Jumbo Visma: indecisi a Siena, spietati al Nord

05.03.2023
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Chiusa la Strade Bianche con la vittoria di Pidcock e le incomprensioni fra Benoot e Attila Valter, torniamo per un attimo allo scorso fine settimana. Infatti in Belgio si è aperta la stagione delle Classiche del Nord, tra pietre, muri, stradine e ventagli. E questa volta, a farla da padrona è stata la Jumbo Visma, con la vittoria di Van Baarle nella Omloop Het Nieuwsblad e quella di Tiesj Benoot a Kuurne.

Corse di casa

Nelle fila del team olandese c’era anche il nostro Edoardo Affini. E proprio dalla sua voce ci facciamo raccontare questo esordio di fuoco della Jumbo. 

«Come esordio – dice con una risata – quel fine settimana è andato molto bene, soprattutto se consideriamo che eravamo sette corridori su otto all’esordio stagionale. Tra le due formazioni è cambiato un solo uomo: Tim van Dijke alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne è stato sostituito da Per Strand Hagenes (campione del mondo juniores 2021, ora nel team development di cui ci aveva parlato Mattio, ndr). Siamo arrivati direttamente dal Teide, sul quale avevamo finito un bel blocco di lavoro. Dire che abbiamo lavorato bene sembra quasi superfluo ma è davvero così. La cosa bella di queste due corse è che abbiamo corso nel modo che ci eravamo prefissati nel meeting pre-gara».

I ventagli della Jumbo hanno spaccato il gruppo ed acceso la Omloop Het Nieuwsblad
I ventagli della Jumbo hanno spaccato il gruppo ed acceso la Omloop Het Nieuwsblad

Due modi di correre

Omloop sabato e domenica la Kuurne-Brussel-Kuurne, due corse diverse ma comunque dominate dalla Jumbo Visma. 

«L’idea – prosegue Affiniera quella di fare la corsa a modo nostro, in Belgio non è mai semplice serve anche fortuna. Basta una foratura o una scivolata nel momento sbagliato e tutto va in fumo. Io stesso sono riuscito a lavorare bene in entrambe le corse, anche la squadra era molto soddisfatta. Alla Omloop il team aveva intenzione di prendersi subito la responsabilità della corsa. Appena partita la fuga ci siamo messi a controllare, io avevo il compito di inseguire nella prima parte. Poi, nel momento in cui il percorso ce lo ha permesso, ho dato il via al ventaglio che ha condizionato la gara. Ci siamo messi a girare bene e siamo riusciti a rompere il gruppo».

«Alla Kuurne – spiega nuovamente – avevamo deciso di muoverci in maniera differente, viste anche le differenze tra i due percorsi. Non avevamo un velocista di riferimento, così abbiamo lasciato il pallino dell’inseguimento alle altre formazioni. Poi, nel momento in cui le condizioni del vento sono diventate favorevoli, ci siamo messi in azione. A meno 80 chilometri dall’arrivo, sul Le Bourliquet, tre miei compagni hanno dato il via all’azione decisiva. Si è formato il quintetto che è arrivato fino all’arrivo».

Gli uomini della Jumbo alla Kuurne si sono messi all’opera dopo attaccando a 80 chilometri dall’arrivo
Gli uomini della Jumbo alla Kuurne si sono messi all’opera dopo attaccando a 80 chilometri dall’arrivo

Rinforzi e obiettivi

Uno dei nomi nuovi della Jumbo Visma è quello di Dylan Van Baarle, il vincitore dell’ultima Parigi-Roubaix. Un innesto che fa capire l’intento della squadra: vincere. 

«La squadra era già forte – dice Affini – è innegabile, ma la Jumbo vuole vincere una monumento, questo è quello che manca (unendo i puntini si potrebbero definire “profetiche” le parole di Tom Boonen, ndr). Van Baarle è un acquisto volto a ciò, e direi che si è presentato nel migliore dei modi. Ora, capire quali saranno i focus sulle prossime corse nel Nord è difficile. Prima ci sono altre corse da fare e la prima Monumento della stagione: la Sanremo. Io alla partenza di Abbiategrasso dovrei esserci, così come alla Parigi-Nizza (iniziata oggi da La Verrière, ndr)».

«E’ chiaro – spiega riagganciandosi – che le punte per le Classiche come Fiandre e Roubaix saranno Van Aert, Van Baarle, Benoot e Laporte. Il rinforzo di Dylan ha anche un senso tattico, perché potremmo trovarci in superiorità numerica in alcune situazioni. Starà poi a loro e alla squadra capire come gestire quelle situazioni. Una cosa è certa: in quelle corse meglio avere un vantaggio numerico».

Van der Poel, Alaphilippe e il plotone degli sconfitti

05.03.2023
5 min
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Mentre Pidcock se ne andava con un sorriso grande così, le vie del centro di Siena si riempivano del solito struscio. Ogni tre passi, camminando dalla sala stampa alla macchina, sentivi però parlare della Strade Bianche appena conclusa. Nel frattempo, il plotone degli sconfitti riguadagnava la via dell’hotel, rimuginando e meditando rivincite più o meno immediate. Su tutti Van der Poel, il favorito per eccellenza, anche se lui per primo ha fatto di tutto per allontanare da sé il calice della responsabilità.

«Dopo tutto – dice Mathieu Van der Poel – le sensazioni non erano poi così male. Personalmente non mi aspettavo di vedere già la miglior versione di me stesso. Sono abbastanza forte per correre, ma non per vincere una corsa così dura, che per giunta era la prima gara su strada dell’anno. Ho bisogno di costruirmi una base più solida. Sono sopravvissuto bene allo sterrato più duro, ma le gambe non erano abbastanza buone per rispondere all’attacco decisivo».

Sul manubrio di Van der Poel in bella evidenza i settori di sterrato e la gestione dei rifornimenti
Sul manubrio di Van der Poel in bella evidenza i settori di sterrato e la gestione dei rifornimenti

Ritardo previsto

Non si può dire che non ci abbia provato. Al punto che quando Tom Pidcock davanti aveva già preso un margine preoccupante, è stato lui a forzare la mano, sperando di avere risposte che invece non sono arrivate.

«Se sono preoccupato per le prossime settimane? No. Dopo tutto – prosegue Van der Poel – non sono troppo deluso. La prossima settimana continuerò a costruire la forma alla Tirreno-Adriatico, che è esattamente quello che avevamo in mente quando abbiamo pianificato il mio calendario. Sapevamo da tempo che il periodo tra i mondiali di ciclocross e la Strade Bianche sarebbe stato troppo breve. Sarebbe stato meglio avere più compagni nel gruppo di testa, ma non voglio prenderlo come scusa. Non ho avuto le gambe. L’avevo anche detto ieri, siete voi giornalisti semmai ad aver immaginato che potessi vincere…».

