Le sfide di Van der Spiegel, capo fiammingo del Fiandre

06.03.2022
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Tomas Van der Spiegel è alto 2,14 e nella sua vita precedente giocava a basket. Quando vai alle corse del Belgio, non è infrequente incontrarlo, anche se raramente lo vedi in mezzo ai corridori. Pur essendo il capo di Flanders Classics , la società che organizza il grande ciclismo in Belgio – dalla Omloop Het Nieuwsblad al Fiandre, passando per la Gand e altre – Tomas preferisce un ruolo dietro le quinte. Se lo noti è perché, come i campanili nelle sconfinate pianure delle Fiandre, svetta sulle teste e detta la rotta.

«Sono sempre stato appassionato di ciclismo – dice Van der Spiegel, in apertura nella foto Facebook – sono fiammingo, fa parte di noi. La primavera per me è sempre stata la stagione delle classiche, ora più che mai. Già quando giocavo, ho sempre avuto la passione per il lato business dello sport. Perciò quando mi hanno avvicinato i proprietari di Flanders Classics e mi hanno offerto di diventarne l’Amministratore Delegato, non ci ho pensato neanche per un secondo. Mi dà tanto orgoglio essere qui».

Classe 1978, avendo giocato con la Fortitudo Bologna, la Virtus Roma e l’Olimpia Milano, il suo italiano è praticamente perfetto, scritto e parlato. Scherzando dice che in certi giorni va meglio e in certi peggio: dipende dallo stress. E queste sono settimane di fuoco, dopo che nello scorso autunno Flanders Classics organizzò assieme a Golazo anche i mondiali di Flanders 2021.

Quanto pesa il tuo ruolo nelle settimane di primavera?

In realtà per me non cambia tantissimo (ride, ndr), perché non sono troppo coinvolto a livello tecnico. Per il resto del mio team, mi rendo conto che siano giorni impegnativi.

Siamo abituati a pensare a RCS e ASO, ma anche Flanders Classics è ormai una grande struttura.

La differenza è che noi abbiamo soltanto corse di un giorno e questo cambia tanto. In ogni caso siamo riconosciuti come terzo attore sulla scena del ciclismo. Complessivamente siamo coinvolti in 70 eventi all’anno. Abbiamo tutta la stagione del ciclocross, tante Gran Fondo, le grandi classiche e le gare per le donne.

Podio di Leuven 2021, Alaphilippe iridato con Van Baarle e Valgren
Podio di Leuven 2021, Alaphilippe iridato con Van Baarle e Valgren
Lo scorso anno si è aggiunto il mondiale, come è andata?

E’ stato una sfida. Il giorno della corsa dei pro’ è stato paragonabile a un Fiandre, quindi nessun problema. Il guaio è che abbiamo dovuto mettere insieme otto giorni di eventi e la logistica di quattro città lontane non è stata semplice. Ma alla fine ha funzionato bene tutto.

Come si passa dal basket al ciclismo?

Sono qui da quattro anni e credo ormai di aver trovato la mia collocazione. Il ciclismo è un mondo tradizionale, il mio apporto potrebbe essere considerato innovativo. Non avendo grossi legami col passato e la tradizione, riesco a vedere le cose con meno condizionamenti

Fra le novità, lo scorso anno avete adottato le transenne Boplan: un bel passo avanti…

Se devo dire, dopo quello che ho vissuto per tutta la carriera da professionista, lo stress del mio ruolo sembra davvero poca cosa. C’è, ma si gestisce facilmente. Ma c’è una cosa che ancora mi dà ansia ed è la sicurezza dei corridori e del pubblico. Non è facile, non siamo in un palazzetto, in un velodromo o in uno stadio. Perciò tutto quello che possiamo fare, anche se costa, sarà un investimento che vale assolutamente la pena. Transenne o volontari, qualsiasi cosa. La sicurezza sulle nostre strade è una bella sfida, perché saprete bene che nelle Fiandre non c’è una strada che sia dritta, non una strada che sia larga. Per questo volontari e motociclisti sanno di avere un ruolo molto importante.

Le transenne di Boplan utilizzate da Flanders Classics a partire dal 2021: Van der Spiegel ha la sicurezza nel mirino
Le transenne di Boplan utilizzate da Flanders Classics a partire dal 2021
Tanto cross e tanta strada: qual è il rapporto di forza?

A livello internazionale, conta più la strada. A livello locale, il cross ha lo stesso peso. E anche questa sfida di renderlo sempre più internazionale è molto importante, approfittando della presenza di tre corridori come Van Aert, Van der Poel e Pidcock che lo rendono così spettacolare.

Il cross sulla neve: mai avuto dubbi?

Adesso che è riuscito tutto, posso dire che eravamo sicuri. Ma il nostro motto è che finché non provi, non saprai mai se può funzionare. Abbiamo provato. Val di Sole si è dimostrato un partner di grande valore e alla fine è andata bene e per questo torneremo. Il cross è un prodotto molto attrattivo. La gara dura sono un’ora, è esplosiva, si può rendere bene con riprese spettacolari, donne e uomini hanno già la parità. Può diventare un prodotto con un bel futuro. Non sta a noi portarlo alle Olimpiadi, noi possiamo dimostrare che le merita.

Come si fa?

Va reso sempre più internazionale. Ora è rientrata l’Italia, il prossimo anno ci sarà anche la Spagna. Chiaro che i tifosi di qui lo vorrebbero tutto fra Belgio e Olanda, ma lo scopo è creare uno sport diffuso e attrattivo.

La Coppa del mondo nella neve a Vermiglio: una prima assoluta, per Van der Spiegel riuscita molto bene
La Coppa del mondo nella neve a Vermiglio: una prima assoluta, riuscita molto bene
Hai parlato di abitudini che non hai e che vorresti eliminare…

I miei collaboratori sanno che sono allergico alla frase: «Si è sempre fatto così». Il ciclismo è un prodotto che ha potenziale, ma deve accettare nuove sfide. Per cui va bene la sicurezza, ma dobbiamo lavorare a uno sport che fra dieci anni sia attrattivo come lo era vent’anni fa. Serviranno dei cambiamenti, che non sempre vengono capiti.

