Lo aveva detto Visconti l’ultima volta che l’abbiamo incontrato: «Ho vissuto tre generazioni di ciclismo, vedo come si lavora oggi. E’ finito il periodo dell’allenamento di quantità, ora si fa tanta qualità».
Le sue parole si sono sommate all’osservazione di abitudini diverse. Il rendersi conto che quasi più nessuno fa le vecchie distanze di sette ore. E che sempre meno corridori alla vigilia di una corsa importante aggiungono ore o chilometri alle gare precedenti. L’eccezione ovviamente c’è sempre, dato che dopo la tappa di San Marino alla Coppi e Bartali (di 147 chilometri), Van der Poel se ne è tornato a Riccione in bicicletta (40 chilometri), per poi vincere a Waregem.
Dopo la tappa di San Marino alla Coppi e Bartali, Van der Poel ha allungato di 40 chilometri fino all’hotelDopo la tappa di San Marino alla Coppi e Bartali, Van der Poel è tornato in hotel in bici
Un limite alle ore
Di questo e delle nuove tendenze parliamo con Paolo Slongo, una vita con Vincenzo Nibali e ora nello staff della Trek-Segafredo (in apertura Pedersen e Stuyven ieri in allenamento sul percorso del Giro delle Fiandre). Il progresso di cui parla Visconti si è verificato tutto sommato in un periodo limitato che il trevigiano ha attraversato adattando le metodiche di lavoro.
«Ho sempre detto – spiega – che all’inizio della carriera magari fai un incremento progressivo di ore. Poi arrivi a sommare tante stagioni di professionismo, com’è stato per Visconti e Nibali e chi ha qualche anno sulle spalle, e non puoi aumentarle di tanto. Comunque più di 25-30 ore al massimo per settimana non riesci a farle. Così vai ad aumentare la qualità».
Vincenzo Nibali sta seguendo un avvicinamento al Giro coerente con quello delle stagioni precedentiNibali sta seguendo un avvicinamento al Giro coerente con quello delle stagioni precedenti
Mantenendo il tempo di allenamento?
Siccome quello resta uguale, aumenti la qualità. In teoria un bravo allenatore dovrebbe aumentarla gradualmente. Se l’anno scorso il corridore faceva dei volumi, quest’anno ne farà un po’ di più. Quindi devi avere sotto controllo tutti questi aspetti. Anche 10-15 anni fa c’era questa attenzione, ma era meno esasperata. Se l’atleta ha l’attitudine mentale di vivere per un po’ di anni solo per la bici, tra preparatori, alture e nutrizionisti, se è in grado di… esasperare il suo lavoro, riesce davvero a fare la differenza. Ci sono vari modi di interpretare le cose. Quello che cambia è altro.
Che cosa?
Si è passati dall’allenamento classico a qualcosa di diverso. Lo schema di una volta rimane ancora come scuola di pensiero: un allenamento graduale, sia di qualità che di quantità. Due-tre giorni di carico e uno di scarico. Due-tre settimane di carico e una di scarico. Oggi oltre a questo ci sono altre opzioni.
Quali?
Ho letto che Van Aert fa l’allenamento inverso, nel senso che inizia proprio d’inverno a fare qualità senza aver una base di lavoro, che farà in un secondo tempo. E’ quello che ho visto fare lo scorso anno da Nibali, anche se non lo seguivo più. E poi c’è un terzo modo di allenarsi, più vicino alle squadre anglosassoni ed è quello polarizzato.
Nel corso del ritiro di Alicante, Van Aert ha raccontato il suo allenamento inversoNel corso del ritiro di Alicante, Van Aert ha raccontato il suo allenamento inverso
In cosa consiste?
Fanno una settimana di qualità o potete chiamarla anaerobica o di VO2Max, prevedendo un blocco di lavoro di soglia, fuori soglia o magari capita anche la gara che sarebbe l’ideale. Nelle due settimane restanti fanno tantissimo volume di lavoro, tante ore quasi senza riposi, lavorando prevalentemente su frequenze aerobiche. Fai tanta sella, tanto medio, tanto lungo, quindi un lavoro più blando. E poi ricominci allo stesso modo.
Perché questa divisione?
Partono dal presupposto che la parte aerobica inizi a perderla in due settimane, invece quella anaerobica la mantieni per più di tre. Quindi da una volta che si aveva l’allenamento classico un po’ per tutti, adesso ci sono queste possibilità. Vi dirò che l’allenamento inverso lo faceva già qualche russo o negli anni della DDR, è una cosa già vista. Invece il polarizzato è più recente e secondo me è nato prevalentemente col ciclismo inglese.
Sono schemi cui gli atleti si adattano tutti allo stesso modo?
Il punto è questo. Qua secondo me la differenza sta nella bravura di conoscere l’atleta e fargli il metodo su misura. Van Aert ha dichiarato di allenarsi al contrario degli altri con il programma inverso, che con lui funziona. Altri hanno provato lo scorso anno, ma non hanno raccolto i frutti sperati. Ognuno deve assecondare le sue caratteristiche, anche perché quel metodo a Van Aert probabilmente va bene perché d’inverno vuole essere già brillante per il ciclocross.
La preparazione polarizzata si è diffusa fra i team anglosassoni (foto Ineos Grenadiers)La preparazione polarizzata si è diffusa fra i team anglosassoni (foto Ineos Grenadiers)
Il polarizzato può funzionare anche durante la stagione?
Per chi lo fa a livello professionistico, direi proprio di sì. Se uno fa per esempio la Coppi e Bartali e Larciano, che si possono considerare come una settimana di lavoro, nelle due settimane successive comunque starà tanto in sella. Magari senza grande intensità, però farà 25-30 ore a settimana, che vuol dire quasi 5 ore al giorno. Vige il principio che l’intensità l’hai acquisita, recuperi e ti resta. E magari a casa ti dedichi alla parte che tendi a perdere, quella più aerobica.
Come cambia la situazione se l’atleta è molto giovane?
Il principio resta uguale, ma per i carichi di lavoro farà meno di un corridore che ha 5 anni di più. Come ad esempio la Balsamo sta facendo meno della Longo Borghini, perché la Longo Borghini ogni anno ha aumentato di un po’. La Balsamo che è più giovane e ha un’altra storia, fa molto meno, ma fra 5 anni dovrà anche lei arrivare a volumi superiori.
Questi carichi minori non li rendono però meno performanti…
No, perché ci sono altri fattori. Innanzitutto non hanno problemi di peso, perché hanno un metabolismo più veloce che consuma di più e quindi magari il chilo lo perdi più facilmente o non lo prendi neanche. Secondo punto, riescono a essere brillanti subito, prima degli altri, con meno gare e meno volume di lavoro. Gli atleti maturi diventano un po’ più diesel, hanno bisogno di più allenamento.
La misurazione del lattato (qui al ritiro della Alpecin a Benicasim) resta una necessaria fase di valutazioneLa misurazione del lattato (qui al ritiro della Alpecin a Benicasim) resta una necessaria fase di valutazione
Resta dunque nella soggettività il ragionamento sull’opportunità di introdurre cambiamenti nella propria preparazione dopo anni di scelte sempre uguali. Difficilmente l’atleta si stacca dallo schema che gli ha dato i risultati migliori, rinunciando forse con questo a esplorare aspetti che potrebbero essere ugualmente redditizi. Visconti aveva ragione, anche se adesso più che mai, in questo ciclismo così capillare, l’imperativo è personalizzare.
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Qualche screzio non può rovinare una rapporto di una vita. I battibecchi se vogliamo ci sono sempre stati tra Luca Scinto e Giovanni Visconti. Ma sono stati ben più i momenti di gioia, di crescita, di abbracci e di successi.
Qualche giorno fa, il nostro direttore Enzo Vicennati vi ha raccontato di Visconti con Giovanni stesso, stavolta vi racconto del siciliano tramite i ricordi di Scinto. Eravamo alla Ballero nel Cuore, a casa loro in pratica, e ce li siamo divisi. Uno a te, uno a me.
Seduti su una panchina al sole di primavera Scinto racconta…
Luca Scinto in ammiraglia: il tecnico toscano ha seguito Visconti da U23 e due volte da pro’ (2009-2011 e 2019-2020)Luca Scinto in ammiraglia: il tecnico toscano ha seguito Visconti da U23 e due volte da pro’ (2009-2011 e 2019-2020)
Luca, i ricordi sarebbero tantissimi e allora seguiamo la storia: qual è il primo che hai di Visconti?
La prima volta che l’ho visto in allenamento. Io ancora correvo. Mi stavo allenando per il mondiale. Era settembre, forse fine agosto. L’ho visto e lui è tornato indietro. Gli faccio: chi sei tu? Io sono Visconti. Sai che il prossimo anno vengo a correre nella squadra in cui tu fai il direttore sportivo?
Fu bello diretto!
Io non ero sicuro ancora di farlo. Però mi sembrò bravo. Gli dissi: dai, accompagnami a Montecatini. Praticamente mi accompagnò a casa. Io andavo da mia mamma a Galleno, che distava una cinquantina di chilometri dal punto in cui eravamo. Pedalavamo, ad un certo punto gli chiesi: ma tu dove abiti? A Vaiano, mi rispose. Come a Vaiano, esclamai io. E quanti chilometri fai? Lui era uno juniores. Credo che quel giorno finisse intorno a 170 chilometri per venire con me. Pensai: questo è suonato come le campane! Quando smisi di correre me lo trovai effettivamente in squadra (la Finauto, team U23, ndr) e capii subito che era uno buono per davvero.
