Dalle risate “alla lavatrice”, il pre e post Roubaix di Colbrelli

08.04.2023
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La Roubaix incombe, oggi tocca alle donne! L’Inferno del Nord ha un fascino tutto suo, fatto di attese, “misteri”, volti infangati, pietre, lotte, velodromo… E tutto questo è accompagnato da un rituale. Nei due giorni precedenti, per esempio, tutte le squadre vanno in avanscoperta dei settori in pavè.

Noi questi rituali che precedono la Parigi-Roubaix, ma anche che li seguono, li abbiamo rivissuti con Sonny Colbrelli. La sua vittoria è ancora viva nelle nostre menti. Negli occhi passano ancora le immagini che lo vedono all’attacco, fino alla volata vincente contro Van der Poel e Vermeersch.

Colbrelli (classe 1990) sereno a pochi istanti dal via della sua prima ed unica Roubaix disputata in carriera
Colbrelli (classe 1990) sereno a pochi istanti dal via della sua prima ed unica Roubaix disputata in carriera
Sonny, come hai vissuto l’avvicinamento alla tua Roubaix?

In modo unico direi, pochi la vivono così. Era ottobre, era la penultima corsa della stagione e quindi c’era un clima un po’ diverso dal solito, almeno da quello che mi raccontavano. Io l’ho presa in modo molto easy, scanzonato. Ridevo coi compagni. Ho vissuto quelle ore di vigilia con la massima tranquillità. Non dico che fossi appagato dalla stagione, ma ero già soddisfatto.

Un approccio diverso dunque… Tu sei riuscito a dormire, per esempio?

Sì, sì… e poi si sapeva che avremmo disputato una Roubaix con pioggia e fango come non accadeva da anni. E questo mi piaceva. Da corridore, quando tieni particolarmente ad una corsa e per quanto dici di non pensarci, la testa finisce sempre lì, pensi a come andrà, al risultato… e riposare non è facile. E soprattutto quelli che stanno bene, già al mattino li vedi “sfiniti”, con le gambe molli. Per me invece è stato tutto diverso. Scherzavo con i compagni. Ci siamo presi in giro fino al momento del via. Questa tranquillità credo sia stata la mia arma vincente.

Quando facesti la ricognizione?

Il giovedì e il venerdì. Il giovedì facemmo i primi 150 chilometri, il venerdì gli ultimi 100.

E che impressioni hai avuto dopo quei test?

Pensavo: «Ma che cavolo ci faccio io qua!»

Il bresciano aveva prestato grande attenzione al setup della bici, affidandosi parecchio i consigli dei tecnici, visto che lui era al debutto
Il bresciano aveva prestato grande attenzione al setup della bici, affidandosi parecchio i consigli dei tecnici, visto che lui era al debutto
Ma come! E per fortuna che l’hai anche vinta…

Giuro! Io il pavè non l’avevo mai fatto. Sì, in una tappa del Tour, ma quando inizi a fare più tratti, più ravvicinati e anche più duri come la Foresta di Arenberg o il Carrefour de l’Arbre cambia tutto. Dalla tv non ci si rende conto quanto sia difficile pedalare lì sopra. Ma quella ricognizione è stata importante per me. Non avevo l’esperienza di chi aveva corso la Roubaix già 5-6 volte. E’ stata importante per capire le pressioni delle gomme e per individuare una velocità di crociera.

Velocità di crociera?

Sì, quella velocità che puoi tenere per 4′-5′ o anche di più se il settore è più lungo, una velocità costante. E l’ho capito subito. Quando ho provato l’Arenberg per la prima volta, sono entrato dentro con una velocità come se non ci fosse un domani. A metà settore ero fermo a bordo strada!

E il setup della bici quando lo avete fatto con il tuo meccanico?

Tra giovedì e venerdì, soprattutto. Il mio meccanico era Alan Dumic. Ho fatto due volte la Foresta, una volta con una pressione e una volta con un’altra. E ho deciso dopo il secondo passaggio. Alla fine ho scelto la bici che utilizzavo sempre (la Merida Reacto, ndr), ma con un manubrio tradizionale anziché integrato. Ho alzato appena la posizione delle leve per essere più comodo, poi doppio nastro con gel e basta.

L’esplosione di gioia sul traguardo. Da lì in poi Sonny è “entrato in una lavatrice”, come ha spiegato
L’esplosione di gioia sul traguardo. Da lì in poi Sonny è “entrato in una lavatrice”, come ha spiegato
Ricordi come passasti il sabato?

Con grande tranquillità. Una sgambatina leggera e poi, come ripeto, con grandi risate.

Okay, la corsa sappiamo come andata! E del post gara cosa ci dici?

E’ stato come entrare in una lavatrice! Una bolgia. Ricordo che quella notte non ho dormito. Ero in camera con Mohoric. Sono stato sul letto a cercare di rispondere ai messaggi. Solo su WhatsApp avevo 870 messaggi. Ho risposto a poco più di 400, quasi la metà. Sui social idem. Sonny, Sonny, Sonny… tutti cercavano Sonny. Non dico che non me la sono goduta, ma di certo mi sono ritrovato sballottato a destra e sinistra.

Passando a discorsi più tecnici: per esempio il “protocollo” post gara tra massaggi, alimentazione… come è stato?

E’ saltato tutto. Pensate che il primo massaggio dopo la Roubaix l’ho fatto due giorni dopo la corsa. Alla vigilia del Gran Piemonte, che era l’ultima gara dell’anno. Ricordo che il massaggiatore quando mi toccò le gambe mi disse che le fibre muscolari erano distrutte. Anche perché nei due giorni successivi non toccai la bici. Il mercoledì, alla vigilia del Gran Piemonte, feci giusto un’oretta. La corsa non andò neanche malissimo. Ma quando arrivò il momento della volata, ai 200 metri mi alzai sui pedali e mi sedetti subito. Mi dissi: «No Sonny, lascia fare. Per il tuo bene!».

La sera della vittoria di Roubaix avete festeggiato?

Sì, ma non in modo eccessivo. Restammo in hotel con i compagni, anche perché ci eravamo spostati a Charleroi in un albergo vicino all’aeroporto e in giro non c’era un granché. Dopo la cena, ci facemmo 2-3 birrette e poi tutti a letto.

Roubaix, recon e compagne. La vigilia sul pavè di Yaya

07.04.2023
5 min
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Il conto alla rovescia per la terza edizione della Parigi-Roubaix Femmes sta per esaurirsi. Domani a quest’ora la staremo analizzando sotto altri punti di vista vedendo se saranno emersi spunti ulteriori rispetto alla nostra chiacchierata con Ilaria Sanguineti.

Che sia una gara che ti faccia sobbalzare prima per il pathos e poi sulla sella è fuori discussione. E che la Roubaix femminile sia un affare della Trek-Segafredo è altrettanto vero, lo dice la storia delle altre due edizioni. Nel 2021 la cavalcata solitaria di Lizzie Deignan completata dal terzo posto di Longo Borghini, trionfatrice poi l’anno scorso ed affiancata da Brand sul terzo gradino del podio. In hotel a Valenciennes, dove fa casa-base il team statunitense, forse stanno facendo gli scongiuri (o forse no) ma l’atmosfera è sotto controllo come sempre.