Che rapporto hai con gli atleti?

Ho dei contatti con loro, con alcuni ho più rapporto, ma il mio obiettivo è essere un organizzatore rispettato. Ammiro molto gli atleti, lo sono stato anche io e so cosa vuol dire fare la loro vita. Ma non voglio essere amico di tutti, perché devo prendere liberamente le mie decisioni.

Secondo Tomas Van der Spiegel è possibile collaborare con gli altri organizzatori?

E’ possibile. E’ difficile perché sono mondi diversi. Sarebbe utile. I due grandi organizzatori sono legati alle loro necessità, ma io credo che le squadre andrebbero coinvolte nel modello di business, avere dei dividendi. L’abbiamo sempre detto, ci crediamo e ci proveremo. Bisogna fare piccoli passi e avvicinare tutti, sederci allo stesso tavolo.

Prima del Covid, il pubblico aveva accesso al capannone dei bus alla Het Nieuwsblad
Prima del Covid, il pubblico aveva accesso al capannone dei bus alla Het Nieuwsblad
Il weekend di apertura in Belgio ha rivisto il pubblico sulle strade, non ancora alla partenza…

Sentiamo che le squadre non sono pronte per la riapertura totale. Hanno sempre paura, vogliono proteggere il corridore e per ora vanno capite. La prossima discussione riguarderà proprio la riapertura della zona dei pullman al pubblico. Alla partenza dal velodromo di Gand, era spettacolare avere i tifosi fra i bus nel capannone al coperto. Era la vera festa del ciclismo. E anche se ai team fa comodo essere appartati rispetto alla stampa e ai tifosi, il ciclismo ha bisogno di questi momenti. Serve solo avere pazienza.

Per il dottor Magni ha ragione Van Aert: il Covid va ripensato

02.03.2022
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«La paura adesso è anche più alta. Non devi nemmeno essere malato per pensare di aver contratto il Covid, basta un test positivo e tutta la tua preparazione è vanificata», parole di Wout Van Aert. E ancora: «Presto dovremo prendere in considerazione l’idea di non basarci più su un test positivo. Dovremo iniziare a guardare al Covid nello stesso modo in cui vediamo le altre malattie». 

Il belga ha messo in discussione l’atteggiamento della società, e indirettamente anche dell’UCI, riguardo al Covid.

Ci si chiede allora: ha ragione quando dice che certe restrizioni sono esagerate? Il tema non è affatto banale. La variante Omicron ha scombussolato il sistema sanitario e, ancora una volta, la società. Stavolta a fronte di un numero di positivi impressionante si è tenuto botta.

Visto l’argomento così delicato, abbiamo chiesto lumi al dottor Emilio Magni, da anni nel mondo dei professionisti, oggi in forza all’Astana Qazaqstan del “suo” Vincenzo Nibali.

Un tampone rapido negativo. La lineetta T non è comparsa quindi l’atleta è libero
Un tampone rapido negativo. La lineetta T non è comparsa quindi l’atleta è libero
Dottor Magni, ha ragione Van Aert quindi?

Io direi di sì. Tutti dobbiamo pensare che la pandemia va rivista. Si è trattato di un evento devastante a livello sociale, psicologico, economico, sanitario… ma adesso le dimensioni sono meno gravi rispetto ai mesi scorsi.

Nonostante Omicron…

Certo. Omicron, che è stata molto contagiosa, ha avuto un’aggressività epidemiologica più lieve. Ed è stato così per i cittadini comuni e per gli sportivi. Bisogna pertanto prendere dei provvedimenti nel limitare le restrizioni. Il tutto però senza sottovalutare la cosa.

Cioè?

Il fatto che sia meno contagiosa, non deve farci dimenticare cosa è stata questa pandemia in passato. Non si deve abbassare la guardia. 

In caso di positività al Covid, cosa prevede la norma attuale per i corridori?

Dalla prima positività c’è uno stop di una settimana. Si fa un tampone, anche quello antigenico va bene. Se questo è negativo l’atleta può fare la visita di idoneità, la “Return to Play”. Se anche questo dice che tutto è okay, il corridore può riprendere la sua attività.

Anche se non hanno mai avuto sintomi devono fermarsi?

Sì: anche se non hanno avuto sintomi. Meglio che stiano fermi. Non dimentichiamo che i loro “motori” sono sempre spinti al massimo. E’ preferibile una ripresa graduale e moderata. Dopo il Covid, c’è chi è stato subito pronto e chi invece l’ha pagato un po’ di più e prima di tornare ad avere sensazioni piacevoli ci ha messo del tempo.

Giro d’Italia 2020, Giulio Ciccone si ritira. E’ accompagnato dal dottor Emilio Magni (all’epoca in Trek-Segafredo)
Giro d’Italia 2020, Giulio Ciccone si ritira. E’ accompagnato dal dottor Emilio Magni (all’epoca in Trek-Segafredo)
L’esempio di Ciccone al Giro 2020 è emblematico in tal senso. Giulio si allenò anche sotto Covid e nonostante fosse guarito aveva grosse difficoltà respiratorie in quel periodo. Quindi coloro che sono asintomatici non fanno neanche i rulli?

Attualmente no: il protocollo è abbastanza restrittivo. E’ meglio non fare niente, almeno all’inizio. Per fortuna abbiamo visto che quest’ultima ondata non si prolunga. Mediamente dopo 4-6 giorni ci si negativizza. Però, ripeto, anche se non ci sono sintomi, problemi più grandi sono dietro l’angolo.

Omicron è stata meno aggressiva perché c’erano i vaccini?

Grazie al vaccino sicuramente si va verso una remissione dei contagi. Ma ci si va anche perché le varianti di un virus, di base, sono una “sconfitta” per il virus stesso. Questo, per attecchire deve mutare e nel mutare perde forza, anche se qualche volta può creare comunque dei problemi.

Insomma, detto in parole molto povere, dottore, adesso possiamo paragonare il Covid all’influenza che arriva tutti gli anni?

Direi di sì. I sintomi sono pochi per fortuna. Ma mi rendo conto che anche psicologicamente dopo due anni di lotta non è facile. La si può paragonare ad un’influenza, ma è bene stare attenti.

