Albanese sbarca in Francia e nel WorldTour, cosa ci racconta?

11.01.2024
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Per Vincenzo Albanese il passaggio nel WorldTour ha il colore rosso della divisa dell’Arkea-B&B Hotels. La squadra francese ha prelevato il corridore classe 1996 dalla Eolo-Kometa (dall’1 gennaio Polti-Kometa) e lo ha portato tra i grandi. Un cambiamento radicale che ha riguardato anche il suo ex compagno alla corte di Basso e Contador, Lorenzo Fortunato, passato in Astana. 

Dopo 3 anni alla Eolo-Kometa Albanese è passato nel WorldTour all’età di 27 anni
Dopo 3 anni alla Eolo-Kometa Albanese è passato nel WorldTour all’età di 27 anni

Grande passo

Il mondo al di fuori di una professional è diverso, per certi aspetti lo è tanto, soprattutto se la squadra che ti accoglie di italiano ha solo le bici che utilizza per correre. Ma come sono andate queste prime settimane per Albanese

«Mi trovo molto bene – ci dice – la squadra mi lascia libero, anzi, parecchio libero. La differenza rispetto a prima si sente e si vede. In prima cosa dal numero di membri dello staff e dalla cura dei dettagli. Per ora sono contento di come sta andando. Ho il chiaro obiettivo di migliorare e di cercare di fare quel passo in più rispetto a prima. Voglio cercare qualche risultato di spessore, in precedenza ci sono andato vicino, ora voglio centrare il bersaglio».

Nella formazione francese Vincenzo si aspetta tante occasioni, grazie al calendario più folto
Nella formazione francese Vincenzo si aspetta tante occasioni, grazie al calendario più folto

Dall’alto della montagna

Albanese ora si trova a Sierra Nevada, in ritiro per quindici giorni in modo da preparare al meglio l’inizio della stagione (nella foto di apertura durante l’allenamento di oggi). 

«Sono qui da solo – racconta – la squadra è in ritiro a Gandia, ma hanno voluto che io andassi in altura. Vogliono che vada forte fin dalle prime gare a Maiorca. Sono arrivato in ritiro domenica 7 e riparto il 22 verso le corse. In altura mi trovo bene, riesco ad allenarmi al meglio e ad avere il tempo giusto per fare tutte le cose». 

Albanese correrà su bici Bianchi, qui durante i test effettuati in pista dai tecnici dell’azienda
Albanese correrà su bici Bianchi, qui durante i test effettuati in pista dai tecnici dell’azienda

Team francese

L’Arkea-B&B Hotels è una formazione a grande matrice francese, per Albanese, da sempre abituato a realtà italiane, il cambio potrebbe pesare…

«La differenza si sente – prosegue nel racconto – ma la lingua piano piano la imparo. Basta buttarsi e provare. Poi tra compagni di squadra ci si parla poco perché il tempo insieme è sempre limitato. Abbiamo fatto un ritiro a dicembre e ora sono qui da solo. La cosa importante è capirsi in corsa e lì in qualche modo si riesce sempre a comunicare».

L’Arkea-B&B Hotels è una squadra a grande trazione francese, ma questo non spaventa Albanese
L’Arkea-B&B Hotels è una squadra a grande trazione francese, ma questo non spaventa Albanese

Staff immenso

Il mondo del WorldTour mette in contatto tante persone. Dai corridori allo staff si contano spesso molte figure e trovare l’equilibrio non è sempre facile.

«Abbiamo tutto a disposizione – ci spiega Albanese – ed ogni cosa ha la sua figura responsabile. Bisogna trovare il ritmo ma nello sport non si inventa nulla e a volte bisogna anche avere l’esperienza per capire da soli certe dinamiche. Qui in Arkea siamo tanto seguiti con test e personale che ci guida al meglio.

«Prima mi sono confrontato con i nutrizionisti, ne abbiamo due. Abbiamo trovato una dieta da seguire con indicazioni per ogni parte della stagione. Per quanto riguarda il lavoro in bici è cambiato poco rispetto a prima. La differenza è stata nella cura della palestra, dove ho passato più tempo. Ho fatto un piano di miglioramento che mi permetta di crescere di qualità e non di massa, cosa di cui non ho bisogno».

All’orizzonte potrebbe anche non esserci un grande Giro, ma tante corse di un giorno
All’orizzonte potrebbe anche non esserci un grande Giro, ma tante corse di un giorno

Tante occasioni

Il calendario è forse il punto di svolta definitivo. Correre nel WorldTour permette di programmare gli impegni alla luce del fatto che si sa dove si correrà e quando.

«Aumentano le occasioni – conclude – Albanese – prima magari ne avevo 15 all’anno ora ne ho 50. La squadra guarda ai punti, come tutte d’altronde, è una dinamica nuova per me. Alle Eolo c’era questa necessità ma non così forte. Proprio alla luce di questo andrò a caccia di punti, è una cosa che la squadra mi ha anticipato subito. Quindi tante corse di un giorno, non escludo che potrei non fare nemmeno un grande Giro. Non è una cosa che mi destabilizza, anzi, mi sento di poter dare di più perché nelle corse di un giorno trovo tante occasioni. Dopo l’esordio in Spagna dovrei correre in Francia e poi in Belgio, avrò modo di testarmi in tante corse diverse e questo mi incuriosisce parecchio. Il fatto che la squadra faccia doppia o tripla attività mi permette anche di poter variare a seconda delle esigenze di ognuno».

Nasce la Polti-Kometa: una botta di orgoglio italiano

10.01.2024
6 min
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MILANO – Hotel Principe di Savoia in piazza della Repubblica, nei salottini della hall ci sono procuratori di calciatori e direttori sportivi. Ariedo Braida (che in serata si intratterrà a lungo con Francesco Moser) e Oscar Damiani sono appena usciti, noi andiamo avanti a parlare con Alberto Contador. Fuori l’inverno si fa sentire, il cielo è grigio, ma per il ciclismo è una bella giornata. Si presenta il Team Polti-Kometa. Ne abbiamo viste le maglie. Abbiamo letto vari comunicati e apprezzato le immagini della Aurum Magma con cui correrà la squadra. Ma adesso Francesca Polti e Giacomo Pedranzini spiegano il perché abbiano scelto di sponsorizzare la squadra di Basso e Contador, presenti allo stesso tavolo. Il sorriso è coinvolgente, gli argomenti attaccano.

Francesca Polti ha parlato raccontando il suo entusiasmo e la sua visione
Francesca Polti ha parlato raccontando il suo entusiasmo e la sua visione

Le ragioni per partire

L’aspetto sportivo ci sta a cuore, ma quel che più ci piace sottolineare è il fatto che due grandi aziende italiane abbiano scelto di impegnarsi nel ciclismo. Fino a qualche tempo fa non sarebbe stato niente di strano (complici forse anche disinvolte abitudini fiscali), oggi è un’eccezione.

«Sono abituata a parlare in pubblico – dice Francesca Polti – ma è la prima volta che parlo della mia squadra e sono molto emozionata. La nostra squadra, la sento davvero mia. Quando si è trattato di scegliere se aderire o meno al progetto, ho riunito il mio staff ristretto e piuttosto che chiederci perché farlo, ci siamo chiesti se ci fosse un motivo per non farlo e non ne abbiamo trovati. Abbiamo visto solo opportunità e così siamo partiti.

