Pogacar, Hirschi (e Ayuso): i tre diamanti di San Millan

17.04.2021
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Inigo San Millan è il responsabile degli allenatori del Uae Team Emirates e risponde da Denver. Con lui vogliamo parlare di tre talenti che segue in prima persona: Hirschi, Pogacar e il giovane Ayuso che corre al Team Colpack. Da anni, Inigo è professore alla Facoltà di Medicina del Colorado e svolge ricerche sul metabolismo cellulare per il diabete e il cancro. Il ciclismo è uno dei tasselli della sua vita.

«Dedico al team – sorride – le prime ore del mattino, il resto è per l’Università, cercando di fare il meglio possibile. Poco fa ho parlato con Ayuso, ieri ho sentito Hirschi. I ragazzi lavorano su Training Peaks, caricano i loro dati e io posso vedere tutto».

Inigo San Millan è basco di Vitoria, fa la spola fra Usa ed Europa
San Millan è basco di Vitoria, fa la spola fra Usa ed Europa

Pogacar, la calma

Partiamo da Pogacar, 22 anni, il vincitore del Tour. «Tadej – dice Inigo – prima di tutto mi ha colpito come persona. E’ un diamante grezzo, scoperto da Matxin. E nonostante sia così giovane, è calmo e professionale. In questo è come Ayuso, sono molto maturi entrambi, molto simili».

Si può parlare di predestinato?

Ha un recupero straordinario, non è mai stanco. Due anni fa lo portarono alla Vuelta, non aveva ancora 21 anni. Vinse tre tappe, compresa la penultima. A livello cellulare ha una predisposizione genetica per certi sforzi, recupera bene anche durante la gara. E l’aspetto mentale fa il resto.

Vale a dire?

Non è mai nervoso, in tensione. Se oggi va male, pensa che domani andrà meglio e a come rifarsi. Prima dell’ultima crono del Tour, Roglic si stava scaldando sui rulli. Lui si è avvicinato ed è andato a dirgli in bocca al lupo. Lo rispetta. Sono amici, ma in corsa è guerra. Non pensavo che avrebbe vinto, si sono sposati il peggior giorno di Roglic e quello super di Tadej.

Com’è sul lavoro?

Non ho mai dovuto dirgli di allenarsi meno o con minore intensità, ma è pur sempre giovanissimo e ha bisogno di recuperare. Il Tour è finito il 29 agosto e l’ho mandato per due settimane a casa, dicendogli di andare a fare dei picnic con la sua compagna. Giù dalla bici è un ragazzo normale, che fa le cose dei suoi coetanei. Per lui il ciclismo è un divertimento. Attacca da lontano perché lo diverte ed è tipico di queste nuove generazioni che non hanno paura di niente.

Magari quest’anno sarà diverso?

Sicuramente l’ambiente gli metterà più pressione, ma a livello mentale Tadej è superiore. E’ super intelligente, non ha paura di perdere e nemmeno di vincere. Non so quanto sia lontano dal suo top, ma non credo che lo vedremo prima dei prossimi 6-7 anni.

Pogacar con la ragazza, Urska Zigart, al via del Trofeo Binda
Pogacar con la ragazza, Urska Zigart, al via del Trofeo Binda

Hirschi, la libertà

Lo svizzero è arrivato in Uae in ritardo rispetto agli altri, portato nel team da un colpo di mercato di Mauro Gianetti. Ed è questo, secondo San Millan, il motivo di un inizio di stagione così spostato in avanti. «Devo ancora conoscerlo bene – dice – abbiamo corretto qualche difetto in bici. Ha finito la stagione tardi, gli è mancato tutto il lavoro di posizionamento ed ha avuto bisogno di più tempo».

Si dice che soffra le regole.

Ci ha detto di volere la sua libertà e non abbiamo problemi a lasciargliela, ma deve esserci continuo scambio di informazioni.

Che tipo di futuro vede?

Ha tanto talento e col tempo può diventare un corridore da corse a tappe. Lavoreremo per questo. La fase attuale prevede di valutarlo in quelle di una settimana. Al Giro dei Paesi Baschi è stato 12° nella crono ed è interessante. Sappiamo che va bene sugli strappi, bisognerà vedere le salite lunghe, ma non c’è fretta di scoprirlo. Ha solo 22 anni.

Si allena davvero troppo?

Si allenava tanto. Nel periodo del lockdown, approfittando del fatto che in Svizzera si potesse uscire, ha fatto una base incredibile.

Il 12° posto di Hirschi nella crono dei Paesi Baschi è per il team un riferimento utile
Il 12° posto nella crono dei Paesi Baschi è un riferimento utile

Ayuso, la scommessa

Juan Ayuso è il più giovane: 18 anni. «In Spagna si parla di lui sin dagli juniores. Andava in fuga e vinceva le volate. Mi pare sia la stessa cosa che riesce a fare ora a livello under 23 con la Colpack».

Quanto è forte?

Ha parametri eccezionali. E’ metodico nel lavoro. Gli dici cosa deve fare e non sbaglia un colpo. Ha un recupero fisiologico eccezionale e test non comuni. Lo alleno dal 2020 e quest’anno abbiamo solo aumentato un po’ le ore di lavoro, ma non arriva mai a farne sei.

Ad agosto salirà a livello WorldTour?

Sono scelte che dipendono dalla squadra, ma certo non ho mai pensato di allenarlo come un pro’. E’ giusto che lavori come un under 23. Mi confronto di continuo con Matxin che l’ha segnalato. Non devono esserci pressioni. E se passerà professionista ad agosto, continueremo rispettando la sua età.

E’ presto per definire il suo raggio di azione?

Molto presto. Dobbiamo valutare il recupero. Ad ora possiamo parlare di un atleta molto completo. Va bene sulle salite. E’ veloce. E’ soprattutto dotato di una grande intelligenza.

Ayuso ha retto bene con i pro’ alla Coppi e Bartali e ha poi vinto fra gli U23
Ayuso ha retto bene con i pro’ alla Coppi e Bartali
Usa spesso questa parola: intelligenza.

E’ una nota comune di questi tre talenti. La uniscono alla dedizione al lavoro e al grande carattere. Sono nati per essere vincenti. Alla loro età, c’è chi si allena troppo per mantenere le attese, ma per loro non sono preoccupato. Non rischiano di crollare. La squadra sta facendo un gran lavoro.

