Giulio Pellizzari, dagli juniores alla corte di Reverberi

25.07.2022
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A prima vista due cose emergono parlando con Giulio Pellizzari: la sua simpatia e la sua tenacia. Questo ragazzino classe 2003 fa parte del progetto giovani della Bardiani Csf Faizanè. All’ultimo Giro della Valle d’Aosta si è ben comportato.

Ha anche indossato la maglia a pois di miglior scalatore. Ci è voluto un certo Reuben Thompson per sfilargliela. E sì che ha provato a tenerla.

«Nel corso della quarta tappa – racconta il suo diesse Alessandro Donati – quando era in maglia a pois viaggiava in un drappello in avanscoperta. L’ho affiancato con l’ammiraglia e gli ho detto che davanti c’era un solo corridore. Pertanto doveva fare la volata del Gpm. Mi ha guardato con gli “occhi incrociati” e mi ha detto: “Ma davvero?”. Era sfinito, poverino!».

Al Valle d’Aosta erano rimasti in due della Bardiani: Giulio (a sinistra) e Tolio. Al centro il loro diesse Donati
Al Valle d’Aosta erano rimasti in due della Bardiani: Giulio (a sinistra) e Tolio. Al centro il loro diesse Donati
Giulio, quando hai iniziato a correre?

A 7 anni, da G2. In famiglia papà, da buon veneto, pedalava. Io giocavo a calcio come attaccante, poi ho smesso e insieme a mio fratello Gabriele che ha tre anni più di me, siamo passati al ciclismo. Io facevo tutto quello che faceva lui. E siccome lui aveva deciso di andare in bici allora ci sono voluto andare anche io.

Qual è il primo ricordo che hai del ciclismo?

Ricordo la mia prima bici, un’Atala: rossa, piccolina. Ce l’ho ancora! Me l’avevano regalata per il mio ottavo compleanno.

E ti piaciuto subito pedalare?

Sì, nonostante all’inizio fossi abbastanza scarso.

E quando hai capito che potevi diventare un professionista (stando in una professional Pellizzari lo è a tutti gli effetti, ndr)?

Fino all’anno scorso non andavo fortissimo. In allenamento, specie in salita, sì, ma il fatto di essere nato a fine novembre è come se avessi sempre un “anno in meno”. Ero piccolo, piccolo e in pianura mi staccavo sempre. Poi crescendo sono migliorato e tenendo meglio in pianura riuscivo ad esprimermi anche in salita. E tutto ciò è migliorato definitivamente dall’anno scorso.

La piccola Atala con cui Giulio ha fatto le prime pedalate: ci è molto affezionato
La piccola Atala con cui Giulio ha fatto le prime pedalate: ci è molto affezionato
Ti senti uno scalatore?

Sì! Magari non puro, ma scalatore. Passista-scalatore dai…

C’è un corridore che ti piace? E a cui pensi di poter assomigliare? Fai anche nomi giganteschi, non ti preoccupare!

Beh, allora dico Chris Froome. Da bambino non mi piaceva molto. Quando ha tolto la maglia gialla ad Aru non mi stava molto simpatico! Poi però dopo l’impresa del Colle delle Finestre al Giro del 2018 mi sono appassionato a lui.

Alla Bardiani come ci sei arrivato?

E’ successo tutto in fretta la scorsa estate. Ad un certo punto ho iniziato ad andare forte, sempre più forte. Un giorno mi ha contattato Andrea Noè, dei Carera. A giugno ho firmato con la loro agenzia e a luglio mi hanno proposto alla Bardiani. Mi hanno detto del progetto under 23 e ho accettato.

Un bel salto: dagli juniores ai pro’…

Io correvo all’Uc Foligno, con Massimiliano Gentili. Mi dissero: “Sulla carta sarai professionista, ma farai solo gare under 23”. Anche Gentili ha preferito questa via, quella di passare subito. Massimiliano, infatti, conosce bene me e conosce il mondo degli under e sapeva che io lì avrei fatto fatica.

Giulio Pellizzari (classe 2003) ha esordito tra i pro’ lo scorso 2 marzo al Trofeo Umag in Croazia (foto Adn)
Giulio Pellizzari (classe 2003) ha esordito tra i pro’ lo scorso 2 marzo al Trofeo Umag in Croazia (foto Adn)
Perché? Spiegaci meglio…

Non è un mondo troppo adatto a me. Ci sono spesso corse veloci, con tanta pianura, tanti strappi, molto nervosismo, salite corte… e io soffro tutto ciò. Mentre il mondo dei professionisti è tutta un’altra cosa. Più regolare. Sostanzialmente, Max non voleva mandarmi in giro nelle under 23 o nelle continental, rischiando di ritrovarmi appunto a fare quel tipo di corse e a gareggiare il marterdì, il sabato, la domenica.

E così invece riesci a programmare?

Sì. Non corro molto per adesso, ma va bene così. Poi bisogna considerare che ho fatto meno anche perché avevo la scuola. Ho preso la maturità da geometra.

Chi ti segue nella preparazione?

Leonardo Piepoli. Quando firmai chiesi appunto del preparatore e mi dissero che avevo carta bianca. Così ho chiesto consiglio a Massimiliano. Lui che lo conosce bene mi ha detto di andare da Piepoli.

Cosa ti sta piacendo di meno di questo mondo?

Il fatto di stare molto lontano da casa, dalla famiglia, dagli amici. A casa sto bene, mi piace, è il mio posto. Proprio qualche giorno fa ne parlavo con Alessio Martinelli. Mi ha detto che lui è stato una settimana in Valle d’Aosta già prima della corsa e poi adesso è al Sestriere con la nazionale. Alla fine starà fuori quasi un mese.

E cosa ti piace invece?

Che fai il lavoro che ami. Come si dice: scegli un lavoro che ti piace e non lavorerai un giorno nella tua vita!

Da juniores una crescita costante per Pellizzari. E’ stato un bravo corridore ma non un “cannibale” della categoria (foto E. Bartolini)
Da juniores una crescita costante per Pellizzari. E’ stato un bravo corridore ma non un “cannibale” della categoria (foto E. Bartolini)
Questa maglia a pois ti ha fatto sentire un po’ diverso in gruppo? Ti ha dato autorevolezza?

Fino alla scorso anno era più normale questa sensazione. Quando vai forte tutti ti vengono a parlare e ti guardano. Quest’anno invece ancora non avevo combinato nulla ed è stato bello rivivere quelle sensazioni. Poi, sapevo che sarebbe stato difficile tenerla.

Noi parliamo spesso di margini di crescita, di ragazzi che passano subito… quanto pensi che puoi ancora crescere? Perché è una bella cosa questo progetto, ma anche rischiosa…

Vero, fino allo scorso anno facevo gare di 100 chilometri e adesso invece sono molti di più. Io credo che la cosa sia soggettiva. Correndo sempre come fanno gli under alla fine ti finisci. Se tu passi e fai il tuo bel calendario, tra l’altro gare under 23 nel mio caso, composto da gare dure e riposo, gare dure e riposo… vada bene. Credo sia quella la vera crescita. E’ così che puoi fare le cose gradualmente e hai margini.

