Entriamo nel “rifugio” fiammingo della Bahrain Victorious

01.04.2023
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Le Fiandre sono uno dei territori più legati al ciclismo, la serie di corse che si svolgono lassù è innumerevole. Nella prima parte di stagione, spesso i corridori si trovano tutti lì per darsi battaglia. Visti i continui spostamenti c’è una squadra che ha pensato di stabilire nel cuore di questo territorio una base logistica: la Bahrain Victorious. Una villa indipendente dedicata all’intera campagna del Nord, lunga quasi un mese (foto in apertura di Charly Lopez). Un centro logistico e di ritrovo fondamentale, dove seguire i propri ritmi entrando in sintonia con le Fiandre, lontani dagli alberghi e dal caos. 

Una seconda casa

Nella villa, situata nella cittadina di Zwevegem, corridori e staff della Bahrain si ritrovano ogni anno, vivendo come una grande famiglia in questa casa condivisa. 

«La squadra – racconta Sonny Colbrelli, che ha potuto viverla prima da corridore ed ora da membro dello staff – l’ha presa nel 2022. Sapevo che Miholjevic era andato in perlustrazione per trovare un posto che fosse vicino a tutte le partenze delle varie corse. Lo cercava in una posizione riservata, ad uso esclusivo della squadra, gli hotel sono comodi ma quando stai praticamente un mese nello stesso posto hai bisogno di un alloggio tutto tuo.

«Ho fatto in tempo a viverla da corridore – continua Colbrelli – l’anno scorso, nel periodo tra Omloop e Kuurne. E’ estremamente produttivo avere a disposizione una villa del genere, in hotel devi stare da solo in stanza o al massimo con un compagno. Questa casa ti dà la possibilità di socializzare, è una villa enorme dove corridori e staff stanno insieme. E’ il giusto rifugio per amalgamare il gruppo».

I momenti insieme vengono utilizzati per creare un gruppo solido ed unito (foto Charly Lopez)
I momenti insieme vengono utilizzati per creare un gruppo solido ed unito (foto Charly Lopez)

Tutti insieme

Passare un mese lontano dalle proprie famiglie fa parte dell’essere un corridore, ma, non per questo, non va considerato il lato umano. I rapporti personali servono per creare il giusto ambiente nel quale trovare la migliore condizione fisica e mentale. Le migliori prestazioni partono proprio dalla grande serenità interna dell’atleta stesso.

«E’ bello – racconta ancora il vincitore della Roubaix – perché la sera capita spesso di ritrovarsi tutti insieme sul divano, che è enorme, e guardare i finali delle varie corse. Sia quelle da fare, che di quelle appena concluse. Quando eravamo in hotel lo potevi fare autonomamente, ma non sempre avevi voglia. Tutti insieme è più divertente, magari ci scappa la battuta o lo spunto interessante. Sono presenti otto camere ed ognuna ha la propria doccia ed il bagno privato. Sono convinto che altre squadre ci copieranno in futuro. Per gli allenamenti è un vero toccasana, si ha la possibilità tutti i giorni di allenarsi sulle strade delle corse che man mano si vanno a fare».

Lavorare meglio

Come anticipato da Colbrelli questa villa è un grande vantaggio anche per lo staff, il quale al posto di lavorare in condizioni estreme può concedersi più tempo. Pierluigi Marchioro, massaggiatore della Bahrain, nel 2022, ha seguito da qui i corridori.

«E’ davvero una bella casa – ci dice – tutti riusciamo a lavorare con molta più calma dopo una gara o un allenamento. I tempi ce li gestiamo in autonomia, magari i massaggi si possono fare tranquillamente dopo cena, nessuno ci corre dietro. Durante la campagna del Nord della scorsa stagione eravamo presenti in quattro massaggiatori, il cuoco, il fisioterapista ed i meccanici. Ognuno di noi aveva lo spazio per lavorare in serenità: al piano terra, nella stanza dove alloggiavo, mettevo il lettino per i massaggi. L’osteopata lavorava in corridoio, mentre nel soppalco stavano gli altri tre massaggiatori. I meccanici, poi, sono coloro che “ringraziano” maggiormente perché quando si dorme in hotel lavorano all’aperto, ed in Belgio piove spesso. In questa villa, invece, hanno la possibilità di mettersi al coperto e, grazie al maggior spazio logistico, possono portare molti più pezzi di ricambio. Oltre alle due solite bici si porta qualche telaio in più, in caso di problemi o eventuali cadute senza considerare tutte i vari componenti più piccoli».

«Parte dello staff alloggia comunque in hotel – riprende Marchioro – nella villa dormono i corridori, un massaggiatore, il cuoco ed il dottore. Io sono un po’ all’antica e mi piace rimanere a contatto con i ragazzi, posso sempre dare una mano o fare qualche cura extra in caso di necessità. Se il cuoco ha bisogno di qualcosa dal camion cucina posso andare io a prenderlo, oppure vado a fare la spesa. Insomma, il nostro “rifugio” è davvero super funzionale».

Due giorni al Fiandre: Pogacar getta la maschera

31.03.2023
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«Spero e penso che Michele abbia ragione – dice Baldato, riferendosi alle parole di Bartoli sulle chance di Pogacar al Fiandre – pensiamo tutti che dopo sei ore e mezza Tadej possa avere una maggiore resistenza alla fatica rispetto a Van der Poel e Van Aert. Le azioni della settimana scorsa alla E3 Saxo Classic sono state delle prove. Abbiamo capito che il Qwaremont è la salita più adatta a lui, quella in cui li può mettere in difficoltà. Invece quanto all’osservazione di Michele sui tanti scatti della Sanremo

«Ha ragione, anche io che ero a casa l’ho notato. Forse avrebbe potuto voltarsi una volta di più e si sarebbe accorto che Van der Poel stava rientrando a ruota di Van Aert senza fare fatica, ma quando sei lì e sai che hai solo quei 500 metri, tante volte ragionare non è facile. Oggi abbiamo fatto tre ore, due asciutte e una con la pioggia. E’ andata meglio dell’anno scorso quando trovammo la neve. Stiamo bene e abbiamo una bella squadra. Ma del resto non ho mai sentito Tadej Pogacar lamentarsi perché sta male».

Pogacar sembra molto a suo agio ed estremamente sereno parlando della sfida di domenica
Pogacar sembra molto a suo agio ed estremamente sereno parlando della sfida di domenica

Due giorni al Fiandre

Le cinque del pomeriggio a Waregem. Nell’hotel del UAE Team Emirates parla Tadej Pogacar, ma cominciare dal direttore sportivo che lo guiderà domenica al Giro delle Fiandre serve per avere il polso della situazione. Fuori piove, per tutto il giorno la temperatura è rimasta intorno ai 10 gradi, ma per domenica danno bel tempo.

