Secondo riposo alle spalle, Pogacar affila le armi

13.07.2021
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Ultima settimana, ultime domande, ultime spiegazioni da dare. Pogacar racconta, il giorno di riposo è alle spalle, trascorso con un’oretta di sella per allontanare la tensione e godersi i panorami di Andorra. Dopo tanta fatica sembra in effetti brutale avere davanti altri sei giorni di corsa, con tre tappe di alta montagna che potrebbero ancora riscrivere la storia. Ma questi sono i grandi Giri, è solo cambiato il modo di correrli.

Tadej racconta, di nuovo in una videoconferenza, questa volta dal pullman del Uae Team Emirates, e guardandolo fai fatica a capire quanto sia provato, ma non possono essere certo i segni sul volto il termometro della stanchezza. Molto meglio mettersi a studiare le espressioni e gli sguardi, per capire che è dura anche per lui.

Sei stanco anche tu?

Sono stanco e accaldato. Anzi, sono proprio scottato e negli ultimi due giorni non ho dormito granché. E’ un lavoro pesante, che impone il suo prezzo. Però tutto sommato sto bene, penso che il giorno di riposo sia servito a dovere. Siamo tutti stanchi e c’è ancora una settimana con tre giorni duri. Sono al mio terzo grande Giro, dopo la Vuelta e il Tour dello scorso anno. Ogni volta ho avuto diverse sensazioni, ho imparato cose nuove. Perciò anche la sfida sui Pirenei sarà interessante, metterò alla prova le gambe per la terza settimana.

«Non so se Roglic darà dei buoni consigli a Vingegaard, ma lo vedremo presto»
«Non so se Roglic darà dei buoni consigli a Vingegaard», ma lo vedremo presto
In che modo hai gestito lo sforzo nella tappa di Le Grand Bornand, con quell’attacco da lontano?

Con la squadra quel giorno abbiamo fatto subito un ritmo forte sin dall’inizio della penultima salita. Con i miei compagni, prima con McNulty e Rui Costa, poi con Formolo. Mi sentivo davvero bene, eravamo intorno alla soglia. Quando ho attaccato, per qualche minuto sono andato fuori soglia e raggiunta la cima ho un po’ rallentato, perché so che non posso tenere certe frequenze tanto a lungo. Poi è venuta la discesa, che è servita per recuperare un po’, sapendo che restava ancora una salita molto lunga come La Colombiere. L’ho fatta in soglia, cercando di guadagnare il massimo sulla cima, per vedere quale sarebbe stato il vantaggio. Ma in discesa ero vuoto, tanto che Dylan Teuns che avevo quasi ripreso, ha ricominciato a guadagnare in modo netto e per arrivare al traguardo ho dovuto fare il massimo sforzo.

Adesso sembri più accorto, è il momento di fare calcoli?

Vado avanti giorno per giorno e se trovo l’occasione per guadagnare, la coglierò. Non si può sapere cosa accadrà negli ultimi giorni e basta una crisi per perdere tanto terreno, anche 10 minuti in una sola tappa. Ho corso alcuni giorni in difesa, perché non potevo attaccare.

Credi che in gruppo ti temano?

Non credo abbiano paura, non so cosa pensino. Ho il mio vantaggio, vado tutti i giorni a tutta, mi piace andare in bici. Questo è il mio modo di correre e se capiterà, coglierò altre occasioni.

Ti è stato chiesto di pubblicare i tuoi dati per fugare i dubbi, pensi che lo farai?

Mi è stato chiesto un paio di volte e magari un giorno lo farò, ma non so perché questo dovrebbe cambiare qualcosa. Per vincere il Tour si devono spingere buoni watt, come tutti gli altri. Se condividessi oggi i miei dati, sarebbe falsata la tattica. Potrebbero vedere i miei valori di soglia, la capacità di resistenza, quindi non vedo perché condividere questi numeri.

«Sul Ventoux ho raggiunto il mio limite», così Pogacar nel secondo riposo, spiegando il giorno più duro
«Sul Ventoux ho raggiunto il mio limite», così Pogacar nel secondo riposo, spiegando il giorno più duro
Ti scoccia che ogni cosa venga messa in dubbio?

Non sono arrabbiato o scocciato per certe domande. Sono scomode, ma capisco che vengano fatte perché il passato è stato davvero brutto. Non ho risposte che mi sono preparato, posso solo pescare nei miei sentimenti. Mi piace correre sulla mia bici. Ho alle spalle una buona famiglia e penso che mi abbiano cresciuto come un ragazzo onesto, insegnandomi a non prendere scorciatoie.

Quindi si riparte, pensi che Roglic potrà dare a Vingegaard dei buoni consigli?

Non so – sorride – Primoz mi conosce sicuramente meglio di Jonas, ma non so cosa potrà dirgli. Vedremo nei prossimi giorni.

Ha confermato che se potrà guadagnare ancora terreno, di certo attaccherà
Ha confermato che se potrà guadagnare ancora terreno, di certo attaccherà
Ci sarà una tappa più dura delle altre?

Non so dirlo. Secondo me la più dura sarà la 17ª oppure la 18ª a Luz Ardiden, ma anche domani (oggi per chi legge, ndr) può essere pericolosa. Se hai una giornata no, ogni tappa può essere drammatica. Quella del Ventoux ad esempio è stata tremenda. Caldo e ritmo forte dall’inizio. Era mercoledì, quindi si è corsa dopo il giorno di riposo e la prima tappa con il grande caldo. Ero cotto. Quel giorno ho toccato con mano il mio limite. Quando Vingegaard ha attaccato e ho provato a seguirlo, ho capito che sarebbe stato meglio limitare i danni. Nei giorni successivi invece sono stato meglio.

La crisi è uguale per tutti, si potrebbe concludere, ma se sei in super condizione, riesci a gestirla. Se invece qualcosa si inceppa, sei nei guai. Sino ad ora tuttavia, a incepparsi sono sempre stati gli altri. Dal secondo giorno di riposo della maglia gialla è tutto, passo e chiudo.

Un buon massaggio e Rota ci racconta il primo Tour

12.07.2021
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Non c’è niente di meglio di un buon massaggio per recuperare dalle fatiche di una dura tappa al Tour de France, specie se è il tuo primo Tour. Lorenzo Rota si concede alle mani del massaggiatore della Intermarché Wanty Gobert. Luis Manuel Fructuoso svolge a dovere il suo mestiere, mentre Lorenzo si concede ai nostri “microfoni”.

Certi debutti non si scordano mai. E questa è un’avventura che, più che mai, porta con sé emozioni ed esperienze.