Quali sono i tuoi programmi?

Ho fatto qualche giorno di riposo a casa. Con Alessandro Pinarello andiamo in altura a Livigno. Successivamente correrò a Poggiana il 14 agosto e a Capodarco il 16. Poi ancora, farò una corsa a tappa di tre giorni in Francia ai primi di settembre. Già avevo corso all’estero in Croazia ad inizio stagione e avevo fatto la Carpathian Couriers Race a maggio.

Tenersi dei margini per quando si è pro’. Ne parliamo con Basso

08.07.2022
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«Non andiamo in altura per tenerci una “cartuccia” in più per quando passeremo pro’. Ne ho parlato anche con Basso». Così aveva detto Davide Piganzoli (in apertura foto Istagram – Adn Photo), della  Fundacion Contador, team giovanile della Eolo-Kometa. Lasciarsi la “cartuccia” dell’altura, come la chiama lui, garantirebbe un margine di miglioramento in ottica futura.

Margini che sono sempre più ridotti. Tante volte parliamo di ragazzi che passano e sono già al limite. Piganzoli ci aveva detto che avevano parlato in squadra di questa scelta di non andare in quota.

Parador de las Canadas del Teide: uno dei luoghi simbolo dell’altura per pro’ e anche molti under 23
Parador de las Canadas del Teide: uno dei luoghi simbolo dell’altura per pro’ e anche molti under 23

Margini e tutela

Il manager varesino segue da vicino l’atleta valtellinese. Crede moltissimo in lui. E di certo il discorso di Piganzoli non è affatto banale.

«Oggi – dice Ivan Basso – soprattutto in Italia abbiamo il problema dei giovani: sono pochi, passano presto, passano al limite… In questo campo della preparazione c’è una narrativa enorme. Ci sono tante persone che dispensano consigli di tutte le salse. Credo che ogni opinione vada ascoltata ed elaborata, ma chi ha una squadra ha delle responsabilità, deve prendere delle decisioni. Gli altri no».

«Non abbiamo abbastanza certezze che questa esasperazione in età precoce sia un valore. Non abbiamo certezze che porti a risultati anche a lungo termine, che sia funzionale alla crescita. Sappiamo però che la crescita graduale funziona.

«Penso al progetto giovani della Liquigas. Io ero in quella squadra e ho visto i Nibali e i Viviani arrivare da ragazzini e diventare campioni che dopo 12-15 anni di professionismo, vincenti, sono ancora in gruppo. Ed è lì che voglio arrivare con i miei ragazzi. Gli under 23 devono avere i requisiti e i margini per passare: questo conta per me. Ed è quando sono passati che devono vincere».

Alla Liquigas Basso ha visto passare molti giovani, tra cui Nibali (alla sua ruota). E ha fatto tesoro di quanto osservato da vicino
Alla Liquigas Basso ha visto passare molti giovani, tra cui Nibali (alla sua ruota). E ha fatto tesoro di quanto osservato da vicino

Gli esempi del passato

Il discorso di Basso su base teorica è certamente corretto. E soprattutto è coerente con quanto sta facendo. Però la realtà dice che sin da U23 il livello è molto alto e alcuni di questi ragazzi potrebbero magari pagarne le spese. Tradotto: non faccio di tutto e di più, non vinco, non passo.

«Che sia giusto o sbagliato non lo so – riprende Basso – Io, come detto, faccio le scelte per la mia squadra. E so che che questo modello ha funzionato in Liquigas per Nibali, Viviani, ma anche per Pozzato anni prima col progetto Mapei Giovani».

«Il miglior Piganzoli, tanto per restare sull’esempio, lo vedremo più avanti. Posso garantire che questo ragazzo ha dei margini molto alti. Può essere molto più forte di così. Ma per questo devo ringraziare i suoi team giovanili che non lo hanno spremuto, la sua famiglia. Davide non ha un padre che vuole realizzare i propri sogni sulle spalle del figlio. E’ un insieme di cose che per esempio riscontro anche in Montoli».

«Ripeto, preferisco insistere su questo modello di crescita collaudato, tanto più che è gestito da Zanatta. Stefano ebbe il primo Nibali già alla Fassa Bortolo, poi se lo ritrovò anche alla Liquigas. Ha avuto Sagan, Formolopotrei andare avanti fino a stasera».

Davide Piganzoli in azione al tricolore crono U23, da lui vinto qualche settimana fa
Davide Piganzoli in azione al tricolore crono U23, da lui vinto qualche settimana fa

Strada spianata?

Quando a Basso facciamo notare però che i suoi ragazzi U23 tutto sommato sono già in una posizione di “agio” e di tranquillità, visto che hanno meno bisogno di dimostrare qualcosa a suon di risultati in quanto c’è pronta la squadra la professional che li aspetta, Ivan ribatte con certezza.

«Vado controcorrente. In Italia ci sono dei team dilettantistici che lavorano bene. Penso alla Zalf o alla Colpack-Ballan. Penso alla squadra di Milesi. Marco è un diesse eccezionale. Parlo con loro, esploro i loro vivai».

 

«La vostra osservazione è giusta: qui i ragazzi hanno la professional “pronta”. Ma posso dire che ci sono stati degli under 23, e persino degli juniores, che hanno rifiutato la nostra offerta e il nostro modo di lavorare. Per me decisioni folli».

«Altura o altri margini, come un’alimentazione super controllata, possono incidere sul rendimento: è vero. Ma siamo sicuri che un ragazzo di quella età possa sopportare certi sacrifici? Perché poi cambia tutto in poco tempo. A 20 anni non hai la testa che hai a 23. A 23 anni non hai quella che hai a 28. E a 28 anni non hai la testa che hai a 32. Tutto ha un suo tempo».

«Io non sono contrario all’altura. Io sono contrario all’esasperazione. Se poi il confronto con gli stranieri è spietato, se per stare davanti è necessario fare tutto ciò allora io guardo altre cose. A me che Piganzoli vince dieci corse da under 23 non me ne importa molto. Mi importa che quando passa ne vince 2-3.

«E quindi cosa guardo? Guardo che Piganzoli ha fatto tanti piazzamenti, osservo i suoi test, vedo che va forte quando la strada sale e a crono. Guardo che ha la capacità di esprimere gli stessi watt in salita e a crono. Ditemi chi altro c’è che ha tutte queste qualità? Eppure Piganzoli ha vinto poco».

Ivan Basso (classe 1977) sul bus dei pro’ (foto Borserini)
Ivan Basso (classe 1977) sul bus dei pro’ (foto Borserini)

E sui procuratori…

Infine, una battuta sui procuratori, che molto spesso incidono sul futuro dei ragazzi.

