La carezza e lo schiaffo: parlando di giovani con Visconti

16.11.2022
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Prendi le ultime giornate belle e “calde” di questo autunno. Mettici un bosco, le colline toscane. Aggiungici un campione che la sa lunga e ha appena smesso di correre e il risultato è: una passeggiata nel bosco con Giovanni Visconti. Una passeggiata in cui si parla dei giovani. Del ciclismo che sarà. Anche se si parte da quello che è stato.

Giovanni ci viene a prendere al bar L’indicatore di San Baronto. Un caffè e sa già dove condurci. Magari si becca anche qualche fungo. Il panorama si apre sotto di noi, ma presto viene inghiottito dal bosco. Castagni, qualche grosso masso d’argilla, un viandante di tanto in tanto e una panchina, che doveva essere la nostra meta, ma che non si trova più!

L’autore dell’articolo con Visconti, a spasso nei boschi che sovrastano San Baronto, nel pistoiese
L’autore dell’articolo con Visconti, a spasso nei boschi che sovrastano San Baronto, nel pistoiese
Se chiudi gli occhi cosa ti resta di questa stagione? Qual è la tua immagine?

Non è facile. Io ho finito in malo modo. Avrei voluto farlo diversamente. Quindi ho passato i primi mesi con la testa fra le nuvole. Ho seguito “poco” il ciclismo. Non che fossi arrabbiato, ma insomma… Se proprio dovessi scegliere un momento, me ne viene in mente uno. Uno che racchiude tutti i momenti: l’abbraccio tra Valverde e Nibali. E’ la chiusura di un ciclismo che era anche il mio. E questo porta con sé altri argomenti. Si è chiuso un ciclismo okay, ma di là cosa c’è?

Cosa c’è?

C’è tanta confusione. Penso che noi italiani abbiamo tutte le carte in regola per avere un ciclismo forte. Ma le carte sono disordinate. Bisognerebbe fare un po’ di ordine e far rendere questo patrimonio. Non abbiamo dei brocchi: abbiamo giovani forti nei professionisti ed altri più giovani ancora che hanno numeri pazzeschi e sono stati testati anche dalla nazionale. E non li perdi dall’oggi al domani. Per questo mi viene in mente la passerella di Nibali e Valverde, perché bisogna passare ad un altro ciclismo. Quelle immagini sono una carezza e uno schiaffo. «Caro ciclismo noi siamo Nibali e Valverde e ce ne stiamo andando. Ora fai qualcosa». 

Per Visconti l’abbraccio tra Valverde e Nibali è il simbolo del definitivo passaggio di testimone al ciclismo dei giovani
Per Visconti l’abbraccio tra Valverde e Nibali è il simbolo del definitivo passaggio di testimone al ciclismo dei giovani
Questo ciclismo che verrà ha un’eta media più bassa. E’ sempre più il ciclismo dei giovani?

Sì, sì… lo è da qualche anno già. E quando parlo di quel momento, penso al ciclismo italiano perché in altre nazioni già si puntava sui giovani. Il fatto che la carriera si sia accorciata è anche un vecchio modo di dire. Okay si è accorciata, ma cosa cambia? Buon per loro, si godranno la vita prima, ma è anche vero che iniziano prima a fare certi sacrifici. Io da junior scappavo dal ritiro a mezzanotte per andare a mangiare la pizza o dalla ragazza. Cose che oggi si sognano, almeno gli juniores forti che sanno già che passeranno pro’.

Quindi alla fine i tempi si anticipano, non si accorciano le carriere?

Esatto. Se vuoi fare il ciclista c’è da anticipare i tempi. Avranno guadagnato soldi prima, saranno maturi prima e si fermeranno prima. Le carriere finiscono prima? E dove sta il problema? Oggi sono seguiti in ogni cosa, al millesimo. L’atleta finirà un po’ più stressato di testa, ma perfettamente integro per il resto. Non so se è per il bianco e nero, ma nelle foto del passato i venticinquenni di una volta sembrano i quarantenni di oggi.

Che poi non è solo nel ciclismo. Anche nel calcio. Tu che sei del Milan lo sai bene: avete una squadra giovanissima…

Tutto va avanti. Anche le tecnologie e gli strumenti. I ragazzi di oggi crescono con queste conoscenze, non con quelle di una volta. Se a un sedicenne oggi dici che le carriere finiscono prima, quello ti guarda e ti chiede: «Ma di cosa stai parlando?». Sono discorsi nostri, che dovremmo smettere di fare. I ragazzi devono crescere con le leggi di ora.

De Pretto ha fatto uno stage con la BikeExchange. E’ uno dei talenti del ciclismo italiano. In gruppo si è mostrato subito pronto
De Pretto ha fatto uno stage con la BikeExchange. E’ uno dei talenti del ciclismo italiano. In gruppo si è mostrato subito pronto
La tua ultima squadra, Giovanni, la Bardiani Csf Faizané, ha avviato un progetto sui giovani. Li hai anche visti in gruppo: hai notato queste differenze che hai detto?

Assolutamente sì, tanto che mi risultava difficile il mio ruolo da chioccia. Perché per fare la chioccia non basti tu, ma serve anche gente che è propensa ad ascoltarti e crede in te. Che parli la tua lingua. Io un po’ riuscivo a parlarci, ma avevo addosso l’indole del vecchio ciclismo. Dovevo insegnarli qualcosa, ma per esempio non potevo dirgli che non dovevano allungare troppo in allenamento. Primo, perché ormai i 18-20enni devono andare forte. Secondo, perché sanno già come allenarsi.

Non era facile neanche per te…

Alla fine mi ero buttato sul fare gruppo, che invece deve restare. Oggi ci si messaggia. Le squadre fanno le tattiche via mail. E già da anni. Quasi non c’è più bisogno di fare la riunione prima di partire. E l’armonia, quel filo che li lega, sono necessari. I team building avventurosi servono. Invece a dicembre ci si ritrova al primo ritiro e tutti vanno come moto, perché tanto è così. Se una volta facevi il medio, ora fai soglia. Se facevi soglia, fai fuori soglia. Poi è il nuovo ciclismo e va bene, anche perché a gennaio corrono, ma medierei un po’.

Facciamo invece un po’ di nomi. Chi è tra questi che ti ha colpito. Prima “a taccuino chiuso”, tra gli altri è emerso Alessandro Covi…

Covi quando ha avuto le sue giornate di gloria ha fatto dei numeri pazzeschi. Magari ci si attendeva un po’ più di costanza. Ha iniziato forte la stagione. Idem da Andrea Bagioli. Alterna momenti in cui può lottare con chiunque, e quando dico chiunque intendo tutti per davvero, a momenti in cui dovrebbe esserci e non c’è. Penso ai due mondiali: Imola e quest’anno.

L’impresa di Covi sulla Marmolada all’ultimo Giro d’Italia
L’impresa di Covi sulla Marmolada all’ultimo Giro d’Italia
Forse non sono costanti proprio perché sono giovani…

Sì, ma anche gli altri sono giovani! I giovani di oggi sono diversi. Che poi, giovani… Questa parola, come pure neopro’, andrebbe eliminata. Il neopro’ lo fa lo junior forte. Andate a vedere Evenepoel cosa faceva da junior. Tutti vogliono fare come lui, solo che non hanno lo stesso motore. Oggi le squadre testano molti ragazzi, poi magari quelli più bravi lì tengono lì, ma gli fanno fare la vita da professionisti. I primi 10 di ogni Nazione sono pro’ e sono quelli che passano. Anche in Italia. Vanno nelle development o addirittura in prima squadra.