Benoot è arrivato terzo, con il rammarico per la possibile vittoria sfumata
Benoot è arrivato terzo, con il rammarico per la possibile vittoria sfumata

Rammarico Benoot

Tiesj Benoot è arrivato terzo e potrebbe esserne felice, ma è salito e scesi da quel podio con lo sguardo costernato di chi avrebbe voluto e potuto fare di più. Così almeno dice.

«Alla partenza – spiega – avrei detto che un podio sarebbe stato una buona cosa, ora invece so che avevo le gambe per vincere. E’ una doppia sensazione, ora sta venendo fuori un po’ di delusione, che domani potrebbe lasciare posto all’orgoglio. Il rammarico è che forse, essendo in due, potevamo fare meglio. Anch’io ho commesso degli errori.

«Dovremo rivedere la corsa insieme – aggiunge parlando del compagno Attila Valter in corsa al suo fianco – perché quando ci sei dentro è difficile mantenere una visione d’insieme. E’ stato un errore da parte nostra che nessuno dei due sia andato via con Pidcock, che tuttavia è stato il migliore. Penso che siamo stati entrambi tra i migliori in gara, lo abbiamo dimostrato. Peccato però che alla fine non abbiamo raccolto abbastanza».

Attila Valter ha provato a fare il forcing, ma ha pensato da individuo e non da squadra
Attila Valter ha provato a fare il forcing, ma ha pensato da individuo e non da squadra

Le scuse di Attila

Gli fa eco Attila Valter, passato proprio quest’anno dalla Groupama-FDJ alla Jumbo Visma e già pimpante e potente come tutti i suoi nuovi compagni di squadra. Anche questa volta i gialloneri d’Olanda hanno offerto una prova di grande esuberanza atletica, pur fermandosi al terzo posto con Benoot. Perché non si sono messi d’accordo per andare a prendere Pidcock?

«Dovevo comunicare meglio con Tiesj – dice l’ungherese Attila Valter – e decidere di sacrificarmi per lui. Il podio non è abbastanza per gli standard della Jumbo-Visma. Però posso essere soddisfatto della mia prestazione odierna. Concludo quinto alla mia seconda Strade Bianche, l’anno scorso era arrivato quarto. Se mi confronto con Nathan Van Hooydonck, posso ancora migliorare. Lui conosce Tiesj da tempo e si sarebbe comportato diversamente. Dateci ancora qualche corsa e andrà molto meglio. Alla fine è solo la mia prima gara con lui».

Alaphilippe non è riuscito a rispondere al forcing, quando Bettiol e poi Pidcock hanno attaccato
Alaphilippe non è riuscito a rispondere al forcing, quando Bettiol e poi Pidcock hanno attaccato

Problema di gambe

E poi c’è Alaphilippe e quella frase di Bramati alla vigilia: «Sabato sarà diversa». Il francese non ha mai brillato nel vivo della corsa, lasciando che a seguire Bettiol fosse Bagioli.

«Come mi sento?», così debutta il francese, che sul traguardo di Siena si è piazzato 43° a 5’52”. «Sono stanco. Abbiamo provato a fare la gara – dice – e con la squadra siamo sempre stati ben piazzati. Sfortunatamente, ho sentito presto che le mie gambe non erano eccezionali. Ho fatto quello che potevo, ma non è stata una giornata fantastica. Non voglio trovare scuse. Ero sempre al posto giusto grazie ai miei compagni di squadra, ma le gambe non erano abbastanza buone per stare davanti. Continuo ad amare questa gara, anche se oggi ero un po’ meno in forma. Se sono preoccupato per le corse fiamminghe? No, perché dovrei? Ci sono cose peggiori nella vita».

Formolo è stato il migliore degli italiani: 9° a 1’23” da Pidcock
Formolo è stato il migliore degli italiani: 9° a 1’23” da Pidcock

Formolo nei 10 

Il primo italiano all’arrivo è stato Davide Formolo, nono a 1’23”. La sua corsa doveva essere in appoggio per Tim Wellens, che è arrivato a Siena dopo il quinto posto di Kuurne. Poi in realtà il belga è finito alle spalle del veronese.

«E’ stata veramente dura – dice Formolo – sul Sante Marie abbiamo perso un attimo come squadra, allora ho dovuto chiudere sulla fuga di Bagioli. Poi sfortunatamente Wellens ha avuto un problema meccanico ed è rimasto indietro, ma a quel punto aveva già speso tanto. Già prima sarebbe stato difficile battersi con i migliori, a quel punto era andata. Quando è partito Pidcock, era impossibile tenerlo. Mi dispiace perché forse potevamo vincere la corsa, per cui adesso ci concentreremo sulla Tirreno-Adriatico, dove arriverà anche Almeida. Mamma quanto sono stanco…».

Manico, genio, gambe: Pidcock doma la Strade Bianche

04.03.2023
6 min
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Dopo che ha vinto la Strade Bianche a questo modo, davanti a un pubblico straripante degno d’un Fiandre, chi glielo dice a Pidcock che dovrebbe mettersi a studiare da uomo dei Giri? Ci prova Ciro Scognamiglio, collega della Gazzetta e usa la parola “transizione”. Tom lo guarda, ci pensa e risponde.

«Non credo – dice – che sia giusto parlare di transizione, quanto piuttosto di sviluppo. E’ uno degli obiettivi miei e della squadra».

Nessun arrivo plateale per Pidcock a Piazza del Campo: meglio non correre rischi inutili
Nessun arrivo plateale per Pidcock a Piazza del Campo: meglio non correre rischi inutili

Zero calcoli

Sono le cinque passate. Il corridore della Ineos Grenadiers se ne è andato a quasi 50 chilometri dal traguardo, stabilendo la media record della corsa (40,636 km/h). Ha approfittato di un tratto di discesa. E lì, senza neppure forzare, ha lasciato andare la bici e si è ritrovato da solo. Calcoli zero, non si è nemmeno voltato. Ha tirato dritto e lo hanno rivisto al traguardo, mentre lui giocava a fare il Pogacar. Anche se, ammette, quando si è reso conto dei chilometri che ancora mancavano, si è chiesto se non avesse fatto una cavolata.