Le forature del Fiandre e il punto su sezioni e gonfiaggio

08.04.2021
4 min
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Trentin che per delle forature rimane più volte fuori dalla lotta per le classiche. Una volta è un caso, due sono un problema. Le strade del Nord sono da sempre terreno accidentato per le quali si studiavano soluzioni a dir poco cervellotiche, ma efficaci in rapporto alle varie epoche. 

I primi rimedi

Negli anni 90 si cercavano tutti i modi per rendere più rigide le ruote in alluminio, saldando i raggi ad esempio, con la consapevolezza che utilizzando tubolari maggiorati ma non grandissimi, dovevano essere proprio il cerchio e in alcuni casi il telaio ad assorbire quei colpi. Per cui la bici per lassù, soprattutto per la Roubaix, aveva magari il carro più lungo e la forcella con un rake più generoso, al fine di ammortizzare e dare stabilità.

Gli ultimi 15 anni

Che cosa sia cambiato negli ultimi 15 anni è sotto gli occhi di tutti. Le ruote con cui si corre oggi il Fiandre sono in carbonio con profilo fino a 60 millimetri. Hanno il perno passante. E sono abbinate a telai in carbonio sicuramente più rigidi di quelli di allora. Non basta. Sono aumentate sensibilmente anche le velocità e questo fa sì che l’impatto della ruota sul sasso sia più violento.

E’ facile intuire a questo punto che ci sono soltanto due elementi chiamati ad assorbire i colpi: le gomme e lo stesso ciclista.

Al Fiandre e prima ad Harelbeke, Trentin tradito da forature
Al Fiandre e prima ad Harelbeke, Trentin tradito da forature

Le nuove ruote

Se per il corridore c’è poco su cui ragionare, salvo sull’esigenza di metterlo in sella nel modo più bilanciato affinché possa guidare al riparo da mal di schiena e vari sovraccarichi, sulle gomme si è aperto un mondo.

I cerchi con il canale largo hanno cambiato radicalmente le abitudini, l’avvento del freno a disco ha liberato dall’imbarazzo di pneumatici troppo grossi per essere… contenuti dall’archetto del caliper. Si usano coperture di sezione maggiore, che fanno sembrare il 25 ormai obsoleto e molto sottile. Al Fiandre abbiamo constatato la grande diffusione di pneumatici da 28 millimetri e alla Roubaix, rinviata a ottobre, avremmo certamente visto quelli da 30.

La gomma più larga permette di ridurre la pressione di gonfiaggio, senza che questo aumenti la resistenza al rotolamento. E qui forse casca l’asino. Perché abbinando le velocità più alte alla rigidità della bici, si deduce abbastanza facilmente che il rischio di foratura da impatto aumenti in modo sensibile.

Kristoff vinse la Gand del 2019 con tubeless e Air Liner all’interno
Kristoff vinse la Gand del 2019 con tubeless e Air Liner all’interno

Rischio tubolare

«Soprattutto se si utilizza il tubolare – dice Tommaso Cappella di Vittoria – che viene reso più vulnerabile dalla camera d’aria. Se la pressione di gonfiaggio è troppo bassa, si rischia di pizzicare. Colpi se ne prendono tanti. Nel tubeless invece la camera d’aria non c’è, quindi non si pizzica. mentre per le piccole forature, si mette dentro il liquido sigillante che permette di tappare i buchi più piccoli. I meccanici revisionano le bici tutti i giorni, per cui è praticamente impossibile che non ci si accorga di una foratura».

Sarà un caso o forse no, ma certo al via del Fiandre e prima di Harelbeke, Trentin era il solo corridore del Uae Team Emirates a fare uso dei tubolari (come si vede nella foto di apertura).

Vittoria Air-Liner
Vittoria fornisce il Team Uae Emirates degli Air-Liner, che però non sono ancora troppo utilizzati
Vittoria Air-Liner
Vittoria fornisce gli Air-Liner al Uae Team Emirates

Rischio stallonamento

Ma la questione è anche un’altra e accende la luce sulle abitudini dei corridori. Il cerchio largo infatti porta all’aumento della sezione del pneumatico.

«Ma quello che conta – dice ancora Cappella – è la forma del pneumatico. Se uso una sezione troppo piccola, ad esempio un 25, l’impressione di avere sotto una ruotona rimane, ma la gomma non ha la forma a goccia che la rende più impenetrabile e, così deformata, espone al rischio di foratura sui lati. E il rischio di foratura in questi casi è ancora più marcato se fino a pochi giorni prima si sono usati i tubeless e si torna al tubolare, che come abbiamo detto sono meno resistenti».

La Gand di Kristoff

Uno dei casi che confutano questa osservazione risale alla Gand del 2019 vinta da Kristoff. 

«Prima di quella corsa – racconta Cappella – facemmo un test di nascosto. Assieme al meccanico della Uae, portammo le bici sotto una tenda e inserimmo nel tubeless l’Air-Liner. Kristoff dovette fermarsi per 4 volte. Due volte perché utilizzava gomme da 25 che tendevano a stallonare, facendo perdere aria. In altri due casi bucò, ma l’Air-Liner gli permise di continuare e cambiare poi la bici agevolmente. Non so di preciso ora che cosa sia successo a Trentin. In casi normali, sarei andato a verificare di persona, ma a causa del Covid, si sta alla larga dalla squadre».

Sull’ammiraglia con Mori, fra scherzi e discorsi seri

08.04.2021
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Adesso che il Mori è diventato direttore, come farà a scherzare con i suoi amici corridori? Manuele sorride, la stagione sta per entrare nel vivo e a lui hanno appena cambiato il programma. Farà le corse spagnole d’inizio stagione che saranno recuperate durante il Giro. Scavando nei ricordi e col rischio di passare davvero per… esperti, gli buttiamo lì una pillolina di memoria.

Sai che ogni volta che vado verso Cesena, passo davanti all’uscita Torgiano della E45 e mi ricordo di quando ti vidi vincere il campionato italiano allievi?

Era esordienti di secondo anno, che ricordi! Sono quelli che rimangono più nitidi. E sai con chi ero in camera a quella gara? Con Daniele Bennati. Ogni tanto lo ricordiamo e ci facciamo una risata.

Appena passato professionista, assieme a Leonardo Piepoli
Appena passato professionista, assieme a Leonardo Piepoli

Manuele è sceso di sella dopo 16 anni di professionismo, decretando l’estinzione (per ora) dei Mori in bicicletta. Suo padre Primo, corse dal 1969 al 1975. Suo fratello Massimiliano, dal 1995 al 2009 E poi c’è lui, il più piccolo, professionista dal 2004 al 2019.

