vorrei continuare a fare il cross. Magari anche un po’ meno, ma credo che alla fine serva anche questo. Cosa mi ha dato invece la strada per il cross? Di certo mi ha dato qualcosa nei tratti dove c’è da spingere e rilanciare. Sento proprio che la gamba risponde diversamente. E cosa ho perso? Un po’ la guida… almeno inizialmente».

Persico regina. Ma Gariboldi vende cara la pelle

15.01.2023
5 min
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Il succo della gara sta tutto nella foto di apertura: Silvia Persico che spinge, Rebecca Gariboldi che stringe i denti. Tutto sembrava già scritto tra le donne per questo tricolore ciclocross. E alla fine le cose sono anche andate secondo i programmi, ma per arrivare all’epilogo il cammino è stato diverso da quello atteso.

Sotto la pineta di Castel Fusano, Silvia Persico ha dovuto faticare ben più del previsto per confermarsi campionessa italiana. La difesa di Rebecca Gariboldi è stata stoica. E anche Francesca Baroni, terza all’arrivo, ha contribuito alla suspense.

Il film della gara

Pronti e via e c’è subito una caduta importante. Tra le altre, finiscono a terra anche Eva Lechner e Sara Casasola. Ed è soprattutto l’atleta della Selle Italia-Guerciotti a pagarne le spese: lei poteva avere un certo peso su questi campionati italiani di ciclocross. Sara corre con la bici in spalla fino ai box, in pratica inizia la sua corsa con 1’30” di ritardo.

Intanto Silvia Persico inizia a menare forte. Bastano poche curve perché si ritrovino in tre: lei, Gariboldi e Baroni. Dietro Arzuffi man mano regola tutte altre e conduce il “secondo vagone”.

Le cose restano così fino a due tornate, o poco più, dall’arrivo, quando prima la Baroni e poi la Gariboldi cedono. E si aprono i distacchi importanti.

I distacchi esplodono…

Distacchi finali grandi, nonostante la Persico abbia staccato l’ultima avversaria a un giro e mezzo dalla fine. Ma è quel che succede quando il divario tra le atlete è ampio. Dopo che una si toglie di ruota l’altra, cambia tutto. E chi sta dietro cala di brutto.

«Sono partita forte – racconta Persico dopo il traguardo – e quando sono scivolata mi sono detta: “Mi devo calmare perché se inizio a fare così alla fine mi complico le cose”. Quindi ho cercato di andare del mio passo, concentrata e regolare senza strafare.

«Ho provato sin da subito a staccarle ma c’erano troppe curve, non riuscivo a fare la differenza. Poi, non so perché, ho provato a chiedere qualche cambio ma non me lo hanno voluto dare».

Si sapeva che Silvia fosse nettamente la più forte e le altre hanno giocato su questo punto. Ma la portacolori della Fas Airporte Services non ci sta del tutto…

«Alla fine sono umana anche io. Anche io potrei avere una giornata no e non capisco questa paura nel darmi un cambio. Comunque ho insistito sul mio passo fino al termine, spingendo forte».

La differenza, dicevamo, tra Silvia Persico e Rebecca Gariboldi c’era ma quella che si annunciava essere una cavalcata trionfante alla fine è stata una corsa abbastanza dura. Merito anche del fondo, che in un tratto, proprio quello del fettucciato maggiore, era molto lento.

Il podio con Persico, Gariboldi e Baroni. Le prime due dovrebbero avere il pass assicurato per il mondiale
Il podio con Persico, Gariboldi e Baroni. Le prime due dovrebbero avere il pass assicurato per il mondiale

Applausi Gariboldi 

Un grosso plauso va dunque alla Gariboldi. L’atleta del Team Cingolani con la sua strenua tenuta ha reso la corsa meno scontata.

«Io – dice Rebecca – guardavo solo la ruota posteriore di Silvia. Sapevo che lei era la più forte e che dovevo fare così. Questo forse mi ha portato ad andare anche oltre i miei limiti. Ho dato il 110% ed essere riuscita a tenerla così a lungo è segno di una buona condizione. E questo è quel che succede quando si sta bene».

Il podio finale è la conferma di un netto salto di qualità da parte di Rebecca. La sua stagione è stata costellata di ottimi risultati, ma soprattutto di una grande costanza di rendimento a livelli più alti che in passato. Non a caso sul traguardo ha esultato.

«Ci ho lavorato molto per arrivare a questo punto e ne sono contenta. Devo ringraziare la mia squadra che per me è come una seconda famiglia. Fanno di tutto per mettermi nelle migliori condizioni. La maglia azzurra? Beh, chiedetelo a Pontoni!».

Ma intanto Rebecca fa un sorriso… La testa è già al mondiale.