Un’ora a curiosare nel mondo di Gualdi

29.04.2023
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CAZZANO SANT’ANDREA – Le montagne che contornano la Val Seriana si fanno più aguzze man mano che procede. Sembrano quasi pronte a mordere il cielo, come tanti canini affilati. Per salire a Casnigo la strada prende una svolta a destra e si inerpica subito. Un dentello di un chilometro e mezzo con un paio di tornanti che metterebbero in difficoltà più di qualche corridore. Simone Gualdi ci dà appuntamento qui, su queste rampe. Mentre lo aspettiamo, poco lontano dal cartello di benvenuto, i rumori di una fabbrica interrompono la pace del paesino. 

Gualdi ha partecipato all’Eroica Juniores con la nazionale, ottenendo il secondo posto (foto FCI)
Gualdi ha partecipato all’Eroica Juniores con la nazionale, ottenendo il secondo posto (foto FCI)

Tra calcio e ciclismo

In realtà Simone abita un paio di chilometri dopo Casnigo, il paese si chiama Cazzano Sant’Andrea. Poco più di 1.600 abitanti, la casa si trova in una zona un po’ più isolata, una palazzina di pochi piani. Saliamo le scale e ci apre la porta papà Marco, pochi istanti dopo entra anche sua mamma Chiara, con le borse della spesa in mano. 

Simone si fionda sotto la doccia e intanto noi parliamo con i genitori. Marco è un cuoco e lavora a Dalmine, a una mezz’oretta da casa, traffico permettendo. Sua moglie Chiara, invece, è un’infermiera nella casa di riposo di Gandino, a pochi chilometri da casa. 

«Anche se con il lavoro facciamo fatica ad avere molti giorni liberi – racconta il papà – abbiamo seguito molto le gare di Simone, fin da piccolo. Durante la settimana è autonomo, anche se devo ammettere che quando è fuori in allenamento un po’ di ansia c’è».

«Io alle gare non sono mai andata – replica la madre con una risata – ed è meglio così, mi viene l’ansia. Davide, il fratello piccolo, gioca a calcio a Vertova, non lontano da qui. Abbiamo provato a farlo andare in bici, ma ha prevalso l’amore per il pallone».

Una doccia veloce ed il giovane bergamasco è pronto a raccontarsi
Una doccia veloce ed il giovane bergamasco è pronto a raccontarsi

Cresciuto in “casa”

Simone Gualdi ha lo sguardo deciso e una buona parlantina, non serve molto tempo per prendere confidenza. Il corridore della Scuola Ciclismo Cene va in bici da tanti anni e lo ha sempre fatto vicino a casa. 

«Ho iniziato quando ero in terza elementare – racconta seduto al tavolo del soggiorno – già pedalavo da solo su una mountain bike, così, per piacere personale. Poi in terza elementare dei miei amici mi hanno coinvolto e sono andato a provare. La squadra era la Gazzanighese. I primi tre anni faticavo a finire le corse, ero uno dei più piccoli e fisicamente soffrivo. Ho avuto anche la tentazione di lasciare ma non ho desistito, mi piaceva troppo la bici.

«Poi tutto ad un tratto sono cresciuto e sono arrivato a vincere, la cosa bella è che tra Gazzanighese e Scuola Ciclismo Cene c’è un legame profondo. La maggior parte dei ragazzi con i quali corro ora li conosco da quando avevo 8 anni. Sono contento di come è andato e come sta andando il mio percorso di crescita. Alla fine mi alleno molto, ma senza finirmi».

Il presente e il passato recente

Il corridore bergamasco, classe 2005, è uno dei volti del ciclismo nazionale. Nella seconda metà della scorsa stagione si è affermato tra Giro della Lunigiana e la convocazione ai mondiali di Wollongong. Nel 2023, invece, ha già corso con la maglia azzurra alla Gand-Wevelgem e alla Eroica Internazionale Juniores Coppa delle Nazioni, corsa a tappe di tre giorni chiusa al secondo posto in classifica generale. 

«Questi primi mesi della nuova stagione – riprende mentre finisce di sorseggiare la bevanda per il recupero – sono andati bene. Ho aggiunto molte gare internazionali al calendario. La Gand-Wevelgem non è andata benissimo, il clima non ha aiutato. Mentre l’Eroica è stata molto più positiva, il livello era alto e confrontarsi con certe realtà fa sempre bene. Ora mi aspetta un’altra tappa di Coppa delle Nazioni, sempre con la nazionale, questa volta in Repubblica Ceca. Le salite, il mio terreno preferito, saranno una bella incognita, ma non vedo l’ora di mettermi alla prova. Sono contento di aver trovato continuità con l’Italia, Salvoldi organizza ogni mese tre giorni di ritiro. E’ un modo di lavorare che mi piace, si crea un bel gruppo e ci abituiamo a correre insieme.

«Le esperienze in campo internazionale – continua Gualdi – sono iniziate con il Giro della Lunigiana. Una gara che mi ha lasciato molto, ma anche un po’ di amaro in bocca, perché il podio mi è sfuggito di pochi secondi a causa di un problema meccanico (il bergamasco ha comunque vinto la maglia della classifica dei giovani, ndr)».

Durante la pausa dal ciclismo c’è tempo per seguire l’Atalanta, sua squadra del cuore, qui in trasferta a Zagabria
Durante la pausa dal ciclismo c’è tempo per seguire l’Atalanta, sua squadra del cuore, qui in trasferta a Zagabria

Neroazzurro

I colori del cuore di Simone sono due: il nero e l’azzurro, gli stessi che si incontrano sulla maglia dell’Atalanta, della quale è tifoso. Il suo amore per il calcio arriva da lontano e glielo ha regalato un suo ex allenatore. 

«Il calcio è uno sport che conosci per forza – dice con una risata – anche se non ti interessa davvero. Nel mio caso i miei amici ne parlano e lo seguono molto, la passione per la Dea (l’Atalanta, ndr) deriva dall’amore per la mia terra. Dello stadio mi piace l’atmosfera che si respira, sia nel pre partita che durante i 90 minuti. Con il fatto che si gioca molto in inverno riesco andare qualche volta allo stadio a vedere le partite. Rigorosamente in curva, nella parte calda del tifo! Mi sono divertito a fare anche qualche trasferta, una delle più belle è stata quella di Zagabria per i gironi di Champions League. Dodici ore di pullman, insieme ai tifosi, una gran bella giornata. Siamo partiti da casa la mattina e siamo tornati il giorno seguente.

«Mio fratello gioca a calcio, ma non possiamo andare insieme allo stadio – confida con una risatina – è interista. Qualche volta è venuto con me a vedere l’Atalanta ma è si è trattata di una scelta di compagnia, non di tifo».

Gli amici sono sempre pronti a seguirlo e sono tra i primi ad interessarsi dei risultati di Gualdi
Gli amici sono sempre pronti a seguirlo e sono tra i primi ad interessarsi dei risultati di Gualdi

Futuro? Praticamente scritto

Con i suoi 18 anni appena compiuti Gualdi apre gli occhi al futuro con grande interesse. Nel prossimo futuro qualcosa è già scritto, altro è da scrivere e proverà a farlo nel migliore dei modi. 

«Il prossimo anno – racconta – sarò con la Circus ReUz (il devo team della Intermarché-Circus-Wanty, ndr). E’ un contatto nato abbastanza recentemente, si parla di un paio di mesi fa. Ho parlato con i diesse Visbeek e Tamouridis, la scelta è presto fatta, l’opportunità è unica. Mi hanno cercato anche delle squadre italiane, ma l’esperienza all’estero mi permette di avere più continuità nella crescita. Seguirò un programma più delineato, con allenamenti e recuperi programmati. Avrò modo di correre tante gare internazionali, per aumentare a mano a mano il livello. In più dal 2026 sarò nella formazione WorldTour.

«Gli obiettivi per questa stagione sono altri – conclude – mi piacerebbe fare bene alla Due Giorni di Vertova, la corsa di casa. L’anno scorso sono arrivato terzo nella gara del sabato, mentre la domenica mi sono ritirato. In gara si affronta la salita di Casnigo, quella dove ci siamo incontrati oggi, lì mi aspetteranno i miei amici. L’anno scorso hanno fatto un tifo infernale. Mi piacerebbe migliorarmi anche al Giro della Lunigiana e provare a vincere il campionato italiano, tra qualche giorno andrò a vedere il percorso».