Lorenzo Rota al massaggio (Cyclingmedia)
Lorenzo Rota al massaggio (Cyclingmedia)
Lorenzo, dicevamo: il primo Tour…

Primo Tour che è iniziato male. Nella prima tappa ho fatto una brutta, brutta caduta. Ho anche pensato che finisse lì. Ho avuto subito parecchi problemi e in qualche modo li ho ancora.

Come è avvenuta la caduta?

Quel giorno ce ne sono state due. La prima è stata quella dell’ormai famoso cartello e l’ho evitata. Io ero là davanti. Ero persino sulla destra, ma il caso ha voluto che in quel momento sia riuscito a spostarmi sulla sinistra. Non ho visto nulla se non che il gruppo è letteralmente esploso. La seconda invece l’ho presa in pieno. E dire che stavo davanti, intorno alla venticinquesima posizione. Sarò stato il decimo a cadere e quelli dietro mi sono saliti sopra. Ho subito avuto problemi alle costole e ho rotto quella cartilagine interposta appunto tra le costole. Un dolore tremendo che mi sta facendo penare. Non dormivo bene e ogni respiro profondo, ogni buchetta era un supplizio. Mi hanno detto che ci vogliono 40-50 giorni per recuperare.

Sì, 40 giorni senza un Tour di mezzo!

Eh sì! Infatti sin qui questo infortunio mi ha limitato parecchio. Devo ringraziare lo staff se non sono andato a casa. Adesso è un paio di giorni che sto meglio. Vedo la luce in fondo al tunnel.

La tua partecipazione al Tour era in programma?

No, dovevo fare la Vuelta. Il programma era Giro di Svizzera e campionato italiano. Poi è successo che in Svizzera ho fatto delle belle prestazioni e contestualmente c’è stato un caso di Covid in squadra. E da lì si sono innescate un po’ di situazioni.

Lorenzo Rota (26 anni) è pro’ dal 2016
Lorenzo Rota (26 anni) è pro’ dal 2016
Spiegaci “un po’ di situazioni”…

Dopo lo Svizzera, visto che stavo bene ho chiesto io di farmi correre in Francia in preparazione al campionato italiano. Avevo capito che la gamba era buona e poteva essere un’occasione per fare bene. Il percorso di Imola poi mi piaceva, non dico che avrei vinto però si poteva fare qualcosa. Così sono andato alla Paris-Camembert ed è andata “bene”: ho fatto undicesimo ma nel finale ho spaccato una ruota, rompendo un raggio. A quel punto il giorno dopo è arrivata la chiamata: vai al Tour.

E tu: eri felice o spaventato?

Sinceramente ero combattuto. Il Tour è la corsa più importante dell’anno e tutti lo preparano al 100% io invece no. Sì, avevo una buona condizione ma dallo Svizzera a Parigi ce ne passa di acqua sotto ai ponti. Poi il team mi ha convinto e tranquillizzato dicendomi che le prime tappe erano adatte a me, che potevo fare qualcosa. Inoltre, visto che quando sto bene in salita tengo, sarei dovuto stare vicino a Meintjes, il nostro uomo di classifica.

Sei soddisfatto di quel che hai fatto sin qui?

Adesso posso dire che è bellissimo. E’ un altro mondo rispetto a tutte le altre corse che ho fatto. Ed è un qualcosa che sono certo varrà per il futuro e credo che già nelle prossime corse post Tour mi sarà utile.

Un “altro mondo”…

Io non so se la tv rende bene l’idea, ma c’è un nervosismo pazzesco. Si corre sempre come se fosse una classica fiamminga. Stress totale. Ogni giorno devi essere concentrato, non hai mai un momento di relax. 

E’ un fatto di velocità?

Di tutto. Al Giro si va forte lo stesso, ma mi è capitato anche di fare tappe tranquille. Qui non esiste. Anche il giorno di Carcassonne sembrava una tappa facile, ma siamo arrivati in 60 corridori. Abbiamo fatto due ore e mezza pancia a terra. E’ dura restare concentrati per tre, quattro anche sei ore. Ma ripeto: sono sicuro che servirà.

Cosa ti ha colpito di più?

Non ho mai visto tanta gente sulle strade. Nella prima tappa c’era una salitella di un chilometro. Su un tornante c’era un maxi schermo. Ho buttato un occhio e credetemi se vi dico che ci saranno state 10.000 persone. Sono fuori di testa!

Rota scorta capitan Meintjes sulle salite alpine del Tour
Rota scorta capitan Meintjes sulle salite alpine del Tour
E in gruppo chi ti ha colpito di più?

Cavendish – risponde secco Rota – avevo già fatto delle gare con lui, ma sembra un altro corridore. Un’altra gamba. E poi, chiaramente, Pogacar: Tadej ha una marcia in più.

Eppure sul Ventoux anche lui ha “tremato”. Che si dice in gruppo?

Ha 5′ sul secondo anche se perde 3′ non avrà grandi problemi a gestirsi. Poi la giornata brutta succede a tutti, lui magari l’ha avuta proprio sul Ventoux ed è stato bravo a non farlo vedere.

In corsa parli con qualcuno?

Con gli italiani, soprattutto con Ballerini e Colbrelli, ma è veramente difficile. Non c’è tempo!

Qual è il tuo obiettivo in questo Tour?

Arrivare a Parigi e magari centrare una fuga. E poi aiutare Meintjes. La top ten è un po’ difficile perché ha un bel distacco ma ci sono ancora molte salite.

Però dai, tu sei al primo Tour, la tua squadra al primo anno nel WorldTour. Vi state facendo vedere, avete vinto una tappa al Giro: non è male…

Sì, sì… siamo contenti e siamo anche stati sfortunati. Perché sono caduto io ma anche i mei compagni e magari qualcosa è stato compromesso. Continueremo a lottare fino a Parigi e poi tireremo una riga per capire cosa ha funzionato e cosa no in prospettiva futura.

Nibali saluta il Tour: un colpo, qualche dubbio e tante speranze

11.07.2021
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Tanto tuonò che non piovve. La tappa numero 15 del Tour de France, la prima pirenaica, doveva promettere chissà cosa e invece si è risolta con un pugno di mosche. Almeno per quel che riguarda la classifica generale. Perché poi di spunti interessanti ce ne sono stati. E quello più importante riguarda il colpo tanto atteso di Vincenzo Nibali. 

Ci si aspettava un segno dallo Squalo ed è arrivato. Non super, a dire il vero, come si sperava, però c’è stato. E questo è importante. Sulla salita più alta della Grande Boucle è stato anche autore di un tentativo.

