Gambe, testa e squadra: indagine su Van Aert

17.04.2025
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Un campione, uno psicologo e un direttore sportivo al capezzale di Van Aert. Negare che ci sia un problema sarebbe miope, quello che possiamo fare è cercare di capirlo con il contributo di Maurizio Fondriest, Marina Romoli e Giuseppe Martinelli: ciascuno per il suo ambito.

Quarto al Fiandre e alla Roubaix, secondo nello sciagurato giorno di Waregem, il bottino è magro se sei partito per vincere. Van Aert ha lavorato tutto l’inverno per recuperare dalla caduta della Vuelta. C’è riuscito. E’ tornato nel cross. Ha partecipato a due corse a febbraio per dire di esserci. E poi è sparito in altura preparando le classiche del pavé che lentamente si sono trasformate per lui in ossessione. E gli esiti sono sotto gli occhi di tutti.

Vincere: necessità o condanna?

FONDRIEST: «Ha bisogno di vincere, anche una corsa minore. E’ entrato in un loop niente affatto bello. E’ capitato anche a me nel 1995. Secondo alla Tirreno, secondo alla Sanremo, secondo alla Gand-Wevelgem, secondo alla Freccia Vallone. Tutti mi chiedevano di fare come gli anni prima e io invece andavo alle corse e speravo che andasse via la fuga, in modo che non ci fosse più in ballo la vittoria. Van Aert ha bisogno di vincere per sbloccarsi, perché al Fiandre e alla Roubaix non è saltato e non ha perso il talento, solo non ha più lo smalto potente di prima».

ROMOLI: «Qualcuno dice che lo ha visto bloccarsi in gara. Potrebbe avere semplicemente dei pensieri intrusivi in testa. Sei in overthinking, continui a pensare e a ripensare e le tue energie mentali ti distruggono. “Devo vincere a tutti i costi, voglio zittire tutti”: questo ti mette ancora più in difficoltà. Sicuramente ha bisogno di vincere e speriamo per lui che ci riesca il prima possibile, perché più il tempo passa e più i pensieri negativi e svalutativi che ha nei confronti di se stesso si rafforzano. Sicuramente alimentati dalle critiche dei giornali e dei giornalisti che sono molto più pesanti se sei un corridore in Belgio e Olanda».

MARTINELLI: «Deve ritrovare la serenità e correre libero. Alla UAE Emirates hanno capito che lasciando fare a Pogacar quello che gli piace, va tutto meglio. Con questi campioni bisogna avere la forza di lasciarli liberi di fare e lui è uno così. Il giorno che hanno perso a Waregem, anche il più tonto dei direttori avrebbe saputo come mettere in mezzo Powless. Invece Van Aert si è imposto e a quel punto, a meno che il direttore non volesse fare la voce grossa perché la squadra doveva vincere a tutti i costi, hanno fatto bene ad assecondarlo. Voleva vincere, ne ha bisogno. Solo che si sono portati per 10 chilometri a ruota uno forte, non un pinco pallino qualunque. Poteva starci che perdessero e così è stato».

Van Aert non è tanto lontano da Van der Poel, ma si capisce che manchi ancora qualcosa
Van Aert non è tanto lontano da Van der Poel, ma si capisce che manchi ancora qualcosa

L’incubo Van der Poel

FONDRIEST: «Credo che per Wout la rivalità con Van der Poel sia un problema psicologico e non lo ha aiutato il fatto che mentre lui era in altura ad allenarsi, l’altro abbia vinto la Sanremo. Van der Poel ha vinto tre Roubaix, due Fiandre, due Sanremo e 7 campionati del mondo di ciclocross: chiaro che il confronto pesi. In più la stampa la pompa, lo mettono in mezzo e di certo sulla mente di un atleta questo ha un peso. Senza accorgerti, entri in un circolo vizioso. Lui ha bisogno di tornare a fare tante corse come prima, quelle giuste e prima o poi torna, perché Van Aert di certo non è finito. Per questo secondo me hanno fatto bene a dargli fiducia a Waregem, anche se poi è arrivato secondo. Volevano che vincesse, purtroppo gli è andata male».

ROMOLI: «Temo che possa avere l’autostima in pezzi. L’atto di egoismo che ha fatto a Waregem era dato dal fatto che Wout ha la grande paura di non tornare più quello che era prima. Specialmente perché negli ultimi anni è stato deludente per via dei tanti infortuni. Forse tutto questo ha radici profonde e anche i crampi per cui avrebbe perso quella volata potrebbero essergli venuti perché è andato in panico, quindi a livello nervoso. Voleva vincere a tutti i costi e magari non sopportava più tutte le aspettative, nel momento in cui il suo avversario di sempre vive un periodo di grazia. Se poi pensiamo che ora accanto a Van der Poel è arrivato anche Pogacar, è facile capire che la pressione sia aumentata ulteriormente».

MARTINELLI: «Partiamo dicendo che è un campione: non dico come Van der Poel e Pogacar, ma in questo momento non è molto lontano da loro. Però deve ritrovarsi e prendere un po’ di morale. Sarebbe facile dire che deve vincere una corsa, ma spesso le sbaglia con delle tattiche troppo esuberanti. Probabilmente la caduta della Vuelta l’ha condizionato anche nell’inverno. Forse quei due o tre cross che ha fatto hanno accelerato qualcosa? Perché se sbagli d’inverno, poi te lo porti dietro. E secondo me lui lì si è fatto prendere la mano dal vedere Van der Poel vincere tutti i cross. Avrà pensato di andare a vedere di persona se fosse così forte, ma a cosa gli è servito?».

L’inverno nel cross ha tolto a Van Aert il tempo per ricostruire la condizione su strada?
L’inverno nel cross ha tolto a Van Aert il tempo per ricostruire la condizione su strada?

Il ruolo della squadra

FONDRIEST: «Credo che la sua squadra, a differenza di quanto sta facendo Van der Poel, non abbia puntato sul miglioramento graduale. Lui ha fiducia nel progetto, ma se sei Van Aert non puoi andare al Tour a fare il gregario per Vingegaard, tirando quando rimanevano 15 corridori in salita. Aiutare un po’ va bene, ma il troppo è un errore. Tanto che poi arriva agli appuntamenti importanti e li fallisce. Ai mondiali del Belgio era il corridore più forte in circolazione, eppure quel giorno non andava avanti ed era arrivato secondo nella crono. Qualcosa hanno sbagliato nella gestione di gare e allenamenti? E quest’anno può essere accaduto lo stesso?».

ROMOLI: «Deve lavorare su se stesso e cercare le radici profonde di questa mancanza di autostima. E poi deve togliersi la pressione di dosso, tornare a essere uno della squadra. Deve lavorare proprio sul fatto di lasciar andare le cose come vanno. Dare il suo meglio e non guardare agli altri. Deve tenersi stretti i compagni. Dopo la volata sbagliata di Waregem ha chiesto scusa, gliene va dato merito, non so quanti altri sportivi di vertice lo avrebbero fatto. Ma ai compagni, che hanno sempre poche occasioni, sarà bastato? E poi deve tornare a divertirsi, come quando faceva i suoi attacchi anche sconsiderati. Al pari di Pogacar, che magari non vince sempre, ma lo vedi che si è divertito».

MARTINELLI: «Credo che in passato abbiano sbagliato a fare di lui un gregario, per me il campione deve correre da campione. E’ sempre stato così con quelli che ho avuto, da Pantani a Nibali, passando per Contador. Ho qualche dubbio invece su come si è preparato per il Nord. A meno che non abbiano quale strategia sul Giro, era meglio che corresse invece che fare 60 mila metri di dislivello sul Teide. Perché lì si fanno quei numeri, se ogni giorno per tre settimane devi risalire dal mare ai 2.200 metri dell’hotel. Quel tipo di lavoro ti condiziona l’allenamento e quando vai alle corse, ti mancano il ritmo e anche lo sprint. Sarà per questo che ha perso malamente quella volata? Solo che adesso non gli cambierei i piani, anche se una corsa a tappe prima del Giro, fosse anche il Turchia, gliela proporrei. Van Aert deve arrivare in Albania e vincere subito, perché sono tappe adatte a lui. Però deve arrivarci al 100 per cento. Non è Roglic che deve uscire alla fine. In più, arrivarci avendo vinto, sarebbe la cosa migliore».

Direttore sportivo: per Martinelli un mix fra carisma e conoscenza

03.04.2025
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RICCIONE – C’era un uomo in borghese alla Coppi e Bartali che ogni giorno ha osservato quello che è stato il suo mondo da un altro punto di vista. Giuseppe Martinelli in Romagna si è ritrovato nei panni dello spettatore privilegiato in mezzo agli appassionati che, riconoscendolo, gli chiedevano foto e impressioni.