Come?
Una volta, a gennaio, facemmo il Serra. Chiamai Citracca. Gli dissi: gli altri non sono super, ma questo Visconti è un bel corridore. Ha fatto un tempo sul Serra che non lo facevo neanche quando ero professionista. Da lì cominciò l’avventura coi dilettanti. Riuscimmo a vincere. E anche grazie alle sue vittorie, mi feci conoscere come direttore sportivo. Non lo posso negare. Poi ci sono stati parecchi alti e bassi con lui, come sapete. Però credo di aver fatto del bene e mai del male. Giovanni sapeva che gli potevo dare tanto e sapeva che ciò che gli dicevo nell’ambito ciclistico era valido. A prescindere poi dalle discussioni che abbiamo avuto…
Siete anche caratteri simili per certi aspetti. Due caratteri forti…
Più carismatici direi. Io non rinnego le mie decisioni. Gli devo anche tanto: ragazzo serio, professionale, grintoso, che non mollava mai….
Lo spirito del “Marines” è venuto fuori con te…
Il “Marines” lo tirai fuori io quando vinse il primo italiano da professionista. Lo allenavo io, lo seguivo io e mi ricordo che quattro, cinque giorni prima si fece un allenamento dietro macchina. Facemmo il giro dei Bagni di Lucca. E gli dissi: se non arrivi nei primi 3-4 al campionato italiano, io di ciclismo non ci capisco niente. Stava andando veramente forte. E infatti vinse.
Visconti conquista a Conegliano il secondo dei suoi tre titoli nazionali. Eccolo col tricolore consegnatogli poco prima da ScintoVisconti conquista a Conegliano il secondo dei suoi tre titoli nazionali. Eccolo col tricolore consegnatogli poco prima da Scinto
Qualche rammarico?
Che poteva aver vinto tanto di più. Ha vinto tanto, ma gli manca una classica. E non capisco come mai non sia riuscito ad imporsi in una Sanremo o un’Amstel… Però ha fatto 20 anni ad alti livelli.
E invece qual è il ricordo più importante?
La vittoria del secondo campionato italiano, quando gli ho dato la bandiera tricolore. Credo non sia mai successo che un diesse nascondesse la bandiera tricolore. L’avevo messa sotto al sedile dell’ammiraglia. E all’ultimo chilometro gliela consegnai. Non lo sapeva neanche lui. Ecco, Giovanni che arriva con questa bandiera in mano che sventola è un’immagine unica. E per poco mi dimenticavo di dargliela! Quel giorno presi anche 1.000 euro di multa.
Come mai?
Perché non dovevo passare il gruppetto che lo inseguiva per andare su di lui. Eravamo ai 15 chilometri all’arrivo. Multa o espulsione dalla corsa non mi interessava. Con 40” di vantaggio, anche se non potevo, gli sono andato dietro. Quando è arrivato il presidente di corsa, mi ha guardato e si è messo le mani nei capelli. Gli ho detto: fai come ti pare, scrivi pure, ma io non mi muovo. Anzi, dissi al meccanico di slacciare il cinghietto della bicicletta di scorta che per ogni evenienza avremmo cambiato subito la bici. Mancavano ormai 14 chilometri dall’arrivo. Dissi alla giuria: se il gruppo rientra è interesse mio fermarmi. Non gli farò da punto d’appoggio. Però meglio io che il cambio ruote della corsa.
Giro 2020: sull’Etna Visconti sfiora l’impresa con Scinto in ammiraglia, furioso poiché il giudice gli impedì di rifornire il suo atletaGiro 2020: sull’Etna Visconti sfiora l’impresa con Scinto in ammiraglia, furioso poiché il giudice gli impedì di rifornire il suo atleta
Se tornassi indietro qual è una cosa che non rifaresti e una cosa che invece rifaresti, con Giovanni?
Sia le discussioni che gli insegnamenti, sono stati fatti in buona fede. Mi ci sono dedicato tanto, forse anche troppo. Con me si sentiva protetto, si sentiva in un’altra dimensione. E per questo è ritornato. Il fatto che oggi (domenica scorsa, ndr) è qui a dare il via alla nostra corsa, è segno che tante cose sono state dimenticate. E poi io credo che sia anche umano discutere, perché nei rapporti veri le persone che stanno tanti anni insieme si beccano. Se non c’è mai discussione c’è falsità. Quando invece c’è allora il rapporto è vero, sincero.
Invece, Luca, quando vedevi Visconti vincere con le maglie delle altre squadre cosa pensavi?
Mi ha fatto piacere. Anche perché un corridore che dalle mie mani passa ad una WorldTour e vince è segno che ho lavorato bene. Ed è una soddisfazione personale. Non c’è invidia. L’unica cosa che gli ho detto quando è tornato da me è stata: hai vinto tappe al Giro con altre squadre, adesso regala una soddisfazione anche a me! Sull’Etna non ce l’ha fatta. Quello forse è stato l’ultimo colpo. Non ce l’ha fatta, però non cambia niente.
Di aneddoti ne avrai a milioni, ma ce n’è qualcuno in particolare?
Trofeo Melinda. Litigata furibonda… in corsa. Giovanni aveva vinto la Coppa Agostoni, mi pare. Quel giorno dopo 50 chilometri si voleva ritirare, era quasi sceso di bici. Io l’ho infamato, ma di brutto… Tralasciando le parolacce, gli dissi: in bicicletta bisogna soffrire. Fai più di 100 chilometri e vedrai che ti sblocchi perché la condizione c’è. La stanchezza è solo apparente. Vedrai che ti sblocchi…
Visconti vince il Melinda 2009 (davanti a Garzelli) dopo essere stato ad un passo dal ritiroVisconti vince il Melinda 2009 (davanti a Garzelli) dopo essere stato ad un passo dal ritiro
E lui?
Mi mandò a quel paese! Mi rispose: ti sto a sentire solo perché sei il diesse. E sapete come andò? Vinse il Trofeo Melinda battendo Garzelli. Fu una soddisfazione, per la vittoria e per il mio ruolo di diesse. Lo presi sull’orgoglio. Pensò: vado avanti per farlo contento e alla fine ha vinto!
Un aneddoto stavolta te lo lanciamo noi. Un aneddoto vissuto in prima persona da dentro il gruppo. Corsa under 23 ad Indicatore, nell’aretino, eravamo in un gruppo di una trentina di corridori. Al chilometro 100 spaccato sei piombato con l’ammiraglia. Ero a ruota di Giovanni e gli dicesti: fermo, fermo. Basta così. Quattro giorni dopo Visco vinse l’italiano…
Aveva corso parecchio in quel periodo. E lo vedevo un po’ stanco. Non che fosse finito, però sentivo che doveva recuperare. Così lo fermai. Ricordo anche che lui voleva continuare… E anche lì, la sera aveva il muso lungo. Ma poi vinse l’italiano. E fu il primo titolo della squadra e il mio da diesse. Poi vinse anche l’europeo. Dai, qualcosa gli ho insegnato! E magari è anche grazie a me se ha capito cosa significasse davvero fare il corridore.
Beh, tu ne avevi di esperienza anche come corridore…
Anche quando era diventato professionista mi sono dedicato a lui moltissimo, perché sapevo che era importante il momento del passaggio. Lui era abituato bene ed è stato nel ritiro con i dilettanti anche da pro’, si allenava con loro. Poi quando gli under finivano lo portavo a fare dietro moto. E arrivava alle corse sempre pronto. Questo per due anni. Credo siano stati i più importanti per la sua carriera da professionista. Il tutto grazie anche ad Angelo (Citracca, ndr) che mi ha dato l’opportunità di farlo stare lì.
A San Baronto, non per caso. E’ una mattina fresca di marzo, i dintorni sono silenziosi. Lungo la strada abbiamo incontrato ben più di un ciclista, la vallata in basso respira piano. Giovanni aspetta davanti al bar, la barba, i jeans e il giubbino nero. Sono passati venti giorni dall’annuncio del ritiro, prima non era tempo di venire. Serve tempo per chiudere la pagina, anche se la sensazione è che in cuor suo il viaggio si fosse già fermato prima. L’ultima volta si prese qui un caffè a dicembre 2020. Contratto con la Bardiani, tanta grinta e voglia di fare. Ma niente è andato come avrebbe voluto. Ora Visconti (in apertura nella foto di Alessandro Federico) halo sguardo sereno, il volto rilassato. Ma non è stato facile.
Appuntamento a San Baronto, nel bar di mille intervisteAppuntamento a San Baronto, nel bar di mille interviste
«La prima volta a San Baronto – pensa voltandosi indietro – fu uno di quei viaggi con mio padre e la Fiat Uno. Giravamo l’inverno per fare le gare di cross e un inverno ci fermammo nell’albergo qui accanto. Mio padre aveva portato un fornellino e mi fece la pasta. Avevo 15-16 anni e una bicicletta messa male. Ora San Baronto è la mia casa. Amo la mia terra, ma qui mi sento a casa. Non sono un siciliano di mare, dopo una settimana che sono giù mi viene la voglia di tornare. Non sono come Fiorelli, che senza il mare non ci sa stare…».
Da quanto tempo avevi capito che era finita?