Il lavoro di Sanguineti sarà quello di portare e tenere davanti le compagne nei settori di pavè più complicati
Il lavoro di Sanguineti sarà quello di portare e tenere davanti le compagne nei settori di pavè più complicati

Tattiche e fango

Durante il collegamento della conferenza stampa virtuale, Longo Borghini ha ribadito quanto la Roubaix sia una corsa in cui bisogna avere più piani di riserva. E di sicuro Ina Yoko Teutenberg, diesse della Trek-Segafredo, ne avrà studiati ancora di più.

«Questa è una corsa diversa dalle altre – ha spiegato l’ossolana reduce dalla terza piazza ottenuta al Fiandre dopo una lunga assenza per covid – che possono vincere tante atlete. Penso alla nostra Brand che può fare una grande corsa, così come quest’anno sarà un’altra corsa per Elisa (Balsamo, ndr). Credo che il tratto di Mons en Pévèle possa risultare decisivo e particolarmente sporco. Potremmo trovare molto fango, considerate anche le previsioni.

«L’organizzazione di questa corsa migliora ogni anno – ha proseguito – e personalmente sono d’accordo di non inserire la Foresta di Arenberg. E’ troppo vicina alla nostra partenza e creerebbe un inutile caos. Kopecky? Se mi chiedete se è lei la avversaria numero uno vi rispondo di sì. E’ in una forma brillante ma alla Roubaix le cose cambiano rapidamente. Ovvio che terremo in considerazione lei e altre ragazze».

Per Longo Borghini, campionessa uscente, alla Roubaix ci vogliono più piani di riserva. Uno potrebbe essere Balsamo
Per Longo Borghini, campionessa uscente, alla Roubaix ci vogliono più piani di riserva. Uno potrebbe essere Balsamo

Le parole di Yaya

La ricognizione di mercoledì ci ha spinto a tastare il polso con Sanguineti che, dopo due “fuori tempo massimo” sul pavè francese, parte con idee ben chiare in mente. Senza accantonare la sua solita estroversione.

Com’è andato il sopralluogo?

Bene, c’era una giornata con buone condizioni meteo. E bene perché io solitamente non sono troppo amante delle recon. Diciamo però che prima di Fiandre e Roubaix servono parecchio. Poi fare una recon con un’atleta come Elisa (Longo Borghini, ndr) che ha vinto entrambe le gare, la vivi molto meglio perché sa darti tante indicazioni e consigli. Naturalmente sappiamo che in gara cambierà tutto. Un conto è fare una parte del percorso con cinque compagne e vedere dove è meglio passare. Un conto è fare quello stesso tratto in cinquanta o cento corridori.

Avete provato qualcosa di specifico?

E’ stato un modo per studiare e ripassare i punti più delicati, come le curve sconnesse in alcuni tratti. Abbiamo affrontato 13 dei 17 settori di pavè, alcuni fatti a blocco. Personalmente preferisco farli allegri o forte perché altrimenti allunghi solo la sofferenza (ride, ndr). Siamo state attente alla pressione da tenere con i copertoncini. Ma anche quella potrebbe cambiare quando vedremo che tempo farà domattina. Non dovrei usare guanti speciali per prevenire piaghe e vesciche alle mani. Mercoledì ho usato un po’ di cerotti sulle dita e via andare (sorride, ndr).

Lucinda Brand, terza alla Roubaix 2022, grazie alle sue doti da ciclocrossista può puntare alla vittoria
Lucinda Brand, terza alla Roubaix 2022, grazie alle sue doti da ciclocrossista può puntare alla vittoria
A proposito di ricognizione, hai avuto modo di sentire la tua amica Guazzini?

Sì, certo, anche perché è nel nostro stesso hotel. Ho subito mandato un messaggio a Vittoria e poi l’ho chiamata. Mi ha detto che ha preso un ostacolo ed è caduta, ma in realtà abbiamo parlato poco di ciclismo e di quell’incidente. L’ho sentita abbastanza di buon umore, per quanto lo si possa essere dopo un infortunio del genere. Però la “Vitto” ha del carattere e so che tornerà presto in bici.

Tu invece come arrivi a questa Roubaix?

Ho fatto anche le altre due e stavolta le sensazioni sono buone. Più morale che fisico. Quest’anno ho più motivazione, mi sento più sul pezzo. Voglio aiutare le mie compagne a portarle davanti o tenercele. Abbiamo più di una punta. Naturalmente la Trek-Segafredo ci tiene tanto a questa corsa avendo vinto le passate edizioni però partiamo come se non avessimo nulla da perdere. Non ci sentiamo avvantaggiate. Non guarderemo le altre formazioni ma noi stesse. Ha ragione Elisa (Longo Borghini, ndr) quando mi diceva che la Roubaix non è mai finita finché non tagli il traguardo.

Yaya e Barzi. Sanguineti ha il compito di pilotare Balsamo in volata o in gare dure come la Roubaix
Yaya e Barzi. Sanguineti ha il compito di pilotare Balsamo in volata o in gare dure come la Roubaix
L’angelo custode Ilaria Sanguineti ha dato qualche consiglio a Balsamo?

Siamo in camera assieme e le ho detto che quest’anno lei non si deve preoccupare di nulla. Se ha sete o fame, all’ammiraglia ci vado io, anzi parto già con lo zainetto (racconta con una battuta riferendosi alla squalifica di Balsamo nel 2022 per prolungato bidon-collè, ndr). Battute a parte, in questi giorni la “Barzi” ed io ci siamo confrontate in allenamento e credo che possa fare una buona corsa.

Dopo Roubaix farai un periodo di stacco?

Non subito. Prima farò la Amstel Gold Race come regalo visto che c’è il 16 aprile, il giorno dopo il mio compleanno. Non è proprio la gara più adatta a me ma mi piace e la corro volentieri. Poi tornerò a casa e inizierò a preparare le altre corse, sperando che arrivi presto il caldo.

Con Bennati, curva dopo curva, sul percorso di Glasgow

07.04.2023
6 min
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Dopo aver letto il comunicato con cui la Federciclismo raccontava il sopralluogo dei tecnici azzurri sul percorso dei mondiali di Glasgow (foto FCI in apertura), abbiamo bussato alla porta di Daniele Bennati per approfondire il discorso. Mancano due giorni a Pasqua. E mentre in Francia sta per andare in scena la Parigi-Roubaix, il cittì azzurro si cura qualche malanno di stagione e si gode la famiglia.

Buongiorno Daniele, come è stato pedalare in maglia azzurra su quelle strade?

Sono andato piano, perché comunque c’era il traffico aperto. Ho fatto 20 di media e pure sotto l’acqua. Stavo guarendo dall’influenza, invece mi sono ammalato di nuovo (sorride, ndr).

Il via del mondiale sarà dato da Edimburgo e dopo il tratto in linea si arriva a Glasgow, sede del circuito
Il via del mondiale sarà dato da Edimburgo e dopo il tratto in linea si arriva a Glasgow, sede del circuito
Ci fai un riepilogo?