L’occhio di “Martino” è di quelli allenati, di quelli che vedono sfumature dove una persona normale vede solo tinta unita. E il ciclismo sta andando verso una direzione sempre più variopinta per la moltitudine di figure che ne fanno parte. Prima di un foglio firma, abbiamo domandato a Martinelli, ospite della MBH Bank Ballan CSB, cosa ne pensa del diesse di questa epoca.

«Mi hanno invitato Valoti e Rossella Di Leo che hanno dei progetti in evoluzione – ci racconta l’ex tecnico di Carrera, Mercatone Uno, Saeco, Lampre e Astana – sono qua a vedere come si muove il mondo dei dilettanti, che poi sono ormai semi-professionisti. La Coppi e Bartali è una gara dove ci sono formazioni WorldTour, con un livello molto alto. Mi piace vedere da esterno pur essendo dentro all’evento. L’impatto è molto bello, ma diverso dal WorldTour dove sei sempre concentrato sull’obiettivo o sul dovere di vincere. In una squadra come la Colpack si pensa a far crescere i giovani e proiettarli in categorie superiori o posizioni migliori negli anni successivi».

Non solo la tattica, ma conoscenze approfondite di altri aspetti: Davide Martinelli e Antonio Bevilacqua, due scuole a confronto (foto MBH Bank Ballan)
Non solo la tattica, ma conoscenze approfondite di altri aspetti: Davide Martinelli e Antonio Bevilacqua, due scuole a confronto (foto MBH Bank Ballan)
Prendendo spunto dal figlio Davide diesse, papà Giuseppe con la sua esperienza come vede questo ruolo in generale ora come ora?

Parlavo di questo in questi giorni con Valerio Piva della Jayco ed altri colleghi del WorldTour. Praticamente è cambiato il ruolo del direttore sportivo. Adesso ti devi confrontare con figure all’interno del team che non dico facciano il tuo lavoro, però ti obbligano ad essere concentrato. Tutti ruoli che non c’erano quando ho iniziato io. All’epoca era tutto basato sul rapporto diesse-corridore.

Come si deve comportare il diesse con queste figure?

Con loro devi mediare. Bisogna trovare un compromesso, un equilibrio. Non è sempre facile se il diesse non ha un suo “io”. Credo che il direttore sportivo debba avere ancora la capacità di gestire un team. Che poi si debba confrontare con il responsabile della performance, col procuratore del corridore, col preparatore o col nutrizionista è ormai un aspetto quasi imprescindibile.

Per Giuseppe Martinelli il ruolo del diesse deve restare centrale nella gestione della squadra, confrontandosi con altre figure
Per Giuseppe Martinelli il ruolo del diesse deve restare centrale nella gestione della squadra, confrontandosi con altre figure
Nel mondo delle continental o dei cosiddetti “dilettanti” invece c’è ancora un rapporto più diretto.

Certamente. Ovvio che però se vuoi crescere o se vuoi fare veramente qualcosa di buono nel futuro, secondo me devi già avere una tua identità da portare avanti. Quello che ad esempio vorrei trasmettere a Davide o altri che me lo dovessero chiedere è proprio questo aspetto. Quella del diesse deve essere la figura centrale, soprattutto per convincere il corridore a fare una cosa anziché un’altra.

Facendo una provocazione, c’è il rischio che un diesse venga messo da parte e si ritrovi solo a guidare l’ammiraglia?

Sarebbe un punto di non ritorno. Secondo me dipende molto dal soggetto in questione e da cosa tu vuoi fare della tua carriera. Se vuoi fare veramente il direttore sportivo in prima persona e pensi che sia davvero il tuo ruolo, allora devi avere il carisma o maturarlo. Quello che decide non solo la strategia in corsa, ma anche le dinamiche in seno alla squadra. Se invece vuoi essere la persona che si fa le cento o duecento giornate di corse senza avere responsabilità, è un altro discorso, però cambia la prospettiva.

Chiaro…

Il diesse deve saper prendersi le sue responsabilità e mi è sempre piaciuto fare quello. Non dico che mi piacesse fare il leader, però alla fine visto che mi hanno sempre insegnato e dato quel ruolo, io lo mettevo in pratica nel miglior modo possibile.

Davide Martinelli ha ottimi insegnanti per il ruolo di diesse. Non solo papà Giuseppe, ma anche Gianluca Valoti (foto MBH Bank Ballan)
Davide Martinelli ha ottimi insegnanti per il ruolo di diesse. Non solo papà Giuseppe, ma anche Gianluca Valoti (foto MBH Bank Ballan)
Il diesse attuale deve comunque saperne di tutti questi aspetti. Per Giuseppe Martinelli è facile o meno?

Vent’anni fa o prima, per dire, ne sapevamo anche noi perché ognuno di noi aveva la propria idea di allenamento o di nutrizione che era data essenzialmente dall’esperienza fatta sul campo. Adesso invece il diesse si basa su dati molto più “scientifici” se mi passate il termine e deve trovare la quadra. E di conseguenza deve essere molto più preparato, lo vedo in Davide. Prima il corridore arrivava ad un appuntamento importante attraverso le prime gare in preparazione. Ora deve essere competitivo dal momento in cui si mette il numero sulla schiena, non esistono più le corse per entrare in forma. Per questo ci deve essere dietro un grande lavoro di equipe tra diesse sempre sul pezzo, corridore e le altre figure.

Grandi Giri e Roubaix: per Pogacar la benedizione di Martinelli

18.02.2025
5 min
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Negli ultimi giorni il video di Pogacar nella foresta di Arenberg ha fatto il giro del mondo. Tutti ne hanno parlato, dagli avversari (intimoriti) ai tifosi (sognanti). In una recente intervista Fabio Baldato ci ha rivelato che quella ricognizione faceva parte di una due giorni più generale sulle strade del Nord, e che per quest’anno la Roubaix non è nei programmi del campione del mondo. Pogacar però non ha mai fatto mistero di voler correre la regina delle classiche e la sensazione generale è che abbia tutte le carte in regola per poterla vincere.

Un’idea – un corridore da corse a tappe che se la gioca sulle pietre francesi – che solo cinque anni fa sembrava impensabile. Non a caso l’ultimo vincitore del Tour de France a trionfare alla Roubaix è stato Bernard Hinault nel 1981, 44 anni fa. Abbiamo raggiunto al telefono Giuseppe Martinelli per chiedere la sua opinione su questa difficile quanto affascinante convivenza.

Dopo quasi 40 anni in ammiraglia Giuseppe Martinelli ha terminato nel 2024 la sua carriera da direttore sportivo
Dopo quasi 40 anni in ammiraglia Giuseppe Martinelli ha terminato nel 2024 la sua carriera da direttore sportivo
Martinelli, che effetto le ha fatto vedere Pogacar sfrecciare nella foresta di Arenberg?

Ci sono due cose che mi fanno pensare. La prima è che andato a provare perché non si sa mai, se dovesse sentirsi bene in quel periodo potrebbe anche dire: vado e provo. La seconda è che secondo me gli piace proprio andare in bici, in sella gli viene tutto facile e allora ci è andato anche giusto per divertirsi. Non possiamo saperlo. Quello che è chiaro è che sicuramente è l’unico corridore in questo momento che può pensare di fare una cosa del genere, vincere un Grande Giro e la Parigi-Roubaix. Sono molto curioso di vederlo ora all’inizio della stagione, perché credo che quest’anno andrà ancora più forte. Sa che Vingegaard arriverà al Tour più forte rispetto alla scorsa stagione, quindi anche lui arriverà ancora più preparato.

L’ultimo vincitore di Tour a fare sua la Roubaix è stato Hinault nel 1981. E’ davvero così difficile coniugare le due cose? 

Abbastanza. Roubaix e Tour si potrebbe anche fare forse, ma Roubaix e Giro è davvero difficile. 

Troppo ravvicinati? 

Sì, alla Roubaix una caduta è dietro l’angolo e non hai tempo di recuperare. In più una gara del genere ti lascia strascichi anche nelle gambe. E per uno che prepara il Giro sono tossine e fatiche che possono rimanere per molto tempo. Ma soprattutto il problema sono le incognite, gli incidenti. Quando programmi una stagione valuti anche i rischi, è normale, è alla fine di solito dici di no. E’ una questione di strategia e di rischi calcolati. 