Pogacar ha la consueta espressione serena e dalle sue parole traspare il gusto di esserci, che è alla base della passione di ogni professionista che venga quassù a sfidare queste stradette di sassi e fango, ma in lui si concretizza in un sorriso contagioso.

E’ vero che l’altro giorno hai fatto le prove?

Ho voluto capire cosa c’era ancora nelle gambe, sapendo che domenica quello sarà il punto in cui inizierà la fase decisiva della corsa. In più stamattina siamo andati a fare la ricognizione sul percorso ed è stato importante, perché non conosco ancora bene queste strade. Ne avevo bisogno per riprendere il feeling con questi posti. Negli ultimi giorni sono stato a Monaco. Avevo qualche appuntamento e ne ho approfittato per fare un paio di allenamenti duri. Ho cercato anche di recuperare prima di tornare quassù. Sarà importante ricordare i punti chiave, soprattutto quando Van Aert schiererà il suo squadrone e Van der Poel partirà all’attacco.

Le Colnago appena rientrate dalla ricognizione sono piuttosto sporche: ha iniziato a piovere
Le Colnago appena rientrate dalla ricognizione sono piuttosto sporche: ha iniziato a piovere
Che cosa rappresenterà il Qwaremont nel tuo Fiandre?

E’ la salita più lunga, quella in cui posso far valere le mie doti, quella con il pavé sino in cima. Il Paterberg invece è troppo corto per le mie caratteristiche. So che arrivare da solo sarà molto difficile, bisognerà trovare il momento giusto. L’anno scorso il mio grosso problema fu lo spreco di energie per recuperare le posizioni, ero sempre indietro. Quest’anno mi sembra di essere migliorato con l’esperienza e soprattutto dopo sei ore ci saranno gambe più stanche e meno stress.

E se non arrivassi da solo?

In un sprint con loro due, dovrei essere contento per la conquista del podio. Preferisco concentrarmi sull’ipotesi di essere il più forte sulle salite, per provare ad arrivare da solo, ma faccio fatica a dire dove si potrebbe provare.

Perché ti piace il Fiandre?

Per l’atmosfera, i tifosi a bordo strada, le strade spettacolari e il percorso interessante per me. Se il Tour è il primo obiettivo di stagione, il Fiandre potrebbe essere il secondo, anche se non mi piace fare classifiche. Diciamo che è uno dei più grandi. Il Belgio mi piace per questa atmosfera speciale…

Anche ai campioni capita di mettere piede a terra: una risata e si riparte…
Anche ai campioni capita di mettere piede a terra: una risata e si riparte…
Le statistiche dicono che soltanto Merckx e Bobet hanno vinto Tour e Fiandre.

Non lo sapevo, non conosco la storia del ciclismo e onestamente preferisco vivere il presente e pensare al futuro. Certi calcoli semmai li farò a fine carriera.

La Jumbo-Visma ha dominato in lungo e largo, come siete attrezzati voi?

Abbiamo una bella squadra, con Wellens e Trentin che sono in ottima forma. Probabilmente non si può fare un paragone, ma non credo che sarà facile dominare il Giro delle Fiandre. In ogni squadra c’è almeno un potenziale vincitore e non credo che tutti vorranno stare ad aspettare le mosse di pochi. Questo ciclismo è diventato bellissimo, ogni giorno fuochi d’artificio. Mi piacciono queste corse, vengo a farle perché è molto meglio che guardarle in televisione.

Qualcuno dice che essere più leggero di Van Aert e Van der Poel sia uno svantaggio.

Non sono tanto leggero, in realtà. Sono certamente più pesante di quando corro il Tour, due giorni fa ero a 67 chili. Ma la differenza in salita la fai con la potenza e se hai quella, vai forte a prescindere da quanto pesi.

La UAE Emirates parte con una bella squadra. Accanto a Pogacar, anche Wellens e Trentin (foto Instagram)
La UAE Emirates parte con una bella squadra. Accanto a Pogacar, anche Wellens e Trentin (foto Instagram)
Quei 16 chilometri dalla fine del Paterberg all’arrivo sono una condanna?

Sono lì per tutti, ma certo non sono pochi. Soprattutto dopo sei ore e mezza di corsa. Confido di avere le gambe migliori dopo una corsa così lunga. Non so se con Van der Poel e Van Aert possa nascere un’alleanza, ma fra i due mi capisco meglio con Mathieu. Non so perché, deve essere un fatto di affinità. Ma da qui a dire che saremo alleati…

Pozzovivo all’amico Cataldo: «Ti aspetto a fine Giro»

31.03.2023
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CARPI – Quando gli abbiamo chiesto di parlare con lui della terribile caduta di Dario Cataldo al Catalunya, Domenico Pozzovivo ci ha anticipato la risposta annuendo con un sorriso sincero, quasi si aspettasse la nostra richiesta.

Pur toccando un argomento sempre molto delicato, che spesso si addentra nella sfera personale, eravamo certi di avere la disponibilità del 40enne scalatore della Israel-Premier Tech. Solo chi ha toccato con mano (letteralmente verrebbe da dire) il dolore del proprio corpo sull’asfalto, in un ciclismo che va sempre più veloce, può avere la necessaria sensibilità per dare il suo punto di vista. Il “Pozzo” nel corso degli anni ha saputo esorcizzare tutti gli infortuni subiti – e le relative conseguenze come operazioni e problemi di postura – con un grande spirito e con quel briciolo di ironia che gli riesce bene. Ecco cosa ci ha detto.

Botta e risposta al cellulare

Il 20 marzo Pozzovivo e la sua Israel arrivano all’hotel Parco di Riccione per la Coppi e Bartali del giorno dopo. Nel frattempo la prima tappa della Volta a Catalunya si conclude con la vittoria di Roglic su Evenepoel e con la botta pazzesca di Cataldo a 5 chilometri dal traguardo.

Il bollettino comunicato dalla Trek-Segafredo sarà pesante. Sintetizzando: frattura della testa del femore sinistro e dell’acetabolo destro, due fratture delle vertebre, costole multiple rotte, pneumotorace bilaterale e frattura della clavicola sinistra. Domenico, che in carriera si è rotto più di venti ossa e ha subito più di quindici operazioni chirurgiche, manda immediatamente un messaggio al suo amico Dario.

Abruzzesi. Il giorno dopo la caduta di Cataldo, Ciccone vince e gli dedica il successo
Abruzzesi. Il giorno dopo la caduta di Cataldo, Ciccone vince e gli dedica il successo

«Volevo giusto sincerarmi del suo morale – racconta Pozzovivo – perché so che quel tipo di cadute sono dure da assorbire. L’ho sentito subito bene e mi ha fatto piacere dargli il mio sostegno una volta di più. Ovviamente, senza mettergli fretta, gli ho detto che lo attendo presto in riva al lago a pedalare con me (abitano entrambi nella zona di Lugano, ndr).