Nibali in fuga verso Andorra
Nibali in fuga verso Andorra

Il colpo dello Squalo

Solita partenza a tutta e nasce una mega fuga di 30 e passa corridori. Dentro stavolta c’è Nibali. Il corridore della Trek-Segafredo ci aveva provato anche il giorno prima, ma non ci era riuscito. Ma per il team di Guercilena poco male: visto quel che aveva fatto Mollema.

Ma oggi era importante dare un colpo. Glielo chiedeva l’Italia, glielo chiedeva Cassani e, ne siamo certi, se lo chiedeva lui stesso. Con lui ci sono due compagni: Elissonde e Bernard, segno che credono in lui. Tira poco Vincenzo, pedala bene e si nota una certa agilità. Ci prova anche, come detto, sull’Envalira. Poi nel finale quando aprono il gas, Kuss e Valverde hanno qualcosa in più. Però lui risponde, ci prova e solo alla fine alza bandiera bianca. 

«Oggi la tappa è stata difficile, tutta – ha detto Nibali dopo il controllo antidoping – Oltre 4.000 metri di dislivello, specie dopo la tappa di ieri in cui ci avevo provato. Nella parte finale della gara, ad oltre 2.000 metri abbiamo pensato di fare un po’ di ritmo, ma c’era vento. Quando abbiamo preso l’ultima salita ognuno ha giocato tutte le sue carte e si è rotto tutto il gruppetto. Ma tutto sommato è stata una giornata importante nella quale abbiamo “messo” tanta fatica nelle gambe».

Due fughe (quella di oggi e quella di Le Creusot) e diversi tentativi per lo Squalo come quello in foto verso Carcassonne
Due fughe (anche quella di Le Crusot) e diversi tentativi per lo Squalo

Ultimo Tour?

Quindi? Queste due settimane di Tour a cosa sono servite? Ci prendiamo la voglia di lottare, la condizione sicuramente migliore di quanto non fosse a Brest (e in crescita verso Tokyo) e mettiamoci anche un po’ di fiducia in più. Cosa che non guasta mai, anche se ti chiami Nibali e hai un palmares grosso così. La speranza è che questa fiducia lo Squalo l’abbia trovata. Ma questo lo può sapere solo lui. «La tappa di oggi è servita per testare anche un po’ la condizione – ha detto Nibali – che sinceramente è così, così…». Ma Vincenzo lo conosciamo da anni e spesso ha “rigirato la frittata” risorgendo dal nulla. E gli basta un barlume di luce perché riesca ad esaltarsi.

Il suo Tour de France finisce oggi. Potenzialmente potrebbe essere stata la sua ultima tappa in assoluto alla Grande Boucle. Non sappiamo cosa farà il prossimo anno. Vincenzo aveva dichiarato durante lo scorso giorno di riposo che si sarebbe fermato ad Andorra, al termine della seconda settimana. Testa e gambe sono, giustamente, tutte rivolte a Tokyo.

Nibali Olimpiadi 2016
Vincenzo Nibali a Rio de Janeiro 2016, notare la magrezza generale soprattutto su braccia e spalle
Nibali Olimpiadi 2016
Vincenzo Nibali a Rio de Janeiro 2016, notare la magrezza generale soprattutto su braccia e spalle

Da Rio a Tokyo

Molti hanno fatto il paragone con le Olimpiadi di Rio 2016. Si è detto che anche in quel Tour Nibali non aveva brillato e poi in Brasile, al netto della caduta, andò fortissimo. Però è un paragone sbagliato a nostro avviso. Innanzi tutto sono passati quattro anni e, volenti o nolenti, per chi va per i 37 anni non sono pochi. Poi Nibali in quel Tour sfiorò la vittoria due volte e veniva dalla conquista del Giro. I presupposti erano ben diversi.

Giusto fermarsi. Tokyo non è Rio. Il fuso orario è maggiore, c’è una pandemia in corso e la preparazione è diversa. Semmai “errore” c’è stato (o dovesse esserci), questo è da far risalire alla caduta prima del Giro. Ma non è imputabile a Nibali. In un ciclismo di perfezionismo, in cui tutto è al limite, quella era una fase cruciale per il Giro e per la stagione. Ed è stato un colpo, ma a senso inverso.

Perché? Perché Nibali stava facendo un certo tipo di lavori, molto mirati all’esplosività, e questo gli avrebbe consentito di correre un altro Giro. A catena poi sarebbe seguito un altro recupero e magari anche con altre sensazioni. Conoscendolo sappiamo che non mollerà fino alla fine. E quando toccherà a lui (il 24 luglio, ndr) a Tokyo quello sarà il giorno in cui andrà più forte in tutto l’anno. Su questo potremmo quasi metterci la mano sul fuoco.

Valverde si complimenta con Kuss per la sua vittoria. bello il testa a testa distanza tra i due dopo il Gpm
Valverde si complimenta con Kuss per la sua vittoria. bello il testa a testa distanza tra i due dopo il Gpm

Ma Valverde…

Prima di chiudere non si può non parlare di Valverde. Anche il murciano, 41 anni, sarà a Tokyo. Anche lui era nella fuga. Solo che le sue menate in salita hanno fatto male. Solo Sepp Kuss lo ha tenuto e poi lo ha anche staccato. Ma caspita che Alejandro!

Quello di Valverde non è stato un colpo: è stato un vero e proprio “presente”. Soprattutto se si pensa alla sua abilità nelle corse di un giorno, al suo sangue freddo e al suo spunto veloce. Quest’anno solo quel fenomeno che è Pogacar lo ha battuto a Liegi. E se pensiamo che Alaphilippe non ci sarà e che Tadej ha corso per la classifica e potrebbe essere stanco, per lo spagnolo il podio olimpico è ben più che una chimera.

Quell’olandese spettacolare che mise paura ai nostri azzurrini

11.07.2021
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Eravamo a Stoccarda, nell’ormai lontano 2007. La nazionale italiana era tutta stretta attorno a Bettini che si accingeva a vincere il secondo mondiale, preceduto dall’iride di Marta Bastianelli. Fra gli under 23, guidati da Sandro Callari, c’era poca fiducia, vista la fresca apertura ai professionisti. I nostri erano stati da poco al Tour de l’Avenir, vinto da un olandese che non aveva fatto che scattare. «Si chiama Mollema – disse un mattino nel piazzale dell’hotel il dottor Daniele, medico degli azzurri – è davvero spettacolare. Piazzava certi scatti, come non se ne vedevano da tempo».

