Quanto è dura per i giovani italiani? Discorsi con Bramati

14.10.2022
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Nell’ultimo editoriale avevamo fatto una riflessione secondo la quale molti giovani stando spesso al servizio dei capitani non hanno attitudine con i finali di corsa. Non hanno quello spunto tattico che gli consente di vincere o semplicemente di non sbagliare. Per fare un esempio, Pogacar al Fiandre commette un pasticcio in volata, al Lombardia si ritrova in una situazione simile, ma grazie anche a quell’esperienza non si fa cogliere in castagna.

Ma in generale, i giovani che militano nel WorldTour sono spesso adombrati dai campioni e poiché non ci sono squadre totalmente italiane tutto ciò riguarda di più i “nostri” ragazzi. 

Davide Bramati (classe 1968) ha corso fino al 2006 ed è subito salito in ammiraglia
Davide Bramati (classe 1968) ha corso fino al 2006 ed è subito salito in ammiraglia

Parla Bramati

Ne abbiamo parlato con Davide Bramati, direttore sportivo di stampo moderno, che è alla guida di uno dei team più titolati, la Quick Step-Alpha Vinyl. Nella sua squadra per esempio ci sono due dei talenti italiani più forti, vale a dire Davide Ballerini e ancora di più , vista la sua età, Andrea Bagioli. 

«Io – spiega Bramati – credo che le opportunità alla fine ci siano per tutti. Poi bisogna analizzare stagione per stagione. Parlando di Ballerini e Bagioli quest’anno non sono mai stati al 100%, hanno avuto parecchia sfortuna tra cadute, Covid e quest’ultima influenza che li ha debilitati non poco. Per esempio Ballerini aveva vinto ad inizio stagione, poi aveva ritrovato il successo in estate e quando iniziava a stare bene è caduto a Burgos non arrivando al meglio al mondiale. Ha iniziato a stare bene quando la stagione era finita.

«Facendo un discorso generale, nelle squadre più grosse ci sono grandi campioni e chiaramente c’è più possibilità che i giovani debbano mettersi a disposizione. Un giovane che passa deve sapere che può fare il gregario, ma deve mantenere quello spirito, quella voglia di vincere che aveva da dilettante. Poi ripeto, alla fine le possibilità vengono date a tutti».

Bramati insiste molto sul fatto che negli ultimi anni il Covid abbia condizionato moltissimo la situazione. Racconta che loro, che sono una squadra votata alle classiche, specie quelle del Nord, spesso hanno avuto difficoltà a mettere insieme sei corridori anche per il pavé. Una situazione simile non avvantaggia nessuno, men che meno i giovani.

Giro 2021: Ganna tira per Bernal… Molti reclamarono: la maglia rosa avrebbe meritato più rispetto
Giro 2021: Ganna tira per Bernal… Molti reclamarono: la maglia rosa avrebbe meritato più rispetto

Come Ganna

In apertura abbia parlato del fatto che i ragazzi italiani possano pagare più dazio rispetto ad altri. Facciamo un discorso generale, non relativo solo alla Quick Step-Alpha Vinyl. Oltre a Bagioli e Ballerini, pensiamo a Oldani, Conca (in apertura mentre tira per la Lotto Soudal), Aleotti, Tiberi, Covi… Ecco, Alessandro nonostante abbia già ottenuto buoni risultati, quando ci sono Pogacar o Almeida, deve mettersi a disposizione.

Rota e Pasqualon si sono salvati un po’ meglio perché corrono in un team in cui il loro peso specifico è maggiore.

Ma in generale tutti questi corridori (e altri) quanta fatica hanno fatto per trovare il loro turno? Di certo in un team del tutto italiano avrebbero qualche difficoltà in meno. Quantomeno sarebbero più tutelati. Ricordiamoci quando Ganna in maglia rosa e campione mondiale a crono dovette mettersi a disposizione di Bernal.

E’ anche vero che il ciclismo è cambiato e spesso anche i super campioni lavorano per i compagni, però da lì a fermare una maglia rosa italiana al Giro… ce ne vuole.

E quanti giovani che magari non hanno il “mega motore” di Ganna, o non sono cronoman che possono mostrare il loro valore individualmente, rischiano di restare nascosti? Passa una stagione, ne passano due ed ecco che un potenziale campione rischia di non fiorire del tutto.

Andrea Bagioli, al lavoro per Alaphilippe. Andrea è tra i giovani più promettenti del nostro ciclismo
Andrea Bagioli, al lavoro per iAlaphilippe. Andrea è tra i giovani più promettenti del nostro ciclismo

Se fatica Bettini…

Lo stesso Paolo Bettini, per esempio, forte di due mondiali e correndo alla Quick Step, non potè mai del tutto puntare al Giro delle Fiandre in quanto chiuso dell’enfant du pays, Tom Boonen. C’era sì, ma non con tutta la fiducia del team. Bramati all’epoca era un corridore di quella corazzata.

«Però – racconta Bramati – se è vero che c’era gente come Boonen, è anche vero che Bettini viste anche le sue caratteristiche puntava forte sulle Ardenne. E arrivare al top dalle classiche del pavé alle Ardenne è lunga. E comunque l’anno che vinse la Sanremo ci ha provato.

«E poi c’è un’altra cosa da dire. Se vuoi provare a vincere un Fiandre, prima devi fare altre corse sul pavé. E fare quelle corse significa per forza di cose rinunciare ad altre gare. Magari se punti alle Ardenne vai al Paesi Baschi: strappi, salite, ritmo, maltempo…».

A inizio stagione Covi ha avuto spazio. Al Giro fino quando c’è stato Almeida ha aiutato. Poi ha sfruttato al massimo le sue possibilità
A inizio stagione Covi ha avuto spazio. Al Giro fino quando c’è stato Almeida ha aiutato. Poi ha sfruttato al massimo le sue possibilità

Ragazzi pronti

Prima Bramati ha detto una cosa importante: mantenere lo spirito vincente che si ha da U23.

«Bisogna mantenerlo – ripete – perché come ho detto la tua occasione arriva. Noi qualche anno fa vincemmo con ben 19 corridori. Lo spirito non lo devi perdere perché può capitare che ti ritrovi davanti in un finale di corsa, perché puoi ritrovarti in una situazione favorevole».

Vero, ci si può ritrovare davanti, ma se hai poca esperienza perché hai sempre aiutato cosa ti inventi? È normale che non si abbia la freddezza necessaria, che ci sia il batticuore.

«Un campione è campione perché sa quando e come muoversi – dice Bramati – è anche una questione di carattere. Poi certo l’esperienza serve in certi casi, ma se su dieci finali di corsa ne perdi la metà, l’altra la devi azzeccare. E se non lo fai c’è qualcosa che non funziona. E ugualmente non è detto che non sia un campione. Se si ritrovano in un finale Van Aert, Alaphilippe e Van der Poel, chi vince? E chi perde non è un campione?