«Ho trovato analogie di valori. Anche la squadra, come la nostra azienda, si fonda su rispetto, innovazione e sostenibilità. Abbiamo trovato nel ciclismo un bel veicolo di comunicazione, perché vogliamo che Polti si espanda nei Paesi in cui la squadra andrà a correre. Vogliamo tornare vicini al nostro pubblico, per fare vedere chi siamo e non solo per mostrare i nostri prodotti. Vogliamo far conoscere la nostra vivacità, anche se è una sfida in salita, al culmine della quale ci potrà essere grande soddisfazione. Quando ci siamo riuniti con le famiglie prima di Natale, mio padre si è avvicinato a me e Ivan (Basso, ndr) e ci ha chiesto se qualcuno ci avesse già dato dei pazzi. Noi abbiamo risposto di sì e lui ha sorriso, dicendo che allora questo progetto avrà successo. Perché anche a lui dissero che era pazzo per aver inventato la Vaporella e aver puntato quella prima volta sul ciclismo».

Il Team Polti-Kometa correrà con la Magma di Aurum, di proprietà di Basso e Contador
Il Team Polti-Kometa correrà con la Magma di Aurum, di proprietà di Basso e Contador

Il doping è una scusa

E quando le diciamo che è insolito vedere una grande azienda italiana fare ritorno al ciclismo e che tanti, in passato, hanno rifiutato la possibilità opponendo i casi di doping e il rischio per l’immagine, Francesca Polti si irrigidisce e sorride.

«Credo che i ragazzi siano tutti controllati – dice – e che la squadra sia la prima ad accorgersi se qualcosa non va. Ma se anche fosse il caso e trovassero un corridore positivo, il nostro compito non sarebbe quello di mettere in discussione il sistema, ma di stargli accanto per aiutarlo. Perché se ti dopi, hai un problema. E noi negli anni siamo stati accanto a donne maltrattate e persone con altri problemi. Perché abbandonare un corridore? Nel calcio i ragazzi con problemi di scommesse non li hanno abbandonati…».

Giacomo Pedranzini è arrivato dall’Ungheria, dove vive dal 1994.
Giacomo Pedranzini è arrivato dall’Ungheria, dove vive dal 1994.

Sport, cibo e salute

Lo stesso argomento fu utilizzato anni fa da Giacomo Pedranzini, cui al momento di entrare accanto alla Fundacion Contador fu posta la stessa obiezione. Il valtellinese di Ungheria lo abbiamo già sentito qualche settimana fa, ma il suo slancio conquista la platea.

«In bicicletta – dice – la salita non finisce mai. Noi siamo agricoltori di montagna, produciamo cibo e lo portiamo sul tavolo dei consumatori. Il nostro obiettivo è fare meglio di quanto fatto negli ultimi sette anni, ma soprattutto la squadra sarà al centro di un progetto di comunicazione. Kometa è la terza azienda alimentare in Ungheria e in Italia siamo presenti in tutte le più grandi catene di supermercati, da Conad a Coop, come Esselunga, Tigros ed Eurospin, però la gente non ci conosce. Questo è un limite che vogliamo superare.

«Crediamo che una vita sana e una sana alimentazione possano cambiare la vita degli italiani e costare meno al sistema sanitario nazionale. La scintilla è scattata quando Ivan Basso ci ha parlato di “ciclismo sociale” e di “cibo onesto”. L’Italia ha bisogno di gente che ci creda. Abbiamo pochi impianti sportivi rispetto alla media europea, siamo il fanalino di coda e questo si traduce anche in una inferiore pratica sportiva, che investe anche il ciclismo. Ho letto un articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera. Diceva che nel 1992, il reddito annuale pro capite di un italiano era il 19 per cento in meno rispetto a un cittadino degli Stati Uniti. Nel 2022, trent’anni dopo, l’italiano guadagna la metà. Se le famiglie perdono così potere di acquisto, tutto il resto va dietro, anche lo sport».

I tre fondatori del team, Alberto e Fran Contador e Ivan Basso
I tre fondatori del team, Alberto e Fran Contador e Ivan Basso

Una grande squadra

Basso annuisce. Sono stati presentati i corridori, i pochi che sono stati portati e che domani raggiungeranno il ritiro della squadra in Spagna. Maestri, definito il nuovo capitano dopo il ritiro di Gavazzi. I fratelli Bais. Matteo Fabbro. L’ungherese Fetter. E la speranza Piganzoli. Basso spiega.

«Ci riteniamo una grande squadra – dice – il comunicato che diffondemmo durante il Giro e che avevamo condiviso derivava dal fatto che credevamo di meritare più attenzione di quella che avevamo. Quello che vediamo qui oggi nasce dalla credibilità costruita negli ultimi anni. L’obiettivo è sempre stato mantenere quel che avevamo e rinforzarci per avvicinarci al livello delle grandi professional europee.

«Sono cambiati gli sponsor – prosegue – ma la società continuerà a lavorare allo stesso modo. Siamo nati nel periodo del COVID. La squadra si è resa simpatica al mondo del ciclismo ed è credibile perché unisce la Fundación Alberto Contador, la reputazione dei due ciclisti che l’hanno creata e la storia di un marchio come Polti. E’ un progetto unico che unisce più generazioni. Quando si parla di ciclismo-impresa, questa è una squadra che produce le sue biciclette. Ci sentiamo in dovere di essere attori del cambiamento, con Alberto ne parliamo spesso, restituendo quello che il ciclismo ci ha dato. Abbiamo grandi ambizioni e un calendario importante. Il Giro d’Italia? Bisognerà aspettare gli inviti».

La sensazione è che quel biglietto sia stato già staccato. Il ritiro della Lotto Dstny, le due vittorie di tappa degli ultimi due anni e le tre giornate del Giro in Valtellina fanno pensare che le possibilità siano buone. Domani il gruppo si riunirà in Spagna e le bici torneranno a recitare da protagoniste. Qui si va verso il galà di stasera, fra occhi che luccicano e il senso della nuova avventura che sta per cominciare.

Plugge e la Superlega. Un progetto che può far paura?

10.01.2024
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Il progetto Superlega nel ciclismo va avanti, seppur a fari spenti. La sentenza della Corte Europea che ha di fatto legittimato quella del calcio ha certamente avuto ripercussioni anche su simili progetti in altri sport, anche se nel ciclismo non c’è quella spietata contrapposizione tra squadre e federazione che esiste nello sport più popolare al mondo. Non sarà qualcosa di immediato, ma un giorno sarà realtà tanto è vero che il progetto ha già un nome, One Cycling e un suo mentore: il patron della Visma-Lease a Bike Richard Plugge.

In un’intervista al media fiammingo De Tijd Plugge ha tracciato un po’ il futuro dell’iniziativa, partendo dal presupposto che non stiamo parlando di qualcosa di immediato: «Noi dobbiamo guardare a quel che vorremo essere fra 10 anni. Viviamo in un ambiente dove c’è una continua guerra fra squadre, con gli organizzatori, fra gli stessi corridori ma questo è sbagliato perché i nostri veri avversari sono al di fuori del nostro mondo. Sono le altre forme di intrattenimento che si contendono l’attenzione dello spettatore».

