Pogacar, debutto alla Tirreno e voglia di vincere

09.03.2021
3 min
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Sembrerà strano, ma Tadej Pogacar non ha mai corso una gara a tappe in Italia. Le ultime sono state quelle da under 23 e semmai prima da junior. Così la Tirreno-Adriatico che lo vedrà da domani al via, sarà a suo modo un debutto. E visto il livello già raggiunto dallo sloveno in questa prima parte di stagione, promette di non essere un esordio banale. La vittoria al Uae Tour e la bella prestazione di sabato alla Strade Bianche dicono che il vincitore del Tour potrebbe avere nelle gambe anche la vittoria nella corsa italiana.

«Mi piace l’Italia – sorride – il cibo è ottimo e i tifosi sono fantastici. Chissà, forse il 2022 potrebbe essere l’occasione di venire finalmente al Giro d’Italia. Per quest’anno si pensa nuovamente al Tour e poi alle Olimpiadi e alla Vuelta».

In salita al Uae Tour ha dimostrato di essere già in grande condizione
In salita al Uae Tour ha dimostrato di essere già in grande condizione

Poche parole

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare osservando il suo aspetto angelico, Pogacar è più simile a Roglic, taciturno e schivo, che a un cherubino. Eviterebbe volentieri le luci della ribalta per starsene nel suo e tempo addietro fu proprio Andrea Agostini, responsabile della comunicazione per il Uae Team Emirates, a raccontarci di essere dovuto intervenire per dettare al giovane le regole base di convivenza con la stampa.

«Quando ottieni dei risultati – dice infatti Pogacar – devi andare in giro per gli sponsor e rispondere a tante domane. E’ una cosa che non mi piace molto, ma fa parte del gioco. E tutto sommato devo esserne contento, per cui lo accetto».

La Strade Bianche ha detto che sei in ottima forma: pensavi di vincere?

Ho provato a farlo, di sicuro ho dato il massimo, in una corsa durissima e tutto il giorno full gas. L’attacco di Van der Poel mi ha sorpreso, lui ha grande potenza. Non so cosa però potrà fare alla Tirreno-Adriatico in termini di classifica.

In realtà ha detto che non ci proverà nemmeno, mentre uno che vuole testarsi è Van Aert: vuole capire se può diventare uomo da classifica.

Anche lui è molto forte e in passato, anche l’anno scorso, lo abbiamo visto andare molto forte in salita. Ha una super condizione, sono curioso di vedere che cosa potrà fare.

Hai rinnovato il contratto fino al 2026, praticamente il futuro è assicurato…

Non è una abitudine frequente nel ciclismo fare contratti così lunghi, ma qui sto bene. Credo nella squadra e loro credono in me. Ed è il modo per vivere le mie stagioni senza stress, mi fa stare molto tranquillo.

Settimo alla Strade Bianche, sorpreso dall’attacco di VdP
Settimo alla Strade Bianche, sorpreso dall’attacco di VdP
Al Uae Tour, magari anche per motivi di sponsor, hai detto che quella corsa era il tuo primo obiettivo: ha dovuto anticipare di tanto la preparazione?

In realtà no, quelle date sono perfette per iniziare. Certo per essere in forma ho dovuto allenarmi un po’ di più, ma non ho sottratto nulla al mio periodo di riposo.

La Tirreno ha tappe nervose, un bell’arrivo in salita e la crono. Pensi di avere una squadra abbastanza forte?

Proprio al Uae Tour abbiamo fatto un super lavoro ogni giorno. Ci sono ragazzi nuovi, ma tutti di qualità. Proveremo a vincere, proveremo come al solito a fare del nostro meglio. Sono curioso, ma ormai c’è rimasto davvero poco da spettare…

Emirati, ultima tappa: festa per Ewan e Pogacar

27.02.2021
4 min
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«Siamo venuti negli Emirati per vincere una tappa – sorride dopo l’arrivo Caleb Ewan – e ne era rimasta solo una. Avevo un po’ di pressione addosso, perciò quando ho tagliato il traguardo mi sono sentito sollevato. In tutta la mia carriera, non ero mai arrivato così avanti nell’anno senza vittorie, ma è anche vero che questa era la mia prima corsa. Ho grandi progetti per quest’anno e la vittoria mi aiuterà a costruire la mia fiducia in vista delle prossime gare in Europa».

Il piccolo folletto australiano della Lotto Soudal ha vinto la 7ª tappa dello Uae Tour, che per i velocisti era diventata l’ultima spiaggia, piegando quel Sam Bennett che ne aveva già vinte due.

Il gruppo sfila davanti alla Grande Moschea Sheikh Zayed
Il gruppo sfila davanti alla Grande Moschea Sheikh Zayed

Settimana di fuoco

Finisce così in archivio il terzo Uae Tour, dopo una tappa niente affatto banale a causa dei ventagli e di qualche caduta di troppo, a capo di una settimana che ne ha viste di tutte i colori. La partenza sprint di Mathieu Van der Poel, che non ha fatto in tempo ad abbassare le braccia, che la sua squadra è stata fermata per una positività al Covid. Poi la cronometro, con la grande prestazione di Ganna e la caduta rovinosa di Antonio Tiberi, costretto al ritiro. I duelli in salita fra Yates e Pogacar, con il primo mai stato in grado di staccare il secondo, pur avendolo messo a dura prova. Gli scatti di Nibali al secondo arrivo in salita. I segnali di Nizzolo e Viviani, ciascuno dei due in ripresa da stop imprevisti ed entrambi arresi a Sam Bennett. Infine la volata di Caleb Ewan.

Cade anche Adam Yates, che però rientra e salva il 2° posto
Cade anche Adam Yates, che però rientra e salva il 2° posto

Pogacar crescerà

«C’è stato un momento di nervosismo – racconta Pogacar, parlando dei ventagli e delle cadute di giornata – in cui il gruppo si è rotto, ma io avevo attorno la mia squadra e sono riuscito a controllare e per fortuna quel tentativo non è andato all’arrivo. Quando è caduto Yates ci siamo rialzati, è nella nostra natura di ciclisti farlo. E’ stata davvero una brutta caduta, era giusto aspettarlo. A nessuno piace cadere.

«Questo è davvero un grande risultato – aggiunge Pogacar – era il mio primo obiettivo della stagione e la mia prima vittoria nella gara di casa, quindi è stato davvero importante e sono felicissimo. La mia squadra e i miei compagni di squadra hanno fatto un ottimo lavoro e abbiamo vinto. Questo è uno dei nostri migliori risultati. Tornerò di sicuro negli Emirati Arabi Uniti, ma ora pensao a fare del mio meglio nelle prossimee corse, a partire da Strade Bianche».