«E’ difficile dire se sia più facile o difficile affermarsi oggi per un ragazzo. Il ciclismo è diverso, il calendario è diverso, il gruppo è diverso. Prima oltre agli europei c’erano un colombiano e un australiano. Adesso ce ne sono dieci di colombiani. E oltre a loro tanti altri. Adesso il giovane che passa, passa perché è pronto. Può e vuole vincere subito… E anche in questo caso non è detto che se non vince subito non possa essere un campione».

I giovani, i veterani, gli scatti… un martedì da leoni

04.10.2022
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Ma quanto è bello questo ciclismo? Nessuno lascia nulla a nessuno. Si combatte fieramente. Tutti “cagnacci sull’osso”. E che cagnacci! La Tre Valli Varesine ci ha regalato un martedì pomeriggio di ciclismo a dir poco entusiasmante. Quasi, quasi, neanche al mondiale c’erano questi nomi.

Pogacar che insegue Mas. Nibali che insegue e rilancia. Valverde che non cede mezzo passo. Ulissi che un po’ lavora e un po’ sembra poter dire la sua. Pozzovivo, Bardet, Yates…

Antipasto Lombardia

E sì che sabato si corre il Giro di Lombardia, l’ultima classica monumento della stagione ma, ragazzi, se questo è l’antipasto… chissà come sarà il primo! Però, e torniamo al bello di questo ciclismo, i corridori oggi a tutto sembravano pensare tranne che al Lombardia. Oggi c’era la Tre Valli Varesine e per la Tre Valli si è corso.

E forse il miglior riassunto lo ha fatto Vincenzo Nibali alla Gazzetta: «Siamo andati fortissimo dall’inizio alla fine e il fatto che si sia arrivati in volata vuol dire che in tanti stanno bene in vista di sabato».

E’ il ciclismo 2.0. Un ciclismo dove i “vecchietti”, quelli super, sgomitano con i ragazzini. Ragazzi che non hanno “rispetto”, anche se è decisamente meglio utilizzare il termine, riverenza per nessuno.

Magari nel ciclismo di qualche anno fa il buon Bax, l’altro giorno all’Agostoni non si sarebbe mai permesso di togliere la vittoria ad un Valverde che sta chiudendo la carriera. E oggi nessuno avrebbe chiuso con tanta insistenza su Nibali, alla penultima gara della vita da pro’. Ma questo è: duelli sinceri ed aperti. E un po’, va detto, i punti in ballo per la classifica UCI a squadre hanno il loro peso.

Valverde e Mas, coppia di classe e di forza per il Lombardia
Valverde e Mas, coppia di classe e di forza per il Lombardia

Mas sontuoso

Ma se la Tre Valli ha illuminato questo martedì e al tempo stesso ha brillato di luce propria, è innegabile che il piatto forte resta il Lombardia. E in tal senso i due nomi che svettano sono gli stessi dell’Emilia: Enric Mas e Tadej Pogacar.

Stavolta il corridore della UAE Emirates si è preso una rivincita sul rivale della Movistar. Una vittoria a testa.

In questo avvicinamento, il cammino dello sloveno con un secondo e un primo posto sembra migliore rispetto a quello dello spagnolo. Tuttavia l’analisi qualitativa delle corse lascia protendere leggermente l’ago della bilancia in favore del majorchino.

E’innegabile che Mas in salita abbia mostrato di avere qualcosa di più, almeno sino ad oggi. Riesce a spingere quel dente in più che a Tadej sembra mancare sin dal Tour. I suoi scatti non creano il vuoto come ci aveva abituato. E’ stato così per certi aspetti oggi (poco), ma soprattutto sul San Luca tre giorni fa.

Mas dal canto suo sembra in uno stato di grazia. Pedala sciolto. La sua azione è morbida. Insomma, si vede che ne ha.

Lo sprint: l’arma in più di Pogacar
Lo sprint: l’arma in più di Pogacar

Il morso di Pogacar 

Però Pogacar è Pogacar. E ci sta anche che dopo una stagione, anzi un’estate difficile, possa essere sulla via del recupero totale o semi-totale. E sappiamo che un Pogacar anche al 95% è devastante. E poi è veloce. Magari non farà il vuoto in salita, ma se poi non lo si stacca sono dolori. Valverde lo ha imparato a Liegi un anno fa. E lo ha ripassato oggi a Varese.

Di fatto il suo avvicinamento al Lombardia è migliore di quello dello scorso quando si fermò all’Emilia e fu terzo alla Tre Valli Varesine. Mas di Lombardia ne ha fatti due, uno in più di Pogacar, il suo miglior risultato è stato un 13° posto nel 2019. Dalla sua ha la resistenza della Vuelta che potrebbe agevolarlo in una corsa che misura oltre 250 chilometri e che presenta salite (e un dislivello) ben più duri di oggi.

E non va dimenticata l’incognita Vingegaard. Oggi il danese era assente, ma anche lui si presenta con un coltello ben affilato dopo il ritorno spumeggiante in Croazia. Magari tra i due litiganti il terzo gode.

Passerella Remco 

E sempre in questo assolato martedì pomeriggio, mentre in Italia ci si scornava di brutto, un migliaio di chilometri più a Nord, il Belgio s’inchinava e abbracciava Remco Evenepoel. Il loro beniamino vestiva per la prima volta la maglia iridata in corsa.

In più i belgi sapevano che sarebbe stata l’unica volta. Per rivederla dovranno attendere l’anno nuovo. Con la testa Remco ha già staccato. Ed è già sull’altare… si sposerà a giorni. E’ arrivato ultimo, per la precisione terzultimo. Erano in tre hanno chiuso la corsa ad oltre 6′. Anzi che l’ha conclusa.

All’arrivo è stato laconico: «Vi posso dire con il sorriso che la mia stagione è finita». Probabilmente era finita prima di partire, ma il bello è anche questo: concedersi ai tifosi. Concedersi ad una nazione che oggi era riversata a bordo strada tutta per lui. Neanche si fosse trattato di una Liegi.

Guzzo vince, aiuta, si piazza ma per ora niente professionismo

20.09.2022
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Tira, aiuta, vince. Federico Guzzo (in apertura foto Cycling Shoots), classe 2001, è uno dei corridori più completi della  Zalf Euromobil Desiree Fior. Il trevigiano quest’anno si è già portato a casa cinque corse, tre secondi posti, un terzo e ha colto altri due piazzamenti nei primi dieci.

Guzzo ha vinto San Vendemiano e la Piccola Sanremo, il che denota una certa capacità ad adattarsi a tracciati differenti. Lui si definisce un corridore che ama attaccare, che non ha paura di prendere il vento in faccia. Ideale per i percorsi misti e per le salite brevi.