«In cinque anni di gestione del team – conclude Basso – io non ho mai avuto un problema con i procuratori. Anzi, con alcuni ho anche trovato l’accordo per farli restare un altro anno là dove erano. Quando trattiamo un giovane e parliamo del suo futuro io mi siedo al tavolo con l’atleta, con il suo procuratore e a volte anche con i suoi genitori e ne discutiamo. Deve esserci un rapporto leale e onesto fra le parti. Nessuno mi ha mai preso per la camicia».

«E poi il fatto è semplice. Di fronte ho un ragazzo di 20 anni al cui fianco c’è un procuratore che gestisce molti altri campioni affermati. Di certo non è su questo ragazzo che guadagnerà bene. 

«Voglio dire che se un ragazzo non passa, o non viene preso in considerazione non è sempre colpa degli altri. Proprio perché parliamo tutti quanti onestamente, mi è capitato che un giovane che doveva passare pro’, non era pronto ed è restato tra gli U23 un altro anno, con l’accordo di tutti».

Dinastia Vinokourov. Arriva Nicolas, campione kazako U23

27.06.2022
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Nicolas Vinokurov sta muovendo i suoi primi passi nel ciclismo che conta. Il figlio d’arte si sta facendo spazio, al netto di un cognome pesante. Ma lui sembra non farsi carico di questo fardello. Tanto da vincere il campionato nazionale U23, sfruttando al meglio il lavoro fatto al Giro d’Italia U23.

Nicolas somiglia moltissimo al papà, il grande Alexandre, solo che è più alto. E chissà cosa potranno fare quelle leve lunghe, se il motore dovesse dimostrarsi all’altezza del suo nome.

Orlando Maini, diesse all’Astana Qazaqstan Development Team, ci ha detto che Nicolas è una ragazzo serio, già maturo, nonostante sia solo del 2002. E’ uno di quelli che sa il fatto suo e che nell’ultima stagione è cresciuto molto. 

Parla cinque lingue (francese, spagnolo, inglese, russo e anche un po’ d’italiano) e con tutti i componenti della squadra s’interfaccia in base alla lingua di chi ha di fronte. Segno di grande intelligenza.

Nicolas Vinokourov (secondo da sinistra) ha vinto il titolo nazionale su strada. Il suo compagno Daniil Pronskiy quello a crono
Nicolas Vinokourov (secondo da sinistra) ha vinto il titolo nazionale su strada. Il suo compagno Daniil Pronskiy quello a crono
Nicolas, hai un cognome molto importante: cosa significa per te?

E’ una grande pressione per me. Vivo di questa squadra da dentro, da più di sette anni e guardiamo anche ai prossimi sette.

Maini ci ha detto che sei migliorato molto nell’ultimo anno: è così?

Anche se non ho vinto, ho fatto dei bei progressi, soprattutto se metto a confronto questo Giro e quello dell’anno scorso. L’ho sentito proprio. Lo scorso anno ero sempre in coda con la macchina del fine gara dietro, mentre quest’anno sono stato molto più davanti e sono anche entrato in qualche attacco. Per esempio nel giorno del Fauniera avevo delle buone gambe sono stato in fuga. Poi alla fine gli scalatori mi hanno ripreso e sono andato su di passo.

Hai parlato di scalatori. E tu che tipo di corridore sei?

Eh – sospira Vinokourov – è una questione difficile, ma direi uno scalatore. Ma più che uno scalatore puro, anche se vado bene su salite lunghe di 10 chilometri, sono un corridore che riesce a vincere gli sprint in cima. Insomma, me la cavo allo sprint con i piccoli gruppi.

Esci mai in bici con tuo padre Alexandre?

Quando ero più piccolo e fino ai 15-16 anni uscivo molto spesso con lui, ma adesso ha il suo lavoro che lo prende moltissimo. Tante volte è in viaggio…

Nicolas in azione al Giro U23 (foto Instagram/Eder Garces)
Nicolas in azione al Giro U23 (foto Instagram/Eder Garces)
E poi tu adesso vai più forte!

Sì, sfortunatamente per lui! Esco più spesso con mio fratello Alex (gemello, ndr).

Dove vivi?

A Monaco, mentre la squadra è di base a Nizza, ma qualche volta ci alleniamo tutti insieme. 

Lo abbiamo chiesto anche al tuo compagno “Lopezito”: cos’è per te il ciclismo?

E’ più che una passione. E’ la vita. Vado in bici da quando ero piccolo e mi piace fare questo. E soprattutto spero di continuare. Ogni anno cresco e questo mi dà soddisfazione. Vorrei fare sempre più corse.

E’ stato naturale per te salire in bici, visto il contesto in cui vivevi? O sei stato tu che hai chiesto appositamente a tuo padre che volevi fare il ciclista?

All’inizio papà mi mandava molto poco in bici. Fino a 15 anni, giusto due volte a settimana, ma nel frattempo facevo tanti altri sport: nuoto, judo, basket, calcio… Poi a 14 anni ho detto a papà, anche con Alex a dire il vero: «Papà, noi vogliamo andare in bici. Vogliamo correre». A quel punto lui ci ha detto: «D’accordo. Se vi piace come dite, andate in bici. Ma senza pressione. Vivetela così come viene».

L’esordio in maglia Astana al Tour of Oman. Nicolas in primo piano, tra Garofoli e suo fratello Alex
L’esordio in maglia Astana al Tour of Oman. Nicolas in primo piano e dietro suo fratello Alex
Quando siete a casa parlate mai di ciclismo? Magari la sera a tavola…

Sì, sì… Ne parliamo spesso e volentieri. E’ l’argomento che va per la maggiore. E’ la nostra vita. Col ciclismo ci si allena, ci si lavora, si passa la maggior parte del tempo della giornata sulla bici…

E vostro padre vi racconta mai qualche aneddoto? Qualche ricordo?

Sì certo! Ogni corsa che vediamo in tv ci dice: in questa corsa andò così. In quest’altra feci così. 

Qual è, per te, il momento di questa tua giovane carriera? Ce n’è uno che ricordi particolarmente?

La mia prima corsa con l’Astana. Era il Tour d’Oman, indossare quella maglia nella prima tappa è stata un’emozione incredibile. Io sono nato con questa squadra praticamente. 

Ecco “Lopezito”, in Europa per andare a scuola di ciclismo

25.06.2022
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«Vieni, vieni “Lopezito” è nel bus», ci ha detto Orlando Maini, mentre cercavamo Juan Carlos Lopez. Quel Lopezito ci è subito piaciuto, tanto più che il tono del direttore sportivo nei confronti del giovane colombiano è stato amorevole. Il piccolo Lopez insomma…

Jaun Carlos è il fratello minore di Miguel Angel, uno dei leader dell’Astana Qazaqstan WorldTour, lui invece è nel team development. Una somiglianza incredibile. La differenza sono i brufoli, che il fratellino ancora ha.