Nel 2014 Nibali costruì gran parte del suo successo al Tour sul pavè
Nel 2014 Nibali costruì gran parte del suo successo al Tour sul pavè
Lei era in ammiraglia nella famosa tappa del pavè al Tour 2014, quando sulle pietre Nibali fece la differenza in maglia gialla. Anche considerando il suo passato in mtb avrebbe potuto provarla?

Quel giorno Vincenzo aveva una condizione eccezionale e accanto compagni fortissimi, Contador prese qualcosa come 4 minuti. Sono quelle giornate in cui viene tutto facile. Per quanto riguarda il provare a fare la Parigi-Roubaix ci abbiamo pensato molto, l’idea c’era ma non c’è stata l’occasione. Il problema, oltre ai rischi di cui parlavo prima, è che se un uomo di classifica va lì trova gli specialisti che si concentrano su quelle gare. Ai tempi di Vincenzo per esempio c’erano Sagan e Cancellara. Quindi era difficile andarci solo per provare, correndo quegli inevitabili rischi.

Magari avrebbe potuto andarci a fine carriera?

Nel 2022 volevamo provare, ma Vincenzo alla fine ha rinunciato e anch’io ho tirato un po’ indietro. Dispiace un po’ perché avrà quel piccolo rimorso, ma alla fine uno come lui non ha bisogno di quello per ampliare un palmares già straordinario. Poi nel 2022 c’erano già campioni più forti di lui e a quel punto non ne valeva più la pena.

La tendenza è di usare coperture sempre più larghe. Baroncini, in questa ricognizione del 2024, montava tubeless da 32 mm (foto UAE Team Emirates)
La tendenza è di usare coperture sempre più larghe. Baroncini, in questa ricognizione del 2024, montava tubeless da 32 mm (foto UAE Team Emirates)
Oggi sarebbe più facile rispetto al passato con i nuovi materiali che si hanno a disposizione?

Forse sì, è più semplice, con le nuove bici e i copertoni tubeless, magari si corrono meno rischi. Ma il punto vero è sempre un altro, cioè il fatto che, oggi soprattutto, alla Roubaix ci sono tre o quattro corridori fortissimi contro cui scontrarsi. Per un corridore da Grandi Giri pensare davvero di battere gente come Van Aert o Van Der Poel è dura, campioni del genere se non hanno problemi se la giocano tra loro. Quindi finisci con l’andare solo per partecipare, e un 6° o 7° posto secondo me non vale il rischio.

Considerazioni che valgono per tutti tranne che per Pogacar… 

Non c’è dubbio. Se dovessi buttarla lì, per lui è quasi più facile vincere la Roubaix che la Sanremo. Perché sul pavè contano le gambe e la tecnica, e lui ce l’ha tutte e due. Ha anche una squadra forte, con compagni come Wellens e Politt che lo possono pilotare molto bene.

Tadej Pogacar probabilmente non sarà al via della Roubaix 2025, ma l’appuntamento è solo rimandato
Tadej Pogacar probabilmente non sarà al via della Roubaix 2025, ma l’appuntamento è solo rimandato
Se lei fosse il suo DS quando gliela farebbe fare?

Intanto se fossi il suo tecnico, sarei molto contento, in generale. A parte gli scherzi, lascerei decidere a lui. Gli direi: «Quando vuoi farla, io ci sono». Poi ha il vantaggio che non deve preparare più di tanto una gara del genere, perché lui è sempre pronto, basta fargli trovare la bici a posto e lui va. Ora che non sono più dentro il ciclismo ho proprio voglia di godermelo, mi è piaciuto dal primo giorno. Perché semplicemente è un fenomeno e quindi fa cose impensabili per gli altri, anche vedendole da fuori. Io ho seguito il ciclismo tutta la vita, ma quando l’ho visto attaccare al mondiale a 100 chilometri dall’arrivo ho spento la tv e sono andato a farmi una passeggiata.

Perché credeva che la gara fosse già finita lì? 

No, al contrario, perché pensavo l’avesse buttata via. Poi dopo un’ora e mezza sono tornato, ho riacceso la tv ed era ancora lì, in testa. Qualcosa di davvero incredibile. Non mi sono mai divertito tanto a guardare il ciclismo come gli ultimi tre-quattro anni, perché se ami questo sport non puoi non voler bene a corridori del genere che ti fanno saltare sulla sedia e avvicinano tanti giovani alla disciplina. Speriamo che tutto questo aiuti anche il movimento italiano.

Gli ultimi 15 giri e la nuova vita di Fabio Felline

24.12.2024
5 min
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TORINO – Quindici giri nel Motovelodromo per salutare il ciclismo, tanti quanti gli anni passati tra i pro’. È già scesa l’oscurità quando Fabio Felline inforca la Trek rossa fiammante e compie la passerella finale nel salotto buono del capoluogo piemontese. Quel tempio a due passi da casa che lui ha contribuito a far tornare in auge, legandoci tanti degli appuntamenti delle sue ultime stagioni sui pedali. 

L’amico e collega Jacopo Mosca fa da contagiri d’eccezione, mentre in braccio alla moglie di Fabio, Nicoletta Savio, c’è il piccolo Edoardo pronto a scampanellare per l’ultimo giro del papà, già pronto a gettarsi nella nuova vita. «Serenità, Consapevolezza e Determinazione» le tre parole presenti nell’unico tatuaggio stampato sulla sua pelle, ad accompagnare tutte le sue pedalate ma anche la sua nuova quodianità. 

Una festa per Fabio

Non poteva che chiudersi in sella la festa organizzata dall’Associazione Sul Tornante per il ritiro del trentaquattrenne cresciuto nella Rostese e passato professionista nel 2010 con la Footon-Servetto di Mauro Gianetti. Un lungo pomeriggio di aneddoti, risate, qualche lacrimuccia e una folta platea, arricchita dalla presenza dei direttori sportivi che hanno segnato la sua carriera come il mitico Giuseppe Martinelli, che omaggiando Fabio e abbracciandolo ha commentato: «Alla fine quest’anno smettiamo insieme, visto che anch’io do l’addio dopo 15 anni di Astana». 

Poi ancora Giovanni Ellena, che lo guidava negli anni dell’Androni, e Adriano Baffi, ultimo diesse in Trek. Tra il pubblico anche i campioni piemontesi che l’hanno consigliato da giovane e sempre tifato come Italo Zilioli e il due volte vincitore del Giro d’Italia Franco Balmamion. Chi non c’era però non ha fatto mancare il suo affetto, vista la cascata di videomessaggi arrivati da tanti tra compagni di squadra e avversari, che hanno condiviso qualche chilometro con Fabio.

Era presente anche Giuseppee Martinelli, che lo ha avuto con sé all’Astana
Era presente anche Giuseppee Martinelli, che lo ha avuto con sé all’Astana

L’incidente dell’Amstel

Poi una carrellata di immagini a fare da sottofondo, con lo stesso Felline a raccontare tutti i retroscena nascosti dietro quegli scatti. Dalle pedalate con papà Maurizio fino alla vittoria di Laigueglia del 2017 o all’ultimo acuto, il Memorial Pantani del 2020 in maglia Astana. Senza scordare il tremendo incidente nel tratto di trasferimento dell’Amstel Gold Race 2016 che avrebbe potuto costargli un ritiro precoce.

«Per un mio errore ho rischiato la carriera – ha raccontato – ma quel momento ha rappresentato l’inizio di una svolta. Quando mi han detto che potevo ancora correre in bici e che dovevo solo aspettare di riassorbire le botte, ho cominciato a pensare che dovevo tornare più forte di prima».

La conquista della maglia verde alla Vuelta del 2016 è stata uno dei momenti forti della carriera
La conquista della maglia verde alla Vuelta del 2016 è stata uno dei momenti forti della carriera

La verde di Madrid

Quattordici le vittorie complessive, tanti piazzamenti di prestigio, ma un ricordo nel cuore più di tutti: «Salire sul palco di Madrid, con la maglia verde, è un qualcosa che non dimenticherò mai, lì con tutti i grandi di quella Vuelta del 2016. E dire che non ho neanche celebrato con la bici verde o il casco verde perché avevo timore che Valverde mi togliesse la maglia all’ultimo, ma è stato lui stesso prima della tappa conclusiva a dirmi “Es tuya, complimenti. Eppure, io non ci credevo ancora, invece, lui non ha più attaccato ed è andata così. È stata una bella soddisfazione».

Tirreno 2021: quarto alle spalle di Van der Poel, Pogacar e Van Aert: una grande prestazione
Tirreno 2021: quarto alle spalle di Van der Poel, Pogacar e Van Aert: una grande prestazione

Da record dietro Van der Poel

Poi ancora un aneddoto della Tirreno Adriatico 2021, quando fu quarto nell’epica tappa di Castelfidardo vinta da Mathieu Van der Poel davanti agli altri due “alieni” Pogacar e Van Aert.