Come è stato ritirarsi?

Avevo già parlato con Gianetti (manager del Uae Team Emirates, ndr) e sapevo che non mi avrebbero lasciato continuare un altro anno. Ero un buon gregario, essere arrivato a 39 anni è già un bel traguardo. Ho avuto la fortuna di una moglie, Elisa, che mi ha conosciuto all’ultimo anno da dilettante e mi ha capito. Potevo anche fare un’ultima stagione, ma ho sempre detto di non voler allungare la carriera per portare a spasso la bici. Con Gianetti ero passato professionista alla Saunier Duval, poi sono andato alla Lampre e di fatto sono sempre rimasto nello stesso gruppo. Il ritorno con Mauro è stato la chiusura del cerchio.

Com’è fare il direttore sportivo?

Una bella esperienza e una grande opportunità che mi viene offerta dalla squadra. E’ tutto diverso, ma lo capisci quando ci sei dentro. Nonostante i miei tanti anni di professionismo, non avevo colto fino in fondo il ruolo del diesse e quello che davvero fa lo staff. Siamo 90 in squadra, se le cose non sono ben organizzate, sono dolori.

Con l’inseparabile Ulissi e Visconti alla Tre Valli Varesine 2019
Con l’inseparabile Ulissi e Visconti alla Tre Valli Varesine 2019
Come si fa a essere direttore degli ex compagni?

Ho cercato di allontanarmi, ti fa mantenere il rapporto di fiducia, ma senza continuare a sentirci tutti i giorni. Siamo divisi in gruppo e noto che i corridori si rapportano con me in modo diverso, forse perché già quando correvo non riuscivo a stare zitto davanti a qualcosa che non mi stesse bene. Mi hanno sempre visto come il regista.

Si tende a far salire in ammiraglia corridori freschi di attività.

Anche qui da noi c’è un bel gruppo di persone giovani che hanno smesso da poco e sono diventati direttori. Parlo spesso con Baldato e Guidi. In tutte le squadre si cerca di fare questo, perché il ciclismo cambia in continuazione. Tanti criticano la mancanza di scatti… Non dipende dalle tattiche, ma dal fatto che si va così forte che anche i leader arrivano ai finali ormai stanchi. La bravura del tecnico sta nell’usare nel modo giusto l’unica cartuccia che si ha a disposizione.

Sei stato un buon gregario: quali sono stati i tuoi capitani?

Il primo è stato Piepoli, che alla fine ha sbagliato, ma mi ha fatto capire il senso di squadra e la professionalità. E’ una persona di cuore e penso che non si sia ancora perdonato quel che accadde, perché sente di aver tradito l’esempio che era per noi. Lui in squadra era davvero un leader.

Mori è diventato diesse del Uae Team Emirates nel 2020
Mori è diventato diesse del Uae Team Emirates nel 2020
E Ulissi?

Poi c’è stato Diego, con cui ci siamo tolti delle belle soddisfazioni. Un ragazzo bravissimo a vincere due mondiali junior, poi a ricavarsi la sua dimensione. Ho aiutato e ammirato tanto anche Ballan, che è arrivato tardi al professionismo come me e ha ottenuto grandi vittorie, dimostrando che puoi essere un buon professionista anche se non passi a vent’anni. Ma il primo capitano che ho ammirato davvero è stato Cunego. Io passavo e lui vinceva il Giro avendo un anno meno di me. Questi sono stati i capitani, poi però c’è stato uno sopra a tutti…

Ti aspettavo al varco…

Esatto, Michele Scarponi. Non lo reputo solo un capitano, ma una persona speciale che ha lasciato qualcosa di particolare in tutti noi che l’abbiamo conosciuto. La sua fine ha causato in tutti un amaro in bocca inspiegabile, a volte mi capita di andare a Filottrano al cimitero per fargli un saluto. Quando è morto ero alla Liegi, poi andai al Romandia. Due giorni dopo che tornai a casa, presi la macchina e andai a salutarlo. Gli anni con lui sono stati i più belli.

Si diventa forti anche passando da grandi, ma avete in squadra quel certo Pogacar…

Ne ho visti tanti di campioni e con tanti mi sono allenato. Quando Nibali era in Toscana, capitava di uscire insieme. Direi che Pogacar me lo ricorda, ma all’ennesima potenza. Con più tranquillità e umiltà. E’ forte. E’ sicuro. Non lo spaventa niente. Zero pressioni. Ho fatto anche in tempo a correrci insieme, era un bimbo ma si vedeva già tutto.

Spostiamoci ai direttori: da chi hai imparato di più?

Con Daniele Tortoli da dilettanti mi sono trovato da Dio. Mi ha insegnato il sacrificio per il solo scopo che conta: passare professionista. «Guardatevi allo specchio – ci diceva – e capite quale traguardo volete raggiungere». Daniele ha creduto in me finché non sono passato. Poi ho avuto Pietro Algeri e Matxin, con cui lavoro anche ora. Due persone diverse, uno riflessivo, l’atro aggressivo. Matxin conosce tutti i corridori e le loro storie. Poi ho avuto Orlando Maini, che ricorda Algeri. Da tutti loro ho imparato che dietro i grandi successi, c’è una grande preparazione. Per colmare le mie lacune, ho preso tutto da tutti. Facevo così anche da corridore.

Hai corso anche accanto a Fabio Aru, quale idea te ne sei fatto?

Non riesco a capire quegli anni di blackout, perché forti come lui in salita ne ho visti pochi. Gli serve tranquillità soprattutto con se stesso. Gli dicevo: «Cerca di ritrovare la voglia di andare in bici. Gli stimoli di quando eri un ragazzo, invece di rincorrere il risultato». Sono convinto che se riallaccia quel filo, può ancora dire tanto.

E’ vero che ti sei anche messo a produrre abbigliamento da corridore?

Confermo, con il grande aiuto di mia moglie. Abbiamo una linea che si chiama KM Cyclingwear. Cerchiamo di confezionare capi originali e tecnologicamente avanzati. Un bel passatempo e confermo una volta di più che se non ci fosse Elisa, non saprei come mandare avanti il tutto. Io adesso faccio il direttore sportivo e non ci sono mai. E devo dire che mi piace anche molto.