Si parte da Edimburgo e si fanno questi 128-129 chilometri in linea. Non c’è granché da segnalare, se non una salitella, dopo un centinaio di chilometri. Le strade sono prevalentemente belle, in alcuni tratti si trova qualche tratto leggermente più stretto alternato a stradoni più grandi. Il tratto è vallonato, l’unica insidia potrebbe essere il vento. Magari ad agosto non dovrebbe tirare in maniera esagerata, però sono zone aperte. Arrivati a Glasgow, si entra nel circuito.

Come è fatto?

Si fanno 10 giri da 14 chilometri. E’ prettamente cittadino, un susseguirsi di 42 curve. Si attraversano due parchi, per cui nell’arco di questi 14 chilometri, ci sono alcuni passaggi un po’ più stretti, soprattutto uno, quando si va ad affrontare lo strappetto più impegnativo.

Come sono fatti questi strappi?

Sono tutti molto brevi. Nel più lungo si fa fatica ad arrivare a un minuto di sforzo. La corsa sarà lunga 271 chilometri e l’organizzazione indica 3.500-3.600 metri di dislivello. Dai calcoli e dalle tracce che abbiamo registrato noi, dovremmo essere sui 3.300. Alla fine è sempre un mondiale, quindi anche se il percorso personalmente non mi fa impazzire, ci sarà da faticare.

Il Bennati corridore come si sarebbe trovato?

Penso bene. E’ un percorso che diventa esigente. Si torna sempre lì. Van Aert e Van der Poel ci vanno a nozze. Hanno la capacità di cambiare ritmo continuamente, di fare queste fiammate quando sono già a tutta, dando qualcosa in più rispetto agli altri. E’ gente abituata dal ciclocross a cambiare continuamente ritmo. E’ un mondiale strano, molto veloce, ma non si può dire che sia duro.

Difficile da interpretare?

Premesso che non sono veramente allenato, appena mi alzavo sui pedali ero già in cima ai vari strappi. A livello di sforzo, non è un mondiale duro. Però poi, ragionandoci bene, non è nemmeno scontato che si arrivi in volata con un gruppo molto numeroso. Anzi, la corsa potrebbe dinventare quasi incontrollabile.

Perché?

Perché è un percorso difficile da interpretare. Il rettilineo più lungo che ho misurato è di 850 metri, quindi qualsiasi tipo di azione prenda 30-40 secondi, non la vedi più. Se tiri con più uomini, forse fai meno fatica rispetto a chi sta dietro e andrà molto a strappi. Puoi sfruttare la squadra meglio che a Wollongong, dove c’erano stradoni larghi e quindi a ruota si stava bene. Però è anche vero che…

Il 12 agosto del 2018, proprio a Glasgow, Trentin diventa campione europeo. Dietro esulta anche Cimolai
Il 12 agosto del 2018, proprio a Glasgow, Trentin diventa campione europeo. Dietro esulta anche Cimolai
Che cosa?

Un corridore come Van der Poel potrebbe stare lì tutta la corsa e sull’ultimo strappetto ti dà una botta come alla Sanremo e non lo vedi più. Si parla di un minuto di sforzo e dalla cima mancano 2,8-3 chilometri all’arrivo, con altre 5-6 curve. Quindi uno che fa un’azione violenta, rischia veramente di arrivare. Se poi si nasconde bene, con tutte quelle curve non lo vedi più.

Il percorso ha qualcosa a che vedere con quello su cui Trentin batté proprio Van der Poel e Van Aert nel 2018?

Credo che si passi dal parco dove lui ha vinto l’europeo, dove c’era l’arrivo. Il traguardo ad agosto sarà in centro, però fondamentalmente le strade sono quelle. Inoltre all’arrivo la strada scende un po’ prima dei 400-500 metri all’arrivo.

Le 42 curve si faranno veloci o ci sarà da rilanciare tanto?

Molto dipenderà da quanto restringeranno la carreggiata e dalla velocità di crociera. Però è chiaro che in un mondiale con 170-180 corridori, i primi 20 non frenano, a tutti gli altri toccherà rilanciare.

Il rettilineo di arrivo si trova nel centro di Glasgow: la sede stradale non è ampia (foto Daniele Bennati)
Il rettilineo di arrivo si trova nel centro di Glasgow: la sede stradale non è ampia (foto Daniele Bennati)
Si fa fatica a capire quale tattica impostare…

E’ difficile da interpretare. Se entri nel circuito e vanno via 15 corridori che prendono un minuto, fai veramente fatica per andare a chiudere. Non li vedi mai, non hai un rettilineo in cui fare velocità vera. E’ sempre su e giù, destra e sinistra. Se poi dovesse piovere, concedere un vantaggio a qualcuno diventerebbe veramente pericoloso. L’asfalto comunque è abbastanza buono, mi sembra che tenga abbastanza. Quando ha vinto Matteo, la selezione c’è stata e il percorso non era impossibile. Quindi c’è tutta la possibilità per fare selezione. Spesso e volentieri non è l’altimetria, ma proprio il modo di correre.

Chi può vincerlo?

Per assurdo, un Philipsen o anche Evenepoel. Credo che Remco, essendo campione del mondo, sicuramente vorrà partecipare e fa parte a pieno titolo di questa tipologia di corridori imprevedibili. Sa limare e guida bene la bici e magari, in un percorso come quello, se va via da solo negli ultimi due giri, con le tante curve che ci sono, non lo vedi più.

E noi?

Ci sarà da vedere. Ragionando in termini di squadra, Trentin è una garanzia e sai che alla fine può fare il lavoro e anche il risultato. Sarebbe un percorso molto adatto anche a Ballerini. Poi c’è Affini che lavora per Van Aert e sa come ci si muove. Sto facendo dei nomi per dare l’idea, ovviamente è ancora presto. Sarebbe un percorso molto interessante anche per Nizzolo e Viviani che fossero al livello di un paio di anni fa. Un altro che può fare bene è Dainese, ma bisognerà vedere che calendario farà.

Il toscano ha provato in bici il circuito finale di Glasgow, gli strappi e le 42 curve (foto Daniele Bennati)
Il toscano ha provato in bici il circuito finale di Glasgow, gli strappi e le 42 curve (foto Daniele Bennati)
Il Tour sarà un passaggio obbligato?

Sta cambiando. Fino a qualche anno fa, quasi tutti volevano passare attraverso un grande Giro. Oggi la tendenza è contraria ed è legata al modo in cui si corre. Una volta potevi partecipare al Tour o alla Vuelta avendo l’obiettivo del mondiale. Oggi si va così forte ogni giorno, che se anche volessi fare una tappa tirando i remi in barca, non potresti. Non tutti hanno un motore così grande e rischiano di uscire dai grandi Giri addirittura peggiorati. Invece c’è quello che ha bisogno di fare tanta fatica per arrivare in condizione e perdere i due chili che mancano.

Domenica a Roubaix rientra Moscon.

Glasgow non è proprio il percorso per lui, però sarebbe veramente importante recuperarlo. Lui è uno che sa limare e al mondiale, quando è stato convocato, ha sempre corso bene. Sto già lavorando alla lista, non ho mai smesso di farlo.