Guzzo (il secondo da destra) dopo la vittoria di Bruttomesso al Giro U23. Federico si fermerà alla terza tappa, caduto su uno spartitraffico
Guzzo (il secondo da destra) dopo la vittoria di Bruttomesso al Giro U23. Federico si fermerà alla terza tappa, caduto su uno spartitraffico

Regista vincente

Questa estate, al termine della prima tappa del Giro U23, vinta dal compagno Alberto Bruttomesso, era stato il portavoce del team. Parlò lui a nome di tutti e furono proprio i ragazzi a dirci di confrontarci con Federico.

«Mi fa piacere – dice Guzzo – con i compagni ho un ottimo rapporto, vado d’accordo con loro e loro con me. Siamo un gruppo di amici e quando c’è da faticare insieme siamo uniti e questo fa la differenza.

«Sicuramente non sono un corridore egoista, mi piace aiutare soprattutto se il lavoro è finalizzato alla vittoria. Ma mi piace anche se ci muoviamo bene, se facciamo il nostro. Mi prendo le mie responsabilità, quando ho dovuto fare la corsa l’ho fatto e anche bene».

Guzzo sul podio della Firenze-Empoli. Il ragazzo di Conegliano ha iniziato alla grande la sua stagione
Guzzo sul podio della Firenze-Empoli. Il ragazzo di Conegliano ha iniziato alla grande la sua stagione

Niente pro’…

Un corridore con caratteristiche simili ricorda vagamente Lorenzo Germani. L’atleta della Groupama-Fdj  è davvero un regista in corsa. È lui che orchestra le operazioni della squadra.

Eppure nonostante le vittorie importanti, il prossimo anno sarà ancora un under 23, Guzzo sembra non passare con i grandi.

«Al momento – spiega Federico – non ho avuto offerte. Perché? Non lo so… Forse perché ho mancato un po’ di continuità.

«Vedremo cosa fare. Un conto è se passo professionista e un conto se resto under 23… devo valutare un po’ tutto. In più adesso devo sistemare alcune cose personali, che vorrei tenere per me. Ma comunque l’idea è di andare avanti».

Guzzo conquista la quinta vittoria a Sovizzo (foto Cycling Shoots)
Guzzo conquista la quinta vittoria a Sovizzo (foto Cycling Shoots)

Alti e bassi

«In generale – dice Guzzo – la stagione è stata buona. Sono partito forte. Ho vinto a San Vendemiano (e prima alla Firenze-Empoli, ndr) ed è il successo che ho sentito più mio. Si correva sulle strade di casa e la società organizzatrice, il Velo Club San Vendemiano, è quella in cui sono cresciuto. E’ stato un po’ come ripagarli».

«Poi però nel corso dell’anno ho avuto un calo. Un calo sensibile. Un po’ per la caduta al Giro under e un po’ per qualche errore mio. Non mi sono allenato sempre benissimo in concomitanza con il caldo e di fatto sono sparito dagli ordini di arrivo per due mesi, i mesi più caldi appunto. Io soffro le alte temperature.

«Però adesso sto di nuovo bene».

Per questo finale di stagione, Guzzo si sta preparando per le ultime gare: Collecchio (che si corre giusto oggi), Coppa Varignana, Ruota d’Oro.

«Sono tutte corse under 23, con i pro’ abbiamo finito per quest’anno».

Valerio Piva: «Pronti ad accogliere Delle Vedove»

17.09.2022
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Alessio Delle Vedove (in apertura foto Philippe Seys) passerà nelle fila della Intermarché Wanty Gobert. O meglio sarà nell’orbita di questo team, in quanto approderà nella squadra giovanile della WorldTour belga che nascerà giusto a partire dal 2023.

Ne avevamo parlato qualche tempo fa con il ragazzo stesso. Si tratta di un ennesimo super giovane che approda al professionismo e di un altro italiano che lascia la propria nazione per un’esperienza all’estero. 

Su carta sembra ideale il Belgio per Delle Vedove: è un corridore potente, veloce, di una certa “stazza”. Il corridore della Borgo Molino Rinascita Ormelle va forte anche a crono, ha già saggiato il pavé nella Roubaix juniores con la maglia azzurra. E soprattutto ha talento. Può fare bene.

Lassù troverà un tecnico italiano, Valerio Piva, direttore sportivo che di esperienza ne ha in abbondanza, ma forse anche per lui ritrovarsi con uno juniores è una novità.

Valerio Piva (classe 1958) è alla Intermarché Wanty Gobert dal 2021
Valerio Piva (classe 1958) è alla Intermarché Wanty Gobert dal 2021
Valerio, Delle Vedove sarà con voi, lavorare con un “ragazzino” è una novità anche per te?

In effetti è qualcosa di insolito anche per me. Ma ricordo che Delle Vedove andrà nella nostra squadra giovanile e ogni tanto potrà fare delle gare con la WorldTour. L’obiettivo è di farlo crescere nel modo migliore. Dobbiamo coltivare il suo talento. E’ importante che stia comunque con noi, che stia in Belgio. Alessio deve imparare i nostri metodi di allenamento, i nostri modi di fare.

Come lo avete individuato?

Abbiamo chi è addetto allo scouting, chi segue i giovani e non decide solo in base ai risultati. Io almeno non mi baso su quelli. Il risultato è il finale di un percorso. Io cerco di capire chi è davvero il ragazzo, come corre, che famiglia ha alle spalle, che gare ha fatto… è un insieme di cose. E poi chiaramente ho anche chiesto informazioni a dei tecnici che conosco, che sono esperti del mondo giovanile, che personalmente non ho troppo tempo di seguire essendo sempre in giro con la prima squadra.

Delle Vedove (classe 2004) impegnato a cronometro (foto Instagram)
Delle Vedove (classe 2004) impegnato a cronometro (foto Instagram)
Delle Vedove starà in Belgio con voi?

Sì, ma facciamo una precisazione. Noi della WorldTour abbiamo la sede a Courtrai, più verso il confine con la Francia, non lontano da Lille, mentre la sede della continental è nel magazzino della logistica che si trova più nel centro del Belgio, più o meno a metà strada tra Leuven ed Anversa. Anche perché con le gare di cross lì è molto più comodo. Detto ciò: sì, gli daremo l’opportunità di stare in Belgio, abbiamo un appartamento per i ragazzi. Poi è anche vero che stare in Belgio in certi periodi dell’anno non sia propriamente un regalo!

Ah, sicuro: il clima non è dei migliori…

Però potrà prendere feeling con il clima, con il pavé, con la nostra mentalità… 

Alessio sembra essere un corridore potente, un passista veloce. Ed anche in virtù di queste doti è stato portato in pista, tra l’altro con ottimi risultati. Gli lascerete aperta la porta del parquet?

Chiaramente i programmi li decideremo insieme. Noi siamo più propensi alla strada, ma se dovesse rientrare nei programmi della Federazione e della nazionale, okay. La pista è una scuola. Anche io vengo da lì. Può essere utile per il suo futuro, contribuisce allo sviluppo atletico e tecnico dell’atleta. E’ un bel bagaglio che si porta dietro. Quindi non sono contrario. Però, ripeto, prima facciamo i programmi.