Vaccino per (quasi) tutti, virus meno forte e una conoscenza maggiore del Covid: ci si auspica che presto anche gli atleti non siano fermati in caso di positività. E che addirittura si abbandoni il “concetto del tampone”. Ma come? Saranno i sintomi a determinare lo stato di un atleta? Vedremo la comunità scientifica come si proporrà. Intanto godiamoci il pubblico sulle strade che abbiamo rivisto in Belgio.

EDITORIALE / Botta e risposta sull’utilità dei ritiri

07.02.2022
4 min
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I discorsi di Madiot. Il richiamo agli alleati che nel 1944 sbarcarono in Normandia. Il dichiarare che il 2022 sarà diverso perché finalmente si sono potuti fare dei ritiri completi. Lo spirito di squadra. Sarà vero?

Romanticismo o ragione?

La prima sensazione va in questo senso. Chiamatelo romanticismo, ci piace immaginare la squadra insieme a tavola, nella condivisione di obiettivi comuni. Il pedalare insieme. Il farsi la mezza ruota per marcare il territorio. E tutto sommato crediamo siano dinamiche utili per consolidare il gruppo. Ma sarà davvero così?

«Non credo proprio – dice Roberto Damiani, in partenza per il Tour of Oman – che i ritiri servano per creare lo spirito di squadra. Non si creano certe dinamiche in una settimana e neanche in due. Il ritiro permette a noi direttori di conoscere meglio i corridori, questo sì, soprattutto i giovani. Allenarsi bene è un vantaggio, ma non è decisivo. Lo conferma il fatto che lo scorso anno, con i ritiri impediti dal Covid, c’erano lo stesso squadre subito compatte, perché avevano al loro interno uomini capaci di fare gruppo. Il non aver lavorato insieme non cambia lo spirito».

Damiani guida la Cofidis. Qui al Tour of Oman 2019
Damiani guida la Cofidis. Qui al Tour of Oman 2019

Il mondo dei social

Qui il discorso si fa interessante e torna su un tema che si è spesso affrontato con corridori e tecnici. E che dal nostro punto di vista è condizionato anche dal tipo di hotel che ospitano i corridori nei ritiri di dicembre e gennaio. Strutture mastodontiche in cui diventa difficile incontrarsi rispetto agli hotel in cui ad esempio negli anni 90 le squadra alloggiavano in Toscana.

«Rispetto ai ritiri pre-social – dice ancora Damiani – è cambiato tutto. Non voglio andare indietro a Gimondi, ma a poco tempo fa. Prima si faceva goliardia, i corridori passavano del tempo insieme. Adesso è in voga l’abitudine che ognuno fa quel che deve e poi basta. Devi cercarli nelle camere. E’ quello che succede alle corse, dove però è più comprensibile, perché dopo la gara devi recuperare. Puoi provarci, ma si riesce a legare molto meno. Capita più che siano momenti utili per lo staff, loro davvero li trovi insieme a farsi una birra e raccontarsi le cose della vita».

Marc Madiot è certo che la sua squadra sarà più unita grazie ai due ritiri svolti (foto Groupama-Fdj)
Marc Madiot è certo che la squadra sarà più unita grazie ai ritiri svolti (foto Groupama-Fdj)

Manca qualcosa?

Il mondo cambia, impossibile opporsi al fluire del tempo. Impossibile e anche inutile. I ragazzi sono coinvolgibili soltanto proponendo argomenti che li interessino davvero, altrimenti trovano più stimolante passare il proprio tempo nella casa virtuale del proprio device. Bramati ad esempio è un direttore della nuova scuola, che sa coinvolgere i propri corridori che, non a caso, nel ritiro di Calpe abbiamo trovato spesso attorno a un tavolo a chiacchierare, bevendo un caffè.

«Soprattutto se la squadra ha avuto dei cambiamenti – dice il bergamasco della Quick Step-Alpha Vinyl (la foto del ritiro in apertura è di Wout Beel) – il ritiro è importante per conoscersi e unirsi. Noi siamo riusciti a farne due anche lo scorso anno, ma mi rendo conto che laddove ci siano stati dei divieti per Covid, aver perso il ritiro può essere stato una bella mancanza. Secondo me il ritiro è importante per farsi conoscere e lavorare bene al caldo, soprattutto quando hai tanti corridori che vivono in luoghi freddi come il Belgio. Credo che a Calpe abbiamo lavorato bene, nelle prime corse si è visto».

Bramati rivendica l’utilità del ritiro per compattare la squadra
Bramati rivendica l’utilità del ritiro per compattare la squadra

Scuole diverse

Chi ha ragione? Alcuni diesse che sono stati corridori fino a ieri assecondano la voglia dei corridori di starsene da soli. Quelli più esperti stanno un passo indietro e magari masticano amaro. Serve grande carisma per proporre un modello di squadra diverso. Madiot sembra essere uno di quelli che ci provano, Bramati appare in sintonia. Benvenga il lavoro dei preparatori, più che mai necessario. Benvengano i nutrizionisti e gli psicologi. Benvengano tutti. Ma questa voglia di non condividere nulla più del dovuto è qualcosa su cui dobbiamo interrogarci o ci sta bene così?

Fayetteville Vos 2021

Mondiali di cross, Italia dimezzata nella roulette americana

25.01.2022
4 min
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Quel che è accaduto alla nazionale italiana di ciclocross è come una caduta all’ultima curva, quando stai per giocarti tutto. Si può quindi ben capire lo stato d’animo decisamente contrariato di Daniele Pontoni, che aveva preparato la trasferta americana per i Mondiali sin dallo scorso settembre, prodigandosi per portare la squadra alla Coppa del mondo a Fayetteville per provare il percorso e aveva stilato con i ragazzi un accurato programma prevedendo anche tracciati simili nelle gare italiane. Il tutto parzialmente vanificato da un caso di Covid.