In gruppo come sono? Timidi, spavaldi…

Qualcuno scherza, per esempio Pinarello. Passano dopo due anni vissuti “da pro’” e sono più sicuri, più pronti. Sanno quel che devono fare. Anche nell’atteggiamento. Quando toccò a me, solo a dire che ero un pro’ mi emozionavo. E quando vedevo qualcuno che si avvicinava per la foto, mi preparavo. Ora per loro è scontato. Si aspettano che tu gli chieda la foto. Hanno immediatamente un atteggiamento da pro’ affermato. E neanche gli puoi chiedere di essere umili. Per noi era un sogno, qui il loro sogno è scontato, è un percorso.

Torniamo ai nomi, uno dei giovani che hai vissuto di più è Filippo Zana

Pippo ha dei margini enormi. Ha già fatto vedere qualche numerino, senza strafare. Per me è cresciuto nel modo giusto e ha avuto la fortuna di trovare una squadra come la Bardiani che ti fa crescere così. Guardiamo Colbrelli. Se fosse stato nel ciclismo di oggi avrebbe vinto la Roubaix? Non avrebbe avuto tempo di dimostrare di essere un ottimo corridore. Idem Zana. Filippo ha fatto tre anni in Bardiani.

Già tre anni. Il primo ricordo di lui risale al Giro d’Italia del 2020: era stanchissimo, ma lo ha finito…

Il primo anno non si è quasi mai visto, poi sempre meglio. Ma per me è ancora lontano il suo salto. E queste fondamenta che ha creato alla Bardiani se le ritroverà alla BikeExchange. Anche perché per certi aspetti in gruppo avrà vita più facile. E’ la legge non scritta che le professional non possono stare davanti. In Bardiani ci stavo solo perché si accorgevano che ero io. E queste situazioni ti rendono la vita più difficile. Penso anche a Fiorelli in tal senso. Sapete quante energie in meno spenderebbe per arrivare a fare la volata? Fagli prendere una salita davanti a Zana…

Andrea Piccolo, magari lo conosci poco, ma lo hai visto all’italiano…

La miseria che corridore! Ci messaggiamo spesso. C’è una stima reciproca. Gli mandai un complimento e mi disse che era stato un onore ricevere un mio messaggio. Lui è un fuoriclasse e te ne accorgi anche dall’atteggiamento. In gruppo è un po’ mattarello, non presuntuoso, ma ha un suo mondo. E’ diverso da altri giovani. Per esempio Bagioli è più chiuso, lui invece è più spavaldo, ma al tempo stesso tranquillo. 

E tu hai qualche nome che vorresti dire?

Non è più giovanissimo, ma dico Lorenzo Rota: ci ho anche corso insieme. Questo ha classe, ragazzi. Quest’anno ha fatto un bel salto di qualità. Deve vincere una corsa più seria che gli darà sicurezza e farà ancora meglio. Poi mi piace come persona. Si tratta di un atleta serio, dedito al lavoro… Senza contare che ha passato momenti davvero difficili. Lorenzo stava per smettere. E non una volta. E ciò dimostra come ci sia bisogno di ricambio. Non può essere che uno come lui abbia dovuto bussare a più porte per continuare. Cambia la generazione del ciclista? Allora deve cambiare la generazione di chi gli sta intorno.

E’ cambiata oggi la figura del corridore da corse a tappe?

Già da un po’, direi. Lo scalatore puro per me non esiste più. Sto seguendo i giovani e mi rendo conto che tipo di atleta serve. Quando vedi un corridore da 55 chili, ti chiedi cosa può fare. Se vai al Tour, stacchi tutti in salita, arrivi da solo e vinci la tappa okay, ma se non arrivi da solo? Ti è servito? No… In volata perdi. In pianura non puoi neanche aiutare. A crono le prendi. Il corridore modello attuale è il corridore completo. Guardiamo Vingegaard, tra i top rider è l’unico che ha il fisico da scalatore puro, ma poi a crono va forte. Pogacar non è così. Evenepoel non è così.

Sono più muscolati…

Esatto, soprattutto Pogacar ne ha di margini sul piano muscolare… E per me può ancora perdere qualche chilo. Lui ha ancora spazio per migliorare, ne sono sicuro.

La famosa panchina non si trova… e ci si siede su una roccia
La famosa panchina non si trova… e ci si siede su una roccia
Altri nomi importanti sono Baroncini e Verre: perle dell’ultima infornata under 23.

Entrambi non li conosco molto. Però a Verre ho visto fare dei bei numeri in salita. Per lui può esserci quel problema di doversi completare come corridore. Non puoi essere solo uno scalatore in questo ciclismo. Perché o trovi una squadra che ti porta in un grande Giro e cerchi di vincere una tappa (tanto la classifica non la fai), oppure sono problemi. Anche Baroncini è un grande atleta. Anche perché altrimenti non vinci un mondiale U23, tanto più come ha fatto lui. 

E Battistella?

Ecco, con lui  parliamo di un corridore importante. Che ha una certa pedalata e una certa classe. E’ uno di quei corridori che a vederli è bello. E’ completo. Però lo deve dimostrare: l’estetica non basta, ma la base c’è tutta.

La ricetta di Visconti: «La tecnologia protegge dagli eccessi»

05.09.2022
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Si era nel pieno del Lunigiana, concluso ieri con la vittoria del portoghese Morgado, quando con Giovanni Visconti abbiamo iniziato a ragionare sul ciclismo degli juniores e anche quello degli allievi.

Il tema è sul tappeto. I nostri si allenano forte, ma pagano qualcosa agli stranieri. Il siciliano di San Baronto era reduce da una serata di festa, in cui i dirigenti del Velo Club Empoli lo avevano presentato alle famiglie dei ragazzi nella sua nuova veste. Un incarico inatteso, che Giovanni ha preso con passione. Non come direttore sportivo, per cui deve ancora completare la formazione, più come preparatore, motivatore e maestro di vita. Una sorta di “picconatore 2.0”, con l’idea di mantenere il ciclismo vicino alle sue origini, avvicinandolo alla modernità e allontanandolo dalle ricette superate in cui sono spesso intrappolate squadre e atleti.

Nella serata del 2 settembre, nel corso di una serata a Empoli, Visconti è stato presentato ufficialmente
Nella serata del 2 settembre, nel corso di una serata a Empoli, Visconti è stato presentato ufficialmente
Come è cominciato?

Mi hanno cercato un mese dopo che avevo smesso e inizialmente l’avevo presa così, alla leggera. Mi dissero di volermi proporre qualcosa, così andai nella loro sede vicino Empoli, ad Avane. Avevo qualche dubbio, ma entrando in quel posto, con le coppe e le bici appese, sono rimasto sorpreso positivamente. Mazzoni, il presidente, tratta bene i ragazzini e non gli fa mancare nulla (i due sono insieme nella foto di apertura, ndr). Mi ha ricordato i miei tempi. E soprattutto mi è piaciuto che nonostante fossero così legati alla tradizione, volessero investire per dare una svolta. Non è da tutti, non tutte le squadre pensano di farlo. Mi hanno sorpreso.

Perché sorpreso?

Il problema da noi è che si va avanti con il vecchio stile e si prende quel che viene. Così abbiamo parlato. Ci siamo scambiati messaggi. Ci siamo rivisti. E mi hanno chiesto di seguirli, di dare qualche consiglio agli allievi e a qualche junior. Hanno visto un miglioramento netto. Non perché gli abbia dato delle tabelle, semplicemente perché ho cercato di gestirli emotivamente. Ho creato un gruppo whatsapp con i ragazzi, scriviamo continuamente, cerco di parlare la loro lingua. Hanno visto il salto di qualità soprattutto a livello di sicurezza e poi sono arrivati anche i risultati. Hanno vinto il campionato toscano allievi con Migheli, ma non perché sia arrivato io. C’è stato un cambio negli stimoli e così mi hanno chiesto di prendere ufficialmente questa via. Di seguire gli allievi come avevo fatto fino a quel momento e per il prossimo anno anche gli juniores. Ufficializzare la mia immagine di preparatore atletico e jolly nella società. E nella cena di venerdì mi hanno presentato.