Il giovane vincitore, già re dell’ultimo Tour de France, ha corso ancora una volta con grande astuzia. Quello che colpisce, cercando di osservarlo meglio, è quanto sia davvero ancora in pieno sviluppo. Lui come pure Evenepoel. Entrambi lontani dalla benché minima definizione muscolare, lasciando trasparire margini ancora importanti che nessuno al momento ha voglia di raggiungere.

Tadej Pogacar, 2° nel 2020, conquista così la corsa degli Emirati
Tadej Pogacar, 2° nel 2020, conquista così la corsa

Almeida e i ventagli

Come era già successo il primo giorno, nell’ultima tappa il gruppo si è rotto a 50 chilometri dall’arrivo e questa volta nella parte posteriore è rimasto il terzo della classifica, lo stesso Joao Almeida che aveva stupito al Giro d’Italia. Ma il bello di avere al proprio fianco una squadra come la Deceuninck-Quick Step è che tanto sono forti a complicare la vita per gli altri, quanto lo sono per rivolvere le situazioni spinose. Il team infatti si è messo davanti e ha dato vita a un frenetico inseguimento che si è concluso dopo una decina di chilometri.

«Iniziare la stagione con il piede giusto – dice Almeida – è sempre bello, qualcosa che ogni corridore desidera. Sono davvero soddisfatto del risultato e della gara che abbiamo fatto. Due vittorie di tappa con Bennett e tre di noi nella top 10 è fantastico. E oggi devo ringraziarli ancora tutti per tutto il loro aiuto e lavoro. Finire terzo in una corsa di questo livello è un risultato che solleva il morale, che porterò nelle gare di marzo».

Yates “gregario” di Pogacar?Il punto tattico con Bartoli

24.02.2021
4 min
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La prima tappa di salita dell’UAE Tour ha subito lasciato verdetti importanti. Il primo: Tadej Pogacar è già in palla. Il secondo: Nibali non è andato poi così male. Il terzo: Joao Almeida è forte davvero, lasciamolo maturare. Il quarto: Chris Froome “scricchiola” in modo preoccupante. E il quinto: Adam Yates è in super forma ma è stato al tempo stesso protagonista di una tattica quantomeno discutibile. E su questo punto vogliamo insistere.

Siamo nella prima corsa WorldTour dell’anno e tutti vogliono vincere, specie nell’era del Covid in cui il senso di precarietà è alto e si cerca di prendere quel che c’è sul banco.

Il plotone all’assalto della scalata finale verso Jebel Hafeet. Ritmi subito altissimi
Gruppo sulla scalata finale verso Jebel Hafeet. Ritmi subito alti

Il forcing della Ineos

Ma torniamo alla tattica di Yates. La corsa vive sulla fuga di De Gent e Gallopin. I due, seppur in momenti diversi, vengono ripresi nella salita finale. A tirare è la Ineos-Grenadiers di Yates. Fino a quel momento l’inglese era quinto in classifica a 39” dallo sloveno.

Sotto le menate della sua squadra davanti restano in tre: Yates, Pogacar e Kuss. Lo stesso Yates accelera e restano in due: lui e Pogacar. Di “scatti” (con due virgolette grosse così) il portacolori della Ineos ne fa sei in tutto, restando sempre in testa. E così facendo agevola la vittoria di Pogacar.

Tra l’altro lo sloveno nel momento della volata è chirurgico. Sembra essere partito presto, invece ha calcolato come arrivo l’ingresso dell’ultima curva a 130 metri dalla linea finale. Si defila tre, quattro metri prima dello scatto e poi come inizia la leggera discesa si lancia. Yates a quel punto non può far altro che chiudere il gap…. e restargli dietro.

Adam Yates attacca e Pogacar resta (soffrendo) a ruota
Adam Yates attacca e Pogacar resta (soffrendo) a ruota

Yates gregario

Una tattica così non poteva passare inosservata a Michele Bartoli.

«Yates – dice il campione toscano – voleva vincere il UAE Tour e ha tirato tanto per recuperare quei 40” a Pogacar e non per vincere la tappa. Ma la sua è stata non dico una tattica suicida, ma quasi…. E’ stato poco lucido. Dal momento in cui ha capito che non lo avrebbe staccato più o quantomeno non gli avrebbe dato 40”, doveva smettere di tirare. Invece è stato il gregario perfetto di Tadej».

Yates ha portato 5-6 attacchi o, per meglio dire, accelerazioni. Spingeva forte ma restava sempre abbastanza composto. Non dava l’idea di chi stesse raschiando il barile.

«Quel tipo di scatti – riprende Bartoli – li puoi fare quando il terreno te lo consente. Sulla salita di ieri quando acceleravano andavano a più di 30 all’ora e a quella velocità a ruota si risparmia tanto. Voglio attaccare? Faccio tre scatti al massimo. Il primo vedere come sta e gli altri per provarci davvero, ma poi se non lo stacco mollo, non sto lì a finirmi.

«Se avessi corso io gli avrei chiesto collaborazione. Conoscendo la salita, e loro la conoscevano, avrei cercato di arrivare insieme fin sotto l’arrivo per poi giocarmi la tappa. Quando si attacca bisogna valutare le caratteristiche del percorso e dell’avversario. La tattica di Yates sarebbe andata bene se la salita fosse stata più dura. A quel punto lo stare a ruota avrebbe inciso molto molto meno e sarebbe diventato un testa a testa».

Nessun allenamento

Alcuni hanno vociferato che nel ciclismo tecnologico attuale Yates abbia corso con una sorta “contagiri”, come se si stesse allenando e non dovesse superare certi limiti. O che gli scatti non dovessero durare più di “X” secondi. Bartoli smonta subito questa tesi.

«Mi viene da ridere quando sento queste cose – dice il toscano – Io non ci credo. Ci sono troppe variabili. Un ritmo predefinito lo imposti magari se stai facendo un tappone in un grande Giro, ma non in una salita secca in cui cerchi la performance. In quel caso vai a sensazione».

Infine Michele chiude con un paragone che ha a dir poco del sublime.

«Tutti quegli scatti? Beh, se ne sarebbero dovuti fare un paio, ma alla morte. Non di più. Se ti devi gustare un bicchiere di buon vino non lo allunghi con l’acqua per farlo durare di più. Lo stesso vale in bici. Quel bicchiere non lo “annaffi” di scatti, altrimenti perdi la qualità. Da dove arrivano questi paragoni? Da Giancarlo Ferretti!».

In viaggio con Gianetti, fra le neve e il deserto

30.01.2021
8 min
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Gianetti negli Emirati ci arrivò nel 2014 e non certo per costruire la squadra che avrebbe vinto il Tour. Gli chiesero di lavorare a un progetto per mettere in bici la gente di laggiù, che per clima e benessere, non godeva esattamente di ottima salute. Lui veniva dal naufragio drammatico di un bel progetto cinese, che attraverso l’accordo con TJ Sport Consultation avrebbe portato risorse importanti nella Lampre di allora. Sembrava tutto fatto, ma la morte improvvisa del referente orientale fermò ogni possibile sviluppo.