Juan Carlos Lopez (classe 2001), o Lopezito come lo ha chiamato Maini, è arrivato quest’anno in Europa
Juan Carlos Lopez (classe 2001), o Lopezito come lo ha chiamato Maini, è arrivato quest’anno in Europa
Carlos, partiamo dal Giro U23: ti è piaciuto?

Bueno, è stato un Giro molto bello. Mi piace molto questa gara. Io sono arrivato qui con buone sensazioni e la voglia di fare bene. In qualche tappa non ho avuto molta fortuna, perché sono caduto nella quinta tappa dopo la prima salita con Martin Lopez, lui è dell’Ecuador come Carapaz. E mi dispiace che abbia abbandonato. Io l’ho aspettato, poi alla fine ho preso il gruppetto.

Però avevi fatto bene nelle frazioni in salita?

Sul Fauniera sono arrivato 14°, sono andato meglio che sul Mortirolo. La tappa era più corta.

Insomma sei uno scalatore puro come tuo fratello?

Eh – ride timidamente – sono uno scalatore ma lui è un campione vero. Lui è più forte di me.

Come fai a dirlo adesso però. Tu hai 21 anni e molto tempo per crescere…

Sono più piccolo, ho dei margini. Sto crescendo adesso, soprattutto da quest’anno che sono arrivato in Europa. Ma c’è davvero tanta differenza tra noi.

In cosa?

In tutto. Nel modo di correre, ma anche nella vita. In pianura qui si va sempre forte e quando uno arriva sotto la salita ha meno forza nella gamba. In Colombia sul piano… andiamo piano! E in salita andiamo forte. Ed è così in corsa e negli allenamenti.

Qui in Europa vivi con tuo fratello?

No, io abito nel Sud della Francia, mentre Miguel sta ad Andorra. Io vivo in una casa della squadra con altri compagni del team.

Cosa ti piace della bici? Perché il ciclismo?

Non so – ci pensa un po’ – in bici mi sento libero e mi piace perché è uno sport durissimo che ti mette a confronto con te stesso. Si soffre molto e penso che sto affrontando bene questo momento.

Quando eri più piccolo guardavi tuo fratello e dicevi ai tuoi genitori: anche io voglio andare in bici?

Sì, proprio così! Tra me e Miguel ci sono sette anni di differenza, quando ero piccolo lo vedevo che lui era già in televisione. E quando lo ammiravo in salita pensavo sempre che era il più forte. Mi dicevo che un giorno sarei stato come lui. Una motivazione che c’è ancora.

Il colombiano è andato bene verso il Fauniera, tappa più facile da gestire anche dal punto di vista planimetrico. Ma sta imparando
Il colombiano è andato bene verso il Fauniera, tappa più facile da gestire anche dal punto di vista planimetrico. Ma sta imparando
Un giorno sarai come lui: quanto puoi crescere ancora?

Penso tanto. Il ciclismo, almeno per me, è una crescita continua. Alla fine sono solo quattro mesi che sto in Europa e ogni giorno sento di andare meglio. All’inizio è stata un po’ dura perché come ho detto si sentiva molto la differenza. Ma tutto il giorno e tutti i giorni imparo sempre qualcosa.

Chi ti dà più consigli? Vinokourov, Maini…

Tutta la squadra direi e tutti i corridori. Anche mio fratello. Orlando mi dà consigli. E Vinokourov parla molto con me, su come mi devo muovere in gara. E poi sto molto vicino ad Alexandr Shushemoin che ci segue in allenamento con la macchina.

Le prossime gare?

Ora recupero un po’. Poi Livigno e il Val d’Aosta. Mi hanno detto che è durissimo.

Team Interregionale: la mista italiana guidata da Coden

21.06.2022
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Al Giro d’Italia U23 non c’erano solo le grandi squadre continental o under 23, ma anche un piccolo team di verde acqua vestito. Una maglia neutra, tra l’altro non priva di fascino, senza sponsor. Era quella del Team Interregionale. 

Questa era l’unica squadra composta da sei atleti. Sei ragazzi italiani: due della Campana Imballaggi Geo&Tex Trentino (Francesco Parravano e Lorenzo Elipanni), due della Arvedi (Mattia Pinazzi e Niccolò Galli) e due della Viris Vigevano (Lorenzo e Francesco Galimberti).

Alla fine l’Interregionale è stata la terza squadra U23 dopo Eolo-Kometa e Lotto-Soudal
Alla fine l’Interregionale è stata la terza squadra U23 dopo Eolo-Kometa e Lotto-Soudal

Parola a Coden

A guidarli è stato il diesse della Campana Imballaggi Geo&Tex Trentino, Alessandro Coden. Con lui abbiamo cercato di capire come è nata questa “iniziativa”. 

«Inizialmente – spiega Coden – dovevamo fare il Giro come team noi della Campana Imballaggi. Poi l’organizzazione ha cambiato alcune cose e siamo rimasti fuori. Così abbiamo trovato questa soluzione con atleti di altre società. Ci siamo consultati tra noi e anche con Amadori.

«Alcuni nomi nostri e altri suggeriti dalla Fci, soprattutto per quel che riguarda i due della Viris. Sappiamo cosa gli è successo qualche settimana fa…».

Il riferimento è alla tragica morte del loro diesse, Stefano Martolini.

L’Interregionale, benché squadra inedita, e nata quasi per caso, si è ben comportata. Alla fine, sei su sei sono arrivati a Pinerolo e ad un certo punto erano anche ben messi nella classifica a squadre, tanto da essere il terzo team italiano.

«Aver portato tutti e sei i ragazzi alla fine è motivo di soddisfazione – dice Coden – siamo stati sedicesimi nella classifica a squadre mettendo dietro team ben più attrezzati di noi».

I mezzi (ammiraglie, camper e furgone) li ha messi la Campana Imballaggi di Coden
I mezzi (ammiraglie, camper e furgone) li ha messi la Campana Imballaggi di Coden

Come un vero team

La cosa bella è stato vedere come hanno corso. Abbastanza compatti e comunque non da “cani sciolti”. Si correva per colui che era più adatto a quella tappa.

«L’amalgama? Alla fine non è stato così complicato trovarla – riprende Coden – Questi ragazzi già si conoscevano in quanto corrono contro quasi tutte le domeniche. Però c’è stato sin da subito un buon feeling, tanto che sembrava fosse una squadra vera. Sono stati molto bravi».

«Si faceva la riunione e si correva per un obiettivo. Fortunatamente ho avuto libertà dai rispettivi diesse dei team di appartenenza. Non mi hanno mai detto: “Perché non lo hai fatto correre così”. Perché non hai fatto questo o quello…”

«Massimo Rabbaglio dell’Arvedi mi ha dato carta bianca».

«Nella prima tappa per esempio, che era piatta, abbiamo fatto di tutto per portare in buona posizione Mattia Pinazzi. Agli 80 metri era ancora in testa, ma poi ha visto che non ce l’avrebbe fatta a vincere e ha mollato.

«Da quel che mi dicono è un po’ il suo modo di fare. Se non lotta per la vittoria lascia stare. Non corre per fare terzo, sesto o settimo».