Da un anno e mezzo, da quando cominciai a stare male. Al Giro del 2020 mi svegliavo e dicevo a Mirenda che avevo mal di testa. Pensavo fosse la cervicale, per cui andavo dall’osteopata. Poi scoprii di avere la tiroidite, scatenata dal Fuoco di Sant’Antonio, che è davvero una brutta bestia. La prima reazione fu una magrezza eccessiva, poi il tempo di andare alla Bardiani e mi diede l’effetto opposto. Presi peso e non riuscivo a buttarlo giù, avevo sensazioni tremende. Mi sono rasserenato quando ho capito che anche guarendo del tutto, non sarebbe cambiato niente. A 39 anni e con 17 stagioni da professionista sulle spalle, ho capito che non sarebbe bastato contro questi giovani che sgommano. Fosse stato per me, avrei smesso lo scorso luglio…
Accanto a Bettini nel Giro del 2008, quando tutto sembrava possibileAccanto a Bettini nel Giro del 2008, quando tutto sembrava possibile
Invece decidesti di continuare.
La squadra mi è stata vicino. Reverberi mi ha invogliato a crederci e ho ripreso. Un nuovo allenatore (Alberati), il mental coach, sono anche dimagrito. Sono andato a Benidorm con Fiorelli, ero 63 chili, facevamo allenamenti bellissimi. Invece ho preso il Covid e quella è stata l’ultima batosta. A Mallorca il terzo giorno ho fatto 60 chilometri da solo fra le macchine. Sono arrivato che Valverde scendeva dal podio e neanche mi hanno classificato. A Laigueglia stessa cosa. Le ammiraglie mi passavano e io immaginavo i commenti su come mi fossi ridotto. Mi sono fermato, morivo dal freddo. Un cicloturista mi ha dato una mantellina mezza rotta e mi ha scortato all’arrivo. Volevo smettere, ma Reverberi ha insistito e sono andato alla Tirreno.
Cosa è successo?
Il secondo giorno siamo passati da Capannoli, dove avevo vinto la prima da dilettante. Poi siamo passati da Peccioli, la prima vittoria da pro’. Ho pensato che non fosse un giorno a caso, ho collegato quei due momenti. Ero staccato, ma sono stato zitto finché Roberto (Reverberi, ndr) non ha detto dove fosse il furgone del rifornimento. E a quel punto ho parlato alla radio. «Io finisco qui – ho detto – chiuso il discorso». Mi sono scusato con i ragazzi e li ho incitati a non mollare. E poi mi sono ritirato. Quando sono salito sul bus, mi sono sentito sereno. Ho scritto un messaggio a Roberto, per dirgli che sarebbero venuti a prendermi mio padre e mio figlio. Non era organizzata, la mattina era venuta a trovarmi mia moglie visto che poi la corsa passava sull’Adriatico…
Alla Per Sempre Alfredo, un premio speciale: gli appunti di Martini sul suo secondo tricoloreAlla Per Sempre Alfredo, un premio speciale: gli appunti di Martini sul suo secondo tricolore
La lettera d’addio?
Avevo già iniziato a scriverla durante il Gran Camino, poi di volta in volta l’ho corretta. Questo non lo sa nemmeno Alberati, l’avevo detto solo alla psicologa, Cristiana Conti, bravissima. Le dissi che io a certe cose non credo, invece mi ha aiutato tanto.
Cosa pensi della tua carriera?
Sono fiero. Sono stato per tutta la vita un musone anche con me stesso, anche se con gli anni sono migliorato. Sono passato con l’idea, che mi hanno inculcato, di diventare il nuovo Bettini. Non ci sono riuscito e questo mi è pesato. Negli ultimi 2-3 anni ho cominciato a vedermi in modo diverso, più aperto, purtroppo però è coinciso con il momento in cui ho iniziato a stare male. Tanti però vorrebbero aver fatto la mia carriera…
Anche la famiglia – i figli Thomas e Noemi, la moglie Kathy – ha percepito il cambio di umore (foto Facebook)
Sulla bandiera e sulla torta, la vittoria di Visconti a braccia alzate del Galibier
Amici più stretti e parenti, per la festa di addio al ciclismo di Visconti
Anche la famiglia – i figli Thomas e Noemi, la moglie Kathy – ha percepito il cambio di umore (foto Facebook)
Sulla bandiera e sulla torta, la vittoria a braccia alzate del Galibier
Amici più stretti e parenti, per la festa di addio al ciclismo di Visconti
Tante dimostrazioni di affetto e stima.
Mi ha scritto Quintana. Mi ha scritto Valverde. Anche Chiappucci, invitandomi a essere fiero di quello che ho fatto, perché di solito tendo a sminuirmi. Mi ha chiamato anche Stanga. «Sono Gianluigi Stanga, posso parlare con Giovanni Visconti che ho fatto passare professionista?». Mi ha spronato a fare qualcosa…
Già, cosa farai da grande?
La mattina mi sveglio, ma non ho un’idea ben precisa. Mi piacerebbe diventare un diesse importante. Ho vissuto tre generazioni di ciclismo, vedo come si lavora oggi. E’ finito il periodo della quantità, ora si fa tanta qualità. L’esempio di Guercilena, che è passato attraverso tanti ruoli, potrebbe essere quello da seguire.
Nel 2009, Visconti ha lasciato la Quick Step per tornare da Scinto Nel 2009, Visconti ha lasciato la Quick Step per tornare da Scinto
Ti sei mai sentito il Visconti campione che tanti si aspettavano?
Ci sono stati dei momenti. Alla Quick Step, quando a 24 anni ho vinto il primo tricolore. Oppure quando ho vinto alla Sabatini con Bettini campione del mondo che lavorava per me. Poi ho fatto un passo indietro, passando in una professional. Ho vinto ancora, ma è calata la qualità. Già allora tra WorldTour e professional c’era tanto divario, ora tocca fare a botte.
Fare a botte?
Vanno bene le differenze, ma non c’è rispetto. Quando si affiancavano a me, vedevano le strisce tricolori sulla manica e si calmavano. A Laigueglia, è venuto un francesino e pretendeva che mi spostassi, perché lui doveva stare davanti e io no. I ragazzi oggi crescono così e i loro direttori hanno fatto tutta la carriera allo stesso modo. Il gruppo non è più composto di tante maglie, ma da blocchi di squadre. Davanti le WorldTour, dietro le altre. Mi ricordo quando ero alla Movistar che un paio di volte andai davanti a urlare perché facessero partire la fuga. Si fa tanta fatica a stare dietro e ottenere risultati, non avete idea quanto.
Nibali è un buon amico, ma in passato è stato la molla per migliorareNibali è un buon amico, ma in passato è stato la molla per migliorare
Che cosa ha rappresentato Scinto nella tua carriera?
Una figura importante, anche se a volte ha avuto dei comportamenti per cui abbiamo litigato. Anche per il Visconti del WorldTour sarebbe servita una persona come Scinto. Avendo accanto uno con la sua passione, avrei reso di più.
E Nibali?
Lo reputo un amico. Mi ha fatto crescere, è stato un bel guanto di sfida. Siamo partiti uguali, poi lui è andato su un altro pianeta. E’ stato bello correrci insieme, credo che ora siamo ottimi amici. Nel fine settimana è stato in Toscana, dovevamo andare in bici insieme, poi è saltata.
Hai più preso la bici?
La prima volta con mio padre: 31,5 chilometri in un’ora e 20′. C’era vento, me la sono goduta. Ho voluto ringraziare mio padre. Ci eravamo allontanati. La mia carriera ormai stava calando e lui è stato male anche perché mi vedeva soffrire. Ora si è liberato anche lui.
Suo padre Antonino è stato il primo a credere nelle possibilità di GiovanniSuo padre Antonino è stato il primo a credere nelle possibilità di Giovanni
E tu sei contento?
Vedo i bambini felici. Prima ero un vecchio corridore, ora sono un giovane uomo. Anche in casa non ero sereno, tornavo sempre in condizioni pietose e mi svegliavo con le occhiaie. Avevo addosso la rabbia, un bambino se ne accorge. Ora mi alzo alle 6,30 per portarli a scuola e non ho altri pensieri. Ho voltato pagina, ma per un po’ continuerò a pensarci. Alla gente è piaciuto come sono uscito. Volevo chiudere con l’immagine del combattente. E quanto è vero Iddio, ho combattuto con tutto me stesso, ma vanno tanto forte che non mi vedevano neanche…
Resta in silenzio. Nello sguardo passano gli anni e i tanti romanzi che ciascuno di essi potrebbe raccontare. Ordina un altro caffè. Scherza con la barista. Il corridore ha dismesso i panni da gara. Il Marines lampeggia ancora nello sguardo.
La stagione 2022 è appena cominciata, sono tante le novità che il team Bardiani-CSF-Faizanè ha presentato, a partire dal suo roster. I Reverberi sono però ripartiti da alcuni punti saldi, a partire dalle MCipollini di cui vi abbiamo parlato qualche giorno fa, per continuare con Gaerne e le sue calzature.
La casa trevigiana ha infatti firmato un accordo anche per questo anno, in virtù della sua presenza nel professionismo, ma anche in vista del 60° anniversario della fondazione dell’azienda. Le scarpe prescelte sono le G.STL, un concentrato di performance e affidabilità che ha convinto fin da subito subito anche due campioni come Giovanni Visconti e Sacha Modolo.
Gaerne nel suo sessantesimo anniversario rinnova la collaborazione con Bardiani CSF Faizanè
Gaerne consolida il suo impegno nel professionismo anche per la stagione 2022
Gaerne nel suo sessantesimo anniversario rinnova la collaborazione con Bardiani CSF Faizanè
Gaerne consolida il suo impegno nel professionismo anche per la stagione 2022
Parola ai pro’
La collaborazione appena rinnovata ha trovato un riscontro positivo anche dagli atleti che saranno i protagonisti di questa stagione appena avviata. Giovanni Visconti conferma il suo feeling con la G.STL: «Per me sarà la seconda stagione con questa calzatura, ma sappiamo bene che per i problemi fisici avuti lo scorso anno sarà come la prima. Con il vantaggio però di conoscere già molto bene tutte le caratteristiche tecniche della mia Cipollini Dolomia e delle mie Gaerne G.STL».