La concentrazione di ieri mattina e la poca voglia di parlare trovano immediatamente una spiegazione. Ora il britannico sta seduto nel tavolo della sala stampa e risponde alle domande, con la chiara sensazione che il flusso delle parole sia piuttosto frutto di un ragionamento interiore.

Discesa dopo il Monte Sante Marie, Pidcock molla i freni…
Discesa dopo il Monte Sante Marie, Pidcock molla i freni…
Ti serviva vincere qui per confermare di aver fatto bene a non difendere la maglia iridata del cross?

Penso che sia stato insolito il fatto di non andare a difenderla, ma il mio obiettivo è sempre statto vincere il mondiale di ciclocross, non difenderlo. Quest’anno ho cominciato con altri obiettivi. Vincere oggi ha solo confermato che ho fatto la scelta giusta.

Quando hai vinto il mondiale di cross, sei arrivato con la pancia sulla sella. Hai pensato di festeggiare anche oggi in modo strano?

No, oggi volevo essere certo di arrivare fin sul traguardo (ride, ndr).

Che cosa rappresenta per te la Strade Bianche?

Penso che sia la mia corsa preferita. Gli scenari. La gente. Il percorso che mi si addice molto. Gli ultimi 20 chilometri sono stati molto dolorosi, però me li sono goduti anche molto. L’ultima salita è stata un’apnea. E’ molto diverso fare uno sforzo di questo tipo dopo 180 chilometri, piuttosto che in una gara di cross.

Era previsto che attaccassi in discesa?

Ma io non ho attaccato (ride, ndr). L’ultima volta la corsa si era aperta dopo il Monte Sante Marie e così è stato anche oggi. Ci siamo ritrovati davanti con Bettiol e Bagioli e non ho fatto altro che lasciar andare la bici. Poi ho pensato di aver fatto una cosa stupida, soprattutto quando verso la fine della corsa il margine si riduceva.

Hai fatto come Pogacar, ci hai pensato?

Pensavo di aver fatto la stessa distanza di fuga, mi hanno detto che ho fatto un chilometro in più. Non era nei miei piani. Non sono Pogacar, lui è un riferimento. Però al via della corsa non ho mai pensato che lui e Van Aert non ci fossero. Io penso a quelli che ci sono, mai agli assenti.

Simmons cresce a vista d’occhio. Le sue progressioni nel finale hanno sfiancato gli inseguitori
Simmons cresce a vista d’occhio. Le sue progressioni nel finale hanno sfiancato gli inseguitori
Sai andare in discesa, vai forte in fuoristrada: credi che queste doti ti abbiano agevolato?

Specialmente nel primo settore di sterrato, mi sono accorto di quanto gli altri ragazzi non fossero comodi. Ecco, essere a proprio agio su certi terreni fa una bella differenza.

E’ la tua vittoria più bella?

No, forse le Olimpiadi in mountain bike sono state più importanti. La difesa del titolo olimpico infatti è una cosa a cui tengo molto.

Come ti sentivi stamattina al via?

Avevo la sensazione che stesse per succedere qualcosa di bello, una cosa che mi capita a volte sin da quando sono junior. Sono sensazioni, una forma mentale. Tutta questa settimana sono stato felice, oggi c’era tutto perché andasse bene.

Sulla salita finale di Santa Caterina delle scene da Fiandre: Siena era piena di tifosi
Sulla salita finale di Santa Caterina delle scene da Fiandre: Siena era piena di tifosi
Sembri più motivato dello scorso anno, è solo una sensazione?

No, è vero. Ho iniziato con una forma molto migliore, perché non fare il mondiale di cross mi ha permesso di lavorare meglio. In più nella squadra c’è un’ottima atmosfera, siamo un gruppo davvero diverso dallo scorso anno.

In cosa è diverso?

Siamo giovani e ambiziosi. Ciascuno tira fuori il meglio e spinge gli altri a farlo. C’è un’atmosfera positiva, molto diverso da quando sono arrivato in squadra.

L’obiettivo sono le classiche: riuscirai a tenere la forma?

E’ un lungo periodo, ma so che ora posso puntare a vincere corse con fiducia. Cercherò di mantenere questa forma, speriamo duri per il tempo necessario.

Tjesi Benoot e Attila Valter: questa volta la Jumbo Visma ha inseguito: all’arrivo sono 3° e 5°
Tjesi Benoot e Attila Valter: questa volta la Jumbo Visma ha inseguito: all’arrivo sono 3° e 5°
Abbiamo visto dei video che fanno pensare a un tuo attacco sul Poggio alla prossima Sanremo.

Il Poggio ha sicuramente una discesa importante e impegnativa. Ma spero che nessuno si aspetti che resti per 300 chilometri in gruppo per fare un attacco in quel punto. Non sarebbe la tattica migliore.

Pensi che questa corsa possa essere una prova Monumento?

Se me lo aveste chiesto prima che la vincessi, avrei detto che si poteva valutare. Ora che l’ho vinta, direi che lo merita senz’altro (ride, ndr).

Sul podio con Pidcock, Madouas e Benoot, vincitore a Siena nel 2018
Sul podio con Pidcock, Madouas e Benoot, vincitore a Siena nel 2018

Spiritoso. Nervoso. Parole brevi e frasi smozzicate. Questo è Tom Pidcock, campione olimpico della mountain bike, mondiale del cross e vincitore di un Giro d’Italia U23. Uno che in apparenza non ha ancora trovato i suoi limiti. Stasera non sa ancora come festeggerà. Ma di certo, qualunque sia il modo che sceglieranno Tosatto e i suoi ragazzi, sarà più che meritato.

De Marchi: 100 chilometri di fuga, poi i crampi

04.03.2023
3 min
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«Lo ripeto spesso anche a mio figlio – dice Bennati sull’arrivo, mentre davanti passa De Marchi – che mi piacerebbe un giorno portarlo dopo l’arrivo di una corsa come questa per fargli capire la vera essenza del ciclismo. Ci porterei tutta la gente che parla del ciclismo senza sapere cosa sia. Un arrivo come questo. Un passaggio su una salita dolomitica o pirenaica, per vedere proprio i corridori in faccia. Da quando ho finito la carriera, nei due anni che ho fatto con la Rai al Giro d’Italia mi piaceva mettermi sulla linea d’arrivo proprio per guardare i corridori in faccia. E sinceramente fa un certo effetto. La televisione non mostra certe cose…».