Pronti via e Cettolin ne vince subito tre: quanto vale?

07.04.2023
6 min
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Una volta può essere un caso, due una coincidenza. Ma quando un corridore vince tre gare di seguito in tre domeniche consecutive, al suo esordio da junior, allora siamo di fronte a qualcosa di importante. Calenzano, Tavo e Altivole. Certo, Filippo Cettolin ha fatto ingresso nella categoria superiore con un curriculum già di tutto rispetto, essendo campione italiano allievi, ma un ingresso in pompa magna nella categoria superiore è qualcosa di estremamente raro.

Che Cettolin possa essere considerato un predestinato, uno che nella testa è già molto avanti rispetto alla sua età lo si capisce dalla sua prima affermazione, a proposito delle sue vittorie.

«Sono partito bene – dice ma si poteva fare ancora meglio. Nella prima corsa disputata, il Circuito delle Conche, ho perso per un nonnulla perché ho sbagliato i tempi della volata, altrimenti la festa sarebbe stata ancora più ricca».

Cettolin si è presentato fra gli juniores forte della maglia tricolore allievi vinta nel 2022
Cettolin si è presentato fra gli juniores forte della maglia tricolore allievi vinta nel 2022
La cosa che colpisce è che vinci gare molto diverse fra loro per caratteristiche tecniche.

Non ho un percorso che mi piace più di un altro. Ad esempio a Calenzano, per la mia prima vittoria ho trovato una corsa ondulata con uno strappo di 800 metri che esaltava le mie caratteristiche. Alla fine ci siamo giocati la vittoria in una dozzina e li ho messi tutti in fila. A Tavo invece c’erano due sterrati da fare ben 18 volte. E’ stata una gara strana, faticosa, , dove il lavoro del team è stato fondamentale per tenere unito il gruppo. Siamo rimasti una trentina a giocarci la vittoria allo sprint.

A proposito di sterrati, tu abbini altre discipline alla strada?

Per un anno ho fatto ciclocross. E’ stata una bella esperienza ma sinceramente non mi piaceva così tanto e non credo che la rifarò. Ho preferito dedicare l’inverno alla preparazione, non mi trovo a mio agio su terreni che non siano l’asfalto.

Che differenze hai riscontrato rispetto a prima, quand’eri allievo?

Le distanze sono maggiori e le corse sono più impegnative, questo è sicuro. Inoltre non si corre per se stessi, già c’è più gioco di squadra e so che questi principi saranno fondamentali in futuro per le categorie superiori. Ma anche in allenamento le cose sono già cambiate, si fanno lavori più specifici e dettagliati.

Si dice spesso che quello degli allievi è un ciclismo ancora molto a livello di divertimento, tu che l’hai appena vissuto lo hai visto così?

Fino a un certo punto. E’ più serio di quel che si pensi, anche perché sappiamo bene che già in quella categoria gli osservatori vengono a vederti, a studiarti e magari a proporti qualcosa per il futuro, quindi ci pensi bene. Il livello è cresciuto molto, devi essere già abbastanza pronto anche da allievo se vuoi emergere.

Tu sei approdato alla categoria juniores con la maglia tricolore, questo ha portato più pressione nelle tue prime uscite?

Io non l’ho sentita, ogni volta che metto il numero penso innanzitutto a divertirmi e questo non è certo cambiato con il salto di categoria. Penso dipenda molto dal carattere di ogni corridore. Sicuramente a questo livello le responsabilità sono aumentate, me ne rendo conto, ma lo spirito è rimasto quello dello scorso anno.

Il team Borgo Molino 2023, dove Cettolin ha ritrovato suo fratello Matteo già al 2° anno
Il team Borgo Molino 2023, dove Cettolin ha ritrovato suo fratello Matteo già al 2° anno
Che propositi ti sei fatto entrando nella nuova categoria?

A dir la verità nessuno, perché so che è un anno di necessaria esperienza. Quelli che ne hanno uno più di me si vede che sono già più avvezzi e chiaramente si pongono aspettative diverse. Non direi che ci sia un livello tecnico tanto diverso, c’è solo più abitudine a questo tipo di interpretazioni delle corse. Per questo è importante imparare, a prescindere dal risultato. Io comunque aspetto gare più impegnative, proprio per fare più esperienza e mettermi anche a disposizione dei compagni.

Sei un adolescente, prossimo ai 17 anni quindi con un fisico ancora in evoluzione. Quanto sei cambiato rispetto allo scorso anno?

Ho messo qualche centimetro e qualche chilo in più di massa muscolare, ma credo di non essere ancora sviluppato completamente e questo so che inciderà, ma per ora gli allenamenti non sono cambiati.

Pavanello ci crede

Fin qui il campione italiano allievi ha portato a casa 3 vittorie e una piazza d’onore in 4 gare. Risultati che hanno sorpreso fino a un certo punto Cristian Pavanello, suo diesse alla Borgo Molino.

«Io lo dico apertamente – si sbilancia – uno così lo trovi se va bene una volta a decade. Lo vedevo già dalle prime uscite di gruppo a gennaio che eravamo di fronte a un talento vero, al quale ogni cosa viene estremamente facile. Oltretutto ha ottenuto questi risultati non essendo ancora nel pieno della sua condizione fisica».

A destra Cristian Pavanello, diesse degli juniores della Borgo Molino che ha grandi aspettative su Cettolin (foto photors.it)
Cristian Pavanello è stato dilettante e guida gli juniores della Borgo Molino (foto photors.it)
Lo conoscevi prima del suo approdo alla Borgo Molino?

Noi abbiamo in squadra suo fratello Matteo, che è un secondo anno, quindi lo seguivamo già prima. E’ un ragazzo che ha davvero numeri di classe, chiaramente ancora da sgrezzare, ma fa parte di quella ristretta cerchia di ciclisti che certe doti ce le hanno nel Dna, sono predestinati. Poi è chiaro che per emergere nelle categorie superiori serve tanto altro, a cominciare dalla fortuna

In quali caratteristiche secondo te può migliorare?

In tutto, pur essendo un corridore pressoché completo: è uno che non vorresti avere per avversario in volata, che sul passo tiene benissimo e che in salita non lo stacchi. Che vuoi di più?

Persico, un bel Fiandre. «Ma ora penso alle Ardenne»

07.04.2023
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L’azione di Lotte Kopecky sull’Oude Kwaremont, che ha deciso il Giro delle Fiandre, è stata potenza pura. La campionessa belga si è tolta dalle ruote l’unica atleta che era riuscita a rimanere con lei: Silvia Persico. La bergamasca del UAE Team ADQ ha chiuso poi quarta sul traguardo di Oudenaarde, seconda delle italiane, dietro a Elisa Longo Borghini.

«Tutto sommato – ci racconta mentre sta andando a fare i massaggi – sono felice del mio quarto posto. Per i primi due giorni dopo la corsa ero leggermente amareggiata, poi mi è passata, alla fine ho dato tutto quello che avevo».