Van Melsen (classe 1985) smetterà di correre fra pochi giorni e salirà in ammiraglia alla guida dei giovani della Intermarché
Van Melsen (classe 1985) smetterà di correre fra pochi giorni e salirà in ammiraglia alla guida dei giovani della Intermarché
Seguirai tu stesso Delle Vedove?

Lo seguirà Kevin Van Melsen, che tra l’altro in questi giorni sta ancora correndo in Italia e terminerà la carriera a fine stagione. Abbiamo scelto appositamente un tecnico giovane, fresco di gare. Uno che conosce e ha praticato fino all’ultimo il ciclismo moderno. Io potrò essere certamente un contatto e un aiuto per lui, specie per la lingua.

Hai già conosciuto il ragazzo?

Non ancora. Adesso io sono in Italia per queste gare di fine anno. Poi tornerò in Belgio e poi ancora riscenderò in Italia per le ultime gare. Magari lo vedrò a ridosso del Lombardia. In ogni caso a fine ottobre ci conosceremo di sicuro, in quanto con la squadra stiamo organizzando un incontro, che sia una cena di gala o un team building, vedremo.

Invece Valerio, qual è il tuo pensiero sui giovanissimi che passano? Al netto che Delle Vedove ufficialmente sarà in una continental…

Io dico che per me si dovrebbe arrivare al WorldTour per gradi. E’ come a scuola: prima le medie, poi le superiori, poi l’università… Le eccezioni ci sono state. Che poi la vera eccezione è stata una: Evenepoel e nonostante tutto anche lui ha avuto le sue belle difficoltà e ha pagato lo scotto di questa crescita veloce. Io preferisco una crescita graduale: juniores, under 23, pro’. Tutti oggi vanno a caccia del talento. C’è chi lo fa per lavoro e li fanno firmare il più presto possibile. Vogliono arrivarci prima degli altri e quando è così diventa un business e non va bene. Prima di fare certi salti i ragazzi devono imparare tante cose. Devono diventare uomini e poi atleti. 

BikeExchange e Colleoni, un progetto che doveva andare avanti

17.09.2022
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E’ notizia di qualche giorno fa il prolungamento del contratto di Kevin Colleoni con la BikeExchange-Jayco. Ed è una buona notizia per un giovane italiano che milita in una squadra WorldTour. Questo consente al ragazzo lombardo di poter passare un inverno sereno e soprattutto di dare continuità a questo processo di crescita.

Lo spettro, diciamolo pure, era che senza risultati altisonanti e con il frettoloso ricambio generazionale che si è innescato, l’avventura di Colleoni nel WorldTour potesse interrompersi. Fortunatamente così non è stato. Copeland e i suoi tecnici, tra cui un certo Marco Pinotti, hanno creduto su questo atleta.

Colleoni (classe 1999) è rientrato in corsa nelle prove canadesi. Ora sotto con quelle italiane
Colleoni (classe 1999) è rientrato in corsa nelle prove canadesi. Ora sotto con quelle italiane
Kevin, hai rinnovato per un’altra stagione. Come è andata?

In realtà l’accordo c’era già da un po’ di tempo e per questo ero tranquillo. Era un accordo preso già ad inizio anno, poi quando me lo hanno proposto concretamente ho accettato subito.

Perché?

Perché mi sono sempre trovato molto bene in questo team e non avevo nessun motivo per rifiutare o cercare altro. Io sono contento e fiducioso. Sento che ogni anno faccio dei progressi. So che ci sono anche ragazzi più giovani e forti di me, ma non devo guardare a quei fenomeni che si contano sulle dita di una mano. Voglio crescere con costanza. E l’importante è non avere delle fasi di calo.

Avevi avuto altre offerte?

No, o almeno non so. Io ho cercato sempre e solo di parlare con la BikeExchange, pertanto non so se ci sono state, o ci sarebbero potute essere, altre offerte. Questo era l’obiettivo e l’ho raggiunto.

La dirigenza ha creduto in te, dunque…

Quando ero ancora un under 23 l’obiettivo con loro era quello di crescere e fare esperienza. E lo scorso anno prendendo parte a più gare di seconda fascia un po’ ne ho fatta. Quest’anno sento che vado meglio, ho fatto qualche step e già lavoro in ottica 2023, per continuare a crescere ed arrivare a fare più gare di prima fascia.

Per crescita Colleoni intende anche il feeling con la squadra e la sua maturità nell’essere corridore a 360°
Per crescita Colleoni intende anche il feeling con la squadra e la sua maturità nell’essere corridore a 360°
Quanto ha contato la presenza del tuo coach, Marco Pinotti?

Per me ha inciso tanto. L’anno scorso era un ambiente nuovo per tutti. Sono arrivato in una squadra australiana e mi ha aiutato a non essere una figurina. Marco mi ha aiutato sia dal punto di vista della preparazione che da quello gestionale all’interno della squadra.

Hai parlato di corse di primo livello. Sei reduce dalla trasferta americana con le due gare WorldTour in Canada. Sei soddisfatto?

Senza più la Vuelta, venivo da un periodo di stacco di tre settimane: niente corse. E quella era l’occasione giusta per iniziare a gareggiare pensando alle gare italiane, che sono il vero obiettivo, e per aiutare Matthews. Sono in crescita ma non sono ancora al meglio.

E quali saranno queste gare italiane in cui vuoi fare bene?

Farò la Coppa Agostoni il 29 settembre, quindi l’Emilia, la Tre Valli e il Lombardia.

Prima hai detto che non hai fatto la Vuelta, che invece era da programma: come mai? E ancora: fare un grande Giro è l’obiettivo del prossimo anno?

Sì, è uno dei goal del prossimo anno. Io mi sono posto come obiettivo la partecipazione al Giro d’Italia. Poi ne discuteremo bene a fine anno con la squadra. Riguardo alla Vuelta, non sono più andato per una decisione della squadra e anche per potermi concentrare meglio sul finale di stagione, su quelle gare che vi ho detto.

Colleoni è seguito da Marco Pinotti, con lui cura anche il discorso della crono
Colleoni è seguito da Marco Pinotti, con lui cura anche il discorso della crono
Con il discorso dei punti come sei messo? Fai parte dei primi dieci del team, quelli che contribuiscono al punteggio?

Fortunatamente sì e forse anche per questa motivazione non sono andato alla Vuelta e ho preso parte ad altre gare. L’obiettivo è fare più punti possibili da qui a fine anno, aiutando Simon Yates, che rientra dopo il Covid della Vuelta, e cercando il risultato personale.

Hai le idee chiare… Tra quelle che hai nominato, quale classica ti piace di più?