California 2009, tappa durissima di Santa Rosa: 1° Mancebo, 2° Van de Walle, 3° Nibali, 4° Brajkovic, 5° Armstrong. Bauke (23 anni) è 13°
California 2009 a Santa Rosa: 1° Mancebo, 2° Van de Walle, 3° Nibali, 4° Brajkovic, 5° Armstrong. Bauke è 13°

Uomo in fuga

Quel mondiale lo vinse Velits, già professionista. I nostri finirono nelle retrovie. Il dottor Daniele di lì a qualche anno sarebbe diventato ed è tuttora uno dei medici della Trek-Segafredo. E quel corridore dall’attacco spettacolare se lo è ritrovato in squadra. I suoi scatti non gli sono più serviti per vincere grandi corse a tappe, ma non si può dire che la carriera di Mollema sia stata banale. Ha vinto le sue corse e raramente lo ha fatto in volata.

Fra le più grandi vale la pena ricordare la Clasica San Sebastian del 2016, con 17” su Gallopin. Il Lombardia del 2019 con 16” su Valverde. Le due tappe del Tour, quella di ieri e quella del 2017, a capo di lunghe fughe. E con una punta di nazionalismo, l’ultimo Trofeo Laigueglia, vinto con 39 secondi su Bernal.

A San Sebastian nel 2016 arriva con 17″ su Gallopin
A San Sebastian nel 2016 arriva con 17″ su Gallopin

Lucidità infallibile

Con i suoi 34 anni, il ragazzone di Groningen ieri ha dimostrato forza fisica, ma soprattutto una lucidità spaventosa nel prendere vantaggio sfruttando le caratteristiche delle strade.

«La maggior parte delle mie vittorie – ha raccontato dopo la vittoria – sono fughe solitarie, si tratta solo trovare il momento giusto per attaccare. Quando ho sentito che non c’era nessuno alla mia ruota, ho pensato che fosse il momento e ho preso subito un bel vantaggio. Penso che non molti si aspettassero un attacco lì, ma una volta che prendo tre o quattro secondi, è piuttosto difficile venirmi a prendere. Ho la capacità di andare molto forte in quelle prime fasi e ho sfruttato molto bene le curve per sparire alla loro vista. In quei casi, bisogna essere pronti a reagire per colmare il divario. Sapevo che se non lo avessero fatto subito si sarebbero guardati e io avrei avuto strada libera».

Traguardo sulla salita

Strada libera è un bel modo di dire che una volta da solo si è trovato davanti 41 chilometri di caldo e fatica fino Quillan, con un traguardo parziale e decisivo in cima al Col de Saint Louis, ultima asperità di giornata: 4,6 chilometri al 6,8 per cento di pendenza media.

«E’ stata una giornata super dura – ha confermato – ci sono voluti 90 chilometri prima che la fuga partisse. Come squadra non ce ne siamo persa nessuna. C’era un bel gruppo davanti, ma non c’era collaborazione. Io mi sentivo bene. E ho pensato: “Partiamo da lontano”. Ho fatto 41 chilometri in solitaria, è stata dura, ma avevo la sicurezza di pedalare da solo e sentivo che con quell’andatura sarei potuto andare avanti per molto tempo. Sapevo di avere ottime possibilità di farcela, quindi sono andato a tutto gas e non ho perso troppo. Con più di 50 secondi in cima all’ultima salita e 20 chilometri ancora da fare, ero abbastanza sicuro di vincere la tappa. E’ stato spettacolare».

La prima non si scorda

La vittoria di Quillan è la seconda di Mollema al Tour, in una carriera che come dicevamo in apertura sembrava da predestinato e lo ha visto invece ricavarsi un ruolo da luogotenente di lusso, a disposizione anche di Nibali, con la licenza di ritagliarsi lo spazio per le sue fughe. A uno così nelle squadre si vuole un gran bene e non è per caso che il suo sia stato uno dei primi contratti ad essere rinnovati.

«La mia prima vittoria al Tour fu nel 2017 – ha raccontato – ma è davvero difficile confrontarle. Si arrivava a Le Puy en Velay e la tappa era abbastanza simile, anche se l’ultima salita era più lontana dal traguardo. Fu la mia prima vittoria di tappa al Tour, arrivai dopo 30 chilometri da solo con 19 secondi su un gruppetto con Ulissi, Gallopin e Roglic. Essendo la prima, forse è stata la più speciale, ma questa è stata decisamente super bella. Soprattutto perché la fuga è stata ancora più lunga. Non sono un corridore che vince cinque o dieci gare ogni anno quindi ogni vittoria è speciale per me. E se parliamo del Tour de France, lo è ancora di più».

Nel gran giorno di Mollema, un altro passetto di Cattaneo

10.07.2021
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«Ho cercato di dare il massimo oggi – dice Cattaneo dopo la tappa che ha incoronato Bauke Mollema – perché l’obiettivo era lottare per la vittoria, ma alla fine ho iniziato a sentire la tappa nelle gambe. E’ stata una giornata molto dura fin dall’inizio e si vedeva quanto fosse difficile entrare nella fuga, ma ero determinato a riuscirci perché mi piace andare all’attacco. Quando le cose sono diventate davvero difficili sull’ultima salita, ho dosato gli sforzi con attenzione e ho proseguito al mio ritmo. E questo ha aiutato. Essere decimo in classifica è bello e sarebbe bello finire così, ma la strada è ancora lunga. Quindi continuerò a prenderla un giorno alla volta».

Alla partenza sulla bici di Cavendish, il numero 34 faticosamente raggiunto
Alla partenza sulla bici di Cavendish, il numero 34 faticosamente raggiunto

Benedetta la vita

Mattia Cattaneo non dice una parola più del necessario, però intanto è entrato fra i primi dieci del Tour. Quando Mollema ha dato gas, a lui hanno un po’ ceduto le gambe, però intanto in questo Tour della riscoperta, Mattia sta salendo un gradino ogni giorno, raggiungendo quei piani che per i tanti che lo vissero da under 23 avrebbe dovuto conquistare ben prima. Sia benedetta la vita, cantò la Mannoia, che comunque è perfetta. E alla fine, tra un infortunio e un eccesso di zelo, il bergamasco della Deceuninck-Quick Step sta tornando se stesso. E anche per stasera un mezzo motivo per brindare s’è trovato ancora.

Mollema ha vinto dopo un’azione solitaria di quasi 42 chilometri: chapeau!
Mollema ha vinto dopo un’azione solitaria di quasi 42 chilometri: chapeau!