Impossibile seguire Pidcock per De Marchi, l’errore forse è stato non aspettare subito gli inseguitori
Impossibile seguire Pidcock per De Marchi, l’errore forse è stato non aspettare subito gli inseguitori

De Marchi e i crampi

Il tempo per il tecnico azzurro di dire queste parole e De Marchi, in fuga per un centinaio di chilometri, si ferma accanto. La divisa del Team Jayco-AlUla è una crosta di sudore e sali. La smorfia sul volto del friulano parla di dolore, prima ancora che di fatica. Il crampo arriva e se ne va senza avvisaglie. Così De Marchi si accosta alla transenna dove lo aspetta il massaggiatore e si china sul manubrio. Poi si fa passare una bottiglietta d’acqua. E quando la vita riprende a pulsare nelle gambe e nelle tempie, inizia il suo racconto.

«Era la tattica della squadra – dice – dovevamo mettere uno davanti e alla fine è toccato a me. Dopo tanti, tanti tentativi. Sono abbastanza contento, perché il treno di quelli che mi hanno ripreso era quello che è arrivato davanti. Potevo provare a fare un piazzamento. Quando Pidcock mi ha ripreso, avrei dovuto avere il coraggio di aspettare quelli dietro di lui, perché non avrei mai potuto tenere lui. Piuttosto, chi ha vinto?».

Fuga alla Strade Bianche

Pensiamo sia uno scherzo, ridiamo con lui. Poi ci rendiamo conto che non lo sa davvero e gli rispondiamo che ha vinto proprio il britannico. E allora De Marchi allarga le braccia. Sul percorso oggi c’erano anche sua moglie Anna e i bambini, forse la loro presenza è stato l’incentivo a combattere anche più del solito.

«Ha vinto lui? Vedi che non potevo tenerlo?», fa una risata un po’ amara e un po’ ironica. «Potevo cercare di andare più avanti possibile, però insomma le gambe erano queste. E’ stato il primo giorno da De Marchi, da parecchio tempo a questa parte. Ma vai tranquillo, che ne vedremo tanti di giorni alla De Marchi d’ora in avanti. Intanto sono orgoglioso di essere andato in fuga alla Strade Bianche. Non lo avevo mai fatto ancora…».

Zana ha fatto corsa di testa ed è stato fra gli unici a rispondere agli scatti di Van der Poel
Zana ha fatto corsa di testa ed è stato fra gli unici a rispondere agli scatti di Van der Poel

Lo scatto di Bettiol

Bennati intanto si è avvicinato e lo ha ascoltato parlare. Mano a mano che gli italiani sfilano sul bordo di Piazza del Campo, il cittì li apostrofa con battute e incoraggiamenti.

«Ho visto una bella corsa – dice – spettacolare, con tanta gente. Sicuramente a livello tecnico è stata un po’ addormentata dal fatto che tanti aspettavano Van der Poel, forse anche la sua squadra e quindi da dietro ci sono state azioni, ma non troppo convinte. La prima e più solida l’ha fatta Alberto (Bettiol, ndr) e proprio quando si è mosso lui, si è visto che Van der Poel non aveva le gambe dei giorni migliori. In compenso ha vinto un corridore che se l’è meritato alla grande. Senza dubbio i complimenti vanno anche a De Marchi perché ha fatto veramente una grande corsa. Ho visto molto bene Bettiol e Bagioli. Anche Zana pedalava molto bene. Non conosco ancora i piazzamenti finali perché qui c’è un po’ di confusione però abbiamo vissuto una gran bella giornata. Guardateli in faccia, ecco cosa significa fare il corridore».

Wegelius: «Piccolo è un talento grosso»

04.03.2023
4 min
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«Andrea è un talento grosso», inizia con queste parole la chiacchierata con Charles, per tutti Charly, Wegelius, direttore sportivo della EF Educational-Easy Post. Si parla di Andrea Piccolo, ragazzo approdato alla corte del team americano in fretta e furia durante la scorsa estate.

Per Piccolo già 13 corse nel sacco, un quinto posto e subito una breve pausa. Non è un caso. Tutto è calibrato. In casa EF hanno capito che non hanno preso un corridore come gli altri e ci puntano molto. Vogliono gestire al meglio la loro gemma.

L’inglese Charles Wegelius (classe 1978) è il diesse della EF Education-EasyPost
L’inglese Charles Wegelius (classe 1978) è il diesse della EF Education-EasyPost

Classe indiscussa

Ripartiamo dunque dalle parole di Wegelius. E’ bastato chiedergli delle sue impressioni e l’ex corridore della Liquigas è partito con tono serio: «Andrea è un talento grosso – scandendo lentamente le parole e caricando di enfasi gli aggettivi – ha una mentalità vincente. Penso che potrà fare grandi cose. C’è da vedere fin dove potrà arrivare, ma questo lo vedremo solo strada facendo. Di certo è un viaggio interessante».

Ormai i due lavorano insieme da qualche mese e se nel corso dell’estate di tempo per i giudizi ce n’è stato poco adesso è diverso.

«Del suo talento… non c’è dubbio. Della sua voglia di lavorare… non c’è dubbio. Della sua capacità di tollerare grandi carichi di lavoro… non c’è dubbio. Per questo dico che possiamo attenderci ottimi risultati».

Dal tono e da come ne parla si capisce che Wegelius non sta parlando di un corridore qualunque. Ormai è un direttore sportivo da oltre dieci anni, ne ha visti passare di ragazzi… Cosa lo ha colpito dunque di Piccolo?

«Certe sue cose nell’approccio alle corse non sono comuni – spiega Wegelius – Non è comune come si pone di fronte alle gare e agli ostacoli. Spesso vedi corridori che mancano di vera fiducia in sé stessi. Andrea invece parte sempre con l’idea di poter vincere».

«Vedo che forse neanche ci ragiona. Fa parte del suo istinto. Gli altri pensano: “Come faccio?”. Andrea invece pensa: «Come faccio per vincere?”. Per questo dico che è un corridore vero. Non c’è solo l’atleta. C’è l’istinto del campione. E credo che sia un aspetto molto importante in questo mondo fatto di numeri, di strumenti… spesso l’istinto è trascurato. Piccolo corre e non si allena e basta».

Andrea Piccolo (al centro) si è ben integrato con i compagni della EF (foto Instagram)
Andrea Piccolo (al centro) si è ben integrato con i compagni della EF (foto Instagram)

Programmi ad hoc

Piccolo ha iniziato la stagione relativamente presto: il 25 gennaio con il Trofeo Calvia, alle Baleari. Da allora ha inanellato 13 giorni di gara. Ha lavorato per il team e ha raccolto un buon quinto posto. Ma come sarà gestito?