Scuola e amici

Gualdi si trova al quarto anno dell’Istituto Valle Seriana perito meccanico, a Gazzaniga. La scuola va bene, ci dice, il Piano Formativo Personalizzato lo aiuta a rimanere al passo

«I professori sono molto comprensivi – spiega – e anche i compagni mi aiutano tanto. Riesco a rimanere al passo con lo studio e questo è importante, non nascondo che a volte porto i libri anche in trasferta, ma fatico a studiare. Dopo le gare mi riposo e la testa va subito alla tappa successiva. Quando sono a casa, invece, mi organizzo bene, la prossima settimana ci sono delle verifiche che dovrò saltare per andare con la nazionale in Repubblica Ceca. Ho già concordato con i professori quando recuperare le verifiche e le interrogazioni.

«Gli amici sono una parte importante della mia vita – finisce di raccontare – siamo molto uniti. Mi chiedono spesso come vanno le corse e quando non esco per preparare una gara o per allenarmi capiscono. In inverno riesco a godermi di più la loro compagnia, ci piace fare le cose che fanno tutti. Divertirsi è importante, la categoria juniores aumenta di importanza, ma siamo comunque ragazzi».

A tavola con Piva, fra Busatto, il Belgio e i giovani

29.04.2023
8 min
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RIEMST (Belgio) – Valerio Piva conosce i corridori e il Nord come pochi altri. Da anni il tecnico della Intermarché-Wanty Gobert vive in Belgio, ci ha pedalato e sempre a quelle latitudini dirige e segue i corridori. Da quest’anno, tra questi c’è anche Francesco Busatto, vincitore della Liegi U23.

Incontrato a casa sua, dove tra le altre cose ha un hotel – l’Hove Malpertuus – che da anni ospita molti team durante la campagna del Nord, Valerio ci parla di questo giovane italiano. Ma di riflesso il discorso si estende anche a ragionamenti più vasti, che riguardano sempre i giovani e alcuni aspetti del ciclismo in Belgio.

Busatto (a destra) aveva dimostrato ottime cose già durante i ritiri invernali con la prima squadra (foto Instagram)
Busatto (a destra) aveva dimostrato ottime cose già durante i ritiri invernali con la prima squadra (foto Instagram)
Valerio, parliamo di Busatto. Questo autunno ancora non lo avevi conosciuto, ora ci sei stato più a contato: cosa ci puoi dire di lui?

Francesco ha iniziato questa stagione debuttando coi grandi e lo ha fatto con me. Avevamo avuto problemi con un corridore che si era ammalato per l’Oman e abbiamo portato lui. Era già in Spagna con la squadra, aveva fatto entrambi i ritiri e abbiamo visto che aveva una buona condizione. Grazie al regolamento, che prevede questo scambio tra il team devo e la WorldTour, lo abbiamo schierato subito.

Ed è andato bene…

Alla prima corsa, il Gran Premio di Muscat, è finito quarto. Fra l’altro era anche una corsa abbastanza selettiva, impegnativa, con il finale su uno strappo. Si è destreggiato anche bene in volata. Era rimasto anche da solo nel primo gruppo. Da lì abbiamo visto che i primi approcci, anche col livello più alto, erano positivi, e l’Oman ne è stata la conferma.

Che corridore è?

Non è uno scalatore. Si difende su percorsi vallonati. Ha uno spunto veloce ed è esplosivo, quindi direi che è un corridore moderno. Oggi è importante essere veloci.

Hai detto che Busatto, non è scalatore eppure vince la Liegi. Chi ti ricorda se dovessi fare un paragone tecnico?

Difficile fare dei paragoni. Busatto ha vinto una corsa rinomata per essere dura: ha fatto la Redoute, ma non è la corsa dei pro’. E’ importante che sia riuscito ad uscire bene da questi strappi e che abbia mantenuto la sua esplosività. Se poi dovessi dire chi mi ricorda, proverei un Bettini. Ma in generale è uno di quei corridori che riescono a “fare la corsa” su tanti tipi di percorso.

Lo sprint vincente di Busatto sul traguardo di Blegny sede di arrivo della Liegi U23 (foto Cyclingmedia Agency)
Lo sprint vincente di Busatto sul traguardo di Blegny sede di arrivo della Liegi U23 (foto Cyclingmedia Agency)
Ti aspettavi questo successo alla Liegi? E’ stata una sorpresa per te?

Per niente sorpreso. Dopo l’Oman, l’ho rivisto qui in Belgio e l’ho portato di nuovo a correre con me, al Limburgo. Tra l’altro lo avevo fatto venire un giorno prima per fargli vedere il percorso. Il giorno della corsa però non è andato molto bene: freddo, acqua e lui non stava un granché. A quel punto è tornato con la squadra under 23. Ha disputato altre corse in Belgio, di nuovo il Brabante con noi, che era una settimana prima della sua Liegi.

Un ottimo banco di prova…

Esatto ed è andato forte, perché essere davanti in una gara come la Feccia del Brabante, quattordicesimo, vuol dire molto. E’ stata la conferma delle sensazioni che avevamo avuto a inizio stagione. E cioè quelle di un corridore che ha qualità. Chiaramente deve crescere, è giovane deve maturare. E infatti io glielo avevo detto dopo il Brabante: «Guarda che la Liegi è l’obiettivo. Se hai una gamba così puoi solo che vincere». Tra l’altro ho scoperto che nessun italiano aveva mai vinto la Liegi under 23.

E ora?

Adesso un po’ di tranquillità, poi l’obiettivo prossimo sarà il Giro d’Italia under 23. Successivamente altre corse, ma adesso non conosco con precisione il suo calendario. L’anno prossimo sarà con noi nella WorldTour.

Piva ha portato Busatto al Limburgo per saggiare strade simili all’Amstel e alla Liegi. Un’esperienza utile per il breve e il lungo periodo
Piva ha portato Busatto al Limburgo per saggiare strade simili all’Amstel e alla Liegi. Un’esperienza utile
Tu, Valerio, quassù sei di casa. I tuoi consigli avranno avuto un certo peso…

Il tracciato del Limburgo è una piccola Amstel Gold Race e spesso usiamo quelle strade per valutare i ragazzi. E anche per fargli conoscere i percorsi. Alla fine possono essere esperienze per il futuro. Ci pensavo giusto qualche giorno fa…

A cosa?

Proprio Francesco mi ha detto: «Sai, Valerio, quest’anno non ho ancora corso in Italia». E questo è già un approccio diverso. Mi diceva: «Sì, vado bene, però io un ventaglio non so cosa sia. Non ho mai corso col vento vero». In Italia è difficile trovarle giornate dove veramente c’è il vento che condiziona la corsa. Prenderci confidenza adesso è importante: capire le posizioni, imparare a conoscere e a riconoscere i percorsi…

Riconoscere i percorsi. Sembra un aspetto banale, ma non lo è…

Esatto. Quando dicono che i corridori belgi sono bravi sui percorsi del Fiandre, di Harelbeke… Vivono qua, come ci vivo io. Non è che ce l’hanno nel Dna o che li sanno interpretare bene per natura. Vanno forte perché conoscono le strade. Io esco e pedalo sul percorso della Liegi, della Freccia e dell’Amstel. Li conosco a occhi chiusi. E così vale per i ragazzi che vanno in bici. 

Per Piva conoscere e riconoscere le strade vuol dire molto. E chi cresce quassù poi è avvantaggiato
Per Piva conoscere e riconoscere le strade vuol dire molto. E chi cresce quassù poi è avvantaggiato
Vanno a memoria. Si ricordano i punti più insidiosi, il vento, le curve, gli strappi, le pendenze…

E così facendo arrivano al professionismo con un bagaglio diverso rispetto agli altri ragazzi. E’ importante quindi crescere qui se si vuole andare forte in certe gare. Ricordo quando mi proposero Ballerini: «Siamo sicuri che farà bene nelle classiche in Belgio», mi dissero. Okay, ma alla fine? Sì, è un ottimo corridore, ma ci vuole del tempo per fare di più. Devi essere abituato a correre qua da giovane. Busatto si è ritrovato in una squadra belga e correrà quassù molto di più di tanti altri. E sicuramente avrà un bagaglio diverso.

E qui ci si allaccia indirettamente al discorso dei giovani italiani… 

Io penso che i giovani italiani ci sono. L’abbiamo visto anche adesso. Bisogna chiaramente lavorarci. Semmai il problema è un altro.

Quale?