Dopo il ritiro dalle gare, Visconti è diventato testimonial per le aziende del Gruppo Zecchetto
Dopo il ritiro dalle gare, Visconti è diventato testimonial per le aziende del Gruppo Zecchetto
Come è andata?

Eravamo d’accordo di fare una serata come quella. Una cena in cui hanno premiato i ragazzini che hanno vinto qualche maglia e hanno sfruttato l’occasione per presentare il progetto Visconti alle famiglie. Hanno allievi, juniores e anche gli esordienti, con cui però non lavorerò direttamente. Non mi sento assolutamente di fare delle tabelle già agli esordienti, in cui il ciclismo deve essere ancora un gioco.

In cosa consiste il progetto Visconti?

Un metodo in linea con l’era moderna. Il ciclismo va avanti come tutto nella vita e chi sta dietro alla tecnologia e alla scienza sicuramente è avvantaggiato rispetto a chi non lo fa. Però vorrei creare un ponte tra il passato e il futuro. Nel ciclismo di ora si è velocizzato tutto e non ti aspetta più nessuno. Devi fare le cose bene sin da subito, però tanta scienza va unita alla voglia di fare sacrifici, all’umiltà, allo stare insieme. Provo a ricordarmi i miei tempi da junior e allievo, il modo in cui ci divertivamo. Ecco, io vorrei unire queste due cose e riuscire a portare nel gruppo la mentalità giusta, non avere ragazzi che si parlano solo attraverso whatsapp o TikTok. Non è facilissimo da spiegare, però non voglio che i ragazzi siano delle macchinette.

Fabio Del Medico ha vinto 4 titoli regionali in pista a San Vincenzo: inseguimento, velocità, keirin e omnium
Fabio Del Medico ha vinto 4 titoli regionali in pista a San Vincenzo: inseguimento, velocità, keirin e omnium
A cosa serve la scienza?

Per misurare la fatica. Sto cominciando a guardare come lavorano e non so se sia solamente un problema della Toscana. A dire di voler preservare i ragazzi sono spesso direttori sportivi e accompagnatori di una volta, che rifiutano il cardio o il misuratore di potenza. Poi però li portano su strada sempre a tutta. Fanno 120 chilometri a gennaio, vanno sul Monte Serra, girano in doppia fila, fanno distanze assurde. Credono di preservarli, invece li fanno lavorare senza sapere chi hanno tra le mani. Non solo il metodo è sbagliato, ma sono sempre fuori giri.

Questo cosa comporta?

Sapete quanti ne ho trovati spossati, stanchi e svogliati? Lavorano tantissimo, non ottengono niente, logorano solamente il loro corpo e la testa. Trovi già quello che ha paura di non correre il prossimo anno, di non trovare la squadra. Hanno lavorato tantissimo, ma nel modo sbagliato. Nel mio provare ad aiutarli, gli ho proposto di allenarsi meno e con più di qualità. Magari con più intensità nel breve tempo, quello che serve ai giovani. Alla fine gli allievi fanno un’ora e 40 di gara, a cosa serve che si allenino per 4-5 ore? Idem gli juniores, a cosa gli serve fare 6 ore?

Ti alleni con loro?

Abito vicino, quindi ho la possibilità di andare a vedere qualche gara o qualche allenamento. Siamo usciti insieme in bici per vedere come si fanno i lavori.

Il mondo dei preparatori è piuttosto affollato, a cosa ti ispiri?

Alla mia esperienza. Ho vissuto diverse generazioni di ciclismo. Quello che ho lasciato magari a me personalmente non piaceva, perché ero a fine carriera e avevo tanti anni alle spalle, però il giovane di oggi deve crescere con il giusto metodo di lavoro. C’è la freddezza delle preparazioni da unire alla voglia di fare le cose con più familiarità, più dialogo. Lo scopo non è che facciano ora i lavori dei professionisti, in modo che migliorino subito. Si deve crescere per gradini perché altrimenti, lavorando senza pazienza, trovi ragazzi che fanno un mese di picco di condizione, ottengono grandi risultati e poi spariscono. Invece devono crescere un gradino alla volta. E questi gradini abbiamo la possibilità di misurarli, abbiamo il metodo per misurare la fatica e non strafare. La tecnologia li protegge.

Un bel cambio di rotta per Visconti…

E’ vero. Ho detto più di una volta che fino ai dilettanti si dovesse andare avanti con le sensazioni: ora non lo direi più. Il mondo è cambiato. Scienza e tecnologia servono, ma non sarebbe male insegnargli a mediare le due cose. Glielo ripeto in continuazione: non dovete diventare degli oggetti, dovete imparare a gestirvi e capirvi. Se pensi che un allenamento sia sbagliato, giri e vai a casa. Non siamo macchinette. Uno dei problemi grossi del ciclismo di oggi è quello che i giovani sono sfruttati tanto e male e non ottengono nulla.

E a 18 anni diventano professionisti.

Per questo almeno il metodo glielo devi insegnare, senza però farli lavorare da giovani con l’intensità dei professionisti. La vera svolta ci sarà quando si capirà la necessità di un ricambio in chi gestisce i ragazzi. Bisogna ringiovanire anche lì, la vita va avanti. Sono brave persone, ci mancherebbe, volenterosi. Però cosa gli insegna un settantenne a un allievo o a uno junior? Che deve mangiare poco, che deve andare a letto alle 9 e che deve fare tanti chilometri? Che se ieri non s’è allenato, oggi fa il doppio? Si va avanti così, senza sapere niente di che valori hanno. Le cose sono come dicono loro e basta. Bocciano quello che non capiscono. Nel mio piccolo, vorrei superare questo scoglio. Salire un altro gradino.

Visconti: «Serbatoio vuoto, con due parole Tom ha detto tutto»

19.08.2022
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Quando scriviamo a Giovanni Visconti per chiedergli di commentare l’addio di Tom Dumoulin il siciliano ci risponde così: «Leggendo il suo comunicato ho capito ogni singola lettera di ciò che voleva dire». “Visco” ci è passato pochi mesi fa e pochi, se non nessuno, meglio di lui possono capire cosa è passato nella testa e nell’animo del campione olandese.

Un addio, in segreto e provvisorio, a luglio poi la ripresa e lo stop definitivo a marzo: anche per l’ex Bardiani Csf Faizanè è stato un bel calvario.

Palmares da re per Tom: un Giro, un mondiale a crono (in foto), un podio al Tour e oltre 20 vittorie
Palmares da re per Tom: un Giro, un mondiale a crono (in foto), un podio al Tour e oltre 20 vittorie

Le parole di Tom

Prima di andare avanti però, ci sembra doveroso riportare le parole della maglia rosa 2017 (in apertura la stessa foto con cui Dumoulin ha annunciato il suo addio sui social) con le quali il corridore di Maastricht ha ufficializzato il ritiro.

“Ho deciso di lasciare il ciclismo professionistico con effetto immediato. Circa due mesi fa ho annunciato che mi sarei ritirato dal ciclismo professionistico alla fine dell’anno. La scorsa primavera, malgrado il mio amore per la bici, ho notato che le cose non stavano andando come volevo. Ho sentito che ero pronto ad una nuova fase della mia vita. Ma avevo ancora un progetto nella mia lista dei desideri, che era quello di chiudere la mia carriera con un botto, ai Mondiali in Australia. Volevo affrontare la strada verso i Mondiali come fatto lo scorso anno con i Giochi di Tokyo. Con un senso di libertà, a modo mio, con il supporto del team e con la mia motivazione intrinseca come principale carburante. All’epoca è questo che mi aveva ridato la gioia di pedalare”.