Il Lombardia. So che è WorldTour ed è più difficile, ma parte da Bergamo dove sono nato e dove mi alleno a volte. L’ho fatto anche l’anno scorso, mi era piaciuto e stavolta parto con un po’ di esperienza in più. E poi la gara di Montreal, dove sono andato bene, per certi aspetti gli somiglia. Insomma la base per fare bene c’è.

Te lo auguriamo…

E anche la Agostoni mi piace molto. Quella è un po’ la corsa di casa. Lissone è a dieci chilometri da casa mia e quelle delle Brianza sono le strade dove mi alleno tutti i giorni.

Colleoni, la crescita c’è, ma il grande Giro deve attendere

11.08.2022
4 min
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Tra le belle notizie dello Sazka Tour, non c’è stata solo la vittoria di Lorenzo Rota, ma anche l’ottima prestazione di Kevin Colleoni. Il lombardo della BikeExchange-Jayco è arrivato terzo, ma quel che più conta è stato il segnale che ha dato e le sensazioni che avuto.

Kevin ci racconta di essere in crescita, che la gamba inizia a girare e che la differenza rispetto allo scorso anno, quando era un debuttante tra i pro’, si sente.

Da oggi sarà impegnato in Norvegia, all’Arctic Race. Gambe e morale sono alti. «L’obiettivo – ammette Colleoni – è fare punti per la squadra con Groenewegen per le volate e Schultz per la generale. Magari per me è un po’ complicato fare risultato, ma vedremo giorno per giorno».

In Repubblica Ceca per Colleoni (classe 1999) un ottimo terzo posto finale
In Repubblica Ceca per Colleoni (classe 1999) un ottimo terzo posto finale

Crescita concreta

Kevin è stato un ottimo dilettante. Magari senza l’avvento del Covid avrebbe vinto di più e sarebbe passato con un palmares ancora più importante, chissà…

«Le cosa vanno bene, dai… Sto preparando questa seconda parte di stagione. Dopo lo stacco e la preparazione a Livigno sento che va bene. Meglio dello scorso anno. Mi sento più maturo e la differenza l’ho vista proprio in Repubblica Ceca».

«Riesco a stare meglio davanti, avere un obiettivo e arrivarci pronto… non è sempre scontato. Tutto sommato sto andando come mi aspettavo, non ho avuto problemi. E forse ho fatto anche qualcosina in più di quel che mi potevo attendere.

«L’anno scorso, al primo anno, è stata dura, adesso invece quando si va forte davvero sto davanti “facile”. Ci sono anche più motivazioni. E’ una crescita a 360 gradi».

A Livigno molte ore di allenamento, anche con la sua compagna Arianna Fidanza
A Livigno molte ore di allenamento, anche con la sua compagna Arianna Fidanza

Niente Vuelta

Colleoni aveva anche preso parte al Delfinato e di solito chi disputa quella corsa, a meno che non esca dal Giro, è dirottato verso il Tour. Vedendolo tra i partenti abbiamo sperato in una sua presenza alla Grande Boucle.

«Al Delfinato – dice Colleoni – sono andato per supportare la squadra e Gronenewegen in particolare. E a dire il vero il Delfinato lo avevo fatto anche l’anno scorso, ma solo per fare esperienza. 

«Il Tour non è mai stato nei programmi, quel che era in programma invece era la Vuelta, ma poi il team ha cambiato i piani e per il mio primo grande Giro dovrò aspettare il prossimo anno. E mi dispiace, perché ero pronto e l’ho dimostrato».

Neanche Kevin conosce le motivazioni reali di questo cambio di programma in corso d’opera. Probabilmente di mezzo c’è la questione dei punti o magari la scelta di andare in tutto e per tutto con un team a supporto di Simon Yates. Senza Vingegaard e Pogacar e un Roglic dato non in super condizione potrebbe essere un’occasione ghiottissima.

Colleoni sin qui ha quasi sempre lavorato per la squadra
Colleoni sin qui ha quasi sempre lavorato per la squadra

Con Pinotti…

Una cosa è certa: Pinotti è dalla sua parte. Marco segue direttamente Colleoni. Questa collaborazione va avanti da un anno e si sta rafforzando. 

«Con Pinotti mi trovo benissimo – dice Colleoni – parliamo tanto, siamo vicini di casa e abbiamo la possibilità di confrontarci faccia a faccia, a volte persino in bici. Quest’anno a Livigno, Marco è stato davvero presente».

«Lo scorso anno era la prima stagione che lavoravo con lui: non ci conoscevamo bene. Ho dovuto apprendere i suoi metodi… Adesso invece ci si fida di più, si parla di più e possiamo correggere meglio il tiro. Per esempio se un giorno non va scarichiamo, un altro giorno invece facciamo di più. Sono cose che migliorano col tempo».

Kevin Colleoni, Giovanni Aleotti, Aprica, Giro d'Italia U23 2020
Kevin Colleoni con a ruota Giovanni Aleotti nella tappa dell’Aprica Giro d’Italia U23 2020
Kevin Colleoni, Giovanni Aleotti, Aprica, Giro d'Italia U23 2020
Kevin Colleoni con a ruota Giovanni Aleotti nella tappa dell’Aprica Giro d’Italia U23 2020

Scalatore dentro

All’inizio avevamo parlato di un Colleoni dilettante molto forte. Un talento che sapeva destraggiarsi molto benone su tutti i terreni. Fortissimo in salita se la cavava anche in volata. E se c’era da andare in fuga non si tirava indietro. 

Adesso dopo un anno di professionismo che corridore è?

«Personalmente – conclude Colleoni – mi sento più scalatore che altro. Più da corse a tappe, magari brevi o corse di un giorno dure. Sin qui non ho mai disputato gare a tappe più lunghe di 10 giorni (il Giro U23, ndr) o di otto giorni tra i pro’, quindi non saprei dire se sono per i grandi Giri.

«E anche per questo sono molto motivato e curioso di vedere come posso andare in un grande Giro. E a fare sempre di più in generale».

Canosa di Puglia, assalto dal Nord. Capiamo perché…

10.08.2022
5 min
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In questo periodo più di qualche volta abbiamo accennato come anche le continental e le squadre più grandi U23 vadano spesso a caccia di vittorie nelle gare regionali. E in parte è quel che è successo al Trofeo San Sabino a Canosa di Puglia, in provincia di Barletta-Andria-Trani.

Sia chiaro non siamo qui a puntare il dito contro nessuno, anzi… fa piacere che ci siano competizioni per tutta la Nazione. Il regolamento non impedisce a questi team di partecipare. Semmai c’è da rivedere il sistema dei calendari, come ci diceva Cazzaniga.

Semplicemente “fotografiamo” un aspetto del nostro settore giovanile più avanzato, appunto quello dei dilettanti-U23. Fotografiamo ciò che succede nella realtà a dispetto delle teorie che vengono decantate sull’attività all’estero, le corse a tappe… 

Al via della 71ª edizione della Coppa San Sabino 127 corridori, in rappresentanza di 21 team
Al via della 71ª edizione della Coppa San Sabino 127 corridori, in rappresentanza di 21 team

Patrimonio U23

Ma andiamo a Canosa di Puglia. Come mai team quali Delio Gallina Ecotek, Mg.K Vis Colors For Peace o Campana Imballaggi Geo&Tex Trentino siano arrivate sin laggiù?

