San Baronto: la “palestra” di Visconti metro dopo metro

06.02.2025
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Lungo le rampe della salita di San Baronto si accenderanno i riflettori sulla stagione juniores. Una scalata che per i giovani ragazzi toscani, e non solo, rappresenta un vero e proprio punto sacro del ciclismo. Il teatro di allenamenti e sfide da parte dei ragazzi del team guidato da Luca Scinto e della Mastromarco. Qualche anno fa il San Baronto rappresentava una vera e propria linea di confine tra due nomi di spicco del ciclismo italiano: Giovanni Visconti e Vincenzo Nibali. 

Il San Baronto è stata la salita sulla quale Visconti si è allenato negli anni da pro’ e che tutt’ora affronta spesso nelle sue uscite
Il San Baronto è stata la salita sulla quale Visconti si è allenato negli anni da pro’ e che tutt’ora affronta spesso nelle sue uscite

Nel cuore della Toscana

I due siciliani qui si sono sfidati a colpi di pedale, come faranno i ragazzi juniores tra poche settimane. Giovanni Visconti che in Toscana, proprio in cima al San Baronto, si trasferì quando era junior ci racconta i segreti di questa collina e dei suoi versanti.

«Intorno a questa salita – racconta Visconti – ci ho costruito la mia intera carriera. I versanti sono tre: due dalla parte della provincia di Pistoia e uno da quella di Firenze. Se si vuole dare una lettura agonistica alla salita di San Baronto allora dobbiamo parlare del versante che parte da Lamporecchio, provincia di Pistoia. Salita che si affrontava anche al GP Larciano qualche anno fa».

Le pendenze del San Baronto cambiano a seconda dei versanti, questo è quello più duro, con partenza da Lamporecchio
Le pendenze del San Baronto cambiano a seconda dei versanti, questo è quello più duro, con partenza da Lamporecchio
Presentacela

Misura 3,9 chilometri con un primo tratto della lunghezza di un chilometro facile, le pendenze non vanno oltre il 7 per cento. Poi arriva la parte centrale, che va dal primo al secondo chilometro, chiamata il “drittone”. Un tratto con pendenze molto più impegnative, oltre il 10 per cento. E’ qui che si fa il tempo, ma non bisogna avere fretta di spingere.

Perché?

La strada invoglia a dare tutto, ma alla cima non manca poco. Finita la parte del “drittone” ci sono ancora un paio di chilometri alla fine della salita, tutti con pendenze irregolari: si va dal 5 al 7 per cento, poi ci sono punte al 10 e ancora si torna al 6 per cento. E’ qui che chi ha gamba può spingere e guadagnare tanti secondi. 

Visconti in maglia tricolore al Gp Industria e Artigianato 2012, quello fu uno degli ultimi anni in cui si fece il San Baronto da Lamporecchio
Visconti in maglia tricolore al Gp Industria e Artigianato 2012, quello fu uno degli ultimi anni in cui si fece il San Baronto da Lamporecchio
Insomma, una salita gestire…

In particolare il tratto del “drittone” perché lì ti viene voglia di spingere, ma se vai in acido non hai la possibilità di rilanciare nel tratto finale dove si può fare maggiore velocità.

Quando eri junior questo versante era già pane per i tuoi denti?

No, lo evitavo. Pedalavo sul versante che arriva da Pistoia, leggermente più lungo ma con pendenze meno impegnative. Si tratta di una salita di 5 chilometri al 5 per cento di media. E’ pedalabile e veniva sfruttata da noi corridori, anche da dilettanti, per fare dietro macchina. Era la salita dei classici lavori di finalizzazione, quelli ad alte frequenze di pedalata. 

Il versante da Lamporecchio fu inserito anche nel tratto in linea dei mondiali di Firenze nel 2013
Il versante da Lamporecchio fu inserito anche nel tratto in linea dei mondiali di Firenze nel 2013
Tu abiti in cima al San Baronto, quindi avevi l’imbarazzo della scelta…

La salita da Lamporecchio quando ero professionista la utilizzavo per capire il mio livello di condizione, diciamo che assaggiavo la gamba. Qui facevo degli esercizi legati alla forza, i famosi 20/40. 20 secondi di recupero e 40 ad alta intensità. Quando stavo bene quei 3,9 chilometri li facevo intorno ai nove minuti e sapevo di andare alle gare pronto. 

Hai detto che esiste anche un altro versante.

Esatto, quello di Vinci. Sono dieci chilometri al 3,5 per cento di pendenza media. Non una salita da far male, ma quando ero professionista la si usava per fare lavori dietro macchina o moto ad alta velocità e per tempi più lunghi. Si superavano spesso i 30 chilometri orari e con frequenze sopra le 100 pedalate al minuto

Il gruppo in discesa verso Mastromarco al GP Industria e Artigianato del 2024
Il gruppo in discesa verso Mastromarco al GP Industria e Artigianato del 2024
Ti è mai capitato di fare tutti e tre i versanti?

Spesso, soprattutto quando volevo fare dei giorni con allenamenti duri e tanto dislivello. 

Tutte salite da rapporto lungo?

I versanti di Vinci e Pistoia si fanno tranquillamente con la moltiplica grande: 52 o 53. Mentre se si decide di salire da Lamporecchio è bene preservare la gamba, quindi nelle parti più impegnative meglio la moltiplica piccola per poi rilanciare. Quando al GP Larciano si affrontava più volte questa salita, nei primi passaggi era meglio non indurire troppo il rapporto, altrimenti nel finale si rimaneva senza forze. 

EDITORIALE / Come si sceglie il cittì della nazionale?

18.11.2024
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Mentre i commissari tecnici hanno ricevuto la raccomandazione di non rilasciare dichiarazioni fino al Giro d’Onore del 20 dicembre, un’intervista di Ciro Scognamiglio a Beppe Martinelli ha fatto emergere il desiderio del tecnico bresciano di diventare commissario tecnico della nazionale. Non si è candidato, ha semplicemente risposto alla domanda su una voce che girava da tempo.

Il posto è di assoluto prestigio, seppure vincere fra i professionisti sia al momento piuttosto complesso, come le ultime apparizioni hanno dimostrato. E’ tuttavia singolare che le candidature arrivino prima che si sia spesa una sola parola a favore o contro l’attuale cittì Bennati. E’ un silenzio che colpisce. Non il suo, che è anche comprensibile, volendo capire che cosa accadrà con le prossime elezioni. Piuttosto quello dell’ambiente, quasi per una scelta apatica o di accettazione: si è passati dalle critiche incalzanti all’ultimo Cassani durante la campagna elettorale, al silenzio per il suo successore. Quello che è emerso è che il contratto non sia stato rinnovato dal Consiglio federale. A detta di Roberto Amadio, perché si tratta del ruolo più oneroso, per il quale è giusto lasciare diritto di nomina a chiunque vincerà le prossime elezioni federali.

Giuseppe Martinelli scende dopo 15 anni dall’ammiraglia Astana. Legittimo il sogno di diventare cittì azzurro
Giuseppe Martinelli scende dopo 15 anni dall’ammiraglia Astana. Legittimo il sogno di diventare cittì azzurro

Il post di Visconti

Si potrebbe parlare a lungo di come andrebbe gestita la nazionale, ma alla fine risulta evidente che, fra le svariate scuole di pensiero mondiali, prevalga quella di chi vince, con buona pace per ragionamenti e criteri. Vanno bene tutti, in un settore in cui l’importante è avere una buona immagine e possibilmente vincere. Si pesca fra ex corridori, ex direttori sportivi, manager e raramente fra le risorse già presenti in casa. A parziale eccezione, salta agli occhi la scelta del Belgio, che al momento di sostituire Vanthourenhout, ha preferito Serge Pauwels al ben più prestigioso Philippe Gilbert, puntando sull’ex tecnico degli juniores, nel segno della continuità tecnica.