I fatti. Domenica a Hoogerheide si è svolta l’ennesima tappa della Coppa del mondo. Pontoni aveva deciso di portare i ragazzi convocati per un’ultima prova generale prima di partire lunedì mattina da Amsterdam alla volta dell’Arkansas. Un atleta del gruppo è però risultato positivo al Covid, il che ha sconvolto il gruppo: «Abbiamo messo in pratica quel che è consentito dalle normative vigenti, in Italia come in Olanda o negli Usa – ha spiegato il team manager delle nazionali azzurre Roberto Amadio – a quel punto potevano imbarcarsi solamente coloro che non avevano avuto contatti con il presunto positivo (del quale non è stato fatto il nome, ndr) e coloro che avevano fatto la terza dose di vaccino risultando negativi al test».

Vdp Van Aert 2021
Ostenda 2021, Van Aert cede ancora a Van Der Poel. Nessuna rivincita in America…
Vdp Van Aert 2021
Ostenda 2021, Van Aert cede ancora a Van Der Poel. Nessuna rivincita in America…

Si punta forte sulla Venturelli

Dovevano partire in 12, ne è rimasta esattamente la metà. L’Italia doveva prendere parte a tutte le categorie previste nella due giorni iridata di Fayetteville, invece saremo assenti sia fra gli Juniores (assenti il bronzo europeo Luca Paletti, il campione italiano Samuele Scappini e Tommaso Cafueri) come anche fra gli Elite, dove risultava iscritto il solo Jakob Dorigoni. Trasferta vietata anche per Valentina Corvi e Gaia Realini. E’ chiaro così che le possibilità azzurre di portare a casa qualcosa sono ridotte al lumicino, probabilmente affidate quasi in toto a Federica Venturelli. La junior nella stagione è già salita sul podio in Coppa del Mondo ed è quarta in classifica. Top 10 nel mirino di Silvia Persico ed Eva Lechner fra le Elite, lo stesso dicasi per Lucia Bramati fra le U23 e Davide Toneatti e Samuele Leone fra i pari età.

A loro il compito di mostrare le maglie azzurre in un mondiale attesissimo. Fino a qualche settimana fa si pensava che l’assenza dei due mammasantissima Mathieu Van Der Poel e Wout Van Aert avrebbe sotterrato l’attenzione sull’evento, ma così non è stato, anche se i costi della trasferta, uniti alle difficoltà legate alla pandemia, hanno di molto ridotto la partecipazione, tanto è vero che il Belgio ha deciso di mandare la selezione completa solo per la gara maschile e l’Olanda ha fatto la stessa cosa ma fra le donne.

Pidcock Namur 2021
Iserbyt a terra davanti a Pidcock. Domenica la sfida si preannuncia incertissima
Pidcock Namur 2021
Iserbyt a terra davanti a Pidcock. Domenica la sfida si preannuncia incertissima

Molto si gioca sin dall’inizio

Tutti parlano della sfida che avrà per principali protagonisti il britannico Tom Pidcock (che sogna la collezione di trionfi mondiali in stagione tra ciclocross, mtb, E-bike, strada e chi più ne ha…) e Eli Iserbyt, neo conquistatore della Coppa del mondo. Probabilmente decisivo risulterà il tracciato, costruito appositamente per il ciclocross e rivisto proprio per la rassegna iridata. Si gareggerà al Centennial Park di Fayetteville, su un percorso di 3,1 chilometri situato in cima alla Millsap Mountain. Quasi tutti, in attesa di testarlo ulteriormente in queste giornate di vigilia (la rassegna inizierà sabato) si affidano ai dati raccolti in occasione della tappa di Coppa.

Dati che dicono innanzitutto che sarà fondamentale affrontare la prima curva dopo il lancio in asfalto sufficientemente davanti per non rischiare ingorghi o, peggio, cadute. Poi è previsto un lungo tratto erboso con un paio di discese e in caso di terreno asciutto si supereranno anche i 40 chilometri orari di velocità. In Coppa si gareggiò su terreno estremamente fangoso, le previsioni per il fine settimana sono invece molto favorevoli.

Fayetteville curva 2021
La prima curva del percorso americano, da prendere con le molle (foto D.Mable/CXMagazine)
Fayetteville curva 2021
La prima curva del percorso americano, da prendere con le molle (foto D.Mable/CXMagazine)

Una scalinata infinita

Successivamente arrivano le parti più tecniche, con saliscendi e anche una breve sezione di pavé e soprattutto la lunghissima scalinata di 38 gradini (nella foto di apertura la Vos). Lo stesso Pontoni ha affermato che nel ciclocross non è infrequente affrontare simili ostacoli artificiali, ma certamente una scalinata così lunga non è consueta nel panorama odierno, infatti in Europa non si è trovata alcuna scalinata così lunga. Dalla cima delle scale picchiata con pendenza al 21%, passaggio ai box e serie di curve a 180 gradi anche con qualche sopraelevata.

Come si vede è un tracciato molto vario, che ha la caratteristica di essere spettacolare anche senza il fattore pioggia che rende sempre epico il ciclocross. Un percorso per molti versi tipicamente americano, lavorato appositamente con tutta la parte sopraelevata costruita di sana pianta, anche i tratti sterrati grazie al trasbordo di una quantità incredibile di terra. Un percorso veloce, per atleti esplosivi e che in fin dei conti potrebbe favorire coloro che hanno maggiore dimestichezza con la strada. Cosa che, a ben guardare le starting list, ormai hanno tutti…

EDITORIALE / Si ricomincia dalla Spagna e da qualche nodo

10.01.2022
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Si ricomincia. Nel giorno in cui si sono riaperte le scuole, con gli stessi interrogativi si rimette in moto il gruppo. Siamo atterrati stamattina all’aeroporto di Valencia e sul volo che ci conduceva in Spagna, abbiamo riconosciuto Andrea Peron diretto al ritiro della Quick Step-Alpha Vinyl per conto di Castelli, Mauro Scovenna e Nicola Minali di DMT verso il UAE Team Emirates e Andrea Pasqualon, che sta raggiungendo la Intermarche-Wanty-Gobert in ritiro.

Il ciclismo virtuale

Anche il ciclismo ha le sue DAD nella forma di conferenze stampa virtuali, come quelle che nei prossimi giorni vedranno tutti i corridori di altre squadre connettersi col mondo. Tutti i giornalisti collegati ascolteranno (e scriveranno, ciascuno ovviamente al suo meglio) le stesse parole. In un momento come questo sarebbe assurdo discutere le scelte in materia sanitaria, ma cogliamo sfumature che non convincono del tutto, visto che per il resto del tempo i corridori sono a casa loro, sulle strade, in mezzo alla gente. Tanto che qualche grosso nome non sarà in ritiro perché alle prese con il dannato virus.