Non essendoci delle grandi squadre italiane hanno meno certezze sul futuro. Un ragazzo che corre in Italia inizia a pensare: «Se voglio diventare un professionista devo andare all’estero». E deve dimostrare qualcosa subito. A volte come nel caso di Busatto ci sono i manager, ma tante altre volte non è così. C’è pertanto questo handicap: non c’è uno sbocco diretto in una squadra importante, come poteva essere anni fa la Liquigas della situazione.

Campioni come Van Aert ed Evenepoel (qui in uno spot per una catena di pizzerie) sono spendibili anche per brand extra ciclistici
Campioni come Van Aert ed Evenepoel (qui in uno spot per una catena di pizzerie) sono spendibili anche per brand extra ciclistici
E in tal senso non si vedono grosse aperture, almeno guardandola nel breve periodo…

Tante squadre si trovano in difficoltà. Io faccio parte di una squadra WorldTour piccola, in cui le difficoltà ci sono e i budget non sono grandi. Però abbiamo la fortuna di stare in Belgio in cui ci sono più industrie interessate al “prodotto ciclismo”.

Quassù ti fermi all’autogrill e trovi la pubblicità con Van Aert. Al supermercato c’è la gigantografia di Remco…

Il ciclismo in Belgio è al primo posto come simbolo di sport. Il ciclista è ancora considerato un vero atleta. Uno sportivo che fa sognare i giovani ed è per quello che tanti ragazzi vanno in bici. Il Belgio è un Paese piccolo. Il ciclismo è nelle tradizioni di famiglia e ogni giorno gli passa davanti alla porta di casa una corsa. Già un mese prima del Fiandre, in tv facevano programmi di approfondimento, storia, tecnica… Senza contare che hanno miti come Evenepoel e Van Aert, come noi un tempo avevamo Pantani.

Tornando a Busatto, abbiamo raccontato che c’è questo bel feeling con Paolo Santello, il suo preparazione. Ora che passera nel World Tour, questa collaborazione si dovrà interrompere?

Noi abbiamo una struttura con allenatori, dietisti, massaggiatori… e la mettiamo a disposizione di tutti i nostri atleti. Ma se un ragazzo arriva e mi dice: «Guarda Valerio sono tanti anni che lavoro col mio preparatore e mi trovo bene», perché fermarlo? Chiaramente deve essere un preparatore coordinato con noi, che non dia fastidio. I nostri atleti lavorano con TrainingPeaks e quindi vengono monitorati anche dal nostro trainer di riferimento. 

Busatto è allenato da Paolo Santello dalla fine del 2021: la collaborazione prosegue con la regia del team
Busatto è allenato da Paolo Santello dalla fine del 2021: la collaborazione prosegue con la regia del team
L’importante è che il preparatore sia allineato a filosofie e programmi: è così?

Chiediamo la collaborazione diretta col nostro capo allenatore. Nel caso di Francesco, se vuol lavorare con un italiano perché parla meglio la lingua, ci sta. Ma posso dire che col tempo è successo più spesso il contrario: dai preparatori esterni, sono passati a quelli interni dopo che hanno visto come lavora la squadra. Siamo partiti come una professional piccola che ha comprato la licenza ed è vero, ma poi abbiamo investito molto nella struttura. E non solo nel nome.

E torniamo in parte al discorso del prodotto ciclismo in Belgio e della capacità di vedere il tutto a 360° …

Abbiamo puntato molto sullo staff di allenatori, nutrizionisti… nel progetto. E questa è la miglior pubblicità. Adesso tanti manager ci propongono atleti di livello, anche giovani forti, che prima neanche osavano accostare a noi. Invece hanno visto che chi viene qua riceve l’attenzione che merita, la qualità che serve e in corsa tutti i nostri atleti hanno una chance, perché non lavoriamo solo attorno al grande nome. La squadra pertanto è diventata appetibile. E anche gli atleti si fidano.

Professionista, piede e scarpa. Approfondiamo con Pallini

28.04.2023
5 min
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Uno dei tre punti di contatto. Il piede rappresenta la “molla” dell’azione del ciclista. La parte degli arti inferiori che completa la trasmissione di potenza direttamente sul pedale. Nella biomeccanica dell’azione è la parte finalizzatrice di tutto il nostro motore.

Quando ci si allena però difficilmente si pensa a questa parte del corpo e così lo stesso per quanto riguarda la scelta delle scarpe, che spesso insegue gusto o semplici indicazioni dovute alla larghezza della pianta dopo una breve calzata. Quale universo si nasconde dietro al piede del ciclista? Per scoprirlo, ci siamo affidati al parere esperto del massaggiatore Michele Pallini

Pallini e Nibali hanno condiviso momenti indimenticabili: qui al Tour 2014
Pallini e Nibali hanno condiviso momenti indimenticabili: qui al Tour 2014
Partiamo da questo spunto. Per i corridori, i piedi, sono una parte delicata?

Ho collaborato con Vincenzo Nibali per diversi anni e lui per quanto riguarda le scarpe era un meticoloso, anzi fanatico. Aveva il problema di avere il piede fine e piccolo. Quindi aveva bisogno di una scarpa su misura. Era molto difficile fare una calzatura custom per una parte anatomica del corpo che in bici cambia la forma per tanti motivi. E’ multifattoriale il problema del piede. Trovare una scarpa adatta non è stato semplice. La scarpa quando viene studiata, viene provata non in condizioni di utilizzo e stress, ma a riposo. Quindi anche il piede non è nella condizione di comportarsi come quando è nello sforzo in bici. 

Utilizzare scarpe su misura è la soluzione?

Diventa un po’ un cane che si morde la coda. La provi e senti un dolorino, ma a riposo sembra ok. Se la provi in un periodo non ottimale di forma allora dà una sensazione, viceversa quando si sta bene. La scarpa ha una multifattorialità vastissima. E’ quasi impossibile trovare una scarpa che calzi a pennello

Quindi come ci si comporta?

La cosa più intelligente che si può fare è realizzare una scarpa leggermente più grande. In questo modo la stringi quando vuoi sentire più feeling con la bici e la allenti quando ci sono temperature più alte, come capita d’estate quando il piede si gonfia. 

Per fare la scarpa su misura si passa attraverso varie rilevazioni
Per fare la scarpa su misura si passa attraverso varie rilevazioni
I pro’ cercano solo la performance?

Il problema entra quando corridori come Valverde o anche Nibali, sono personaggi che hanno grande feeling con la bici e fanno come gli sciatori. Preferiscono avere una scarpa più piccola per sentire la bici al meglio. Poi però si arriva al problema appena citato. Qualsiasi scarpa tu prenda, non troverai mai la tua. Se ne può trovare una che si adatta maggiormente al piede. Ma per quanto si possa fare su misura, il cuoio, la tomaia cambiano e si trasformano in base alla stagione e quasi mai seguendo il piede. Inoltre c’è un altro problema.

Quale?

Tutte le suole sono molto rigide. Le aziende ormai lavorano quasi esclusivamente con il carbonio. Questo crea maggiori stress. Qualsiasi sconnessione o vibrazione la si sente ridistribuita sui tre punti di appoggio, tra cui il piede. 

A che dolori si va incontro?

Si passa dal banale dolore, ad avere un problema di conflitto femoro-rotuleo o anche infiammazione della bandelletta ileo-tibiale.

Quali possono essere le cause?

Oltre alle rigidità eccessive, il problema sta anche nel come vengono fatte le suole. Non sono più “piatte” ma gli viene dato un valgo. In modo tale da spingere con la pianta del piede inclinata di 30° circa. Non tutti recepiscono positivamente questa angolazione del piede e spesso però ci si imbatte nel problema. Un anno Vincenzo ha dovuto cambiare le scarpe in corso d’opera e utilizzare un modello precedente, proprio perché quel nuovo materiale gli aveva causato un conflitto femoro-rotuleo.

Le ossa e i muscoli che compongono il piede sono molteplici così come le differenze di dimensioni per persona
Le ossa e i muscoli che compongono il piede sono molteplici così come le differenze di dimensioni per persona
Che tipo di dolore è?

E’ un dolore che non è così localizzabile, ma precisamente lo si percepisce nella parte laterale del ginocchio. 

Realizzare delle solette o plantari su misura può aiutare?

Non sempre. Perché spesso si usano delle solette o plantari che portano ad una curvatura del piede dove il podologo di turno ti presenta dati di miglioramento effettivi solo sotto il punto di vista della potenza espressa, ma che ti distraggono dal comfort. Questo può portare a tendiniti della bandelletta tibiale. Se poi si insiste sopra, si arriva a degli stop anche di un mese. 