La schiena a posto

Marco Milesi invece qualche parola in più la dice. E non potrebbe essere altrimenti, visto che al direttore sportivo bergamasco che lo guidò fra gli under 23 capita ancora di allenare Mattia dietro moto. E quando lo ha incontrato assieme a Ravanelli una decina di giorni prima del Tour, aveva capito che finalmente Cattaneo stesse tornando.

«Ha avuto vari infortuni – dice Milesi – tra ginocchia e schiena. Se lo vedevi a torso nudo, ti accorgevi che la curvatura della schiena non era giusta, ma adesso che ha sistemato tutti quei problemi, è di nuovo il nostro Mattia. E la Deceuninck-Quick Step è davvero la squadra migliore per tirare fuori il suo potenziale».

Da Carcassonne a Quillan, panorama stupendo nel sud della Francia
Da Carcassonne a Quillan, panorama stupendo nel sud della Francia

La fiducia giusta

La svolta secondo Milesi c’è stata alla Androni nei due anni trascorsi alla corte di Savio. Prima no. Prima in quel ragazzo nessuno ha avuto fiducia, complici certo i suoi acciacchi e i suoi problemi. Ma dall’essere il talento italiano più fulgido al dimenticatoio il passo fu davvero breve.

«Ora ha la fiducia che prima non gli davano – conferma Milesi – che cominciò a ritrovare anche in Androni e infatti fece vedere anche là il suo valore. Quando facciamo dietro moto lo vedo più sereno, sembra come un tempo. Sempre sul pezzo. Il lavoro per lui era tutto, a volte era sin troppo maniacale. E’ sempre stato sicuro di sé. Determinato da morire. E se adesso dice di voler andare un giorno per volta, di sicuro è per tenere lontana la pressione. Ma se è tornato il vero Mattia, è uno che non molla. Ed è giusto che provi finché ne ha».

Seconda vittoria di tappa al Tour per l’olandese Mollema dopo quella del 2017
Seconda vittoria di tappa al Tour per l’olandese Mollema dopo quella del 2017

Non si molla niente

La chiusura è per il diretto interessato, che nel frattempo è arrivato in hotel e ha appena finito i massaggi.

«Non è facile – spiega – perché anche oggi guardavano me. Essendo in classifica e visto che giustamente ognuno fa i suoi calcoli, pensavano che toccasse a me il grosso del lavoro. Era giusto provarci e continuerò a farlo, ma sapete benissimo che cosa significhi andare in fuga al Tour. Per fortuna recupero bene e dormo da Dio. Siamo tutti morti, basta guardarci in faccia. Ma io continuerò ad andare in fuga e poi semmai la classifica verrà. Manca veramente tanto e il rischio di saltare c’è sempre, ma ha ragione Milesi: non si molla niente».

Cav, la storia e una volata affatto scontata: Ballerini a te…

09.07.2021
5 min
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«Abbiamo fatto la storia». In perfetto italiano Mark Cavendish si rivolge a Davide Ballerini pochi istanti dopo aver vinto la sua quarta tappa in questo Tour de France. I due si prendono il volto per le mani. Gioiscono. Volata magistrale. Intorno ai corridori della Deceuninck-Quick Step ci sono più fotografi del solito. Eppure è stato uno dei tanti sprint che Cav ha vinto nella sua prosperosa carriera.

Cav schiacciato come sempre. Al centro Morkov ancora in testa ai 50 metri…
Cav schiacciato come sempre. Al centro Morkov ancora in testa ai 50 metri…

Raggiunto Merckx

Ma questa, come detto, è storica. E’ la vittoria numero 34 di Cavendish alla Grande Boucle, quella che eguaglia un certo Eddy Merckx. E quando si vanno a toccare questi nomi trema il mondo.

«Mark – dice Ballerini – è un ragazzo splendido, sono contento che abbia raggiunto questo traguardo. Noi non ci abbiamo mai pensato a dire il vero, ma lui forse un piccolo pensiero ce lo ha sempre fatto. Ha scritto la storia è vero, ma adesso speriamo di riscriverla!».

Il pensiero di Ballerini (e non solo il suo) è rivolto ai Pirenei, che si stagliano all’orizzonte. In teoria il grande pericolo del tempo massimo dovrebbe esserci solo verso Luz Ardiden, con il Tourmalet e altre salite in precedenza, ma visto come è stata interpretata la corsa sin qui, mai dare nulla di scontato.

«Se Luz Ardiden è rischiosa come Tignes? Di sicuro non è facile, ma noi cercheremo di stare vicino a Cav il più possibile. Però Mark ha una gran gamba e non credo ci saranno grandissimi problemi. Noi di certo faremo quadrato intorno a lui. Dispiace piuttosto per la caduta di Tim Declercq. Siamo preoccupati per lui che è una pedina fondamentale».

Oggi il gigante belga è arrivato ultimo a Carcassonne, da solo, ad oltre 21′ dal suo compagno in maglia verde. Maglia verde che è un obiettivo sempre più concreto.

La bellezza del Sud della Francia, tra colline, vigneti e la Deceuninck già in testa
La bellezza del Sud della Francia, tra colline, vigneti e la Deceuninck già in testa

Volata non scontata

Quella di Carcassonne sembra una volata come le altre. Ma non è così. La squadra di Cav la prepara al dettaglio. “L’orchestra” Deceuninck è perfetta. Talmente perfetta che fanno primo e secondo. Alle spalle dell’ex iridato finisce infatti proprio Michael Morkov, il suo apripista.

I blu di Lefevere tengono i ranghi serrati sin dal mattino. Non è come nei due giorni precedenti. Oggi la corsa resta “chiusa”: deve essere volata, anche perché potrebbe essere l’ultima, incrociando le dita per Cavendish, proprio riallacciandoci al discorso dei Pirenei. E così ecco che a fare la guardia già a molti chilometri dall’arrivo sono due mastini veri: Alaphilippe e Asgreen. Non due qualsiasi.

«Eh – commenta Ballerini – però non eravamo così certi di arrivare in volata. La tappa non è stata facile e negli ultimi 60 chilometri hanno provato in tanti ad attaccarci».

La stoccata quasi vincente di Ballerini a Carcassonne
La stoccata quasi vincente di Ballerini a Carcassonne

Buco ponderato o no?

Ma sul cammino verso la storia ecco qualcosa che non ci si aspetta. Ai 700 metri Ballerini è in testa con una manciata di metri. Lui svolge il suo compito. Cioè tirare fortissimo per portarsi dietro Morkov che a sua volta deve lanciare Cav. Ma il danese molla quelle due pedalate e crea una sorta di buco. Probabilmente se non ci fosse stato Cortina avrebbe vinto.