Poi ci sono squadre più coraggiose che – in cambio di green pass, tampone molecolare e test antigenico in loco – permettono ai giornalisti di avvicinarsi. E’ il caso della Quick Step-Alpha Vinyl (in apertura foto dalla pagina Facebook del team) e proprio mentre stiamo guidando verso il loro hotel di Calpe, ripassiamo a mente gli incontri che faremo cercando di ottimizzare la grande occasione. Certe occasioni vanno colte, per l’opportunità professionale di realizzare contenuti solo nostri e per gratitudine verso chi ha ritenuto di aprirci le porte.

Anche il Team Bahrain è in ritiro in Spagna, ad Altea (foto TBV)
Anche il Team Bahrain è in ritiro in Spagna, ad Altea (foto TBV)

Stando all’elenco ricevuto, dovremmo essere i soli italiani presenti, ma questo non vuole essere motivo di inutile vanto: certe ruote le lasciamo ai pavoni. Serve per far capire che anche noi di bici.PRO abbiamo accettato di correre un piccolo rischio e di investire sul nostro lavoro, sulla soddisfazione dei lettori e sulla qualità che solo l’essere presenti permette.

Gli incauti acquisti

Sono bastate poche battute con Nicola Minali all’aeroporto di Bergamo, intanto, per renderci conto che suo figlio Riccardo è sulla porta del ritiro. Squadre lo hanno cercato e poi bidonato. Altre gli hanno offerto nuovamente il minimo dopo sei anni allo stesso modo. E se sei un uomo e il lavoro non lo vedi come un capriccio, certe condizioni dopo un po’ non ti stanno più bene.

Nelle stesse ore, scorrendo i vari social, ci siamo accorti di amici corridori che proprio in questi giorni sono a fare altro. Dovrebbero allenarsi perché sono giovani e forti, ma nessuno li ha confermati e questo, lasciatecelo dire, lo troviamo indegno di un movimento che lascia a casa uomini maturi e già capaci di fare il proprio mestiere, per investire su ragazzini la cui speranza è sfondare, con la spada di Damocle di concludere prima ancora di aver iniziato.

Giorni fa un procuratore ci ha spiegato che coloro che smettono non sarebbero nemmeno dovuti passare. Un bel modo per descrivere la piaga degli ultimi anni e ci dispiace solo non aver avuto la prontezza di un’altra domanda: quando li vendevate alle squadre che ora li hanno scaricati, le avvertivate del bidone in arrivo? E ai ragazzi avevate detto che sarebbe stato meglio cercarsi un altro lavoro?

Riccardo Minali, il primo da destra, sarebbe sul punto di smettere
Riccardo Minali, il primo da destra, sarebbe sul punto di smettere

America e quarantene

Si ricomincia, dunque, con le stesse incertezze di chi stamattina è rientrato a scuola: studente o insegnante. E mentre i ragazzi non sanno se andranno avanti in presenza o dovranno fare ricorso alla DAD, il ciclismo ha già visto la cancellazione della Vuelta San Juan.

«Gli ospedali laggiù – ci ha detto ieri Roberto Amadio, che la organizza – non sono attrezzati come da noi. E non possono permettersi l’esplosione di troppi casi».

Per lo stesso motivo il Belgio e l’Olanda hanno chiuso le porte agli spettatori e cancellato eventi, mentre i corridori si fanno saggiamente i conti. Così Van Aert, cui pure un mondiale di cross non spiacerebbe vista la beffa dello scorso anno, ha ritenuto di rinunciare perché la trasferta americana potrebbe esporlo a svariati rischi, non ultimo quello di qualche quarantena inattesa. E parliamo di atleti vaccinati, non di spregiudicati alla Djokovic che in queste ore sta cercando di entrare in Australia senza vaccino e con la flebile attenuante, sostenuta dai suoi legali, di aver avuto il Covid ed esserne quindi immune.

Van Aert ha vinto gare di cross a raffica, ma diserterà i mondiali. Anche lui è in Spagna con la Jumbo Visma
Van Aert ha vinto cross a raffica, ma diserterà i mondiali. Anche lui è in Spagna

L’UCI va avanti

L’UCI va avanti. A molti i mondiali di cross a Fayetteville sembrano un azzardo. Altri hanno scelto la via del coraggio e stanno preparando il necessario.

Il cittì Pontoni ci ha detto di non aver ancora ricevuto indicazioni precise, ma l’Italia ci sarà e porterà un bel gruppo di juniores agguerriti. Seguendo nei giorni scorsi le gare tricolori, abbiamo trovato più entusiasmo e prospettive nelle sfide giovanili piuttosto che in quelle dei più grandi. Perché il livello resterà quello e il movimento italiano rimarrà confinato in una splendida nicchia, se d’estate i nostri specialisti non cominceranno a correre seriamente su strada

Quello che sta facendo Gaia Realini, tricolore ieri fra le U23, e che farà Silvia Persico, la nuova campionessa italiana delle elite, che dopo i mondiali riprenderà su strada con la maglia della Valcar.

Gaia Realini nasce nel cross e si sta facendo largo su strada
Gaia Realini nasce nel cross e si sta facendo largo su strada

Donne a tutto gas

Il ciclismo delle ragazze cresce alla velocità della luce. L’arrivo della Roubaix e il ritorno del Tour alzano il livello delle attese. Sono così tutti sulle spine per l’assenza del Giro Donne, il cui percorso non è stato ancora svelato, mentre il calendario vede la corsa a tappe sovrapporti a troppi altri eventi. E poi c’è quella voce per cui già da quest’anno potrebbe andare nelle mani di RCS Sport.

Il nostro giro di opinioni fra le continental italiane, iniziato con la Isolmant e la BePink nei giorni scorsi, prosegue oggi con la marchigiana Born to Win e andrà avanti con altri tecnici e altre storie.