«Dario mi ha risposto abbastanza velocemente considerando tutto – continua il lucano – senza dirmi quando ci vedremo però è stato brillante. Quando uno minimizza il proprio grave infortunio, significa che è già oltre la fase critica. Anch’io ho sempre fatto così (sorride, ndr). Dicevo che era solo una botta che passava. Quando pensi sempre a poter rimediare, vuol dire che sei già proiettato bene per recuperare».

2018. Cataldo e Pozzovivo durante la recon del Lombardia insieme a Nibali, Gasparotto, Aru e Orrico (foto instagram)
2018. Cataldo e Pozzovivo durante la recon del Lombardia insieme a Nibali, Gasparotto e Orrico (foto instagram)

Consigli preziosi

Pozzovivo e Cataldo sono corridori esperti, eppure i consigli non si rifiutano mai da chi una situazione l’ha già vissuta più di una volta. E tutto torna utile.

«In base alla mia esperienza – spiega “Pozzo” – so che si preconizzano determinati tempi di recupero. Ma proprio su questi o sulle prognosi ho imparato sulla mia pelle che bisogna sempre dividere per due, come la conversione euro-lira (sorride, ndr). Siamo atleti di alto livello e abbiamo capacità di recupero fuori dal normale. Quindi non bisogna demoralizzarsi sulle tempistiche che vengono prescritte nelle maniere burocratiche. Da lì in poi, nel recupero bisogna cercare di essere al limite del rischio ma senza andare a compromettere le situazioni. D’accordo anticipare i tempi, ma usando la testa».

Pozzovivo in carriera ha subito più di 15 operazioni che gli hanno modificato la postura in bici
Pozzovivo in carriera ha subito più di 15 operazioni che gli hanno modificato la postura in bici

La testa giusta

Sappiamo bene che dopo le cadute, dal punto di vista fisico vengono stimati dei tempi della ripresa. Ma dal punto di vista morale quanto ci si mette? Che pensieri passano per la testa? Pozzovivo conosce le risposte.

«E’ un po’ una situazione che tira l’altra – analizza – nel senso che quando tocchi il fondo a causa di una caduta importante, c’è il lato positivo perché vedi che i miglioramenti. Soprattutto all’inizio sono molto rapidi. Quello che ti deve dare la spinta è non guardare troppo in là ma vedere giorno per giorno ed essere soddisfatti dei progressi che riesci a raccogliere.

«Il pensiero di smettere di correre ti balena nel cervello – prosegue – quando sei lì al pronto soccorso, in attesa degli esami e di capire cosa ti sei fatto, hai questa idea. Poi però sparisce alla svelta, specie quando iniziano a… provocarti dal punto di vista psicologico. Quando i medici ti dicono che farai fatica a recuperare da quell’infortunio ecco che scatta qualcosa. Inizi già a reagire. Loro giustamente si attengono alle loro competenze e ti dicono così per prendersi qualche responsabilità in meno. Restano prudenti e li comprendo. Comunque nella testa di Dario non ho sentito questo mood negativo di voler smettere».

Cataldo è arrivato alla Trek-Segafredo lo scorso anno come guida per Ciccone ed è diventato un leader del team
Cataldo è arrivato alla Trek-Segafredo lo scorso anno come guida per Ciccone ed è diventato un leader del team

Appuntamento in bici

«In ogni caso – conclude Pozzovivo – il recupero da infortuni del genere viene agevolato anche da tutte le persone che hai attorno. Famiglia, amici, compagni di squadra, lo staff ed anche il proprio agente. Ci sono tante persone, ma la prima è la compagna, fidanzata o moglie a seconda delle situazioni in cui si è. E’ lei che subisce tutto nel bene o nel male (sorride, ndr). Dario continuo a sentirlo e gli ho mandato un ulteriore messaggio, fissando un appuntamento. Questa estate dopo il Giro d’Italia ci faremo quelle sane pedalate di recupero assieme».

Primo attore da junior, ora in gruppo. La scuola di Scalco

31.03.2023
4 min
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Dov’è finito Matteo Scalco? Miglior azzurro ai mondiali juniores 2022, protagonista assoluto della stagione italiana con le perle delle vittorie al GP Sportivi Loria, alla Corrubio-Montecchio e al Trofeo Buffoni, il corridore di Thiene è scomparso un po’ dai radar. Niente di preoccupante, è un prezzo che si paga al cambio di categoria. Il veneto infatti è approdato nelle file della Green Project-Bardiani-Csf-Faizané per affrontare la sua prima stagione U23 e chiaramente paga l’apprendistato.

Sondando il suo umore, ci si accorge di come il non comparire in alto negli ordini di arrivo non lo preoccupi, anzi. Sa bene che queste gare gli sono servite molto più di qualsiasi vittoria. Come sa anche che tutto è nato proprio dalla sua stagione 2022.

Scalco è al primo dei due anni di contratto con la Green Project-Bardiani. Per ora gare solo all’estero
Scalco è al primo dei due anni di contratto con la Green Project-Bardiani. Per ora gare solo all’estero

«Finora è stata un’annata molto più che positiva – racconta – considerando il fatto che nessuna corsa è stata semplice. La squadra aveva impostato un calendario impegnativo, tutto fatto di prove nazionali, alla fine ho conquistato 3 vittorie e altri 6 podi ma soprattutto è stato importante per crescere. Il team aveva sposato un programma impegnativo proprio con questo obiettivo».

E come giudichi i tuoi inizi?

Diciamo che sono partito col piede giusto, andando abbastanza bene nelle poche corse che ho fatto considerando che sono state solo 7, tutte tra Croazia e Slovenia. Erano però corse elite, quindi ho affrontato gente molto esperta, lavorando per la squadra. Per certi versi non è cambiato molto il leit motiv: continuo ad apprendere.

Nei 7 giorni di gara fra Croazia e Slovenia, Matteo si è messo a disposizione dei compagni più esperti
Nei 7 giorni di gara fra Croazia e Slovenia, Matteo si è messo a disposizione dei compagni più esperti
Che differenze hai trovato?