Ma ho notato che non ce la faccio più. Il serbatoio è vuoto, sento le gambe pesanti e le sessioni di allenamento non vanno come speravo per poter pensare di fare una buona performance e avere buoni sensazioni ai Mondiali. Dalla mia dura caduta in allenamento lo scorso settembre, qualcosa si è rotto di nuovo. Ho dovuto nuovamente interrompere i miei sforzi per tornare alla mia forma precedente e affrontare una nuova delusione. È stata la volta di troppo.

Anche se il mio addio non è andato come avrei voluto, guardo alla mia carriera con grande orgoglio. Ho lavorato duramente, e ho affrontato questi anni con passione e piacere, fornendo grandi prestazioni. Sono cose che non dimenticherò mai. Ora è tempo di godermi altre cose ed essere presente per le persone che amo. Un grandissimo grazie alla mia squadra e a tutti coloro che mi hanno supportato nel corso di questa mia fantastica carriera. E un grazie speciale a mia moglie, che mi ha sostenuto per tutti questi anni”.

Dumoulin (31 anni) ha corso il Giro ma si è ritirato nel corso della 14ª tappa. Doveva chiudere la carriera a Wollongong
Dumoulin (31 anni) ha corso il Giro ma si è ritirato nel corso della 14ª tappa. Doveva chiudere la carriera a Wollongong

Giovanni a te…

Anche Giovanni avrebbe dovuto lasciare a fine stagione, ma in primavera dopo l’ennesima difficoltà ha detto basta. E per questo non c’è stato bisogno di fargli neanche una domanda. Visconti è partito. L’argomento gli sta a cuore e, come detto, lo ha capito.

«Tom, come me, aveva un contratto fino a fine anno e poteva ancora guadagnare dei soldi e nel suo caso immagino anche dei “bei soldi”. Ma quando nella mente subentrano certi pensieri vuol dire ormai vai a scavare dei pezzi di vita. Tu sai che il tuo livello non lo raggiungerai più…».

«Le persone attorno ti dicono di ripensarci, di non mollare, che è un momento, ma non è così. Anche io come lui lo scorso anno ci ero passato. Era luglio per me (Dumoulin aveva preso un periodo di pausa ad inizio stagione, ndr): avevo detto basta. Le persone vicine mi dicevano: “Dai Giovanni che poi passa” e lì per lì la voglia ti torna anche. Pensi che tutto sommato sia la cosa giusta da fare, che smettere in quel momento sia sbagliato e riparti. Forse è anche paura di affrontare una nuova vita, non ci si sente pronti.

«Ma io ero arrivato. Dicevo a mia moglie che non avrei voluto pedalare per un solo centimetro in più, che a pensare di fare solo un chilometro di gara mi sentivo male. E quando è così vuol dire che stai scavando dentro te stesso. E’ un massacro. Rosicchi qualcosa che non c’è più e quello che stai facendo non è più ciclismo».

Le parole di Visconti sono forti, ma rendono benissimo l’idea e il travaglio dell’atleta e dell’uomo. Perché poi è inevitabile che le due cose si fondano.

Nell’ultimo anno Dumoulin su strada non è mai stato davvero competitivo. Miglior piazzamento il 4° posto a Potenza al Giro
Nell’ultimo anno Dumoulin su strada non è mai stato davvero competitivo. Miglior piazzamento il 4° posto a Potenza al Giro

«Serbatoio vuoto»

Il passaggio chiave secondo Visconti è quando il corridore della Jumbo-Visma parla di “serbatoio vuoto”. Giovanni ha parlato di livello top che l’atleta sa di non poter più raggiungere. E quando si ha questa consapevolezza perché continuare? Per i soldi, okay… ma non è così facile, almeno nel ciclismo.

«Io – spiega Giovanni – non sarei più arrivato al mio massimo, lo sapevo. Come sapevo che con il ciclismo attuale il mio top non era più sufficiente, in più non avevo la testa per raggiungere il mio livello. Figuriamoci dunque come ero messo… A quel punto quando ho rinunciato mi sono sentito libero».

«Anche Tom non aveva altra scelta. In bici ormai sembrava una mummia. La prima volta magari si era convinto di aver sbagliato ed è tornato, in più aveva attorno uno squadrone a supportarlo. Ma quando lui dice: “Non c’è più niente nel mio serbatoio” vuol dire che è finita.

«Puoi anche allenarti bene, fare chilometri su chilometri, lavori, altura… ma quel serbatoio tanto non si riempie più, perché è la testa che non lo fa riempire. E’ la testa che comanda… E anche lo stipendio non basta più come giustificazione per andare avanti».

Dopo aver ripreso a pedalare in primavera, la scorsa estate Dumoulin aveva vinto l’argento nella crono olimpica
Dopo aver ripreso a pedalare in primavera, la scorsa estate Dumoulin aveva vinto l’argento nella crono olimpica

Pedalare con la paura

«Ad un certo punto poi – va avanti Visconti – ti vengono dei dubbi. Inizi ad avere paura del gruppo, delle cadute, pensi alla famiglia. In cuor tuo hai già deciso di smettere. Anche fare una gara in più ti fa riflettere. E poi magari proprio in quella “corsa in più” succede qualcosa che non doveva succedere: non ha senso.

«E poi, ragazzi, adesso rispetto a quello di qualche anno fa, il ciclismo è un altro sport. Almeno a certi livelli. Continuare in questo contesto è ancora più difficile».

A questo punto però incalziamo Visconti facendogli notare che già lo scorso anno Dumoulin era tornato e aveva anche conquistato l’argento nella cronometro olimpica. Ma Visco ribatte senza indugio.

«Non mi stupisce – dice il siciliano – che lo abbia conquistato, perché comunque parliamo di un corridore fortissimo, con una classe immensa, ma lo ha conquistato in una crono. Una gara in cui è solo, solo con se stesso e senza il gruppo intorno. Ma su strada non c’è più stato un solo giorno in cui si è potuto dire: è tornato Dumoulin».

A testa alta

Alla fine dunque, e anche Visconti è d’accordo, il “primo stop” in questi casi è una tappa necessaria per arrivare all’addio definitivo. E’ quella che poi ti fa smettere senza rimpianti, ripensamenti o dubbi.

«La ripresa dopo il primo addio – spiega Visconti – è il dubbio che ti devi togliere. E quello che poi elimina ogni ripensamento, ogni incertezza successiva, anche se mancano “solo” due mesi al termine della stagione. Andare avanti in certe condizioni non ha senso. Io non ho mai avuto un ripensamento, nonostante le difficoltà della vita da persona normale.

«Tom è stato realista, lucido (e non è facile, ndr). Ha detto a se stesso: “Io non sono in grado di continuare”. E per me è stato un campione anche in questo. Non è facile ammetterlo, ma lui è uscito di scena nel modo giusto, soprattutto nei confronti di sé stesso. E per questo lo ammiro. Può andare in giro ancora di più a testa alta».

Fiorelli al Sibiu Tour riparte dalle dritte di Visconti

03.07.2022
4 min
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Il Sibiu Tour, la corsa che lo scorso anno vide il duello fra Aru e Aleotti (l’emiliano è in gara per difendere il successo del 2021), poi sarà tempo di staccare la spina e riflettere. Filippo Fiorelli in Romania c’è andato anche per provare a sbloccare la stagione, che finora l’ha visto tante volte fra i primi dieci e solo raramente, come una maledizione, a giocarsi la corsa. L’azione ai campionati italiani in compagnia di Baroncini ha acceso però una luce diversa e dato un senso alle parole di Giovanni Visconti, che proprio alla vigilia del tricolore gli aveva suggerito di sganciarsi dalla mentalità del velocista e osare di più.