Non sempre il plantare rappresenta una soluzione…

Tu lo provi sul rullo e vedi tramite i sensori che esprimi più potenza, poi però ci possono essere come detto infiammazioni o infortuni dietro l’angolo. Questo però può essere causa anche dalle scarpe stesse. 

Dal punto di vista del massaggio, il piede è una zona che viene trattata?

Per me sì, molto. Nel massimo sforzo il piede va in “griffe”, è un termine tecnico che utilizzano i podologi. Nel senso che va in flessione plantare. E’ come se si volesse chiudere. Quando si spinge si pensa che il piede sia in iperestensione, mentre in realtà la spinta avviene con la pianta del piede in flessione. E’ come se le dita chiudessero. E’ un gesto naturale.

Qui un calco del piede eseguito da Luigino Verducci nella sede olandese della Jumbo-Visma
Qui un calco del piede eseguito da Luigino Verducci nella sede olandese della Jumbo-Visma
Il massaggio è quindi molto importante?

Nel ciclista meno, però il trattamento del muscolo soleo, del polpaccio e dei gemelli sono importanti per evitare problemi al fascite plantare (patologia comune ai maratoneti). Ha un meccanismo di retrazione sul calcagno. A livello fasciale è quasi una continuazione del tendine d’Achille. Quindi se si tiene in scarico tutta la fascia plantare si riesce a rilassare ed escludere problemi.

Insomma il rapporto che c’è tra piedi e performance è perennemente in conflitto ed evoluzione?

Che alcuni ciclisti professionisti abbiano dei problemi al piede è comune, anzi quasi tutti lo hanno. Mario Cipollini ne era soggetto per fare un esempio Se tu guardi i piedi dei ciclisti non sono martoriati come quelli dei calciatori, ma poco ci manca. Hanno dei calli sparsi qua e là. Questo è dovuto non solo alle molte ore in sella, ma anche a scarpe sbagliate. Fra tutte le squadre WorldTour, credo si contino sulla dita di una mano quelle che lasciano scelta al corridore su questo materiale.

Ogni ciclista sarà sempre alla ricerca del miglior compromesso tra performance e comfort?

Bisogna capire che la scarpa è un contenitore e non sarà mai come un guanto. 

Sangalli, dal Nord garanzie solide dalle sue azzurre

28.04.2023
6 min
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Quasi come un lampo, la prima parte di stagione del ciclismo femminile è volata via ed è già in archivio. All’orizzonte c’è una lunga sequela di giri a tappe che daranno altri spunti e indicazioni. Col cittì Paolo Sangalli abbiamo tracciato un bilancio sulla campagna del Nord delle nostre ragazze, tra elite e junior.

Quella di quest’anno non è stata sicuramente la grande primavera del 2022, ma dietro ci sono in maniera altrettanto certa più motivazioni che giustificazioni. Alla luce di tutto sono mancate alcune vittorie, non però risultati e prestazioni. E questo il tecnico azzurro, oltre che sul proprio profilo instagram, lo ha sempre riconosciuto a tu per tu con le sue atlete.

La nazionale junior schierata da Sangalli alla Omloop Van Borsele in Olanda (foto instagram)
La nazionale junior schierata da Sangalli alla Omloop Van Borsele in Olanda (foto instagram)
Paolo iniziamo dalle juniores, per le quali volevi che facessero innanzitutto esperienza estera. Come sono andate?

Sono molto contento di loro. In Belgio e Olanda hanno toccato con mano cosa significa correre lassù. Quest’anno ho voluto fortemente che cambiassero alcuni regolamenti in modo che anche un nostro team potesse partecipare. La BFT-Burzoni è venuta alla Gand-Wevelgem mentre la Valcar Travel&Service era presente alla recente Omloop Van Borsele. Direi che il loro contributo lo hanno dato ai fini della nazionale stessa. Dopo la Gand eravamo settimi nel ranking, ora invece siamo secondi. Tenete conto che le prime cinque nazioni della Nations Cup possono portare cinque atlete al mondiale, quindi una in più rispetto alle altre. E questo cambia tanto. Fra una settimana saremo al Tour du Gevaudan Occitanie con nazionale e BFT-Burzoni ed è l’ultima prova valida prima di Glasgow. Dobbiamo solo completare l’opera mantenendo o migliorando il nostro punteggio.

A livello individuale cosa puoi dirci?

Ho avuto buone risposte da tutte le ragazze. Venturelli è in crescita. Ha fatto seconda sia alla crono sia nella generale della Van Borsele tra le due britanniche Sharp e Ferguson. Iaccarino ha collezionato piazzamenti. Quarta alla Gand, poi terza e quinta di tappa in Olanda. Anzi, è stata pure sfortunata. Nella crono inaugurale dopo una svolta a destra si è trovata davanti a sé un camion che procedeva occupando tutta le sede stradale per tanti metri. Mai visto una cosa del genere. Ha perso comodamente trenta secondi e magari poteva piazzarsi anche lì. Hanno corso bene anche Baima e La Bella ma anche loro non sono state troppo fortunate con una serie di cadute. Anita (Baima, ndr) che aveva fatto ottava alla Gand, si è rotta una clavicola. Peccato ma so che tornerà presto in forma.

Venturelli ha corso la Van Borsele con la Valcar chiudendo al secondo posto nella generale (foto Ossola)
Venturelli ha corso la Van Borsele con la Valcar chiudendo al secondo posto nella generale (foto Ossola)
Passando alle elite invece come valuti questo periodo delle classiche?

In tutte le gare le ragazze sono state protagoniste e ben presenti negli ordini d’arrivo. Al netto di tante considerazioni, mi ritengo molto soddisfatto. Finora è stata una stagione un po’ falsata da varie defezioni o stati di forma che hanno stravolto le dinamiche di gara. Se in corsa ti mancano elementi come Longo Borghini o Van Dijk e la stessa Van Vleuten non è quella che siamo abituati a vedere, è ovvio che la gara può prendere una certa piega più facilmente. Sia chiaro, il valore di una corazzata come la SD-Worx non si discute perché sarebbe ingrato dire il contrario, ma possiamo dire che quest’anno i team rivali hanno pagato più del dovuto alcuni intoppi.

Come hai viste le tue ragazze specialmente nell’ultimo mese?

Una bella vittoria è senza dubbio quella di Persico al Brabante. Ha battuto in volata la dominatrice Vollering e credo che questo significhi qualcosa. Si vede che Silvia ha imparato la lezione del Fiandre. Longo Borghini è una garanzia, ormai non so più come definirla (sorride, ndr). Dopo un mese ferma per covid è rientrata facendo subito risultati. Peccato per il secondo posto alla Liegi ma a me ha entusiasmato il terzo al Fiandre. Dopo che aveva tirato tutto il giorno, senza risparmiarsi, ha avuto la forza di fare quel tipo di sprint. Per le altre posso andare un po’ in ordine sparso?

La vittoria di Persico su Vollering ha avuto un grande significato per Sangalli
La vittoria di Persico su Vollering ha avuto un grande significato per Sangalli
Certo, prego…

Un’altra costante è Paladin. Ha fatto bella figura ovunque. Il suo quinto posto all’Amstel meritava qualcosa in più dopo che aveva fatto una bella azione solitaria nel finale. Sono di parte, certo e ci mancherebbe altro, ma forse le sue compagne potevano fare qualcosa in più per proteggerla poco prima del Cauberg. Alla Roubaix davanti c’erano Tomasi e Ragusa. Laura è stata brava ma sfortunata nel cadere in uno degli ultimi settori altrimenti poteva arrivare col gruppetto di testa. Katia finalmente è stata ripagata di tutto il lavoro fatto. E’ un’atleta generosa ed ha avuto del coraggio andando in fuga da lontano. Non ha mollato e ha centrato un grande secondo posto. Sono contento per lei.

Andiamo pure avanti.

Una menzione la faccio volentieri per entrambe le sorelle Fidanza. Martina ha vinto a Mouscron grazie alla volata tirata da Arianna. Anche Gasparrini e Bastianelli, che ha vinto Le Samyn, hanno fatto molto bene. Uguale Consonni per i suoi podi e Bertizzolo, che ha avuto diversi problemi fisici. Sono contento di Barale e Ciabocco che non hanno sfigurato in generale. Mi dispiace per l’infortunio di Guazzini perché penso che avrebbe potuto ottenere qualcosa di importante. Barbieri ha corso poco, ma era impegnata con la Nations Cup in pista. Poi non posso dimenticare di tre ragazze come Sanguineti, Guarischi e Cecchini. Loro non compaiono in cima agli ordini d’arrivo ma prima svolgono sempre un lavoro encomiabile per le loro capitane.