Pogacar è il ciclista più pagato al mondo, 6 milioni a stagione. Poco in confronto ad altri sport
Pogacar è il ciclista più pagato al mondo, 6 milioni a stagione. Poco in confronto ad altri sport

Gli sportivi più ricchi al mondo

Il discorso di Plugge è legato all’appetibilità televisiva e mediatica del ciclismo che genera grandi introiti. Nella sua analisi non è un caso se cita Champions League di calcio, golf, football americano, basket: tutti eventi e discipline che hanno venduto a caro prezzo la loro immagine generando un clamoroso giro d’affari. Secondo la classifica stilata da Forbes dei primi 50 sportivi più pagati al mondo, dove comanda Cristiano Ronaldo con 46 milioni annui provenienti dai contratti di gioco e 90 dall’indotto extra, non c’è un ciclista e questo la dice lunga…

«Voglio farvi un esempio – riprende Plugge – prendete Jake Paul, il campione di arti marziali fidanzato con la pattinatrice olandese Jutta Leerdam: è osannato dalle folle, i ragazzini si affollano intorno a lui, anche chi non s’interessa di sport sa chi è. A Vingegaard tutto questo non succede: sta a noi fare in modo che le cose cambino, trovare nuove prospettive».

Quanto è popolare Vingegaard fuori dall’ambiente? Tutto il ciclismo ha bisogno di farsi vedere di più
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Un calendario da rivoluzionare

L’idea di Plugge è che One Cycling vada a incidere pesantemente sul calendario, rivoluzionandolo di fatto: «Serve un profondo cambiamento del nostro mondo. Un calendario chiaro, con un numero limitato di eventi dove i migliori siano chiamati sempre a confrontarsi. Attualmente abbiamo 180 giorni di gare solo per il calendario WorldTour, sono obiettivamente troppi con un continuo afflusso e deflusso di corridori che non li rende immediatamente riconoscibili».

Il manager olandese intende rifarsi all’esperienza della Formula 1: «Le stelle devono essere popolari al 100 per cento, identificabili anche da chi non segue abitualmente il ciclismo. Un calendario strutturato in maniera chiara, uniforme permetterà anche di avere maggiormente sotto controllo il tema della sicurezza. Ci serve un calendario unificato che convogli e attiri grandi sponsor esterni al mondo delle due ruote».

Il Tour de France potrebbe risentire dell’inserimento in un circuito strutturato e altrimenti gestito
Il Tour de France potrebbe risentire dell’inserimento in un circuito strutturato e altrimenti gestito

Coinvolgere grandi sponsor

Plugge nella sua analisi prende ad esempio il coinvolgimento della Heineken, che ha prima investito tanto sulle coppe europee di rugby e poi sulla Champions League di calcio, oppure Aranco diventato sponsor del mondiale di Formula 1: «Noi dobbiamo fare lo stesso, coinvolgere grandissime aziende che non investano su un singolo team, ma sull’attività nel suo complesso, sviluppando un merchandising proprio, separato da quello delle squadre».

Idee rivoluzionarie, che non solo vanno un po’ contro la tradizione ultrasecolare di questo sport ma destano timore in tutto l’establishment: «L’ASO, ad esempio, teme di vedere il Tour de France perdere di valore. Non è improbabile che ciò avvenga – ammette Plugge – ma solamente in un primo tempo. Se guardiamo alla cosa con uno sguardo più ampio, sono certo che a lungo termine ne trarrà beneficio perché sarà tutto il ciclismo che sarà cresciuto. Altre gare, entrando nel circuito, guadagneranno un valore enorme».

John Malone, presidente di Liberty Media che gestisce gli enormi interessi e introiti della Formula 1 (foto Gentleman’s Journal)
John Malone, presidente di Liberty Media che gestisce gli enormi interessi e introiti della Formula 1 (foto Gentleman’s Journal)

Un manager super partes

A proposito invece degli eventuali dissidi con l’Uci, l’olandese non ha dubbi: «La federazione mondiale non è un’organizzazione commerciale e non credo che starebbe peggio di fronte a un circuito unificato. Guardate quel che è successo alla Fia: ha forse perso denaro quando ha affidato l’organizzazione commerciale prima all’azienda di Bernie Ecclestone e poi a quella di John Malone? Noi dobbiamo seguire la stessa strada».

Parole dette in un periodo ancora di relativa calma. Ora l’attività riprende e si riprenderà a parlare di vittorie e sconfitte, di programmi e ambizioni. Ma il progetto è lì e piano piano va avanti, destinato sicuramente ad avere un’evoluzione. Resta però da capire che cosa ne pensano gli altri attori di questo mondo, se al di là della mera attualità sono in grado di guardare più lontano e soprattutto se sono d’accordo su un’evoluzione che forse porterà più denaro nelle casse, ma sicuramente ridisegnerà la tradizione e le abitudini di questo sport.

Cecchini, la vita da atleta è un mosaico di mille attenzioni

10.01.2024
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Prima Persico e Consonni. Poi Bertizzolo, Gasparrini e Bertogliati. Infine il cittì Paolo Sangalli. Ci serve un parere a confutazione: bussiamo alla porta di Elena Cecchini. Da più parti arriva la conferma di come il ciclismo femminile stia aumentando le intensità e le percorrenze, con crescente pressione sulle ragazze, spinte ad aggiungere attenzioni ed elementi alla loro professionalità. In qualche modo si ha la sensazione che mentre le più esperte siano pronte per fronteggiare l’incremento, le giovani rischino di scottarsi la mano. Bertogliati ad esempio non è certo che tutte le ragazze siano pronte per arrivi impegnativi come Tourmalet, Alpe d’Huez e Block Haus.

Fra le squadre il divario è palese e allora abbiamo chiesto un parere alla friulana, punto di forza della SD Worx che nel 2023 ha dominato in lungo e in largo, dimostrando di non avere problemi nel gestire alti carichi di lavoro. Per i quali peraltro, come ci avevano raccontato Barbara Guarischi e poi la stessa friulana, si allenano con attenzione certosina. Che cosa pensa Elena delle osservazioni che abbiamo raccolto?

«Oltre alla distanza e alle ore – ragiona ad alta voce – cresce anche l’intensità durante la gara. Le classiche di inizio stagione sono estenuanti, perché alle tre ore e mezza o anche quattro ore di gara si unisce il fatto che non c’è mai un momento tranquillo. Noi in squadra facciamo volume, ma ancora più importante è l’intensità. Puoi fare 5-6 ore in bici una volta ogni dieci giorni o due volte al mese, però sicuramente non deve essere quella la base dell’allenamento».

Guarischi, qui proprio con Cecchini e Wiebes, è arrivata nel 2023 alla SD Worx e ha notato subito la differenza nei carichi di lavoro
Guarischi, qui proprio con Cecchini, è arrivata nel 2023 alla SD Worx e ha notato subito la differenza nei carichi di lavoro
Sofia Bertizzolo dice che proprio a causa dell’indurirsi delle tappe, le atlete di classifica non potranno lottare ogni giorno anche per le tappe, lasciando via libera alle fughe. Secondo te è possibile?