«Giovanni me lo ha sempre detto – conferma Fiorelli dall’hotel di Sibiu, città della Transilvania – di cambiare modo di correre. Con i velocisti non riesco a spuntarla, quindi l’idea di anticiparli c’è. Come all’italiano. Sapevo che quelli davanti ormai non si prendevano e ho colto l’occasione per mettermi in luce. Lanciare magari un segnale al cittì della nazionale e vedere cosa sarebbe venuto fuori».

Ecco, appunto, i velocisti: tu non lo sei mai stato…

E neanche mi reputo tale. Solo che in squadra non lo abbiamo, i direttori sportivi sanno che sono veloce, che guido bene la bici e che mi butto, così finisco spesso a fare le volate. Da dilettante non ho mai fatto quelle di gruppo. I miei risultati li ho sempre fatti diversamente.

Andare in fuga, quelle che Visconti ha chiamato le «fughe stanche»…

Ci provo, non sto sempre ad aspettare. La fregatura è che, sapendo di essere veloce, la tentazione di restare in gruppo effettivamente c’è e non mi muovo. Ai campionati italiani ha attaccatoo Zana e ha preso la fuga giusta. Se fossero entrati altri corridori, sarei dovuto andare anche io.

Al Giro di Slovenia ha provato a entrare in qualche fuga: è la via giusta per tornare a vincere
Al Giro di Slovenia ha provato a entrare in qualche fuga: è la via giusta per tornare a vincere
Non vincere rende nervosi?

L’anno scorso ho vinto subito (il Trofeo Porec, il 7 marzo, ndr), ma nel frattempo sono un anno più grande e non ho più alzato le braccia, quando magari mi sarei aspettato di farlo. A discolpa, c’è che la prima parte di stagione è stata sfortunata, fra Covid e altri problemi di salute. Quando ho recuperato, ho fatto parecchi piazzamenti, come quello di Bagheria al Giro di Sicilia. Sarebbe stata la giornata perfetta, è venuto un terzo posto.

Al Sibiu Tour ci saranno occasioni?

Ieri c’è stato il prologo di 2,3 chilometri. Oggi una tappa con salita in partenza: se si riesce a non perdere troppo, potrebbe arrivare una volata ristretta. Domani arrivo in salita. Martedì due semitappe. Cronoscalata al mattino e tappa corta il pomeriggio che potrebbe finire in volata. Quindi se va bene, ci sono oggi e martedì.

Fiorelli ha 27 anni ed è professionista dal 2020
Fiorelli ha 27 anni ed è professionista dal 2020
E poi?

E poi stacco, ho già 56 giorni di corsa che non sono pochi. Un po’ perché è tempo di recuperare per impostare il resto della stagione e un po’ perché non ci sono altre corse e la squadra si ferma.

Che cosa significherà preparare il resto della stagione?

Andrò in Sicilia per qualche giorno di vacanza, poi in altura per riprendere la preparazione, non so ancora dove. Nella seconda parte ci sono corse in cui ho sempre fatto bene, su tutte il Tour du Limousin.

Verso l’Etna, assieme a Conci. Come il trentino, Fiorelli è allenato da Alberati (foto Instagram)
Verso l’Etna, assieme a Conci. Come il trentino, Fiorelli è allenato da Alberati (foto Instagram)
Hai parlato di Bennati…

Ci sono corse come gli europei che si addicono a corridori veloci come me (la gara dei pro’ si svolgerà a Monaco il 21 agosto su percorso pianeggiante, ndr). Dalle sue dichiarazioni, posso pensare che abbia notato la mia azione ai campionati italiani e ammetto che l’idea di vestire per una volta la maglia azzurra mi stuzzica parecchio. Daniele sa che mi farei trovare pronto, ma certo sta a me far vedere di essere all’altezza. Per questo ascolterò Visconti e le vacanze dureranno il tempo giusto. C’è tanto lavoro da fare.

Visconti a Fiorelli: una volata… stanca per sbloccarsi

25.06.2022
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All’alba di domenica, Visconti prenderà un aereo per la Puglia e ai campionati italiani farà un test ai microfoni della RAI accanto ad Andrea De Luca. Senza girarci troppo attorno, per il siciliano di San Baronto non si tratta di una corsa come le altre. Quella maglia gli ha dato una dimensione e ciascuna delle tre volte in cui l’ha conquistata ha segnato l’inizio di un nuovo capitolo.

Fiorelli e Visconti hanno affrontato insieme la preparazione invernale in Sicilia, legando molto
Fiorelli e Visconti hanno affrontato insieme la preparazione invernale in Sicilia, legando molto

Al lavoro per Fiorelli

Il racconto di come si sia conclusa la sua carriera è ormai noto, ma prima ancora di sapere del suo impegno con la tivù di Stato, ci era venuta voglia di sentirlo. Volevamo che desse qualche consiglio al… fratellino Fiorelli, accanto al quale aveva immaginato di vivere un diverso 2022 e che nella corsa pugliese potrebbe trovare il giorno perfetto. Ne è nato un viaggio interessante nel correre dell’altro palermitano, che nel frattempo è diventato un suo ottimo amico.

«Fiore va forte – comincia Visconti – ma in gara gliene succede sempre una, oppure perde l’attimo. E’ stato 2-3 giorni a casa mia e l’ho martellato. “Devi rischiare – gli ho detto – non puoi aspettare la fine per giocarti la corsa con i più forti. Non ce l’hai ancora quella forza. Devi fare quello che a te sembra sbagliato”. Lui può vincere le volate, ma le volate… stanche come facevo io. Quelle di gruppi ridotti all’osso».

Al Norvegia ha provato qualche fuga: secondo Visconti è questo il giusto atteggiamento
Al Norvegia ha provato qualche fuga: secondo Visconti è questo il giusto atteggiamento
Ti sembra che sappia fare solo corsa di testa?

Prendiamo il Norvegia. Gli ho chiesto perché nell’ultima tappa sia partito lungo, poi si sia rimesso in gruppo ai 300 metri e alla fine abbia finito quinto. “Hai la certezza di poter battere Kristoff nel testa a testa?”. Deve capire che per sbloccarsi deve rischiare e che non è facile vincere facendo tutte le cose alla perfezione.

Il campionato italiano potrebbe essere l’occasione?

Ci stiamo arrivando senza sapere chi ci sarà. Alcuni dei più adatti hanno già detto che non andranno. Gente come Vendrame, oppure Bettiol e Oldani. Potrebbe essere davvero il suo percorso, perché non dovrebbe esserlo in una gara secca in cui ti giochi tutto? Ma deve stare attento a quello che succede da lontano, non ragionare da velocista che aspetta la volata.

Ad Alberobello con anticipo per provare un circuito che gli si addice molto (foto Instagram)
Ad Alberobello con anticipo per provare un circuito che gli si addice molto (foto Instagram)
Lo stesso concetto espresso da Viviani…

E infatti mi ricorda preciso il campionato italiano che vinse Elia a Darfo Boario Terme. Uno strappo solo, un caldo bestiale, fuga da lontano e corsa finita. Non ci sono squadre compatte. Le piccole mandano gli uomini in fuga, sono poche quelle che corrono attorno a un leader. A me successe, ma stavo bene e credettero nelle mie possibilità. Se va via il gruppetto ed entrano quelli buoni, deve esserci anche lui.

Perché aspettare i finali, per paura, pigrizia, poca fiducia?

Certo non pigrizia. Filippo ha grinta e cattiveria di arrivare. Mi ricorda il Visconti piccolino che aveva tanta rabbia. Sembra che abbia paura di buttare energie e questo lo limita. Corre in modo anonimo e alla fine la gente si chiede dove sia finito. Deve levarsi di dosso quella paura, non ha niente da perdere. Per una volta provi a correre così. Perché se poi si trova davanti, è tanto cattivo. A volte gli chiedo come faccia a limare così tanto.