Dario Cataldo, diventato direttore sportivo della Astana Qazaqstan neanche un mese dopo aver smesso di correre, dice quanto sia difficile parlare con i corridori più giovani. Per cui occorre conoscere la loro lingua e anche sapersi muovere in un modo di correre che è tanto diverso da quello di sei o sette anni fa. Seguendo questo stesso filo, Giovanni Visconti ha detto la sua in un post su Instagram pieno di orgoglio, ragionamento e passione. Ma il punto è proprio questo: quali devono essere i requisiti di chi guiderà la nazionale dei professionisti? 

Giovanni Visconti ha smesso di correre nel 2022
Giovanni Visconti ha smesso di correre nel 2022

Le doti del cittì

Deve avere grande carisma, per cui uno sguardo vale più di mille parole. La forza di stringere a sé i corridori perché siano disposti a gettarsi nelle fiamme per lui. Il loro rispetto incondizionato. La capacità di impostare una tattica che funzioni (il divieto di usare le radio fa sì che questa sia una delle doti più importati). L’abilità di parlare al futuro senza troppi riferimenti al passato. La schiena dritta, perché mai e poi mai il suo essersi offerto diventi un punto di debolezza o il pretesto per subire imposizioni tecniche.

E’ importante che abbia corso e che lo abbia fatto negli ultimi anni? E se invece di un ex atleta si andasse a chiamare un direttore sportivo in attività, di quelli giovani che ci sono dentro e battono al ritmo del ciclismo di adesso? Bramati come Tosatto, ma anche Pellizotti e Gasparotto che in quel ruolo andrebbe a nozze. Potrebbe essere un ruolo part time, legato alle corse e alla loro vigilia: non puoi chiedere a un tecnico WorldTour di rinunciare al suo stipendio per il solo amore della maglia azzurra. E a quel punto si potrebbe affidare il ruolo a tempo pieno di ambasciatore della Federazione a un ex campione di grandi storia e prestigio, come ad esempio Bugno, che avrebbe nel testimoniare la bellezza del ciclismo un passo di vantaggio rispetto a molti altri.

Il contratto di Bennati si chiuderà a fine 2024 e non è stato rinnovato
Il contratto di Bennati si chiuderà a fine 2024 e non è stato rinnovato

Il progetto della nazionale

Ci piacerebbe in effetti sapere quale sia stato e quale sarà (per questo dovremo aspettare le elezioni) il progetto federale per la nazionale dei professionisti. Se la si vede come un comparto a sé o che invece dialoghi e lavori in continuità con l’attività giovanile. E se un progetto esiste, perché qualcuno dovrebbe candidarsi per diventare commissario tecnico e non c’è piuttosto un identikit già pronto?

Ballerini non si candidò e tantomeno fece Bettini: furono scelti. E se vieni scelto, hai il coltello dalla parte del manico. Sei lì perché i tuoi meriti e i tuoi titoli hanno parlato per te. La scelta di Cassani rispose alla volontà di inseguire il ricordo di Martini, provando a colmare il gap generazionale con la vivacità mediatica del romagnolo. Quella di Bennati (per un ruolo offerto prima a Fondriest e poi a Pozzato) forse ha esposto Daniele a pressioni di cui non avvertiva la necessità. La sensazione è che con lui i corridori, tolto forse il primo anno a Wollongong, non abbiano dato proprio tutto, gestendo alcune situazioni di gara in modo diverso da quanto pattuito. Forse non hanno creduto completamente in lui e nella sua visione. C’era tutto perché si vincessero gli europei, ad esempio, ma è mancata la voglia o la capacità di attenersi alla tattica condivisa. Ed è mancata, soprattutto agli ultimi mondiali, la sensazione che fossero pronti a gettarsi per lui nel fuoco.

Classiche italiane: dal Toscana al Matteotti parlando con Visconti

11.09.2024
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Il Gp Industria e Artigianato vinto domenica scorsa da Marc Hirschi ha fatto da antipasto al calendario autunnale delle classiche italiane, che si concluderà ad ottobre inoltrato con il Giro di Lombardia. Questa tranche di gare si apre oggi con il Giro di Toscana-Memorial Alfredo Martini, per poi passare alla Coppa Sabatini, al Memorial Pantani per chiudersi domenica col Trofeo Matteotti. Una settimana a dir poco intensa.

Tutte queste classiche un tempo erano adatte ad un certo Giovanni Visconti. Erano il suo “giardino di casa”: percorsi ideali per le sue caratteristiche, grandi successi, tanti aneddoti e in qualche caso davvero si correva “dietro casa” sua. 

In queste gare non è rara la presenza del cittì. Qui Alfredo Martini con Basso e un giovanissimo Visconti
In queste gare non è rara la presenza del cittì. Qui Alfredo Martini con un giovanissimo Visconti
Dal Toscana al Matteotti, Giovanni, che gare sono? E che gare erano?

Una volta contavano moltissimo per tutti, specie per gli italiani che cercavano un posto in nazionale. Oggi contano davvero per gli italiani. I parterre non sono quelli di una volta, ma non è colpa di queste gare. Il calendario mondiale è diverso, ci sono più competizioni. Basta pensare che si disputano in contemporanea al campionato europeo e alle gare WorldTour canadesi. Senza dimenticare che un tempo la questione dei punteggi non era così esasperata. Le squadre WorldTour che fanno doppia o tripla attività schierano le formazioni laddove possono guadagnare più punti, oltre al fatto che sono obbligate a fare quelle WorldTour.

E per Giovanni Visconti che corse erano?

Erano corse importanti, che mi davano tanto. Erano un grande stimolo per allenarmi bene durante l’estate. Di fatto ci tiravo fuori la mia stagione con queste corse. Staccavo a giugno dopo il Giro d’Italia, facevo un po’ di “vacanza pedalata” e da luglio iniziavo a fare sul serio. Era un finale di stagione breve, ma intenso. Alla fine stavi fuori casa un mese e mezzo. Erano poi tutte corse adatte a me, corse da vincere, per fare gamba, per divertirsi. Non c’era mai quella gara che partivi “annoiato”, sapendo già come andava a finire. No, strappi brevi, intensi, discese, circuiti… il finale non era mai scontato. E non ultimo provavi a guadagnarti una convocazione in azzurro. 

Analizziamo questa tranche, s’inizia oggi con il Giro di Toscana. Parlaci di questa gara…

Anche se negli ultimi anni è cambiata un po’, il Monte Serra resta decisivo. Non è vicinissimo all’arrivo e se va via un gruppetto, è difficile che poi da dietro rientrino. Il gruppo è tutto spezzettato ormai. Il Toscana era una corsa adatta a me e infatti ci puntavo subito molto perché se fosse andata bene poi avrei corso un po’ più tranquillo le gare successive. Nel corso degli anni la Coppa Sabatini era diventata una corsa per corridori sempre più veloci. Quindi meglio puntare forte su questa e magari risparmiare qualcosa poi. 

Qual è il ricordo che ti lega al Giro di Toscana?