Casa Ulissi, valigia pronta. Domani si ricomincia

02.04.2021
4 min
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Sembra facile, pensa Ulissi, ti mettono il timbro sulla patente di corridore e riparti. Tutto sommato, non aspettava altro, dopo che già il 2020 era cominciato con la dannata quarantena negli Emirati. La paura, l’incertezza, le domande sono alle spalle. E forse quello che gli permetterà di passare sopra a questo intoppo, la presenza cioè di una miocardite, è proprio il fatto che ci abbia convissuto per anni senza saperlo. Non varrebbe la pena chiedersi come mai i suoi dottori non se ne siano accorti prima? Probabilmente sì, ma adesso l’importante è che domani al via del Gp Indurain in Spagna ci sarà anche lui. Per le domande ci sarà semmai tempo dopo.

«Quasi quasi – scherza – ho dovuto riprendere gli appunti di come si fa la valigia per le corse». L’ultima l’aveva chiusa dopo il Giro d’Italia, cinque mesi fa. Un periodo lunghissimo, durante il quale i suoi colleghi si allenavano, si incontravano, correvano. E lui a casa, con i parenti intorno e semmai qualche corridore di ritorno dai suoi viaggi.

Avuto il via libera, Ulissi si è lanciato negli allenamenti a testa bassa (foto Instagram)
Avuto il via libera, Ulissi si è lanciato negli allenamenti foto Instagram)
Bentornato Diego, permetti la domanda: quante tracce lascia tutto questo nella testa?

Ne lascia, ne lascia. E’ stato tutto un fatto di testa. Fisicamente non ho sentito niente, sono sempre stato bene. Ma di colpo mi è piovuta addosso questa diagnosi e la testa ha lavorato parecchio. E’ stato un misto di paura e sconforto. La speranza di tornare e fare quello che ho sempre fatto. E la paura di non poterlo più fare. Poi finalmente è arrivato il nulla osta, come una liberazione.

Puoi fare una sintesi per chi non ha seguito la vicenda?

Avevo delle extra sistole ventricolari, le ho sempre avute. Solo che quest’anno sembravano aumentate e allora s’è deciso di fare degli accertamenti e da una risonanza si è vista una vecchia miocardite, che probabilmente risale a prima che passassi professionista. Ebbi nello stesso periodo polmonite, mononucleosi e citomegalovirus che potrebbero averla provocata.

Non una bella cosa da scoprire…

Infatti all’inizio ho avuto paura, soprattutto per la mia salute. Non me l’aspettavo, come un cazzotto che non sai da dove arriva. In quei momenti la carriera passa in secondo piano. Un po’ mi sono isolato, ma l’affetto delle persone accanto mi ha aiutato a passarci in mezzo. Ho passato delle bellissime Feste in famiglia. Qualche amico veniva a trovarmi. E per non ingrassare troppo, visto che mi sono fermato proprio nel periodo in cui si rischia di farlo, ho fatto un po’ di palestra e qualche camminata con suoceri e genitori, in attesa dell’esito dello studio elettrofisiologico.

Ulissi ha chiuso il 2020 con due vittorie al Giro (qui Agrigento) e l’8° posto nel ranking Uci
Ulissi
Al Giro del 2020, ha vinto 2 tappe: qui ad Agrigento
Ma poi se ingrassato davvero?

No, ma perché ho la fortuna che non mi succede. Ho preso forse un chilo e mezzo, poca roba.

La carriera viene in secondo piano, ma ogni tanto ci pensavi?

Più che pensare, speravo che fosse solo un brutto sogno. In cuor mio, la pensavo da corridore e non ci potevo credere che fosse finita. Voglio smettere quando lo dico io. Per fortuna gli studi che abbiamo fatto e che era doveroso fare hanno detto in primis che non sono mai stato in pericolo di vita e poi che posso tornare a correre. E’ stata una liberazione. Ho ripreso ad allenarmi, facendo la vita di prima, ma sempre monitorato. E per togliermi gli ultimi dubbi, ho fatto anche degli allenamenti massacranti e la risposta è stata quella di sempre.

Così domani si ricomincia?

Con il Gp Indurain e poi vediamo. Un programma di massima c’è già, ma lo valuteremo di volta in volta. Mi serve correre con la speranza di essere pronto per fare il Giro. Mi piacerebbe essere protagonista nelle tappe adatte a me.

Cosa dicono le gambe?

Che va bene. Sono rimasto a Lugano ad allenarmi con i corridori che di volta in volta tornavano dalle corse. L’ultimo test vero l’ho fatto con Vincenzo (Nibali, ndr) prima che andasse sul Teide: mi ha tirato il collo. Prendo nota, gli restituirò… il favore. Ho la fortuna che con poco riesco ad entrare in condizione, ma la differenza è che loro hanno già corso e io no. Per fortuna ho fatto il Giro…

Si riparte: Lia è un po’ triste, Anna è ancora piccola per capire (foto Instagram)
Si riparte: Lia è un po’ triste, Anna è piccola per capire (foto Instagram)
Cioè?

E’ stata una fortuna aver corso sino alla fine di ottobre, perché ho ripreso da una base più alta. Perciò vedo dei buoni numeri, ma so che mi servirà un mesetto di sforzi e fatica per andare a posto.

Cosa dicono le donne di casa di quella valigia accanto alla porta?

Lia capisce tutto e un po’ le dispiace quando parto, però le ho fatto capire che, mai come questa volta, è un bene. Anna, la piccolina, è vivace. Ha da poco compiuto un anno e quindi non si rende conto. Diciamo che con loro le mie giornate sono state frenetiche. E adesso Arianna si ritroverà da sola, con la fortuna che i suoceri sono in pensione e possono venire su per aiutarla. E poi ha sofferto anche lei ed è contenta che finalmente si riparta.

Roma in bicicletta e il GRAB: ne parliamo con Conti

31.03.2021
4 min
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Cosa ci fa Valerio Conti con la sua Colnago nel Parco degli Acquedotti, poi sull’Appia Antica, lungo la ciclabile del Tevere e sul Ponte della Musica di Roma? Per un giorno il corridore del Uae Team Emirates si è messo a nostra disposizione, andando a scoprire le rotte del Grab, il Grande Raccordo Anulare della Bicicletta.