Il WorldTour ha impresso un’accelerazione pazzesca. Le ragazze vedono finalmente la possibilità di guadagnare sul serio dal proprio lavoro e accettano le offerte di team che si stanno rinforzando per raggiungere il necessario livello tecnico e sostenere un’attività sempre più importante.

Anche qui bisognerà stare attenti tuttavia che le giovani non vengano irretite da facili promesse, salvo poi scoprire dopo un paio di stagioni che dovranno smettere e qualcuno intanto dirà che non erano in grado di essere professioniste.

Squadre e vaccino: alla Bike Exchange sono messi così

04.12.2021
4 min
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Quello che succede nella società civile lo vedi anche in gruppo. Da quando il Covid si è impossessato delle nostre vite, siamo tutti un po’ biologi e un po’ dottori, come quando dilagava il doping e in giro era pieno di ematologi. Perciò, mentre nelle strade c’è chi si batte nel difendere il proprio diritto a non vaccinarsi e chi cerca di spiegargli perché sia illogico, anche nelle squadre si sono vissuti dissidi analoghi. Con l’aggiunta dei tanti dubbi legati alle conseguenze che il vaccino avrebbe sulla carriera degli atleti. Le voci girano. E come ci sono mamme impaurite per la fertilità delle figlie, ce ne sono altre preoccupate per il rischio che il vaccino danneggi il cuore degli atleti.

Con Baroncini ai mondiali U23 di Leuven: Guardascione era parte della spedizione azzurra
Con Baroncini ai mondiali U23 di Leuven: Guardascione era parte della spedizione azzurra

Andiamo dal medico

Di solito davanti a dubbi di questo tipo ci si rivolge al medico e così abbiamo fatto, chiamando in causa Carlo Guardascione. Il dottore varesino della Bike Exchange è agli ultimi giorni di attività… borghese, perché a breve partirà con la squadra per il ritiro di Cambrils, in Spagna.

«I corridori – racconta – hanno vissuto e ancora vivono da quasi due anni nel sistema dei tamponi. Come tanti non hanno potuto lavorare, quindi sanno che cosa abbia significato l’arrivo del vaccino. Ci sono state resistenze ideologiche, ma in proporzione ho avuto più difficoltà a convincere i miei figli».

Qual è la situazione vaccinale della vostra squadra?

Il team femminile è vaccinato al 100 per cento con la doppia dose. Noi dello staff medico abbiamo tutti anche la terza dose. Mentre i maschi sono vaccinati al 95 per cento. Fanno eccezione uno dubbioso che fa resistenza, ma ovviamente non vi dico il nome. E uno che ha avuto il Covid ed è in quella finestra in cui può ancora aspettare. Fra il personale ci sono due no vax, ma sanno che per entrare nel magazzino serve il green pass, quindi vivono di tamponi.

Al Tour dello scorso anno, senza i vaccini, si viveva da un tampone all’altro
Al Tour dello scorso anno, senza i vaccini, si viveva da un tampone all’altro
Come farete in ritiro?

La società è stata chiara. In ritiro tutti i vaccinati verranno con un tampone rapido, che possiamo fargli noi o in una qualunque farmacia. Quelli non vaccinati avranno bisogno del tampone molecolare, che però sarà a carico loro.

Dicono che il vaccino possa favorire la miocardite.

Dicono tante cose, noi in quanto medici ci siamo informati e abbiamo avuto notizie più precise. Se prendi il Covid, hai un’elevatissima probabilità di prendere la miocardite. Succede perché la polmonite interstiziale può propagarsi e arrivare a lambire il cuore, provocando miocardite o pericardite. La miocardite da Covid può portare alla morte, ma si può anche curare. Un dilettante che seguo ha avuto il covid e la miocardite.

E’ guarito?

E’ stato fermo per tre mesi, ha fatto tutti gli esami ed è potuto ripartire.

Esiste anche la miocardite da vaccino?

Non ho avuto casi, ma si parla di un’incidenza di uno, due casi ogni 200.000 persone. E’ comunque meno pericolosa di quella da Covid e si cura con il cortisone.

I corridori hanno osservato qualche precauzione nel giorno del vaccino?

Di solito il giorno dell’iniezione e il successivo rimangono a riposo, giusto per evitare che si allenino casomai venisse un po’ di febbre.

Gli atleti non vaccinati sono costretti a ricorrere al tampone
Gli atleti non vaccinati sono costretti a ricorrere al tampone
E quelli che hanno avuto il Covid hanno ripreso facilmente?

Non esiste una regola uguale per tutti, può essere facile o molto complicato. Ne ho avuti quattro, tre completamente asintomatici, uno con un po’ di febbre. Alla fine hanno effettuato tutti gli esami previsti dall’ordinamento italiano, anche se qualcuno non era di qui, e al massimo avranno perso un mese di attività.

I corridori dovranno fare la terza dose?

Quando sarà il momento, senza dubbio. Una ragazza l’ha già prenotata per gennaio, visto che si sono vaccinati tutti fra luglio e agosto. Al massimo ci sarà qualcuno che chiederà di aspettare fine stagione.

Con Rider Connect i negozi Orbea sono più vicini

22.11.2021
2 min
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Uno dei temi più dibattuti negli ultimi mesi è la difficoltà incontrata dalle aziende nel settore del ciclo nel soddisfare la voglia di bici esplosa dopo la pandemia Covid. Tale difficoltà ha comportato come conseguenza diretta una forte incertezza sui tempi di consegna delle biciclette. La maggior parte delle aziende ha fatto affidamento sulla comprensione e sulla pazienza dell’utente finale nella speranza che la situazione potesse presto tornare alla normalità.

L’esplosione della domanda di bici ha riguardato soprattutto il mondo della mountain bike
La domanda di bici è aumentata nel mondo della mountain bike

La risposta di Orbea

Alcune aziende hanno invece deciso di rimboccarsi le maniche per trovare una soluzione che venisse incontro il più possibile alle esigenze della propria clientela. Fra queste merita sicuramente una menzione Orbea che in questi giorni ha lanciato il programma Rider Connect finalizzato a creare una connessione diretta fra i propri rivenditori e gli utenti finali.