E’ stata la mia ultima vittoria da professionista con la Neri Sottoli. Venivo da un periodo difficile. Ero caduto a giugno al Giro d’Austria, dentro ad un galleria, mi schiantai a 90 all’ora quando stavo per vincere. Dovettero portami via in elicottero. Passai un ‘estate complicata. Per un mese e mezzo mi allenai con un drenaggio, avevo un tubicino che usciva dalla tasca della maglia… capito perché dicevo che queste corse mi davano stimoli? E insomma vinsi a Pontedera davanti a Bernal che veniva dalla vittoria al Tour de France. Ha un grande significato questa gara per me. Tra l’altro è a 10 chilometri da Peccioli, sede della Coppa Sabatini, dove vinsi la mia prima gara da professionista: fu come chiudere un cerchio.

Passiamo proprio alla Sabatini…

Sarebbe un percorso da mondiale. E infatti se ne è anche parlato: paesaggi bellissimi, percorso tecnico, adatto ad un mondiale e a più soluzioni. Rispetto al passato è stata un po’ indurita nella prima parte e infatti il circuito finale è tornato a fare un po’ più differenza, ma negli ultimi anni era diventata una gara molto veloce. Ricordo che all’imbocco della curva dell’ultimo strappo ormai si sgomitava con i velocisti. Ma anche questa si adattava bene alle mie caratteristiche.

Anche di questa dicci il ricordo, l’aneddoto.

E’ stata la mia prima gara con i pro’. Era il 2004 e feci lo stagista con la De Nardi-Montegrappa. Era una bella giornata e c’era un parterre… Vinse Ullrich, su Pellizotti e Boogerd, insomma fu un battesimo di fuoco! C’erano Scinto e Citracca che mi avevano lanciato da dilettante a vedermi. C’era il mio fans club: in quei tempi c’era il fans club Visconti e quello di Nibali, reduci dagli scontri tra i dilettanti. E c’era mio papà che scriveva ovunque il mio nome sull’asfalto… Un bel ricordo.

E due anni dopo la stessa Coppa Sabatini fu anche la tua prima vittoria da professionista…

Anche quello è un grande ricordo. C’era la storia del nove. Quando avevo un numero la cui somma faceva nove o vincevo o ci andavo vicino. Quell’anno era la 54ª edizione della Sabatini e io avevo il 63 o il 36 non ricordo bene…

Passiamo al Memorial Pantani. E’ la più giovane tra queste classiche. E cambia sempre un po’. Che gara è?

Come le altre, è una corsa che si adatta bene a corridori come me. Lascia spazio a più finali. Cambia sempre un po’. Ma di base nella prima parte c’è pianura, poi da quelle parti (la Romagna, ndr) quando si va nell’entroterra ci sono salite corte ma dure. Come diceva Paolo Bettini: “Si entra nel ginepraio”. E’ tutto un su e giù. Bisogna stare attenti e davanti. Ricordo che su quella salita cara a Pantani, Montevecchio, si arrivava da un lungo rettilineo e si svoltava a sinistra, ma la strada si stringeva, era come un imbuto. La salita iniziava con dei tornanti e stare davanti significava risparmiare davvero tanto. Una volta in cima non si scendeva subito, ma c’era una contropendenza che faceva davvero male. Di solito la selezione si faceva negli ultimi due giri e l’arrivo era sempre una lotta tra i fuggitivi e quel che restava del gruppo. Il finale non era mai scontato.

L’aneddoto del Pantani?

L’anno che corremmo con la nazionale. Avevamo dominato la corsa noi azzurri. Eravamo io, Ulissi e Nibali e decidemmo di lasciare la vittoria a Diego che aveva appena avuto un grave problema familiare. Fu un momento toccante.

Infine c’è il Trofeo Matteotti, la più storica tra queste prese in esame…

Circuito duro e impegnativo (a Pescara, ndr), tra l’altro domenica lo commenterò per la Rai. Anche questa è una gara entusiasmante, tecnica, dura… poi lì spesso fa caldo e questo elemento può fare la differenza. Spesso conviene andare in fuga anche se si è in tanti, perché si fa meno fatica che a stare in gruppo su quelle strade così tortuose. Una caratteristica del Matteotti è che spesso la finiscono in pochi proprio perché è dura. Negli ultimi anni Trentin l’ha vinta due volte, una delle quali con un ampio distacco e non capita spesso. E’ più facile che arrivi un gruppetto ristrettissimo. Nel finale si fa la selezione su Montesilvano, strappo duro, secco. E’ una festa perché c’è gente e in salita si sente l’odore degli arrosticini.

Chiudiamo con il tuo aneddoto.

Anche questa era particolarmente adatta a me. Ricordo che un anno, il 2018 prima del mondiale di Innsbruck, non ero messo benissimo in quanto alla convocazione, e così dissi all’ora cittì, Davide Cassani: “Se vinco mi porti al mondiale”. Arrivai secondo, vinse Ballerini… E al mondiale non ci andai!

Conforti in crescita e ora nuovi lavori con Giorgi

11.03.2024
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Ci sono sempre differenze tra la prima e la seconda stagione da pro’. Lorenzo Conforti lo ha notato immediatamente in queste corse d’inizio anno. Le ragioni possono essere tanto diverse quanto concatenate fra loro.

Proprio ieri il diciannovenne di Montecatini Terme ha chiuso la lunga serie di gare in Croazia con la sua VF Group Bardiani CSF Faizanè mettendo in valigia qualche certezza in più ed un bel filotto di risultati. Quarto posto a Umag a fine febbraio, poi secondo a Porec qualche giorno dopo ed infine all’Istrian Spring Trophy (breve gara a tappe) ha centrato un’altra seconda piazza dietro, anzi di fianco è il caso di dire, a Pinazzi. In questo caso il grande merito di Conforti è l’aver saputo tirare magistralmente la volata per la prima vittoria da professionista del suo compagno. Alla luce di queste recenti prestazioni, abbiamo chiesto a Lorenzo quanto abbia inciso il cambio di preparatore atletico.

Primo e secondo. Conforti (a sx) lancia la volata a Pinazzi che vince la prima tappa dell’Istrian Spring Trophy (foto ufficio stampa)
Primo e secondo. Conforti (a sx) lancia la volata a Pinazzi che vince la prima tappa dell’Istrian Spring Trophy (foto ufficio stampa)
Restiamo sull’attualità e i piazzamenti nelle corse croate.

Sono contento sia per me che per la squadra. In ognuna di queste gare siamo sempre partiti con l’obiettivo di fare risultato o comunque essere nel vivo. Ad esempio al Giro dell’Istria puntavamo sia alle tappe che alla generale e direi che è andata bene. Come avversari avevamo diversi devo team importatanti, tra cui quelli di Visma e Decathlon. Ecco perché siamo soddisfatti, anche se si poteva fare qualcosa in più.

Com’è correre contro queste squadre?

Bisogna dire che sono formazioni continental sui generis, perché alcune corrono davvero con una mentalità da WorldTour e si vede. Me ne parla spesso Mattio (del Team Visma | Lease a Bike Development, ndr), che conosco bene. Personalmente ad Umag sono stato in una fuga di una decina di uomini con dentro tre Visma. Un’azione andata via di forza voluta da loro. Quando ho visto chi c’era, mi sono trovato nel limbo. Tiravo poco perché dietro avevo Pinazzi deputato alla volata, ma contemporaneamente ero anche stimolato a giocarmi le mie carte. Copione più o meno simile anche a Porec (in entrambe le occasioni ha vinto il britannico Brennan, ndr). Complessivamente ho avuto buone indicazioni da queste gare e dal contronto con rivali di qualità.