Sangalli sorpreso del veloce ambientamento di Realini ai vertici delle gare WT
Sangalli sorpreso del veloce ambientamento di Realini ai vertici delle gare WT
Che impressione ti ha fatto Realini?

Gaia è stata davvero una sorpresa in positivo. Il terzo posto alla Freccia Vallone e il settimo alla Liegi sono davvero tanta roba. Quest’ultimo piazzamento per me vale di più di quello che dice la classifica. Conoscevo Realini ma non mi aspettavo che andasse subito così forte e che corresse come una che ha più esperienza. Merito suo e merito della Trek-Segafredo, dove si vede che è seguita molto bene. Questa sua crescita è un’ottima risposta in prospettiva Tour de l’Avenir ed anche mondiale 2024, visto che dicono che a Zurigo ci sarà un percorso molto duro.

Facciamo gli ultimi due nomi. Il primo è Balsamo.

Non è stata la stessa primavera per Elisa. Non tutte le stagioni sono uguali e direi che sta facendo un suo programma. Elisa ha fatto seconda a De Panne, poi è caduta alla Gand. Anche lei ha disputato la Nations Cup ed ha risentito in squadra di assenze come Longo Borghini e Van Dijk, come dicevo prima. Con Balsamo abbiamo un obiettivo ben preciso ed è quello iridato di Glasgow ad agosto. Sta lavorando per arrivare al top in quel periodo.

Il secondo è Cavalli.

Neppure Marta ha avuto lo stesso aprile dell’anno scorso e anche lei, seppur con obiettivi diversi, sta facendo un proprio percorso. Ci vuole più tempo e pazienza. Sta recuperando bene e con la calma necessaria. Ha subito un trauma importante e solo l’opinione pubblica pensava che dovesse essere già là davanti in testa al gruppo a fare risultato. Mi sento spesso con lei e capisco che è ancora una questione mentale per sentirsi sicura in gruppo. I dati che ho visto parlano di una atleta in forze, da corridori di vertice. Ha fatto una buona Liegi. Come dicevo a lei, vedrete che da un giorno all’altro le passerà questo timore. Ora iniziano le gare a tappe dove si corre in un altro modo e lei potrebbe già farsi vedere un po’ di più. Noi la aspettiamo senza fretta.

Radio e giovani corridori: come insegnare ad usarle?

28.04.2023
4 min
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Tiene banco il tema della sicurezza e delle comunicazioni tra diesse e corridori una volta in corsa. Abbiamo sentito il parere di Sagan, e quello di Gasparotto riguardo i nuovi strumenti ed i metodi con i quali vengono utilizzati. Ma per quanto riguarda le radio, i corridori che cosa ne pensano?

Il tre volte campione del mondo aveva sottolineato come troppe comunicazioni distraggano il corridore ed allo stesso tempo creino un enorme stress in gruppo. Soprattutto tra i giovani che si ritrovano bombardati di informazioni e vengono così sopraffatti dal momento.

Pellizzari ha ricevuto tante indicazioni via radio nella tappa del Tour of the Alps con arrivo a Predazzo
Pellizzari ha ricevuto tante indicazioni via radio nella tappa del Tour of the Alps con arrivo a Predazzo

L’esempio Pellizzari

Al Tour of the Alps Giulio Pellizzari, sulle rampe di Passo Pramadiccio, mentre si lanciava alla ricerca della vittoria, continuava a ricevere incitamenti via radio. Ci siamo chiesti allora in che modo venga inserito questo strumento nella vita di un giovane corridore. Ne parliamo con Alessandro Iacchi, classe 1999 in forza al Team Corratec

«Ho fatto in tempo ad utilizzare la radio sia con i professionisti che con gli under 23 – ci dice – la differenza si nota. Rispetto a quando non c’era, si è molto più sicuri in gruppo. Se viene unita alle nuove tecnologie (VeloViewer e ciclocomputer) facilita le comunicazioni. Il diesse ha modo di segnalare i pericoli nei punti cruciali e viceversa».

Gli strumenti sono super accurati, sul ciclocomputer si può caricare il percorso e leggere l’altimetria
Gli strumenti sono super accurati, sul ciclocomputer si può caricare il percorso e leggere l’altimetria
In che modo si insegna ad un corridore giovane come utilizzare questo strumento?

Ti spiegano il funzionamento e come utilizzarlo per parlare. Dal punto di vista tecnico è estremamente facile, schiacci un bottone e sei in contatto con tutti: dai diesse ai tuoi compagni di squadra. 

Come ti spiegano il funzionamento una volta che sei in corsa?

Logicamente mi viene da dire che ti insegnano ad utilizzarla nei momenti importanti della gara. Per quanto riguarda noi corridori, la si usa quando fori, devi andare a prendere l’acqua o devi metterti in comunicazione con un compagno o un diesse. Mi è successo qualche volta di bucare, l’ammiraglia non ti vede a bordo strada e tira dritto. 

Tu hai corso anche senza radio, il modo di interpretare la gara cambia…

Assolutamente. La radio riduce i tempi di comunicazione, e di conseguenza aumenta la sicurezza. Non serve andare ogni volta alla macchina per avere un’informazione e in questo modo si riduce il via vai nel gruppo. 

Alessandro Iacchi compirà 24 anni il 26 maggio. E’ alto 1,70, pesa 59 chili ed è pro’ dal 2020
Alessandro Iacchi compirà 24 anni il 26 maggio. E’ alto 1,70, pesa 59 chili ed è pro’ dal 2020
Però aumenta il nervosismo. 

Questo succede perché alcuni diesse la utilizzano in modo sbagliato a mio modo di vedere. Con gli strumenti che abbiamo possiamo vedere tutto in tempo reale, i ciclomputer ci dicono quanto è lunga una salita e quale sia la pendenza media. Ci avvertono anche quando ci sono delle curve pericolose. 

I ciclocomputer di ora ti segnalano ogni minimo dettaglio del percorso…

Vero. Non servono comunicazioni tecniche, diciamo che è sufficiente ricordare che sta per iniziare una salita. Poi il resto lo vediamo da noi. 

Qual è il modo sbagliato di utilizzare la radio?

Quando la corsa diventa una radiocronaca, ogni minuto hai una voce in testa che ti dice qualcosa. Alla fine diventa fastidioso, soprattutto quando cerchi di concentrarti, che sia in volata o nel leggere il momento giusto della gara. Se il diesse mi parla tutto il tempo, si rischia che la sua voce diventi un brusio di sottofondo e, che tu voglia o meno, non lo ascolti più. 

Fanno eccezione gli eccessi di comunicazione quando si sta raggiungendo un’impresa. Qui Baldato e Marcato dietro Pogacar al Fiandre (immagine Velon)
Fanno eccezione gli eccessi quando si sta raggiungendo un’impresa. Qui Baldato e Marcato dietro Pogacar al Fiandre (immagine Velon)
Qual è secondo te il modo corretto?

Nei momenti concitati della corsa, come quando si forma la fuga, dall’ammiraglia ci dicono subito chi è nel gruppo davanti. In questo modo si possono aggiustare le tattiche in corsa, lì la comunicazione è fondamentale. Un altro esempio è quando il massaggiatore si trova al rifornimento ed inizia a piovere. Lui può avvisare che è cambiato il meteo e noi corridori ci regoliamo di conseguenza. 

Per i giovani allora la radio diventa quasi stressante?

Come detto, dipende da come la si usa dalla macchina. A me troppe comunicazioni non piacciono, altri invece le preferiscono. Però mi sento di dire che a volte è importante ascoltare il gruppo e i suoi rumori.

Barguil come Ciccone: testa al Giro, ma prima il Covid

28.04.2023
4 min
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«Io al Giro d’Italia con una bici italiana: è una grande emozione»: così ha esordito Warren Barguil parlando del suo esordio al Giro d’Italia. Il francese sta preparando, ma forse sarebbe meglio dire stava preparando, con dovizia la corsa rosa. Peccato che, come per Giulio Ciccone, anche per lui si sia messo di mezzo il Covid. 