Dipende tanto da come sono disegnate le gare a tappe. Al Giro del 2021, la Van der Breggen attaccò il secondo giorno, diede tre minuti a tutti e poi tirò i remi in barca fino all’ultima tappa, perché il percorso le permise di risparmiarsi. Al Tour dell’anno scorso invece non c’erano molte situazioni di risparmio, per cui la fuga può anche andare, ma se si muove una di classifica, non puoi restare a guardarla. Perlomeno, se anche non vuoi attaccare in prima persona, devi seguirla. E poi non dimentichiamo che certe dinamiche sono possibili per gli uomini perché loro hanno 20 giorni di gara. Noi nei grandi Giri ne abbiamo 7-8, per cui se sei in una condizione fisica impeccabile, qualche volta puoi anche permetterti di sprecare.

Hai la percezione dell’accelerazione di cui parla Bertogliati?

La percepisco e vedo che non è una crescita omogenea, come penso non ci sia quasi in nessun altro ambiente. Se guardiamo anche altri sport, vedi quelli super attrezzati e quelli che a livello individuale fanno più fatica. Probabilmente dipende dal fatto che il bacino è limitato, le ragazze non sono abbastanza. C’è una grande richiesta a livello di gare, ma fra le squadre c’è una forte disparità tra le migliori al mondo e quelle che stanno cercando di diventarlo. Non si può fare tutta l’erba un fascio, perché secondo me le donne si impegnano sempre, specie adesso che a livello salariale iniziamo ad avere buoni riscontri. Ora una ciclista sa che può vivere di quello e cerca di farlo al meglio. Per cui nella mia squadra vedo che le giovani iniziano a guadagnare e non hanno problemi a investire per andare in altura oppure al caldo d’inverno, per arrivare alle gare nella miglior condizione possibile.

Niamh Fisher-Black è arrivata alla SD Worx nel 2022 a 21 anni e si è subito ambientata. Qui vince allo Svizzera 2023
Niamh Fisher-Black è arrivata alla SD Worx nel 2022 a 21 anni e si è subito ambientata. Qui vince allo Svizzera 2023
C’è il rischio che per ampliare il bacino si rischi di premere troppo sulle più giovani?

Credo che le ragazze giovani vengano comunque rispettate, anche se chiaramente dipende dalla squadra. Se ha atlete esperte, può permettersi di non fare pressione sulle ultime arrivate. Ma io sono del parere che prima inizi a fare esperienza e meglio è. Per cui benengano i development team, però noi abbiamo avuto ragazze come Fisher Black o la Schakley che sono passate dagli juniores e dopo un solo anno erano con noi e si sono adattate benissimo. Hanno capito come funziona. Non abbiamo la fretta degli uomini, in cui a 18-19 anni devi essere già pronto e se non vinci, non sei nessuno, come purtroppo pensano in tanti. Nelle donne, visto il tipo di corse e di attività, prima di capire se una ragazza ha dato tutto oppure ha margini, si possono aspettare anche i 24-25 anni.

Tutto questo innalzamento di prestazioni ha avuto un impatto sulla quotidianità di Elena Cecchini?

Sicuramente, ma quella che è cambiata è stata in primis la vita a casa, non solo in ritiro. Le squadre si sono attrezzate, abbiamo tutte delle nutrizioniste, delle chef, abbiamo il dottore a casa. La cura del dettaglio e dell’alimentazione è fondamentale, ma anche quanto dormi. L’allenamento di per sé è l’ultima cosa ed è anche quella più facile per noi atleti. Sei talmente tanto abituato a stare in bici, che fare un’ora di più non ti pesa.

All’attacco ai mondiali di Glasgow, Cecchini riceve ordini dal cittì Sangalli, fermo a bordo strada
All’attacco ai mondiali di Glasgow, Cecchini riceve ordini dal cittì Sangalli, fermo a bordo strada
Questo rende più facile, tra virgolette, fare l’atleta o lo rende più impegnativo?

E’ un equilibrio. Secondo me ci sono delle giornate in cui te lo rende più facile, sei più predisposto e magari hai il piano alimentare o un protocollo da seguire. Per esempio io lavoro con Erica Lombardi e per me è molto facile avere questo equilibrio. Ma quando ci sono giornate in cui le dico che voglio fare di testa mia, lo faccio senza problemi. Non dimentichiamoci che la componente più importante rimane sempre la testa. E se ci sono giorni in cui una cosa non la vuoi fare, non la fai. E’ salutare e importante trovare sempre un equilibrio e soprattutto circondarsi di gente che capisca che non siamo delle macchine, ma siamo degli esseri umani. Nonostante le distanze superiori e le salite impossibili, rimaniamo degli esseri umani.

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Più chilometri e ore di gara nel femminile, che si adegua…

Gandin saluta con qualche rammarico e qualche… sassolino

10.01.2024
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L’addio al ciclismo di Stefano Gandin non è passato inosservato, nonostante il corridore di Vittorio Veneto abbia messo alle spalle una sola stagione da professionista. Ha chiuso la sua esperienza con il ciclismo in maglia Corratec-Selle Italia. La decisione è stata annunciata qualche giorno fa, ma dentro di lui era arrivata ben prima. 

«Era un po’ che avevo preso questa scelta – dice Gandin – rimane un po’ di delusione, ma si guarda avanti. Avevo intuito fin da giugno che sarebbe stato difficile rimanere nell’ambiente. La botta morale, o almeno una parte, me l’ha data il Covid che mi ha fatto ritirare dal Giro d’Italia. Mi sono rotto la spalla ad agosto e una volta tornato a correre in Cina, a settembre, mi ero reso conto che la situazione era complicata. E’ stato un peccato, a ottobre c’erano delle belle occasioni per provare a mettersi in mostra, ma non è andata».

La stagione 2023 di Gandin è iniziata in Argentina ed è proseguita con il Trofeo Laigueglia (in foto)
La stagione 2023 di Gandin è iniziata in Argentina ed è proseguita con il Trofeo Laigueglia (in foto)
La Corratec era la tua unica opzione?

No. Ciò che mi ha fatto realmente stare male è stato il fatto che alcune persone nel mondo del ciclismo, che avrebbero dovuto fare i miei interessi, non hanno agito con trasparenza. Qualche squadra a giugno mi ha detto che avrei firmato, mapoi le carte in tavola sono cambiate ed eccomi qui.

Sempre professional o anche continental?

Mi hanno contattato anche delle continental, ma fin da subito ho detto che avrei continuato in squadre professional. Alcune mi hanno anche contattato, ma è andata come detto sopra. 

Con la Corratec c’è mai stato uno spiraglio di rinnovo?

Avevo capito fin da subito che non sarebbe stato possibile. La squadra avrebbe preso dei corridori dal WorldTour, con l’obiettivo di fare punti, e quindi i posti diminuivano. Altri ragazzi avevano un contratto di due anni, mentre il mio era in scadenza. La Corratec non mi ha mai dato parola per il rinnovo, su questo sono sereno: loro sono stati sinceri. 