Dopo il Koppenberg si sono avvantaggiate in quattro, in ordine: Reusser, Kopecky, Persico e Wiebes
Dopo il Koppenberg si sono avvantaggiate in quattro, in ordine: Reusser, Kopecky, Persico e Wiebes

Koppenberg primo punto chiave

Sulle pietre del Koppenberg la corsa delle donne si è accesa. Persico e tre atlete della SD Worx, tra cui Lotte Kopecky, si sono avvantaggiate, complice una caduta nelle prime posizioni che ha causato un rallentamento in gruppo. 

«Lo avevamo già visto dalla ricognizione – ci confida – che il Koppenberg sarebbe stato un punto chiave della corsa. Abbiamo provato a farlo a piedi, capendo fin da subito che ripartire su quelle pendenze sarebbe stato difficilissimo. L’obiettivo, concordato con i diesse nelle riunioni pre gara, era prenderlo nelle prime posizioni. Chiara (Consonni, ndr) mi ha dato una grande mano nel tratto di pianura che precedeva il Koppenberg.

«E’ uno dei Muri più impegnativi del Fiandre, lungo, con pendenze toste, anche se lontano dal traguardo risulta decisivo. Per molte delle mie compagne rappresentava una finish line, il posto nel quale terminare il loro lavoro. Dalla tattica prestabilita saremmo dovute rimanere in tre della UAE ADQ: Bastianelli, Consonni ed io. Chiara però quel giorno non si sentiva bene e così si è messa a nostra disposizione».

Silvia Persico nella morsa della SD Worx ha tenuto testa a Wiebes e Kopecky
Silvia Persico nella morsa della SD Worx ha tenuto testa a Wiebes e Kopecky

Fra tre fuochi

«Sul Koppenberg – afferma – è successo quello che avevamo pensato in partenza. Una mezza caduta in testa al gruppo ha messo in croce le altre. Così davanti, oltre a me, sono rimaste tre atlete della SD Worx: Kopecky, Wiebes e Reusser.

Persico all’inizio ha collaborato con le compagne di fuga, senza farsi intimorire. L’occasione era ghiotta e mettere più secondi possibili con le inseguitrici era fondamentale

«Anche dalla macchina – continua Silvia Persico – mi hanno detto di collaborare. E’ stata la mossa giusta a mio modo di vedere, non sono rimasta passiva a subire il ritmo delle avversarie, ma mi sono data da fare. Certo, sarebbe stato meglio non essere in mezzo ad atlete della stessa squadra, ma è andata così. Sono dell’idea che anche se mi fossi messa a ruota, non sarebbe cambiato nulla. In quell’azione non ho sprecato tante energie, ho sempre cercato di andare il più regolare possibile. Una volta sul Taaienberg – prosegue la bergamasca – si è staccata Wiebes. Ho respirato un po’ e siamo andate via ancora del nostro passo».

Le inseguitrici hanno agganciato la Persico solamente sul Paterberg
Le inseguitrici hanno agganciato la Persico solamente sul Paterberg

Oude Kwaremont: il giudice

Sulla strada verso l’Oude Kwaremont dal trio di testa si è staccata anche Reusser, e così si è formato il duo Persico/Kopecky. Le inseguitrici non riuscivano a guadagnare terreno, complici la fatica ed il poco accordo. Lotte Kopecky ha preso in testa il penultimo muro, l’Oude Kwaremont, ed ha imposto il suo ritmo. Silvia Persico ha tentato di tenere il passo, ma la pedalata della belga era più incisiva. 

«Kopecky – conferma Persico – ha avuto una marcia in più sull’Oude Kwaremont. Lo avevo visto già dai Muri precedenti, ma in quel caso ero riuscita a rimanere agganciata perché lo sforzo era di breve durata. La differenza in quei due chilometri è stata tanta, le mie gambe non hanno retto. Kopecky ha fatto la differenza proprio dove serviva molta forza, non ho potuto fare nulla. Una volta staccata ho deciso di andare su regolare e di aspettare il gruppetto dietro di me, che mi ha raggiunto solamente sul Paterberg».

In volata la bergamasca è stata anticipata da Vollering e Longo Borghini: quarto posto finale
In volata la bergamasca ha concluso quarta, dietro a Vollering e Longo Borghini

Volata beffarda

La volata del gruppetto è stata vinta da Demi Vollering che ha coronato una grande giornata per la SD Worx. Una doppietta come quella delle Strade Bianche, ma questa volta a posizioni invertite. Alle spalle dell’olandese si è piazzata Elisa Longo Borghini, per Silvia Persico è arrivato un quarto posto, con qualche rammarico, forse. 

«Non è stata la mia migliore volata – ammette – ma ero davvero poco lucida. Sarebbe stato meglio battezzare la ruota della Vollering. In più, ho fatto un errore di valutazione nel lanciare lo sprint e sono partita troppo tardi, per saltare la Longo mi sarebbero serviti due o tre metri in più di strada. Tuttavia, il rettilineo di Oudenaarde è difficile da interpretare, perché la strada scende leggermente ma poi spiana. Ti invoglia a partire ma poi rischi di rimanere piantata nel mezzo. Alla fine mi sono confrontata anche con Arzeni ed entrambi ci siamo ritenuti soddisfatti. La corsa è stata studiata e gestita nel migliore dei modi. Ora mi aspettano un po’ di giorni di allenamento a casa e poi ripartirò in vista delle Ardenne».

Con Affini ultime riflessioni sulla Ronde…

07.04.2023
4 min
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Abbiamo parlato non poco del successo di Tadej Pogacar al Fiandre. Abbiamo analizzato il punto di vista di Mathieu Van der Poel, un po’ meno quello di Wout Van Aert, il grande sconfitto di domenica scorsa. Come è andata la loro corsa? Cosa si aspettavano? Edoardo Affini ci porta nell’atmosfera della Jumbo-Visma.

Il mantovano ci spiega come hanno vissuto la Ronde: il prima, il durante e il dopo… Inevitabilmente ora l’attenzione si sposta alla Parigi-Roubaix, che si correrà tra poco più di 48 ore. Edoardo si è fermato dopo una caduta, ma fino a quel momento aveva svolto alla perfezione il suo lavoro, come sempre del resto, portando avanti i suoi capitani e proteggendo Van Aert.

Edoardo Affini (classe 1996) dopo la caduta alla Ronde
Edoardo Affini (classe 1996) dopo la caduta alla Ronde
Edoardo, a mente fredda come è andato il vostro Giro delle Fiandre?

Credo si sia visto che partenza atipica ci sia stata. La fuga ci ha messo particolarmente tanto ad andare via. Ad un certo punto ho anche pensato che saremmo arrivati al primo Kwaremont che la fuga ancora non sarebbe andata… e sarebbe stato un bel casino!

Perché?

Non tanto per i nostri piani quanto per l’andamento generale della corsa. Sarebbe stato tutto più imprevedibile e non invitante.

E la vostra di corsa? Quella di Van Aert?

Di certo la caduta ha cambiato un po’ tutto. Sono caduto io, è caduto Wout… e mezzo gruppo. E’ vero che Wout ha toccato per terra ed è subito ripartito, ma è anche vero che ho dato uno sguardo al suo ginocchio e di certo gli mancava ben più del primo strato di pelle. Lui non si è lamentato. Ha continuato a fare la sua corsa. Ma questo non è stato ottimale per lui. 