Molte, è un modo di correre parecchio diverso. Intanto ci sono ore in più, il ritmo è profondamente diverso e soprattutto cambia nel corso della stessa giornata. Quando si apre il gas si “mena”, non puoi certo nasconderti…

Approdando alla Green Project e soprattutto nella categoria superiore cambia anche il concetto di ciclismo che diventa più sport di squadra…

Vero, ma già alla Borgo Molino questa impostazione c’era, soprattutto mentalmente. Ci si aiutava in corsa, capitava anche di lavorare per un compagno. E’ chiaro però che qui è tutto diverso, ci sono scelte consolidate, come all’Istrian Spring Trophy dove si lavorava tutti per Martinelli che alla fine ha sfiorato il podio. Le corse sono sicuramente più “gestite” di quanto avveniva prima.

Scalco Loria 2022
Uno dei successi del 2022, al GP Sportivi Loria (foto Francesco Cecchin)
Scalco Loria 2022
Uno dei successi del 2022, al GP Sportivi Loria (foto Francesco Cecchin)
Il fatto di non essere più così in alto negli ordini di arrivo ti pesa?

No, sapevo che passando di categoria si tornava un po’ nei ranghi inizialmente. Sono al primo anno, devo imparare tanto. Non bisogna dimenticare poi che questo è un anno delicato perché ho ancora la scuola, gli esami a giugno e questo influisce sugli allenamenti. Ad esempio in inverno le ore disponibili per uscire in bici prima del buio non sono state molte, considerando la scuola. Anche questo è un pedaggio da pagare.

La scuola influisce anche sulle scelte di gare da affrontare?

Un po’. Il calendario è abbastanza “soft”, per me come per altri due ragazzi che sono nella mia stessa condizione. Affrontiamo gare di un livello non esagerato. Ad esempio in Croazia e Slovenia abbiamo trovato corridori più esperti e questo un po’ mi ha fatto effetto. Ora toccherà alle classiche del nostro calendario di categoria, come Trofeo Piva, Giro del Belvedere, Corsa di San Vendemiano… Poi a maggio si andrà sui Carpazi per una corsa a tappe di 5 giorni.

Scalco aveva chiuso il 2022 con numerosi exploit. Ai mondiali era stato 14°
Scalco aveva chiuso il 2022 con numerosi exploit. Ai mondiali era stato 14°
A prescindere dai risultati, anche a livello fisico stai notando cambiamenti?

Sì, innanzitutto per un fattore fisico considerando che ho 18 anni. Sono cresciuto ancora in altezza e do più attenzione al peso: fino allo scorso anno era affidato un po’ alle nozioni che girano in gruppo, ora c’è un nutrizionista che mi segue e i cambiamenti si sentono. Poi è cambiata anche la preparazione. Ora mi segue Paolo Artuso che ha adattato le tabelle alla mia età e alla categoria, con più volumi e intensità. E’ chiaro come detto che questo è un anno atipico, ma gli effetti già li vedo dal punto di vista prestativo.

Parlavi prima di corsa a tappe. Tu lo scorso anno hai colto più risultati nelle prove in linea, ma hai anche portato a casa un 2° posto al Giro della Valdera. Ti senti portato per le gare di più giorni?

E’ una domanda che mi pongo anch’io. Da junior ne ho affrontate solo 3, poco per poter avere una risposta chiara. Credo di avere un buon recupero e questo è un punto a favore, poi dipende molto dai percorsi. Staremo a vedere, sono curioso di saperlo.

Montjuic, una salita storica: la “scaliamo” con Petilli

31.03.2023
5 min
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La salita con più passaggi e arrivi della storia, il Montjuic che ne conta ben 154, seguono il Col du Tourmalet con 61 e il Col d’Èze con 51. Una statistica sicuramente viziata dalla Volta Ciclista a Catalunya nonché la quarta più antica gara a tappe (1911) per professionisti, che ogni anno si conclude sulle pendici del monte catalano.

Una salita breve (2,7 km con pendenza media 4,7%) ma che ha visto passare campioni di ogni epoca e nazione e ospitato il campionato del mondo del 1973 con Felice Gimondi campione. Una lingua d’asfalto che si arrampica alla sommità posta a 173 metri d’altezza da dove è possibile guardare le bellezze a perdita d’occhio della città di Barcellona. Scopriamo questa breve ma intensa salita insieme a Simone Petilli della Intermarché Circus Wanty che l’ha da poco affrontata alla corsa catalana. 

Simone Petilli ha affrontato la salita del Montjuic quattro volte
Simone Petilli ha affrontato la salita del Montjuic quattro volte
Simone, in quale parte del mondo sei?

Sono in altura a Sierra Nevada, sono rimasto in Spagna direttamente dopo la corsa. Rimango qua due settimane e poi vado direttamente al Giro di Sicilia, successivamente ritornerò per altre due settimane in quota per finire la preparazione sperando di essere poi selezionato per il Giro d’Italia. 

Parliamo della salita del Montjuic, quante volte l’hai affrontata?

E’ la quarta volta come le mie partecipazioni al Catalunya che tutti gli anni finisce lì. 

In che tipo di tappa è inserita?

E’ una tappa impegnativa perché, nonostante sia corta, si va forte tutto il giorno e la salita è bella per il contesto e sopratutto perché c’è sempre tantissima gente, complice anche il fatto che la corsa si chiude di domenica. 

Per farci capire meglio, la paragoneresti a qualche salita nostrana?

Da paragonare è difficile, non saprei trovare un’altra salita con queste caratteristiche. Inizia abbastanza regolare, si passa sotto l’arrivo e da lì è pedalabile. Ci sono due tornanti e poi da metà spiana e scende un po’, poi inizia la parte finale che è quella più impegnativa. Si prende con un’alta velocità perché si arriva da una leggera discesina per poi immettersi sulla rampa subito dura. E’ una salita in cui bisogna soffrire. Non si fanno alte velocità nel finale perché è impossibile viste le pendenze sopra al 10%. Appena finita saper rilanciare è fondamentale. 

Qui Gimondi sul Montjuic durante i campionati del mondo del 1973
Qui Gimondi sul Montjuic durante i campionati del mondo del 1973
Ok, analizziamola meglio. Con che rapporti l’hai affrontata?

La prima parte essendo molto pedalabile si sale con il 54 e a velocità vicine ai 30 km/h. Segue la parte intermedia dove si prende ancora più velocità e infine la rampa conclusiva che si affronta con i rapporti più agili. Le velocità oscillano tra i 10 e i 15 all’ora. Noi usiamo 54-39 e 11-34. I primi giri penso di averli fatti con il 39×34 mentre gli ultimi tenevo il 30 nella parte impegnativa. 

Quanto è lunga l’ultima parte?

Saranno 500/600 metri che si riassumono in circa due minuti di sforzo molto intenso

Si guardano i dati in quei momenti?