«Sappiamo che Andrea riesce a gestire bene delle fasi intense – va avanti Wegelius – periodi di corse ravvicinate. Noi vogliamo agevolarlo per i piazzamenti e la vittoria. Quindi abbiamo pensato ad un calendario specifico per lui, che ricordo è anche molto giovane. E anziché mandarlo alle grandi gare e farlo correre in modo anonimo abbiamo scelto delle corse più “piccole” affinché possa fare risultato e soprattutto giocarsi le sue carte».

«In questa prima parte di stagione, abbiamo pianificato di fatto due pause maggiori: una dopo la Sanremo e una dopo le Ardenne. La nostra idea è di fare un blocco di corse e un reset. Corse prevalentemente di un giorno. Per ora lo vedo meglio per queste piuttosto che per quelle a tappe».

Poi sempre Wegelius aggiunge: «Ma per ora…», come a dire che non ci sono limiti per Piccolo anche pensando ai grandi Giri. «Anche perché mi sembra piuttosto portato anche per le crono».

«In ogni caso non vorrei fare troppi calcoli sul domani, ma concentrarci sull’oggi. Fare sì che possa essere protagonista il più possibile. Che possa esprimersi in prima persona, anziché stare nascosto in gruppo. Deve imparare a vincere».

Il milanese (classe 2001) impegnato nell’ultimo piovoso Trofeo Laigueglia
Il milanese (classe 2001) impegnato nell’ultimo piovoso Trofeo Laigueglia

Etna: sì, no, forse

Insomma Wegelius non fa altro che confermare le buone impressioni di chi ha avuto Piccolo tra le mani prima di lui, vedi Ellena, il preparatore Toni, Valoti…

«Andrea si è ben ambientato – dice Wegelius – ma questo è piuttosto normale nel nostro ambiente. In EF accogliamo chiunque molto bene. In tanti anni ho davvero poche esperienze di chi non si è integrato bene da noi. Siamo una squadra così internazionale che l’accoglienza ce l’abbiamo nel DNA! In più lui è sveglio, giovane… un atleta e un ragazzo moderno. Senza contare che sa farsi voler bene».

Infine si torna a parlare brevemente dei suoi reset. E ci si chiede se anche Piccolo seguirà la tendenza a cui stiamo assistendo: vale a dire meno corse e solo al top. E tra un blocco e l’altro ritiro in altura.

«Ne abbiamo parlato questo inverno. Forse ci andrà a fine marzo e possibilmente sull’Etna, ma vediamo. Alla fine parliamo di un ragazzo molto giovane e magari ci sta che abbia anche bisogno di stare casa. Anche perché l’altura è stressante per il fisico e anche per la mente e se non dovesse essere super predisposto, gli peserebbe ancora di più e magari non raccoglierebbe gli stessi benefici».

Vollering-Kopecky: capolavoro (e pasticcio sfiorato)

04.03.2023
5 min
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Elena Cecchini il finale della Strade Bianche l’ha sentito alla radio, ma non aveva capito che Kopecky e Vollering fossero arrivate insieme. Dopo il tanto parlare del mattino, questa non era la soluzione più attesa. La friulana è spuntata a colazione raccontando di non aver mai assistito a una riunione così lunga, necessaria per mettere d’accordo le due leader del Team SD Worx. Così adesso, con Piazza del Campo davanti a sé e quattro ore di corsa alle spalle, Elena racconta.

«E’ stata una riunione impegnativa – sorride – un’ora di riunione non capita mai. Però Danny (Danny Stam, tecnico del team, ndr) continuava ad assicurarsi che oggi loro due collaborassero, una cosa che poi è sempre accaduta. Quindi probabilmente lui è un po’ psicologo, forse aveva previsto un finale del genere».

Cecchini sul traguardo ha raccontato della riunione di stamattina in casa SD Worx
Cecchini sul traguardo ha raccontato della riunione di stamattina in casa SD Worx

Una riunione lunghissima

C’era una strategia. Demi Vollering avrebbe dovuto anticipare e Kopecky, che si sentiva particolarmente forte, avrebbe potuto attendere il finale nel gruppetto in cui si fosse trovata. L’imprevisto è stato la presenza di Kristen Faulkner in testa.

Vollering ha attaccato, con l’imprevisto di quel cavallo tra i piedi che avrebbe potuto combinare un bel guaio. Ma quando su di lei si è riportata Kopecky e le due sono andate via insieme nella scia della fuggitiva, la sensazione è stata che a quel punto l’olandese tirasse per la belga. E invece no.

«Le cose – prosegue Cecchini, 64ª al traguardo – sono andate come si era detto, almeno per come sentivo in radio. Ero ancora lì quando Demi ha attaccato ed è riuscita ad andare da sola, però non sapevo che fossero arrivate insieme. Pensavo fosse arrivata prima Demi e poi Lotte. Però sono contenta perché alla fine Demi se lo merita. Non so se si siano accordate per finire così. Nella riunione hanno parlato entrambe ed entrambe ci tenevano a far bene. Avere più leader nella stessa gara è una cosa che capita spesso in questa squadra. E’ bello andare d’accordo. Nello scorso fine settimana scorsa è toccato a Lotte (prima alla Het Nieuwsblad, ndr), oggi è toccato a Demi. Chissà, magari un giorno capiterà anche a me…».

Confuse e felici

Demi Vollering sorride. Dopo l’arrivo guardando in faccia lei e la compagna Kopecky, era venuto di pensare che potessero essere reciprocamente furibonde. Ora invece il suo racconto parla di stupore e imbarazzo.

«Eravamo entrambe confuse – dice – io pensavo di tirare la volata per lei, lei di farlo per me. Ci siamo abbracciate, ma non conoscevamo il risultato e nessuna di noi sapeva se festeggiare. Ci siamo parlate sotto la tenda, prima di cambiarci per il podio e Lotte era davvero contenta per me. Mi ha detto: “Allora, hai vinto davvero tu!!”. Lei è una delle atlete più forti del mondo, una persona incredibile, che lotta su ogni traguardo. Fra noi non ci sono tensioni e l’ammiraglia non aveva preferenze (Danny Stam ha detto a entrambe di fare la propria corsa, ndr)».

Nessun pasticcio

Il problema sono i giornalisti belgi, che vogliono farle dire che in qualche modo hanno combinato un pasticcio, ma Demi fronteggia bene le domande e risponde col sorriso.