Ai Campi Elisi c’era anche Gianetti. La vittoria di Pogacar è stata una manna, ma inattesa
La vittoria di Pogacar è stata una manna, ma inattesa

Oggi Mauro Gianetti è il grande capo della Uae Team Emirates e forse, come vedremo, dirlo così suonerà riduttivo. Corridore professionista dal 1986 al 2002, 17 vittorie fra cui un’Amstel e la Liegi, dopo alterne vicende da team manager, nel 2014 approdò appunto negli Emirati. Il nostro viaggio ideale inizia da lì e si conclude sul podio dei Campi Elisi, mentre Mauro è in viaggio davvero e guida a 30 all’ora dietro uno spazzaneve, con lo sguardo laggiù, nel deserto degli Emirati.

La situazione era davvero così precaria?

Non avevano uno stile di vita sano, diciamo. Il diabete si stava diffondendo a macchia d’olio e c’era bisogno di un intervento dalle scuole, per raccogliere frutti a lungo termine. Così cominciammo a progettare piste ciclabili e infrastrutture e, in questi ultimi anni, il ciclismo è diventato uno sport molto importante. La squadra poteva essere una motivazione per i giovani e questo in effetti si è avverato, con la voglia di emulare i campioni. Ma davvero il professionismo è la punta dell’iceberg. Si è messo in moto un volano. Sono arrivati sponsor con la voglia di investire sul territorio, facendo progetti per la mobilità lenta e per cambiare lo stile di vita del Paese. Con la Youth Academy siamo entrati nelle scuole e la risposta delle persone è stata incredibile.

Abbiamo visto foto di piste ciclabili…

Quella su cui si correrà la cronometro dello Uae Tour ha due anni. Inizialmente era scollegata dalla città, ora hanno fatto anche il raccordo. E il bello è che oltre alla ciclabile per i grandi, c’è tutto un sistema di infrastrutture, che vanno dai percorsi per i bimbi alle officine. Se ne era parlato, poi sono tornato a casa e alla visita successiva ho trovato tutto già fatto.

I bambini delle scuole non hanno mai visto passare il Giro d’Italia…

Il bello infatti è che non sanno chi siano Pogacar e Gaviria. Eppure vedere due ragazzi come loro mettersi lì a insegnare come si va in bici è stato bellissimo. Sono tornati bambini e hanno capito che il loro scopo non è solo correre. Peccato che nell’ultimo ritiro a causa del Covid non abbiamo potuto rifarlo.

Nel 2014 nascono i progetti, nel 2018 parte la squadra.

E anche il mio ruolo ha iniziato a cambiare. Inizialmente ero più impegnato sul territorio, perché c’erano sponsorizzazioni e progetti che andavano a scadere e si dovevano completare. Poi gradualmente ho preso in mano tutto e negli ultimi due anni le cose sono ben chiare. Abbiamo creato un gruppo con ruoli ben precisi e anche i corridori ora hanno i loro riferimenti.

Come si può leggere in questo contesto l’acquisto della Colnago?

Colnago è un’eccellenza. Ernesto era arrivato a un punto in cui voleva comunque garantire futuro e sviluppo all’azienda e il fatto che la squadra corresse con le sue bici ha inciso. Ma credo che la spinta iniziale sia stata proprio il fatto che si parlasse di una prestigiosa azienda di nicchia, come Met che ci fornisce i caschi. Non un’azienda con il fatturato miliardario, ma capace di creare ottime biciclette.

Intanto la squadra cresceva.

Le basi per un’evoluzione tecnica le avevamo poste dall’inizio, collaborando per la preparazione con le Università olandesi. Ora abbiamo introdotto altre collaborazioni per avere analizzatori di dati più sofisticati. E tanto lavoro si ripercuote anche sull’immagine che la squadra sta iniziando ad avere. Se prima eravamo noi a cercare delle figure, oggi piovono richieste di collaborazione.

E con l’immagine sono arrivati i risultati.

Frutto del lavoro, ma arrivati in anticipo. Al Tour ci aspettavamo di essere protagonisti, non di vincerlo così presto. Ma quando hai un corridore con così tanto talento, le sorprese forse non sono nemmeno troppo inattese. Quello che dispiace è che, per i vari incidenti e i ritiri, è uscito sminuito il lavoro della squadra, che invece è stato eccellente. Noi lo abbiamo notato. Stiamo crescendo, siamo sulla buona strada.

Gruppo misto in allenamento (Photo Fizza)
Gruppo misto in allenamento (Photo Fizza)
Diciamo che avere le spalle coperte economicamente è un bell’incentivo a lavorare bene.

E’ il vantaggio di avere un progetto più ampio del vincere corse in bicicletta, che poi è il punto di partenza di tutto il viaggio. Tutti gli sponsor hanno accordi a lungo termine, di almeno 4 anni, perché l’obiettivo è creare il movimento della bici negli Emirati, per stimolare la gente di lì. Molte ciclabili ci sono già, a breve ne sarà inaugurata una di 68 chilometri. Si può fare il giro di Abu Dhabi con un anello che ne misura 90, in un quadro di 1.234 chilometri di piste già fatte.

Il tuo ruolo resta trasversale, quindi?

Avendo iniziato con quel progetto come consulente, direi proprio di sì.

Matteo Trentin è uno dei tre ultimi arrivati (Photo Fizza)
Matteo Trentin è uno dei tre ultimi arrivati (Photo Fizza)
La vostra squadra ha subito la prima… sportellata del Covid, finendo tutta in quarantena giusto un anno fa.

E’ vero, siamo stati fra i primi e questo ci ha permesso di capirne la portata, vedendo la sofferenza negli atleti più giovani. E’ il motivo per cui abbiamo messo in atto un sistema interno per la sanificazione di ogni cosa, per combattere il rischio di contagio. Ed è il motivo per cui abbiamo approfittato della possibilità offerta dal Governo di vaccinare tutta la squadra. Non cambierà nulla per le precauzioni da adottare nelle corse, ma ci fa stare più tranquilli.

Si parlava di Pogacar.

Tadej è un talento, ha vinto bene. Chiaro che alcuni avversari non ci sono stati, ma ugualmente torneremo al Tour con grandi motivazioni e la consapevolezza di poterlo rifare.

Nel frattempo vi siete rinforzati.

Siamo partiti dal presupposto di non dover prendere per forza chissà quanti corridori. La regola è valutare prima il tipo di persona e poi l’atleta. Abbiamo preso Trentin, Majka e Hirschi. Ma sono arrivati anche due direttori sportivi eccezionali come Baldato e Guidi, due uomini con esperienza e professionalità. Bisogna dare la priorità all’ambiente che creiamo, perché ormai parliamo quasi di 100 persone.