Nel 2022, quando la Corratec era ancora continental, tre successi di tappa fra Romania e Venezuela (foto Espanalzola Group)
Nel 2022, quando la Corratec era ancora continental, tre successi di tappa fra Romania e Venezuela (foto Espanalzola Group)
Come mai nel 2023 avevi firmato per un anno solamente?

Con la Corratec ho sempre firmato il contratto minino, sia nel 2022 sia nel 2023. Il fatto di aver firmato per un anno solo è legato al fatto che anche se ero neo professionista non ero under 25. I corridori che passano professionisti e sono under 25 devono avere un contratto minimo di due anni. Quando io sono passato pro’, ero già oltre la soglia d’età. 

In che modo giudichi la tua stagione?

E’ stata complicata, si è trattata comunque della prima stagione da professionista. Ho fatto corse importanti come Tirreno-Adriatico e Giro d’Italia. In entrambe ho capito cosa vuol dire essere professionista. Ho fatto errori generali dovuti all’inesperienza e ho capito che il ciclismo è cinico

Facci un esempio…

Nel 2022 io e Rajovic siamo stati i corridori che hanno portato più punti alla Corratec. Io ora smetto e lui è nel WorldTour. Per me in sei mesi, dalla fine del 2022 a giugno 2023, è cambiato tutto, in negativo. Quello che avevo fatto prima era come se fosse stato cancellato.

La maglia dei GPM al Giro di Sicilia 2022. Lo scorso anno il salto tra i pro con la Corratec diventata professional
La maglia dei GPM al Giro di Sicilia 2022. Lo scorso anno il salto tra i pro’ con la Corratec diventata professional
Una sola stagione, anche se a 26 anni, è poco per ambientarsi nel ciclismo dei professionisti?

Sicuramente avevo un anno in meno di occasioni rispetto ai miei compagni, ma quando avevo firmato ero contento e convinto. Non ho rimpianti, sarebbe stato meglio se fosse andata diversamente ma così non è stato. Nonostante sia arrivato tardi al professionismo, ho comunque sofferto: un certo tipo di gare devi anche avere la possibilità di prepararle e di provarle

Come Giro e Tirreno?

Sogni di poter fare il risultato, ma la realtà è diversa. Bisogna partire da piccoli passi. Io per esempio alla Tirreno ho indossato la maglia dei GPM per un giorno. Non è molto, ma per essere la prima partecipazione non è andata male. Al Giro, invece, prima di ritirarmi per il Covid ero riuscito ad entrare in due lunghe fughe. 

Alla sua prima esperienza al Giro (chiuso anticipatamente per Covid) due lunghe fughe per Gandin
Alla sua prima esperienza al Giro (chiuso anticipatamente per Covid) due lunghe fughe per Gandin
Che consiglio ti senti di dare a chi, come te, entra nel professionismo non giovanissimo?

Per chi ha 19-20 anni forse è più semplice, si fa per dire, perché hai un contratto lungo sul quale lavorare. Al contrario, chi è più grande come me ha bisogno di esperienza e di una squadra che ti faccia crescere. Noi alla Corratec lo scorso anno avevamo solamente Conti come punto di riferimento. Quest’anno la cosa è già diversa con l’arrivo di Sbaragli, Mareczko e Bonifazio

Ora sai già cosa farai?

Ho ricevuto qualche proposta. Alcune nel mondo del ciclismo dal lato dell’abbigliamento o dei materiali, comunque fuori dalle gare. L’altra opzione che ho in mente è continuare gli studi e seguire quanto imparato all’ITIS, iniziando così una nuova vita. Vedremo…

Remco il saggio pensa al Tour, ma soprattutto alle Olimpiadi

10.01.2024
5 min
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CALPE (Spagna) – Un leader. Vero. Formato. Affermato. Così ci è parso come mai prima Remco Evenepoel. Sensazioni avute da come si muoveva in seno alla squadra, al rapporto con i compagni e forse anche con i media. Sembrava più a suo agio. Più spontaneo. Non doveva fare il “duro” come magari aveva lasciato intendere altre volte. E senza Alaphilippe, in Australia, ancora di più ha fatto lui gli onori di casa.

Due giorni fa per Remco e compagni è andato in scena il primo grande lungo della stagione, oltre 200 chilometri, ieri invece giusto una sgambata. C’erano la presentazione della squadra e il successivo “media day”. Dall’alto dello Sky Bar del Suitopia Hotel il belga della Soudal-Quick Step si è concesso ai microfoni.

Con la maglia di campione belga, Evenepoel posa per la sua sesta stagione da pro’
Con la maglia di campione belga, Evenepoel posa per la sua sesta stagione da pro’

Remco il saggio

Una maturazione figlia forse della prima grande sconfitta della carriera, quella del Giro d’Italia, ma anche della caduta e rinascita della Vuelta e anche di successi importanti come la Liegi e il mondiale a crono. Ma forse c’è dell’altro.

E l’altro riguarda le tante voci che hanno coinvolto la sua squadra in autunno. La fusione con la Jumbo, poi quella con la Ineos-Grenadiers, le conseguenti incertezze.

«In realtà – ha detto Remco – è stato un periodo folle, come folle è stato che tutte queste storie abbiano avuto grandi titoli. Dall’esterno la cosa è stata molto più grande di quanto non fosse in realtà. Quindi è stato sorprendente per me vedere così tanti dettagli che non erano nemmeno la verità.

«Poi è chiaro che cerchiamo di elevarci ad un livello superiore con tutti, staff incluso. E si pensi a come migliorare. Ma è così se vuoi essere lassù a combattere con UAE, Jumbo… per i grandi Giri».

Parole da veterano. Remco non nega, ma calma le acque. E se vogliamo si prende la situazione sulle spalle. Anche nella mimica è sempre rimasto tranquillo.

Ormai è un riferimento per i compagni. Eccolo in allenamento sulle strade di Calpe (foto Wout Beel)
Ormai è un riferimento per i compagni. Eccolo in allenamento sulle strade di Calpe (foto Wout Beel)

Tre obiettivi 

Ma poi c’è l’aspetto tecnico, quello più importante. Evenepoel ha detto senza troppi giri di parole che i grandi obiettivi del 2024 sono tre: una buona primavera, comprendendo non solo le Ardenne ma anche la Parigi-Nizza, il Tour de France e le Olimpiadi.

«Quanto è importante la primavera? Dipende, non è solo una scelta personale, ma anche della squadra. Se punti al Tour allora ha avuto ragione anche Vingegaard che ha perso la Parigi-Nizza da Pogacar e poi ha vinto il Tour. Dipende come vuoi arrivare alla tua forma migliore, se fare dei picchi o una progressione.

«Per quel che mi riguarda le classiche sono importanti e ce ne sono alcune che ancora vorrei vincere. Questo darebbe fiducia a me e farebbe stare tranquilla la squadra, vedendo che fila tutto liscio».

Si è parlato di Olimpiadi. Con così pochi corridori al via, la corsa si annuncia molto meno controllabile del solito e questo per un corridore come Remco, che attacca da lontano, senza fare troppi calcoli potrebbe essere un ulteriore vantaggio. Ma questo modo di correre non va sempre bene.