«La Coppa San Sabino va avanti da 71 edizioni – dice con orgoglio Cosimo Patruno, figlio dell’organizzatore Sabino – La mia famiglia organizza da tantissimi anni questa prova. E’ ormai un patrimonio del ciclismo italiano under 23. E’ un po’ il nostro bambino! Abbiamo una ditta di olio e quel che viene messo da parte, pensione compresa di mio padre, va per questa gara. Mio papà ha suonato la campana dell’ultimo giro alla prima edizione. Aveva sei anni. Tanto per dare un’idea di cosa sia questa gara per noi e per Canosa».

«Perché i team del Nord vengono da noi: perché è una tradizione che cerchiamo di portare avanti – continua Patruno – Siamo consapevoli della lunga trasferta e infatti noi offriamo vitto, alloggio ed anche un “piccolo” rimborso spese per il viaggio. Abbiamo pochi corridori qui al Sud e le squadre del Nord ci gratificano con la loro presenza. Le coccoliamo, ma neanche mettiamo le squadre del Sud in seconda fascia».

«Dalle Marche in giù abbiamo sempre avuto dei team. Anche per questo posso assicurare che la nostra gara anche se è regionale costa come una internazionale. E io sono un giudice, giro molto, conosco i costi».

Obiettivo vittoria

Patruno ammette che quando gli squadroni chiamano per partecipare vogliono vincere. Ma non si tratta, almeno in alcuni casi, di “sete di vittorie”.

«Ormai – dice Cesare Turchetti diesse e manager della Delio Gallina, team bresciano – sono 15 anni che vado alla Coppa San Sabino. Si è stabilito un rapporto di amicizia con Patruno e tornerò in Puglia anche a settembre con il trittico della Coppa di Ceglie Messapica e Polignano.

«Noi siamo andati al Sud è vero, ma non perché avessimo questa sete di vittorie. Quest’anno ne abbiamo ottenute. Loro danno vitto e alloggio e un piccolo rimborso, ma credetemi per affrontare un viaggio del genere, con nove persone (sei corridori e tre accompagnatori) i soldi ce li devi mettere. Questo per dire che non siamo arrivati sin lì perché ci pagano o per fare man bassa di premi e portare a casa 3.000 euro.

«I ragazzi che si trovano alla Coppa San Sabino per l’80 per cento sono gli stessi che più o meno si scontrano tutte le domeniche tra l’altro, pertanto vincere non è neanche così scontato. Tsarenko non ha vinto con chissà quale distacco».

«Ormai – riprende Paturno – i team conoscono questo circuito di 14 chilometri, con una salita all’inizio e poi un falsopiano a scendere e uno a risalire. Di solito portano passistoni, ma anche corridori che tengono in salita. Nel passato recente hanno vinto atleti come Moschetti, Riabushenko… E Vlasov fece ottavo».

Patruno parla di squadre dalle Marche in giù ma quest’anno venivano da più lontano ancora. Una ventina di team al via e le richieste sarebbero state di più, tanto più che in quella domenica non c’erano altre prove.

«Ma neanche volevamo girare le spalle alle squadre del Sud che ci sono state vicine negli anni – continua l’organizzatore – Per esempio c’è stato chi è venuto a correre da solo. Sapeva del palcoscenico e voleva esserci.

«Noi abbiamo gli chiesto: “Con chi vieni?”. Il ragazzo ha risposto: “Con mio padre”. Ebbene noi abbiamo dato l’ospitalità anche al papà che lo ha accompagnato. In tutto abbiamo ospitato oltre 220 persone nei vari alberghi e non è stato facile. Per questo prima dicevo che la Coppa San Sabino costa molto! Senza contare i costi per i premi. La medaglia del vincitore aveva un valore di 800 euro, per dire…».

Corsa veloce, ma con uno strappo. Si è vinto con oltre 44 di media oraria
Corsa veloce, ma con uno strappo. Si è vinto con oltre 44 di media oraria

Occasione per il Sud

Ma tornando al discorso delle gare regionali, la questione di una corsa piccola che attira squadre grandi si può leggere anche al contrario. Tanto più che questa era al Sud.

Può essere un’occasione per i corridori del meridione di confrontarsi con i colleghi del Nord, di correre a livelli più elevati. 

«Vero – dice Patruno – è un’occasione importante anche per loro. Penso che vincere “nel giardino di casa” non porti soddisfazione, ma piazzarsi nei primi dieci alle spalle dei migliori atleti e in un palcoscenico importante ti consente di ambire ad altro. E’ come al Giro d’Italia con le professional che si ritrovano con le WorldTour. Una corsa come la Coppa San Sabino deve essere uno stimolo per i ragazzi del Sud, quasi un “training camp”.

«E se non fosse stata una gara regionale la partecipazione singola non sarebbe stata possibile».

Impegno e passione sono le parole d’ordine. Eventi così, ha ragione Patruno, sono un patrimonio del ciclismo dilettantistico italiano e vanno tutelati, specie a quelle latitudini.

La partecipazione del pubblico è buona. C’è curiosità ed è un’esperienza anche per i ragazzi del Nord.

«Dare una possibilità ai ragazzi del Sud: per noi è uno stimolo anche questo. Magari un ragazzo si mette in mostra, va in fuga, ottiene un buon piazzamento e può trovare una squadra del Nord… E l’anno dopo può tornare alla Coppa San Sabino e vincerla».

Leo Hayter è pronto per il passaggio, parola di Axel Merckx

04.08.2022
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Chissà perché quando è uscita la notizia di Leo Hayter  alla Ineos-Grenadiers non siamo rimasti così sorpresi! Lui inglese, vincente, con il fratello Ethan già nella corazzata di Sir Brailsford… tutto è sembrato quasi naturale.

Faccia da “angioletto”, modi gentili, ma in corsa una grinta non comune e una tenacia incredibile, oltre che tanta forza.. Abbiamo imparato a conoscerlo nei giorni del Giro d’Italia U23. Giro che ha vinto con pieno merito.

«Sono davvero orgoglioso ed entusiasta di unirmi alla Ineos Grenadiers dal prossimo anno – ha detto Leo – correrò al più alto livello di questo sport e lo farò in una squadra britannica. Una squadra alla quale mi sono ispirato da quando ho iniziato a gareggiare. Avendo partecipato ad alcuni training camp con loro, mi sento già davvero a casa qui e ora non vedo l’ora di iniziare».