Grazie a questo programma da oggi è possibile conoscere in tempo reale quale sia la disponibilità attuale e futura di ogni singolo modello di bici Orbea. In questo modo è più facile prenotare e acquistare la propria bicicletta conoscendo con certezza i tempi di consegna.

Grazie a Rider Connect è possibile conoscere in tempo reale la disponibilità di ogni bici Orbea
Con Rider Connect si può conoscere la disponibilità di ogni bici Orbea

Facile da consultare

Il programma Rider Connect è di facile consultazione. Per prima cosa bisogna collegarsi al seguente link: https://experience.orbea.com/es/orbea-rider-connect.

Dopo essersi registrati è possibile attraverso pochi e semplici click formalizzare il proprio acquisto. Basta selezionare il modello che si vuole acquistare e il negozio più vicino alla propria abitazione. A questo punto sarà possibile effettuare l’ordine del modello desiderato presso il negozio prescelto. E’, inoltre, possibile “costruire” la propria bicicletta dei sogni e acquistarla direttamene sul sito Orbea.

Un’opportunità anche per i negozianti

Rider Connect nasce per agevolare il cliente nella prenotazione e l’acquisto del modello Orbea desiderato. Risulta però essere anche un aiuto concreto per il negoziante. Grazie al nuovo programma, ciascun rivenditore può acquisire nuovi ordini ancora prima di aver ricevuto fisicamente la bici in negozio. Contemporaneamente il rivenditore che partecipa al programma Rider Connect può vedere ampliata la platea della propria clientela.

Orbea

Masnada, giorno indimenticabile nella sua Bergamo

09.10.2021
3 min
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A un certo punto non si è capito se la Deceuninck-Quick Step gli avesse ordinato di non tirare per far rientrare Alaphilippe, che in partenza era il leader della squadra. Sta di fatto che il francese dietro continuava a incitare i corridori di altre squadre perché tirassero per la loro parte, mentre davanti Masnada si è messo a ruota, parlando nervosamente alla radio. Al punto che a un certo punto l’ammiraglia lo ha affiancato. Se questo era il piano, non ha funzionato. Il vantaggio di Pogacar e del bergamasco è sceso fino a 28 secondi fintanto che all’inseguimento partecipava anche il campione del mondo, poi è preso a ricrescere.

Masnada si è tuffato in discesa con la sicurezza del padrone di casa
Masnada si è tuffato in discesa con la sicurezza del padrone di casa

Finale ad alta tensione

E così Fausto Masnada – bergamasco di Laxolo, 28 anni il prossimo 6 novembre – è andato incontro al finale di corsa sapendo di avere una sola chance: staccare Pogacar nel falsopiano dopo lo strappo di Città Alta (foto di apertura). Qualsiasi altra soluzione, pur percorribile, lo avrebbe visto perdente. Il ricordo della volata con Colbrelli al campionato italiano era troppo fresco per essere stato dimenticato.

«Sono felice – dice – è il mio primo podio in una prova monumento e centrarlo nella mia città rende tutto ancora più speciale. So che il secondo posto non è una vittoria, ma so di essere stato superato da uno dei migliori corridori del mondo, che oggi era impossibile da battere».

Ha lavorato sodo per Alaphilippe, che gli ha dato poi via libera
Ha lavorato sodo per Alaphilippe, che gli ha dato poi via libera

Attacco concordato

Le sue parole dopo l’arrivo in qualche modo stridono con quello che si è visto nelle immagini televisive.

«Durante la corsa – dice – ho parlato con Julian (Alaphilippe, ndr) e mi ha detto di provare qualcosa se sentivo di avere le gambe. Così sono andato a tutto gas dopo il passo di Ganda, con la fiducia al massimo perché conoscevo la discesa e quelle strade. Questa stagione non è stata delle mie migliori, con diversi infortuni che mi hanno fatto saltare molte gare, perciò finire così è fantastico».

Masnada è il primo bergamasco da ventidue anni sul podio di un Lombardia finito a Bergamo
Masnada è il primo bergamasco da ventidue anni sul podio di un Lombardia finito a Bergamo

Per Bergamo e i bergamaschi

Masnada è il primo bergamasco in 22 anni a concludere fra i primi tre Il Lombardia che si sia concluso a Bergamo. Per questo la sua dedica alla città ha infiammato i tanti tifosi che lungo tutto il finale lo hanno incitato.

«Era la prima volta che facevo il Colle Aperto in gara – ammette – e l’atmosfera in quella stradina così stretta da questi fantastici tifosi è qualcosa che rimarrà per sempre con me. Mi vengono i brividi solo a pensarci. Questo posto sul podio è per loro e per l’intera città di Bergamo, così duramente colpita durante la pandemia. Non dimenticherò mai questo giorno incredibile».

Gilbert, l’Inferno, il doping, Remco, Pogacar e Armstrong

03.10.2021
6 min
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La banalità non è mai appartenuta a Philippe Gilbert. E se prima aveva il suo bel da fare a gestirsi la vita da star a suon di vittorie, il lockdown e un infortunio di troppo (il secondo, al Tour del 2020) gli hanno lasciato come eredità il gusto e la possibilità di parlare chiaro. Non tutti lo fanno e ne avranno i loro motivi. Quando però accade, viene idealmente da sedersi ad ascoltare. Così alla vigilia della Roubaix, di cui è l’ultimo vincitore, il belga che da anni vive a Monaco dove ha anche aperto un negozio di bici (The Bike Shop), ha raccontato a L’Equipe un po’ dei suoi pensieri.

Sulla Roubaix

«Indosserò il pettorale numero 1, è un riconoscimento e un vero orgoglio. Nessuno avrà dubbi che sia io l’ultimo vincitore, ma in termini di ambizioni non è la stessa cosa. Posso anche dire che non ne ho. Già, in termini di equipaggiamento, non avrò lo stesso vantaggio di due anni fa quando correvo sulle migliori bici al mondo. Ricordo Nils Politt che era con me nel finale (foto di apertura, ndr). Pensai che probabilmente era forte quanto me, ma non aveva la stessa bici.