«Non so se esista un modo giusto per arrivare insieme – dice – io credo che sia stato molto bello, non vedo perché dire che abbiamo sbagliato. Il nostro ciclismo è battaglia fino alla riga e non abbiamo parlato fra noi su come arrivare. Io mi sentivo forte e ho perso molto tempo a causa di quel cavallo. E’ stato molto pericoloso, sono stata contenta quando è arrivata Lotte, ho pensato che in due sarebbe stato meglio. Abbiamo potuto respirare e dividerci il lavoro. Ero sicura che avremmo ripreso Faulkner, forse ci sarei riuscita anche da sola, senza il cavallo. Ma in due è stato più semplice, anche se non è stato un videogame».

Dedica e lacrime

Un solo momento ha turbato la gioia di Demi Vollering ed è quando le viene chiesto se la sua ex compagna di squadra Chantal Van den Broeck-Blaak, prima a Siena nel 2021, le abbia dato i consigli giusti per vincere. L’olandese, campionessa del mondo nel 2017, a novembre ha annunciato di essere in attesa di un bambino e per questo è ferma. E a questo punto Demi Vollering piange.

«Chantal è molto importante per me – spiega con la voce rotta – perché mi ha fatto credere che io potessi vincere questa corsa. Mi ha detto che dipendeva da me. E’ anche la mia allenatrice, mi ha dato grande fiducia. Parte di questa vittoria è anche sua».

Dino Signori: una storia d’amore e dedizione

04.03.2023
4 min
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Dino Signori, fondatore del marchio Sidi, è nato a Maser nel 1936, la sua è una vita dedicata al ciclismo e alle calzature sportive. Ora ha ottantasette anni e, nonostante siano passati più di sessant’anni dalla nascita di Sidi (dal 2022 controllata da Italmobiliare), ha ancora la voce che trema quando parla della sua azienda. 

Raggiungiamo il signor Dino al telefono di casa, sono le 9,30 e lui è già sveglio da almeno quattro ore. «Mi sono sempre alzato presto nella mia vita – racconta Signori, in apertura con Vincenzo Nibali – e ho mantenuto questo ritmo anche in pensione. Quando uno nasce in un modo è difficile modificare le proprie abitudini».

Dino Signori nel suo regno: Sidi, l’azienda che ha guidato per oltre 60 anni
Dino Signori nel suo regno: Sidi, l’azienda che ha guidato per oltre 60 anni

La nascita

L’intervista ha l’intento di ripercorrere insieme a Dino Signori gli anni di Sidi, dalla fondazione fino ad oggi. Tra le sue mani sono passate le scarpe di quasi tutti i corridori del mondo del ciclismo, campioni del passato e del presente

«Modestamente parlando – dice dopo un sospiro – tutti i corridori hanno adoperato le scarpe Sidi, questo vuol dire che ho fatto qualcosa di giusto. Una mano me l’ha data il fatto di aver corso anche io in bicicletta, negli anni ‘50. Sarei potuto passare professionista, ma ero l’unico che lavorava in famiglia e non me la sono sentita di fare quel passo in più. Avevo paura che una caduta avrebbe potuto compromettere il lavoro in fabbrica. La mia fortuna, se così possiamo chiamarla, è che ho iniziato a lavorare davvero presto, a sette anni, e il lavoro mi ha dato modo di pensare molto. Mi ha dato l’esperienza giusta per fondare la mia azienda e farla diventare ciò che è oggi».

Le tacchette

Prima dell’avvento delle scarpe Sid,i i corridori non agganciavano i piedi alla bici con il consueto sgancio rapido, ma si usavano i puntapiedi e sotto la suola non mettevano nulla se non dei chiodi. 

«Era un sistema – racconta Signori – che non dava stabilità al piede. I corridori all’epoca mettevano sotto la scarpa due pezzi di cuoio e due chiodini, questo sistema però non permetteva modifiche e non dava mobilità. Non era raro che tanti ciclisti dopo qualche anno andassero in Francia per farsi operare di tendinite. Fui il primo a mettere la tacchetta mobile sotto la scarpa, così da poterla spostare in tutte le direzioni e trovare il giusto comfort. Uno di quelli che ha usato per primo questo sistema fu Moser, ma non dubito che molti corridori all’epoca usassero le scarpe Sidi, magari con sopra il nome di altri marchi. A me interessava poco sinceramente, io ero contento di aver fatto qualcosa che funzionasse e che potesse essere utile».

«Un giorno – riprende – un corridore americano venne da me alla partenza della Milano-Sanremo e mi disse che voleva usare le mie scarpe. Aveva un problema al metatarso ed io ero riuscito a sistemare la posizione del piede. Lui aveva un accordo con un altro marchio, così gli dissi che non mi interessava far vedere il logo Sidi, ma che lui stesse bene. Gli ho detto: “Io ti faccio le scarpe. Tu corri, vinci e noi siamo a posto”».

Eccolo in compagnia di Demare per celebrare la maglia ciclamino vinta dal francese al Giro d’Italia del 2022
Eccolo in compagnia di Demare per celebrare la maglia ciclamino vinta dal francese al Giro d’Italia del 2022

L’amore per il proprio lavoro

Nelle parole di Dino Signori si percepisce subito cosa ha mosso la sua intera vita e, di conseguenza, la propria azienda: l’amore. 

«Tanti anni fa – riprende a raccontare Signori – le cose erano molto più semplici. A me muoveva l’amore per il mio lavoro, mi piaceva tanto lavorare e non smettevo fino a quando non era tutto a posto. Questa, a mio modo di vedere, ha fatto la differenza: ero semplicemente contento nel vedere gli altri stare bene. L’idea delle tacchette o di tutte le altre soluzioni adoperate mi sono venute in mente perché semplici. Sono sempre stato dell’idea che una cosa la fai e non la molli fino a quando non funziona. Se si vuole lavorare bene bisogna farlo con la testa e con il cuore, non c’è altro modo. E’ così che sono riuscito ad andare avanti per così tanti anni curando personalmente le due sedi dell’azienda: quella di Maser e l’altra in Romania».

Il ciclismo dei cannibali: Bruyneel critica, Magrini ribatte

04.03.2023
6 min
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Di Pogacar e della sua magica settimana d’esordio in Spagna si è detto e scritto tanto. Vingegaard gli ha risposto da par suo: tre tappe a O Gran Camino e tre vittorie di seguito, dando di sé un’immagine per molti versi inedita, quella di un assoluto dominatore. Il nuovo ciclismo passa attraverso campioni quasi cannibali, che non si nascondono mai, ma che anzi dominano la scena con un fare che dà anche adito a discussioni.