«Mah, guardate – ci dice Ballerini – ancora non sono riuscito a parlare con Morkov, ma non era un qualcosa di studiato. Probabilmente Michael ha visto che eravamo un po’ lunghi e quindi ha fatto uscire qualcun altro per colmare quella differenza».

E qui si capisce perché Morkov sia tanto desiderato dagli sprinter. Possibile sia davvero riuscito ad avere quella lucidità in quelle poche frazioni di secondo e con l’acido lattico persino alle orecchie?

«Sì, sì… lui è incredibile – conferma Ballerini – Ragiona in quei momenti, riesce ad avere una lucidità impressionante. Io sono in camera con lui e sono contento perché in qualche modo è una scuola. Ha tanta esperienza. Parliamo delle volate fatte e di quelle da fare». Questa frase spiega il significato delle parole dette dallo stesso Ballerini ai microfoni Rai: «Siamo consapevoli di quello che facciamo».

La fatica di Ballerini sul Mont Ventoux (foto Instagram – Solowataggio)
La fatica di Ballerini sul Mont Ventoux (foto Instagram – Solowataggio)

E Ballero come sta?

Il Tour de France del ragazzo di Cantù nel complesso sta andando bene. Nelle prime tappe si è messo in mostra, ha sempre aiutato i compagni e nel giorno di Pontivy è arrivato quarto.

«Io sto bene dai. Ho avuto una bruttissima giornata nella tappa del Ventoux. C’è mancato un niente che andassi a casa. Avevo un mal di schiena terribile. Devo ringraziare la squadra, compagni e staff, se sono riuscito a portare la bici all’arrivo quel giorno. In un grande Giro c’è sempre un giorno no, ma certo a me è toccato proprio nella tappa più dura! Adesso però il peggio è alle spalle e che dire: sono contento di poter aiutare i miei compagni. Siamo davvero una bella squadra. Guardiamo avanti e speriamo di vincere ancora».

Quel primato assoluto fa gola. Insomma, battere Merckx non è da tutti…

Wiggo e Schleck danno una spintarella a Uran e Carapaz

09.07.2021
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Due ex non di poco conto si aggirano per le strade del Tour. Uno l’ha vinto, Bradley Wiggins. L’altro ne aveva quasi fatto un’ossessione, Andy Schleck. Entrambi si sono chiesti (e gli è stato chiesto) se alle spalle della maglia gialla Pogacar, stia covando una minaccia sudamericana. Quella di Uran e di Carapaz. Quando il verdetto sembra già scritto, di solito si fa così. Si cercano appigli cui aggrapparsi per continuare un racconto che da grande film si va sempre più trasformando in una serie tivù. Con tanti episodi e pochi veri colpi di scena.

Uran ha messo fuori il naso per la prima volta sul Ventoux: è 2° in classifica
Uran ha messo fuori il naso per la prima volta sul Ventoux: è 2° in classifica

Crederci di più

Secondo Wiggins e Schleck, gli unici che potrebbero dare una spallata al Tour sono Uran e Carapaz, ma bisogna che entrambi cambino atteggiamento e smettano di pensare che il podio vale quanto una vittoria: quel ragionamento vale soltanto alle Olimpiadi. Fatte salve rare eccezioni, il secondo del Tour è semplicemente il primo dei battuti.

«Rigo è un buon amico – ha detto Wiggins, che con Uran ha condiviso parecchie avventure negli anni al Team Sky – ed è anche un corridore molto coerente. Si comporta sempre bene nelle grandi corse come il Tour de France e il Giro d’Italia. Indubbiamente sa gestire i suoi sforzi ogni giorno, ma mi piacerebbe vederlo attaccare di più e spingere più forte. Non è che non creda in se stesso, ma penso che dovrebbe crederci di più. E’ uno dei migliori ciclisti al mondo oggi».

Andy Schleck crede che Uran attaccherà in modo più incisivo e che Carapaz dovrebbe cambiare tattica
Andy Schleck crede che Uran attaccherà in modo più incisivo e che Carapaz dovrebbe cambiare tattica

Attesa o astuzia?

E qui il ragionamento, soprattutto fra i giornalisti colombiani, si fa pepato. Uran ha salvato le forze, facendo una gran cronometro, pensando di attaccare nella terza settimana, oppure semplicemente sta facendo il furbo, cercando la scalata al podio mentre tutto intorno i rivali si perdono per strada? Attualmente la classifica lo vede secondo a 5’18” da Pogacar. Secondi posti in carriera non gli mancano: può vantare quello del Tour 2017 dietro Froome e quelli del Giro 2013-2014, dietro Nibali e Quintana.

Il forcing di Carapz sul Ventoux non ha prodotto effetti e ne ha tratto vantaggio Vingegaard
Il forcing di Carapz sul Ventoux non ha prodotto effetti e ne ha tratto vantaggio Vingegaard

Carapaz poco incisivo

Per questo l’intervento di Andy Schleck, sollecitato da Cyclingnews porta un elemento di valutazione in più.

«Non so se Uran andrà all’attacco o meno – ha detto – ma la sua cronometro è stata molto efficace e sta conservando le riserve per quando ne avrà bisogno nei Pirenei. Ha molta esperienza quando si tratta di gare come questa e non lo vedo certo rallentare più avanti nella gara. Sulla carta forse Carapaz è un corridore migliore del colombiano, ma è già andato all’attacco tre volte e non ha portato a casa risultati. Se fossi in lui, non cercherei di guadagnare qualche secondo qua e là, perché è chiaro che non sta facendo grandi differenze. Mentre Uran non ha ancora fatto un solo attacco e credo ci proverà più avanti».

Quintana in maglia a pois: va bene col brutto tempo e soffre con il caldo: sudamericano atipico o c’è altro?
Quintana in maglia a pois: va bene col brutto tempo e soffre con il caldo: sudamericano atipico o c’è altro?

Come sta Nairo?

E visto che ricordando il Giro d’Italia del 2014 s’è fatto il nome di Quintana, non vi sembra singolare che Nairo vada forte nelle giornate di cattivo tempo e si perda in quelle di sole? Va avanti così da qualche tempo, dalla famosa nevicata sul Gavia a quella sul Terminillo alla Tirreno. Mentre nei giorni scorsi ha perso terreno con il grande caldo e si è ben difeso nelle giornate di cattivo tempo. Verrebbe da pensare che al pari di tanti altri corridori del gruppo, il colombiano possa soffrire di allergia. E se così fosse, avrebbe probabilmente una brutta gatta da pelare, dato che la sua squadra (la francese Arkea-Samsic) aderisce all’Mpcc e lo statuto dell’associazione impedisce ai suoi atleti di usare i farmaci necessari contro le allergie. Il Tour va avanti, insomma, con lo sguardo fisso ai sudamericani. E poi ricordiamoci che fra Uran e Carapaz c’è ancora Vingegaard. Nel suo caso, puntare e raggiungere il podio, visto che si tratta di un atleta al debutto, non sarebbe una sconfitta, ma una ghiotta anticipazione di futuro.