In quelle situazioni seguo solo le sensazioni e cerco di gestirmi al meglio. Cercavo di prenderla nella migliore posizione possibile e con la maggior velocità, poi dopo si trattava di gestire. La maggior parte la facevo fuori sella perché mi trovo meglio senza guardare né dati né cardio

Ci hai detto che una fase delicata è anche quella dello scollinamento. Spiegaci…

Il punto di scollinamento ha una velocità molto bassa, sia perché è veramente dura sia perché hai dato tutto. Arrivati in cima si gira a destra c’è qualche metro di ciottolato e dopo inizia subito la discesa. Riuscire a rilanciare subito è fondamentale e si fa la differenza perché la discesa è molto veloce. L’ho provato in prima persona quando ho scollinato a pochi metri da un corridore ma essendo a tutta e senza la prontezza di rilanciare subito capitava di prendere dei metri che poi diventavano difficili da chiudere. 

Ancora oggi il Montjuic è decisivo per la tappa finale. Qui lo scatto di Evenepoel seguito da Roglic
Ancora oggi il Montjuic è decisivo per la tappa finale. Qui lo scatto di Evenepoel seguito da Roglic
Il manto stradale in che condizioni è?

L’asfalto è perfetto anche perché è all’interno del parco del Montjuic, ho sempre trovato delle buone condizioni. La strada è molto larga e si stringe solo nella parte conclusiva, ma comunque c’è sempre ampio spazio per passare. Stesso discorso vale per la discesa, molto ampia e veloce in particolare ci sono due curve che si fanno a piena velocità senza toccare i freni. 

La carreggiata è ampia?

Se uno ha gambe ha sempre la possibilità di recuperare anche in salita. Nel ciclismo moderno la posizione è sempre più importante. In un percorso del genere è importante stare davanti, ma giro dopo giro sono le gambe a parlare e a determinare la posizione.

Hai parlato della presenza di tanto pubblico…

Tutti gli anni c’è sempre grande tifo. Il Catalunya è una corsa importante. Finendo di domenica in un circuito che si ripete più volte, attira molti tifosi e devo ammettere che sulla parte più dura della salita c’è sempre un alto numero di tifosi che ti da una gran mano a livello emotivo e questo è sempre un piacere del ciclismo. 

Una salita storica, qui lo scalatore Luis Ocana
Una salita storica, qui lo scalatore Luis Ocana
Che cosa rappresenta per te questa salita?

E’ una salita bella da fare e che ha il suo fascino essendo la tappa finale da sempre. Vedendo anche cosa dicono i siti di ciclismo e i giornali vincere la tappa del Montjuic ha un valore un po’ particolare. Penso che nel palmares di un corridore la vittoria ad una tappa del Catalunya e una al Montjuic hanno un peso differente. Nonostante sia la stessa corsa, alzare le braccia qui regala qualcosa in più nella carriera di un corridore. 

Si adatta alle tue caratteristiche?

Non è il tipo di sforzo ideale per me. Come dicevo la parte conclusiva richiede un impegno di circa due minuti. Mi trovo meglio con sforzi più lunghi. Però mi sono sempre trovato bene in questa tappa perché arriva l’ultimo giorno e soprattuto si ripete tante volte. E’ tutta salita o discesa senza respiro, e arrivati all’ultimo giro la stanchezza e il fondo fanno la differenza

Caro Bartoli, Pogacar può davvero vincere il Fiandre?

31.03.2023
5 min
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Anche all’interno della nostra redazione si scatenano le discussioni “da bar”. Che poi da bar mica tanto… Sono sempre analisi tecniche e ponderate (e guai se non lo fossero). E così tra chi diceva che Pogacar non avrebbe potuto vincere un Fiandre finché ci saranno di mezzo quei due bestioni di Van Aert e Van der Poel, e chi sosteneva il contrario, abbiamo deciso di mettere un giudice super partes, ma anche super preparato: Michele Bartoli.

Michele il Fiandre lo ha vinto nel 1996. I suoi numeri di allora sono assolutamente paragonabili a quelli di un Pogacar: 176 centimetri per 66 chili lo sloveno; 179 centimetri e 65 chili il toscano. Ma soprattutto Bartoli ha le capacità e le esperienze dirette per affrontare questo tema, che riguarda non solo il peso, ma anche i watt, la guida, la tattica…

Michele Bartoli (classe 1970) conquista il Giro delle Fiandre 1996. Il toscano era super magro
Michele Bartoli (classe 1970) conquista il Giro delle Fiandre 1996. Il toscano era super magro
Michele, partiamo con la domanda delle domande: Tadej Pogacar può vincere un Fiandre con Van Aert e VdP di mezzo?

Non sono mica tanto convinto che sia impossibile, anzi… Se guardiamo come è andata ad Harelbeke, Pogacar ha dimostrato di essere il più forte di tutti, specialmente sull’ultimo strappo e l’ultimo strappo del Fiandre è 60 chilometri dopo quello di Harelbeke. Io sono convinto che se si farà una corsa dura, Pogacar potrà vincere il Fiandre.

Però Tadej non ha la stessa potenza di quei due. Lui ha un ottimo rapporto peso/potenza, ma i muri sono troppo brevi perché questo rapporto sia più efficace della forza pura di quei due…

Questo è vero, ma non è solo questione di potenza pura o di rapporto peso/potenza: è questione di resistenza agli sforzi. E su questo aspetto Pogacar mi sembra più avanti di Van Aert e Van der Poel. Dopo il quarto o quinto sforzo massimale gli altri due perdono efficienza, Pogacar no. O comunque ne perde molta meno.

Lo scorso anno infatti se ci fossero stati solo 50 metri in più di Paterberg, Pogacar avrebbe vinto il Fiandre. VdP era oltre il limite. Non sarebbe rientrato…

Esatto e torna il discorso della resistenza. Se andiamo a rivedere le immagini, all’inizio del Paterberg a soffrire di più era Pogacar e non VdP. Poi ad un certo punto, e lo si nota chiaramente, la situazione s’inverte. In più lo scorso anno Van der Poel era al 100%, in giornata super… Se non dovesse esserlo di nuovo, le cose potrebbero andare diversamente.

L’altro giorno, ad Harlebeke, sul Paterberg sono passati a lungo sulla canalina laterale in cemento (e quindi liscia) e non sul pavè: questo ha agevolato l’affondo dello sloveno?

Il pavè in pianura può metterlo in difficoltà, ma sui muri non credo che possa essere decisivo. Alla fine, proprio per il discorso fatto sulla resistenza, se ti rimane più benzina nelle gambe, se hai più energia quella differenza si assottiglia e anche sul pavé uno come Pogacar può fare la differenza. Inoltre ricordo che gli sforzi dopo i 200 chilometri sono tutt’altra cosa rispetto a quelli sotto i 200.