«Ricordo che quel giorno ero all’inseguimento in solitaria di Van der Poel – racconta – poi mi sono spento, ma comunque sono arrivato a 1”26” e gli ho guadagnato 2 minuti. Sono chiacchiere da bar e forse nessuno lo saprà mai, ma quel giorno forse ho sfoderato la miglior prestazione tra tutti. E infatti tanti mi hanno detto che sono stato il primo degli umani dato il calibro dei tre che mi sono arrivati davanti. Visto che a tutti piacciono i numeri, posso dire che in quella corsa ho fatto quasi 360 watt medi per 120 minuti. Quei valori rappresentano le mie due ore record in quanto a potenza di tutta la carriera». 

E’ stato Jacopo Mosca a dare il via a Fabio Felline per gli ultimi 15 giri di pista
E’ stato Jacopo Mosca a dare il via a Fabio Felline per gli ultimi 15 giri di pista

Gli ultimi 15 giri

Le storie si susseguono, la platea lo abbraccia tra domande e applausi, ma poi è tempo di mettersi scarpette e casco. La commozione è tanta prima dell’ultima passerella.

«È stata una giornata come la sognavo, sapevo soltanto per quanto tempo ero impegnato, ma non i contenuti né chi sarebbe venuto. È stato un regalo stupendo, un’emozione fortissima e i 15 giri simbolici sono stati una degna chiosa della mia carriera». 

In una famiglia che respira il ciclismo dalla mattina alla sera però, il futuro sarà sempre nell’ambiente, come conferma Fabio prima di lanciare la lotteria benefica con in palio tanti cimeli ciclistici e il ricavato da donare alla Fondazione Michele Scarponi.

«Non bisogna mai star fermi e sicuramente il Motovelodromo rappresenta qualcosa che farà parte del mio futuro. Mi sento in dovere di far qualcosa, abbiamo già fondato una squadra di bambini, con grande attenzione al tema sicurezza al quale siamo molto sensibili e vogliamo continuare su questa strada. Sarò ambassador Trek, darò una mano per l’abbigliamento agli amici di Pella e continuerò a pedalare. E chissà, magari organizzerò un’altra Fellinata, però questa volta in primavera, magari il 29 marzo per il mio compleanno». Parafrasando il videomessaggio di Giulio Ciccone, buona pensione ciclistica Fabio!

EDITORIALE / Come si sceglie il cittì della nazionale?

18.11.2024
5 min
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Mentre i commissari tecnici hanno ricevuto la raccomandazione di non rilasciare dichiarazioni fino al Giro d’Onore del 20 dicembre, un’intervista di Ciro Scognamiglio a Beppe Martinelli ha fatto emergere il desiderio del tecnico bresciano di diventare commissario tecnico della nazionale. Non si è candidato, ha semplicemente risposto alla domanda su una voce che girava da tempo.

Il posto è di assoluto prestigio, seppure vincere fra i professionisti sia al momento piuttosto complesso, come le ultime apparizioni hanno dimostrato. E’ tuttavia singolare che le candidature arrivino prima che si sia spesa una sola parola a favore o contro l’attuale cittì Bennati. E’ un silenzio che colpisce. Non il suo, che è anche comprensibile, volendo capire che cosa accadrà con le prossime elezioni. Piuttosto quello dell’ambiente, quasi per una scelta apatica o di accettazione: si è passati dalle critiche incalzanti all’ultimo Cassani durante la campagna elettorale, al silenzio per il suo successore. Quello che è emerso è che il contratto non sia stato rinnovato dal Consiglio federale. A detta di Roberto Amadio, perché si tratta del ruolo più oneroso, per il quale è giusto lasciare diritto di nomina a chiunque vincerà le prossime elezioni federali.

Giuseppe Martinelli scende dopo 15 anni dall’ammiraglia Astana. Legittimo il sogno di diventare cittì azzurro
Giuseppe Martinelli scende dopo 15 anni dall’ammiraglia Astana. Legittimo il sogno di diventare cittì azzurro

Il post di Visconti

Si potrebbe parlare a lungo di come andrebbe gestita la nazionale, ma alla fine risulta evidente che, fra le svariate scuole di pensiero mondiali, prevalga quella di chi vince, con buona pace per ragionamenti e criteri. Vanno bene tutti, in un settore in cui l’importante è avere una buona immagine e possibilmente vincere. Si pesca fra ex corridori, ex direttori sportivi, manager e raramente fra le risorse già presenti in casa. A parziale eccezione, salta agli occhi la scelta del Belgio, che al momento di sostituire Vanthourenhout, ha preferito Serge Pauwels al ben più prestigioso Philippe Gilbert, puntando sull’ex tecnico degli juniores, nel segno della continuità tecnica.

Dario Cataldo, diventato direttore sportivo della Astana Qazaqstan neanche un mese dopo aver smesso di correre, dice quanto sia difficile parlare con i corridori più giovani. Per cui occorre conoscere la loro lingua e anche sapersi muovere in un modo di correre che è tanto diverso da quello di sei o sette anni fa. Seguendo questo stesso filo, Giovanni Visconti ha detto la sua in un post su Instagram pieno di orgoglio, ragionamento e passione. Ma il punto è proprio questo: quali devono essere i requisiti di chi guiderà la nazionale dei professionisti? 

Giovanni Visconti ha smesso di correre nel 2022
Giovanni Visconti ha smesso di correre nel 2022

Le doti del cittì

Deve avere grande carisma, per cui uno sguardo vale più di mille parole. La forza di stringere a sé i corridori perché siano disposti a gettarsi nelle fiamme per lui. Il loro rispetto incondizionato. La capacità di impostare una tattica che funzioni (il divieto di usare le radio fa sì che questa sia una delle doti più importati). L’abilità di parlare al futuro senza troppi riferimenti al passato. La schiena dritta, perché mai e poi mai il suo essersi offerto diventi un punto di debolezza o il pretesto per subire imposizioni tecniche.

E’ importante che abbia corso e che lo abbia fatto negli ultimi anni? E se invece di un ex atleta si andasse a chiamare un direttore sportivo in attività, di quelli giovani che ci sono dentro e battono al ritmo del ciclismo di adesso? Bramati come Tosatto, ma anche Pellizotti e Gasparotto che in quel ruolo andrebbe a nozze. Potrebbe essere un ruolo part time, legato alle corse e alla loro vigilia: non puoi chiedere a un tecnico WorldTour di rinunciare al suo stipendio per il solo amore della maglia azzurra. E a quel punto si potrebbe affidare il ruolo a tempo pieno di ambasciatore della Federazione a un ex campione di grandi storia e prestigio, come ad esempio Bugno, che avrebbe nel testimoniare la bellezza del ciclismo un passo di vantaggio rispetto a molti altri.

Il contratto di Bennati si chiuderà a fine 2024 e non è stato rinnovato
Il contratto di Bennati si chiuderà a fine 2024 e non è stato rinnovato

Il progetto della nazionale

Ci piacerebbe in effetti sapere quale sia stato e quale sarà (per questo dovremo aspettare le elezioni) il progetto federale per la nazionale dei professionisti. Se la si vede come un comparto a sé o che invece dialoghi e lavori in continuità con l’attività giovanile. E se un progetto esiste, perché qualcuno dovrebbe candidarsi per diventare commissario tecnico e non c’è piuttosto un identikit già pronto?

Ballerini non si candidò e tantomeno fece Bettini: furono scelti. E se vieni scelto, hai il coltello dalla parte del manico. Sei lì perché i tuoi meriti e i tuoi titoli hanno parlato per te. La scelta di Cassani rispose alla volontà di inseguire il ricordo di Martini, provando a colmare il gap generazionale con la vivacità mediatica del romagnolo. Quella di Bennati (per un ruolo offerto prima a Fondriest e poi a Pozzato) forse ha esposto Daniele a pressioni di cui non avvertiva la necessità. La sensazione è che con lui i corridori, tolto forse il primo anno a Wollongong, non abbiano dato proprio tutto, gestendo alcune situazioni di gara in modo diverso da quanto pattuito. Forse non hanno creduto completamente in lui e nella sua visione. C’era tutto perché si vincessero gli europei, ad esempio, ma è mancata la voglia o la capacità di attenersi alla tattica condivisa. Ed è mancata, soprattutto agli ultimi mondiali, la sensazione che fossero pronti a gettarsi per lui nel fuoco.