A innescare la miccia è stato Johan Bruyneel, ex professionista di lungo corso e direttore sportivo che visse tutta la contraddittoria epopea di Lance Armstrong, uscendone con una squalifica pesantissima. Sebbene i suoi trascorsi siano così controversi e discutibili, le sue opinioni fanno spesso discutere. Infatti questa volta, attraverso il podcast The Move, Bruyneel ha criticato la condotta di Pogacar.

«Distruggere tutti alla prima uscita – ha detto – non è la scelta migliore. Sarebbe meglio mantenere certi equilibri con corridori e squadre diverse, lo dico anche nel suo interesse. Se si guarda bene come sono andate le cose, la squadra viene spremuta allo stremo per fargli vincere sempre corse nelle quali si potrebbe anche lasciar spazio, poi per recuperare non è così semplice e immediato».

Bruyneel ha chiuso la sua esperienza da diesse nel 2012. Da corridore aveva vinto 13 volte
Bruyneel ha chiuso la sua esperienza da diesse nel 2012. Da corridore aveva vinto 13 volte

Da Bruyneel a Magrini

Bruyneel dà colpe soprattutto a chi gestisce lo sloveno: «E’ bello vedere un proprio corridore che vince sempre, ma è l’ammiraglia che deve tenere il polso della situazione, saper miscelare la passione con la freddezza, il vantaggio immediato con quello a lungo termine. Così facendo, Pogacar si sente sempre più autorizzato a cannibalizzare le corse».

Parole certamente pesanti, quelle di Bruyneel, che abbiamo voluto approfondire parlando con un navigante di lungo corso nel mondo del ciclismo come Riccardo Magrini, popolare voce di Eurosport.

«Bruyneel – dice il toscano – parla di un ciclismo che non esiste più. Oggi non si fanno calcoli, chi vuole vincere lo fa, pensa all’immediato. Non sono nuove le sue polemiche, ricordiamoci che cosa si disse a proposito di Roglic alla Parigi-Nizza del 2021. Il corridore che può, cerca di vincere, sempre e comunque e secondo me fa bene, è questo che rende il ciclismo odierno sensazionale».

Magrini bici 2018
Riccardo Magrini, pro’ fra il ’77 e l’86, vittorioso al Giro e al Tour nell’83. E’ ad Eurosport dal 2005
Magrini bici 2018
Riccardo Magrini, pro’ fra il ’77 e l’86, vittorioso al Giro e al Tour nell’83. E’ ad Eurosport dal 2005
Il belga punta il dito contro i dirigenti, ma in queste scelte quanto c’è del corridore e quanto di chi lo dirige?

E’ l’indole del corridore a prevalere. Molti sono rimasti stupiti da Vingegaard, ma la sua voglia di rispondere sul campo al rivale per poi affrontarlo alla pari alla Parigi-Nizza ha prevalso su tutto e l’attesa per la corsa francese ora è allo spasimo. Non si fanno sconti e come loro non li fanno i Van Aert, i Van Der Poel e compagnia. Quando c’è da vincere non ci si tira indietro. Ripeto, Bruyneel parla di un ciclismo che non c’è più, lui lo scorso anno avrebbe magari pensato di perdere il Giro dell’Emilia con Pogacar a favore di Mas per avere poi un ricambio al Lombardia, ma lo sloveno ha vinto ugualmente. Questi calcoli non hanno più ragion d’essere.

Che cosa ha portato questo cambiamento?

Sono i ragazzi stessi ad averlo portato, ci sono 7-8 campioni che non lasciano nulla d’intentato per vincere e non stanno tanto a guardare al livello della corsa, alla sua tradizione, partono e se le danno di santa ragione. Quei calcoli non ci sono più, non stanno tanto a pensare “oggi vinci tu che domani mi ricambi il favore”. Può capitare magari fra compagni della stessa squadra, lo scorso anno lo stesso Pogacar fece così con Majka e anche in Spagna, nell’ultima tappa lo sloveno ha lavorato per Covi che poi è stato beffato da Fraile. Per me è anche una forma di rispetto nei confronti del loro lavoro. Oggi non puoi più permetterti di correre per “fare la gamba”, devi essere già competitivo anche solo per lavorare per i compagni.

5 vittorie in 6 giorni di gara. Pogacar ha iniziato alla grande il suo 2023, ora punta alla Parigi-Nizza
5 vittorie in 6 giorni di gara. Pogacar ha iniziato alla grande il suo 2023, ora punta alla Parigi-Nizza
Rivedendo le statistiche di Pogacar in questi tre anni, da quando ha iniziato a cogliere risultati di prestigio (quindi ben prima della sua prima vittoria al Tour) si scopre che le sue percentuali di vittorie e piazzamenti sono quelle più vicine da cinquant’anni a quelle di Merckx. Tu parlavi di 7-8 campioni: Merckx ne aveva altrettanti di quel livello?

Scherziamo? Eddy aveva Gimondi, De Vlaeminck, Ocana, l’elenco è lunghissimo. Fare paragoni fra tempi così lontani è però sbagliato. Pogacar va visto da un altro punto di vista: è uno che può vincere davvero dappertutto, il che significa che parte in ogni corsa fra i pretendenti al successo, si è visto al Fiandre interpretato per la prima volta, si vede alla Sanremo dove può vincere, non c’è una vera corsa, in linea o a tappe, nella quale non possa fare la differenza, per questo lo ritengo attualmente il più forte. Ma le epoche sono diverse.

Se da Pogacar un atteggiamento del genere ce lo si poteva aspettare, da Vingegaard un po’ meno. E’ cambiato qualcosa nel danese dopo la sua vittoria al Tour?

Sì, la qualità della corsa sicuramente non era la stessa trovata da Pogacar, ma l’atteggiamento mi è piaciuto perché ha risposto per le rime, accresce l’interesse per il ciclismo al punto che ci si entusiasma anche se sono corridori stranieri, con tutto che i nostri si sono fatti ben vedere fino ad ora. In chiave Tour queste schermaglie dicono poco, ma vincere in serie ha pur sempre un significato, Pogacar poi da quell’Emilia ha praticamente sempre vinto… Io cose del genere non le avevo mai viste.

Vingegaard ha sorpreso all’O Gran Camino: tre tappe e tre vittorie, trionfando anche a cronometro
Vingegaard ha sorpreso all’O Gran Camino: tre tappe e tre vittorie, trionfando anche a cronometro
Evenepoel però, che di carattere e per come l’avevamo visto era portato a fare le stesse cose, sembra un po’ più contenuto, diventato più ragionatore: all’Uae Tour ha vinto senza conquistare neanche una tappa…

Credo che sia molto maturato, dei campioni di cui sopra è forse quello più tattico, forse non conosce ancora tutti i suoi limiti ma mi pare che si gestisca anche meglio degli altri. Credo che abbia più difficoltà a vincere degli altri, non è velocissimo, anche sullo scatto in salita gli manca qualcosa ma quando esprime tutto il suo potenziale fa paura.