Conforti sta crescendo sia fisicamente che mentalmente. Ha notato quanto la testa possa fare la differenza anche in allenamento
Conforti sta crescendo sia fisicamente che mentalmente. Ha notato quanto la testa possa fare la differenza anche in allenamento
Quest’anno hai cambiato preparatore passando da Giovanni Visconti ad Andrea Giorgi, quello della squadra. Ti aspettavi di raccogliere così presto dei risultati?

Prima di tutto penso che sia dovuto per una mia questione quasi fisiologica. In due stagioni passare da juniores ad avere un anno in più di esperienza tra i professionisti ti aiuta ad approcciarti meglio alle corse. Poi sicuramente ha influito anche il cambio di allenatore e dei lavori da fare.

Che differenze hai notato tra i due preparatori?

Ci tengo a dire che, così come mi trovo bene adesso con Andrea, mi sono trovato bene con Giovanni. La scelta di cambiare è stata fatta assieme, visto che aveva altri progetti, però ci sentiamo ancora per sapere come sto e come va. Differenze fra loro ce ne sono. Visconti è un preparatore che si basa di più sulla pratica e di conseguenza anche sulle sensazioni. Era abbastanza flessibile.

Puoi farci un esempio?

Certo. Giovanni essendo stato corridore ed avendo corso ad alti livelli fino a pochi anni fa, riesce a immedesimarsi meglio nel constesto gara-stress. Ovvero quanto ti può condizionare la fatica mentale dopo una corsa nell’allenamento dei giorni successivi. Qualche volta mi è capitato che magari dovessi seguire una tabella ben precisa, ma sentendomi un po’ stanco dopo una gara chiedevo a Visconti di fare qualcosa di diverso in alternativa. E lui mi veniva incontro.

Ora invece cos’è cambiato?

Con Giorgi lavoro molto in VO2 max e curo di più i dettagli. Ma vi faccio un altro esempio. Nel test incrementale si guarda quanto riesci ad andare oltre il tuo limite fisico, ma anche oltre quello mentale. La differenza la fai lì. Ed è questo che è cambiato in me con la preparazione di Andrea. Dal Lorenzo Conforti dell’anno scorso a quello di quest’anno c’è un abisso. Sono cresciuto tanto sia di gambe che di testa.

Che tipo di allenatore è Giorgi?

Andrea è sicuramente un preparatore che si base sull’aspetto teorico e scientifico. Lui guarda i dati dei test e su quelli ti dice cosa puoi fare. La stessa situazione che descrivevo prima con Giovanni, con lui ho dovuto gestirla diversamente (sorride, ndr). Mi è comunque venuto incontro con l’allenamento, però mi ha esortato a non bloccarmi mentalmente. Infatti una volta mi aveva programmato quattro ore in Z2, che per lui dati alla mano è quasi scarico, ed ero un po’ spiazzato. Quando non sei concentrato a dovere, diventa dura anche fare un allenamento più leggero. Invece ho imparato a non farmi turbare mentalmente se magari talvolta non avverto certe sensazioni. Anche perché ho visto che poi sto bene.

Da quest’anno Conforti è seguito da Andrea Giorgi, preparatore della squadra. Con lui ha cambiato anche l’approccio mentale (foto ufficio stampa)
Da quest’anno Conforti è seguito da Andrea Giorgi, preparatore della squadra. Con lui ha cambiato anche l’approccio mentale (foto ufficio stampa)
Quindi hai trovato la tua dimensione con la preparazione?

Si potrebbe trovare un compromesso tra i due metodi di allenamento, tra quello di Visconti e Giorgi. Sto lavorando per il giusto equilibrio. Ho capito che alla fine in bici ci siamo sempre noi corridori e siamo noi che dobbiamo essere la parte pratica del preparatore. In questo senso mi piace dare dei riscontri pratici al mio allenatore. Così come apprezzo che loro ci insegnino la teoria e gli aspetti mentali dell’allenamento.

Giovanni Visconti ci porta nel (suo) mondo dei rulli

01.12.2023
4 min
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Giovanni Visconti e il suo modo di vedere ed interpretare il mondo dell’allenamento con i rulli. Il siciliano, professionista dal 2005 al 2022, utilizza un sistema Magneticdays.

A cosa serve uno strumento così fatto e cosa è cambiato nel “mondo dei rulli” fino ad oggi? Un prodotto del genere è da considerare esclusivamente uno strumento per l’allenamento al chiuso, oppure è molto di più? Il training sempre più specifico obbliga a completare l’uscita esterna con una seduta di indoor training?

Visconti con Marco Sbragi di Magneticdays (foto MD)
Visconti con Marco Sbragi di Magneticdays (foto MD)
Cosa significa per te pedalare sui rulli e usare una piattaforma come Magneticdays?

Un sistema come Magneticdays è talmente completo che è quasi riduttivo categorizzarlo come rullo. In generale ti permette di ottimizzare il tempo quando questo è poco, ottenendo il massimo da un lasso di tempo che appunto è ridotto. La qualità dall’allenamento che si ottiene è elevatissima, a tratti anche difficile da replicare all’esterno, se andiamo nello specifico. Tanta, tanta qualità.

Una seduta di specifico eseguita al chiuso può sostituire uno specifico fatto in esterno?

La variabile da considerare non è solo una. Prima di tutto è necessario adeguare il proprio FTP, perché quello che si utilizza outdoor non è lo stesso che si usa al chiuso. Andiamo a stimolare anche una capacità di concentrazione che all’esterno è influenzata da più fattori. A mio parere una seduta specifica che rimane al di sotto dell’ora offre tanta sostanza in fatto di qualità, ma deve essere completata con altre fasi dell’allenamento che si ottengono con l’uscita su strada.

La postazione di allenamento di Visconti (foto Visconti)
La postazione di allenamento di Visconti (foto Visconti)
Al massimo un’ora?

Lo ritengo un lasso di tempo produttivo, oltre i 60 minuti entrano in gioco altri fattori, come ad esempio l’idratazione.

Ci sono dei segreti che permettono di sfruttare il lavoro specifico indoor?

E’ fondamentale capire come sfruttare il prodotto e la situazione. Quando si pedala sui rulli bisogna mettersi in testa che non si può fare fondo come lo si fa in esterno, ma si può stimolare la forza. Si possono fare degli ottimi lavori con i cambi di ritmo ed esplosivi, solo per fare tre esempi.

Visconti e Valverde hanno corso insieme dal 2012 al 2016
Visconti e Valverde hanno corso insieme dal 2012 al 2016
Da pro’ usavi i rulli?

Li usavo quando non c’era altra soluzione, ma è pur vero che la mia carriera di corridore ha attraversato tre generazioni. Agli inizi i rulli si usavano per fare girare le gambe e sistemi come Magneticdays non esistevano. Negli ultimi anni preferivo fare alcuni lavori specifici al chiuso, perché mi rendevo conto che la qualità era più elevata e limitavo anche il rischio di malanni.

Hai mai pensato che avendo da subito uno strumento più completo avresti avuto risultati migliori?

Si ci ho pensato, ma sarebbe stato necessario avere anche la mentalità di oggi con l’approccio moderno. La tecnologia aiuta e se usata nel modo corretto è complice del miglioramento.

Il “rullo” Jarvis, una sorta di cuore del sistema MD (foto MD)
Il “rullo” Jarvis, una sorta di cuore del sistema MD (foto MD)
I sistemi di rulli più evoluti sono utili anche per la autovalutazione?

Certo, assolutamente sì e ti permette di farlo con qualità. Lo anche grazie alle diverse possibilità di lettura dei dati, un sistema come Magneticdays ti fa vedere anche i Newton.

Il ciclismo di oggi può fare a meno dei rulli con i suoi numeri?