La calzatura è stata una piacevole scoperta anche per i nuovi arrivi, come Sacha Modolo: «Al mio ritorno in Bardiani-CSF-Faizanè ho trovato un ambiente familiare, ma materiali tecnici da top team. Abbiamo già testato varie situazioni, simulando sprint ad alta velocità, dopo molte ore di allenamento e la scarpa ha reagito alla perfezione. Prima comoda nelle lunghe ore di allenamento e grazie alla regolazione rapida, molto reattiva negli sprint con la tomaia che aderendo bene in tutti i punti, favorisce la spinta riducendo al minimo la dispersione».
Internamente l’imbottitura high-tech è perforata per una migliore traspirazione
Il Tallone Anatomic Heel Cup 1.0 rende la calzata avvolgente anche durante gli sprint
Internamente l’imbottitura high-tech è perforata per una migliore traspirazione
Il Tallone Anatomic Heel Cup 1.0 rende la calzata avvolgente anche durante gli sprint
Come sono fatte
Il design pulito e le caratteristiche tecniche, fanno di questa G.STL una calzatura adatta a ogni corsa, realizzata in un unico pezzo di microfibra con foratura a laser per garantire un’ottima ventilazione. Il Tallone Anatomic Heel Cup 1.0 dalla nuova forma anatomica, combinato con la tecnologia Tarsal Support System 1.0 garantisce la posizione perfetta del piede all’interno della calzatura, per una trasmissione e un controllo della potenza senza pari. Il sistema di chiusura Infit Closure System dispone di otto zone di fissaggio che forniscono infinite possibilità di regolazione e una chiusura precisa.
Il sistema di chiusura BOA a due rotori permette di avere una chiusura efficace in ogni condizione
E’ possibile arretrare la posizione della tacchetta di 9 mm rispetto allo standard precedente.
Il sistema di chiusura BOA a due rotori permette di avere una chiusura efficace in ogni condizione
E’ possibile arretrare la posizione della tacchetta di 9 mm rispetto allo standard precedente.
Dinamiche e leggere
Pronta ad affrontare le più difficili corse al mondo, la G.STL dispone dell’innovativo rotore BOA Li2, dotato di micro-regolazione progressiva. Facile, rapida e precisa, questa chiusura assicura un supporto dinamico per qualsiasi tipo di corridore della Bardiani CSF Faizanè. Analizzando la scarpa in ogni suo dettaglio infatti si percepisce una qualità costante in ogni particolare.
La linguetta Fit Tongue 1.0 utilizza uno spessore variabile nella sua sezione longitudinale e trasversale, ottenuto grazie alla tecnica di costruzione senza cuciture. La soletta EPS comfort Insole, garantisce una traspirazione ottimale in ogni condizione. Per tradurre tutte le caratteristiche tecniche di questa G.STL il non plus ultra è il Gaerne EPS light Weight Full Carbon Sole 12.0. La suola realizzata in fibra di carbonio intrecciato, leggera e ultra sottile, assicura il trasferimento di ogni watt di potenza sui pedali. Un connubio alla caccia di successi, quello tra Bardiani e Gaerne, pronto a battagliare in mezzo al gruppo fianco a fianco.
«Pronto, Giovanni? Il 13 gennaio è il tuo compleanno e sarebbe stato anche quello di Pantani, che avrebbe compiuto 52 anni. Ti va di fare un pezzo per ricordare il Pirata? Per dirci cosa è stato per te Pantani?». Silenzio.
«Mmm, così a voce? – ribatte perplesso Visconti – lasciatemi del tempo, ci voglio pensare. Anzi, preferisco scriverlo io, perché per un articolo così ci devo pensare. Parole e ricordi devono venire da dentro».
E allora caro Giovanni ecco a te la “penna”. Buona lettura. E buon compleanno a te… E al Pirata.
Il monumento dedicato al Pirata sul Galibier. Fu posto nel giugno 2011 a 2.301 metri di quota, dove scattò quel 27 luglio 1998Il monumento dedicato al Pirata sul Galibier. Fu posto nel giugno 2011 a 2.301 metri di quota, dove scattò quel 27 luglio 1998
Un piccolo Pirata
Pantani segna la nascita della mia carriera, ma ne segna anche e soprattutto la rinascita.
Ricordo le battutine dei miei compagni di scuola quando in classe raccontavo che sarei partito per andare a fare delle gare in Toscana. Mi dicevano ridendo: «E chi sei, Pantani?». Chiaramente non lo ero, ma non sapete che brividi avevo nel sentirmelo dire. Io che sono nato il suo stesso giorno, il 13 gennaio. Io che ho cominciato a masticare pane e ciclismo con le sue imprese.
Che Marco sia un mito lo dimostra il fatto che tutt’ora le battutine dei miei ex compagni di scuola siano sulla bocca dei ragazzini. Il Pirata lo conoscono tutti, non sarà mai dimenticato ed io oltre a non dimenticare la sua grandezza non scorderò mai ciò che involontariamente ha fatto per me in quella bellissima tappa del Giro d’Italia 2013, la quindicesima frazione per la precisione.
Anni ’90, ecco Marco Pantani da Cesenatico che subito fa impazzire tutti e diventa il Pirata
La prima gara di Visconti, qui inizia il sogno che andrà di pari passo con i trionfi di Pantani
Anni ’90, ecco Marco Pantani da Cesenatico che subito fa impazzire tutti e diventa il Pirata
La prima gara di Visconti, qui inizia il sogno che andrà di pari passo con i trionfi di Pantani
Ecco la paura
Vi spiego un po’ come sono andate le cose per farvi capire le straordinarie coincidenze di quel giorno, IL MIO GIORNO.
Appena un anno prima, proprio nella quindicesima tappa del Giro 2012, vissi il mio giorno più brutto. Senza “girarci intorno” cominciarono le mie crisi di panico. Sono in fuga, la fuga buona che poi va in porto con Rabottini vincitore. Ad un certo punto smetto di pedalare. Sento che mi manca l’aria, non respiro.
Mi strappo la maglia. Piango. Ho paura. Mi assiste il medico di gara, ma non riesce a tranquillizzarmi. Così mi fermo da una parte letteralmente terrorizzato. Salgo in ambulanza e chiedo, anzi ordino, di mettermi la maschera dell’ossigeno.
Faranno fatica i medici e gli infermieri a convincermi, dopo non so quanto tempo, a toglierla e che sarei stato bene. Io non ci credevo. Avevo paura. Me la sono fatta addosso su quel lettino… e non è solo un modo di dire.
Inizia così un calvario lungo un anno esatto. Un anno dove ormai le crisi le aspettavo. Sapevo quando sarebbero arrivate, ma ogni volta era la stessa paura di non farcela. Ripeto, un anno…
Un uomo solo al comando: Visconti sfida la bufera sul Galibier
Su quella stessa salita, 15 anni prima, Pantani andò a prendersi la maglia gialla. Anche quel giorno tempo da lupi
Un uomo solo al comando: Visconti sfida la bufera sul Galibier
Su quella stessa salita, 15 anni prima, Pantani andò a prendersi la maglia gialla
Sul Galibier come Pantani
Sì, perché poi succede che alla 15ª tappa del Giro d’Italia 2013 scatto sul Moncenisio all’inseguimento di Pirazzi, Rabottini ed altri corridori. Scatto e rimango “a bagnomaria” tra il gruppo e la fuga. Sento che arriva di nuovo la crisi e così è. Smetto di pedalare quasi rassegnato, ma poi la salita finisce. Riesco a fare un sospiro e a ripartire.
Scatto ancora sul Telegraphe e questa volta rimango da solo. Davanti a me solo la montagna di Marco, il Galibier e solo due minuti circa di vantaggio dal gruppo della maglia rosa,Nibali.
Nevica e tutto è così incredibile. Un anno dopo, ugualmente nella tappa numero 15, mi ritrovo in fuga verso un’impresa (in apertura la foto di questo trionfo, ndr) ed è ancora più incredibile che al mio inseguimento ci sia solo Rabottini, colui che un anno prima vinse proprio nel giorno della mia crisi. Rabottini non ce la fa. Il gruppo maglia rosa recupera, ma non troppo. L’ultimo chilometro è un misto di gioia, di rabbia, d’incredulità.
Penso che sto vincendo sulla salita di Marco. Marco che è nato il mio stesso giorno. Marco che ha dato il “la” alla mia carriera. E’ Marco che mi dà di nuovo una spinta e non una spinta per vincere la tappa, ma per vincere le mie paure. Per ripartire.
L’abbraccio di Tonina con Giovanni, qualche anno dopo il trionfo sul Galibier…L’abbraccio di Tonina con Giovanni, qualche anno dopo il trionfo sul Galibier…
Ecco Tonina
La sera di quella giornata pazzesca, ecco anche le prime parole al telefono con Tonina (la mamma di Pantani, ndr) grazie ad un amico in comune.
Da lì nasce un rapporto particolare con lei che mi chiede sempre come sto. Mi dice che tifa per me da dietro le quinte. E’ arrivata a dirmi che se si è riavvicinata al ciclismo ed è tornata al Giro a vedere una tappa è stato solo per me.