«Chiaro – ha aggiunto il classe 2000 – che è divertente vedermi attaccare, ma in un grande Giro di sicuro non posso correre in quel modo. Fino alle corse di una settimana posso ancora correre come mi piace, ma al Tour e credo anche al Delfinato non potrò fare così».

Remco (classe 2000) esordirà in Portogallo a febbraio con Figueras e Algarve
Remco (classe 2000) esordirà in Portogallo a febbraio con Figueras e Algarve

Ma le Olimpiadi…

Non è ancora chiaro come Remco vorrà affrontare il Tour de France. Di fatto un grande Giro lo ha vinto e se puntasse alla classifica generale non ci sarebbe nulla di strano. Certamente farà così, anche se lui ha detto che sarebbe un successo anche una sola vittoria di tappa. Ma poi afferma anche che la squadra sarà impostata per fare classifica. Fatto sta che in molti ancora pensano che non sia pronto per la Grande Boucle.

Non si tratta solo di watt. Si tratta di tenuta anche di nervi nelle tre settimane, di resistere alla pressione mediatica (e se i giornalisti belgi che erano presenti a Calpe sono il buongiorno, troppa ne avrà Remco in Francia questa estate). Si tratta di avere anche una squadra all’altezza. Ed ecco che, messo tutto insieme, di colpo l’obiettivo Tour diventa Tour più Olimpiadi. E non a torto…

«Ho vinto un grande Giro, dei monumenti, dei titoli iridati, manca la medaglia olimpica e il cerchio sarebbe completo. La cosa buona è che in Francia i due percorsi (crono e strada, ndr) dovrebbero essere adatti a me. Quindi spero di uscire dal Tour davvero bene, sentendomi in buona forma e dare assalto ai due podi olimpici.

«La cosa crudele è che nel ciclismo, il secondo e il terzo posto non contano troppo, il che non è proprio la mentalità olimpica. Ma proprio nella prova a cinque cerchi le cose sono un po’ diverse anche per noi ciclisti».

Nei suoi nove giorni al Giro, il belga è stato nove volte in maglia rosa
Nei suoi nove giorni al Giro, il belga è stato nove volte in maglia rosa

Quel conto aperto

Prima di congedarci dal campione belga, non potevamo non chiedergli del Giro d’Italia. Ha un conto aperto con la corsa rosa, con l’Italia e i tifosi italiani. In molti ancora non hanno digerito le modalità del suo ritiro lo scorso maggio, quando era in maglia rosa.

Il percorso del Giro 2024 è perfetto per Remco, due crono lunghe, nessuna pendenza estrema. Qualche tecnico era persino convinto che dopo la presentazione del percorso Evenepoel sarebbe tornato sui suoi passi e avrebbe scelto il Giro al posto del Tour.

«Non ho guardato bene il percorso del Giro – dice Remco – o almeno non alla sua presentazione, ma ho visto il tracciato successivamente. Sì, poteva essere un buon percorso ma avevamo già preso una decisione ed era quella di fare il Tour de France. 

«Di sicuro un giorno tornerò al Giro per provare a vincerlo perché quello era un obiettivo dell’anno scorso, ma mi è stato portato via in modo innaturale. Ripeto, è un percorso molto bello, ma è bello anche quello del Tour».

Con il Giro d’Italia Donne, RCS fa all-in. Sentiamo Vegni

09.01.2024
4 min
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Manca ancora la presentazione della seconda edizione del Giro Next Gen, ma la cosa certa è che da quest’anno RCS Sport ha in mano il Giro d’Italia delle tre maggiori categorie: uomini, donne e U23. L’ultimo a fare il suo ingresso nel mondo di Cairo è stato il Giro D’Italia Women, mentre nel 2023 era entrato quello dei giovani. Un investimento importante, dettato dal fatto che il ciclismo non è più parallelo, ma trasversale. Queste tre categorie si toccano e si mischiano, soprattutto nei team WorldTour che hanno (quasi) tutti formazione maschile, femminile e development. 

Lo scorso 12 dicembre c’è stata la presentazione del Giro d’Italia Women
Lo scorso 12 dicembre c’è stata la presentazione del Giro d’Italia Women

Fil Rouge

Mauro Vegni, direttore del ciclismo di RCS Sport, ci guida in questo labirinto che sembra complicato, ma così non è. La parola d’ordine è organizzazione e programmazione, come vedremo.

«E’ normale – racconta Vegni – che crediamo di poter dare un significato maggiore a queste gare (in riferimento a Giro d’Italia Donne e Giro Next Gen, ndr). Il Giro U23 per anni si è fatto, poi è passato in mano alla Federazione e ad altri soggetti. Per alcune edizioni è saltato e successivamente se ne è incaricata ExtraGiro.

«Ora che abbiamo in mano tutti e tre gli eventi, dagli U23 ai professionisti, riusciremo a creare un fil rouge. L’idea è quella di portare il ciclismo ad un piano più alto, infatti questo per noi è un valore aggiunto che può alzare il livello del ciclismo italiano».

Molti ragazzi del Giro Next Gen del 2023 avevano già contratti con le squadre WorldTour…

Vero. Semplicemente questi ragazzi correvano per team di sviluppo di squadre professionistiche. Ci sono corridori che da U23 hanno già risultati o comunque gare con i pro’. Per i corridori italiani (ai quali manca il team WorldTour, ndr) è comunque una vetrina per mettersi in mostra e cercare di entrare nel mondo dei grandi. 

Team WorldTour che sono entrati anche nel mondo del ciclismo femminile.

Il mondo del ciclismo femminile ha avuto una crescita incredibile. In questo RCS ha creduto ed investito. La richiesta di prendere in mano l’organizzazione è arrivata anche da qualche atleta. Voglio ricordare che comunque noi, già negli anni ‘90, avevamo organizzato la Primavera Rosa, che era la versione femminile della Milano-Sanremo. E’ la prima volta che prendiamo in mano un grande Giro ma abbiamo alle spalle l’esperienza di altri eventi.

RCS ha organizzato dal 1999 al 2005 la Primavera Rosa, l’equivalente femminile della Milano-Sanremo
RCS ha organizzato dal 1999 al 2005 la Primavera Rosa, l’equivalente femminile della Milano-Sanremo
Avere in mano tutta l’organizzazione permette di presentarsi al meglio all’UCI?

Certamente. Bisogna che si faccia un calendario ben strutturato. Non si possono più costringere le atlete a fare trasferimenti lunghi in brevi periodi. Questa è la cosa che ci preme maggiormente, perché uomini e U23 hanno un calendario già solido. Si deve pensare, anche per le donne, un mese o poco meno, di attività in zone ravvicinate. 

Che mondo è quello del ciclismo femminile?

Ha una sensibilità particolare, perché il movimento cresce ed è ambizioso e la volontà di arrivare sempre più vicini agli uomini si vede. Anche il semplice fatto che spingessero perché noi di RCS prendessimo in mano l’organizzazione fa capire le loro ambizioni.

Più recentemente è stata inserita nel calendario la Strade Bianche femminile, il movimento è in crescita
Più recentemente è stata inserita nel calendario la Strade Bianche femminile, il movimento è in crescita
La vostra esperienza dal Giro d’Italia uomini come la trasferite a quelli nuovi?