Il pianto liberatorio di Leo dopo il trionfo di Pinzolo. Ancora non immaginava che avrebbe tenuto la maglia rosa fino alla fine
Il pianto liberatorio di Leo dopo il trionfo di Pinzolo. Ancora non immaginava di vincere il Giro U23

Cinque giorni cruciali

Dal pianto liberatorio e se vogliamo incredulo di Pinzolo alla maglia rosa vestita in cima al Colle della Fauniera. In quei cinque giorni Leo è cresciuto come non mai. In quei cinque giorni abbiamo assistito ad un crescendo di consapevolezza incredibile. E si è vista lungo le rampe della lunga scalata piemontese, come ha gestito lo sforzo, già il giorno a Pinerolo quando prima dell’erta finale si è sfilato e per tagliare il traguardo lontano dai rischi e per godersi quell’ultimo chilometro in maglia rosa del Giro U23.

E sicurezza, gestione della persona ancora prima che dell’atleta è quel che serve quando si passa “di là”, tra i grandi e tanto più in uno squadrone come la Ineos-Grenadiers.

Axel Merckx ha saputo toccare i tasti giusti con lui e in questa estate ne ha fatto un uomo. Se lo ero preso quest’inverno alla Hagen Bermans Axeon, quando Leo era rimasto a piedi nonostante avesse vinto la Liegi U23.

«Abbiamo visto un corridore molto forte – spiega Axel – sia di gambe, che di testa. Poi con quel vantaggio, quasi 5′, era anche “facile” gestirsi. Come vi dissi già a Pinerolo, doveva non fare fuori giri fino ai -5 dalla vetta e poi fare una crono. E così ha fatto.

«No, no… è forte. E’ rimasto tranquillo per tutto il Giro, forse anche troppo in certe occasioni! Ma si è fidato della squadra e ha svolto un ottimo lavoro nel complesso».

Una foto che ritrae Leo Hayter (in maglia nera) in allenamento con la Ineos-Grenadiers (immagine Instagram)
Una foto che ritrae Leo Hayter (in maglia nera) in allenamento con la Ineos-Grenadiers (immagine Instagram)

Ineos come casa

Merckx sapeva che Leo Hayter sarebbe passato nel WorldTour, ma neanche lui aveva la certezza con quale team lo avrebbe fatto.

«Ma immaginavo – dice Axel – che sarebbe passato con loro. Lì c’è già suo fratello, lui è inglese, la squadra è inglese e trova un ambiente che gli è familiare.

«Per me Leo è pronto al passaggio. Un ragazzo così che vince il Giro U23 non puoi tenerlo ancora un anno. Sarà all’altezza, poi è chiaro che dovrà migliorare alcuni aspetti, quello più importante riguarda la discesa. Nelle curve veloci e nelle discese tecniche qualche problemino ce l’ha e si è visto anche al Giro».

Corse a tappe

Intanto Leo dopo alcuni giorni passati in Italia con la sua ragazza, l’italiana Francesca Barale, dopo il Giro U23, è tornato a darci sotto in quel di Andorra e lo ha fatto proprio con i ragazzi della sua futura squadra. Hayter sarà uno stagista da qui a fine stagione e un corridore Ineos a tutti gli effetti dal primo gennaio 2023. Il contratto lo lega a questa squadra fino al 2025, si tratta quindi di un triennale.

Ma cosa potremmo attenderci da lui? Che corridore troveremo tra i grandi? Spesso chi va forte tra gli U23 su un terreno non è detto che faccia la stessa cosa anche tra i pro’. Simone Consonni, per esempio, vinse un italiano U23 alquanto impegnativo, e tra i pro’ è un velocista.

Leo ha anche vinto il titolo nazionale. In salita va forte. E in volata non è fermo. Che corridore sarà, dunque?

«Per me – riprende Merckx – Hayter è uno forte e che ha motore. Va forte a crono e in salita, anche se non è uno scalatore puro chiaramente. Va forte in salita, perché, come ho detto ha motore. E lo si è visto nel giorno della sua seconda vittoria, quando verso Santa Caterina Valfurva ha staccato tutti nell’ultima ora. Dopo 5.000 metri di dislivello lui non è calato.

«Se vincerà una Liegi anche tra i pro’? Non è impossibile, ma io lo vedo più per le corse a tappe. Magari le corse di un giorno devono essere dure come un Lombardia. Potrà poi sfruttare le fughe.

«Sono convinto, soprattutto all’inizio, che sorprenderà più di qualcuno. Se Leo entrerà in qualche fuga lui arriva fino in fondo, perché tiene bene, è resistente. Torniamo al discorso di prima dell’ultima ora di corsa».

L’impresa di Santa Caterina. Staccato sul Mortirolo, Leo ha poi demolito gli avversari senza perdere un solo watt nel finale (foto Extra Giro)
Leo Hayter correrà nella Ineos-Grenadiers. Per Axel Merckx un passaggio naturale. L'inglese è pronto e saprà ben comportarsi sin da subito
L’impresa di Santa Caterina. Staccato sul Mortirolo, Leo ha poi demolito gli avversari (foto Extra Giro)

La parola

E chi lo deve accogliere cosa dice?

Dario David Cioni già ci aveva accennato alla loro linea verde. Ogni anno inseriscono almeno un “super” giovane. E’ stato così con molti ragazzi. Pensiamo a Carlos Rodriguez o proprio il fratello di Leo, Ethan.

«Leo lo seguivamo già da qualche anno – ci dice Cioni – anche perché avevamo in squadra suo fratello. Per noi non era uno sconosciuto. Vedevamo quel che combinava e sapevamo alcune cose da Ethan. In più aveva già fatto degli stage con la nostra squadra. Adesso lo avremo definitivamente dal prossimo anno, ma da ottobre sarà con noi».

«L’ultimo stage con noi lo ha fatto ad Andorra qualche giorno fa. Era lì con 14 corridori e devo dire di aver notato un ragazzo già molto professionale. Rispetto al fratello mi sembra più scalatore. E’ meno veloce, ma va meglio sulle salite lunghe. Quindi sì, sono d’accordo con Axel quando dice che è adatto per le corse a tappe».

Garofoli e quell’allenamento shock per ripartire

27.07.2022
6 min
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Finalmente sta per arrivare il momento di Gianmarco Garofoli. Il giovane ragazzo dell’Astana Qazaqstan Development Team dopo lo stop impostogli da un problema al cuore sta per ripartire. Anzi, in realtà il marchigiano è già ripartito.

Manca la ciliegina sulla torta che, incrociando le dita, dovrebbe arrivare giovedì prossimo. Domani in pratica, quando farà la Tac definitiva che scioglierà ogni dubbio. Poi potremmo riabbracciare questo talento cristallino.

Il giorno della ripresa shock. Da sotto la maglia intima spunta l’holter
Il giorno della ripresa shock. Da sotto la maglia intima spunta l’holter

Allenamento shock

Ma andiamo con ordine. L’ultima volta che lo avevamo sentito, Garofoli ci aveva parlato del “suo Giro d’Italia U23” sfumato. Stava bene, poteva tranquillamente essere uno dei protagonisti, specie dopo la dimostrazione di forza e di classe verso Cervinia al Valle d’Aosta dell’anno scorso. Era partito alla grande con il Tour of Oman e altre corse con atleti di spicco. Poi il malore che lo ha costretto al fermo.