Poche settimane fa l’ho risentita. Anzi, l’ho rivista in videochiamata. Il mio amico Davide Lombardi l’ha incontrata a Firenze e insieme hanno deciso di chiamarmi per un saluto.
Un’emozione grande perché TONINA E’ MARCO che non molla. E’ Marco che ancora lotta contro tutto e tutti. E tutti lo vogliamo ancora rivedere vincitore.
Un derby tutto siciliano. In rigoroso ordine alfabetico, ecco i protagonisti del confronto nella mitica formula dell’intervista doppia: Vincenzo Nibali e Giovanni Visconti. Amici, qualche volta anche “nemici”, compagni di squadra, corridori di classe ed entrambi con una tifoseria ben definita.
Le loro sfide sono iniziate da bambini, quando forse neanche sapevano cosa fosse il professionismo. Oggi sono due dei veterani del gruppo.
Corridori internazionali, ma restano sempre un messinese, Nibali, e un palermitano, Visconti. Come dire un pisano e un livornese, un laziale e un romanista. Ecco quindi una lunga serie di domande, alcune anche extraciclistiche, rivolte al corridore dell’Astana Qazaqstan e a quello della Bardiani Csf Faizanè.
Giovanni Visconti, classe 1983, è oggi nella fila della Bardiani. Il palermitano ha esordito tra i pro’ nel 2005
Vincenzo Nibali, classe 1984, è tornato all’Astana. Anche il messinese ha esordito tra i pro’ nel 2005
Giovanni Visconti, classe 1983, è oggi nella fila della Bardiani. Il palermitano ha esordito tra i pro’ nel 2005
Vincenzo Nibali, classe 1984, è tornato all’Astana. Anche il messinese ha esordito tra i pro’ nel 2005
Si presenti…
NIBALI: Vincenzo Nibali, nickname Squalo.
VISCONTI: Giovanni Visconti.
Professione?
NIBALI: Ciclista professionista
VISCONTI: Ciclista.
E se non fossi stato un ciclista cosa avresti voluto fare?
NIBALI: Domanda da un milione di dollari! Non lo so neanch’io. Forse meccanico o forse sarei entrato in un Corpo di Stato. A Messina, città di mare, c’è il nautico e mi ispirava. Mio cugino si era iscritto lì. Magari sarei entrato in marina.
VISCONTI: Non ne ho idea. Da bambino quello che mi passava per la testa: fruttivendolo, camionista. Ma dagli otto anni in poi c’è stata la bici e sin da subito sono cresciuto con questa convinzione.
Il primo ricordo che ti lega alla bici?
NIBALI: Ho l’immagine di mio papà che ancora correva. Mi ricordo che stava lavorando su una Colnago, in particolare stava montando i famosissimi freni Campagnolo Delta. Teneva la bici ferma su uno di quei rulli con le ventoline piccole.
VISCONTI: Ho il ricordo della prima gara. Arrivai ultimo, fui battuto persino da una bimba. Mio papà mi prese di nascosto durante la Comunione di mia sorella. Di fatto scappammo da casa! Ricordo che andai a correre con questa biciclettina, una Olmo bianca e azzurra.
Il primo ricordo che hai di Vincenzo/Giovanni?
NIBALI: Me lo indicarono in una gara in Sicilia. Fu il mio compagno di allora Carmelo Materia. Noi eravamo allievi di primo anno e Giovanni di secondo. Carmelo mi disse: vedi, quelli sono i cugini Visconti e vanno fortissimo.
VISCONTI: Io ero junior di primo anno, lui era allievo di secondo e si iniziava a parlare di questo Nibali. Lo andai a vedere al campionato italiano a Palermo. Vincenzo era in fuga da solo. Fu ripreso e poi scattò ancora.
Preferisci una donna in leggins o in minigonna?
NIBALI: Minigonna.
VISCONTI: Jeans! Leggins dai…
Dopo le battaglie nelle categorie giovanili, specie in Sicilia, eccoli protagonisti anche tra i pro’ (qui il Giro 2008)Dopo le battaglie nelle categorie giovanili, specie in Sicilia, eccoli protagonisti anche tra i pro’ (qui il Giro 2008)
Piatto preferito…
NIBALI: Pizza ma non non so quale, dipende dal menu. Difficilmente prendo la stessa.
VISCONTI: Pizza, in questo momento crudo e gorgonzola.
Il tuo allenamento preferito
NIBALI: La modalità esploratore c’è?! Magari in Mtb.
VISCONTI:Sono i 20”-40”. E’ un esercizio che mi fa fare sempre i miei migliori 10′. E li miglioro durante l’anno. Diventano un po’ il metro per la condizione in base ai watt finali che faccio. I test non mi piacciono, ma approfitto proprio di questi 10′ per ricavarne una Ftp, soprattutto nei primi mesi dell’anno. Tolgo il 10% e viene fuori un dato valido.
Ancora donne: more o bionde?
NIBALI: Non bionde…
VISCONTI: More!
Il giorno in cui hai fatto più fatica?
NIBALI: Vuelta del 2018: avevo un fortissimo mal di schiena. Mi sentivo il Van der Poeldella situazione! Non volevo abbandonare la Vuelta per cercare di arrivare bene al mondiale.
VISCONTI: Volta Catalunya 2006. Quel giorno stavo malissimo. Arrivai ultimo, al limite del tempo massimo, staccato quasi di un’ora. Si arrivava ad Andorra. Ero già indietro e vidi il cartello d’inizio salita, pensai: adesso smetto.
La volta che avresti tirato una borraccia a Vincenzo/Giovanni?
NIBALI: Io non ho mai tirato la borraccia a lui, era Giovanni che la tirava a me! Io lascio fare. In questi casi sorrido e faccio arrabbiare ancora di più chi è di fronte a me. Una volta Giovanni era arrabbiato e io gli ridevo in faccia.
VISCONTI: Mondiale di Melbourne. A due giri dalla fine eravamo in fuga in quattro: Boonen, lui, io e un altro che non ricordo chi fosse. Io stavo mangiando, Vincenzo mi chiedeva il cambio ma io non glielo davo. E lui insisteva. Gli avrei tirato il panino più che la borraccia! Ma nei primi anni c’era più competizione tra noi, lui pensava che io mi stessi risparmiando.
La volta che invece vi siete aiutati?
NIBALI: Al mondiale di Firenze. Lui andò in fuga e fu un gran bell’aiuto.
VISCONTI: Al Trofeo Pantani in cui si fece vincere Ulissi. Facemmo 50-60 chilometri in tre e andammo davvero d’accordo. Diego stava attraversando un brutto momento personale e senza neanche troppo accordarci gli lasciammo la vittoria.
Cenetta elegante romantica o avventura wild?
NIBALI: Avventura dai…
VISCONTI: Avventura.
Quel famoso Memorial Pantani 2015, Ulissi tra Visconti e NibaliQuel famoso Memorial Pantani 2015, Ulissi tra Visconti e Nibali
Cosa pensi del grande volume di attività di Van der Poel e Van Aert?
NIBALI:Van der Poel ha finito l’anno oltre i 30.000 chilometri mi sembra, lo ha messo su Strava. Anche io ne ho fatti 32.000: non mi stupisce. Sicuramente lui fa più gare di me col fatto della Mtb e del cross, ma in quanto a giornate di allenamento siamo lì. Piuttosto mi colpisce il fatto che alla sua età io non facevo quel volume di lavoro. Mi allenavo molto poco. Spesso restavo a dormire quando gli altri si allenavano e vincevo lo stesso. E non lo dico io…
VISCONTI:Inizialmente mi piaceva tantissimo vederli sempre attivi, adesso meno. Con certi ritmi così elevati mi chiedo quanto possano durare. Non so se sia giusto. Magari si bruciano qualche anno di carriera.
Come hai vissuto la sconfitta di Roglic nella famosa crono del Tour di due anni fa? Ti sei immedesimato?
NIBALI: Non mi ha fatto molta impressione. Anche al Giro io l’avevo battuto nella crono finale quando lui invece era dato per favorito a Verona e tutti si preoccupavano. Come non andò fortissimo l’anno precedente sempre nell’ultima a crono del Tour: fu quarto. In pochi ricordano questi numeri.
VISCONTI: Sì, un po’ mi sono immedesimato. Roglic mi è simpatico. E’ un corridore presente da gennaio ad ottobre e non va alle corse per fare numero. In quel Tour ha avuto una giornata storta, che poi storta non è stata visto che non è sprofondato. Il problema è che la sua giornata di “crisi” ha coinciso con quella di gloria di Pogacar.
Dumoulin che lascia e che torna: cosa ne pensi?
NIBALI: È stato tanto assurdo l’abbandono improvviso quanto il suo ritorno. Ma entrambi ci potevano stare.
VISCONTI: Ci può stare. A questi livelli ci vuole la segretaria per fare il corridore con tutti gli impegni che ci sono e tutte le cose che si hanno in testa. Quindi ci sta che abbia avuto un momento di crisi. Beato lui che ha avuto la fortuna di poter mollare e riprendere, mentre altri restano soli.
La squadra del cuore…
NIBALI: Non sono un super tifoso di calcio, un fedelissimo, ma comunque Milan.
VISCONTI: Milan.
Il corridore che ti ha colpito di più tra quelli con cui hai corso?
VISCONTI:Valverde! Sarà che sono stato suo compagno di squadra e di stanza, che è in gruppo da anni… Ma tu vedi che Alejandro è fatto per la bici. Si migliora ogni anno. Gli dicevo che aveva il cervello a forma di bici! Se gli dai un pallone fa ridere, mentre vincerebbe anche con una bici in acciaio che pesa 3 chili di più.