Sappiamo già quello che si deve fare, le necessità si conoscono e questo è importante. I personaggi chiave dell’organizzazione sono gli stessi. Non si può delegare nessun aspetto, ci deve essere la giusta sensibilità nel personale che lavora. Sicuramente aumentano le cose da fare ma se si vuole si può fare tutto. 

Come?

Lo staff è lo stesso, ma si deve programmare bene il lavoro, soprattutto in inverno. Da ottobre a gennaio ci sono tante cose da fare, a partire dai sopralluoghi e dal contattare le sedi di tappa. Inserire questi due nuovi eventi, prima il Giro Next Gen e poi Giro d’Italia Donne, in mezzo ai tanti che già abbiamo ci spaventava. Ma siamo riusciti a far quadrare tutto. Poi la verità uscirà solamente quando le gare saranno in corso. Ma per il momento siamo molto soddisfatti.

Puccio torna italiano: obiettivo Giro e la Ineos sulle spalle

09.01.2024
6 min
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Dalla fine della passata stagione, Salvatore Puccio ha impacchettato tutto e se ne è tornato in Umbria, ad Assisi. La nascita del figlio e forse anche la voglia di normalità hanno riportato il corridore della Ineos Grenadiers a vivere sulle strade delle sue origini sportive e vicino alla famiglia. E dato che contemporaneamente il suo allenatore di sempre, l’australiano Leigh Bryan, ha fatto una scelta simile e se ne è tornato in Australia, Puccio ha iniziato a lavorare con Dario Cioni. La vicinanza aiuta, gli scenari sono simili fra ulivi e colline. E così, forte di questo bagno di italianità, “Salva” si affaccia sulla tredicesima stagione da professionista senza aver conosciuto altra maglia al di fuori di quella britannica.

«Siamo partiti da una tabula rasa – racconta – e ho iniziato la preparazione con lo stile di Cioni. L’obiettivo finale è sempre quello, il modo di raggiungerlo è diverso. Leigh Bryan lo chiamavamo Rok e partiva da una base di studi, Dario è stato corridore quindi alla competenza unisce l’esperienza. Magari farò le ripetute in modo diverso, ma devo comunque arrivare allo stesso livello di potenziamento. E devo dire che avere un nuovo coach dà nuovi stimoli, cambiare ogni tanto fa bene, per cui sono contento».

Puccio ha rinnovato il contratto fino al 2025. Classe 1989 è pro’ dal 2012. E’ alto 1,82 e pesa 68 chili
Puccio ha rinnovato il contratto fino al 2025. Classe 1989 è pro’ dal 2012. E’ alto 1,82 e pesa 68 chili

Cambio della guardia

La squadra ha cambiato dirigenza e facce in alcuni ruoli importanti. Tosatto ha ceduto l’ammiraglia e se ne sono andati anche il team manager Rod Ellingworth e Roger Hammond, coordinatore dei direttori sportivi. Al loro posto sono stati promossi Steve Cummings e Scott Drawer come direttore dell’area performance, mentre Imanol Erviti è subentrato come direttore sportivo. Cambiamenti piuttosto sostanziali, che però in questa fase della stagione poco hanno a che fare con la quotidianità dei corridori.

«In questa fase il mio unico contatto è con l’allenatore – ammette Puccio – il direttore sportivo subentra quando si va alle corse e con Rod non parlavo spesso e comunque non di allenamento, semmai del contratto o altri aspetti. Per cui ad ora la sensazione in noi corridori è che tutto segua allo stesso modo. Abbiamo fatto il ritiro di dicembre a Palma de Mallorca, che è volato. Ci sarebbe dovuto essere l’annuncio dei programmi dei leader per i grandi Giri, ma non è stato ancora fatto. Il prossimo ritiro darà dal 23 gennaio a Calpe, un po’ più avanti del solito. In pratica le altre squadre se ne vanno e arriviamo noi…».

La prima corsa italiana di Puccio del 2024 sarà la Strade Bianche: qui in azione nel 2021
La prima corsa italiana di Puccio del 2024 sarà la Strade Bianche: qui in azione nel 2021
Tredicesima stagione, solito programma italiano?

E’ quello che mi piace di più. Il Tour ormai me lo sono messo da parte e neanche avrei voglia di ritrovarmi nello stress di sgomitare per guadagnarmi il posto, superando la concorrenza interna. Forse dopo tanti anni, l’idea di farlo sarebbe anche bella, ma preferirei che mi chiamassero in extremis, piuttosto che dirmelo da ora e dover entrare in tutti quei meccanismi. Quindi il programma prevede l’apertura in Belgio e la Strade Bianche che è la settimana dopo. Tirreno e Sanremo. Quindi altura, Tour of the Alps e Giro d’Italia.

Avete vinto quelli del 2020 e del 2021, avete perso i due successivi e sempre alla fine, che effetto fa?

Uno con Carapaz e l’ultimo con Thomas, ma quando si perde all’ultima tappa le sensazioni sono le stesse. La differenza è che l’anno scorso con Geraint la situazione sembrava più sotto controllo e alla fine è andata come abbiamo visto sul Monte Lussari. All’inizio è duro da digerire, anche se nell’anno di Tao (il 2020, ndr) avevamo vinto all’ultimo giorno quindi sapevamo cosa si prova dall’altra parte. Diciamo che fa parte dello sport, no?

Ogni volta che si vede il tempo perso da Thomas nel cambio bici della cronoscalata del Lussati, viene da pensare che il Giro l’abbia buttato…

Il cambio bici e del casco lo avevano studiato nei dettagli e avevano concluso che desse dei vantaggi. Il fatto che abbia impiegato tanto penso che lo abbiano valutato. La sensazione da fuori è che Geraint si sia ritrovato con un ritmo diverso e non abbia ritrovato il colpo di pedale. Ma va detto che Roglic su quela salita ha volato e ha pure avuto il guasto meccanico, sennò chissà come finiva.

Per la tredicesima stagione, Puccio correrà con la squadra britannica su bici Pinarello (foto Ineos Grenadiers)
Per la tredicesima stagione, Puccio correrà con la squadra britannica su bici Pinarello (foto Ineos Grenadiers)
La squadra è tanto cambiata, che effetto fa aver visto partire tanti compagni forti. Forse l’addio di Geoghegan Hart è quello più squillante…

C’è un cambio generazionale, possiamo dire così e ci vorrà un paio d’anni per rifare la squadra. E’ finito un ciclo, ne sta iniziando un altro, siamo in piena transizione. Però è anche vero che oggi per vincere, devi prendere quei pochi corridori che vincono. Magari quelli che avevi erano buoni, ma non ti permettevano di vincere. La fase in cui è andato via Tao è stata un po’ particolare, sembrava non ci fossero idee chiare. Magari gli hanno fatto un’offerta migliore o semplicemente gli hanno proposto un contratto e lui, di fronte alla carta, ha firmato e si è messo a posto. Poteva aspettare? Ha fatto bene? Lo vedremo, per ora brava la Lidl-Trek che ha colto l’attimo giusto.

Per il tuo ruolo ti trovi più a tuo agio a lavorare per un capitano da Giri o per chi punta alle classiche?