Giro delle Fiandre 2022, sul Paterberg l’azione di Tadej Pogacar e Mathieu Van der Poel
Giro delle Fiandre 2022, sul Paterberg l’azione di Tadej Pogacar e Mathieu Van der Poel
Numeri alla mano, almeno su carta, tu avevi quasi lo stesso peso di Pogacar (65 chili tu, 66 lui): non credi che questo possa svantaggiarlo nei confronti di quei due? Oppure le soluzioni tecniche attuali, tra telai, ruote e coperture più larghe e più sgonfie lo agevolano?

In realtà io ero più leggero di quel peso! Ho vinto il Fiandre a 63 chili, quindi come vedete si può fare al netto delle soluzioni tecniche.

Messa così, Michele, allora Pogacar ha più chance di vincere un Fiandre che una Sanremo…

Per me sì. E’ davvero difficile fare la differenza sul Poggio. Casualmente dovrebbe trovare quei due entrambi in giornata no. Ed entrambi la vedo dura. Alle velocità con cui viene oggi affrontato il Poggio, in scia si sta bene. Per toglierli di ruota devi essere due gradini al sopra di loro. E due gradini al di sopra di Van Aert e Van der Poel è impossibile. Con gli altri ce la può anche fare, ma con loro due no. A meno che, ripeto, non li becchi entrambi con “una gamba su e una gamba giù”.

Abbiamo parlato di peso, di potenza, resta la guida. Van Aert e VdP ci sono cresciuti su quelle strade, Pogacar le ha scoperte dopo: quanto conta il feeling di guida?

Certamente è un valore importante, che resta e resterà per sempre. A parità di forza tra uno bravo e uno non bravo, il risultato è che quello bravo non si stacca. Ma Pogacar ha mostrato di trovarsi bene anche in quelle condizioni e soprattutto di trovarcisi bene anche sotto sforzo. E poi uno come lui anche se dovesse perdere un pizzico di terreno su un tratto in pavé ha talmente tanta forza e tanta resistenza che appena finisce rientrerebbe subito su asfalto.

Per contrastare i picchi di forza di Van Aert e Van der Poel, Pogacar dovrà fare corsa dura secondo Bartoli
Per contrastare i picchi di forza di Van Aert e Van der Poel, Pogacar dovrà fare corsa dura secondo Bartoli
Tatticamente invece cosa dovrebbe fare Pogacar?

Come ho detto: corsa dura. Se aspetta gli ultimi 20 chilometri (la sequenza Oude Kwaremont-Pateberg, ndr) è troppo tardi. Con due pesi massimi come loro si rischia di fare come ad Harelbeke.

La corsa dura taglia fuori tutti gli altri? E’ un discorso a tre?

Sì, con la corsa dura outsider e sorprese si eliminano. L’unica cosa che posso appuntare a Pogacar è quella di essere un po’ meno presuntuoso, o di essere più scaltro…

Cioè?

Quando attacca come ha fatto sul Poggio e non li stacca, non può fare altri 600-700 metri in quel modo con loro dietro pensando di toglierli di ruota. Non può pensare di staccarli. Se pensa così sbaglia, perché alla fine “s’impicca” anche lui. Invece ti rialzi, chiedi un cambio… Poi magari va allo stesso modo. Van der Poel attacca, ma di certo lo fa con meno efficienza e tu hai le gambe per provare ad inseguirlo

Non solo pista e volate. Alzini vuole alzare l’asticella

30.03.2023
6 min
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Non si fa certo scoraggiare da una caduta Martina Alzini. Certo, avrebbe fatto volentieri a meno del capitombolo alla Gand-Wevelgem, ma il suo spirito resta ottimistico in vista del Giro delle Fiandre e delle successive gare.

Il buon inizio di stagione ha dato alla 26enne velocista della Cofidis qualche motivo supplementare per vedere più lati positivi che negativi. L’aver corso la Dwars door Vlaanderen senza particolari fastidi al ginocchio destro colpito nella caduta è proprio uno di quelli. E Alzini non si tira mai indietro nemmeno quando c’è da parlare. Ha sempre pronte una risposta e un’opinione per ogni argomento.

Martina com’è la tua condizione?

Sto bene, anche se un po’ acciaccata. Ieri ho corso per onorare la Dwars che forse è la mia gara preferita. Ho avuto ancora fastidio al ginocchio, ma sta migliorando. Alla Gand prima dei muri mi sono venute contro alcune ragazze e sono volata in un fosso con alcune bici sopra di me. Solitamente io sono una che sta lontana dalle cadute, che le evita. Ma il Belgio è così, non perdona.

E’ tipico di quelle gare…

Va detto però che ogni anno lassù è sempre peggio. Si cade tanto e di più per un mix di cose. Stradine, pavè, canaline e meteo. Partiamo sempre in tante e talvolta c’è una frenesia immotivata. Noto che stare in gruppo è ormai parte dell’allenamento. Puoi fare tutte le ore in bici che vuoi, andare forte, ma se non sai stare o passare in spazi strettissimi allora diventa un problema sia per l’atleta stessa sia per chi ti sta vicino.

C’è una ragione secondo te per tutto questo?

Non saprei, ci possono essere diverse motivazioni dietro. Ad esempio io capisco una come Marta (Cavalli, ndr) che non si senta ancora a suo agio dopo la botta tremenda che ha preso non per colpa sua. Escludendo il suo che è un caso limite, mi sento di dire però che in generale sembra quasi che molte ragazze disimparino a stare in gruppo durante l’inverno lontano dalle corse.

E’ tanto evidente?

Le prime gare dell’anno sono sempre le più pericolose. Molte atlete si prendono rischi inutili iniziando a limare a cento chilometri dalla fine. E non è un caso che a fine stagione questa tensione non ci sia più. A me spiace perché poi si apre il dibattito che noi donne cadiamo più degli uomini ed invece non è così.

Alzini in Normandia si è messa alla prova su nuove dinamiche di gara per curare la generale (foto Mathilde L’Azhou)
Alzini in Normandia si è messa alla prova su nuove dinamiche di gara per curare la generale (foto Mathilde L’Azhou)
Quest’anno sei partita forte. Te lo aspettavi?

A dire il vero no, anche se sapevo di avere lavorato bene. Dopo lo Strade Bianche è come se mi fossi sbloccata. Non la dovevo correre e mi rode essere finita fuori tempo massimo per pochissimo. Tuttavia ho recuperato molto bene e il giorno dopo a Montignoso ho fatto terza dietro a due ragazze (Realini e Spratt della Trek-Segafredo, ndr) che sono tra le più forti scalatrici al mondo e che quel giorno erano di un altro pianeta. E’ stato un onore salire sul podio con loro. Sono soddisfatta della mia prova perché sulla salita del circuito, decisamente lontana dalle mie corde, ho stretto i denti e non sono mai andata alla deriva. Nel finale ho vinto la volata del gruppo.