Che differenza c’è tra i neopro’ di adesso e quelli dei vostri tempi?
NIBALI: Si sono accorciati i tempi di crescita dell’atleta. Si può avere il talento che raccoglie subito, ma si rischia anche di perdere quello che ha bisogno di più tempo per emergere. Si rischia di perderlo involontariamente. Gli dicono: aspettiamolo, ma intanto passano gli anni e finisce nel dimenticatoio.
VISCONTI: Io dico che non sono più neopro’. Sono neoprofessionisti da juniores. E quando passano hanno subito le carte in regola per battagliare in testa.
A casa sei ordinato? Katy (moglie di Giovanni)/Rachele (moglie di Vincenzo) vi sgridano!
NIBALI: Mi piace essere ordinato. Se c’è qualcosa voglio trovarla dove penso che sia. A casa ho delle “zone off limits” tutte mie. Come lo spazio per la bici o, soprattutto, la mia officina. Tutti i miei ferri sono molto ordinati.
VISCONTI: Mi sgrida! Non sono proprio disordinato, ma non piace mettere a posto.
Nibali alla Sanremo, la vittoria “secca” che lo ha emozionato di più
Giro 2013, Visconti trionfa a Vicenza dopo un’azione splendida per forza e tattica. Uno dei migliori giorni della sua carriera
Nibali alla Sanremo, la vittoria “secca” che lo ha emozionato di più
Giro 2013, Visconti trionfa a Vicenza dopo un’azione splendida per forza e tattica. Uno dei migliori giorni della sua carriera
Cosa altro ti piace oltre la bici?
NIBALI: Le auto, le moto ma un po’ di meno, in generale i motori. Mi piace viaggiare, anche se di questi tempi è una roba assurda. E mi piace il cibo!
VISCONTI: Ho delle passioni semplici: camminare nel bosco, andare a funghi e la pesca. Tutte cose tranquille che vanno contro il mio carattere focoso da “terrone”. (Mi raccomando scrivi terrone!)
Dinamiche in gruppo: cosa ti piace oggi e cosa ti fa arrabbiare rispetto a 15 anni fa?
NIBALI: Cosa mi piace di oggi: niente! Quello che manca è che non c’è più un senso di rispetto. Un po’ quello che diceva Dario Cataldo nel vostro articolo.Non esiste più la sosta parenti, per esempio. La gara è gara dal primo all’ultimo chilometro. A volte vedi dei leader che scattano a 120 chilometri dalla fine, ma poi il gregario non serve più a nulla. Sono energie buttate al vento. E per quanto puoi fare queste azioni? Non per 10 anni.
VISCONTI: Mi piace che livello si sia alzato e che ci sia questa cura dei particolari grazie ai team WorldTour e anche a qualche professional. Oggi un corridore è un professionista a tutti gli effetti. Non mi piace invece il modo di correre. Per me è troppo schematico e riflette allo stesso tempo la ricerca di questa perfezione. Sembra un ciclismo telecomandato.
La sconfitta più bruciante?
NIBALI: La Liegi (2012, ndr).
VISCONTI:Ho vinto tre campionati italiani, ma ne ho anche persi due. Poteva essere una cinquina storica. Il primo è quello perso quando vinse Simeoni, che andò via nel finale e non era tra i favoriti. Il secondo italiano è quello vinto da Viviani. L’ho perso per un errore di squadra, un’incomprensione con Pozzovivo.
E la vittoria più bella?
NIBALI: Se penso ad un giorno secco: la Sanremo. Il giorno in cui sono andato più forte in assoluto invece è stato il secondo Lombardia che ho conquistato.
VISCONTI:Il primo italiano non lo potrò mai scordare. Fu programmato al dettaglio e tutto andò secondo i piani. Ma l’azione più bella fu nella vittoria della tappa di Vicenza al Giro del 2013.
L’allenamento più lungo che hai mai fatto?
NIBALI: Emirati Arabi, ero con Lars Boom. Dopo la gara, che era di quasi 200 chilometri, ne abbiamo aggiunti altri 120-130 e abbiamo finito a circa 320 chilometri. Lui mi diceva: allenamento buono per Sanremo!
VISCONTI: Fu nei primi mesi dopo il Covid quando ci liberarono. Feci una lunghissima distanza con Lorenzo Fortunato: 270 chilometri. Andammo verso l’Appennino, il Passo della Colla… Sì finì talmente tardi che gli dissi: vado a prendere il sushi e poi torni a casa. Si era fatta ora di cena! Facemmo nove ore.
Per Giovanni non una stagione da ricordare, ma almeno si è ritrovato
Anche per Nibali non un anno esaltante, però ha chiuso bene con la vittoria proprio in Sicilia
Per Giovanni non una stagione da ricordare, ma almeno si è ritrovato
Anche per Nibali non un anno esaltante, però ha chiuso bene con la vittoria proprio in Sicilia
Ti passa mai qualche canzone per la testa mentre sei in bici? Magari anche in gara…
NIBALI: Una volta capitava anche in corsa, ora no. In gara devi essere attivo tutto il tempo. In allenamento invece può succedere.
VISCONTI: Sì, canto sempre ma non mi viene in mente quale canzone. Cambiano sempre un po’ in base al momento.
L’obiettivo principale di questa stagione?
NIBALI: Non mi sono prefissato un singolo obiettivo.
VISCONTI:Sentirmi bene e godermela, penso di meritarmelo… Non voglio vivere un anno con la nausea come quello appena passato. Voglio divertirmi, poi tutto viene da sé. Adesso sono tornato a fare la fatica quella bella.
Ti è mai passato per la mente di smettere?
NIBALI: Qualche volta sì, ma era dettato più da un momento di rabbia che da una voglia di lasciare tutto vera e propria. Ero stanco dell’ambiente.
VISCONTI: L’anno scorso sicuramente. Ho passato momenti duri e non so come ho fatto a continuare. Ho pensato davvero che non sarei più stato a certi livelli. Alla Settimana Internazionale Italiana in Sardegna durante la terza tappa rimasi staccato dal gruppo. Mi fermai su una salita, non c’era più nessuno e chiesi a un massaggiatore di portarmi via. In quel momento ho pensato davvero di smettere. La squadra mi è stata vicino, mi ha fatto fermare del tutto per un lungo periodo e ho potuto “rimentalizzarmi”. Adesso sto rinascendo.
E infine la domanda delle domande: ma è arancino o arancina?
NIBALI: Per par condicio dico entrambi. La Sicilia è divisa a metà in tal senso. Anzi, in tre quarti di regione si dice arancino e in un quarto dice arancina. A Messina, e più giù a Catania, si dice arancino al ragù. A Palermo arancina con la carne, ma il prodotto è uguale.
VISCONTI:Si dice arancina, punto! Perché sono a forma di arancia, il frutto, non di arancio, l’albero.
Sono pochi, ormai, i corridori che salgono in sella alla propria bici ogni giorno quasi con la stessa emozione del primo. Sono pochi i corridori che non smettono di lottare dopo tante avversità, tante sconfitte, tante rinunce. Sono pochissimi i corridori che, dopo più di trent’anni nel praticare questo sport, hanno ancora la forza, la voglia e la passione che li muovono a riscattarsi. Difatti di Giovanni Visconti, al mondo, ce n’è uno solo…
«Mi voglio mettere in gioco ed è quello che sto facendo!», afferma con decisione. «Sto sudando davvero tanto per ritornare alla pari degli altri. Dopo la scorsa stagione che non è andata come speravo sono partito da sotto terra, ma sto lavorando sodo ottenendo dei risultati discreti e voglio essere fiducioso. Sarà davvero difficile! Una vittoria? Ho quasi 39 anni, non mi sento di dire che sono convinto di poter vincere, sono sempre stato abituato a rimanere con i piedi per terra… Prima di tutto voglio far bene, poi per pensare ad una vittoria c’è tempo e non è fondamentale».
Ha vinto il primo tricolore nel 2007, ecco Visconti con Tonti e Boonen sul percorso di Varese 2008Primo tricolore nel 2007, qui con Tonti e Boonen sul percorso di Varese 2008
Un altro palermitano
Impossibile non riporre fiducia in un compagno come Giovanni: pronto a dare sostegno, il buon esempio e sempre con la voglia di far crescere i giovani al meglio. Un perfetto uomo squadra, che cerca di creare il giusto clima in tutti i modi possibili.
«Lo scorso anno non mi sento di essere stato davvero utile per la mia squadra – dice – né tantomeno per Fiorelli. Non sono mai riuscito a dargli una mano e mi dispiace, soprattutto per lui. Voglio dare un vero contributo alla mia squadra, non come “figura” perché nel team mi vogliono bene e mi hanno voluto tenere. Voglio essere utile per i risultati sia miei che, soprattutto, dei miei compagni. Posso e voglio fare molto per Fiorelli in primis. Sono contento che dopo di me ci sia un altro palermitano nel ciclismo ad alti livelli».
La maglia tricolore
Questa sarà, forse, l’ultima stagione di un’immensa carriera che ha visto la crescita e la maturazione di un corridore che partendo dalla Sicilia ha pian piano scalato l’Italia indossando diverse maglie, ma quella più importante rimarrà sempre…
Con la moglie Katy e il piccolo Thomas, commossi per il secondo tricolore
A Conegliano, le braccia al cielo per il secondo tricolore: è il 2010
Con la moglie Katy e il piccolo Thomas, commossi per il secondo tricolore
A Conegliano, le braccia al cielo per il secondo tricolore: è il 2010
«La maglia tricolore! La prima – ricorda – è stata quella che ha dato il La alla mia carriera: l’arrivo a Genova, l’urlo della gente, mio padre, mia moglie che all’epoca non lo era ancora. Ne ho vinte anche di più belle, ma questa per tutto il clima che c’era, per il fatto che sentivo come se fosse predestinata ad essere mia, è quella che probabilmente ricorderò per sempre».