Ogni epoca ha le sue. A mio modo di vedere saper sfruttare le piattaforme di indoor training di oggi fa parte dei marginal gains di cui tanto si parla. Oggi il ciclismo è fatto di professionisti che curano il minimo dettaglio, anni addietro si andava molto più a braccio.

EDITORIALE / Juniores con la valigia nel meridione d’Europa

20.11.2023
5 min
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«Si è sempre meridionali di qualcuno»: lo disse Luciano De Crescenzo in Così Parlò Bellavista, commedia italiana del 1984. Dal prossimo anno, juniores italiani andranno a correre all’estero e la scelta non è passata inosservata. Anche perché quella che inizialmente poteva sembrare una forzatura, è stata da poco autorizzata dalla Federazione ciclistica italiana. Nel Consiglio federale dell’11 novembre si è infatti reso possibile il tesseramento per società affiliate a Federazioni extra nazionali (in alto la Auto Eder, team U19 della Bora Hansgrohe, in una foto presa da Facebook), a patto che partecipino a un determinato numero di gare regionali.

Suscita clamore già da un paio di stagioni il fatto che emigrino gli under 23 di primo anno, attirati dai Devo Team delle WorldTour del Nord Europa. Ora che se ne vanno i piccoli, il primo istinto è l’indignazione. Un sentimento condivisibile. Partire significa spesso crescere più in fretta, ma non è detto che funzioni per tutti. Il rischio è tornare sconfitti, avendo perso del tempo. Per questo ci aspetteremmo una reazione anche più energica davanti alle cause che li spingono fuori dall’Italia. Perché questi ragazzi effettivamente partono?

Coppa d'Oro 2021
Dal prossimo anno, i migliori allievi potranno correre da juniores anche all’estero (foto Coppa d’Oro)
Coppa d'Oro 2021
Dal prossimo anno, i migliori allievi potranno correre da juniores anche all’estero (foto Coppa d’Oro)

Siamo tutti siciliani

Di certo perché ci sono agenti che glielo propongono e che negli ultimi anni – fra giovani e donne – hanno triplicato il bacino di utenza. I corridori parlano delle poche corse a tappe nel calendario nazionale (nel 2024 ce ne saranno due nuove). Del tipo di attività. Di squadre dedite al risultato e poco alla formazione. Vero o no che sia (sbagliato fare di tutta l’erba un fascio), sarebbe davvero utile parlare delle cause e non limitarsi a perdere la voce di fronte al fatto compiuto. Non è singolare però che nessuno abbia mai detto nulla quando a partire da juniores erano ragazzini siciliani come Visconti o Nibali? Oppure stranieri come i fratelli Vacek, arrivati in Italia da allievi? Forse per averne narrato la storia in un recente libro, il percorso di Visconti continua a sembrarci emblematico di cosa significhi per un ragazzo di 16 anni lasciare casa.

«La necessità di partire – ha detto anche di recente il palermitano – a un certo punto si è fatta impellente, perché giù non c’era più il calendario necessario per emergere. Ho cominciato a viaggiare da allievo. Da un certo punto in poi la mia vita è cambiata. Se non mi fosse piaciuta, probabilmente avrei smesso e non sarei durato troppo a lungo. Però era anche il tipo di vita che faceva la selezione fra i tanti che provarono insieme a me. Perché alla fine, di quei tanti sono rimasto solo io».

E così i siciliani partivano, lasciando gli affetti sull’Isola, anche loro in cerca di squadre migliori e gare più attendibili. Non tutti però sono diventati Nibali e Visconti, l’esperienza di Sciortino lo ha appena confermato. La risposta negli anni è sempre stata debole. Nessun presidente federale degli ultimi 30 anni – da Carlesso a Ceruti, da Di Rocco fino ai giorni nostri – può dire di averci provato seriamente. Il blocco dei siciliani ad opera del Comitato regionale agli inizi degli anni 90. Il Progetto Sud. Il balletto delle affiliazioni plurime, concesse e poi ritirate. I vincoli regionali. E tutto quell’universo di rimedi che hanno coperto per anni la scarsa intenzione di mettere mano al problema.

Forse lo si riteneva normale. Non si è sempre dato per scontato che per trovare lavoro si debba lasciare il Sud e trasferirsi al Nord? Giù non ci sono soldi, d’altra parte, su ci sono le fabbriche. E se invece i soldi finiscono anche al Nord? Succede che anche quelli di su scoprono (in parte) cosa significhi essere siciliani e veder partire i propri figli. Siamo il Meridione d’Europa, lo siamo anche geograficamente. E tutto sommato da una qualsiasi regione del Nord Italia si fa molto prima a raggiungere Raubing, sede della Bora-Hansgrohe, di quanto impieghi un palermitano per raggiungere Pistoia (il viaggio di Visconti).

Nibali da junior, Visconti già da allievo: essere ciclisti al Sud ha sempre comportato la necessità di lasciare presto casa
Nibali da junior, Visconti già da allievo: essere ciclisti al Sud ha sempre comportato la necessità di lasciare presto casa

Ragazzini con la valigia

Lo stesso inaridimento del Mezzogiorno si è prima esteso al Centro e ora sta attaccando il Nord. E la risposta, di fronte al calo dei tesserati, alla difficoltà di trovare squadra da juniores e poi da U23, alla ricerca di un’attività più qualificata, è stata gestire gli effetti senza andare alle cause. Invece di dare il via libera, che in caso di minorenni non è legato al diritto al lavoro, perché non riqualificare l’attività nazionale?

In verità non ci sembra affatto insolito che atleti di 17 anni mettano i sogni nella valigia e li portino dove vedono o credono di vedere una migliore prospettiva per il futuro. Come ai tempi di Visconti. Quello che troviamo disarmante è anche che il fenomeno non sia stato inquadrato a livello internazionale. Ognuno fa quel che gli pare: tanti partono, tanti tornano, qualcuno riesce, tanti smettono.

Alessio Delle Vedove è passato U23 con la Circus-ReUz, pagando da sé il proprio punteggio (foto DirectVelo)
Alessio Delle Vedove è passato U23 con la Circus-ReUz, pagando da sé il proprio punteggio (foto DirectVelo)

Tutti alle urne

Dopo le Olimpiadi si andrà nuovamente al voto e nei programmi elettorali dei vari candidati leggeremo di nuovo le proposte per il Sud e magari anche per l’attività giovanile.

Chi è chiamato al voto legga attentamente quei programmi e poi torni a leggere quelli delle ultime volte. Quindi verifichi quanto di ciò che è stato promesso sia stato effettivamente attuato. E a quel punto voti. Sarebbe curioso, in questa Italia che cerca il cambiamento ma poco fa per cambiare, vedere che cosa succederebbe se la base per una volta votasse con la testa anziché sulla base delle promesse che presto ricominceranno a piovere.

“Un primo, sessanta secondi”. Il lungo viaggio di Visconti

01.05.2023
8 min
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Il 15 maggio arriverà nelle librerie “Un primo, sessanta secondi”, viaggio intimo e sorprendente nella vita e nella carriera di Giovanni Visconti. Un percorso letterario che inizia dal momento drammatico e catartico del ritiro e poi torna alle origini in Sicilia, in un mondo che per tanti lettori risulterà lontano e inaspettato (in apertura, il siciliano con i genitori Rosi e Nino alla Coppa Sabatini del 2006, vinta in maglia Milram).

Quello che segue è un piccolo estratto: il terzo capitolo che racconta gli esordi da ciclista, con la regia e la preparazione rigida gestita dal padre Antonino. Il corridore bambino. Il libro, scritto a quattro mani con Enzo Vicennati, è pubblicato da Mulatero Editore e fa parte della collana Pagine Al Vento. 