«Ho ripreso il 7 luglio – racconta Garofoli – e come ho ripreso! In pratica in accordo con il dottor Corsetti, che mi aveva messo l’holter, dovevo fare un’uscita con cinque salite “a tutta”. Era un test. Calcolate che io non toccavo la bici da quel famoso 27 marzo. E quando dico che non la toccavo, intendo zero assoluto. Neanche mezzo giretto in giardino».

Quel giorno Garofoli era contento come un bambino. Era anche emozionato se vogliamo.

«E’ stato un bel momento – racconta Gianmarco – avevo i brividi e la pelle d’oca sulle braccia. Però ero anche un po’ teso. Visto l’allenamento che dovevo fare, ho chiesto a mia mamma di seguirmi. Perché non sarebbe successo niente, ma se avessi avuto bisogno di soccorso… ci sarebbe stato qualcuno.

«Inizio così queste salite, di circa 3 chilometri l’una. Dopo la prima ero sfinito, avevo l’acido lattico ovunque. Dovevo farle a tutta. Scendo e risalgo. In cima alla terza scalata metto piede a terra. Avevo i sensi di vomito. In quel momento ho detto a mia madre: “Se non mi succede qualcosa oggi, non mi succede più”».

Si è trattato dunque di una ripresa shock: per testa, polmoni, cuore e muscoli.

«Ho davvero portato il mio fisico al limite. Non era un allenamento banale. Quando sono rientrato ho scritto al dottor Corsetti dicendogli che avevo fatto quanto detto. E lui mi ha risposto: “E hai ancora la forza per scrivermi?”».

In questa fase di stop, Garofoli si è goduto anche il mare, non distante da casa sua (foto Instagram)
In questa fase di stop, Garofoli si è goduto anche il mare, non distante da casa sua (foto Instagram)

Con calma….

Questa uscita però ha spalancato le porte verso un Garofoli nuovo. La testa era quella della primavera, quella del corridore, ma le gambe no. A questa folle uscita, nel pomeriggio sono seguite le visite mediche. E i parametri erano okay.

«Dopo quel giorno ho ripreso con molta calma – continua Garofoli – facevo un’uscita di un’oretta al giorno. Ma davvero blanda: 25 chilometri e tutti in pianura. Poi sempre di più. Dopo tre settimane sono arrivato a fare anche tre ore e mezzo, ma sempre in modo tranquillo. Però sento che le sensazioni migliorano. Riesco a fare tutti i miei giri.

«Se domani il responso sarà okay e potrò iniziare a fare qualche allenamento più serio – prosegue – voglio subito andare in montagna: Livigno o Passo San Pellegrino. Ci voglio andare non tanto per fare dell’altura, ma per sfuggire al caldo record di questi giorni. E poi – aggiunge Garofoli – perché magari per settembre riesco a fare qualche garetta».

Orlando Maini è il suo direttore sportivo. Presto Garofoli, il coach Mazzoleni e lui si riuniranno per fare il programma di rientro
Maini è il suo direttore sportivo. Presto Garofoli, il coach Mazzoleni e lui si riuniranno per fare il programma

Maini sull’attenti

L’Astana non gli mette pressione e Gianmarco lo sa bene. Anzi, Orlando Maini, il suo diesse di riferimento, ci ha confidato che gli avrebbe guardato i files da remoto e che se avesse fatto un solo metro in più del previsto, se lo sarebbe mangiato. «Gianmarco ha 20 anni e non deve avere fretta», ci diceva il “vecchio Maio”.

Ma intanto Garofoli scalpita. «Ogni tanto Orlando mi ha scritto. Mi ha detto che dovevo andare piano, piano. Pianissimo… Ma io non vedo l’ora di ricominciare.

«Non credo che a settembre ci saranno dei problemi, però se dovessi ritardare di una settimana il mio rientro, non sarebbe un problema, anche perché non vorrei andare in corsa per fare ultimo. Sin qui non abbiamo parlato di calendari o tabelle, tutto dipenderà da domani. Ma entro fine stagione qualche gara la faccio. Sicuro!».

Garofoli impegnato in palestra. Il marchigiano ha ripreso da zero chiaramente
Garofoli impegnato in palestra. Il marchigiano ha ripreso da zero chiaramente

Momento di crescita

Che Gianmarco Garofoli abbia una marcia in più non lo si è visto solo dalle gare. In questi mesi ha anche fatto altro, come andare al lavoro con il papà nell’azienda di famiglia (di infissi e mobili). E anche in questo caso non è stato tempo perso. O quantomeno una cosa fine a se stessa.

«Mi sono reso conto – dice Garofoli – che mi mancava qualcosa e così ho maturato la decisione di iscrivermi all’università. Ho fatto domanda alla Luiss, a Roma, per la facoltà di Economia Business. E’ in inglese e c’è la formula per poter seguire il corso come atleta. Adesso aspetto che diano conferma della mia domanda».

«Ho lavorato su me stesso in questo periodo e ho pensato molto a cosa poteva essere il mio futuro, a prescindere dal ciclismo. Ho ricalibrato i miei obiettivi. Mi sono concentrato sulle cose cui nel flusso della vita non hai tempo di pensare. Insomma, ho 20 anni e non so come ci sono arrivato!

«E ho fatto anche cose più semplici come andare ad un concerto, uscire con gli amici o farmene di nuovi… Cose che altrimenti non avrei fatto. Io non sono uno che si piange addosso e cerco di guardare sempre il bicchiere mezzo pieno».

Lo scorso anno nonostante fosse al debutto nella categoria U23, Garofoli ha fatto il Giro U23, il Valle d’Aosta e l’Avenir (in foto)
Lo scorso anno nonostante fosse al debutto nella categoria U23, Garofoli ha fatto il Giro U23, il Valle d’Aosta e l’Avenir (in foto)

E le corse?

Come accennato, avevamo ascoltato Gianmarco prima del Giro U23: ma lui ha seguito le gare? Cosa pensa dei suoi avversari? 

«Un po’ le ho seguite, ma non tantissimo – ammette Garofoli – perché sì, sono stato contento di aver visto dei miei amici andare molto forte, ma un po’…. “ho rosicato”! Pensavo che ci sarei potuto essere io al loro posto. E quindi le ho seguite il giusto. Ma l’occhio mi ci cadeva.

«Che dire, sono stato contento che abbia vinto Hayter al Giro d’Italia. Leo è proprio un amico, amico… Pensate che è stato un mese a casa mia lo scorso anno. E anche Lorenzo Germani è andato fortissimo, ha vinto l’italiano. Anche lui è venuto a trovarmi per qualche giorno».