L’ammiraglia del Team Interregionale era piuttosto carica!
L’ammiraglia del Team Interregionale era piuttosto carica!

Quante ruote

Ma allestire una squadra mista non è facile neanche dal punto di vista della logistica. Pensiamo solo a tre bici diverse (due per team), gruppi, gomme… Ognuno con le sue specifiche.

«Eh – sorride Coden – non è stato facilissimo, però fortunatamente i ragazzi avevano tutti lo stesso gruppo, lo Shimano Ultegra. I miei e gli Arvedi avevano l’elettronico, mentre i Viris quello meccanico. 

«Tutti sono venuti con due bici: quella che usavano in corsa più una di scorta. L’unico problema è che noi eravamo gli unici col freno a disco e in ammiraglia bisognava mettere un bel po’ di ruote. Il meccanico doveva stare con le antenne dritte più del solito, dovendo scegliere la ruota giusta in caso d’intervento».

Di certo qualche polemica non è mancata dietro la nascita di questo Team Interregionale ma, fatte le debite proporzioni, un po’ come si è visto per la Gazprom è stata un’iniziativa volta ad aiutare qualche ragazzo che era rimasto fuori dal Giro U23.

Certo, i posti erano solo sei, ma è stato pur sempre un bel gesto di collaborazione fra le parti. Una volta tanto prendiamo solo il buono della storia. E il buono è che, ripetiamo, sei ragazzi non sono rimasti casa.

Ecco Tercero, scalatore spagnolo “a ruota” di Contador

21.06.2022
4 min
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Fernando Tercero Lopez non solo è arrivato ottavo al Giro d’Italia U23 ma compare molto spesso nella top 10 di tanti e tanti arrivi. Spagnolo, classe 2001, corre per la Fundacion Contador, in pratica la giovanile della Eolo-Kometa.

Lo abbiamo conosciuto meglio proprio nel corso della corsa rosa riservata ai ragazzi. Fisico slanciato (182 centimetri per 65 chili), tratti somatici da spagnolo puro con folte ciglia e capelli scuri, Fernando ci ha raccontato della sua storia.

Tercero in azione in salita sulle strade del Giro U23 (foto Instagram – Adn)
Tercero in azione in salita sulle strade del Giro U23 (foto Instagram – Adn)
Fernando, che corridore sei?

Sono uno scalatore. Mi piacciono le salite lunghe come il Mortirolo e il Colle della Fauniera, quelle che superano la mezz’ora di durata. Mi trovo a mio agio.

Non era la prima volta che eri al Giro…

No, l’ho già fatto l’anno scorso e ho imparato subito molto. Una bella esperienza e quest’anno speravo e pensavo che potevo entrare nei primi dieci della generale. E devo dire che ho notato una bella differenza. Già nella seconda parte della stagione scorsa. Proprio dopo il Giro sono migliorato molto.

Fernando hai corso abbastanza coperto, ma eri nel vivo della corsa. Così sul Mortirolo (e poi anche sul Fauniera). Sei stato un regolarista…

Sì, soprattutto sul Mortirolo. All’inizio siamo andati molto forte e sapevo che quello non era il mio ritmo. E così ho deciso di staccarmi un po’. Sono rimasto concentrato, serviva mente fredda. Sapevo che qualcuno di quelli che erano davanti sarebbe esploso. Su salite come queste è importante non saltare, perché i minuti volano.

Di che zona sei?

Nella zona centrale, vicino Madrid. Ciudad Real per la precisione. E’ una zona molto pianeggiante e per uno scalatore come me non è il massimo!

E dove vai a cercare le salite?

Sulla Sierra Morena, che sta tra la mia regione e l’Andalucia. Però non ci sono salite lunghe, non ho scalate da 30′ o più.

Lo spagnolo in vetta al Fauniera. Quel giorno è arrivato 5° a 2’52” da Van Eetvelt
Lo spagnolo in vetta al Fauniera. Quel giorno è arrivato 5° a 2’52” da Van Eetvelt
Come hai iniziato a correre?

A casa in televisione guardavamo sempre lo sport e il ciclismo in particolare. Il Tour, la Vuelta il Giro, ma nessuno della mia famiglia andava o era andato in bici. Sin da piccolo mi piaceva guardare il ciclismo e volevo farlo. E alla fine ho chiesto ai miei genitori di portarmi nella scuola di ciclismo del mio Paese. Avevo più o meno dieci anni quando ci sono andato per la prima volta. Ed ora eccomi qui.

Chi era il tuo idolo?

Eh facile – sorride Tercero – Alberto (Contador, ndr). All’epoca quando vinceva al Giro, alla Vuelta. Non solo vinceva ma era uno spettacolo come lo faceva. E adesso corro nella sua squadra.

Qual è il primo ricordo che hai di quando vi siete conosciuti?

Il primo ricordo che ho di lui è alla tv. C’era la tappa del Tour con Evans e Andy Schleck in fuga sul Galibier. Me la ricordo bene quella tappa. Dal vivo invece ci siamo visti tre anni fa. Eravamo in bici e io pedalavo con una cadenza bassa. E un’altra volta mi ha fatto vedere il trofeo del Giro. E’ stato emozionante vederlo dal vivo.

Torniamo alla bici attuale. Ti piace anche la crono?

Sì, sì. E vado bene. Non sono uno specialista, però nei confronti degli altri scalatori vado bene.

Ad inizio marzo Tercero ha vinto la Aiztondo Klasika (foto @naikefotosport)
Ad inizio marzo Tercero ha vinto la Aiztondo Klasika (foto @naikefotosport)
Beh, il fisico e le leve lunghe per spingere le hai…

Infatti non sono messo male sulla bici. In più ci lavoriamo. Dopo il Giro farò il campionato nazionale e spero di fare bene.

Quando potrai passare nel team maggiore?

Bueno, non so! Però credo che se continuo a raccogliere dei buoni risultati e ad essere costante, alla fine passerò pro’ con loro. Quello è il mio sogno sin da piccolo. Io aspetto che si compia.

Cosa prevede il tuo programma dopo il Giro?

Adesso il campionato nazionale e poi punterò al Valle d’Aosta e dopo se la nazionale di Spagna mi porta all’Avenir sarò contento, altrimenti ci saranno altre corse.

In nazionale tra Juan Ayuso e Carlos Rodriguez hai un bella eredità da raccogliere. Un compito non facile.

Andavano forte. L’anno scorso era una nazionale “troppo potente”. Però penso che anche quest’anno possiamo fare bene.

Aleotti è giusto tirare e basta? «Per ora sì. C’è un Giro in ballo»

28.05.2022
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Giovanni Aleotti fa parte della banda Bora-Hansgrohe “2.0”, quella cioè presa in mano da Enrico Gasparotto. Il corridore emiliano è stato il primo a scardinare il Giro d’Italia. Lo ha fatto con un’azione micidiale nella tappa di Torino (foto in apertura), quella che ha rivoluzionato la classifica.