La Bora piange, la Bora ride: Sagan va via, Politt vince

08.07.2021
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Quello che è successo oggi nella dodicesima tappa del Tour de France era più o meno quello che ci si poteva aspettare, tanto più dopo la frazione durissima di ieri. La Grande Boucle entra nel cuore del Sud della Francia. La famigerata “chaleur” inizia a farsi sentire. E così succede che il gruppo dopo la consueta lotta per la fuga proceda tranquillo (ammesso che fare 45 di media sia “tranquillo”, ndr) verso l’arrivo di Nimes. Ma la vera notizia del giorno arriva prima del via: Peter Sagan si ritira. Il campione della Bora – Hansgrohe dall’interno del bus del suo team manda un messaggio ai fans.

Sagan non parte 

Poche parole che però dicono tutto.

«Purtroppo – ha detto il tre volte iridato – sono costretto a lasciare il Tour de France. Il dolore al ginocchio è persistente e troppo forte. Impossibile continuare. Ho fatto di tutto, ma così non si può. Ringrazio tutta la squadra e tutti voi per il supporto».

E poi ha aggiunto: «Ci vediamo alle Olimpiadi».

Una piccola doccia fredda per i tanti tifosi dello slovacco. Per la seconda volta nella sua carriera, Sagan non termina il Tour. Nelle dieci partecipazioni aveva sempre portato la sua bici a Parigi e per ben 7 volte lo aveva fatto indossando la maglia verde. A parte quella volta nel 2017 quando fu escluso dalla giuria per una scorrettezza in volata ai danni proprio dell’attuale maglia verde, Mark Cavendish. Quello di oggi di è fatto è il suo primo ritiro dalla Grande Boucle.

Va detto però che questo Tour non era partito benissimo per Sagan. Era caduto nella prima tappa e soprattutto verso Pontivy era rimasto coinvolto in quella tremenda scivolata con Ewan. I due grattarono a lungo sull’asfalto. Ewan si ritirò subito. Peter invece tenne duro e tutto sommato sembrava stesse meglio. Aveva dolore ad un’anca. Ma quando le cose non girano… non girano. E nei giorni successivi ha urtato il ginocchio (visibilmente gonfio) con il manubrio.

Nel finale tanto nervosismo nella fuga (foto Aso)
Nel finale tanto nervosismo nella fuga (foto Aso)

Dal pianto alle risa

Ma per un Bora che “piange” ce n’è uno che ride, Nils Politt. Il passistone tedesco è fra i 13 attaccanti che prendono il largo al chilometro 15 di gara. Ancora una volta tra i più attivi a portare via la fuga c’è il campione del mondo, Julian Alaphilippe.

Il vento è a favore e questo agevola la “passeggiata” del gruppo e gli attaccanti. La media è folle. Un saliscendi continuo. Ma si sa: in 13 in fuga si è un po’ troppi. E così quando l’intesa svanisce dapprima restano davanti in quattro, poi in tre e poi un uomo solo. Al termine di un lungo falsopiano Politt decide di dare una svolta alla sua carriera.

Il corridore della Bora – Hansgrohe parte con uno scatto bellissimo, da manuale. Ci sono forza, tempismo, rapportone, grinta… persino estetica. Ha le mani basse e la schiena parallela al terreno. E’ partito dalla coda del drappello. Resta spianato con la bocca spalancata per la dozzina di chilometri che mancano a Nimes, sapendo però che quelli decisivi sono i primi 4 di quell’attacco. Quattro chilometri in cui viaggia sul filo dei 10”, quelli presi nello scatto: non perde, non guadagna… o comunque non così tanto. Poi a lui spuntano le ali dell’entusiasmo, per i suoi inseguitori invece, senza quell’entusiasmo, la catena si fa maledettamente più pesante e la gara finisce lì.

L’azione, splendida, di Politt. Per il tedesco (27 anni) è il secondo successo da pro’
L’azione, splendida, di Politt. Per il tedesco (27 anni) è il secondo successo da pro’

Un sogno e un pensiero

«Mi sentivo bene – ha detto Politt dopo l’arrivo mentre continuava ad avere la testa fra le mani – ho provato a distanza e tutto ha funzionato alla perfezione. Il momento dell’attacco è stato perfetto. Sapevo che c’era gente più veloce di me quindi, mi sono detto che avrei fatto un attacco solo, ma in quell’affondo avrei dato tutto».

E da quest’ultima frase si capisce molto. Un ragionamento intelligente. Un fuoriclasse alla Alaphilippe può farne diversi di scatti, il bravo corridore invece ha una cartuccia sola e Nils l’ha sfruttata. E poi se fai secondo alla Roubaix qualcosa di buono devi pur avere.

«E’ il momento più bello della mia carriera – continua Politt – E’ un successo che voglio dedicare alla mia famiglia. Faccio tanti sacrifici, manco da casa per tantissimi giorni l’anno e questa vittoria è tutta per loro. Al via c’era un po’ di tristezza in squadra per il ritiro di Peter, ma questo ci ha anche fatto cambiare tattica e ci ha dato la possibilità di attaccare».

Anche oggi Uae guardinga in testa al gruppo
Anche oggi Uae guardinga in testa al gruppo

Tre voci pensando a domani

Ma prima di terminare, chiudiamo il cerchio e riallacciandoci all’inizio, vale a dire alla “non belligeranza del gruppo”. Come abbiamo detto si veniva da una tappa durissima, ma soprattutto più di qualcuno pensava già a quella di domani.

La frazione numero 13 infatti oltre ad essere lunga (quasi 220 chilometri) e molto mossa, sembra sarà battuta da vento laterale. Le squadre hanno cercato di risparmiare il più possibile. Fa riflettere una frase detta da Davide Formolo a Rai Radio1 Sport: «Adesso che abbiamo tagliato il traguardo sono molto più tranquillo. Ero più nervoso oggi che ieri». In questa zona della Francia infatti il vento non manca e soprattutto domani con la tappa che va da Est verso Ovest, non troppo lontano dalla costa, potrebbero nascondersi delle insidie. E sappiamo quanto la Uae e Pogacar si siano scottati col vento l’anno scorso.