Il corridore della Arkea-Samsic non dovrebbe mettere a rischio la sua presenza, tuttavia qualche intoppo c’è. Se non altro per i suoi progetti nella prima parte della corsa. Pensiamo magari a frazioni come quella di Lago Laceno che potrebbero essere buone per lui. Si tratta di una salita non durissima che non farà grande selezione e sulla quale i big potrebbero controllarsi. 

Barguil (classe 1991) è alla sua 11ª stagione da pro’. E’ in scadenza di contratto
Barguil (classe 1991) è alla sua 11ª stagione da pro’. E’ in scadenza di contratto

Esordio rosa

«Sono molto felice di venire al Giro – ci aveva detto prima della Liegi e prima che emergesse la bronchite (poi Covid) – e non vedo l’ora che arrivi domani sera. La Liegi sarà la mia ultima gara prima del Giro. Poi testa alla corsa rosa. Inoltre ci verrò con una bici italiana. E’ qualcosa di molto simbolico».

Barguil stava molto bene a suo dire. La gamba era buona. Aveva fatto una discreta primavera di classiche. Già alla Sanremo aveva ricevuto l’appoggio della squadra. Al via da Abbiategrasso, Mozzato e Verre, suoi compagni, ci avevano detto: «Warren è l’unico di noi che può tenere i migliori sul Poggio».

E poi si era ben comportato soprattutto alla Freccia Vallone con un buon decimo posto. «Io sono molto motivato per questo Giro. Sto per iniziare una corsa con un percorso bellissimo». 

Tirreno-Adriatico 2022, a Fermo vince Warren Barguil. Per il francese due tappe al Tour e due alla Vuelta
Tirreno-Adriatico 2022, a Fermo vince Warren Barguil. Per il francese due tappe al Tour e due alla Vuelta

Tutto da scoprire

Ma cosa sa Barguil del Giro? «In gruppo – spiega Barguil – i ragazzi che ci hanno partecipato, mi hanno detto tutti che tra i grandi Giri è il più bello. Lo è per l’ambiente, per i paesaggi, perché è una festa e perché è molto più aperto rispetto a un Tour de France o ad una Vuelta. La corsa è più libera.

«Ho guardato alcune delle salite più importanti e anche qualche tappa. Ci sono trappole ovunque. Ma c’è una frazione che mi stuzzica parecchio. Quella di Bergamo, perché arriva poco distante dalla sede di Bianchi: per me sarà una frazione importante. Ce ne sono anche altre. Ma non le dico tutte…».

E questo suona un po’ come un guanto di sfida. E Barguil, se c’è da attaccare, non è tipo da tirarsi indietro.

Warren ha vinto la maglia a pois nel 2017. Ha disputato 12 grandi Giri e per tre volte è entrato nella top 10
Warren ha vinto la maglia a pois nel 2017. Ha disputato 12 grandi Giri e per tre volte è entrato nella top 10

Chi è Barguil

Ma scopriamolo meglio. Barguil, classe 1991, è un corridore che i francesi per un certo periodo avevano incoronato come colui che avrebbe riportato un grande Giro nella loro Nazione. Warren aveva vinto l’Avenir nel 2012 e aveva ottenuto un ottavo posto nella generale del Tour nel 2014 a soli 23 anni. Poi le cose non sono andate esattamente come le aspettative, ma Barguil resta un corridore di spessore. E allora cosa può fare al Giro?

Lui ha detto che punta a determinate frazioni. Tappe mosse o anche di montagna sono ideali, specie se i favoriti per la generale dovessero guardarsi. Lo specchio preciso di tutto ciò è stata la tappa di Fermo alla Tirreno-Adriatico dello scorso anno. Si è mosso nel momento giusto, i big curavano la generale e Warren ha piazzato la stoccata.

A crono il francese non è un drago, ma se starà bene potrà difendersi
A crono il francese non è un drago, ma se starà bene potrà difendersi

Tappe, Gpm, classifica

Ma c’è un altro obiettivo più che concreto per Barguil e si chiama maglia azzurra: quella che indossa il re della montagna.

Il bretone – Barguil è di Hennebont, sulla costa meridionale della penisola francese – ha già vinto questa classifica. Si portò a casa la maglia a pois al Tour del 2017. Con il livello di oggi, per conquistare questa maglia serve un corridore che abbia tenuta nelle tre settimane e chiaramente vada forte in salita: il suo identikit.

Ma Barguil può anche puntare alla generale. Come detto, ha chiuso un Tour in ottava posizione. E’ vero che da quel piazzamento sono passati nove anni, ma se fosse al meglio una top 10 non sarebbe impossibile per lui. Certo però che letta in questo modo, le tante cronometro potrebbero non favorirlo. Intanto speriamo però che possa recuperare bene e che possa battere gli antibiotici e il Covid.

Van der Poel, la mountain bike può attendere

28.04.2023
4 min
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Forse la parte più difficile sarà riconoscere che per ottenere i migliori risultati su strada ci sarà da accantonare, magari non definitivamente, tutto il resto. Non a caso la fantastica primavera di Mathieu Van der Poel è arrivata proprio nell’anno in cui l’olandese ha ridotto l’intensità dell’impegno nel cross. Adesso l’osso da lasciar andare è la mountain bike.

Il programma, annunciato da Mathieu dopo la vittoria della Sanremo, prevedeva infatti la partecipazione a due prove di Coppa del mondo: quella di Valkenburg e poi di Nove Mesto. Ma quando la data olandese è stata (inspiegabilmente) esclusa dal calendario della challenge UCI, la Alpecin-Deceuninck e lo stesso Van der Poel hanno ritenuto che non valesse la pena procedere con il progetto, avendo in palio soltanto la prova della Repubblica Ceca. Per cui, sebbene la rivincita olimpica a Parigi 2024 resti al centro dei suoi pensieri, si inizierà a riparlarne più avanti.

Tutti ricorderanno la brutta caduta alle ultime OIimpiadi, quando Van der Poel non tenne a mente che una passerella presente in prova fosse stata rimossa nel giorno della gara. Cadendo quel giorno, oltre a perdere la gara, ebbero inizio a tutti i problemi della sua schiena.

La caduta di Tokyo è costata cara a Van der Poel: il risultato immediato e il mal di schiena dei mesi successivi
La caduta di Tokyo è costata cara a Van der Poel: il risultato immediato e il mal di schiena dei mesi successivi

Caccia ai punti

«Sia noi che Mathieu – ha dichiarato in un comunicato Christoph Roodhooft, direttore sportivo della Alpecin – abbiamo pensato che non fosse opportuno cambiare tutto per una sola gara. Preferiamo lasciare che Mathieu si prepari adeguatamente per il Tour e i mondiali: i suoi più grandi obiettivi della prossima estate. Ma l’ambizione di arrivare ai Giochi è ancora lì».

L’accordo di saltare la Coppa del mondo di Nove Mesto è venuta anche dopo la valutazione del tecnico arancione della mountain bike, Gerben de Knegt. Nonostante il cammino di qualificazione di Van der Poel per le Olimpiadi sia tutto fuorché esente da rischi.

L’Olanda attualmente occupa il 30° posto nel ranking olimpico, che viene calcolato sulla base dei punti dei tre migliori corridori. I Paesi classificati fra la prima e l’ottava posizione hanno diritto a due atleti olimpici; quelli da nove a 19 possono schierarne uno solo. Per fare i punti necessari alla qualificazione, l’Olanda si stanno appoggiando allo specialista David Nordemann e Milan Vader della Jumbo Visma. I due si sono impegnati e si impegneranno ancora nella qualificazione e ovviamente l’arrivo di Van der Poel all’ultimo momento potrebbe essere utile e insieme provocare malcontento.

Van der Poel ha dovuto ridurre il suo programma MTB, saltando due prove di Coppa del mondo (foto Instagram)
Van der Poel ha dovuto ridurre il suo programma MTB, saltando due prove di Coppa del mondo (foto Instagram)

Due mondiali in 6 giorni

Per questo si stima che per Mathieu la strada più breve e sicura verso Parigi 2024 sia il campionato mondiale di mountain bike. Nel gigantesco carosello dei prossimi mondiali scozzesi, la gara maschile di cross country si disputerà il 12 agosto. Se Van der Poel si piazzasse primo o secondo, strapperebbe la qualificazione olimpica. E’ indubbio che Mathieu sia in grado di farlo, il guaio per lui è che sei giorni prima ci siano in programma i mondiali su strada, che per l’olandese sono un obiettivo altrettanto importante su un percorso che gli si addice come un guanto. E’ possibile rendere al meglio su due bici diverse e in due discipline che richiedono preparazioni differenti, con così poco tempo per adattarsi? Alla Alpecin-Decenunick aspettano di sapere se davvero Van der Poel voglia tentare il doppio assalto. Dal loro punto di vista, corsi il Tour e il mondiale su strada, il grosso dell’estate sarebbe al sicuro e Mathieu potrebbe… divertirsi come meglio crede.