Edoardo, grazie alla sua potenza e alla sua statura, è un gregario ideale per un atleta alto come Van Aert
Edoardo, grazie alla sua potenza e alla sua statura, è un gregario ideale per un atleta alto come Van Aert
Al netto della caduta, vista anche come era andata sui muri di Harelbeke (Van Aert aveva un po’ sofferto in salita), vi aspettavate una corsa così? In qualche modo “temevate” i muri?

Si sapeva che “quei tre”, Wout incluso dunque, avevano più carte da giocarsi rispetto a tutti gli altri. Noi come squadra abbiamo fatto quello che dovevamo fare per prendere bene i muri, ma poi come ha detto Wout stesso, ad un certo punto parlano le gambe. E probabilmente domenica scorsa gli è mancato qualcosa.

La corsa è andata secondo i vostri programmi?

Fino al momento dell’attacco sul secondo Kwaremont tutto è andato più o meno come volevamo. Le posizioni in gruppo, l’attacco dei muri, l’uomo – Van Hooydonck – in fuga. Poi si sapeva che quel secondo passaggio sarebbe stato uno spartiacque della corsa. Il vero finale iniziava da lì.

C’era nervosismo? Nel vostro gruppo sentivate la pressione?

Al Fiandre il nervosismo c’è sempre. Tutti vogliono stare davanti, ma posto per tutti non c’è. Se invece parliamo di pressione, personalmente ho cercato di gestirla come sempre. Non ne avevo più di altre corse. Per quanto riguarda la squadra e Wout che dire: siamo in Belgio, si punta su un belga… le pressioni sono atomiche! Tutto il Belgio vuole che vinca Van Aert. Lui l’avrà sentita un po’, ma ci è anche abituato. Dovete pensare che nella settimana del Fiandre in Belgio i telegiornali aprono con il ciclismo. Da noi poteva succedere con Pantani al Giro… forse. I talk show serali parlano del Fiandre e di Van Aert che lo può vincere. Ci sta che possa aver sentito la pressione. Quindi queste situazioni non sono un gioco da bambini, né matematica che tutto va secondo i programmi.

Nell’attacco che ha preceduto l’affondo di Pogacar e VdP, forse la Jumbo avrebbe potuto inserire un secondo uomo oltre a Van Hooydonck
Nell’attacco che ha preceduto l’affondo di Pogacar e VdP, forse la Jumbo avrebbe potuto inserire un secondo uomo oltre a Van Hooydonck
A proposito di programmi, col senno del poi c’è qualcosina che cambiereste?

Di base no: il grosso del programma è andato come volevamo. Forse avremmo potuto mettere un uomo in più nell’attacco. In pratica mandare avanti Laporte nel secondo Kwaremont. Era un’ipotesi di cui avevamo parlato in riunione, ma poi la corsa è un’altra cosa. Forse sarebbe stato meglio per noi tatticamente. Ma alla fine non sarebbe cambiato più di tanto. Perché quando hanno attaccato Pogacar e Van der Poel, bisognava avere le gambe nel momento del dunque.

Come esci e come uscite dal Fiandre? Ossa rotte o rabbia in vista della Roubaix?

Siamo determinati a prenderci la rivincita. E poi guardando all’insieme della campagna del Nord non possiamo che essere contenti. Okay, il Fiandre è andato come è andato, ma abbiamo vinto cinque corse dall’inizio della stagione solo in questa fase: Omloop Het Nieuwsblad, Kuurne-Bruxelles-Kuurne, E3 Saxo Classic, Gent-Wevelgem e Dwars door Vlaanderen. Siamo orgogliosi di quanto fatto.

E Thomas? «Adesso è in tabella»: parola di Tosatto

06.04.2023
4 min
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Geraint Thomas è partito un po’ in sordina in questa stagione. O almeno si è visto poco e l’inglese, per la terza volta nella sua carriera punta deciso al Giro d’Italia. Tuttavia rispetto ai suoi grandi rivali da Evenepoel a Roglic, da Almeida a Vlasov, si è visto meno.

Ha anche evitato i maggiori confronti di Parigi-Nizza o Tirreno-Adriatico. Eppure il corridore della Ineos Grenadiers sembra sereno e tranquillo. E a confermare questa sensazione è Matteo Tosatto, direttore sportivo della maglia gialla 2018.

Matteo Tosatto (classe 1974) è sull’ammiraglia dal 2017
Matteo Tosatto (classe 1974) è sull’ammiraglia dal 2017
Matteo, Thomas si è visto poco in questa prima parte di stagione: come mai?

In realtà aveva iniziato presto, al Down Under e il suo programma prevedeva anche Algarve e Tirreno-Adriatico, ma di ritorno dalla trasferta australiana si è ammalato, malanni di stagione. Ma di questi tempi meglio evitare, altrimenti si rischia di contagiare anche i compagni. E poi oggi andare a correre se non si è al meglio è controproducente. A quel punto abbiamo cambiato i programmi e lo abbiamo dirottato sul Catalunya.

Anche se non ha brillato…

Non ha brillato, ma lo sapevamo. Anzi, l’idea era proprio quella di correre, ma senza fare dei mega fuorigiri. Sapevamo che avrebbe fatto fatica. Si è messo a disposizione dei compagni. Terminato il Catalunya, Geraint ha fatto due, tre giorni di scarico e poi è andato in altura.

E lo abbiamo visto sereno lassù. Tra l’altro è a Sierra Nevada, ed è la prima volta per lui…

Sì, è la prima volta che va lassù. Avevamo chiesto per il Teide, ma c’erano un po’ di problemi con le camere. E’ tutto pieno, un po’ di caos. E siccome altri dei nostri (e non solo dei nostri) erano già andati a Sierra Nevada e si erano trovati bene, abbiamo deciso di cambiare. 

E come sta andando lassù?

Bene. L’importante è che Thomas lavori con costanza, che porti a casa dei buoni blocchi e volumi di lavoro in vista del Tour of the Alps e soprattutto del Giro d’Italia.

Un selfie di Thomas in altura a Sierra Nevada con i compagni del “gruppo Giro” (foto Instagram)
Un selfie di Thomas in altura a Sierra Nevada con i compagni del “gruppo Giro” (foto Instagram)
Questo per lui è l’ultimo anno, un po’ come abbiamo “indagato” per Sagan, non è che le motivazioni vengano un po’ meno?

Non è certo che sia l’ultimo anno. Thomas ha detto: «Potrebbe essere l’ultimo anno». Quindi non si sa ancora. Io lo vedo e lo sento motivato. Sta lavorando bene, con serietà… Okay, se avesse fatto la Tirreno sarebbe stato un pelo meglio sotto ogni punto di vista, ma alla fine abbiamo sostituito la corsa dei due mari con il Catalunya, che come si è visto non è stata una corsetta!

Riguardo al Giro, farete dei sopralluoghi? Magari per le tappe delle crono?