Il gregario dell’anno? Sentiamo tre direttori sportivi

14.09.2024
6 min
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«Oggi il vero gregario cioè il Panizza per De Vlaeminck, il Bernaudeau per Hinault o il Vanotti per Nibali, non c’è più. O se c’è, si vede solo in certi frangenti in corsa». Anche se quello che stiamo per proporvi è un articolo che riguarda la figura del gregario non potevamo esimerci da questa premessa fatta da Giuseppe Martinelli, uno direttori sportivi interpellati per questo “Oscar del gregario” appunto.

La premessa di “Martino” è importante perché ci dice molto anche sul perché dei giudizi su questo o quel gregario. Il fattore del tirare, di prendere aria in faccia, resta oggi centrale. Mentre si affievolisce, almeno vista da fuori, la parte oltre la gara. Vale a dire il gregario confidente, il gregario compagno di camera. Il discorso oggi è molto più tecnico.

Con i tre grandi Giri alle spalle e altre corse importanti nel sacco, cerchiamo di capire chi è, o chi sono, i gregari che si sono distinti maggiormente durante la stagione. E perché si sono distinti.

Oltre a tirare forte, Domen Novak è anche un buon confidente tanto più che è sloveno come Pogacar
Oltre a tirare forte, Domen Novak è anche un buon confidente tanto più che è sloveno come Pogacar

Parola a Gasparotto

«E’ un argomento ampio e di non facile scelta – dice Enrico Gasparotto, direttore sportivo in forza alla Red Bull-Bora – è difficile giudicare e stabilire chi sia stato il miglior gregario dell’anno. Si fa anche fatica a ricordare alcuni eventi di marzo, per esempio. Oppure non si conoscono le dinamiche interne dei vari team, i ruoli e i compiti assegnati ai corridori. E poi parliamo di gregari: ma ci sono team che hanno preso Adam Yates per fare il gregario. Noi stessi in Red Bull, abbiamo Vlasov e Hindley che sarebbero capitani altrove. Ormai si va nella direzione dei super team, in cui corridori molto importanti vengono messi a disposizione di quei 4-5 atleti più forti del mondo. 

«E questo vale non solo per la salita. Penso anche ad alcuni passisti che sono forti nelle classiche del Nord e delle pietre: Van Aert, Van Hooydonck fino all’anno scorso, o Politt: gente molto forte che dà tanto anche nei grandi Giri».

E con Politt Gasparotto apre ad un primo lotto di nomi. Il tedescone della UAE Emirates è piuttosto gettonato.

«Nils – va avanti Gasparotto – l’ho avuto fino allo scorso anno e conosco il suo potenziale è uno di quegli atleti molto importanti al servizio di profili altissimi. Oltre a lui, credo che in stagione si sia ben distinto Domen Novak. Conosco bene questo ragazzo, in quanto corremmo insieme alla Bahrain. Già all’epoca aveva un potenziale enorme e ha fatto uno step ulteriore. Alla Liegi ha svolto un lavoro eccezionale per Pogacar e ha fatto benissimo anche al Giro d’Italia. Un altro che ha fatto bene è Cattaneo».

Aleotti tira i suoi. Giovanni per prestazioni e costanza di rendimento sta diventando un vero uomo squadra
Aleotti tira i suoi. Giovanni per prestazioni e costanza di rendimento sta diventando un vero uomo squadra

Stando in Red Bull-Bora e vista la sua ottima stagione, avremmo pensato che Gasparotto facesse il nome di Giovanni Aleotti, ormai stabile nelle formazioni che contano.

«Certamente c’è anche lui – conclude Gasparotto – non l’ho citato prima perché prendo come punto di partenza il Tour per lo stress della corsa e l’importanza fondamentale che gioca il gregario in quella gara e Giovanni al Tour non c’era. Ma senza dubbio Giovanni è da chiamare in causa. Alla Vuelta ha lavorato quando alla tv ancora non si vedeva. Al Giro lavorava e poi era stabilmente nei primi 15, 20 al massimo: questo significa che ormai ha raggiunto una base solida. Lo vedo molto bene anche in ottica futura come gregario di un capitano importante. E’ un lavoro che svolge con naturalezza e poi c’è un aspetto molto importante: si è guadagnato la fiducia dei leader. Perché tu puoi andare forte quanto vuoi, ma se il capitano non si fida di te serve a poco.

«Se un corridore così, visto il mondiale duro che si profila e i nomi che se lo giocheranno Roglic, Pogacar, Remco… non fosse convocato, sarei alquanto stupito».

Alla Vuelta visto un Cattaneo splendido. Solo dei problemi di salute gli hanno impedito di essere al Tour con Evenepoel
Alla Vuelta visto un Cattaneo splendido. Solo dei problemi di salute gli hanno impedito di essere al Tour con Evenepoel

Tocca a Bramati

Dopo Gasparotto ascoltiamo il parere di Davide Bramati, diesse della  Soudal-Quick Step. Anche il tecnico lombardo sottolinea il fatto che l’argomento è ampio, che la scelta da fare non è facile e, aggiunge: «La stagione non è ancora finita!».

«Chi è il miglior gregario dell’anno? Se guardo in casa mia, ma non solo, dico Mattia Cattaneo. Specie dopo la medaglia alla crono degli europei mi viene in mente lui. Alla Vuelta ha fatto grandi cose. Abbiamo visto quando si è fermato ad attendere Landa. Quella è stata una decisione non facile, anche per l’ammiraglia. Da parte sua, significa devozione per la squadra e per il lavoro che sta facendo, pur avendo una grande condizione».

Bramati, tra gli altri, ha elogiato Ghebreigzabhier, attivo su molti fronti
Bramati, tra gli altri, ha elogiato Ghebreigzabhier, attivo su molti fronti

Cattaneo era stato già nominato da Gasparotto e non poteva essere diversamente. Oggettivamente Mattia è stato un grande interprete di questo ruolo. E non solo in questa stagione.

«Anche Novak della UAE Emirates mi è sembrato molto bravo in questo ruolo, almeno nelle corse che ho seguito io e anche ascoltando il parere dei ragazzi. I miei atleti mi dicono che fa numeri incredibili, che tira fortissimo e per molti chilometri. Novak svolge un grande lavoro anche quando si è lontani dal traguardo. 

«Poi sempre per quel che ho visto io in corsa, devo dire che mi ha colpito Amanuel Ghebreigzabhier della Lid-Trek. Al Giro l’ho visto tirare in salita, in pianura per Milan, andare in fuga. Davvero un bell’atleta».

Giro 2016: immagine simbolo di Scarponi in veste da gregario. Michele fu fermato da Martinelli e Slongo per attendere Nibali (immagine tv)
Giro 2016: immagine simbolo di Scarponi in veste da gregario. Michele fu fermato da Martinelli e Slongo per attendere Nibali (immagine tv)

Infine Martinelli

Chiudiamo con il più esperto dei direttori chiamati in causa, Giuseppe Martinelli, tecnico dell’Astana-Qazaqstan. Anche lui ribadisce la difficoltà di individuare un singolo nome. Scavando nel passato recente dei suoi atleti, Martino, nomina Kangert e Scarponi. Ma poi si chiede anche se un atleta come Van Aert, spesso al servizio del team, possa essere considerato un gregario o meno.

«Un gregario formidabile è Marc Soler, ma quando riesce a farlo veramente? Ha una testa quello lì… Cattaneo è molto bravo. Ma se devo scegliere il gregario di quest’anno dico Rafal Majka. Penso anche al Tour dell’anno scorso e ovviamente all’ultimo Giro. E’ stato fondamentale. Era uno dei pochi se non l’unico che doveva e poteva restare vicino a Pogacar e lo ha fatto al meglio. Anche Adam Yates o Almeida si sono messi a disposizione di Pogacar, ma Majka è votato per quel ruolo lì. E’ il gregario vero: tira in salita e si stacca. Probabilmente quei gregari così non ci sono più».

Per Martinelli è Majka il gregario dell’anno. Votato alla causa del leader e basta
Per Martinelli è Majka il gregario dell’anno. Votato alla causa del leader e basta

E su questa figura, Martinelli apre una parentesi: «Quando mio figlio Davide era in Quick Step mi diceva di De Clerq, ora alla Lidl-Trek. Un corridore che faceva paura, in grado di tirare dal terzo chilometro di gara fino ai meno 40, meno 30… anche nelle corse del Nord. E nel frattempo magari andava anche dietro a prendere l’acqua. Una forza della natura. Ma per i più, De Clerq è poco noto e magari porta anche pochi punti. E questo pochi team se lo possono permettere. Però è fondamentale per la squadra. Oggi con tutti gli extra feed che abbiamo i ragazzi neanche sono così capaci a prendere l’acqua all’ammiraglia».