Cos’è il GRAB

L’hanno definito “la più bella ciclovia virtuale del mondo”. Un anello di 45 chilometri dedicato alla mobilità ciclopedonale di Roma, che per ora resta solo sulla carta. Collegherebbe centro storico, quartieri periferici, parchi naturali, urbani e rurali, i due fiumi della città, piste ciclabili esistenti e future. Via Appia Antica, Terme di Caracalla, Ghetto, Lungotevere, Villa Borghese, Villa Ada, riserva naturale dell’Aniene, parco degli Acquedotti, museo Maxxi, Auditorium. Sono solo alcuni tra i siti più noti uniti dal raccordo delle bici. Il progetto, costruito da associazioni locali e nazionali (VeloLove, Legambiente e altre), in collaborazione con cittadini e studi professionali (tutti volontari), ha l’ambizione di riqualificare spazi urbani degradati, riconquistando aree di vivibilità per milioni di cittadini e turisti.

L’acqua da uno dei tanti “nasoni”, tipiche fontane della Capitale
L’acqua da uno dei tanti “nasoni”, tipiche fontane della Capitale

Roma e le bici

Non è per niente facile il rapporto tra la Capitale e il mondo delle due ruote, ma qualcosa si muove. Tra 2019 e 2020 il boom di richieste per il bonus bici ha fatto letteralmente sparire le biciclette dai negozi di Roma. In un anno le vendite sono aumentate del 200%. Per quanto riguarda le infrastrutture, però, è tutta un’altra storia. Un anello che in altre metropoli europee si realizzerebbe in pochi mesi, nella Capitale stenta a decollare.

«Eppure non si tratta di un semplice girotondo – ricorda Alberto Fiorillo, ideatore del Grab – ma di un volano per riqualificare il territorio con risvolti economici considerevoli, capace di attirare, secondo uno studio di Confindustria, fino a 600mila turisti l’anno».

Tradotto in euro: 14 milioni di euro il primo anno che si triplicherebbero nell’arco dei quattro successivi.

Il tratto di ciclabile lungo il Tevere è uno dei più battuti
Il tratto di ciclabile lungo il Tevere è uno dei più battuti

L’esperienza dei pro’

Con Valerio Conti, 28enne ciclista professionista romano, abbiamo percorso alcuni tratti della ciclovia. Ci ha svelato i luoghi dei suoi allenamenti e ci ha raccontato le sue impressioni sulle piste ciclabili capitoline. Valerio corre dal 2017 per il UAE Team Emirates e quando torna nella sua città, nel suo quartiere di Colle Prenestino, per allenarsi preferisce le salite delle colline tra Tivoli e San Polo dei Cavalieri, non entra mai in centro.

«Purtroppo a Roma non ci sono buone piste ciclabili – dice – mentre in Belgio e in Olanda le percorro spesso per allenarmi. Sono realizzate bene, sono pulite. Lì si respira una cultura diversa, che favorisce la ciclo-mobilità. Anche in Liguria, a Sanremo, esiste la ciclovia della Riviera dei Fiori: è fatta talmente bene che ci si può anche correre. La frequento spesso». 

Pulite e sicure

Sulle caratteristiche che dovrebbero avere le piste ciclabili per essere appetibili anche da un professionista come lui, magari solo per una passeggiata sulle due ruote, Valerio ha le idee chiare.

«La sicurezza in primo luogo – dice – gli automobilisti non possono parcheggiare sulla pista e molto spesso a Roma è la prassi. Devono essere abbastanza larghe, in modo tale che due ciclisti riescano a incrociarsi comodamente».

Corsa a ostacoli

Una storia lunga e segnata da ostacoli, quella del Grab. Ma la vicenda non era partita male: il progetto nel 2016 era stato finanziato, assieme ad altre nove ciclabili di importanza nazionale, dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Il ministro di allora era Graziano Delrio, quello che inforcava tutti i giorni la sua bicicletta e che s’innamorò a prima vista del Grab. La palla è finita al Comune e sono passati ormai cinque anni. 

I tempi della politica e della burocrazia in Italia, purtroppo, non sono gli stessi immaginati da chi auspicherebbe una rivoluzione della mobilità e un cambio di passo rapido verso una drastica riduzione delle auto in città.

Scusa Baldato, che squadra avrà Trentin al Fiandre?

31.03.2021
5 min
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Baldato ha in mano il pacco di carte, numeri, elenco iscritti e tutto quello che ti danno alla riunione dei direttori sportivi prima della corsa: la Dwars door Vlaanderen in questo caso, che partirà domattina (oggi per chi legge) da Roeselare, a due passi da Waregem. E’ incredibile come quassù ogni paese rimandi a una corsa, sia su strada sia di cross. Finalmente il sole ha scaldato l’aria gelida dei giorni scorsi.

Hai la barba bianca.

Sto diventando vecchio. Ma per fortuna c’è sopra la mascherina e non si vede.

Classe 1968, la stessa età: si scherza più volentieri. E certo Fabio di strada ne ha fatta da quando quassù era uno degli attori protagonisti, con 2 vittorie a De Panne, 2 secondi posti al Fiandre e uno a Roubaix. Oggi guida Trentin alla Uae Team Emirates e proprio per questo parliamo con lui. Per rileggere le ultime corse e capire il ruolo della squadra, nel momento in cui s’è capito che proprio la squadra ha permesso alla Deceuninck-Quick Step di tenere a bada Van Aert e Van der Poel ad Harelbeke e l’uomo in più ha spianato per Van Aert la via di Wevelgem.

Come va la squadra?

Abbiamo perso Gaviria per la frattura dello scafoide (dice alzando gli occhi al cielo, ndr) proprio quando speravamo che cominciasse a dare qualche segnale. Ne abbiamo avuti alcuni con la dissenteria, ma per fortuna la panchina è lunga e siamo riusciti ad esserci in ogni caso. L’importante è che stia bene Matteo. Ad Harelbeke è stato sfortunato a bucare e bravo a rientrare, ma a quel punto la gamba era finita. Due giorni dopo uno sforzo così, è andato forte alla Gand e questo è molto positivo.

Bjerg è giovane, ma sul pavé si muove molto bene. Rientra per il Fiandre
Bjerg è giovane, ma sul pavé si muove molto bene
Gli altri attorno forse sono un po’ inesperti?

Devono imparare a correre, perché sono giovani. I fratelli Oliveira vengono dalla pista, sono giovani e sanno muoversi nel gruppo. Bjerg è forte, ma ha avuto un po’ di dissenteria e torna per il Fiandre. Anche Bystrom è stato male dopo la Sanremo, quasi girasse un virus intestinale. La speranza per domenica è di averne un paio per la seconda metà di gara.