Poi, guardando le date, è iniziato un mini tour de force per te.

Esatto. Sono partita con la nazionale della pista per la Nations Cup al Cairo. Siamo andate laggiù con un quartetto sperimentale (insieme a lei c’erano Consonni, Crestanello e Vitillo, ndr) e credo che il quinto posto finale sia un ottimo piazzamento tenendo conto di Paesi che erano più attrezzate di noi. In pratica dopo la prova dell’inseguimento a squadre, in accordo con lo staff azzurro, sono rientrata per correre il Tour de Normandie con la Cofidis. Non avevo idea di come sarebbe andata ma direi bene.

Ti sei ritrovata a fare classifica.

Sì, è stata la prima volta che mi capitava. Ho fatto secondi posti di tappa e poi terza nella generale. Mi brucia un po’ che non sia arrivata una vittoria, ma ho scoperto qualcosa di nuovo di me. All’ultima tappa ero fuori dal podio, così sono andata alla ricerca dei secondi di abbuono nei traguardi volanti. Erano tutti importanti. Grazie a quelli e a quelli del traguardo finale ho potuto scavalcare due atlete come Cordon-Ragot e Majerus. Per me è stata un’altra grande soddisfazione aver battagliato per il successo finale. Ho corso pensando a dinamiche cui non avevo mai pensato prima.

Come ci arrivi al Fiandre?

Di sicuro con un buon morale e con una maggiore consapevolezza dei miei mezzi. So che in gare come il Normandia ci può essere più spazio per me. Per una corsa come la “Ronde” invece sono più realista, come sempre del resto. Non siamo noi della Cofidis che dobbiamo fare la corsa. Per quello che mi riguarda voglio godermi al massimo il contesto del Fiandre. La presentazione dei team è da pelle d’oca. Non è nelle mie corde ma è la gara per eccellenza, bisogna essere contenti già di partecipare. Poi vedremo come starò.

Sogno azzurro. Alzini spera di potersi guadagnare una convocazione in nazionale su strada (foto Mathilde L’Azhou)
Sogno azzurro. Alzini spera di potersi guadagnare una convocazione in nazionale su strada (foto Mathilde L’Azhou)
Martina Alzini ha ambizioni particolari per quest’anno?

Se il 2022 è stata la prima vera stagione su strada, questa sarà quella in cui raccogliere qualcosa in più, anche per presentarmi meglio al 2024. Vorrei alzare l’asticella. Ho capito una volta di più che dove non ci arrivano le gambe, ci arriva la testa. Al Giro Donne mi piacerebbe centrare quelle top ten che l’anno scorso mi sono sempre sfuggite di un nulla. Poi ci sarà il Tour in cui la Cofidis vuole ben figurare. Sarà una gara in funzione dei mondiali di Glasgow. Dovrò vedere se rientrerò nei piani del cittì Villa e se io mi reputerò all’altezza per correre in pista. Sarebbe un sogno anche vestire la maglia azzurra su strada. Mondiali o europei non fa differenza. Andrei anche per tirare tutto il giorno.

Un milanese di sangue colombiano. E’ Juan David Sierra

30.03.2023
5 min
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Il nome tradisce le origini colombiane, ma basta sentirlo parlare per accorgersi che Juan David Sierra è un milanese purosangue. Già da tempo nel mirino di team affermati che puntano sulle sue qualità veloci e se lo contendono per inserirlo nei propri team Devo, il portacolori della Ciclistica Biringhello è salito alla ribalta nel fine settimana, quando in una giornata tipica del Nord tra freddo e pioggia ha conquistato un importante settimo posto alla Gand-Wevelgem per juniores.

La cosa curiosa è che la sua passione ciclistica non ha nulla a che fare con le origini del padre: «Lui è arrivato qui a 18 anni, perché mia nonna aveva trovato lavoro, ma non era appassionato di ciclismo. Praticamente sono stato io a coinvolgerlo, ora segue tutte le mie gare ed è il mio primo tifoso».

Juan David con suo padre Alberto, arrivato dalla Colombia a 18 anni e suo primo tifoso
Juan David con suo padre Alberto, arrivato dalla Colombia a 18 anni e suo primo tifoso
Se in famiglia non c’era questa spinta verso il ciclismo, come è sbocciata questa passione?

Non è che la bici non facesse parte della nostra vita, solo che non prevedeva le gare. I miei genitori amavano invece le uscite escursionistiche e hanno coinvolto tutta la famiglia. A me piacevano moltissimo, poi ho deciso di provare qualcosa di diverso: facevo calcio ma non mi piaceva. Allora chiesi a mio padre di farmi correre con la società del posto, la Ciclistica Biringhello perché hanno una pista a Rho e pedalare su pista mi piaceva moltissimo. La mia prima gara l’ho fatta da G2 e non è neanche andata bene…

Sei stato subito un vincente?

Assolutamente no, penso di aver vinto una sola corsa da ragazzino. Mi piaceva però far fatica, lottare per arrivare davanti e questo non è mai venuto meno. E’ qualcosa che non so neanche spiegare, quel senso di appagamento dopo un allenamento o una gara sono insostituibili.

Juan David Sierra è nato il 25 gennaio 2005 a Rho (MI). Alla Gand ha chiuso 7° a 1’09” dal vincitore De Schuyteneer (BEL)
Juan David Sierra è nato il 25 gennaio 2005 a Rho (MI). Alla Gand ha chiuso 7° a 1’09” dal vincitore De Schuyteneer (BEL)
Che caratteristiche hai?

Sono un corridore veloce, vado bene sul passo e in salita diciamo che mi difendo, ma posso migliorare. La gara di Gand era ideale per me, piatta con pochi strappi, poi non avevo mai corso al Nord e men che meno sul terreno sconnesso, mi sono divertito tantissimo e non vedo l’ora di tornarci.

Eri partito con l’idea di fare risultato?

No, l’obiettivo era arrivare alla volata, ma in quel caso si sarebbe lavorato per altri. Non ero io la punta – ammette Sierra – anche se sono veloce. La corsa però si è messa altrimenti: io ho cercato di rimanere sempre davanti, poi il gruppo si è spezzato a una settantina di chilometri dal traguardo. Mi è spiaciuto perdere un centinaio di metri proprio alla sommità del Kemmelberg, se riuscivo a tenere il risultato sarebbe stato ancora più importante.

Il milanese è già stato azzurro lo scorso anno al Trophée Centre Morbihan
Il milanese è già stato azzurro lo scorso anno al Trophée Centre Morbihan
Tra le gare italiane ce n’è una che ti è rimasta nel cuore?