“Un primo, sessanta secondi” è pubblicato da Mulatero Editore nella collana Pagine Al Vento: 171 pagine al prezzo di 21 euro
“Un primo, sessanta secondi” è pubblicato da Mulatero Editore nella collana Pagine Al Vento: 171 pagine al prezzo di 21 euro

Il corridore bambino

La vita da corridore in Sicilia, che poi da bambini è anche sbagliato chiamarla così, dovrebbe essere un gioco, ma per me non lo è mai stato. E’ piuttosto una guerra tra genitori. Non dico solo tra mio padre e mio zio: quella si potrebbe anche capire. Io e mio cugino Agostino siamo compagni di squadra, ma anche avversari e a vincere è sempre lui. Io arrivo secondo, è una rivalità che sento proprio tanto. Proprio per questo, quello da giovanissimo è uno dei periodi più duri della mia vita. Se non altro, a livello di fatica.

Primo perché non mi vivo niente dell’infanzia e poi dell’adolescenza, ma niente davvero. Secondo perché faccio davvero tanta fatica. Mi alleno tutti i giorni: non come un giovanissimo, ma come se fossi uno junior. E non mi alleno solo in bici. C’è la palestra, c’è la piscina, c’è la corsa a piedi e c’è anche il ciclocross… Mischio tutto, non sto mai fermo.

Mi allena mio padre e la sera arrivo a casa stravolto. Mio cugino è fortissimo. Siamo due bambini della stessa età, ma lui è più sviluppato, anche muscolarmente. Usciamo da scuola, mangiamo qualcosa e ci portano su quello stradone a Brancaccio che fa una specie di cerchio, in cui si può pedalare fuori dal traffico e dove possiamo sentirci un po’ più liberi.

La prima bici è una Olmo bianca e azzurra. Le gare a Palermo richiamano gente sulle strade, ma spesso sono motivo di lite fra genitori
La prima bici è una Olmo bianca e azzurra. Le gare a Palermo sono spesso motivo di lite fra genitori

Mio cugino Agostino

Quando sono in bici con mio cugino, anche se abbiamo 8-9 anni, a meno di 30 all’ora non si va, con i nostri rapportini e tutte quelle pedalate. La fatica che faccio per stare con lui è pazzesca. E la fatica diventa stress mentale: già da bambino sono pieno di paure. Per cui la domenica corro, do sempre il massimo e dopo le gare vomito sempre, sempre, sempre. Non c’è una gara in cui io non vomiti.

Insomma, è dura per entrambi, ma io forse faccio uno sforzo superiore a quello che sono in grado di sostenere. In più mi pesa, perché so che c’è questa lotta tra i genitori. Ho paura di arrivare secondo, la paura di perdere e di vedere anche mio padre sempre un gradino sotto… Sicuramente tutte queste cose compongono un quadro impegnativo per un bambino come me. Una questione fisica e poi anche di testa.

Fra me e Agostino c’è un bel rapporto. In quei periodi si usa stare parecchio in famiglia. Non dico tutte le sere, ma i fine settimana siamo sempre da mia nonna Orsola giù al fiume. Chiamiamo così la sua casa perché effettivamente abita vicino al corso dell’Oreto. Andiamo da lei e ceniamo tutti insieme. Siamo in tanti, tra nipoti e i vari parenti.

Con Agostino giochiamo e facciamo di tutto, tranne che parlare di bici. Da più piccoli abbiamo giocato con le macchinine nella terra, ma ora che siamo più grandi diamo calci al pallone, anche se poi arrivano i nostri padri, si immischiano e rompono le scatole: non si può giocare, dicono, perché fa male alle gambe. Ci controllano nel mangiare, soprattutto mio zio nei confronti di mio cugino. Mi ricordo che tante volte se Agostino vuole mangiare un dolcino, deve farlo di nascosto. Mio padre è un po’ meno duro, però quando sono lì e c’è zio Angelo, anch’io mi sento di dover fare le sue stesse cose. 

Fatica e vomito

Non credo però che mio cugino vinca di più per la vita che fa. E’ semplicemente più forte. Io ci metto più tempo a sviluppare muscolarmente. Sono proprio un bimbetto e nei bambini la differenza la fa lo sviluppo: sarò così fino ai dilettanti. In più, lui fa anche tanta fatica negli allenamenti. La stessa mia, però con quel fisico così sviluppato vale doppio. Quindi per arrivare semplicemente con lui in volata e fare secondo o terzo, muoio ogni volta e vomito, mentre lui vince facile.

Comunque, dopo tanti di questi episodi nei giovanissimi, mio padre mi porta a fare una visita. Andiamo vicino allo stadio di Palermo e questo dottore, in tutta tranquillità, gli dice che evidentemente non sono in grado di sostenere certi sforzi e che è meglio mollare. Fare ciclismo come sport va bene, ma in tranquillità e basta. Dice che secondo lui non ci sono rimedi, è solo che io non ce la faccio. Così continuo a vomitare, finché passa da sé. Probabilmente è tutto legato allo sviluppo, ai mega sforzi, alla fatica per seguire mio cugino e a quello stress psicologico, perché poi di colpo passa da sé. Invece Agostino continua a vincere, anche se pure lui soffre questa rivalità tra genitori e lo stress che c’è sin da bambino.

In qualche modo sento che a me tutto questo serve. Ogni santa domenica, devo cercare quantomeno di arrivare in volata con lui e alla fine diventa il mio stimolo. Agostino è un tipo introverso, sembra un duro, ma in realtà è cattivo solo quando sale sulla bici e si trasforma.

Giovanni Visconti con la maglia del GS Boccadifalco, negli anni cui si riferisce questo capitolo
Giovanni Visconti con la maglia del GS Boccadifalco, negli anni cui si riferisce questo capitolo

La settimana tipo

La settimana tipo non esiste, esiste la vita tipo. Fissa, continua, sempre quella. Cambia solo in base ai periodi. Magari se siamo in inverno, mio padre mi porta su a Pioppo: un paesino sopra Monreale, per camminare in salita. Salite ripide e pareti spelacchiate. Da quelle parti le montagne sono parecchio scoperte, non ci sono boschi e sono il terreno delle mie camminate avanti e indietro. Quando torno, vado in bici e poi in palestra. Però prima di entrare, mio padre mi dice di fare 2 chilometri di corsetta a piedi.

Sono sempre un bambino di 9 anni, ma non fa niente. Due chilometri, una ventina di minuti a piedi. Pam, pam, pam. Torno. Vado in palestra per un’ora e poi passo subito in piscina al piano di sotto. Faccio 40 minuti di nuoto, 80 vasche. E così arriva la sera. Alle 20,30 sono a casa e tutte le sere mi metto a tavola, così morto che non ce la faccio a versarmi l’acqua. E allora chiedo a mia madre, che mi guarda e non dice niente: «Ma’, mi dai l’acqua?». Ce l’ho davanti al naso, ma non riesco a prenderla… 

Mia sorella Ursula

Mia sorella non è gelosa, non c’è mai stato questo tipo di problema a casa mia. Sin da bambina, Ursula ha la testa sullo studio e nel suo mondo. A volte anche lei mi prende in giro, perché sembro viziato. Ed effettivamente lo sono, perché ogni giorno sono stanco morto e non muovo un dito. Però lo stesso, mi aiuta a fare i compiti, perché io non ho tempo e mio padre le chiede di darmi una mano. 