Un piccolo paese! Avresti mai immaginato uno sviluppo così quando eri alla Polti con Stanga e Zenoni?

Se guardo a quando passai nel 1986 alla Cilo-Aufina, avevamo 6 bici di scorta per tutta la squadra, due macchine e un furgone. Da Stanga e Zenoni ho imparato che ogni persona in squadra deve avere il suo peso specifico ed è quello che poi ho visto e riproposto nella mia carriera.

Majka scorterà Pogacar al Tour de France (Photo Fizza)
Majka scorterà Pogacar al Tour de France (Photo Fizza)
Carriera che potevi aspettarti così?

Ero un buon corridore, ma non un grandissimo talento. Ho sempre lavorato tanto, ma era più questa la mia idea di futuro. Avevo la visione che un giorno avrei avuto la mia squadra, guardavo per capire e mi relazionavo con gli sponsor. Era il mio scopo. Ho cominciato con la Caldirola e poi sono sempre cresciuto. La Cina poteva essere un bel salto, ma morì colui che davvero credeva nel progetto. Sì, questo è il mestiere che ho sempre voluto fare.

C’è ancora posto per la bici?

Sempre, poco ma spesso. Almeno 4-5 volte alla settimana. Un’ora e mezza, non di più. Lavoro così tanto, di giorno e anche la notte, che se rubo un’ora per andare in bici, non faccio torto a nessuno. In più credo che lo sport faccia bene, al fisico e alla mente. E se ci pensate, è il motivo per cui sette anni fa si è messo in moto tutto questo…

Tadej Pogacar vaccinato e pronto per un altro Tour

24.01.2021
5 min
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Ci sarà da vedere sul campo se la serenità che al momento è il mood permanente di Tadej Pogacar sia vera o sia piuttosto il modo di tenere lontane le tensioni in una fase dell’esistenza in cui il Covid, le barriere artificiali e le distanze geografiche rendono ogni confronto più ovattato.

Lo sloveno vincitore del Tour tutto sommato ha avuto svariate occasioni per raccontare il suo pazzo 2020, ma ha dovuto/potuto farlo davanti allo schermo di un computer che ha permesso alle sue emozioni di passare inosservate e impedito a chi poneva le domande di percepire il fremito dell’esitazione e il brillare dell’orgoglio. Un po’ come definire “corsa” la sfida virtuale sui rulli. L’avversario devi averlo accanto e subirne o imporgli lo sguardo per poter dire di essere stato più forte o battuto con merito.

Aver avuto il vaccino prima di tutti lo mette al riparo da grandi preoccupazioni (foto Fizza)
Il vaccino lo mette al riparo dalle preoccupazioni (foto Fizza)

Vaccino: fatto!

Fra i primi passi nel lanciare il nuovo anno, lo sloveno della Uae Team Emirates ha potuto godere come i compagni del vaccino cinese che in qualche modo renderà più semplice la vita al suo team, nel consueto “liberi tutti” del ciclismo in cui chi prima arriva alla cura, per primo ne trae vantaggio. Che cosa succederà se di colpo le compagnie aeree e i Paesi chiederanno il passaporto vaccinale e soltanto una squadra lo avrà in mano? Il ciclismo si fermerà ancora? Sgombrato comunque il campo dalla preoccupazione del Covid, la sua attenzione si è così concentrata nuovamente sul Tour.

Alla Planche des Belles Filles, Pogacar sfinito dopo l’arrivo: «Potevo anche saltare io»
Alla Planche des Belles Filles: «Potevo anche saltare io»
Qual è ora la tua preoccupazione?

Ora devo solo essere preparato fisicamente, come lo sono stato l’anno scorso e avere un buon supporto dalla squadra. Essere il vincitore uscente del Tour sarà molto, molto più difficile. E’ la prima volta che difendo una vittoria e sarà una cosa completamente nuova per me. Ma penso che se ci vado preparato e motivato, potrò fare ancora bene.

Qualcuno si è stupito delle tue prestazioni.

Ma dalla mia esperienza alla Vuelta del 2019, io sapevo di poter fare bene nella terza settimana di un grande Giro e questo mi ha dato fiducia quando siamo arrivati alla fine del Tour. Ho passato un paio di tappe in cui non mi ero sentito troppo bene, ma alla fine ero sempre con Roglic. Non si può dire che sia stato meno forte di lui. Per questo penso che lui e i suoi compagni abbiano parlato nella foga del momento. In quella crono non c’è stato niente di incredibile.

L’autista del pullman ci ha raccontato che scendendo per il riscaldamento hai visto i meccanici che preparavano la bici bianca per Parigi e hai chiesto perché non fosse gialla…

Stavo bene, ma quella è stata una battuta. Le cronometro sono abbastanza semplici, specialmente l’ultimo giorno, quando sai che quello sarà anche l’ultimo grande sforzo che dovrai fare. Sarei anche potuto scoppiare sulla salita finale e perdere il podio, ma per fortuna non è successo. Ho vissuto una giornata fantastica. Mi sono riscaldato bene, ho fatto un ottimo cambio di bici e ho dato tutto. Ho capito di aver vinto solo dopo aver passato la riga.

Alla Vuelta 2019, Tadej Pogacar aveva già tenuto testa a Roglic e Valverde, vincendo la penultima tappa
Alla Vuelta 2019, Pogacar si era misurato con Roglic e Valverde
Quali sono state le tappe difficili di cui hai parlato?

Quelle in cui ho perso Aru e Formolo, che non sono stati bei momenti per la squadra. E poi è stato duro anche il giorno dei ventagli, dove abbiamo perso troppo terreno.

Con quale spirito si ricomincia?

Quello di ogni anno, in realtà. Con l’attesa delle prime corse per scacciare la paura di non essere migliorato e tutti gli scongiuri per non avere sfortuna. In realtà per ora non ci sono grossi ostacoli. Se rimarrò concentrato e andrò avanti con gli stessi obiettivi e la stessa motivazione, penso che continuerò a migliorare.

Quanto ti infastidisci o trovi insolito dover già parlare del Tour?

Sono il vincitore uscente e di sicuro sono anche un favorito, ma non so se sono il favorito principale. Ci sono molti corridori e c’è ancora molta strada da fare. Vedremo prima del Tour chi sarà l’uomo su cui scommettere, chi avrà vinto il maggior numero di gare prima e arriverà più forte in Francia.

E’ stato davvero così stressante quest’ultimo inverno?

Non è stato un grosso ostacolo. E’ parte del mio lavoro. Cerco sempre di ricavarmi del tempo tutto mio al di fuori delle corse e degli impegni con la stampa e questo mi permette di rimanere rilassato. Credo che la mia vita non sia cambiata poi molto.

Aver vinto ti ha dato più fiducia in Tadej Pogacar?