Per i suoi tifosi
La passione e l’amore che si nutre per il proprio lavoro si vede proprio quando, arrivati verso la fine, non si vuole mollare subito tutto. E consapevoli di ciò che potrebbe succedere, si cerca di guardare tutto con una chiave positiva.
«Al 99 per cento sarà l’ultimo anno – spiega – ma magari può succedere che andrà bene, che la squadra mi vorrà, che mi divertirò così tanto da pensare di continuare. La vedo difficile però! In questo momento sono più stanco di testa che di gambe, il ciclismo è cambiato. Ci penserò quando capirò che sta finendo tutto. Al momento mi sto allenando, sto facendo un inverno come gli altri. Voglio correre, essere vivo nella corsa e non correre per fare numero. Non ambisco per forza ad una vittoria, ma voglio competere per essa. Voglio far felice i miei tifosi, che sono tanti. Se ciò non succederà, forse non finirei nemmeno l’anno, ma non voglio nemmeno pensare a questa possibilità».
Estate 2011, si corre in Sicilia. Per Visconti arriva il terzo tricolore
Sul podio con lui Mauro Santambrogio e Simone Ponzi
Estate 2011, si corre in Sicilia. Per Visconti arriva il terzo tricolore
Sul podio con lui Mauro Santambrogio e Simone Ponzi
L’umanità smarrita
Il ciclismo è cambiato. E’ più tecnico, pieno di numeri e poca passione. Si è persa la gioia, la felicità e il vero amore per questo sport. La maggior parte dei direttori sportivi pensa al corridore come un robot e non un essere umano.
«Cosa non mi piace di questo ciclismo? Il ciclismo (fa una risata un po’ amara, ndr )! Si può dire che ho visto l’evoluzione di tre generazioni di questo sport e questa è nettamente diversa dalla prima, in cui era più grezzo, più “ignorante”, con meno numeri. I ragazzi adesso crescono con questa idea, non sanno cosa si perdono, non sanno cosa significhi divertirsi facendo questo lavoro. E probabilmente non gli interessa nemmeno andare oltre i dieci anni di carriera, non gli interessa vivere di ciclismo finché il corpo regge. Naturalmente il ciclismo di oggi è nettamente migliore sotto tanti altri punti di vista, ma l’umanità si è proprio persa».
La mental coach
Il ciclismo è uno sport di testa. Bisogna crederci, bisogna essere tranquilli, non bisogna lasciarsi sopraffare da tutto ciò che, di negativo, ci circonda.
«Quest’anno mi sono preso una mental coach – dice confermando le parole di Paolo Alberati – e un preparatore che avevo abbandonato da un paio di anni. In questo ciclismo da solo non puoi andare da nessuna parte, hai bisogno di una figura per ogni aspetto. Negli anni passati si viveva con più serenità. La figura di una mental coach adesso è fondamentale».
Al Giro d’Italia del 2008, Visconti ha indossato per otto giorni la maglia rosaAl Giro d’Italia del 2008, Visconti ha indossato per otto giorni la maglia rosa
In bici con Katy
Per ripartire, a volte, oltre a diversi accorgimenti serve qualcosa di più, qualcosa che tutti cercano nella vita e che, per tutti è fondamentale: l’amore. Ed è proprio grazie a sua moglie che Giovanni ha ripreso gli allenamenti per ritrovarsi e riprendere la forma…
«Faceva la ciclista prima – sorride – quando ho ripreso gli allenamenti qualche mese fa ho condiviso con lei diverse uscite in bici. E’ stato molto bello, con l’unico problema che è davvero forte e competitiva al massimo (sorride, ndr)».
Visconti, dopo il suo ritiro in Sicilia, partirà a fine gennaio per l’Argentina per riprendere il ritmo e tornare pronto per competere in Italia in gare come il Laigueglia. La corsa dedicata ad Alfredo Martini è quella a cui il siciliano punta e a cui tiene particolarmente da un punto di vista affettivo. L’ultima (forse) stagione del portacolori della Bardiani-CSF-Faizanè sta per iniziare…
Daniel Savini è passato giovanissimo alla Bardiani e sta maturando gradualmente. Non ha fatto la Sanremo per una caduta. Ma ora vuole cominciare a vincere
Vedendo la foto di Visconti al lavoro con Paolo Alberati, ammettiamo che un po’ di curiosità c’è venuta. Giovanni aveva lavorato bene con Alessandro Proni, poi il rapporto si era concluso e negli ultimi due anni il siciliano si è allenato da sé, confidando nella propria esperienza. Ma nel ciclismo in cui non si può lasciare nulla al caso e avendo visto il lavoro che Alberati fa già da anni con Fiorelli, anche Visco (che in apertura è ritratto durante la tappa di Sestola al Giro 2021, chiusa al 5° posto) ha deciso di provare.
«Mi ha contattato ad agosto – spiega Alberati, 49 anni – dicendomi che gli avrebbe fatto piacere lavorare con me, ma mettendo subito le mani avanti: se non vuoi, puoi anche dire di no. Io non ho mai avuto rapporti diretti con Giovanni, ma l’ho sempre stimato tanto, perché è sulla breccia da vent’anni e ha sempre dimostrato grande attaccamento al ciclismo. Però una cosa gliel’ho chiesta: verificare che ci fosse la giusta sintonia. Che condividessimo gli stessi punti di vista. Verificato questo, siamo partiti».
Con la sua tesi, Alberati ha fatto luce sul ruolo di Bartali durante la 2ª Guerra Mondiale. Qui con il compianto Ivo Faltoni e Gioia BartaliCon la sua tesi, Alberati ha fatto luce sul ruolo di Bartali nella 2ª Guerra Mondiale. Qui Ivo Faltoni e Gioia Bartali
Che idea ti sei fatto?
Credo che in questi anni lo scoglio non sia stato solo fisico, a parte l’ultimo in cui ha avuto veri problemi di salute. Giovanni è un gran pensatore, la sua testa è sempre al lavoro. Quando è venuto a Perugia la prima volta, gli ho proposto di lavorare con un mental coach per incanalare i suoi pensieri in una direzione positiva. Inizialmente non è parso molto convinto, ha raccontato che già in passato aveva provato, ma non si era trovato bene. Invece dopo qualche giorno mi ha richiamato, ha detto che avrebbe provato e ha cominciato, trovandosi bene.
Un fatto di convinzione?
Tempo fa eravamo in bici insieme e mi ha fatto vedere una foto in maglia rosa che qualcuno gli aveva mandato. Parlava di sé come se quei traguardi fossero ormai irraggiungibili. Ne ha un’altra in cui è sul podio davanti a Valverde, ma è come se parlasse di sé pensando a un altro. Questa è una cosa positiva nella misura in cui il non essere mai contento gli impedisce di sentirsi appagato, ma diventa un freno se si trasforma nella continua ricerca di conferme.
Da dove comincia il tuo lavoro?
Dall’insegnamento di Alfredo Martini. Di mio sono impulsivo e sbrigativo, ma ricordate cosa diceva Alfredo? Quando sei davanti a un corridore, devi essere rassicurante e convincente. Ed è quello che cerco di fare, prendendo tutto il tempo per spiegare le cose.
Giro d’Italia 2013, prima vince nella neve sul traguardo del Galibier, davanti alla stele di Pantani
Due giorni dopo stacca di nuovo tutti e vince da solo a Vicenza
Giro d’Italia 2013, vince nella neve sul traguardo del Galibier
Due giorni dopo stacca di nuovo tutti e vince da solo a Vicenza
Perché si è rivolto a te?
Probabilmente per l’amicizia con Fiorelli, ma anche dall’aver visto che il lavoro funziona e non si riduce a qualcosa di schematico e impersonale. Vanno bene i programmi, ma servono anche elasticità e senso pratico.
Nell’intervista con Giada Gambino, Giovanni ha parlato di cambiamenti nell’alimentazione in bici.
L’altro giorno sono uscito con lui e Fiorelli. Dovevamo fare 4 ore e mezza. Avevamo già scalato Caccamo e tornando verso Palermo, avremmo concluso sul Monte Pellegrino. Dovevano farla piano, anche se in realtà l’hanno fatta a fiamma. Andando verso la salita, gli ho chiesto se avesse mangiato e lui ha risposto che ormai mancava poco, quindi non aveva preso niente. Gli ho risposto che per andare forte sulla salita finale, qualcosa doveva mangiarla. Che lo avrebbe aiutato ad andare meglio, a non finire l’allenamento svuotato, ad avere buone sensazioni e a non arrivare a casa con una fame atavica. Ha provato e alla fine ha ammesso che da questo punto di vista in passato ha sbagliato tanto.
Dice che voleva stare alla larga dai carboidrati…
E’ appena 1,5 chili sopra il peso forma, non ha bisogno di stressare il corpo. E’ rimasto colpito da Supersapiens, il sistema che mostra la variazione della glicemia, che in allenamento si può usare, e ti permette di vedere come il corpo reagisce a un gel, a una barretta e con il passare delle ore.