In qualche modo certi giorni la aiuto anche io con lo studio. Mi metto disteso sul divano con la testa sulle sue gambe, lei mi fa le carezze, mi tira indietro i capelli, io mi rilasso e intanto mi ripete la sua lezione. Non c’è mai stata gelosia, perché Ursula è più grande e ben più matura di me. Si rende conto della fatica che faccio e magari pensa che per me possa essere la strada giusta per un futuro diverso.

Valverde, il signore della Freccia raccontato da Visconti

18.04.2023
7 min
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Domani la Freccia Vallone porterà sul Muro d’Huy tifosi e storie da raccontare. Quel budello ripido e silenzioso, che si inerpica lungo le Chemin de Capelles, per un giorno diventerà un’arena selvaggia. L’ultima vittoria italiana porta la firma di Rebellin: sembra ieri che lo intervistammo per parlarne, invece è passato più di un anno e nel frattempo quel dannato camionista, di cui non si sa più nulla, gli ha rubato la vita.

Oggi però vogliamo raccontarvi la Freccia e le Ardenne con gli occhi di Giovanni Visconti, che le ha vissute accanto a uno dei più grandi di sempre: Alejandro Valverde, che detiene il record di cinque vittorie a Huy e ha vinto quattro a Liegi.

Visconti e Valverde hanno corso insieme dal 2012 al 2016: l’anno successivo, Giovanni passerà al Bahrain
Visconti e Valverde hanno corso insieme dal 2012 al 2016: l’anno successivo, Giovanni passerà al Bahrain
Valverde lo conoscevi prima di andare alla Movistar nel 2012?

No, lo conobbi lì. Il primo approccio fu un messaggio Whatsapp. Chiesi il numero a Unzue, perché sapevo che Alejandro rientrava dalla squalifica e gli scrissi l’ammirazione che avevo e che ero strafelice di andare in squadra con lui.

E lui?

Più contento di me. Quell’anno rientrò con una vittoria al Tour Down Under, ma quando arrivammo ad Amorebieta ed eravamo in fuga noi due con Igor Anton, gli chiesi se potesse lasciarmi vincere e lui non fece neanche un’obiezione. Fu la prima vittoria in maglia Movistar.

Tu avevi già fatto le classiche con Bettini alla Quick Step, trovasti punti in comune?

Due situazioni completamente diverse. Paolo era molto meno metodico, Valverde sapeva cosa avrebbe fatto e cosa avrebbe mangiato ogni giorno fino alla gara. Bettini faceva le cose come gli venivano, anche perché in quegli anni il ciclismo era meno scientifico sul fronte della preparazione e dell’alimentazione. A colazione la Nutella non doveva mancare mai.

Il suo massaggiatore Escamez lo accoglie ogni giorno col suo bibitone proteico, poi sotto col riso e tonno
Il suo massaggiatore Escamez lo accoglie ogni giorno col suo bibitone proteico, poi sotto col riso e tonno
Invece Valverde?

Non era mai nervoso, però era schematico. Il suo massaggiatore Escamez, quando finivamo l’allenamento, gli faceva trovare un piattino di riso col tonno. Faceva così anche di pomeriggio. Intorno alle 17, si faceva portare lo stesso riso e lo faceva mangiare anche a me, che spesso ero suo compagno di camera. Mi diceva: «Come, come», mangia, mangia! E mi spiegava che me lo sarei ritrovato nelle gambe nel giorno della corsa. A tavola poi era anche più preciso.

Cioè?

Se nel piatto avevano messo più riso, lui lo scansava. Se doveva mangiare due pezzettini di pollo, il terzo lo scansava. Il bicchierino di birra, quello ci poteva stare. E spesso anche una pallina di gelato. Però se gliene portavano due, una la lasciava. Non c’era verso, non sbagliava mai. Ed era così anche a casa, perché sono stato da lui ad allenarmi. Io credo che in tutta la vita da corridore abbia mangiato solo riso bianco col tonno, oppure pollo. E anche in bici non scherzava.

In che senso?

Era maniaco dell’integrazione. Durante il giorno si prendeva i suoi 20 grammi di proteine, voleva la borraccia con le maltodestrine e gli aminoacidi. E anche in gara voleva che avessi le borracce identiche alle sue.

Com’era fare le ricognizioni sui percorsi?

Alejandro le faceva in maniera molto tranquilla. I primi tempi, ma questo riguarda la Liegi, sulla Redoute capitava di incontrare Florio (un italo-belga, grande tifoso di Giovanni, ndr) con la sua famosa torta di riso e un paio di volte ci siamo anche fermati. Negli ultimi tempi no, perché più passavano gli anni e più sapeva di non poter sbagliare neanche una virgola.

A livello di tensione, Freccia e Liegi per Valverde erano la stessa cosa? 

Uguale. Il suo programma era quello è lo stile di vita identico dalla mattina alla sera. Ci si distraeva solo la sera dopo la Freccia, magari si andava a mangiare fuori. Una volta che aveva vinto ci portò in un posto bello a Maastricht. Lui mangiò un piatto di riso o comunque cercò di avvicinarsi il più possibile alla sua alimentazione, mentre tutti noi ordinammo il sushi.

Sulla Redoute con Quintana: mancano tre giorni alla Liegi del 2015
Sulla Redoute con Quintana: mancano tre giorni alla Liegi del 2015
Si faceva anche la ricognizione sul Muro d’Huy?

Sempre. Col pullman ci fermavamo in basso, davanti a una scuola sulla sinistra con un muro molto alto, e lanciavamo le borracce ai bambini. Era un vero rituale, come pregare allo stesso modo tutti i giorni. Sempre la solita preghiera, che non cambiava mai.

Il Valverde della vigilia era nervoso?

Anche se era concentrato, il suo pregio era essere proprio un bambinone. Glielo dicevo sempre: «Tu sei capace solo di andare in bici». Infatti non riesce a smettere e lo ha sempre fatto col sorriso, perché è proprio quello che gli è piaciuto fino a 42 anni. L’ha fatto sempre seriamente, ma sempre con buon umore e scherzando. Sul pullman faceva lo scemo, certi scherzi è meglio non raccontarli (ride, ndr).

Si capiva dalla vigilia che avrebbe vinto?

Si capiva che avrebbe lottato per vincere, come in ognuno dei cinque anni che sono stato al suo fianco. Non c’era una sola gara in cui non volesse farlo. Si capiva casomai quando aveva una giornata storta, ma io penso che mi sarà successo al massimo due volte. 

In Belgio c’era spesso la sua famiglia…

La portava perché il 25 aprile è il suo compleanno e la Liegi è sempre in quei giorni. Nessuno gli ha mai fatto storie, anche perché Valverde era la squadra, quindi nessuno si permetteva di dire nulla. Forse per come è oggi, con le squadre tutte chiuse, anche lui avrebbe qualche problema.

Che ruolo avevi al Nord con lui? 

Gli stavo accanto, sempre. Ho partecipato a tre vittorie: una Liegi e due Freccia. Avevo capito da subito come voleva essere trattato e tante volte, anche se non era vero, gli dicevo quanto fosse tirato e che grande gamba avesse. Lui si girava e lo vedevi che era più motivato. Magari cavolate così gli davano l’uno per cento in più. Per il resto ho tirato tanto nei momenti decisivi della corsa dalla Freccia al Lombardia, passando per la Liegi e il Giro.

L’abbraccio a Sant’Anna di Vinadio, dopo il sacrificio che permise a Valverde di arrivare sul podio del Giro 2016
L’abbraccio a Sant’Anna di Vinadio, dopo il sacrificio che permise a Valverde di arrivare sul podio del Giro 2016
Che cosa hai imparato da Valverde in quegli anni?