Forse un po’, ma io sono sempre stato fiducioso e realistico circa le mie capacità. Sarò ancora super motivato per questa stagione, ma di sicuro sono più rilassato ora di quanto non fossi prima. Non dimentico il passato, ma non penso sempre a quello che ho fatto e non ne parlo, perché è già successo. Voglio concentrarmi sulle prossime gare.

Concentrazione al via dei mondiali di Imola: la testa è l’arma in più di Tadej Pogacar
Concentrazione al via dei mondiali: la testa è la sua arma in più
Le attese logorano?

Non credo. Anzi, è più difficile far passare i giorni vuoti di tensione. Mi aspetto che le corse saranno dure e veloci come sempre e il livello sempre più alto.

Vincere il Tour è stato uno step importante, paragonabile in proporzione alla vittoria nel Tour de l’Avenir?

Sono stati tutti e due molto impegnativi, ma restano difficili da comparare, perché li ho vissuti in due fasi molto diverse della mia carriera. Di certo in entrambi i casi ho dovuto dare il mio meglio.

Pensi che sarà dura ora contenere il ritorno di corridori come Nibali e la voglia di riscatto di Evenepoel?

Sono entrambi corridori di punta ed entrambi hanno qualità uniche. Ma ancora una volta cercherò di restare concentrato su me stesso più che sui miei avversari.

Pensi di aver vinto il Tour più con le gambe o più con la testa?

E’ stato un mix perfetto, ma non dimenticherei la squadra. Ho avuto un grande supporto. E anche nei momenti in cui sembrava che fossi da solo, non mi sono mai sentito davvero isolato.

DMT KR 1

DMTid, la personalizzazione che non c’era

12.01.2021
3 min
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Il bike brand DMT, produttore da quasi quarant’anni di calzature per il ciclismo e partner tra gli altri di atleti del calibro di Tadej Pogacar ed Elia Viviani, ha sviluppato un sofisticato configuratore online che dà la possibilità a chiunque di personalizzare le proprie KR1, il modello top di gamma della collezione.

Una grafica “su misura”

Attraverso pochi ed agevoli passaggi da realizzare sul web – una volta collegati al portale dedicato www.dmtid.comsi può scegliere sia il colore della grafica delle scarpe quanto quello del logo. In questo modo è possibile renderle uniche attraverso l’aggiunta del proprio nome e anche della bandiera corrispondente alla nazione di appartenenza. Una soluzione ideale se si pensa a quanto il look in bici sia diventato ricercato. Inoltre, può essere utile anche per i team amatoriali o giovanili che vogliono distinguersi e affidarsi alla grande tradizione e la profonda esperienza DMT.

Glen McKibben, brand director DMT, con Tadej Pogacar
Glen McKibben, Brand Director DMT, con Tadej Pogacar
Glen McKibben, brand director DMT, con Tadej Pogacar
Glen McKibben, Brand Director DMT, con Tadej Pogacar

La rivoluzione Engineered Knit

Il modello KR1 di DMT è in assoluto la scarpa che ha dato inizio alla rivoluzione del Engineered Knit, oggi presente su tutta la collezione DMT (corsa, mtb e triathlon). Sviluppata e indossata da Elia Viviani, Tadej Pogacar e da altri grandi campioni, questa calzatura si distingue per l’incredibile comodità, che a detta di molti atleti cambia radicalmente il concetto di una comune scarpa da ciclismo. Leggere e traspiranti, le KR1 sono caratterizzate da una struttura in maglia brevettata che elimina tutti i punti di pressione, garantendo una calzata estremamente comoda. Altra caratteristica è la super traspirabilità della tomaia “Knit” e lo straordinario sostegno fornito dalla suola anatomica in carbonio, capace di un trasferimento diretto di potenza davvero molto efficace.

Sviluppate con Elia Viviani

«La tomaia in morbida maglia avvolge senza comprimere il piede – ha dichiarato a bici.PRO Elia Viviani ,che di queste scarpe può con ragione definirsi uno dei più pignoli sviluppatori – concedendo performance superiori in termini di comfort e traspirabilità. Grazie alla tecnologia 3D Knit ciascuno sarà pronto a superare i propri limiti, offrendo ai piedi il massimo del comfort: questa è davvero una nuova generazione di calzature da ciclismo».

Elia Viviani
Elia Viviani con le KR1
Elia Viviani
Elia Viviani durante l’ultimo Giro d’Italia con le KR1

Chiusura con il BOA

Oltre alla tomaia interamente in Engineered Knit 3D personalizzabile, tra le altre caratteristiche distintive delle DMT KR1 occorre anche ricordare lo spessore variabile e le strutture in maglia per il massimo del comfort, le fettucce passacavo integrate, il sistema di chiusura singolo BOA Fit IP1, la già citata suola anatomica in carbonio, la regolazione anteriore-posteriore della tacchetta (8mm) e gli stilosi toni riflettenti sul colore nero. Le misure disponibili? Dal 37 al 47 (mezze taglie dal 37,5 al 45,5. Il peso è di appena 240 grammi nella misura 42.

dmtid.com

Valerio Conti, Tadej Pogacar, Davide Formolo, Monaco 2020

Assieme a Conti nel condominio incantato

05.01.2021
5 min
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Il condominio in cui vivono insieme Valerio Conti, Davide Formolo e Tadej Pogacar sta in un quartiere di Monaco che si chiama Fontvieille e si allunga verso la Francia. Il romano, che combatte ancora con la lussazione della spalla ma è ugualmente in partenza per il primo ritiro, giura che è stato quasi per caso, ma che su quelle scale si è creata una piccola enclave della Uae Team Emirates che darà certamente i suoi frutti anche in corsa. Nel condominio a rendere il quadro più variopinto, vivono anche Diego Rosa e sua moglie Alessandra.

Il Natale ad esempio l’hanno passato in sei. La famiglia Formolo, con mamma Mirna e la piccola Chloe. E con loro Valerio, la sua compagna Michela e il cane Zoe. Pogacar non c’era, è tornato nel condominio da un paio di giorni e ha trascorso le Feste in Slovenia.

«Sarei rientrato volentieri a Roma – ammette Conti – ma avrei dovuto fare due settimane di quarantena. E a quel punto, tornare per restare chiuso in casa non aveva troppo senso. Nel frattempo ho tolto il tutore e mi sforzo di tenere la spalla vicina al corpo. Da un paio di giorni pedalo sui rulli e fra una settimana vorrei tornare in bici».

Valerio Conti, Giro d'Italia 2020
Valerio Conti ha corso il Giro d’Italia 2020 in appoggio a Diego Ulissi
Valerio Conti, Giro d'Italia 2020
Conti ha corso il Giro 2020 per Ulissi

Valerio è stato stretto da un’auto contro la scarpata e gli è andata anche bene, perché invece di rompersi la spalla ha avuto la blanda lesione di un legamento, che continuerà a fargli male e a condizionarlo psicologicamente, ma alla lunga andrà perfettamente a posto.