Martinelli e la strada in salita dell’Astana

13.03.2024
7 min
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La situazione dell’Astana è traballante. Non c’è un capitano carismatico, il budget non è più quello di un tempo, Cavendish fa tanto come immagine, ma forse non basta. Il sistema dei punti rende necessario fare risultati e se questi non vengono, si capisce lo scoramento del personale. L’attività è ugualmente intensa e a tratti frenetica, dice Martinelli, ma nessuno si tira indietro.

Il bresciano è l’ultimo tecnico ad aver vinto il Giro, il Tour e la Vuelta con un corridore italiano. In precedenza ne aveva portati a casa anche altri, l’elenco è lungo, ed è per questo che quando finalmente riusciamo parlare con lui alla vigilia della Milano-Torino (ieri), suona strano sentire che ormai si occupa principalmente di logistica e mezzi. Se a ciò si aggiunge che sua figlia Francesca, pilastro nell’ufficio del team, è passata alla Tudor, si capisce che la situazione sia piuttosto diversa da quella che Martino avrebbe immaginato per l’ultima parte della sua carriera. 

Nibali è stato a lungo la bandiera dell’Astana: Martinelli conferma che sostituirlo non è stato facile
Nibali è stato a lungo la bandiera dell’Astana: Martinelli conferma che sostituirlo non è stato facile
Martino, che momento è questo per l’Astana?

Un momento un po’ particolare. Sono qui dal 2010, veniamo da un passato importante, ma abbiamo pagato il dopo Vincenzo. Sia la prima volta che è andato via, sia l’ultima. Avevamo Fuglsang, ma abbiamo perso uno dietro l’altro Landa, Scarponi, Vincenzo e Aru. Abbiamo un gruppo di corridori buonini, ma quando ti manca un leader carismatico attorno cui costruire la squadra, diventa tutto un mettere insieme che crea confusione. Se non hai il campione, non dico che rischi di fallire, ma di non trovare una direzione unica. Cambi per cambiare e non porta da nessuna parte. E poi c’è una questione di budget.

E’ sceso il vostro oppure è salito quello degli altri?

Il nostro è diminuito e gli altri sono aumentati. Le cifre che si sentono sono pazzesche, c’è chi spende 45 milioni di euro e chi ne spende 15, perciò la differenza è impossibile da reggere. E’ anche uno dei motivi per cui il campione non lo prendi più e fai fatica anche a prendere i giovani talenti. Possiamo fare poco contro chi gli offre 5 anni, perché noi non abbiamo 5 anni di contratto davanti a noi e neppure il budget di 10 anni fa. Non possiamo competere, siamo a inseguire qualcosa che non arriva. Lo staff è ancora l’arma vincente, perché Borselli, Tosello, Possoni e Saturni ci sono, sono il top e vanno avanti. Però secondo me anche a loro ogni tanto vengono in mente le vittorie che facevamo e questo porta un po’ di sconforto.

La partenza di Aru ha interrotto quel ciclo…

Fabio è andato via solo per i soldi, non c’è niente altro da dire. Quando una squadra come la UAE ti offre, a quell’epoca, 3 milioni di euro per tre anni, tu cosa fai? Io personalmente gli dissi che avrebbe fatto bene ad accettare. Il corridore deve guadagnare, il futuro passa da quello. Il problema è che in quei tre anni si è spento, mentre i nostro progetto è ancora in salita. E’ inutile recriminare su un Moscon che non è stato all’altezza della situazione o Ballerini che abbiamo preso per fare le classiche del Nord e alla fine non ce l’abbiamo. Spero che dal Catalunya cominceremo a vedere Fortunato e poi speriamo veramente nel Giro d’Italia.

Aru ha corso all’Astana dal 2012 al 2017, voluto da Martinelli in persona, vincendo la Vuelta 2015
Aru ha corso all’Astana dal 2012 al 2017, voluto da Martinelli in persona, vincendo la Vuelta 2015
Quanto è importante Cavendish in questa squadra?

Tanto. A livello mediatico, lo conoscono tutti. L’ho conosciuto anch’io e non credevo che fosse così bravo. Mi sembrava sempre uno un po’ scorbutico, invece è un ragazzo molto intelligente e ha portato qualcosa alla squadra. Specialmente nel momento in cui le cose sembrano vacillare, quando c’è lui alla partenza, hai la sensazione di avere un gioiello. Senza di lui saremmo una squadra qualunque. Quando “Vino” mi disse che c’era la possibilità di prenderlo, dissi subito di sì. Non perché ha un milione e mezzo di follower, ma perché tutto il mondo lo conosce. Non abbiamo Pogacar, Vingegaard o Roglic, ma abbiamo Cavendish.

La scienza comanda: credi ancora nella possibilità di scovare un ragazzino e farlo crescere senza tanti condizionamenti?

Guardate, sono uscite le due cose che provo io in questo momento. Parlano tutti di watt per chilo. Io ascolto, so cosa significa, ma sono convinto che un ragazzino che crede ancora nel ciclismo, nell’andare in bicicletta col sogno di vincere il Giro d’Italia o il Tour de France, non dovrebbe guardare queste cose. Dovrebbe imparare che cos’è realmente il ciclismo. Ho incontrato dei ragazzi quest’inverno, ho parlato con loro senza numeri. Non mi interessava che procuratore avessero, non mi interessava il margine di miglioramento, ma se gli piacesse veramente il ciclismo. Perché questo sport non puoi non amarlo, è forse il ciclismo più bello che c’è. Lasciamo stare quello che ho passato, lo sanno tutti e sono contento di esserci stato. Ma adesso ti alzi la mattina e se in gara c’è Pogacar o Remco, ti godi veramente lo spettacolo. Credo che perdere da questi corridori non sia percepito come una sconfitta. Prima potevi anche inventare qualcosa tatticamente per farli saltare, adesso il livello è incredibile. Non è impossibile, ma molto difficile.

Cosa possiamo aspettarci da Garofoli, che ha lasciato la DSM per venire da voi?

Ho parlato insieme a Gianmarco per mezz’ora ieri all’ora di pranzo. Ha finito la Tirreno e adesso prepara i Paesi Baschi. Secondo me fatica perché è un po’ troppo esuberante e vuole sempre dimostrare qualcosa a se stesso e a tutto il mondo. Dovrebbe essere più tranquillo e capire che se ti manca solo un 10 per cento, forse ti piazzi, ma di certo non vinci. L’altro giorno leggevo la Gazzetta dello Sport, scusatemi ma vi assicuro che leggo sempre anche voi (ride, ndr), dove Ciro Scognamiglio descriveva il 14° posto finale di Fortunato come il peggior piazzamento italiano degli ultimi anni. Ma che corridori c’erano in gara e che corridori ci sono in Italia per fare meglio di un 14° posto? Perché il nostro ciclismo purtroppo è questo qua. Certo c’è Milan, ma è uno ogni tanto…

Cavendish ha portato esperienza, carisma e il senso di avere un obiettivo condiviso
Cavendish ha portato esperienza, carisma e il senso di avere un obiettivo condiviso
Un quadro pesante…

Nel ciclismo di oggi, l’Italia è una piccola parte e anche secondo me manca una WorldTour italiana. Giovani buoni li abbiamo e alla fine quello giusto arriverebbe. Ma se va alla Bora o alla Visma, quanti giovani stranieri si troverà davanti? Non crescerà mai come Nibali alla Liquigas. Qui sarebbe il miglior italiano, là sono dei buoni italiani in mezzo ai campioni di casa. Anch’io ho avuto dei corridori italiani nella mia squadra con un’anima italiana, che sono emersi più facilmente perché l’ambiente che li circondava gli ha dato qualcosa in più. Per un belga che corre in una squadra belga oppure olandese, non è come per un italiano che corre in una squadra belga, è tutta un’altra storia. Sei un numero e sperano che tu vada bene, l’altro invece è considerato un investimento nel vero senso della parola.

In gruppo si sussurra che le Olimpiadi potrebbero chiudere il ciclo dell’Astana…

No, abbiamo ancora i contratti fino al 2025, credo però che l’Astana andrà avanti ancora a lungo. Finché c’è Vinokourov, c’è speranza nel vero senso della parola. Lui ha delle conoscenze talmente importanti da poter andare dove vuole. Il problema è che in questo momento avremmo bisogno di più soldi, per crescere veramente. Se li avessimo avuti, magari avremmo potuto trattare lo stesso Milan. La squadra va avanti, ne sono convinto. Invece penso che tutto sommato la mia carriera sia terminata.