La Deceuninck insegna.

La Deceuninck ha il collettivo, ma non ha il più forte, quello che risolve la corsa

Hanno Alaphilippe…

Sui muri avrà più dimestichezza che col vento e andrà forte.

Quanto è stata dura la Gand?

Bella tosta, da metterci subito la faccia. Col vento che c’era, il primo che si fosse mosso sarebbe arrivato in fondo. E anzi, pensavo che proprio la Deceuninck avrebbe cominciato prima, già al chilometro 55. Invece forse per tutelare Bennett sono rimasti fermi. Ci sono stati 10 chilometri di gruppo in fila e al 65 si è rotto tutto, con la Bike Exchange che ha fatto la selezione. Stanno bene anche gli altri italiani, si va verso un bel Fiandre.

A Gand nessuno dei nostri ha avuto l’intuizione di partire lungo e Van Aert ha vinto più facilmente
A Gand nessuno dei nostri ha avuto l’intuizione di partire lungo
Parli come se la Dwars door Vlaanderen fosse un passaggio di poco conto…

Non sarà una passeggiata, dà 300 punti WorldTour e non è da buttare via, ma è chiaro che si dia un occhio di più al Fiandre. Il percorso è tecnico, ci sono 4-5 muri dove la corsa può diventare dura, ma se le squadre dei velocisti vogliono tenerla chiusa, si può arrivare in volata con 60 corridori. Ed essendo tornato Viviani, più Demare, Nizzolo e Ackermann, c’è da pensare che potrebbe andare così. Con il solito Van der Poel che farà il polverone sui muri per anticiparli.

Come commenti da corridore la volata della Gand?

Mi ha detto Matteo (Trentin, ndr) di essere rimasto sorpreso dell’accelerazione di Kung e Van Aert. Col vento a favore, io sarei partito lungo. In quelle condizioni, il primo che parte guadagna una bicicletta e poi rimontarlo non è semplice. Per come erano messi e per il fatto che sarebbe stata una volata veloce, davo per favorito Nizzolo. Invece con Van Hooydonck davanti, hanno avuto paura di provare. Non è che abbia fatto chissà quale andatura, ma è bastata. Pensavo che anche Kung avrebbe provato prima. Diciamo che forse la deviazione nel finale ha tolto un po’ di riferimenti (durante la corsa è stato comunicato che a causa di un incendio, il percorso avrebbe subito una variazione, ndr). In radio ci avevano detto che saremmo rientrati sul percorso ai meno 3,5, invece non era come l’hanno spiegata.

E Baldato come sta alla Uae?

Sto bene, sono contento, mi hanno offerto un’ottima opportunità. Un bel clima, anche col personale. Ho ritrovato Peiper con cui avevo lavorato alla Bmc. Ci sono parecchi giovani, sono contento della scelta. Farò il Giro con Marzano, Matxin e Mori. E soprattutto, dopo 10 anni di inglese, si parla di nuovo italiano…

Dalla Spagna arriva Ayuso, che punta sul Giro U23

27.03.2021
4 min
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Juan Ayuso ha la sguardo furbo. Ha solo 18 anni ma sa il fatto suo. Spagnolo della regione di Valencia, va forte in salita e a crono. Per lui, come vedremo, si sono già spalancate le porte del WorldTour. Adesso però veste i colori della Colpack Ballan. Nelle due stagioni da juniores, ha conquistato tre titoli nazionali: due su strada e uno a crono (doppietta siglata nel 2020). E’ alto, ma non altissimo. Magro, ma non di quelli esagerati. Il suo fisico dà la sensazione di non essere ancora spremuto, di avere dei margini.

Al termine del terzo giorno di gara alla Coppi e Bartali sfila dopo il traguardo che è già a bocca chiusa. Con gli occhi cerca il camper del team e mentre è in “caccia” e incrocia il nostro sguardo ricambia subito il saluto. E’ davvero lucido.

Juan Ayuso, 18 anni, è al primo anno da under 23
Juan Ayuso, 18 anni, è al primo anno da under 23
Juan, come sei arrivato in Italia?

Ho un contratto di cinque anni con la UAE e con Matxin (uno dei tecnici del team, ndr) abbiamo pensato che la migliore scelta fosse quella di correre alcuni mesi in una grande squadre “development” per crescere gradualmente. Abbiamo studiato molti team e abbiamo pensato che la Colpack fosse la scelta migliore.

E come ti trovi?

Ho parlato con Gianluca (Valoti, ndr) e subito ho detto: okay. Per ora tutto è fantastico con la squadra. Abbiamo fatto un ritiro a Tortoreto ed è andato benissimo e poi con le prime corse sono subito cresciuto. Ho corso a Laigueglia, a Larciano e mi sono trovato bene.

E anche nelle prime tappe della Coppi e Bartali ti sei fatto vedere…

Abbiamo lavorato molto con squadra, loro credevano in me e io anche mi sentivo bene e così ho deciso di attaccare (era la seconda tappa, ndr).

Davvero un bel segnale per chi solo pochi mesi fa era ancora uno juniores. Ma in Spagna non c’era un team continental per crescere oppure l’idea di arrivare in Colpack è stato un qualcosa di espressamente voluto da Maxtin?

No, in Spagna non c’era una continental all’altezza della Colpack, che facesse una certa attività e fosse strutturata in un certo modo. E poi Matxin voleva che corressi in Italia perché secondo lui qui potevo imparare molto e di più.

Il valenciano ha un contratto con la UAE fino al 2025. Eccolo in ritiro con il team
Il valenciano ha un contratto con la UAE fino al 2025. Eccolo in ritiro con il team
Cosa?

Mi diceva che era differente correre qui da voi. Le strade sono più strette, spesso tortuose e bisogna limare… Voleva che imparassi questo. Ed eccomi. Devo dire che mi piace come si corre qui.

E oltre alle corse cosa ti piace dell’Italia?

La cucina. Si mangia benissimo! Anche in Spagna si mangia bene, però in Italia… è tutto super. Ed è un posto bellissimo per andare in bici. 

Che corridore sei? Uno scalatore, un velocista…

Nooo velocista – esclama mimando il gesto dell’acceleratore della moto Ayuso – Non so bene cosa sono ancora, ma “seguro” non sono un velocista! Credo di essere uno scalatore, ma non so se sono uno scalatore puro, un passista-scalatore… sono talmente giovane, chissà che direzione prenderò. Ma la salita mi piace. Che sia lunga, corta, ripida, esplosiva… quello è il mio terreno.