In azione ai mondiali MTB del 2022, Pidcock è il campione olimpico in gara (foto Instagram)
In azione ai mondiali MTB del 2022, Pidcock è il campione olimpico in gara (foto Instagram)

La scelta di Pidcock

Al contrario, la primavera di Tom Pidcock non è ancora finita. Dopo il secondo posto alla Liegi-Bastogne-Liegi, il britannico della Ineos Grenadiers ha scelto di iniziare con la mountain bike già dal prossimo fine settimana in Francia.

Nello specifico, venerdì e domenica Pidcock correrà in Coppa di Francia a Gueret: prima in una gara di short track e poi nel cross country. Domenica 7 maggio invece, il campione olimpico ed europeo in carica si sposterà in Svizzera, a Coira. Almeno da quanto si è saputo attraverso il comunicato della Ineos di martedì scorso.

Entrambe le gare sono classificate Hors Categorie, per cui Pidcock potrebbe raccogliere subito parecchi punti e trovare la condizione per partecipare alla Coppa del mondo di Nove Mesto del 12-14 maggio, dove lo scorso anno vinse nel cross country. Come Pidcock, farà Pauline Ferrand Prevot, anch’essa in forza alla Ineos Grenadiers. 

La sensazione è che Pidcock in questo momento goda di maggiore libertà rispetto a Van der Poel nell’organizzarsi la rincorsa olimpica, che presto potrebbe interessare anche Peter Sagan. L’olandese pertanto è in procinto di ripartire con la preparazione verso l’estate. E’ diventato testimonial di Lamborghini ad Anversa, da cui ha ricevuto una Urus S (Suv da 300 mila euro, foto in apertura) e ha messo nel mirino il Giro di Svizzera. Conoscendolo, nessuno si sente tuttavia di escludere che a Glasgow giocherà la doppia carta.

Chiusa la parentesi classiche, Magrini tira le somme

27.04.2023
6 min
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Mettiamo un punto alla stagione delle classiche, chiusa nel segno dei fenomeni, ma con tanti spunti di discussione. Riccardo Magrini attraverso Eurosport ha seguito e commentato tutte le corse del Nord e si è fatto un quadro abbastanza chiaro della situazione, non solo in base ai risultati ma anche a tutte le chiacchiere che hanno fatto da contrappunto alle corse.

Il toscano è entusiasta di quanto visto, ma con la sua consueta verve non manca di sottolineare alcuni aspetti: «Siamo di fronte a un ciclismo bellissimo fatto di fuoriclasse, le corse sono state tutte molto combattute e non è un caso se si siano quasi tutte concluse con arrivi in solitaria, a cominciare dalla Sanremo. L’unica uscita un po’ dai binari è stata la Freccia Vallone, ma quella ormai è una gara atipica, praticamente si corre solo per il chilometro finale. Dico la verità, non mi piaceva quando la correvo e non mi piace ora, ma i belgi si affollano sul Muro e la corsa vive di quello. Ha vinto Pogacar ma poteva anche vincere un altro, è una corsa abbastanza casuale, contano solo quei metri finali…».

Pogacar con VDP e dietro Van Aert. I grandi hanno dato davvero spettacolo
Pogacar con VDP e dietro Van Aert. I grandi hanno dato davvero spettacolo
A conti fatti però a vincere sono sempre gli stessi, un manipolo di fuoriclasse che si staccano dal gruppo…

E meno male che è così… Se tornate indietro con la mente vi accorgerete che prima di questa generazione si mancava di continuità, c’era un livellamento dei valori che portava sì a vittorie sempre diverse, ma alla fine non restava nulla. Oggi la gente si appassiona, si formano i partiti a favore di Pogacar come di Van Der Poel, c’è chi tifa per l’uno o per l’altro o per l’altro ancora e questo è bellissimo. Certo, nel gruppo affiora un po’ di nervosismo, ma è normale quando emergono vincitori assoluti. E non dipende solo dai risultati, ma dallo spirito. Tanti ad esempio paragonano Pogacar a Merckx per i risultati che ottiene, a me ricorda il belga per l’atteggiamento, la voglia spasmodica di vincere che aveva Eddy, è quello il vero punto in comune.

Parlavi di nervosismo nel gruppo e alcuni non lo trattengono più, vedi le parole di Madiot a cui ha risposto Gianetti…

Per certi versi Madiot proprio non lo capisco, ma anche da corridore era uno con idee tutte sue. E’ vero, ci sono squadre che hanno 40 milioni di budget da gestire, ma è sempre stato così. Chi ha il fenomeno se lo tiene e lo gestisce al meglio: la Uae Emirates ha messo una clausola rescissoria per lo sloveno di 100 milioni, la Soudal ha blindato Evenepoel. I campioni ci sono sempre stati, il bello è cercare di contrastarli come meglio si può. Ai tempi di Merckx, quando vinceva tutto lui gli altri che avrebbero dovuto fare?

Magrini bici 2018
Riccardo Magrini, pro’ fra il ’77 e l’86, vittorioso al Giro e al Tour nell’83. Lavora per Eurosport dal 2005
Magrini bici 2018
Riccardo Magrini, pro’ fra il ’77 e l’86, vittorioso al Giro e al Tour nell’83. Lavora per Eurosport dal 2005
Sarebbe plausibile introdurre un sistema di salary cap per le squadre? Gianetti ha subito detto di no…

E ha ragione, qui siamo su un altro piano economico. Pogacar, che è il corridore più pagato, ha uno stipendio che non è neanche lontanamente paragonabile a quello dei giocatori di basket o football americano. Il problema è che quando si parla di ciclismo si pensa alle squadre composte da 30 corridori: non è così, un’azienda che investe su un team deve provvedere a 200 persone. Guardate ad esempio l’universo Jumbo-Visma, che coinvolge 3 team ciclistici e uno di pattinaggio, che cosa c’è intorno, quanta gente vive di quel lavoro. Una struttura talmente evoluta che non subirà ripercussioni con il prossimo cambio di sponsor. In questo discorso c’è qualcosa che stona…

Che cosa?

Parla Madiot che nel complesso è uno che sta lavorando molto bene, che ha costruito una splendida filiera e sta portando su autentici talenti. Il suo sistema è collaudato dal tempo, ma funziona sempre. Ci sono altre squadre che soffrono molto di più. L’Astana allora che dovrebbe dire?

Ganna non ha deluso, ma da solo non poteva salvare il bilancio azzurro al Nord
Ganna non ha deluso, ma da solo non poteva salvare il bilancio azzurro al Nord
Proprio dell’Astana è pero Velasco, che almeno alla Liegi ha provato a far qualcosa. Come giudichi il bilancio italiano nelle classiche?

Ci si aspettava di più, soprattutto dopo l’ottimo inizio di stagione. Velasco e Sobrero sono quelli che più si sono fatti vedere, di Ganna sappiamo tutto, è l’unico che davvero ha le qualità per emergere in queste corse come si è visto a Sanremo e Roubaix, per il resto c’è poco. Viviamo una fase involutiva che non cambierà se non cambia la cultura. Non dico solo ciclistica, di un mondo dove i procuratori vanno a cercare gli esordienti e allievi spacciandoli per campioni del futuro, facendoli bruciare sul nascere. Il problema per me è più profondo, riguarda la cultura sportiva generale. Posso fare un esempio?

Prego…

Tutti si stupiscono del fenomeno della Slovenia con campioni come Pogacar e Roglic e tanti buoni corridori. Io ci sono stato, ma lì c’è un’attività sportiva nelle scuole che noi ce la sogniamo. Non si parla solo di sport, ma di mobilità sin dalla scuola materna. Questa è la strada giusta, lì ci si diverte. Il problema è che qui copriamo tutto con i successi del campione di turno e questo vale per qualsiasi sport. Anche nel ciclismo, dove se chiedi in Federazione ti dicono che in fin dei conti hanno vinto un titolo olimpico e quindi la crisi dov’è?