Per gli altri, quelli “normali” significa quindi che vincere è più difficile?

Bella domanda, secondo me sì, molto. Io vedo meno tatticismo e molta forza. Ciccone ad esempio ha commesso piccoli errori che alla fine gli hanno negato la vittoria alla Valenciana, lo stesso dicasi per la Ineos che tatticamente ha perso la corsa favorendo Rui Costa. E’ quello di oggi un ciclismo molto meno giocato sulla strategia e più prestazionale, per questo non puoi presentarti al via se non sei pressoché al massimo, non puoi giocare sulla furbizia. In questo senso mi è piaciuto Wellens quando ha vinto la terza tappa alla Vuelta a Andalucia perché ha interpretato perfettamente la corsa dal punto di vista tattico, ma sono casi rari.

Il “vecchio” fondo medio sta scomparendo?

04.03.2023
4 min
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Si parla sempre più di base e di lavori intensi. Ormai questo andazzo sta prendendo piede anche in altri sport di endurance, vedi la corsa a piedi e lo sci di fondo. Ma quando poi si sente un giovanissimo come Pietro Mattio parlare di tanti più chilometri fatti in modo lento e altresì di alte intensità allora il dubbio diventa più che una certezza.

Alessandro Malaguti, coach del Team Technipes #inEmiliaRomagna, è l’interlocutore per verificare se i nostri dubbi sono legittimi o meno. E tutto sommato a conti fatti la nostra osservazione non è stata poi così illegittima.

Alessandro Malaguti, con i suoi ragazzi della Technipes-inEmiliaRomagna
Alessandro Malaguti, con i suoi ragazzi della Technipes-inEmiliaRomagna
Alessandro, sta scomparendo il “vecchio” fondo medio? Quelle sessioni da 10′-20′ a ritmi piuttosto impegnativi di una volta…

Che domandone! In realtà no, non sta scomparendo, ma le cose stanno cambiando e sicuramente il  focus è più spostato sui lavori intensi. Si lavora molto intorno al VO2Max, soglia… Se parliamo di atleti professionisti e dilettanti in realtà il medio lo fanno di default, se così si può dire. 

Cioè?

Nel senso che quando vanno via regolari e devono fare una salita tranquilli, questa la fanno al medio. E’ la classica distanza regolare. Se poi per medio intendiamo il vecchio medio in pianura, di quello sì: se ne fa molto meno.

E perché?

Perché in realtà qualitativamente parlando non danno un miglioramento così significativo. Non è un allenamento di grande qualità. Poi adesso c’è questa storia della Z2, che dà la massima attivazione enzimatica, la miglior sintesi mitocondriale… Può essere una moda, oppure no, però ci sono degli studi al riguardo e funziona. Personalmente però non sono di quelli che “scoprono l’acqua calda” e io un po’ di vecchio medio lo inserisco nelle preparazioni… e nonostante tutto credo di essere tra coloro che ne fa fare meno. Mi ritengo un tecnico di nuova generazione e quindi tanta intensità e “poco” volume. Il che va anche bene, ma ogni tanto l’uscita in cui c’è anche del medio la metto in programma.

Il medio in pianura si fa di meno, se ne fa di più in salita
Il medio in pianura si fa di meno, se ne fa di più in salita
Poi forse dipenderà anche dall’atleta che si ha di fronte?

Esatto. Va considerato che ci sono degli atleti che vanno sempre al risparmio, e devi spronarli, ed altri che invece devi frenare.

Una volta il medio, almeno in certe fasi della stagione era forse il 70% dell’intensità dell’arco di ore di allenamento settimanale, ora molto meno…

Torniamo al discorso di prima: non è un allenamento che, qualitativamente parlando, ti dà qualcosa in più. Alla fine si è visto che la Z2 ha quasi lo stesso effetto con un consumo inferiore, anche un consumo mentale. Che poi in realtà parlare di zone di lavoro, magari dirò un’eresia, non è neanche così corretto. Servono ai tecnici per avere dei riferimenti, dei parametri di lavoro. In realtà quando voglio far fare ad un mio atleta dei lavori di qualità, sulla famosa FTP mi ci baso poco. Preferisco fare riferimento alla potenza relativa, cioè alla potenza che quell’atleta può tenere per quel tempo. E lavoro attorno a quello. Se voglio lavorare sui 20′, insisto su quelli e lavorerò sul suo massimale. Che poi se insisto su quello di riflesso migliora anche l’endurance (il concetto è: sono abituato a spingere di più che quando vado piano consumo meno, dr).

Oggi conoscenze e dati sempre più accurati consentono di lavorare con precisione totale (e consapevolezza)
Oggi conoscenze e dati sempre più accurati consentono di lavorare con precisione totale (e consapevolezza)
Strumenti sempre più avanzati aiutano nell’individuare le varie zone? Cioè si lavora su altre intensità anche perché si può essere più precisi?

Assolutamente sì. La differenza grossa che ci hanno dato il potenziometro, i metabolimetri, la  variabilità cardiaca, gli anelli che misurano la HR e altri strumenti… ci danno la possibilità di lavorare sempre più al millimetro. E con la conoscenza che va avanti, ci si è accorti che è inutile andare a stressare gli atleti con dei volumi esagerati. All’inizio negli anni ’90 si lavorava col cardiofrequenzimetro e basta, dov’era il suo limite? Che per fare dei lavori molto intensi,  quei dati erano legati a fattori esterni: stanchezza, stress, vento… tutto ciò portava ad avere dei parametri fondamentalmente sballati. Okay, l’atleta evoluto si conosceva un po’ meglio, ma tutte quelle conoscenze erano empiriche. 

Oggi tutto è più certo.

La differenza è che oggi abbiamo dei valori misurabili e sicuri. Prendiamo le prove del lattato, per esempio, io ho misure certe del mio atleta. So esattamente come andrà in quel momento. Adesso le cronometro, l’esempio più pratico che abbiamo, sono matematica pura. Prima di iniziare, tra meteo, percorso, i suoi valori di stanchezza e quant’altro conosco il tempo che farà l’atleta con errori di pochi secondi, ovviamente al netto di forature, cadute…