E a rincarare la dose, sempre a RadioRai, anche De Marchi: «Spesso al Tour hanno fatto più danni i ventagli che le salite». E Sagan stesso: «Mi dispiace fermarmi anche pensando a Wilco (Kelderman, uomo di classifica della Bora, ndr). Arrivano tappe nel vento in cui potevo aiutarlo e io non ci sarò».

Van Aert, il Ventoux, l’appendicite e un pensiero per Vdp

07.07.2021
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Solo ieri aveva sgomitato con Cavendish sul traguardo di Valence ed era chiaro che non gli potesse bastare. Dove lo trovi uno che fa le volate con i velocisti e appena l’indomani va in fuga sul Ventoux? Nei giorni precedenti, Van Aert si era complimentato a bocca stretta con Van der Poel. L’olandese aveva vinto una tappa e indossato a lungo la maglia gialla e neanche questo poteva andare giù al campione belga. Poi Mathieu è andato via e della loro presenza assieme in questo Tour rischiava di rimanere soltanto la fuga verso Le Creusot, quando gli obiettivi li avevano ritratti all’attacco con il gusto della sfida nel sorriso. Ma era chiaro che anche questo non potesse bastargli. E così oggi il campione del Belgio, deputato per fare il gregario di Roglic e frenato nella preparazione da un’operazione di appendicite, si è inventato un altro giorno da gigante decidendo di sfidare il Mont Ventoux. Il gigante del Belgio contro il gigante della Provenza. E ha tirato fuori dal cilindro una giornata che non dimenticherà tanto facilmente. Che ha definito la più bella da quando corre in bici. Mettendola davanti ai mondiali di cross, le classiche e tutti gli altri successi di una carriera portentosa.

Non ha tralasciato nulla, comprese le ruote Metron Vision senza scritte. Il ritardo dovuto all’appendicite è alle spalle
Non ha tralasciato nulla, comprese le ruote Metron Vision senza scritte. Il ritardo dovuto all’appendicite è alle spalle

La più bella

«Sono senza parole – ha continuato a ripetere dopo la vittoria – all’inizio del Tour non avrei mai osato sognare di vincere questa tappa. Invece ieri improvvisamente ho sentito di volerci provare. Ho chiesto alla squadra se potevo infilarmi nella fuga di giornata. Sapevo di non avere le caratteristiche per sfidare una montagna come questa (Van Aert è alto 1,90 e pesa 78 chili, ndr). Invece è venuta fuori quella che potrebbe essere la mia migliore vittoria di sempre, perché il Mont Ventoux è una delle salite più iconiche del ciclismo. Ci ho creduto lungo la strada e con la fiducia tutto è possibile. Anche il supporto del pubblico è stato travolgente. E’ stato un onore salire sul Ventoux con la maglia di campione nazionale».

Pogacar in difesa

Doveva essere la tappa dei ribaltoni, eppure l’unico che ha provato a fare qualcosa è un altro ragazzino terribile, che avevamo scoperto alla Settimana Coppi e Bartali. Quando il Team Ineos ha finito il lavoro e Carapaz ha capito di non avere le gambe per dare un senso alla fatica dei compagni, Vingegaard ha fatto quello che ci si aspetta da un corridore di 24 anni in buona condizione. Ha attaccato, incurante delle conseguenze. E almeno in salita ha fatto il vuoto.

Pogacar ha ceduto. Va bene che aveva ed ha ancora un vantaggio pazzesco. Va bene che dice di non essersi stupito per l’attacco del danese, che segue con interesse da tutto l’anno. Eppure per qualche chilometro ha provato il gusto amaro della fatica e quello più sottile dell’ansia.

«Non ho potuto seguirlo – ha detto a caldo – è partito super forte. Ha messo il rapportone, troppo anche per me. Ho ceduto negli ultimi chilometri, per cui ho cercato di arrivare il più velocemente possibile in cima, ma visto anche il caldo è stata davvero una giornata durissima. Per cui alla fine sono soddisfatto. Quanto alla Ineos, credo che volessero la vittoria di tappa, ma la fuga aveva ancora troppo vantaggio per sperare di prenderli».

Pogacar da solo ha gestito lo sforza: il caldo non gli va giù
Pogacar da solo ha gestito lo sforza: il caldo non gli va giù

Appendicite galeotta

La fuga era Van Aert, che per questa giornata sul filo della follia le ha studiate davvero tutte, compreso l’uso di una coppia di ruote non autorizzate, come del resto aveva fatto anche Van der Poel per salvare la maglia gialla a cronometro. E così, facendo girare molto in fretta la coppia di ruote Metron by Vision, il belga ha staccato anche Elissonde e nonostante la sua stazza, ha addentato il Ventoux con una cadenza prossima alle 85 pedalate.

«E’ stato difficile per me iniziare questo Tour ai massimi livelli – ha raccontato quando l’emozione lo ha in parte mollato – a causa dell’operazione all’appendicite (l’intervento si è svolto a metà maggio e gli ha impedito di correre il Delfinato, ndr). Inoltre nella prima settimana abbiamo avuto davvero tanta sfortuna. Con Primoz Roglic abbiamo perso il nostro leader e con Robert Gesink il nostro super gregario. Oggi purtroppo abbiamo perso anche Tony Martin. Per fortuna in finale tutto è andato a posto. E’ una questione di andare avanti ed essere in grado di individuare nuovi obiettivi ogni volta. Questo mi motiva di più. Continuerò ad aiutare Vingegaard, proprio come tutta la squadra. E’ molto forte, ma oggi è stato il mio giorno».

Cattaneo assieme a Valverde: il bergamasco si è difeso bene. Ora è 11° in classifica
Cattaneo assieme a Valverde: il bergamasco si è difeso bene. Ora è 11° in classifica

Cavendish ce l’ha fatta

Nel caldo torrido di Malaucene, anche oggi la sfida del tempo massimo ha tenuto in ansia i velocisti. Cavendish, questa volta scortato da tutta la squadra è entrato ampiamente nel limite, tagliando il traguardo con 7 minuti di anticipo. Non ce l’ha fatto invece Luke Rowe, dopo aver tirato forte per Carapaz. Altri sette si sono ritirati. E’ un Tour esigente. Chissà se Roglic è riuscito a guardare la tappa o sia ancora in casa a maledire la sfortuna che lo ha tolto di mezzo. Per la sua sfida contro Pogacar, anche senza Dumoulin, avrebbe avuto dei compagni superlativi. Lo dice Van Aert salutando. E intanto si chiede se anche Van der Poel abbia visto la corsa. A modo suo, questa vittoria è anche per il rivale di sempre.