Il Giro d’Italia under 23 è il tuo grande obiettivo da quel che si dice…

Sì, per me è l’obiettivo principale della prima parte della stagione. E di certo resterò con la Colpack fino al Giro, dopo passerò alla UAE. Per adesso stiamo facendo tutto in funzione del Giro under 23 e penso che con la squadra potremo fare una gara molto buona. Siamo ben messi.

A Laigueglia hai fatto la prima gara con i grandi campioni?

Sì, la prima volta con i corridori del WorldTour e tanti altri grandissimi atleti. E’ stato un bel colpo di emozione passare in mezzo al gruppo e vedere Bernal, Kwiatkowski, Landa Fino a 3-4 anni fa erano i miei idoli e ora correre una gara con loro è stato incredibile, “muy impactante”.

Ayuso a colloquio con Valoti, prima del via di una tappa alla Coppi e Bartali
Ayuso a colloquio con Valoti, prima del via di una tappa alla Coppi e Bartali
E sei anche riuscito a parlarci?

Con qualcuno sì, quando la gara era tranquilla. Ma devo dire che sono stato sempre molto attento – e porta il dito indice verso gli occhi – quando si muovevano. Cercavo di osservarli, di studiarli, quando si spostavano nel gruppo: perché lì e perché in quel momento. Volevo imparare subito.

Domanda quasi scontata: ma chi era il tuo idolo da bambino, cioè fino a pochi anni fa?

Quando ho iniziato con la bici è stato Alberto Contador. Lo vedevo in televisione ed è stato un’ispirazione.

Colnago all’attacco: bici prodotte in Italia e l’accordo col Tour

22.03.2021
6 min
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Colnago riporta in Italia l’alto di gamma e diventa la bicicletta ufficiale del Tour de France. E non finisce qui, venite a leggere.

Quando a maggio scorso Ernesto Colnago decise di vendere la sua azienda, qualcuno all’interno di Chimera Investments, il fondo di Abu Dhabi che l’ha rilevata, propose di trasferire tutto negli Emirati Arabi. L’italianità della bicicletta trapiantata nel deserto. Per fortuna ci si rese conto che l’idea non avrebbe dato grandi frutti e il management individuò in Nicola Rosin, ex Selle Royal, la figura di riferimento su cui incentrare il nuovo progetto. Subito sotto Rosin, si trova Manolo Bertocchi, bergamasco di stanza in Gran Bretagna che da circa un mese ha iniziato a lavorare alla ristrutturazione di un’azienda che per decenni ha avuto come unico riferimento il suo fondatore, con tutte le implicazioni che questo comporta.

Manolo Bertocchi ha lavorato a lungo nella comunicazione del Giro d’Italia con Shift Active Media. E’ ora Direttore Marketing di Colnago
Manolo Bertocchi è il nuovo Direttore Marketing di Colnago

Volendo proseguire nel nostro viaggio fra le aziende che forniscono biciclette ai team WorldTour, una sosta da Colnago era d’obbligo, anche se ci siamo trovati davanti a un vero e proprio cantiere, con Bertocchi direttore dei lavori.

Che cosa sta succedendo in Colnago?

Si sta ristrutturando un po’ tutto, con una serie di obiettivi, fra cui quello di riportare la produzione in Italia, quantomeno l’alto di gamma.

Come si concilia questa esigenza con il boom pazzesco del mercato?

C’è un eccesso di domanda e carenza di materia prima, dal carbonio ai gruppi. Shimano consegna a 18 mesi, Sram a un anno, Campagnolo a 8 mesi. Non possiamo fare una seria campagna di marketing perché non abbiamo materiale da vendere. Quindi anche lanciare dei nuovi modelli non sarebbe positivo, perché potremmo farli vedere e poi non saremmo in grado di consegnarli. Se lanci un prodotto, generi domanda. Abbiamo dei nuovi modelli fantastici, ma dobbiamo ragionare sui 18 mesi di Shimano. Se avessimo i gruppi, faremmo un +50% di fatturato.

Le specialissime della Uae Team Emirates
Le specialissime della Uae Team Emirates
Come dire che è tutto fermo?

Niente affatto, ci sono progetti e iniziative. Una è molto speciale e prevede che Colnago sarà la bici ufficiale del Tour de France. Produrremo un modello in serie limitata, che sarà montato Campagnolo, perché Shimano, sponsor del Tour, non riesce a dare i gruppi. E poi probabilmente potrebbe essere pronta una nuova bicicletta che Pogacar userà in Francia, ma qui serve il condizionale. Il grosso delle novità si vedranno a fine anno.

Con una crono, Pogacar ha conquistato il Tour de France
Con una crono, Pogacar ha conquistato il Tour de France
Quindi ad ora non ci sono bici Colnago da consegnare?

I magazzini sono stati svuotati prima che arrivassimo. Le fabbriche di mezzo mondo si sono piantate e quando il mondo è ripartito, davanti all’eccesso di domanda, tutto è stato consegnato e venduto e adesso non c’è più niente. A questo si aggiunga la difficoltà dei trasporti, più lenti e più costosi. Fosse però solo un problema di costi, pagheremmo volentieri visto tutto quello che potremmo consegnare. Abbiamo bici ferme da mesi perché sprovviste di gruppi e la situazione non dipende assolutamente da noi.

Però forse non tutti i mali vengono per nuocere…

Esatto, approfittando di questo stallo, abbiamo davanti quasi un anno per ripianificare l’azienda che da storica e artigianale, deve diventare manageriale.

Biciclette come gioielli dal mago artigiano di Cambiago
Biciclette come gioielli dal mago artigiano di Cambiago
Manageriale si intona bene con l’idea di artigianalità?

Quello che non deve cambiare è l’impronta di Colnago, la sua storia e la filosofia che c’è dietro. Vogliamo raccontare quello che davvero facciamo. E se diciamo che produciamo l’alto di gamma in Italia, è perché sarà così. Altri lo dicono, ma sanno che non è vero. A Cambiago ci sono i lavori per i nuovi impianti, anche se in Asia faremo le bici di gamma meno alta. Nonostante quello che si dice, ci sono due stabilimenti che fanno le bici di tutte le aziende del mondo: Giant e Merida. Noi invece vogliamo che il cliente Colnago venga in sede, che visiti il museo, veda la sua bici durante la costruzione, che esca con noi in bicicletta, che passi la giornata in azienda e poi torni a casa soddisfatto. Colnago è un’azienda italiana, rilevata da un fondo di investimento, al pari di alcun grandi squadre di calcio che non per questo hanno smesso di essere italiane.