Io sì, qualche tappa l’ho vista. Il percorso del Giro Thomas lo ha visto questo inverno su carta, lo ha studiato, ha le tappe e ha detto che gli piace e sa bene che ci sono molte insidie. Per quanto riguarda le crono in realtà, quelle vere, sono due in quanto la terza è una cronoscalata durissima. Forse faremmo un sopralluogo proprio per la crono del Lussari dopo il Tour of the Alps.

A proposito do insidie, per Thomas il Giro non è super fortunato: travolto da una moto nel 2017 e caduto su una borraccia nel 2020…

Eh, in effetti non ha dei super ricordi, ma bisogna guardare avanti, non farsi influenzare e magari sfatare questo tabù. No, no… Geraint è contento di venire al Giro, di correre in Italia, gli fa piacere gareggiare da noi. L’importante è fare un buon Giro, di arrivarci bene e senza malanni.

Thomas (classe 1986) al Down Under. Arriverà al Giro con soli 18 giorni di corsa
Thomas (classe 1986) al Down Under. Arriverà al Giro con soli 18 giorni di corsa
Al Giro avrete due capitani: Thomas, appunto, e Geoghegan Hart: come sta Tao? E come condivideranno questo ruolo di leader?

Anche Tao sta molto bene. Ha mostrato di andare forte ad inizio stagione e finalmente non ha avuto nessun intoppo invernale. Ha vinto una tappa alla Ruta de Sol e fatto bene anche alla Tirreno. Ci era anche venuta in mente l’idea di sfruttare la Tirreno, appunto, per fare bene al Catalunya, poi abbiamo preferito restare fedeli al programma originario e lavorare bene in ottica Giro.

E quindi come convivranno al Giro?

Non si pesteranno i piedi. Sono due atleti intelligenti e con un Giro così duro e con quegli avversari che ci sono, avere più carte da giocare può essere un bene. Insomma, non è un mistero che Roglic ed Evenepoel siano i favoriti e noi dovremmo essere bravi a cogliere l’occasione quando capiterà e avere due atleti di punta potrebbe giocare a nostro favore.

Quindi siete contenti, anche se nel complesso prima del Giro avrà corso poco (18 giorni di gara compreso il TOTA, ndr)?

Sì, sì. L’ho sentito proprio qualche giorno fa. E’ super felice del gruppo di Sierra Nevada, adesso procede tutto secondo programma. E’ in tabella con la condizione. Sta lavorando bene. Alternare la giusta dose di corse, di lavoro e di recupero per lui che non è più un ragazzino ed è anche un diesel sono ideali. 

Van Aert rialza la testa e apre la pagina sulla Roubaix

06.04.2023
4 min
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«Domenica ci riprovo». A margine di una di quelle delusioni che lasciano il segno, Van Aert si è lasciato andare a pochi commenti. Il belga ha una grande capacità di metabolizzare le sconfitte e forse il fatto che a vincere il Fiandre sia stato Pogacar e non l’eterno rivale Van der Poel ha reso meno amaro il quarto posto di Oudenaarde.

Al via del Fiandre a Bruges, la folla è esplosa quando Van Aert è sceso dal bus: era il più atteso di tutti
Al via del Fiandre a Bruges, la folla è esplosa quando Van Aert è sceso dal bus: era il più atteso di tutti

Pogacar non c’è

L’assenza dello sloveno alla Roubaix è stata già salutata con una punta di ironia da Van der Poel dopo il Fiandre, ma è tema di ragionamento anche fra gli altri corridori.

«Abbiamo ancora molta fiducia – fa sapere Nathan Van Hooydonck, che domenica è stato in fuga con Trentin e Pedersen – perché comunque Wout ha sprintato per il terzo posto e Pogacar domenica non ci sarà. Abbiamo grandi possibilità di vincere, si tratta di recuperare e spostare il focus sulla Roubaix in cui rientrerà Van Baarle (l’olandese è caduto e si è ritirato alla E3 Saxo Classic, ndr), che l’ha vinta l’anno scorso e potrà essere utilissimo».

Van Hooydonck è servito da appoggio per Van Aert, ma non come avrebbero voluto
Van Hooydonck è servito da appoggio per Van Aert, ma non come avrebbero voluto

Torna Van Baarle

E’ ancora una volta il diesse Van Dongen, che avevamo già sentito alla Tirreno a proposito di Roglic, a tirare le fila della squadra che al Fiandre ha mostrato una fragilità tattica cui non eravamo più abituati. O forse il rendimento al di sotto delle attese di Van Aert e Laporte ha reso meno incisivo il blocco Jumbo-Visma.

«Se avessimo avuto Van Baarle in quel gruppo di testa – ha detto il tecnico dopo il Fiandre – la corsa sarebbe potuta andare in modo completamente diverso. Domenica però sarà un’altra storia. Dylan si è allenato bene a Monaco e per la Roubaix sarà pronto e decisivo. Non dobbiamo rimanere bloccati sul Fiandre. Abbiamo perso contro uno più forte e ora dobbiamo prenderci la rivincita. Mio padre diceva sempre: non saltare troppo in alto quando le cose vanno bene e non andare troppo in profondità quando le cose non vanno come previsto».

Domenica alla Roubaix torna in gruppo Van Baarle, a sinistra, il vincitore della scorsa edizione. Con lui Van der Hoorn
Domenica alla Roubaix torna in gruppo Van Baarle, il vincitore della scorsa edizione

Zero salita

Sarebbe bastato che Van Aert avesse la gamba dei giorni migliori. Non si sarebbe staccato dagli altri due o quantomeno sarebbe rimasto accanto a Van der Poel nella rincorsa a Pogacar, che a quel punto sarebbe stata più complicata. Il Fiandre ha confermato quanto si era visto anche nella E3 Saxo Classic: in questo momento Wout è inferiore agli altri in salita, mentre è la solita… moto in pianura. E sul pavé l’esplosività di Van der Poel potrebbe fare meno male che sui Muri fiamminghi.

«Nella Roubaix non c’è salita – ha detto ancora Van Dongen – e anche il fattore fortuna gioca un ruolo importante. Il percorso va bene per Wout, che proprio al Fiandre ha dimostrato di sapersi gestire nei tratti in cui c’era da fare velocità».

Van Aert è rimasto coinvolto nella grande caduta: c’è da capire se la botta lo abbia condizionato
Van Aert è rimasto coinvolto nella grande caduta: c’è da capire se la botta lo abbia condizionato

Maestro di reazioni

Nessuno nel team giallonero mette in dubbio la capacità di reazione di Van Aert, che ha sempre saputo rialzarsi molto bene dalle sconfitte. E’ capace di dargli subito una collocazione e poi di servirsene come di una motivazione supplementare. E’ indubbio che domenica nel pullman della squadra fosse parecchio giù, ma i compagni e il suo entourage scommettono che già da martedì fosse con la testa sull’impegno successivo.

«Non penserò alla Roubaix fino a lunedì – ha detto il capitano dopo l’arrivo – ma di certo non ho intenzione di strisciare in un angolo. Mi sembra di non avere avuto nulla da perdere a causa della caduta. La ferita è stata curata e a prima vista non sembra esserci più alcun problema. Non c’era niente che non andasse nemmeno nella mia condizione a causa di questo. Domenica ci sarà un’altra occasione da cogliere e poi tireremo un po’ il fiato».