Visto il mio ruolo, forse sono meglio i Giri. Adesso siamo rimasti un po’ corti di capitani (ride, ndr), però se Egan recupera, ne ritroviamo uno ad alto livello. Sinceramente in ritiro l’ho visto bene, molto meglio dello scorso anno. E poi ho visto che si sta allenando tanto come prima. Cammina meglio, ha acquisito un po’ di muscolo che l’anno scorso gli mancava. Era magrissimo, lo avete visto, ma è normale perdere tutto dopo un infortunio come quello. Però per quest’anno sono fiducioso.

In questi anni sei stato anche testimone dell’arrivo e dello sviluppo di Ganna: cosa ti pare guardando il suo livello attuale?

E’ cambiato tantissimo. All’inizio era molto insicuro, ma arrivava con tanto talento e con buoni propositi, anche se ancora non aveva fatto nessun risultato. Con noi comunque ha vinto i due mondiali, ha vinto tante tappe al Giro e ha dimostrato il suo valore. E’ una persona completamente nuova ed ha attorno tanti buoni corridori che possono aiutarlo nel suo sviluppo, sia nelle classiche, sia nei giri di una settimana. 

Puccio sul Monte Lussari, partito ben prima di Thomas. Il vantaggio di 26″ su Roglic pareva rassicurante…
Puccio sul Monte Lussari, partito ben prima di Thomas. Il vantaggio di 26″ su Roglic pareva rassicurante…
Pippo e anche altri saranno impegnati con la preparazione olimpica e poi i Giochi, che impatto avrà questo sulla squadra?

Influisce sul programma gare, perché tutti vogliono fare o più o meno lo stesso calendario per arrivare al massimo a quei giorni. Avremo mezza squadra a fare le Olimpiadi e anche tre anni fa abbiamo vinto diverse medaglie. Sempre dei grandissimi risultati, che piacciono anche allo sponsor. Ratcliffe è un appassionato di bici, magari il Tour è sempre il Tour, ma le Olimpiadi sono una grande cosa. Sono degli appassionati, non lo fanno per lucro, con il ciclismo non guadagnano nulla.

Fulcrum Wind 42, una ruota con due anime

09.01.2024
6 min
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Una coppia di ruote con un comportamento eccellente su strada e in ambito gravel? La risposta è Fulcrum Wind 42. La fluidità, la scorrevolezza e la silenziosità sono quelle Fulcrum, così come l’affidabilità ed una stabilità non comuni che fanno rima con sostanza.

Ma è la versatilità di questa coppia di ruote che fa la differenza, alla quale si aggiunge un’ottima capacità di smorzamento delle vibrazioni ed un valore alla bilancia molto interessante. Le abbiamo provate.

Le nuove Wind 42 sono una nuova generazione Fulcrum
Le nuove Wind 42 sono una nuova generazione Fulcrum

Fulcrum e la famiglia Wind

Se possiamo considerare le Wind 42 un esempio di trasversalità d’impiego e di fatto un prodotto adatto a tutti, è altrettanto vero che questa tipologia di ruota diventa anche il simbolo di un’intera gamma di prodotti che si è rinnovata completamente.

Non è solo una questione di design, perché il cambiamento riguarda soprattutto le tecnologie adottate e buona parte di loro sono mutuate dalle alto di gamma Speed. Il cerchio da 42 ne è un esempio.

Rigidità quando serve

Ci concentriamo sulle caratteristiche tecniche e sulle prestazioni percepite, considerando che abbiamo utilizzato queste Fulcrum, prima su strada e poi in ambito gravel. La Wind 42 non è una ruota estremamente rigida o meglio, ha un cerchio bello tosto che si fa sentire in diverse occasioni. E’ panciuto, ma non è ingombrante ed è assecondato da una raggiatura che smorza, stabilizza e fa diventare le nuove Wind uno strumento adatto a differenti tipologie di utenza. Per molti potrebbe essere la ruota definitiva, da usare sempre e senza limiti in fatto di planimetrie dei tracciati. Per altri è la ruota da allenamento (tanta roba) sulla quale montare qualsiasi tipologia di gomma e da usare con qualsiasi condizione meteo.

E poi c’è il mozzo in alluminio con i cuscinetti sigillati a cartuccia (non c’è il sistema cono/sfera). Il comparto è estremamente silenzioso e offre un senso di robustezza non secondario. Il cricchetto della ruota libera quasi non si sente (ci vogliono chilometri e ore di utilizzo, quasi come un rodaggio). Ha un’eccellente rapidità d’ingaggio, utile su asfalto, molto utile e particolarmente efficacie sullo sterrato.

Senza tubeless tape

Le ultime generazioni delle ruote Fulcrum hanno il cerchio full carbon che non necessita del nastro tubeless per sigillare ed impermeabilizzare il canale interno. I vantaggi sono molteplici. Si risparmia peso e la tenuta della pressione del tubeless (a prescindere dalla tipologia di pneumatico) è migliore, soprattutto nel lungo periodo.

Senza il nastro interno, il montaggio di uno pneumatico tubeless (ma anche del copertone con camera d’aria) è più facile, perché gli attritti tra gomma e cerchio sono minori e la gomma tallona in un amen. In caso di manutenzione e centratura del cerchio non è necessario smontare lo pneumatico.

Veloce sempre, scomoda mai

Le Fulcrum Wind 42 sono il compromesso ottimale. Forse non sono veloci come delle ruote da 70 millimetri (che però devono essere lanciate), ma si guidano meglio con le andature regolari e quando si cambia ritmo senza l’obbligo di avere troppi watt nelle gambe. E poi nei tratti particolarmente tortuosi, che siano su strada o sterrati, non impegnano in modo eccessivo e copiano bene il terreno. Rispetto a ruote con il cerchio più alto vanno meglio in salita. Sono molto più veloci di una ruota bassa ed un valore alla bilancia rilevato 1,47 chilogrammi (senza valvole), non le rende pesanti.

Vogliamo parlare di scorrevolezza, quella vera, quella da valutare una volta che si è in sella alla bici? Le ruote devono “lavorare” bene quando sono su strada, con le gomme gonfiate nel modo corretto (in base a terreno e peso del ciclista) e con tutto il peso di chi pedala. La fluidità delle Fulcrum è proverbiale da sempre e anche le Wind 42 non sono da meno. In alcuni momenti sembrano galleggiare. Durante il test abbiamo usato dei tubeless road da 28 (il minimo) e dei gravel da 40 (il massimo).

In conclusione

Una ruota road prima di tutto? A nostro parere no e crediamo che categorizzare le Wind 42 “solo” road oriented sia una sorta di limite. La resa tecnica è molto elevata a prescindere dalla configurazione, ma la disciplina in cui queste ruote esprimono il loro picco prestazionale la sceglie l’utilizzatore. Non crediamo ci siano molti prodotti sul mercato che riescano a vantare questa caratteristica.

Se utilizzata in ottica asfalto è una sorta di tuttofare, in ambito gravel (anche race) è una top di gamma in senso assoluto. Infine il prezzo di listino di 1.415 euro (con il corpetto Shimano), una cifra che rende queste ruote ancora più interessanti.

Fulcrum