Monte Pellegrino, salita di due versanti di 8 chilometri nel cuore di Palermo: Visconti, Fiorelli e dietro Alberati a fare la fotoMonte Pellegrino, salita di due versanti di 8 chilometri nel cuore di Palermo: Visconti e Fiorelli
Siete già avanti nel lavoro?
La cosa più difficile è stato convincerlo a riposare sul serio. Voleva rientrare per il Giro di Sicilia, ma era indietro. Gli ho detto che correre sulle strade di casa e prendere legnate lo avrebbe esposto a brutte figure, che si sarebbe portato dietro tutto l’inverno. Dopo un paio di giorni mi ha chiamato e ha rinunciato. Ora è partito con entusiasmo e i risultati si vedono.
In che forma?
A ottobre saliva al massimo fino a 177 battiti. Ora, dopo sei settimane da 18-20 ore di lavoro, è già a 185. Ha detto che quei numeri li faceva da dilettante. Il cuore non sale se sei stanco o se stai male, questa variazione è importante.
Che cosa significa?
Aver riguadagnato elasticità cardiaca è spia del fatto che sta bene, che il fisico è recuperato, più del fatto che l’allenamento ha giovato. Anche perché finora non si è lavorato tanto né forte. Prima dalla soglia in avanti cresceva di 40 watt, ora è già a 100. Quel fuorisoglia è la sua caratteristica, poter fare la differenza quando gli altri sono a tutta. Ma i numeri non sono tutto, vanno mescolati con l’esperienza e con la consapevolezza di essere un corridore importante.
Watt guadagnati tutti in bici?
No, abbiamo ricominciato a fare palestra. Una parte importante di quei watt, anche e soprattutto sull’esplosivo, vengono da lì. Giovanni non riusciva a risalire sopra i 1.000 watt, due giorni fa ne ha fatti 1.147 per 5 secondi.
Esercizi classici?
Stiamo lavorando in modo particolare, con pesi molto alti, una volta alla settimana, ma lo faremo per tutto l’anno. L’esplosività andando avanti con gli anni la perdi, se non la curi con attenzione. Su questo Giovanni è stato molto ricettivo, erano anni che non andava in palestra e il muscolo l’ha sentito. Sulla preparazione muscolare di un atleta maturo, la palestra ben fatta cambia tanto.
Nel 2017 porta a casa il Giro del’Emilia, con una condotta sbarazzina e priva di esitazioni
Quel trofeo resta uno dei più belli, in una carriera con 3 campionati italiani e 2 tappe al Giro
Nel 2017 porta a casa il Giro del’Emilia, con una condotta sbarazzina e priva di esitazioni
Quel trofeo resta uno dei più belli, in una carriera con 3 campionati italiani e 2 tappe al Giro
Dai numeri comunque si riesce a capire molto…
A dicembre abbiamo fatto un classico test Conconi. Dopo due mesi che sei fermo, non aveva senso fare un test da sforzo di 20 minuti a tutta e neanche di 10. Invece il test Conconi ti porta gradualmente alla soglia e dà risultati attendibili, anche se nel breve periodo. E in quello fatto a dicembre, aveva già 6 watt/kg. Un valore con cui una volta arrivavi davanti in piena stagione, mentre ora è un punto di partenza. Tempo fa con Buitrago ci siamo messi a guardare i valori che aveva alla Vuelta Burgos ed era a 6,9 watt/kg, in gruppo però altri 30 erano messi allo stesso modo. Un’altra volta abbiamo studiato i dati di Wellens su una salita della Vuelta Andalucia. In allenamento aveva rubato un Kom a Valverde, che l’aveva fatto in corsa. E va bene che all’inizio sembra che andassero dietro moto, ma ha pur sempre fatto 7,1 watt/kg.
C’è in corso un’evoluzione della specie?
Giovanni parla spesso dei giovani che ci sono in giro adesso. E’ chiaro che avendo dei super budget, le squadre vanno a pescare i migliori di ogni Continente, per cui in gruppo arrivano solo atleti con grandi motori. Ma anche Saronni e Merckx vinsero da ragazzi come Pogacar ed Evenepoel, le eccezioni ci sono sempre state. Teniamo presente che si tratta di eccezioni. Ma nelle corse di 250 chilometri, quelle del ciclismo più vero che tanto ci piace, l’esperienza e la maturità fisica sono ancora fattori importanti.
Quindi il preparatore Alberati come vede Visconti in questa geografia di fenomeni?
Magari non può arrivare a quei numeri, ma con la sua esperienza e il suo fisico, può raggiungere quei 6,5 watt/kg che gli permetteranno, nei finali delle corse in cui magari sarà in fuga, di giocarsi la vittoria. Per me è ancora un vincente.
Il sole e talvolta qualche nuvola accompagnano gli allenamenti di Visconti che, come ormai usuale in questo periodo, si è ritirato per qualche giorno nella sua Palermo. E’ solo, in totale calma e relax. Le sue giornate iniziano e finiscono in una piccola e graziosa casetta nel cuore di Mondello, un perfetto “locus amoenus” per ritrovare se stessi e ricominciare con tanta grinta. Così Giovanni ci racconta la sua routine palermitana…
Per Visconti due settimane in una casa di Mondello, concentrandosi soltanto sulla bici (foto Instagram)Per Visconti due settimane in una casa di Mondello, concentrandosi soltanto sulla bici (foto Instagram)
A che ora ti svegli ?
La sveglia è alle 8, faccio colazione e alle 9 sono già in sella.
Cosa mangi la mattina?
Faccio una buona colazione, mi sono comprato tutto quello che mi serve: uno yogurt proteico, cereali, qualche fetta biscottata integrale con miele o Philadelphia. E soprattutto un buon caffè… Quello non deve mancare mai!
Appena esci in bici…
Mi vedo con Fiorelli. Siamo una bella coppia (ride, ndr), mi trovo davvero bene e il tempo passa velocemente e in maniera piacevole quando ci alleniamo insieme.
Si comincia con un test: da quest’anno Visconti collabora con Paolo Alberati (foto Filippo Fiorelli)Si comincia con un test: da quest’anno Visconti collabora con Paolo Alberati (foto Filippo Fiorelli)
Come si strutturano gli allenamenti?
In questo periodo in media faccio circa quattro ore al giorno, alternando due giorni di lavori e un giorno di scarico. Si fanno lavori di forza, medio, velocità e volate.
C’è qualcosa che porti con te durante gli allenamenti, che non può mancare mai?
Quest’anno ho cambiato regime e non possono mancare barrette, gel, sali.
Cosa hai cambiato esattamente?
A differenza degli altri anni, mi alimento meglio in bici. Il cibo ormai è diventato un argomento importante nel ciclismo. Probabilmente negli ultimi anni mi sono logorato fisicamente sbagliando a non alimentarmi correttamente in allenamento con i carboidrati e gli zuccheri necessari. Magari pensavo di stare bene, di evitare questi cibi che, tendenzialmente, si pensa non facciano bene. Però se prima di arrivare a casa ti viene una crisi di zuccheri, stai male, ti senti senza forze e capisci che bisogna cambiare qualcosa.
Con Fiorelli a Caccamo, paese con il castello (e il fantasma di Matteo Bonello) a circa 45 chilometri da PalermoCon Fiorelli a Caccamo, paese con il castello (e il fantasma) a 45 chilometri da Palermo
Ti fermi mai per un caffè ?
Qui in Sicilia è praticamente impossibile non fermarsi, ma non per un caffè! Entrando nei bar vieni catturato dai dolci tipici e dalla diversa rosticceria. Naturalmente cerco di evitare, ma quando fatico e me lo merito, cedo alla tentazione.
A che ora rientri?
Per le 14,30. Appena arrivo prendo subito uno shaker proteico e mi faccio la pasta che è sempre il miglior alimento per recuperare.
Fra cannoli e frutta martorana (a base di pasta di mandorle), la pasticceria siciliana è una dolce tentazione durante gli allenamentiFra cannoli e cassatine, la pasticceria siciliana è una dolce tentazione durante gli allenamenti
Come la cucini?
Pasta in bianco, semplice, ma la adoro.
Quanto è importante l’assunzione delle proteine?
Nella prima mezz’ora post allenamento è fondamentale per ricostruire il muscolo nel miglior modo.
Dopo pranzo?
Mi riposo. Qui ho più relax rispetto che a casa su, in Toscana. Mi mancano i miei bimbi, ma essendo questo un vero e proprio ritiro, seppure in parte solitario, mi prendo tutto il tempo necessario per rilassarmi e fare massaggi quando possibile.
Il 2021 di Visconti è stato un anno difficile per problemi di salute. C’è grande aria di riscattoIl 2021 è stato un anno difficile. C’è grande aria di riscatto
La cena?
Leggera, ho comprato pollo, insalata e acqua. Quando l’indomani devo affrontare una mattinata impegnativa, preferisco mangiare la pasta, per avere una bella scorta di carboidrati per l’indomani. Dopo di che, nient’altro che relax: guardo un po’ la televisione, un po’ i social e verso mezzanotte vado a dormire.
Cosa cambia rispetto a quando sei a casa tua?
E’ un po’ diversa la routine! Spesso mi sveglio alle 6,45 per accompagnare i bambini a scuola, magari salto anche la colazione in quel momento e la faccio quando ritorno in modo da uscire alle 10 in bici, anche perché lì c’è molto freddo. Uscendo tardi in bici, molto spesso salto il pranzo e quindi integro solo con uno shaker proteico e dei carboidrati quando ritorno. Per il resto è tutto molto simile e cerco di dedicare del tempo ai miei figli.