Perché?

Mi piace ancora essere qua e dare l’anima, però dico la verità: in questo ciclismo valgo poco. Eppure penso che se trovassi un interlocutore cui far capire veramente certi meccanismi, mi piacerebbe ancora da morire stare in mezzo e fare la squadra. Se non vado alle corse, non è perché non mi piaccia più, ma perché mi sento inutile.

Zanini, Martinelli e Maini: il 2023 è stato l’ultima stagione in Astana per il bolognese, sulla destra
Zanini, Martinelli e Maini: il 2023 è stato l’ultima stagione in Astana per il bolognese, sulla destra
Anche la mancata riconferma di Maini va in questa direzione?

Questa è una delle sconfitte che mi hanno segnato di più. Non perché Orlando sia un mio amico, perché l’amicizia è una cosa, la capacità e l’intuizione di gestire certi passaggi è un’altra. Non le compri al supermercato e non le compri ad Aigle con un timbro che dice che sei direttore sportivo. E’ stata una scelta dettata dal fatto che sta cambiando tutto e probabilmente non interessa neanche avere un Martinelli. Al giorno d’oggi vale di più un direttore sportivo che ha smesso di correre l’anno prima, piuttosto di uno che ti dice cosa si potrebbe fare e cosa non si deve fare.

Iniziano le classiche, sabato c’è la Sanremo, dove ti troviamo?

Se tutto è confermato, ci vediamo al Giro d’Abruzzo.

Un viaggio a ostacoli nei silenzi di Maini

10.02.2024
6 min
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Maini e il ciclismo sono una cosa sola. Quando lo intercettiamo, Orlando ha appena assistito alla vittoria di Pedersen al Tour de la Provence, osservando e annotando come fanno i direttori sportivi. Quello è un ruolo che non passa e non impari studiando le tabelline. Ce l’hai dentro, anche se la squadra per cui ha lavorato negli ultimi due anni ha deciso di portarlo a fine contratto senza dire una parola.

Maini non mostra le ferite, perché sa che se le mostrasse, farebbero male a lui e non a chi gliele ha inflitte. Per cui parlando del più e del meno, saltando da un argomento all’altro per quasi mezz’ora, lo capisci subito quando arrivi a un tema caldo, perché chiede subito di non scriverne. E’ un vero slalom: chissà cosa si proverebbe per una volta a essere maleducati…

«Può succedere – dice – alla fine credo che si debba rispettare quello che ha deciso la dirigenza, anche se non lo condividi. Non so esattamente il perché. Quelle che faccio sono supposizioni, ma non voglio parlarne perché risulterei antipatico. Il contratto terminava a fine anno e non si è mai parlato di prolungarlo. A un certo punto l’ho capito che finiva così, ma non so bene perché».

Maini è stato porfessionista dal 1979 al 1988. Qui nel 1984 in maglia Alfa Lum
Maini è stato porfessionista dal 1979 al 1988. Qui nel 1984 in maglia Alfa Lum

Suo “fratello Martino”

Dopo quattro anni nelle continental (fra il 2018 e il 2021, il bolognese è stato con Petroli Firenze e Beltrami TSA, ndr), Maini approda all’Astana. Suo “fratello Martino”, come continua a chiamare Martinelli, riesce a tirarlo dentro approfittando della nascita del devo team della squadra kazaka. Maini con i giovani ci sa fare. E’ stato accanto a Pantani, poi a Scarponi, Pozzato e Ulissi. Ha inciso sulle loro vite e fatto salvo il Panta che lo volle alla Mercatone Uno, nessuno dei suoi corridori si è mai esposto più di tanto per averlo accanto. Sarebbe cambiato qualcosa? Forse no, ma chi può dirlo?

In ogni caso, Maini approda all’Astana e lentamente il baricentro della sua attività si sposta verso la squadra WorldTour, in una Astana che però si stava discostando sempre più dall’italianità che l’ha resa forte. La gestione Martinelli, simpatico o meno che possa risultare, ha portato due Giri d’Italia, un Tour e una Vuelta. Quella successiva fa ogni anno i conti con un ranking faticoso. In ogni caso, alla fine del 2023, Maini resta a casa. Il suo inglese sarà pure elementare, ma con i corridori riesce a parlarci lo stesso, forse perché di solito si rivolge alla loro anima.

Lo scorso anno al ritiro dell’Astana ad Altea, Maini con Martinelli e Zanini
Lo scorso anno al ritiro dell’Astana ad Altea, Maini con Martinelli e Zanini

Il Maini di sempre

A voler fare i conti della serva, la considerazione che facemmo non vedendolo al ritiro di dicembre, fu che per riassorbire Dimitri Sedun (restato a piedi dopo il caso Gazprom) e tirare dentro Mark Renshaw in supporto di Cavendish, l’Astana abbia pensato di tagliare lui, mantenendo Zanini, Cenghialta, Manzoni e ovviamente Martinelli, che al sacrificio di Maini ha reagito piuttosto male. Anche perché nel frattempo l’Astana ha aggiunto alla WorldTour e al devo team anche la squadra femminile: un direttore sportivo in più non sarebbe ugualmente stato utile?

«Dopo quattro anni nelle continental – racconta – per me tornare nel WorldTour è stato un entusiasmo grandissimo. Mi hanno messo sul palcoscenico che sognavo dalla mattina alla sera, quello delle corse. Sono riuscito a farne diverse, purtroppo neppure un grande Giro. Effettivamente dentro di me si è riaccesa quella sorta di fuoco. E poi la maggioranza delle corse le ho fatte con “Martino”, con cui ho un’intesa particolarissima. Per me è stata un’esperienza importante, ma sono sempre rimasto Maini, con i giovani o con la WorldTour. Ho il mio carattere e il mio modo di lavorare, che può piacere oppure no».

Con Cavendish al Giro di Sicilia del 2023, preparando il Giro
Con Cavendish al Giro di Sicilia del 2023, preparando il Giro

Una questione di rispetto

Gli era già successo a fine 2017, quando la UAE subentrò alla Lampre e il bolognese fu messo alla porta. Dissero per l’inglese e l’internazionalità del team. Ci sono persone nei cui confronti la mancanza di rispetto viene facile, un altro come lui è stato Giuseppe Petito. Nella carriera di quest’uomo così roccioso e troppo buono, che da professionista vinse una tappa al Giro e una alla Vuelta, ci fu anche chi valutandolo come direttore sportivo, gli chiesse se avesse la patente C per guidare eventualmente il camion. Forse essere educati è davvero un limite.

«Le dinamiche di queste due chiusure – dice – si assomigliano molto. Però diciamo che l’ultima, forse per sensibilità mia e perché è più fresca, mi rimane dentro. Sei anche consapevole di avere 65 anni e magari la cosa ti spaventa perché ti chiedi adesso cosa succederà. Nella mia testa sono sempre stato un attaccante e sempre lo sarò. E’ innegabile che ci sia un cambio generazionale importante anche fra i direttori sportivi, con tutta questa tecnologia e il fatto che il gruppo sia sempre più internazionale. Sono punti che fanno la differenza, però poi c’è la corsa e lì io so riconoscere i movimenti».

Con Pozzato nel 2009 alla Katusha, Maini riuscì a vincere il campionato italiano avendo al via solo il vicentino e Mazzanti
Con Pozzato nel 2009 alla Katusha, Maini riuscì a vincere il campionato italiano avendo al via solo il vicentino e Mazzanti

Il confronto fa crescere

Il direttore sportivo che non parla inglese ma ha trent’anni di esperienza fa ancora la differenza. Questo non significa sminuire i giovani, perché è innegabile che il metodo di lavoro sia cambiato e le competenze vadano riconosciute.

«Ogni anno smettono in 3-4 e diventano subito direttori – spiega Maini – e questo va bene.  Non è scritto che da nessuna parte che io ho fatto trent’anni e quindi debba sapere tutto. No, il confronto fa crescere. Per me è sempre stato così, anche con i corridori. Sono stato spesso additato perché ero particolarmente attaccato a loro, ma questo è il mio modo di lavorare: dentro e fuori la corsa. E ha sempre pagato perché ogni volta mi hanno dato il 110 per cento.

«Adesso è comodo spingere un bottone e mandare un whatsapp o una mail, ma guardarli in faccia secondo me fa ancora la differenza. Magari non la pensano tutti come me, non è neanche facile avere questo tipo di empatia con gli atleti. Per confrontarti direttamente con un uomo serve il carattere per dirgli le cose in faccia».