Però la situazione in classifica di questo Giro d’Italia in qualche modo ha “rallentato” il ragazzo per quel che riguarda le ambizioni personali. Giovanni si è dedicato in tutto e per tutto alla causa della squadra. Una squadra che dopo Sagan, ha cambiato, e sta cambiando, i suoi connotati. Adesso si punta alle corse a tappe.

Giovanni Aleotti (classe 1999) è alla seconda stagione da pro’
Giovanni Aleotti (classe 1999) è alla seconda stagione da pro’
Giovanni, con Gasparotto correte in modo diverso: cosa è cambiato?

Si va più all’attacco. Abbiamo cercato di essere sempre protagonisti in questo Giro, sia con le fughe, sia con le azioni a sorpresa come nella tappa di Torino. Dobbiamo supportare al meglio Jay Hindley fino alla fine.

Sino ad oggi il momento chiave del Giro è passato dalle tue gambe. A Torino hai firmato la fiammata che ha fatto saltare il banco…

Eh – ride – ma non sono stato solo io! L’avevamo studiata. Ci avevamo pensato, sapevamo che era una tappa complicata e che poteva succedere qualcosa. Siamo entrati nel circuito davanti e abbiamo capito che si poteva fare selezione anche in discesa. Abbiamo fatto corsa dura. Anche Kelderman è stato fantastico nel giro finale.

Però la vera selezione l’hai fatta tu: hai fatto 10′-15′ a tantissimi watt…

Ho seguito le indicazioni dei miei compagni dietro. Quando mi hanno detto che il gruppo si era spaccato, ho insistito a tutta. E è andata bene.

Cosa ti ha detto Gasparotto di quella tua azione?

Era contento. E’ lui che l’ha pensata. E lui che ci ha motivato e che ci credeva più di tutti.

Il corridore di Mirandola (Mo) è stato secondo al Tour de l’Avenir nel 2019, quando indossò anche la maglia gialla
Il corridore di Mirandola (Mo) è stato secondo al Tour de l’Avenir nel 2019, quando indossò anche la maglia gialla
Quindi tu sapevi che dovevi entrare in azione esattamente in quel punto e in quel modo?

Non in quel modo, non pensavamo di fare in discesa il grosso della selezione, ma sullo strappo dopo la discesa. Ma è venuta così… e siamo tutti contenti. Quando mi sono spostato ero stanco morto, ma gli altri compagni sono stati bravi a portarla a termine.

C’è soddisfazione a svolgere questo ruolo, o magari, vedendo che inizia a passare un po’ di tempo, vorresti più spazio? Magari pensare alla maglia bianca, visto che hai fatto secondo all’Avenir…

Penso che sia presto. Ma soprattutto anche io non mi ritengo decisamente un corridore da corse a tappe, almeno per ora. Credo di dover maturare ancora fisicamente.

Dunque va bene…

Sì, non penso che capiti tutti i giorni di trovarsi a lottare per un Giro d’Italia e di essere protagonista della squadra che se lo sta giocando. Adesso siamo concentrati su questo obiettivo.

Aleotti in salita deve crescere ancora, ma su quelle brevi si è mostrato molto competitivo
Aleotti in salita deve crescere ancora, ma su quelle brevi si è mostrato molto competitivo
Cosa ti piace, ammesso che ti piaccia, di questo vostro nuovo modo di correre?

Sicuramente mi sento più responsabilizzato. E questo mi piace. Ma anche il dover essere sempre nel vivo della corsa è stimolante. Non subiamo la corsa, ma la facciamo. 

Qual’è il ruolo specifico?

Varia di giorno in giorno. Soprattutto in questa fase ci sono uomini che devo stare vicino a Jay sulle salite finali e altri che invece devono lavorare prima. Quando si fa la selezione e restano in dieci io ancora non ci sono, non ho quel ritmo.

Tu Giovanni vai forte in salita, ma in questo specifico momento e con il tuo ruolo, sei più uomo da “pianura” o da salita?

Dipende da che salita. Su quelle lunghe posso anche starci ma, come ho detto, non quando avviene la grossa selezione. Penso di dover crescere in salita, ma c’è tempo.

Ieri, per esempio verso Castelmonte qual è stato il tuo ruolo?

Essendo stato al Cycling Team Friuli conoscevo un po’ le strade fino al confine sloveno. E sono stato spesso davanti. L’ingresso di Tarcento era un po’ insidioso e lo stesso un paio di discese dopo. Quindi ho dato qualche consiglio. Sono stato davanti fino al Kolovrat.

Ieri Giovanni Aleotti ha lavorato nella prima metà di tappa, poi ha risparmiato energie in vista di oggi
Ieri Giovanni Aleotti ha lavorato nella prima metà di tappa, poi ha risparmiato energie in vista di oggi
Avete tirato molto, qual era la tattica della Bora Hansgrohe?

Jay stava bene e oggi (ieri, ndr) volevamo stanare gli altri. Però ci aspettavamo un po’ di controllo, un po’ di azione anche da altre squadre come la Bahrain Victorious, ma alla fine non si sono mossi e non aveva senso continuare a spremere la squadra visto che domani (oggi, ndr) c’è un’altra opportunità.

Hai parlato della tappa della Marmolada: vi sta bene arrivare alla crono così o l’idea è di mettere un po’ di margine su Carapaz?

E’ un tappa durissima, la salita finale la conosco anche: chi avrà le gambe ci proverà. Anche Carapaz. Credo che nessuno dei due si senta sicuro della posizione che ha e tutti e due proveranno a staccare l’altro.

Per adesso ancora va bene ammirare Aleotti in questa veste, ma presto vorremo vederlo con più spazio per se stesso. Il discorso del giovane che tira per farsi le ossa va bene, ma entro certi limiti. Il rischio è di fossilizzarsi su quel ruolo e di perdere attitudine con la vittoria. 

Ma giustamente c’è una maglia rosa in ballo e ogni forza in squadra va ben ponderata. E Gasparotto lo sa bene.

Bruttomesso, prima l’esperienza (e la maturità), poi i pro’

04.05.2022
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Pochi mesi da under 23 e Alberto Bruttomesso ha già messo nel sacco quattro vittorie. Di questi tempi quindi, viene da chiedersi se per lui siano già suonate le campane del professionismo. Fa gola uno junior promettente, figuriamoci un U23 vincente. Per di più di primo anno.

Pochi giorni fa Luciano Rui manager della  Zalf Desiree Fior ci aveva detto: «Presto qualcuno verrà a chiamarlo». Ma aveva anche aggiunto che i suoi atleti almeno due anni, ma anche tre, restano in questa categoria perché è un passaggio dal quale non si può prescindere.

Parliamo di questo, e non solo, direttamente con Bruttomesso che, ricordiamo, è vicino alla “scuderia” dei Carera e le possibilità di passare pertanto non gli mancheranno.