«In questi giorni non ho sentito lo stesso fervore della primavera. Non abbiamo il solito accumulo di pressione, quello che inizia ad Harelbeke poi alla Gand-Wevelgem e al Giro delle Fiandre. La Roubaix è il culmine di un ciclo della stagione, mentre qui arriviamo senza un punto di riferimento. Sono mesi che non corriamo sul pavé. Penso che per stare bene alla Parigi-Roubaix, abbiamo bisogno di quelle gare che permettono al corpo di acclimatarsi, di sopportare le sofferenze. La gamba deve girare sul pavé di Roubaix. Due anni e mezzo fa al via a Compiegne sapevo di essere pronto per la vittoria, non sono sicuro che stamattina molti possano dire lo stesso».

Gilbert è nato il 5 luglio del 1982, vive a Monaco dove ha aperto un negozio di bici
Gilbert è nato il 5 luglio del 1982, vive a Monaco dove ha aperto un negozio di bici

Sul lockdown e il ciclismo

«Il Covid ha cambiato tutto. Spesso avevo la sensazione guardando le gare che tutti avessero ancora più fretta di vincere, come se ogni corsa fosse l’ultima che facevano. Improvvisamente, gli atleti maturi come me hanno cominciato a soffrire. Sono uno che ha bisogno di allenarsi, mi ha disturbato non poter lasciare Monaco per andare verso l’entroterra francese. E anche se adesso tutto è tornato normale, ho l’impressione che ci stiamo divertendo molto meno. Sarà una semplice evoluzione, ma non riconosco più il mio sport.

«Anche io a 39 anni non sono più lo stesso corridore di prima, questo è certo. Ho sempre avuto grandi stagioni. Prima che l’UCI fissasse i limiti, correvo dai 95 ai 100 giorni all’anno e non perdevo mai più di un mese intero senza essere all’altezza. Oggi per me è tutto più complicato».

Qui Gilbert alla Gand 2021: come sarà la Roubaix senza queste gare prima?
Qui Gilbert alla Gand 2021: come sarà la Roubaix senza queste gare prima?

Sul tempo che passa

«Proprio la sera della vittoria a Roubaix, un giornalista mi fece per la prima volta la domanda quando mi sarei ritirato. Mi sorprese e un po’ mi infastidì. Ricordo che gli risposi duramente se volesse che me ne andassi, se gli dessi fastidio. Ora questo tipo di domanda mi tocca a ogni intervista e mi infastidisce seriamente. Ho annunciato che arriverò alla scadenza del mio contratto alla fine del 2022, ma non so come andrà a finire la mia carriera. Forse questa sarà la mia ultima Parigi-Roubaix, forse no. Non ho ancora idea del mio programma per la prossima stagione, la domanda sorgerà soprattutto per i grandi Giri. Questo è ancora il mio posto, alla mia età? Ne ho parlato durante il mondiale con Tchmil, Darrigade e Zoetemelk. Mi hanno consigliato di approfittare di quest’ultimo anno per accumulare ricordi.

«Però non c’è frustrazione. So da dove vengo e so quanto abbiano pesato le due cadute del Tour (nel 2018 e appunto nel 2020). Ogni volta sullo stesso ginocchio, il sinistro. La seconda soprattutto ha avuto conseguenze pesanti. Non sono più lo stesso. Prima i corridori prendevano la mia ruota per posizionarsi nel posto giusto, ora sono io che mi metto dietro qualcuno che sta per attaccare. Magari sembra un piccolo dettaglio, ma per me è un enorme cambiamento nel modo di correre».

Evenepoel è stato suo compagno da neopro’: i due sono spesso in contatto
Evenepoel è stato suo compagno da neopro’: i due sono spesso in contatto

Sui vecchi tempi

«Sono un ciclista diverso dai ragazzi di oggi. Sono sempre stato molto serio, ma prima in gruppo ridevamo di più. C’erano corse che cambiavano, fughe e taciti accordi tra le squadre per lasciarsele andare, mentre oggi si litiga in partenza e ci sono anche uomini forti che si mettono davanti. Prima i distacchi arrivavano fino a venti minuti, potevamo anche fermarci per un caffè, ma sapevamo che il gruppo sarebbe arrivato. Ora con tre minuti di vantaggio, una fuga può arrivare fino in fondo. E’ cambiato tutto, abbiamo meno tempo per ridere.

«Sono spesso in contatto con Evenepoel e soprattutto con i suoi genitori, che mi chiedono consiglio perché non ha un manager e non ha intorno grandi persone. E’ un corridore fenomenale, fisicamente e mentalmente, ma quello che gli sembra più importante oggi è la sua immagine. Aumentare i follower sui social e temo che questo si ritorcerà contro di lui. Non lo sto criticando, ma gli consiglio spesso di mollare un po’, perché i social non sono la vita reale. Tra le persone che lo seguono, ci sono tanti account falsi, società di marketing e cose del genere. Il resto sono fan che ovviamente sono esigenti con lui. Per lui va tutto veloce, ma è anche colpa sua perché ha fretta di arrivare».

La ricognizione sul pavé di Gilbert dei giorni scorsi, pre la Roubaix in cui avrà il numero uno
La ricognizione sul pavé di Gilbert dei giorni scorsi, pre la Roubaix in cui avrà il numero uno

Sui giovani

«Oggi il ciclismo è più coerente di quando ho iniziato. Per molto tempo mi sono chiesto cosa ci facessi in mezzo a quelli che giravano con le sacche di sangue. C’era un abisso tra gli anziani e noi. Di conseguenza, abbiamo imparato a vincere molto più tardi rispetto alla generazione attuale. Ovviamente loro si stanno comportando come avremmo dovuto fare anche noi, ma non lo sapevamo. E visto che ci riescono, sono più ambiziosi di noi alla stessa età.

«Solo che alcuni sono totalmente disconnessi dalla realtà, vivono in un altro mondo senza preoccuparsi dei più grandi. Alcuni però sono rispettosi. Quando vedo Pogacar venire con sua moglie nel mio negozio di biciclette a Monaco e aspettare il suo turno come tutti gli altri per fare una regolazione sulla sua bici, lo trovo rassicurante. E’ gentile e semplice nonostante abbia vinto due volte il Tour de France. Armstrong al suo posto non si sarebbe nemmeno mosso da casa, avrebbe mandato uno dei suoi compari».