Come si inserisce la squadra WorldTour un questo contesto?

Non si tratta di sponsorizzazione, ma di una società che è… sorella a Colnago. La proprietà è la stessa. La squadra ci dice di cosa ha bisogno e noi la sviluppiamo. Siamo agli inizi di questa simbiosi, ma darà grandi frutti. Forse la Trek può dirsi simile da questo punto di vista. Anche i fornitori dei componenti non intervengono come sponsor, ma parlano direttamente con noi. E’ un progetto tecnico e non commerciale. Il modello V3RS è stato impostato da Colnago, ma in futuro i cambiamenti saranno ispirati da Pogacar che per il team e per l’azienda rappresenta un grande valore aggiunto.

La V3RS che ha vinto il Tour 2020 autografata per Ernesto Colnago
La V3RS che ha vinto il Tour 2020 autografata per Ernesto Colnago
Torna in azienda Alessandro Colnago, che ne era uscito…

L’ho richiamato io, per avere un piede nel passato di questa azienda e costruire il futuro senza discostarsi dalla sua tradizione. La coerenza storica è necessaria. Alessandro ha sensibilità assoluta sul prodotto, il colore Frozen, ad esempio, l’ha tirato fuori lui. E adesso, libero da dinamiche familiari, si sta rivelando un eccellente Brand Manager. Chi lavorava anche prima con lui è rimasto a bocca aperta davanti al cambiamento. Io no, sapevo che avesse questo livello così alto. Oltre a lui avrò accanto Alessandro Turci per la comunicazione.

Pogacar in visita allo stabilimento di Cambiago, accanto al maestro
Pogacar in visita allo stabilimento di Cambiago, accanto al maestro
Sarà messa in atto una campagna di comunicazione per sottolineare l’italianità del progetto?

Ora non possiamo per i motivi detti prima, ma in futuro e in tutte le lingue del mondo, parleremo di “Colnago, La Bicicletta”. Se entrate a Cambiago, c’è un quadro di Ernesto che dipinge la Gioconda. La sua visione è sempre stata quella di fare un’opera d’arte italiana per il ciclismo. Un’idea ben chiara. Gli americani hanno belle bici e i muscoli di un marketing molto potente. Il prodotto industriale perfetto è bellissimo, ma l’errore degli italiani a lungo è stato volerli inseguire sul loro stesso terreno, senza rendersi conto che tanti di loro vorrebbero essere Colnago. Ecco, è il momento di mettere sul tavolo la storia e i contenuti tecnici di questo marchio.

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Pogacar, debutto alla Tirreno e voglia di vincere

09.03.2021
3 min
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Sembrerà strano, ma Tadej Pogacar non ha mai corso una gara a tappe in Italia. Le ultime sono state quelle da under 23 e semmai prima da junior. Così la Tirreno-Adriatico che lo vedrà da domani al via, sarà a suo modo un debutto. E visto il livello già raggiunto dallo sloveno in questa prima parte di stagione, promette di non essere un esordio banale. La vittoria al Uae Tour e la bella prestazione di sabato alla Strade Bianche dicono che il vincitore del Tour potrebbe avere nelle gambe anche la vittoria nella corsa italiana.

«Mi piace l’Italia – sorride – il cibo è ottimo e i tifosi sono fantastici. Chissà, forse il 2022 potrebbe essere l’occasione di venire finalmente al Giro d’Italia. Per quest’anno si pensa nuovamente al Tour e poi alle Olimpiadi e alla Vuelta».

In salita al Uae Tour ha dimostrato di essere già in grande condizione
In salita al Uae Tour ha dimostrato di essere già in grande condizione

Poche parole

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare osservando il suo aspetto angelico, Pogacar è più simile a Roglic, taciturno e schivo, che a un cherubino. Eviterebbe volentieri le luci della ribalta per starsene nel suo e tempo addietro fu proprio Andrea Agostini, responsabile della comunicazione per il Uae Team Emirates, a raccontarci di essere dovuto intervenire per dettare al giovane le regole base di convivenza con la stampa.

«Quando ottieni dei risultati – dice infatti Pogacar – devi andare in giro per gli sponsor e rispondere a tante domane. E’ una cosa che non mi piace molto, ma fa parte del gioco. E tutto sommato devo esserne contento, per cui lo accetto».

La Strade Bianche ha detto che sei in ottima forma: pensavi di vincere?

Ho provato a farlo, di sicuro ho dato il massimo, in una corsa durissima e tutto il giorno full gas. L’attacco di Van der Poel mi ha sorpreso, lui ha grande potenza. Non so cosa però potrà fare alla Tirreno-Adriatico in termini di classifica.

In realtà ha detto che non ci proverà nemmeno, mentre uno che vuole testarsi è Van Aert: vuole capire se può diventare uomo da classifica.

Anche lui è molto forte e in passato, anche l’anno scorso, lo abbiamo visto andare molto forte in salita. Ha una super condizione, sono curioso di vedere che cosa potrà fare.

Hai rinnovato il contratto fino al 2026, praticamente il futuro è assicurato…

Non è una abitudine frequente nel ciclismo fare contratti così lunghi, ma qui sto bene. Credo nella squadra e loro credono in me. Ed è il modo per vivere le mie stagioni senza stress, mi fa stare molto tranquillo.

Settimo alla Strade Bianche, sorpreso dall’attacco di VdP
Settimo alla Strade Bianche, sorpreso dall’attacco di VdP
Al Uae Tour, magari anche per motivi di sponsor, hai detto che quella corsa era il tuo primo obiettivo: ha dovuto anticipare di tanto la preparazione?

In realtà no, quelle date sono perfette per iniziare. Certo per essere in forma ho dovuto allenarmi un po’ di più, ma non ho sottratto nulla al mio periodo di riposo.

La Tirreno ha tappe nervose, un bell’arrivo in salita e la crono. Pensi di avere una squadra abbastanza forte?

Proprio al Uae Tour abbiamo fatto un super lavoro ogni giorno. Ci sono ragazzi nuovi, ma tutti di qualità. Proveremo a vincere, proveremo come al solito a fare del nostro meglio. Sono curioso, ma ormai c’è rimasto davvero poco da spettare…