Alberto Bruttomesso, classe 2003, è sempre stato un corridore molto veloce (foto Instagram)
Alberto Bruttomesso, classe 2003, è sempre stato un corridore molto veloce (foto Instagram)
Alberto, prima di tutto complimenti per il tuo inizio: ti aspettavi di andare subito così bene?

No, sinceramente non me lo aspettavo. Sapete, tutto nuovo: avversari, categoria, allenamenti, corse…

Sono già arrivate le sirene dei pro’? Ti hanno cercato?

Per ora no. Voglio fare esperienza. Stare tra gli under 23 è molto importante e io un paio di anni almeno vorrei farli. E poi vediamo. Anche perché poi non è scontato passare. Non è detto che dopo tre o quattro anni si passi.

E se ti venissero a cercare coglieresti l’occasione? Per esempio chi è intorno a te ti dice di approfittarne oppure di stare tranquillo, tanto sei forte, e passerai?

Non ho avuto modo ancora di parlare con nessuno di questo argomento. Vivo in un ambiente tranquillo, non ho pressioni varie. Io sono contento, mi godo il momento e non ho obiettivi specifici da qui al breve, se non la maturità. Intento pensiamo a fare, e bene, quella. Anche per questo motivo non credo proprio di essere al Giro d’Italia U23.

Cosa studi?

Elettronica. Ho buoni voti.

In famiglia ti hanno detto: «Okay la bici, ma prima la scuola». Oppure ti hanno lasciato più libero, se così si può dire?

Me lo hanno detto in famiglia, ma me lo sono detto anche da solo. Prima la scuola, poi dopo la maturità mi dedicherò al 100 per cento alla bici. Comunque sto anche valutando l’idea di fare l’università.

Alberto Bruttomesso durante l’inverno ha lavorato molto per spingere i rapporti più lunghi (foto Scanferla)
Alberto Bruttomesso durante l’inverno ha lavorato molto per spingere i rapporti più lunghi (foto Scanferla)
Proprio perché hai la maturità e a breve presumibilmente staccherai un po’, con la squadra avete deciso di partire forte?

In realtà è il contrario, proprio perché ho la scuola mi sono allenato meno. Gianni Faresin, ci dà i programmi, e per noi quattro di primo anno ha fatto delle tabelle specifiche per chi va a scuola. Di fatto io mi alleno solo il pomeriggio. Solo una volta a settimana riesco ad arrivare a 3 ore e 45′, altrimenti ne faccio due o tre.

E allora come mai, secondo te, sei partito subito così bene?

Non saprei! Io mi sono fidato di Gianni, che è un ottimo diesse, e i risultati gli danno ragione.

Ma anche con i rapporti ti sei trovato subito bene: ti allenavi con rapporti appunto più lunghi del 52×14 da juniores?

No, no… 52×14, ma quest’inverno abbiamo fatto dei lavori per inserirli gradualmente fino a spingere il 53×11 in volata.

Col tuo fisico potente ci vai a nozze insomma…

In effetti mi piacciono. Già lo scorso anno con il 52×14 preferivo gli arrivi che tiravano un po’, adesso con questo rapportone mi sento a mio agio anche in pianura.

Lavoro di squadra: due (o più) anni in questa categoria servono anche per imparare certi aspetti
Lavoro di squadra: due (o più) anni in questa categoria servono anche per imparare certi aspetti
Esperienza: cosa significa concretamente quando si dice che un ragazzo ne debba fare? Cosa noti di diverso fra te e i tuoi compagni di terzo o quarto anno?

Che hanno più esperienza! Conoscono le gare soprattutto. Per esempio alla Firenze-Empoli, che io non avevo mai fatto chiaramente, mi dicevano: attento qui che la strada si stringe, di qua può partire la fuga… mi danno consigli.

E questo vale anche per il fuori corsa? Per la vita del corridore, i viaggi…

In ambito italiano, i miei viaggi e le mie trasferte le ho fatte. Per esempio, qualche settimana fa siamo andati a Roma per il Liberazione e lo conoscevo per averlo fatto da junior. Di trasferte in aereo, per adesso, ho fatto solo quella per i mondiali dello scorso anno.

E secondo te sono aspetti marginali nella maturazione a 360° del corridore, oppure sono importanti?

Non saprei. In teoria servono. Di certo le esperienze all’estero ti servono per capire realmente qual è il tuo livello nei confronti di altri avversari.

Passaggi precoci, un danno per i ragazzi: parola dei diesse

30.04.2022
7 min
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Corridori che passano troppo giovani, o quantomeno che non sono pronti: non è la prima volta che ne parliamo. Ma visti gli ultimi casi, vedi Trainini, Romano… vale la pena ritornarci. Diversi ragazzi come loro, per scelta o per “demeriti” in quanto non erano maturi, hanno smesso.

Senza contare poi i campioncini che sembrava dovessero spaccare il mondo e che invece stanno faticando più del previsto. Cerchiamo di fare il punto con alcuni diesse del settore U23 che hanno sottomano questi ragazzi.

Antonio Bevilacqua è uno degli storici tecnici alla corte di Beppe Colleoni (foto Colpack)
Antonio Bevilacqua è uno degli storici tecnici alla corte di Beppe Colleoni (foto Colpack)

Parola a Bevilacqua

Partiamo da Antonio Bevilacqua, della Colpack-Ballan. Bevilacqua ne ha visti di corridori nella sua lunghissima carriera, in bici prima e in ammiraglia poi.

«Sono tutti alla ricerca del Pogacar e dell’Evenepoel – dice Bevilacqua – Noi abbiamo avuto Antonio Tiberi e Andrea Piccolo, anche se lui va detto che è rimasto impigliato nel caso Gazprom, però stanno attraversando delle difficoltà. Un anno con noi e sono subito passati. Nella storia c’è stata qualche eccezione di ragazzi che sono passati precocemente, ma adesso sembra essere la norma. E infatti ormai conviene andare forte da juniores. Li alleni come bestie, vanno forte e passano pro’. Ma chi facciamo passare? Non certo un corridore formato».

«Tutti, team e procuratori, hanno paura. La frase ricorrente è: questo è forte, se non lo prendi tu, lo prende qualcun altro. E quando è così alla lunga anche la nostra continental non ha più senso di esistere. Il bello e lo scopo di una squadra come la nostra era di introdurre i ragazzi al professionismo con gradualità. Portarli a fare un Laigueglia, un Coppi e Bartali, un Larciano… Oggi vincono una corsa e via: campioni, professionisti. Quando passai io avevo nel sacco 6 vittorie, 11 secondi posti e quasi mi vergognavo. 

«Certo, il ciclismo è cambiato da allora e oggettivamente i giovani vanno più forte, ma resta le necessità di tempo per farli maturare».