Come va nel condominio?

I primi siamo stati Formolo e io, dato che Michela è amica di Mirna. Poi sono arrivati Tadej e la sua compagna Urska. Stiamo bene. Pur avendo allenatori diversi riusciamo a fare i nostri giri insieme e questo è importante anche per farsela passare meglio. In più spesso usciamo a cena insieme. A Natale e a Capodanno invece siamo stati insieme a Formolo, perché non si poteva uscire. Proprio come in Italia.

Com’è la zona?

Si chiama Fontvieille e sta proprio alla fine del Principato di Monaco. Due pedalate e siamo in Francia. Si esce subito da casa e non c’è traffico. Si fa una galleria che sale quasi a chiocciola e si prende la strada per allenarsi, che corre lungo il mare e porta verso il Col d’Eze verso Nizza, oppure verso l’Italia.

Mai freddo e sempre sole?

Il clima è spettacolare, meglio che a Roma. Da noi d’inverno può fare caldo, ma in certe zone dei Castelli c’è ombra e fa comunque molto freddo. Qua in un’ora di bici hai tutto quello che serve per fare i lavori specifici ed è sempre in pieno sole. Forse c’è poca pianura, ma giusto questo.

Panorama Fontvieille, Monaco
Fontvieille, ultima propaggine di Monaco verso la Francia: il condominio in cui vivono i tre si trova qui
Panorama Fontvieille, Monaco
Il condominio si trova a Fontvieille, propaggine di Monaco
Quindi si può uscire di buon’ora non dovendo aspettare che l’aria si scaldi?

A dire il vero, non mi piace partire troppo presto. Diciamo che le 9,30-10 sono un orario congruo.

Di fatto da quelle parti vive mezzo gruppo del WorldTour…

E’ bello per quando ti alleni e per le cose burocratiche. Si mettono insieme tutte le esperienze e questo per la quotidianità fa una grande differenza. Ci sono parecchi compagni di squadra. Trentin sta proprio a Monaco, mentre a Bordighera ci sono Oliviero Troìa e Stake Laengen che però ha la residenza da qualche altra parte, non a Monaco e nemmeno in Norvegia.

Come va la quasi convivenza con Pogacar?

E’ semplicissima e non lo dico perché siamo compagni di squadra. Gli piace divertirsi, non fa vita di clausura. Del resto, ha 22 anni! Gli viene tutto facile. Dire che potesse vincere il Tour era un azzardo, ma visto quante tappe dure aveva vinto nel 2019 alla Vuelta? E al Tour non ha mai perso il filo della corsa e ha vinto praticamente senza squadra.

Sai già quale sarà il tuo programma di gare?

Non è ancora ben definito. Dovrei fare il Giro e Tadej il Tour, mentre saremo insieme ai Paesi Baschi. In realtà non mi dispiacerebbe fare il Tour, ma non entrambi perché sono troppo ravvicinati e a giugno avrei in programma il Giro di Slovenia. Il mio calendario fino al Giro sarà bello pieno.

Davide Formolo, Tadej Pogacar, Uae Tour 2020
Davide Formolo e Tadej Pogacar: a detta di Conti due pianeti completamente diversi
Davide Formolo, Tadej Pogacar, Uae Tour 2020
Formolo e Pogacar, due pianeti diversi
Dici che in corsa aiuterà questo buon vicinato?

Al 100 per cento. Già ti impegni sempre, ma per un amico ti impegni di più. Lo vedo quando corro con Ulissi. Credo che anche stare a ruota di uno che conosci sia un vantaggio.

Nel condominio c’è anche Formolo.

Altro buon amico, ma con un’altra testa. Davide cambia idea in continuazione su tutto. E anche in corsa, il rendimento va di pari passo con il carattere. Formolo parte sempre a bomba nelle prime tappe e poi cala. Pogacar ha un gran motore, come ce ne sono altri. Ma ha un recupero straordinario, come in giro non ce ne sono. La sua forza è quella, nell’ultima settimana va sempre più forte e sapete anche perché? Perché si stressa talmente poco, che non butta via energie in pensieri e ansie.

Chi ha cucinato a Natale?

Le signore. E devo dire che si sono date da fare. A Capodanno invece hanno un po’ tirato i remi in barca. Abbiamo ordinato un hamburger enorme al ristorante romano che si chiama “Ai tre Scalini” e loro hanno fatto i dolci e le lenticchie.

Il 2021 è ricominciato sui rulli?

Ma non tantissimo. Faccio 40 minuti la mattina e 40 il pomeriggio. Ora posso poggiare la mano sul manubrio, ma sto già facendo le valigie. Vado in ritiro. E tra una settimana voglio tornare su strada.

Tadej Pogacar, Planche des Belles Filles, Tour de France 2020

Un collage di voci per comporre il Pogacar del Tour

23.12.2020
5 min
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Non era mai successo negli ultimi cent’anni che un corridore giovane come Pogacar conquistasse il Tour de France. Prima di lui c’era stato Cornet, due anni in meno, ma accadde nel 1904.

Per contro non era mai successo neppure che il vincitore della maglia gialla sparisse dalla circolazione, senza rilasciare interviste, se non piccoli flash qua e là, in occasione delle rituali visite agli sponsor. Si comprende bene la necessità di tutelarlo da un inverno troppo dispendioso e si comprendono anche gli obblighi di squadra, ma forse anche i tifosi avrebbero meritato un po’ del suo tempo.

Primoz Roglic, Tadej Pogacar, Tour de France 2020
Roglic e Pogacar francobollato, scena tipica del Tour de France 2020
Primoz Roglic, Tadej Pogacar, Tour de France 2020
Roglic e Pogacar attaccato al 2020

La prima data ipotizzata per l’intervista era stata indicata alla metà di novembre, poi era stata rinviata di due settimane, quindi trasformata in una conferenza stampa su Zoom il 7 dicembre, a sua volta rinviata al 21 del mese e adesso a gennaio. Così abbiamo deciso di mettere insieme tutti i contributi raccolti nelle ultime settimane da coloro che sono riusciti a parlarci e fare un punto altrettanto virtuale con il giovane sloveno, che vive a Monaco nello stesso palazzo di Formolo e Valerio Conti e a 100 metri da Roglic. Magari poi, quando ce lo troveremo davanti, parleremo con lui di cosa farà nel 2021.

Slovenia spaccata

Del ritorno in Slovenia, Pogacar racconta con emozioni altalenanti. Roglic è stato nominato atleta dell’anno, entrambi sono risultati ciclisti dell’anno e i loro volti sono stati stampati sullo stesso francobollo

«La gente in Slovenia – ha detto – avrebbe voluto che vincesse lui il Tour e anche io, in qualche modo, pensavo fosse giusto. Lo scenario per la maggior parte del Tour, lui primo e io secondo, stava bene a tutti. Si stavano preparando per festeggiare questo risultato. Alcuni non erano contenti per come è finita. L’ho notato, l’ho visto sui social, mi è stato detto. Ma cosa posso farci? Niente. In Francia il tifo è diviso tra Alaphilippe, Bardet e Pinot. Il tifo spacca, lo ha sempre fatto».