In volata contro Conci allo Slovenia, lottando per il 6° posto nell’ultima tappa
In volata contro Conci allo Slovenia, lottando per il 6° posto nell’ultima tappa
Come fa?

E’ una necessità. Arrivare a giocarsi la volata con le WorldTour che fanno un altro sport non è facile. Devi essere furbo e bravo a infilarti negli spazi che ti lasciano. Lui in quei momenti dice di vedere tutto al rallentatore. E’ nel suo habitat, vede i pericoli e li schiva (le stesse parole le usò Angelo Furlan in un’intervista sull’essere velocisti, ndr).

Ti dispiace non essere lì a guidarlo?

E’ il mio rammarico di fine carriera. Almeno una volta avrei voluto sbloccarlo, ma non sono stato in grado. Però ci vediamo spesso. Parliamo. Siamo rimasti molto legati. Gli dico le cose in faccia. Deve rischiare. C’è ancora un gradino da salire per diventare grandi.

«Vincenzo, io ti capisco». Parla (dal cuore) l’amico Visconti

12.05.2022
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Sarà bello fra qualche tempo incontrarli sulla cima di Lamporecchio, nella Toscana che li ha uniti dopo che la Sicilia gli ha dato la vita, davanti a una birra e con le bici poggiate al muro. Giovanni e Vincenzo, Visconti e Nibali. Due nomi che hanno pedalato accanto per una vita e che hanno scelto di ritirarsi nella stessa stagione.

«Quando ho annunciato che stavo smettendo – dice Visconti – Vincenzo mi ha chiamato e aveva qualcosa di strano nella voce. Credo che anche lui stesse vivendo un momento difficile…».

Al Giro del 2013, Giovanni vince sul Galibier, Vincenzo consolida la rosa
Al Giro del 2013, Giovanni vince sul Galibier, Vincenzo consolida la rosa

Giovanni è appena rientrato a casa da tre giorni al Giro d’Italia, portando in giro per la Sicilia il marchio MCipollini di cui è testimonial e raccogliendo a ogni tappa splendide dimostrazioni di affetto. E ieri che il suo rivale di sempre, poi diventato amico e comunque accomunato da una storia simile, ha annunciato che a fine anno smetterà di correre, quello che li ha sempre uniti è diventato anche più forte.

Te lo aspettavi?

Non avevo collegato il fatto che la tappa arrivasse a Messina e che potesse essere un bel momento. Ma sì, avevo capito che si stesse avvicinando anche il suo tempo.

Hai parlato di un momento difficile.

A Vincenzo ho sempre invidiato la capacità di fregarsene di tutto, di farsele scivolare addosso. Però provo a mettermi nei suoi panni. Negli ultimi tempi potrebbe aver pensato: “Io sono Vincenzo Nibali, ho vinto quello che ho vinto, perché devo subire tutte queste critiche?”. E’ sempre andato forte, ma ultimamente i risultati arrivavano meno. La gente ti dice di tenere duro, ma non sa da quanto tempo uno è lì che ci pensa e ripensa. Il mio travaglio interiore è durato due anni, chissà lui da quanto ci riflette.

Insieme in azzurro a Geeolong 2010, nel primo anno del cittì Bettini
Insieme in azzurro a Geeolong 2010, nel primo anno del cittì Bettini
Perché tante critiche?

Lo trovo incredibile. Cosa vogliono chiedergli ancora? Ha 37 anni, non pensano sia normale che ci siano atleti giovani che vanno più forte? E’ assurdo come attorno a lui si sia concentrato lo stesso gruppo di persone che prima ha sminuito le sue vittorie, attribuendole alle cadute degli avversari. E adesso che non vince perché il tempo è passato, lo attaccano ancora. Giuro che lo capisco Vincenzo.

La sensazione è che nel dirlo si sia tolto un peso.

Un peso enorme, anche se forse sarà difficile convivere con questa cosa sino alla fine dell’anno. Spero che adesso cominceranno a volergli nuovamente bene ed elogiarlo, perché pur avendo deciso di smettere, sarà sempre lì a onorare le corse. E poi diciamoci una cosa…

Che cosa?

Uno come lui non può smettere da oggi a domani, come magari ho fatto io. Se ti chiami Nibali, se sei Vincenzo Nibali hai la squadra che poggia su di te e dei contratti con gli sponsor. La gente la fa facile, ma non si tratta di scendere di sella e chiuderla lì.

Insieme in azzurro anche al Memorial Pantani del 2015, sulla via dei mondiali di Richmond
Insieme in azzurro anche al Memorial Pantani del 2015, sulla via dei mondiali di Richmond
Credi che essersi tolto quel peso gli permetterà di correre questo Giro divertendosi di più?

Forse sarà più tranquillo e, come ha detto anche lui, riuscirà a divertirsi. Spero solo che esca ancora un po’ dalla classifica, perché le gambe per arrivare nei dieci le ha di certo. Solo che penso sarebbe più bello nell’ultimo Giro della carriera riuscire a tagliare un traguardo con le braccia al cielo piuttosto che lottare per arrivare quinto.

Ha parlato di voglia di stare più in famiglia.

Poi sarà finalmente più libero e potrà divertirsi ad andare in bici. Ma come sintesi, credo che la cosa da dire sia una e una sola.

Quale?

Io sono fiero di aver diviso tutta la mia carriera con lui. Contro e assieme. E in futuro sarà anche bello ricordarlo, perché Vincenzo Nibali è la storia del ciclismo e io a modo mio l’ho vissuta con lui. Abbiamo cominciato la carriera insieme. E poi, come ho già detto altre volte, lui si è avviato verso un altro pianeta (in apertura, i due sono assieme nel Tour del 2014 vinto dal messinese, ndr). Ci siamo stuzzicati e motivati a vicenda e negli ultimi tempi mi è capitato anche di difenderlo da tutte quelle critiche ingiuste. Perché quando è troppo, è troppo. Ora spero che possa godersi quel che resta del suo viaggio nel ciclismo.

Hanno corso insieme al Team Bahrain-Merida nel 2017 e nel 2018. Qui al Giro del primo anno
Hanno corso insieme al Team Bahrain-Merida nel 2017 e nel 2018. Qui al Giro del primo anno
Sai qual è l’altra cosa da dire?

No, qual è?

Che alla fine voi avrete mollato, invece Pozzovivo sarà ancora lì a lottare almeno per un altro anno. Della squadra di Verona (dei mondiali U23 del 2004), Domenico si rivelerà il più longevo.

Scoppia a ridere. E’ stato un onore raccontare le loro carriere, anche noi ne siamo fieri. E magari quel giorno, se lo vorranno, ci siederemo accanto ordinando un’altra birra. Rinfrescando i ricordi o parlando volentieri anche d’altro.

Valverde al Giro, Visconti ricorda l’abbraccio di Vinadio

06.05.2022
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Allo stesso modo in cui Nibali aveva abbracciato Scarponi a Risoul, l’indomani a Sant’Anna di Vinadio, Valverde si fermò in mezzo alla strada per aspettare Visconti. E quando il siciliano arrivò, lo spagnolo lo abbracciò così forte che ancora oggi Giovanni ne sente la stretta. Grazie al suo aiuto, il podio al Giro 2016 era cosa fatta.

Al Giro col sorriso. Il verbo preferito di Valverde è “disfrutar”: godersi la vita e la bicicletta. La ricetta di tanta longevità
Al Giro col sorriso. Il verbo preferito di Valverde è “disfrutar”: godersi la vita e la bicicletta

L’ultimo saluto

Il rapporto fra Valverde e l’Italia era diventato difficile. Nella sua scelta di stare alla larga aveva inciso il coinvolgimento nell’Operacion Puerto: fu il prelievo eseguito dagli ispettori del Coni a Prato Nevoso, in quel solo giorno in cui il Tour passò per l’Italia, a portare alla sua squalifica. Quando però la scontò e tornò più forte di prima, in lui nacque il timore che il pubblico italiano non lo volesse tra i piedi. Fu proprio l’affetto percepito al Giro del 2016 a fargli cambiare idea. Tornarci a distanza di sei anni ha il sapore del saluto.