Tiberi 2021
Per Bevilacqua, Tiberi sarebbe dovuto passare alla Trek-Segafredo un anno dopo: avrebbe accusato meno il salto di categoria
Tiberi 2021
Per Bevilacqua, Tiberi sarebbe dovuto passare alla Trek-Segafredo un anno dopo: avrebbe accusato meno il salto di categoria

Tiberi? Arriverà

«Torniamo a Tiberi – riprende Bevilacqua – Un anno in più gli avrebbe fatto bene. Premesso che Antonio è un ottimo corridore e verrà fuori, ma se fosse rimasto con noi per un’altra stagione avrebbe fatto un programma di gare importante con i pro’ e magari avrebbe vinto un Giro del Belvedere. E sarebbe passato anche in altro modo. Sarebbe stato subito vincente e magari avrebbe anche guadagnato di più. Perché se vinci da giovane, guadagni di più. Dal mio punto di vista non avrebbe perso un anno, ma lo avrebbe guadagnato».

«Perché poi un ragazzo che fa fatica in tutto, nei risultati, ad ambientarsi… alla fine rischia di perdere stimoli, di disamorarsi. L’ultimo dei nostri grandi che è rimasto quattro anni con noi è stato Consonni».

Luciano Rui, colonna portante della squadra veneta (foto Scanferla)
Luciano Rui, colonna portante della squadra veneta (foto Scanferla)

Il pensiero di Rui

Da un veterano dell’ammiraglia all’altro: Luciano “Ciano” Rui, della Zalf Euromobil Desirée Fior. Anche lui ha le idee chiare.

«E’ il solito discorso che sostengo da tempo – dice Rui – non puoi andare all’università senza prima aver fatto le medie e le superiori. Poi uno si laurea pure, ma uno, non cento. Per me ancora oggi si dovrebbero fare come minimo due o tre anni tra gli under. Devo dire che quasi tutti i miei ragazzi hanno osservato questo periodo. Sì, magari firmavano al secondo o al primo anno, ma poi restavano con noi ancora una stagione».

«In merito a questo discorso mi viene in mente Nicola Boem, uno dei ragazzi più talentuosi che abbia mai avuto. Ad un certo punto c’è stata fretta di farlo passare, anche se aveva fatto due anni con noi, ma poi una volta tra i pro’ non gli è piaciuto quel mondo. Lui aveva anche un carattere particolare, derivante da una situazione familiare non facile e di là non lo hanno capito. Andava accompagnato, ma c’era fretta di risultati. E così ha smesso. E non si tratta di squadre WorldTour o meno. Si tratta di passare in team che credano in te».

«Tra i pro’ sei solo. L’atleta che deve passare non deve solo essere pronto fisicamente ma anche mentalmente. Adesso ho Alberto Bruttomesso, un primo anno che ha già vinto tre corse. Se ne vince un’altra vedrai cosa succede. Lo avvicineranno e gli diranno che deve passare subito. Dobbiamo imparare a convivere con i procuratori, ma ci vorrebbe più sinergia fra tutti: team dilettantistici, procuratori e squadre dei pro’».

Per Pozzovivo una lunga gavetta alla Zalf prima di passare, ma è ancora in gruppo (e tra gli italiani migliori)
Per Pozzovivo una lunga gavetta alla Zalf prima di passare, ma è ancora in gruppo (e tra gli italiani migliori)

Pozzovivo un esempio

«Una volta prima di passare si doveva fare il militare- dice Rui – E non era cosa da poco. Passava un altro anno, finivi che ne avevi 20 e avevi una testa diversa rispetto a quando ne avevi 18-19, un’altra visione di vita. Oggi passano da ragazzini e quanto durano? Secondo voi perché Daniel Oss o Domenico Pozzovivo sono ancora lì? Pozzo con noi ha fatto cinque anni, Oss quattro. Daniel quando incontra i corridori della Zalf ancora gli dice: “Ciano è stato il mio maestro di vita”. 

«E poi è semplice: un ragazzo raggiunge la sua maturazione ormonale e quindi di equilibrio mentale tra i 24 e 26 anni. Sono dati medico-scientifici, supportati dal parere degli psicologi».

Leonardo Scarselli, da anni dirige i ragazzi della Maltinti
Leonardo Scarselli, da anni dirige i ragazzi della Maltinti

Scarselli…

Leonardo Scarselli è uno dei diesse della Maltinti Lampadari, storica U23 toscana. Anche a quelle latitudini si è verificato più di un caso di passaggi precoci, il più eclatante è stato quello di Daniel Savini. Due vittorie al primo anno, quattro al secondo e via alla Bardiani Csf Faizanè. Adesso, dopo due anni col Greenteam, milita nella Mg.K-Vis, squadra continental. 

«Io – dice Scarselli – penso che ci sia troppa esasperazione nelle categorie giovanili. Soprattutto tra gli juniores i ragazzi spesso non sono gestiti nella maniera più corretta nei confronti della loro crescita. A 17 anni gli fai fare dei carichi di lavoro che vanno al di là di quel che può supportare il loro fisico alla lunga. Poi sono giovani, si allenano e vanno forte. Ma come esplodono si spengono».

«Senza fare nomi, in passato ne ho avute di delusioni. Ragazzi anche che avevano vestito la maglia azzurra da juniores e poi si sono persi».

«Se avrei fatto passare Savini? Assolutamente no. Non era pronto dal punto di vista mentale, non si tratta solo di quello fisico. Non aveva quella maturazione che richiede il mondo dei pro’, una maturazione che è essenziale. E infatti ecco le conseguenze… Perdi il primo anno, perdi il secondo e alla fine perdi anche la fiducia: quella in te stesso e quella da parte del team».

Daniel Savini (classe 1997) passato alla Bardiani adesso milita nella continental Mg.K-Vis
Daniel Savini (classe 1997) passato alla Bardiani adesso milita nella continental Mg.K-Vis

E il caso Savini

Quando Scarselli parla di maturazione per il mondo dei pro’ si riferisce alle responsabilità, agli orari, all’alimentazione. Insomma alle cose concrete.

«Parlo di orari, di puntualità da rispettare, all’invio dei dati degli allenamenti – spiega Scarselli – Per esempio all’epoca chiesi a Zanatta (allora diesse alla Bardiani, ndr) come andasse il mio corridore e lui mi disse che ogni volta c’era una scusa per non inviare i files, in ritiro si era presentato sovrappeso… era partito col piede sbagliato. E infatti lo avrebbero fatto correre quando si sarebbe rimesso in sesto».

«Mi dispiace, perché Daniel poteva essere davvero un buon corridore. Un anno in più tra gli U23, tanto più con l’accordo con i Reverberi in tasca, gli avrebbe fatto bene per quella quotidianità che poi è quella che ti fa fare la differenza nel bene o nel male nel professionismo. In squadra con noi avrebbe avuto delle persone che magari gli sarebbero andate contro. Gli avrebbero parlato a brutto muso nel caso non avesse fatto le cose a modo. Ma se poi ero il solo a pensarla così…

«Io ho fatto il corridore, la mia esperienza conta, sono stato anche in team importanti come la Quick Step, so come funzionano le cose di là».