Primoz Roglic, Tadej Pogacar, Tour de France 2020
Questo riconoscimento a Parigi vale molto più di mille parole
Primoz Roglic, Tadej Pogacar, Tour de France 2020
Un riconoscimento prezioso nel giorno di Parigi

In cima tutti piangevano

Di quel giorno a La Planche des Belles Filles, ha ricordi rumorosi e confusi. Come confuso è stato anche dopo aver realizzato di aver sfilato la maglia gialla dalle spalle del connazionale.

«L’ho avuto chiaro – ha raccontato – quando Primoz Roglic ha tagliato il traguardo. Ero arrivato quasi quattro minuti prima. E’ stato un tempo lungo e molto strano. Intorno a me, il massaggiatore e i due ragazzi del team sapevano che stavo per vincere il Tour, ma non volevano dirmelo senza esserne assolutamente sicuri. Nel tratto pianeggiante non avevo informazioni su suoi tempi. Sapevo solo che Dumoulin era in testa. Poi in salita non ho sentito più niente. Non avevo messo il volume degli auricolari molto forte e c’erano molti spettatori che gridavano. A un certo punto ho sentito: «Hai quattro secondi di vantaggio», ma ho pensato che fosse per la vittoria di tappa. E poi mi sono saltati addosso tutti, piangevano, urlavano, erano eccitati. E qui ho capito davvero».

Tadej Pogacar, mondiali di Imola 2020
La fuga di Imola, nata per lanciare Roglic, ha acceso l’entusiasmo dei suoi tifosi
Tadej Pogacar, mondiali di Imola 2020
La fuga di Imola, nata per lanciare Roglic

L’abbraccio di Roglic

Ha raccontato di essere cresciuto con il mito di quel saltatore con gli sci passato alla bicicletta. Fra loro ci sono 9 anni, che nel ciclismo giovanile sono abbastanza per comprendere due mondi completamente diversi.

«Ci siamo incontrati solo nel 2017 – ha raccontato – ai mondiali di Bergen, in Norvegia. Lui era con i professionisti, io ero nell’U23. Ci siamo ritrovati insieme nella conferenza per la stampa slovena. A volte ci alleniamo insieme a Monaco. Prima succedeva in Slovenia, perché non vivevamo molto lontano. A Monaco ci incontriamo per caso, uno dei due gira e proseguiamo insieme. E’ un bravo ragazzo. Non gli piace farsi avanti. Gli parlo spesso mentre corro. Per me non è come un avversario. Per questo lassù non ero molto sicuro delle mie emozioni. Da una parte volevo che Roglic vincesse il Tour, invece sono stato io a impedirglielo. In effetti, è stato proprio lui a tranquillizzarmi. Pochi minuti dopo il suo arrivo, ero già nello spazio interviste per la tv, è venuto ad abbracciarmi. Quel momento non lo dimenticherò mai. E’ come se mi avesse autorizzato a essere felice, come se mi dicesse che non era colpa mia».

La fuga di Imola

Imola sarebbe stata l’occasione perfetta per sdebitarsi. Pogacar si era già chiamato fuori da responsabilità troppo grandi e la Slovenia aveva deciso di puntare su Roglic, lasciando al giovane il compito di fare corsa dura nell’avvicinarsi agli ultimi chilometri. Ma quando Pogacar è partito, sperando di portare via un gruppetto che costringesse la Francia a inseguire, lo ha fatto troppo forte e si è ritrovato da solo.

Mauro Gianetti, Ernesto Colnago, Tadej Pogacar, novembre 2020
Con Mauro Gianetti in visita da Colnago, prima di sparire dai radar
Mauro Gianetti, Ernesto Colnago, Tadej Pogacar, novembre 2020
Con Gianetti da Colnago prima di sparire

«Quando vieni da Paesi dove non c’è un grande bacino di corridori – ha detto – sei abituato a cavartela con meno compagni. Mi successe al Tour de l’Avenir e purtroppo, ma per una serie di sfortune, mi è successo al Tour. Eravamo partiti con una grande squadra, ma dopo il ritiro di Aru e Formolo le cose si sono complicate. Per fortuna De La Cruz mi è rimasto accanto. Era strano essere lì in mezzo a lottare contro tanti campioni. Stiamo assistendo a una generazione che cambia. E’ sicuramente una questione di carattere, di responsabilità assunte prima. Tutti i corridori venuti fuori quest’anno sono stati i riferimenti delle categorie giovanili. Contro Hirschi, ho corso sin dagli juniores. Ci sono molti più team continental che ci preparano in modo più professionale. Anche il covid potrebbe aver avuto un ruolo. Ci sono stati meno eventi e molte gare importanti in un periodo di tempo molto breve. I giovani hanno potuto trarne vantaggio. Un corridore più anziano probabilmente impiega più tempo per trovare il proprio ritmo».

Ne avremo probabilmente un riscontro nel 2021, quando ciascuno potrà impostare la stagione nel modo più consono. Avremo giovani chiamati alla conferma e uomini più esperti desiderosi di riscatto. E ancora una volta vivremo una grande stagione di ciclismo.

Tadej Pogacar

Pogacar verso Tour e Olimpiadi. Vero Gianetti?

09.12.2020
6 min
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Tutto il mondo ciclistico aspettava le parole di Tadej Pogacar per l’inizio di dicembre. Il vincitore del Tour de France però parlerà, sembra, prima di Natale. E’ ipotizzabile, forse anche giustamente, che la squadra voglia proteggere il giovane gioiellino sloveno e Mauro Gianetti, manager della UAE ce lo conferma, come vedremo.

E’ questa la chiave dell’inverno di Pogacar e forse uno dei passaggi più delicati della sua carriera. Vincere è difficile, rivincere è difficilissimo. Ed è quello che un po’ tutti si chiedono: ce la farà Tadej a confermare i livelli di quest’anno? Sarà schiacciato dalla pressione? Bernal sembrava avesse già in tasca cinque Tour e invece ha pagato la “notorietà”.

Tuttavia Gianetti stesso in passato ci ha raccontato di Pogacar come un ragazzo molto tranquillo, in ogni aspetto della sua vita. Una tranquillità che potrà essergli di grande aiuto.