Nel 1992 Maini guidò Pantani alla conquista del Giro dilettanti, poi è stato suo diesse anche nei pro’
Nel 1992 Maini guidò Pantani alla conquista del Giro dilettanti, poi è stato suo diesse anche nei pro’

La giovane Italia

I saluti, con la promessa di risentirci presto, li dedichiamo proprio ai giovani. L’Astana ha un bel pacchetto di ragazzi italiani, che però finora hanno faticato per venire fuori.

«Ci vuole pazienza – dice Maini – molta pazienza. Faccio fatica a sbilanciarmi sui ragazzi che c’erano l’anno scorso. Potrebbero far bene, ma non è scontato. Allargando lo sguardo, io credo che quest’ultima infornata ci darà un po’ di soddisfazioni. De Pretto o Busatto ci hanno già fatto intravedere qualcosa. Come loro Pellizzari e magari anche Garofoli, però è arrivato il momento che vengano fuori. Le squadre straniere prima di noi hanno cominciato a mandare degli osservatori in giro per il mondo. E adesso si ritrovano una generazione di ventenni che vincono le grandi corse, a tappe e classiche. Lasciamo stare i 5 fenomeni, quelli stanno in un olimpo tutto loro, ma gli altri che sono sotto sono comunque dei buoni corridori.

«Non credo che andando nelle squadre straniere i nostri siano penalizzati, guardate Zana come sta trovando spazio alla Jayco-AlUla. Pellizzari andrà alla Bora dopo tre anni con Reverberi? Penso che avrà la solidità per starci. In questo momento siamo in difficoltà, però l’anima italiana che c’è nelle squadre straniere ha la forma di ottimi corridori e direttori sportivi che hanno una marcia in più. Io ci spero che si torni a com’era prima, quando c’erano Marchino e Scarponi. Quello che mi fa ancora male pensando a loro, è che non ci siano più da così tanto tempo».

Come nasce la doppietta Giro-Tour? Ricordi e analisi con Martinelli

31.12.2023
5 min
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L’annuncio di Tadej Pogacar di voler tentare la doppietta Giro-Tour non vede placare la sua enfasi. E’ un argomento sempre in voga nel ciclismo, affascinante quanto difficile. Ma in queste storie, congetture, sogni… c’è chi ha fatto i fatti. Giuseppe Martinelli il Giro d’Italia e il Tour de France nello stesso anno li ha vinti nel 1998 con Marco Pantani. Ed è ancora l’ultima doppietta in essere.

Al direttore sportivo bresciano è bastato dare il “la” ed ha iniziato a raccontare, con una passione sconfinata. La questione sul piatto: Pogacar può riuscirci? Cosa serve per conseguirla? Come visse all’epoca questa sfida?

Giuseppe, torniamo a quel 1998. Come nacque l’idea della doppietta?

A vincerli tutti e due non ci si pensava, almeno non fino in fondo. L‘obiettivo principale era il Giro e tutto era programmato per quello. Poi ci sarebbe stato il Tour. Marco aveva già fatto i due grandi Giri nello stesso anno sin da quando era giovane. Nel 1994 fu secondo al Giro e terzo al Tour. Il percorso del Giro 1998 poi era disegnato bene, quindi si puntava su quello.

E il Tour?

Al Tour saremmo andati con l’idea di vincere un paio di tappe adatte a Pantani. Anche perché al contrario del Giro il percorso non era super ideale per lui: due crono lunghe, una di 60 e una di 40 chilometri, più il prologo. E avversari fortissimi, tanto più su tracciato disegnato in quel modo.

Come gestiste quell’intermezzo fra i due Giri?

Dopo il Giro Marco restò fermo per due settimane. Per la precisione 13 giorni, senza toccare la bici veramente. Fece un circuito a Bologna il lunedì dopo il Giro e poi non lo vidi, né sentii per un po’.

Tredici giorni, ma sono tantissimi…

Sì, sì, a meno che non abbia sgambato su un pedalò! Lui mi chiamò, cosa rara, che ero al Giro di Svizzera con Garzelli che lo stava per vincere. Gli chiesi come stava, se pedalava e lui mi fece: «Martino ma io non ho la bici a casa». «Come non hai la bici?», replicai. In pratica se l’era dimenticata a Bologna dopo il circuito. Mandai Orlando Maini in magazzino, che per fortuna non era lontano, e gliela portò. E Marco riprese a pedalare.

Froome è stato l’ultimo a salire sul podio di Giro e Tour nello stesso anno. Era il 2018. Qui il suo memorabile attacco sul Colle delle Finestre che gli valse la maglia rosa
Froome è stato l’ultimo a salire sul podio di Giro e Tour nello stesso anno. Era il 2018. Qui il suo attacco sul Colle delle Finestre che gli valse la maglia rosa
Incredibile! E cosa fece scattare la molla del Tour?

Sicuramente la morte di Luciano Pezzi influì, diede il “la” ad altre prospettive. Dopo la sua morte Marco e i ragazzi iniziarono ad allenarsi forte. Lo avremmo fatto comunque, ma lo spirito era diverso. Solo che all’inizio di quel Tour, con il livello che c’era noi in pratica eravamo ancora in vacanza.

Cioè?

All’inizio c’era il prologo. Marco arrivò tra gli ultimi incassando 1’30” e nelle prime tappe faticò moltissimo, anche se erano tutte di pianura. Un giorno fummo anche fortunati. C’erano dei ventagli, noi eravamo staccati, poi cadde la maglia gialla e per rispetto il gruppo si fermò. Morale della favola arrivammo alle montagne con già una maxi crono alle spalle e “solo” 5′ di ritardo. A quel punto ho pensato che qualcosa di buono si potesse fare, ma non vincere. Non era come oggi per Pogacar, che ha la doppietta nelle corde.

Quei giorni di stacco dopo il Giro furono davvero molti. Oggi probabilmente non sarebbe possibile…

Come detto nessuno ci pensava. Però quell’anno, come quest’anno, c’era una settimana in più tra Giro e Tour. Marco mi ripeteva: «Vabbè, Martino ma tanto abbiamo tempo per allenarci». Ma vai pensare che lo avremmo vinto! Iniziai a crederci veramente non tanto il giorno delle Deux Alpes, quando prese la maglia gialla, ma quello dopo. Ullrich era furioso. Sulla Madelaine attaccò con violenza. Ma Marco lo tenne bene e anzi gli “regalò” la tappa. Nonostante tutto fino a Parigi non ci avrei messo la mano sul fuoco.

Secondo Martinelli Pogacar ha tutte le carte in regola per la doppietta. Rispetto ad altri del passato lui la può programmare
Secondo Martinelli Pogacar ha tutte le carte in regola per la doppietta. Rispetto ad altri del passato lui la può programmare
Tu poi Martino ci hai riprovato anche con altri a fare la doppietta: Contador, Nibali…

In realtà solo con Nibali perché Alberto lo sfiorai in Astana. Con Nibali il discorso era un po’ diverso. Non c’è mai stata davvero questa decisione per la doppietta. Sì, ha fatto il Giro e il Tour o il Giro e la Vuelta, ma l’idea un po’ come fu per Pantani, era di vincere intanto il primo Giro. Il discorso è questo: la doppietta è difficile anche solo da pensare. O ti viene, o sei un fenomeno. In questi ultimi anni ci hanno provato Contador, Froome, ma poi ci sono riusciti fenomeni come Pantani, Indurain, Hinault, senza tornare troppo dietro ad un ciclismo tanto diverso. Eppure oggi è diverso ancora.

Cioè?

Oggi ci sono i corridori che possono pianificare questa doppietta. Uno è proprio Pogacar e l’altro è Vingegaard. Sono forti a crono, in salita, in pianura. Staccarli non è facile. E in tal senso faccio il tifo affinché Tadej ci riesca. Anche perché corridori così come fai a non amarli? Anche se non sono i tuoi. Se perdi da loro lo accetti. Quindi se mi chiedeste: «Pogacar può fare doppietta?». Io risponderei di sì, è nelle sue corde. Poi non è facile perché di là si ritroverà Vingegaard appunto.

Quest’anno come nel 1998 tra Giro e Tour c’è una settimana in più. Questo incide?

Sì, Pogacar potrebbe staccare un po’ di più. Non dico come Pantani, ma quasi. Può fare una settima di stop, sicuro. Anche perché non va dimenticato che il Tour è esigente sin da subito. E deve presentarsi al top.

Come al Giro del resto…

Vero. C’è Oropa alla terza tappa. Ma questo potrebbe essere un vantaggio. Se riuscisse a creare un bel distacco, poi potrebbe correre di conserva, lasciare la maglia, il che significa guadagnare almeno un’ora e mezzo di recupero tutti i giorni.