Legge Scarponi e proposta e-bike: si parla di sicurezza

06.04.2023
5 min
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Una proposta di legge e un progetto intento a regolamentare l’utilizzo delle e-bike. La sicurezza ritorna a fare rumore, questa volta nella direzione della prevenzione. Tragedie come quella di Michele Scarponi o la più recente e straziante che ha colpito Davide Rebellin sono causa di discussione e impulsi per fare qualcosa in merito all’incolumità dei ciclisti in strada. 

La “Legge Scarponi” depositata in Senato dal senatore Alberto Losacco prende il nome appunto dal ciclista marchigiano a testimonianza di una ferita ancora aperta che deve essere ricucita con tutele. Il fulcro della proposta consiste nell’introduzione della distanza minima di sorpasso pari a un metro e mezzo.

Il progetto di legge, proposto dal consigliere regionale del Veneto Marco Dolfin, consiste in un decalogo sulla sicurezza stradale relativo alla circolazione delle e-bike.

Qui il murales dedicato a Scarponi in corrispondenza dell’incrocio dove è avvenuto l’incidente
Qui il murales dedicato a Scarponi in corrispondenza dell’incrocio dove è avvenuto l’incidente

Un metro e mezzo

Il progetto, che porta il nome di Michele Scarponi, dispone le modifiche agli articoli 148 e 149 del Codice della Strada in materia di sicurezza stradale per i ciclisti, introducendo una distanza minima di soprasso pari a un metro e mezzo.

Con questa proposta di legge si introduce uno specifico regime in materia di sorpasso. All’articolo 1, si dice che il conducente di un qualsiasi veicolo che effettui il sorpasso di un velocipede sia tenuto a usare tutte le cautele necessarie al fine di assicurare una maggiore distanza laterale di sicurezza e ad accertarsi dell’esistenza delle condizioni predette per compiere la manovra in completa sicurezza per entrambi i veicoli. Si prevede, altresì, l’obbligo da parte del conducente di mantenere, durante la manovra di sorpasso, una distanza laterale di sicurezza pari ad almeno un metro e mezzo, adeguata a scongiurare qualsiasi tipo di rischio.

«I numeri relativi agli incidenti stradali che coinvolgono i ciclisti sono terrificanti. Ma dobbiamo ricordare – afferma il senatore Alberto Losacco – che non si tratta solo di numeri, ma di persone. In tale senso è necessario procedere ad una modifica normativa al fine di garantire la massima sicurezza ai ciclisti e accogliere le richieste di cicliste e ciclisti professionisti, amatori, associazioni e introducendo la distanza di sorpasso di almeno un metro e mezzo».

Sulle strade si iniziano a vedere cartelli che sensibilizzano gli automobilisti al rispetto del metro e mezzo
Sulle strade si iniziano a vedere cartelli che sensibilizzano gli automobilisti al rispetto del metro e mezzo

217 morti all’anno

Dal 22 aprile 2017, giorno in cui il campione marchigiano è stato travolto e ucciso da un uomo alla guida di un furgone mentre era in sella alla sua bicicletta, nulla è cambiato. Lo scorso novembre Davide Rebellin, un altro campione caro a tutti gli appassionati, ha perso la vita mentre si allenava sulle strade di casa. Due tragedie che purtroppo alimentano una statistica che vede l’Italia tristemente primatista.

Sono 105, secondo i dati dell’Osservatorio ASAPS (Associazione Sostenitori e Amici della Polizia Stradale), i ciclisti che hanno perso la vita sulle strade nei primi otto mesi del 2022, tra cui anche quattro minori. Dal 2018 al 2021 in Italia sono morte in media 217 persone ogni anno in incidenti in bicicletta. Più di una ogni due giorni e se analizziamo gli incidenti stradali per cento milioni di chilometri pedalati, l’Italia svetta al primo posto con oltre cinque ciclisti deceduti.

Gli incidenti mortali sulle strade italiane sono in crescita
Gli incidenti mortali sulle strade italiane sono in crescita

Sicurezza per le e-bike

L’avvento dell’elettrico nella mobilità urbana ha investito tutte le città medio grandi dell’Italia lasciando però vuoti a livello di regolamentazione. «La sicurezza sulle strade prima di tutto – dice il consigliere regionale del Veneto Marco Dolfin – sia per chi va in bicicletta “muscolare” o su monopattino e negli ultimi tempi anche sulle biciclette a pedalata assistita, definite anche e-bike. Non parliamo di mondo agonistico e di gare bensì di normale circolazione stradale. E’ arrivato il momento che ci sia totale rispetto delle regole sia per gli automobilisti che per chi si muove sulle due ruote senza motore. Ci vogliono regole e un buon decalogo di norme di comportamento».

Il consigliere Lega – LV propone delle modifiche alla Legge 160 del 27 dicembre 2019 relativa a “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2020 e bilancio pluriennale 2020 – 2022” in materia di velocipedi a pedalata assistita.

«Nella legge 160 è disciplinato l’utilizzo dei monopattini a propulsione prevalentemente elettrica. Disposizioni che possono valere, in modo analogo, anche per l’uso dei velocipedi a pedalata assistita disciplinato dall’art.50 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada). Ma l’articolo 50 non contempla delle regole per le e-bike».

La mobilità urbana è una delle motivazioni che spingono all’acquisto di una e-bike
La mobilità urbana è una delle motivazioni che spingono all’acquisto di una e-bike

Il decalogo

Un argomento delicato quello della mobilità elettrica che vede continue evoluzioni e una conseguente crescita esponenziale di mezzi e utilizzatori.

«Dall’ultimo rapporto Aci-Istat – ha puntualizzato Dolfin – sugli incidenti stradali in Italia relativi al 2021, i sinistri registrati con le bici elettriche hanno causato in proporzione molte più vittime rispetto ai monopattini. Ed è giusto che vengano dettate delle nuove regole, vista la velocità che possono raggiungere le bici a pedalata assistita».

La proposta è dunque incentrata su una serie di 5 punti chiave. Le e-bike siano dotate di luce bianca o gialla fissa e posteriormente di luce rossa fissa, entrambe accese e ben funzionanti. Il conducente del velocipede a pedalata assistita circoli indossando il giubbotto o le bretelle retroriflettenti ad alta visibilità dopo le 18. L’uso delle e-bike sia consentito solo da utilizzatori che abbiano compiuto il quattordicesimo anno di età. L’uso di idoneo casco protettivo, sia conforme alle norme tecniche armonizzate UNI EN 1078 o UNI EN 1080, per i conducenti di età inferiore a diciotto anni.

Si chiede inoltre che il Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili, in collaborazione con il Ministero dell’interno e con il Ministero dello sviluppo economico, avvii una apposita istruttoria finalizzata alla verifica della necessità dell’introduzione dell’obbligo di assicurazione sulla responsabilità civile per i danni a terzi derivanti dalla circolazione dei monopattini elettrici e dei velocipedi a pedalata assistita.