Mi ha dato una grande lezione di umiltà. Io che ero super permaloso, da lui ho imparato anche a sapere arrivare secondo o essere d’aiuto ed essere ugualmente felice un compagno. A Sant’Anna di Vinadio nel Giro 2016, mi fermarono dalla fuga per aspettarlo e tirare 500 metri per lui: normalmente mi sarei stranito. Invece lui è arrivato, mi ha abbracciato e mi ha messo davanti agli occhi l’umiltà di un immenso campione. Quel gesto fu meglio di ogni ricompensa.

EDITORIALE / Le scelte per il ciclismo che cambia

26.12.2022
5 min
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Le scelte per un mondo che cambia. Questa frase mutuata dal mondo scout continua a risuonarmi nella testa davanti ai cambiamenti che stanno investendo il ciclismo, in nome dei quali forse è il caso di rivedere qualche idea.

Le nostre radici

Abbiamo salutato Gimondi, Baldini e Adorni, perdendo riferimenti preziosi della nostra storia. Ci hanno preso per mano migliaia di volte, tramandando la magia di uno sport che prima di loro era stato raccontato da Coppi e Bartali, in una sorta di staffetta fra leggende. Sulla loro esperienza si sono formate le generazioni successive, da cui sono nati i direttori sportivi che portano avanti le squadre del ciclismo giovanile.

Per anni la loro bussola è stata l’esperienza, codificata con gli anni e il passa parola. Mangiare poco per essere magri, fare tante ore e tutto il resto del campionario. E mentre da noi si andava avanti così, mietendo per anni successi, all’estero si formavano tecnici che, non avendo alle spalle tanti campioni, a un certo punto hanno cominciato a chiedersi se quelle esperienze fossero migliorabili con l’apporto della scienza.

Gimondi e Adorni hanno raccontato pagine di grandissimo ciclismo mondiale, prima di loro Coppi e Bartali
Gimondi e Adorni hanno raccontato pagine di grandissimo ciclismo mondiale, prima di loro Coppi e Bartali

Lo scetticismo di chi non capisce

Inizialmente sono stati guardati con lo scetticismo di chi non capisce. Ricordiamo le battute fra corridori verso quelli del Team Sky e il loro modo di mangiare, cui ora si sono tutti adeguati. Infatti a un certo punto è iniziata la ricorsa per riprendere il tempo perso. Purtroppo però, come in tutti gli inseguimenti, si sono spese le forze migliori per agganciare quelli davanti, che nel frattempo hanno avuto il tempo per mangiare, recuperare e rilanciare.

Poco abbiamo ascoltato le parole di Alfredo Martini: «I corridori giovani – diceva – vogliono sapere quello che succederà, non quello che succedeva ai nostri tempi!».

Fu il Team Sky, qui alla Vuelta del 2011, a portare il primo grande cambiamento nel ciclismo che ancora cambia
Fu il Team Sky, qui alla Vuelta 2011, a portare il cambiamento nel ciclismo che ancora cambia

Il mestiere del corridore

Il lavoro del corridore è cambiato radicalmente e attaccarsi agli schemi del passato per riportarlo indietro è una battaglia di retroguardia, animata da una logica comprensibile, ma improponibile.

«Quando ci sono dei cambiamenti generazionali – ha detto ieri Maurizio Mazzoleni – si fa sempre il confronto con la propria generazione. Però in realtà ogni generazione ha le sue prerogative».

Eliminare le radio e i misuratori di potenza in gara (fra i professionisti) sono le contromisure richieste con maggiore insistenza: non nego di averlo fatto anche io, soltanto perché per anni ci siamo trovati davanti all’appiattimento di atleti, nati nel vecchio mondo e incapaci di emanciparsi di fronte alle novità tecnologiche.

Che cosa mi ha fatto cambiare idea? L’osservazione del mondo che cambia. L’intervista a Prudhomme pubblicata ieri ha confermato che le cose stanno cambiando, quantomeno nel professionismo.

«La corsa la fanno i corridori – ha detto il capo del Tour ad Alberto Dolfin – per cui non è vero che dipende tutto dal percorso. Questa generazione di fenomeni, ad esempio, utilizza il percorso in maniera migliore rispetto alla precedente e questo diverte i più giovani».

La Jumbo Visma ha ribaltato il Tour del 2022 ricorrendo al meglio della tecnologia in base al percorso
La Jumbo Visma ha ribaltato il Tour del 2022 ricorrendo al meglio della tecnologia in base al percorso

La passione resta

Torniamo all’intervista con Mazzoleni. Il lavoro dei corridori è cambiato, ma continua a basarsi sulla stessa passione che animò Gimondi, Baldini e Adorni. La differenza è che oltre a dover andare in bicicletta, al corridore sono richieste concentrazione e competenza. Per contro, essendo nato e cresciuto nel contesto moderno, userà le tecnologie per dare il meglio e non per sentirsene limitato. Vi sembra che Evenepoel, Pogacar, Van der Poel, Ayuso, Van Aert e Vingegaard abbiano un modo di correre limitato dagli strumenti di cui dispongono?

Se questo succede ancora in casa nostra, forse è perché chi guida i ragazzi – soprattutto allievi e juniores – viene da quel passato e non è riuscito a cambiare atteggiamento.

«Si è tutto modernizzato – ha detto qualche tempo da Giovanni Visconti – ma il vero cambiamento si avrà quando lo stesso ricambio ci sarà fra i tecnici delle categorie giovanili, dove ci sono ancora anziani che vanno ringraziati per il loro impegno, ma che non riescono a stare al passo con i tempi».

Alcuni hanno capito la necessità di aggiornarsi e hanno aperto la porta a contributi più qualificati, come si raccontava parlando di Adriano Malori e della sua collaborazione con Primo Borghi, suo mentore di un tempo, ma il problema resta, come confermava Diego Bragato durante il ritiro della nazionale a Noto.

«I direttori sportivi che escono dalla Scuola Tecnici – ha detto – sono ex atleti con una laurea in Scienze Motorie. Quando escono dai corsi sono preparatissimi, poi arrivano nelle società e trovano vecchi dirigenti che non escono dai vecchi schemi».

Chiare le parole di Visconti: si cambia davvero quando si cambieranno i tecnici delle categorie giovanili (foto Trinacria Ciclismo)
Chiaro Visconti: si cambia davvero quando si cambieranno i tecnici delle giovanili (foto Trinacria Ciclismo)

Curiosità e studio

Saper fare le scelte per un mondo che cambia, ad esempio, significa essere capaci di guardare con curiosità e senza paraocchi all’arrivo di corridori dal mondo dalla Zwift Academy. Bisognerebbe essere grati a ogni sistema che permetta di valorizzare il talento: tanto poi l’ultima parola spetterà sempre alla strada!

Se si chiude la porta e ci si trincera dietro commenti scettici e sarcastici, come si fece a suo tempo con l’alimentazione del Team Sky, si evidenziano semplicemente la propria insicurezza e l’ammissione implicita di non essere all’altezza del nuovo corso. Per due atleti che escono da un’accademia virtuale, quanti ne abbiamo fatti smettere nel nome delle vecchie regole e dei passaggi poco seguiti?

Non facciamo come a Roma, in cui non è possibile costruire strade nuove per difendere le vestigia di coccio e pietra dell’Impero. Guardiamo avanti, facciamo stare bene chi c’è. Vigiliamo con severità che non venga tradito lo spirito del ciclismo. E ricordiamo chi c’era, senza per questo rinunciare a crescere.