Non è una vittoria. Mi sono davvero divertito lo scorso anno a Roma, al GP Liberazione finito al 10° posto. Quella gara è particolare, corta ma nervosa, non ti puoi rilassare neanche un metro. Ci torno quest’anno per cercare di fare ancora meglio, è uno dei miei obiettivi di questa stagione.

E gli altri?

Non mi dispiacerebbe mantenere un buon livello, tale da guadagnarmi qualche altra chance per vestire la maglia azzurra. Per me è un grande onore, sento molto la responsabilità e vorrei ripetere l’esperienza quanto prima. Spero di riuscire a essere selezionato, magari per qualche prova a tappe della Nations Cup come lo scorso anno.

Tu sei al secondo anno da junior, si avvicina il momento del cambio di categorie e quindi di squadra…

Non mi pongo molto il problema, d’altronde passa tutto attraverso i risultati, quindi devo pensare a correre. Poi devo pensare anche alla scuola. Quest’anno ho cambiato indirizzo, sono all’Istituto Professionale Elettricisti e l’anno prossimo avrò gli esami, questo influirà un po’ sulle mie scelte. Ma ho tempo per pensarci.

Tante le vittorie nelle categorie giovanili. Qui al Lombardia per allievi
Tante le vittorie nelle categorie giovanili. Qui al Lombardia per allievi
Andresti all’estero?

Di corsa! Intanto per migliorare il mio inglese considerando che di partenza sono bilingue italiano-spagnolo, poi perché ritengo sia un passo fondamentale se si vuole fare davvero questo mestiere. In Italia c’è una mentalità ancora troppo chiusa. Un’esperienza all’estero sicuramente mi darebbe molti altri spunti per continuare nella mia attività.

Considerate le tue caratteristiche, quali pensi siano le prove dove puoi emergere e per le quali un team dovrebbe sceglierti?

Sono un passista veloce, capace di emergere sia nelle gare d’un giorno, sia nelle corse a tappe come cacciatore di traguardi. Certo – conclude Sierra – dove c’è tanta salita sono ancora un po’ acerbo ma spero di migliorare.

Grinta, sfacciataggine e gambe: ecco Ben Healy

30.03.2023
4 min
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Uno dei primi ricordi dal vivo di Ben Healy risale al Giro d’Italia under 23 del 2021. Eravamo nella fornace afosa di Castelfranco Veneto. Ultima fatica della corsa dominata da Ayuso. Dieci tappe e quella finale era un piattone che ripercorreva le mura della cittadina trevigiana.

Healy partì a diverse tornate dal termine. Sulla linea d’arrivo ci si chiedeva dove volesse andare “questo qui”. E lui in tutta risposta vinse la tappa, rispondendo coi fatti!

Ben Healy (classe 2000) vince a Larciano dopo un finale corso da vero dominatore
Ben Healy (classe 2000) vince a Larciano dopo un finale corso da vero dominatore

Primavera magica

Healy, irlandese, classe 2000 è professionista dallo scorso anno. Da U23 Correva con la Trinity, la stessa squadra di Pidcock, ora è con la EF Education-EasyPost. Dopo una prima stagione fra i grandi di adattamento, in questa primavera sta esplodendo.

Il corridore è da scoprire. Difficile stabilire se si tratti di uno scalatore. Di certo in salita va forte, ma se la cava anche sul passo. E’ campione nazionale a cronometro in carica e anche quel giorno a Castelfranco, tutta pianura, andò via di forza.  Anche se i suoi numeri (175 centimetri per 64 chili) fanno legittimamente pensare ad un grimpeur. Ma è il ciclismo moderno. Sono i corridori moderni: si va e si deve andare forte dappertutto.

E Healy forte ci è andato sia alla Coppi e Bartali che al Gp di Industria e Commercio di Larciano. Una settimana che ha cambiato non poco i suoi orizzonti. Terzo nella generale e vincitore di una tappa nella corsa dedicata ai due campioni, primo nella classica toscana.

L’irlandese viene dalla scuola di Wiggins e dal team Trinity. Anche per questo è molto bravo sia in mtb che contro il tempo
L’irlandese viene dalla scuola di Wiggins e dal team Trinity. Anche per questo è molto bravo sia in mtb che contro il tempo

Attaccante dentro

Se lo guardi, non sembra un corridore che “morde”, in realtà in bici è cattivissimo, determinato e non guarda in faccia nessuno (lo sa bene Pozzovivo).

«Questo è il modo in cui mi piace vincere – ha detto l’irlandese dopo il successo di Larciano –arrivando da solo. In questo modo sei sicuro che ce la farai», come a voler ritornare proprio al finale di Forlì contro Pozzovivo (Padun era suo compagno).

Anche in squadra cominciano a prendere coscienza del suo potenziale. Ken Vanmarcke, uno dei diesse della EF sapeva che Healy stesse bene: «Prima della gara di Larciano guardando TrainingPeaks, era chiaro che Healy stesse volando, che fosse ad un certo livello».

E poi ha aggiunto un dettaglio affatto secondario, che appunto dice della grinta di Ben: «Le gare italiane come Larciano non sempre vanno a chi ha le gambe più forti, ma a chi riesce ad adattarsi, a capire le situazioni e a proporsi». E Healy sulla scalata finale si è proposto bene: con gambe, con grinta e tempismo. Ma soprattutto senza paura.

Al momento del suo scatto, il traguardo distava una quindicina di chilometri e all’inizio i secondi di vantaggio erano pochi. Lui però ha insistito, non si è voltato e alla fine ha vinto con margine.

Dopo l’Amstel Gold Race dovrebbe tornare in altura prima del Giro (foto Instagram)
Dopo l’Amstel Gold Race dovrebbe tornare in altura prima del Giro (foto Instagram)

Verso il Giro

La EF Education-EasyPost ha previsto un calendario man mano sempre più impegnativo ed importante per il ragazzo. Dopo queste corse di “seconda fascia” in Italia, ne farà altre in Francia, ma poi l’asticella si alzerà. E non poco.

Ben prenderà parte all’Amstel Gold Race e poi al Giro d’Italia, il suo primo grande Giro. Tra le due gare dovrebbe tornare in altura a Sierra Nevada. Proprio lì ha costruito, o forse sarebbe meglio dire ha affinato la condizione per la Coppi e Bartali e il resto. Come un po’ tutti i ragazzi di oggi, Healy ha la capacità di entrare presto in condizione.

Visto il suo potenziale e sapendo che al Giro la EF Education-EasyPost non porterà Carapaz, chissà che Healy non possa essere un outsider, una sorpresa. Magari non salirà sul podio, ma se dovesse entrare nei dieci non saremmo così stupiti.