Mentre gli altri se le davano al Nord, Vingegaard continuava a vincere gare a tappe. Magrini ci punta molto
Mentre gli altri se le davano al Nord, Vingegaard continuava a vincere gare a tappe. Magrini ci punta molto
Torniamo ad allargare il discorso. Parliamo sempre del manipolo di fenomeni che vincono tutto, ma dietro che cosa c’è?

C’è un movimento professionistico dove il livello si è alzato tantissimo, dove ci sono corridori come Gaudu e Kung, per fare due nomi, che vincerebbero molto di più esattamente come si diceva di Gimondi ai tempi di Merckx. Poi abbiamo dei campionissimi e siamo fortunati ad averceli. Io però vorrei che i campioni assoluti avessero un calendario comune: non dico che dovrebbero fare tutte le corse, sarebbe follia, ma almeno nelle Monumento bisognerebbe inventarsi qualcosa per farli correre tutti.

A proposito delle Monumento, Pogacar e VDP ora sono a 3 a 5. Chi ha più possibilità di completare il Grande Slam?

Secondo me Pogacar, perché per Van Der Poel il Lombardia mi pare proprio indigesto, anche se lo preparasse specificamente. La Liegi potrebbe anche portarla a casa, ma la classica di fine stagione è lontana dalle sue caratteristiche. Per lo sloveno è diverso, la Roubaix se ben preparata, un anno potrà anche vincerla come fece Hinault. Io però resto della mia idea: il più poliedrico di tutti è Van Aert, per certi versi il più forte perché può emergere dappertutto. Certo, se poi si mette a far regali come a Gand

Le scarpe da bici di qualità sono ancora Made in Italy

27.04.2023
6 min
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PAAL (Belgio) – Le scarpe da bici sono ancora italiane? L’Italia è una “nazione di scarpari”, si diceva e si dice tutt’ora. In passato ed oggi, chi vuole una calzatura tecnica di qualità, costruita con dei canoni artigianali, moderna e sempre in linea con le richieste del mercato, punta ancora forte sul Made in Italy.

Ma qualcosa è cambiato anche nel settore delle scarpe da bici e la leadership italiana è, per certi aspetti, in discussione. Abbiamo affrontato l’argomento con Stefano Stocco di Crono.

Il ciclismo ricopre un ruolo primario nell’azienda di famiglia (foto Crono)
Il ciclismo ricopre un ruolo primario nell’azienda di famiglia (foto Crono)
Che cos’è oggi l’azienda Crono?

Crono è un brand che nasce nel 2013 ed è il risultato di 40 anni di esperienza nella produzione di calzature sportive, soprattutto da ciclismo. Oggi il marchio si pone non solo l’obiettivo di produrre calzature di ottima qualità ma anche di progettare e realizzare prodotti che rispettino l’ambiente in cui viviamo.

In che modo?

Stiamo sperimentando materiali di origine riciclata e riciclabili, questo per far si che in futuro i nostri prodotti, quelli che hanno tecnicamente raggiunto il fine vita, possano essere trasformati in qualcos’altro.

La modernità si sposa con la tradizione (foto Crono)
La modernità si sposa con la tradizione (foto Crono)
E’ un’operazione facile, oppure è una trasformazione complicata?

Questo percorso che abbiamo deciso di intraprendere è tutt’altro che facile. I componenti sono molti, le variabili in gioco altrettante, ma questa linea di condotta pian piano inizia a dare i suoi frutti. Nel breve periodo tutti i nostri prodotti saranno costruiti con questa filosofia.

Il calzaturificio produce anche per altri marchi, oppure tutta la produzione si concentra sul marchio Crono?

La nostra azienda di origine familiare è specializzata da sempre a sviluppare progetti di calzatura ed industrializzare il prodotto finito anche per altre aziende del settore ciclismo e non solo.


Un’esperienza che arriva dal passato (foto Crono)
Un’esperienza che arriva dal passato (foto Crono)
Quando si pensa ad un nuovo modello di calzatura per la bici, quali sono gli aspetti principali da considerare?

I fattori da considerare sono davvero tanti. Il peso e il comfort, oltre alla rigidità aumentata, indispensabile per alcune discipline. La tecnicità della chiusura, la traspirabilità, la capacità di sostenere il piede e contenerlo. Tutti questi aspetti e molti altri vanno considerati e devono collimare tra loro in un mix perfetto.

Se dovessi identificare il passaggio più complicato?

Se parliamo di comfort possiamo dire che l’aspetto più complicato è quello di cercare di coprire il più vasto numero di utenti. I nostri piedi sono molto diversi e la scarpa non può andare bene a tutti. Una calzatura va scelta in funzione alle proprie esigenze di comfort che sono dettate dalla conformazione del proprio piede. Se parliamo di passaggi complicati in termini economici, l’affrontare gli investimenti per gli stampi è la parte più dolorosa.

Fin dal primo step, quanto costa produrre una calzatura dedicata alla bicicletta?

Nel momento in cui l’azienda parte a produrre una calzatura in serie gli investimenti sono moltissimi. Progettare una calzatura in Europa, partendo dalla prototipazione, realizzare tutti gli strumenti dedicati arrivando al momento in cui entra in produzione, comporta un investimento elevato. Ci avviciniamo ai 100.000 euro.

Non sono pochi…

Infatti molte aziende che si rivolgono a noi per la costruzione di una scarpa, abbandonano il progetto perché messi di fronte al fatto che l’investimento per avere qualcosa di personalizzato è elevato, si arrendono e lasciano perdere. Si rivolgono altrove, in Asia ad esempio. Nel far east è possibile trovare dei progetti quasi pronti, riducendo al tempo stesso gli investimenti.

Le maestranze, quelle che Stocco cita in diversi momenti (foto Crono)
Le maestranze, quelle che Stocco cita in diversi momenti (foto Crono)
Produrre in Asia costa meno, questo è chiaro, ma quanto meno?

La differenza del costo tra Asia e Europa è abissale. Non c’è partita. Un esempio: per costruire una calzatura tecnica la componente manodopera può arrivare anche a 100 minuti di lavoro. Se proviamo a comparare un costo al minuto medio aziendale che in Asia è di circa 3 centesimi di Euro contro i 42 centesimi in Italia riusciamo già ad immaginare il gap che dobbiamo colmare. Si possono pensare soluzioni miste in Europa, ma comunque al di sotto di 18 centesimi non si riesce a stare. Questa componente è decisamente enorme da compensare.

La qualità della manodopera asiatica è al nostro livello?

Ci sono strutture che riescono a realizzare dei prodotti di altissimo livello, fortunatamente per noi sono poche. Ci sono poi moltissimi che hanno una buona qualità ma non eccellente. L’Asia ha vissuto un boom economico incomparabile come nessuna parte del resto del mondo, tutte le grandi aziende si sono riversate li per fare realizzare i loro prodotti. A mio avviso ora tutti ne stiamo pagando le conseguenze.

Ogni pezzo è un mondo a parte (foto Crono)
Ogni pezzo è un mondo a parte (foto Crono)
Non si può tornare indietro?

Alcuni pensano di riportare intere produzioni in occidente, ma l’Europa ci metterà comunque troppi anni a riportare alcune maestranze che oramai sono andate perdute.

Cosa è cambiato nella categoria delle calzature tecniche, con il passare degli anni?

La possibilità per i marchi, quelli che fanno tendenza nel mercato e non si tratta della categoria del ciclismo, di muovere quantità e volumi importanti di materiali, ha dato modo agli Asiatici di sperimentare, sviluppare tecnologie e materiali. Queste stesse tecnologie e talvolta anche i materiali, in Europa non sono disponibili o comunque molto difficili da replicare. In Europa siamo rimasti legati ad un sistema abbastanza tradizionale. Di tanto in tanto c’è qualche sprazzo di tecnologia, ma non serve a riportare la produzione da noi.

I macchinari per l’industrializzazione aiutano, ma non sostituiscono l’uomo (foto Crono)
I macchinari per l’industrializzazione aiutano, ma non sostituiscono l’uomo (foto Crono)
C’è una soluzione possibile?

A mio parere servirebbe una maggiore unità tra i paesi Europei, in modo da mettere in pratica e far fruttare la passione, la storia e quel saper far bene che ci ha sempre contraddistinto. Per tornare a fare tutto in Europa, di conseguenza anche in casa nostra, è necessario incentivare la formazione delle maestranze che stanno scomparendo e ricostruire un vero tessuto produttivo di qualità.