Tadej Pogacar
Da sinistra: Mauro Gianetti, Ernesto Colnago e Tadej Pogacar
Tadej Pogacar
Da sinistra: Mauro Gianetti, Ernesto Colnago e Tadej Pogacar
Mauro buondì! Come sta andando l’inverno di Pogacar? Immaginiamo i suoi tanti impegni, le richieste da sponsor e media…

Il nostro obiettivo è quello di salvaguardare la persona in primis. E’ inevitabile poi che sarebbe arrivato tutto ciò. E’ un aspetto che un atleta di alto livello deve imparare a gestire. Squadra, ma anche famiglia, amici devono “proteggerlo”. Gli impegni vanno calibrati. Ce ne sono alcuni ai quali non puoi sottrarti e altri ai quali devi dire di no, come i capricci di chi “pretende”. E devo dire che Tadej mi sta piacendo per come sta gestendo la situazione. Prima di tutto è rimasto se stesso: la persona semplice che ha voglia di correre e vincere. Ama il suo mestiere. Parla con l’allenatore, chiede, s’informa… insomma è concentrato. Ha passato dei giorni in famiglia e poi è tornato a Montecarlo perché lì c’è un clima migliore per allenarsi. Nessun aspetto glamour, ma voglia di perseguire gli obiettivi del corridore.

Opinione tua: secondo te si rende conto di aver vinto il Tour?

A 22 anni te ne rendi conto ma non fino in fondo. Lo sta facendo piano, piano. Lui è consapevole di essere un talento e sapeva che questo momento sarebbe arrivato, lo sentiva dentro. Era un qualcosa che lui desiderava. Dopo la vittoria del Tour de l’Avenir era certo che sarebbe arrivato ad alti livelli. Magari non era partito per vincere il Tour, ma per salire sul podio… Sono emozioni da gestire. Tutto sommato il fatto di aver perso quel 1’20” nel giorno dei ventagli lo ha scaricato ancora di più di responsabilità e tutto quel che sarebbe venuto sarebbe stato un qualcosa in più.

E sentirà la pressione?

Ah sicuro! Ma la pressione verrà anche da lui stesso perché vorrà ripetersi. E poi ci sarà quella del pubblico, dei media, degli sponsor… E’ tutto un insieme di cose, ma per me Tadej vivrà bene questa emozione, perché alla fine la pressione è un’emozione ed in ogni caso, come detto, è un aspetto che dovrà imparare a gestire. Lui vuol continuare a fare le cose al meglio, come tutti del resto. Tadej è un professionista appassionato del suo mestiere e finché c’è questo atteggiamento non ci si deve preoccupare.

Giusto un anno fa ci avevi parlato di un ragazzo molto semplice anche nella vita quotidiana. Che dorme se la tv è accesa o se c’è l’aria condizionata oppure no. Insomma un ragazzo che si sa adattare…

A lui interessa far bene il suo mestiere. Se il compagno di stanza vuol vedere un film per Tadej non è un problema. E’ l’amico… e questo me lo dicono i suoi compagni. 

Veniamo al 2021, che calendario ci sarà per Pogacar?

E’ chiaro che come vincitore uscente l’obiettivo principale sarà il Tour. Inoltre in Francia ci sarà un percorso diverso rispetto a quello di quest’anno. Tadej comunque inizierà la sua stagione da Majorca e nei prossimi giorni sveleremo il resto del programma.

Tadej Pogacar
Sul podio di Parigi Tadej avrebbe voluto anche i suoi compagni
Tadej Pogacar
Sul podio di Parigi Tadej avrebbe voluto anche i suoi compagni
Ce lo aspettiamo anche nelle classiche delle Ardenne e alle Olimpiadi?

Probabilmente sì, fa parte del percorso di avvicinamento al Tour, come molti hanno fatto in passato. In ogni caso questa è la traccia dei suoi obiettivi. Poi altre cose le decideranno Tadej e i preparatori.

Quindi non lo vedremo al Giro, magari per una doppietta col Tour? I tifosi prima o poi se lo aspettano.

Pogacar compirà 23 anni a settembre, credo sia prematuro. Il Giro è una corsa bellissima ma anche molto esigente. Inoltre proprio quest’anno per via delle Olimpiadi il Tour è anticipato di una settimana e non ci sarebbero i tempi. Tutti i corridori vorrebbero fare il Giro, è la corsa più bella, ma se puoi vincere il Tour… fai le tue scelte.

La UAE si sta rinforzando parecchio: può essere la terza forza con Ineos-Grenadiers e Deceuninck-Quick Step, avete preso Majka…

E Trentin – interviene prontamente – C’è anche la Jumbo Visma che è molto forte. Il nostro obiettivo è quello di essere una delle migliori squadre al mondo se non la migliore. E anno dopo anno ci stiamo lavorando. I nostri atleti sono giovani. C’è Pogacar, ma anche Oliveira, McNulty, Ardila, Covi… Per noi sono importanti quindi i giovani, ma è giusto integrare la rosa con i tasselli mancanti vedi Majka (per la salita, ndr), Trentin (per le classiche, ndr), Gibbons (per la pianura, ndr), ognuno con caratteristiche diverse. Siamo un bel gruppo. Quando sento gente dello staff che mi dice: bello, non sono mai stato in un team così, da manager, non posso che essere orgoglioso.

E’ stato Tadej a “chiedere” Majka per la salita?

Se ne è discusso. E’ chiaro che se c’è Majka libero sul mercato e lui è disposto a venire da noi l’accordo si può realizzare. Ma attenzione però, non che all’ultimo Tour la squadra non ci fosse. Noi abbiamo perso Aru, che sulla carta avrebbe potuto aiutare in salita, e Formolo. Per questo siamo rimasti un po’ scoperti per la salita, però il team era di ottimo livello.

Tadej Pogacar
Senza Aru e Formolo solo De La Cruz (in testa) è riuscito ad aiutare Pogacar in salita al Tour
Tadej Pogacar
De La Cruz (in testa) è riuscito ad aiutare Pogacar in salita al Tour
Vaccino anticovid. Sembra possiate essere i primi a vaccinarvi durante il ritiro che farete negli Emirati Arabi Uniti a gennaio…

E’ un obiettivo che stiamo cercando di realizzare. Mancano degli step, come l’approvazione da parte del governo (Uae). Ma la cura non è solo per il nostro team, ma per tutta l’umanità. Tutto il mondo aspetta i vaccini, non ce n’è solo uno. Vogliamo dare l’esempio.

Chi è stato il ponte tra voi e il vaccino?

Sveleremo i dettagli nelle prossime settimane. Posso dire che diverse aziende degli Emirati hanno contribuito allo sviluppo dei vaccini e da lì è partita l’idea e arrivare così a somministrarlo il più presto possibile, già a gennaio.

Insomma dopo un anno (quasi) si chiude il cerchio, proprio voi e proprio al UAE Tour era partito tutto il caso covid nel ciclismo. Ma chiudiamo cambiando tema: 2021, saresti contento se…?

Difficile ripetere la stagione 2020. Ogni anno va preso per quello che è. Abbiamo sempre guardato avanti. Sarà diverso non solo per Pogacar, ma anche per noi. Le aspettative sono maggiori e l’asticella è più alta.