Il podio finale di Brescia nella prima partecipazione al Giro per Valverde, dietro Nibali e Chaves
Il podio finale di Brescia nella prima partecipazione al Giro per Valverde, dietro Nibali e Chaves

Il ragazzo di sempre

Le foto di Valverde alla partenza da Budapest hanno la luce del bimbo alle giostre. La pensa così anche Visconti, che a dispetto delle offerte e delle scelte successive, al Movistar Team ha vissuto alcuni dei momenti più belli della carriera.

«Conobbi bene Alejandro – racconta Visconti – quando firmai con Movistar. La sera stessa gli scrissi che era un onore correre con lui e mi rispose subito, dandomi il benvenuto. Si merita tutto l’affetto di cui gode, perché fondamentalmente è rimasto lo stesso ragazzo di sempre. Non è il tipo di ciclista che se la tira. Ha saputo superare momenti difficili, ma non ha mai smesso di sorridere».

Sul traguardo di Sant’Anna di Vinadio, l’ufficialità del podio per Valverde al Giro 2016
Sul traguardo di Sant’Anna di Vinadio, l’ufficialità del podio per Valverde al Giro 2016
Capita spesso di leggere tuoi post su di lui.

Mi viene spontaneo. Con Valverde ho imparato a essere corridore, il ciclismo fatto di sacrifici, umiltà e grinta. Ho iniziato a mangiare bene grazie a lui. Quando eravamo in Belgio, fu lui a convincermi a fare merenda con riso e tonno. Carboidrati e proteine, si metteva lì e mi spiegava. Oppure mi suggeriva come fare le borracce con aminoacidi e maltodestrine. E’ un generoso, condivide i suoi segreti. E in questo ciclismo di minime differenze, non tutti lo fanno.

Visto come è contento anche se fa secondo?

Perché anche quella è una vittoria. Ha più di 40 anni, ne è consapevole. Sa che ci sono ragazzi molto più forti. Per cui arrivare secondo è un grande risultato e insieme è capace di emozionarsi per la vittoria di un altro.

Visconti in fuga verso Vinadio viene fermato per aspettare e aiutare Valverde
Visconti in fuga verso Vinadio viene fermato per aspettare e aiutare Valverde
Hai parlato del Belgio, com’è stato vivere le Ardenne con lui?

La gara comincia il venerdì, durante la ricognizione. Fa le salite a tutta, anche perché non ha mai avuto un metodo di lavoro, come quelli di cui si parla e si scrive. Sono stato ad allenarmi a casa sua, altro che tabelle. Ha il suo gruppo di amatori, li stacca e rientra con allenamenti a 35-38 di media. Per cui il venerdì, lui deve sentirsi forte.

E poi?

E poi, non ci sono tensioni, soprattutto al via della corsa. E’ sul pullman che fa lo scemo, battute su battute, e Unzue che di solito è seduto sul primo sedile, quello più basso, solleva rassegnato lo sguardo. In corsa però si trasformava.

Come?

Fino a metà gara non faceva che lamentarsi. Veniva a chiedere se stessi bene o se anche io avessi mal di gambe come lui. E io, anche se stavo bene, mentivo e dicevo che ero a tutta. Così lui prendeva morale e alla fine vinceva.

Consapevole del tempo che passa, Valverde è gioviale con i campioni emergenti
Consapevole del tempo che passa, Valverde è gioviale con i campioni emergenti
E’ davvero contento di tornare al Giro?

Era una vita che non veniva. Temeva di non essere ben visto, poi si è reso conto di essere amato. Il podio del 2016 per lui fu una gioia incredibile. Certo che torna felice.

Cosa ricordi di quel Giro?

Volavo in salita. Arrivai 13° in classifica, pur avendo lavorato per la squadra. A Sant’Anna, sarei arrivato secondo, ma mi fermarono e rimasi ad aspettarlo per tirare 500 metri. Un vecchietto mi vide fermo e mi chiese se stessi bene. La stessa cosa a Sestola, sarei arrivato secondo anche lì. La squadra mi lasciava i miei spazi, ma se non si lottava per vincere, era naturale che aiutassi. Lo facevo volentieri, perché era gratificante. Mi sentivo forte. Il giorno migliore fu quando vinse Nieve a Cividale del Friuli e io arrivai secondo (dietro di lui, staccati, Nibali e Valverde, ndr).

Nello stesso giorno a Vinadio, Scarponi lanciò Nibali verso l’insperata maglia rosa
Nello stesso giorno a Vinadio, Scarponi lanciò Nibali verso l’insperata maglia rosa
Secondo te perché Alejandro sta andando avanti tanto?

Per me ha paura di smettere. Non gli mancano soldi o un lavoro, gli dicevo sempre che ha il cervello a misura di bici. E’ un ciclista vecchio stampo, può fare solo bici, mentre i giovani fenomeni di oggi potrebbero vincere in qualunque disciplina. Per questo mi tengo un 10 per cento di possibilità che continui, anche se l’hashtag che mette nei post – #LaUltimaBala – fa pensare che abbia deciso. 

Hai lasciato quella squadra per non fare il gregario?

Non ero gregario, non lo sono mai stato perché non sono in grado di farlo. E con questo riconosco massima stima a quei corridori che invece lo sono e lo fanno. Quella sarebbe stata la squadra giusta in cui chiudere la carriera. Invece arrivò la chiamata di Slongo e poi quella di Nibali. Dopo 5 anni volevo forse stimoli nuovi che in realtà non servivano. Unzue non aveva garanzie per farmi firmare subito e andai al Bahrain.

Perché ricordi così tanto quell’abbraccio?

Perché è l’abbraccio di Alejandro all’amico Giovanni. C’erano dentro e ci sono ancora le fatiche del Giro e le difficoltà superate insieme. Ne ho una foto, anche bruttina, che custodisco gelosamente. Anzi, se ne avete una migliore, mi piacerebbe averla. Al primo risultato di Alejandro in questo Giro, scrivo qualcosa su di lui.

Visconti, il gravel e la collaborazione con il Gruppo Zecchetto

20.04.2022
4 min
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Dopo la recente esperienza vissuta in occasione della Sicily Divide, “pedalata” assieme all’amico Paolo Alberati, Giovanni Visconti ha sempre più presente il mondo gravel: anche e soprattutto per il prossimo futuro. L’ex corridore siciliano ha difatti raggiunto un’intesa con i brand del Gruppo Zecchetto – Dmt, MCipollini e Alè – per rivestire il ruolo di “ambassador”, ma soprattutto per pianificare assieme a loro nuove iniziative e nuove imprese da realizzare in questa specifica disciplina.

Abbiamo allora approfittato di questa notizia per capire qualcosa in più relativamente questa nuova passione di Visconti. Una passione quella per il gravel che sta “contagiando” moltissime persone in Italia, tra cui molti neofiti che al ciclismo si avvicinano per la prima volta perché incuriositi da questo diverso approccio.

Giovanni Visconti ha iniziato fin da subito il suo percorso di avvicinamento al mondo gravel
Giovanni Visconti ha iniziato fin da subito il suo percorso di avvicinamento al mondo gravel
Giovanni, questo per il gravel è un amore a prima vista…

Onestamente sì. Paolo Alberati mi ha spinto a percorrere assieme a lui la Sicily Divide. Per pedalare liberamente, per pensare al mio futuro. E devo dirvi che l’esperienza è stata a dir poco entusiasmante! Ero convinto che una volta appesa la bicicletta al chiodo non ne avrei più voluto sentirne parlare…

E invece?

E invece tornato a casa ne ho sentito subito la mancanza. La bici da gravel che ho pedalato in Sicilia, una MCipollini MCM ALLroad, mi ha divertito e mi ha trasferito un senso di libertà assoluto. Senza poi tralasciare il fatto che abbiamo pedalato su sterrati fantastici, immersi nella natura e soprattutto in assoluta sicurezza.

Un maggior contatto con la natura gli ha permesso di scoprire un nuovo modo di vivere la bici
Un maggior contatto con la natura gli ha permesso di scoprire un nuovo modo di vivere la bici
Che emozioni ti trasmette questo nuovo approccio al ciclismo?

Pedalare su una gravel è un esperienza che cambia il tuo modo di guardare al ciclismo e al territorio che attraversi. Io stesso, per molti anni, allenandomi nei dintorni di casa o correndo in giro per il mondo non mi sono mai reso conto di cosa avessi attorno. Probabilmente avrò attraversato posti magnifici, ma in tutta onestà non mi è rimasto addosso un granché. Il traffico e le automobili adesso sono un ricordo già lontano: finisce la strada asfaltata ed entri nel bosco, tutto diventa mano a mano meno frequentato, e poi finalmente arriva il silenzio.

Sei più in contatto con il mondo che ti circonda?

In bici, sullo sterrato, riesci a sentire i profumi della natura e soprattutto torni a sentire te stesso. Un intreccio di situazioni che sfociano in un’emozione unica. In sella alla mia gravel riscopro la voglia di uno scatto su una salita, la voglia di sentire il rumore della mia fatica, assaporo le discese che magari mi portano in riva ad un lago che non sapevo esistesse. In sella alla mia gravel riesco finalmente a fermarmi e ad immortalare la bellezza del ciclismo.

Questo percorso di riscoperta non poteva iniziare che dalla sua Sicilia
Questo percorso di riscoperta non poteva iniziare che dalla sua Sicilia
Perchè hai scelto di affiancarti ai brand del Gruppo Zecchetto? 

In realtà non ho scelto: è stata una conseguenza naturale… Con Federico Zecchetto mi lega un’amicizia di lunga data. Gli ultimi anni ho corso con le scarpe Dmt ai piedi e ho sempre pedalato MCipollini. E con loro mi trovo davvero molto bene. E poi la linea gravel di Alè è davvero fantastica. Presto faremo dei programmi assieme e non vedo l’ora di potermi cimentare in qualche bella iniziativa in giro per l’Italia, oppure all’estero, per proseguire a praticare la mia passione… Ma questa volta su una bici da gravel!

Cipollini

Dmt

Alé Cycling

La Sicily Divide di Visconti: un viaggio nell’anima

10.04.2022
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«Qui Trapani! Da domani inizia la mia Sicily Divide! Ho deciso di fare una sorta di blog per raccontarvi un viaggio all’interno di me stesso attraverso la bici, la stessa bici che tanto mi ha dato, ma senza mai permettermi il lusso di guardarmi attorno e soprattutto di guardarmi dentro…».

Siciliy Divide taglia la Sicilia da Trapani a Catania: una dorsale magica
Siciliy Divide taglia la Sicilia da Trapani a Catania: una dorsale magica

La sua terra

Cominciava così, il 29 marzo, il viaggio in Sicilia di Giovanni Visconti e Paolo Alberati. Un viaggio inaspettato per il palermitano di San Baronto, che aveva da poco annunciato il ritiro. Si poteva pensare che avesse voglia di starsene a casa, ma evidentemente mancava qualcosa. Non si possono chiudere 17 anni di professionismo semplicemente andando via. C’era da fare i conti con il se stesso più profondo e la terra da cui partì molto giovane per conquistare il mondo, senza probabilmente avere il tempo di conoscerla.

«Quando sono giù – sorride – conosco le strade dove mi alleno e poco di più. Non so il nome delle vie di Palermo, che la gente snocciola dando riferimenti di negozi e monumenti. Ho visto paesaggi che non pensavo potessero esistere, ho visto la vera Sicilia. In certi momenti mi è parso di essere in un altro posto, invece era la terra che mi ha permesso di diventare quello che sono. Quando Paolo mi ha chiamato, gli ho detto subito di sì. Io che negli ultimi anni facevo fatica a staccarmi da casa, ho capito che modo migliore non c’era. Un vero ritorno alle origini».

Un viaggio dentro

Ore e chilometri per pensare e soprattutto parlare. Luoghi magici. Fatica. L’ironia di partire anche se pioveva. E alla fine la riscoperta della bicicletta per quello che è davvero.

«Parlare in bici è una cosa che non avevo mai fatto. Così come non mi ero mai guardato intorno. Invece quel paesaggio e quell’andatura invitavano a farlo. Ho detto e sono riuscito a fare un viaggio dentro me stesso attraverso la bici e così è stato. Tramite questo tipo di esperienza e grazie a tutto quel silenzio, ho scoperto lati di me che non conoscevo. Quando sei nel ritmo delle gare, non c’è mai il tempo di ascoltarsi davvero e le cose restano dietro. Magari qualcosa che fingi di non aver visto comincia a crescere e alla fine per tirarlo fuori c’è bisogno del mental coach. Pensavo che alla fine del mio percorso, avrei appeso la bici al chiodo. Invece ho scoperto che non ho la nausea, ho voglia di usare la bici. Sono tornato a sentirla come quando ci montai sopra la prima volta».

Il punto sulla vita

Giorni nel vento. Luoghi che segnano l’anima come il Cretto di Burri e il ricordo di un terremoto dimenticato. La discesa da Mussomeli attraverso colline verdissime verso Serradifalco, casa di Rosario Fina, passando sotto creste simili alle Tre Cime di Lavaredo. La scoperta, dentro e fuori di sé. E un’idea di futuro tutto da scrivere.

«Posso dire che per ora – ammette – me la sto godendo. Sto mettendo vari punti nella mia vita e non mi sento ancora di dire cosa voglio fare. Forse non ho voglia di rinchiudermi in un’ammiraglia per fare il direttore sportivo o davanti a un computer. Ho parlato con Federico Zecchetto (titolare di MCipollini e DMt, ndr), che è un amico vero. Mi ha sempre rispettato, io ho sempre rispettato lui. Ci sono proposte. Vediamo cosa viene fuori. Non sparisco, a qualche evento ci sarò, non credo che farò una vita tanto diversa. Il ciclismo è il mondo in cui continuerò a vivere».

Una rinascita

La nuova vita ha un sapore diverso e strano. L’andirivieni da casa a scuola con i bimbi, che intanto crescono. Il giretto in bici quando se ne hanno tempo e voglia. Il non dover comunicare ogni giorno i propri spostamenti.

«Io sono cresciuto con l’Adams – dice – e la necessità di comunicare ogni cosa che facessi, fosse anche andare a pesca o a funghi. Ho mandato una lettera all’UCI e mi è stato risposto che non devo più aggiornarlo. Non ho più questo pensiero e non potete capire quanto sembri strano potermi muovere in questa nuova libertà. Quando corri non ci fai caso, ora è stranissimo. Sono contento. E sono contento anche per Katy, mia moglie. Mi ha detto che se avesse immaginato di avermi così rilassato in casa, mi avrebbe fatto smettere prima. E io, lo sapete, sono uno che si porta dietro i malumori. Pensate che peso deve essere stato avermi in casa negli ultimi tempi… Oggi piove, stavo per uscire in bici, mentre prima ne avrei avuto disgusto e rabbia. Ora capisco certi amatori appassionati e la loro grinta. Questo viaggio con Alberati è quello che serviva. Era da tempo che mi trascinavo, c’era solo da ammetterlo. Aspettare significava volersi male. Questo viaggio è stato una rinascita».