Majka, giorno da campione pensando al papà. Mori racconta

29.08.2021
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L’ammiraglia si avvicina. Majka è alle ultime pedalate del Puerto de San Juan de Nava, poi per l’arrivo di El Barraco ci sarà soltanto da spingere in discesa. Mori si sporge, lo si sente urlare.

«Aveva i crampi – racconta il direttore sportivo toscano – bisognava sostenerlo. E allora gli ho detto che era per suo padre, che da lassù gli avrebbe dato una mano…».

La dedica di Majka per suo padre, portato via dal Covid (foto Instagram)
La dedica di Majka per suo padre, portato via dal Covid (foto Instagram)

La storia è tremenda, pari alle migliaia che hanno stremato il mondo. Parla di Covid e di una famiglia, quella Majka di Cracovia, che a causa del virus perde il capo famiglia. Il male fiacca anche Rafal, ma lui si riprende e torna a correre. Non è un anno facile. Per questo stringe i denti e si avventa sul traguardo indicando il cielo.

Per suo padre

«Volevo a tutti i costi la fuga – dice dopo l’arrivo – a capo di un anno che per me non è stato buono come speravo, soprattutto dopo la morte di mio padre. Questa vittoria è per lui, per i miei due bambini e per la squadra che mi è stata accanto. Ci sono giorni in cui provi a prendere la fuga e non ce la fai, ma oggi non ho voluto aspettare nessuno. Oggi volevo vincere a tutti i costi».

Aru in fuga con Majka per le prime due salite, poi ha dovuto arrendersi
Aru in fuga con Majka per le prime due salite, poi ha dovuto arrendersi

Non vinceva proprio dalla Vuelta del 2017, quando in maglia Bora-Hansgrohe conquistò la tappa di Sierra de la Pandera.

«Essere soddisfatto o meno – dice Mori – dipende da lui e dalle sue aspettative. Ma anche al Tour, nonostante sia caduto subito e avesse una costola messa male, nella terza settimana è sempre stato davanti a fare il suo lavoro».

Gruppetto esploso

Si è mosso sull’Alto de la Centera, quando il traguardo era così lontano da rendere inimmaginabile un’azione solitaria. Con lui Aru e Van Gils e poi soltanto Aru. Il sardo ci prova, non si può dire di no, ma quando Majka con un rapporto ben più lungo e redditizio ha attaccato sulla salita successiva, il Puerto de Pedro Bernardo, per Fabio si è spenta la luce.

«Quando ha deciso di andare da solo – ricorda Mori – gli ho solo che dopo la salita c’erano 15 chilometri di discesa e poi si ricominciava subito a salire. Quando ho passato il gruppetto dietro di lui per andare sulla testa, li avevo visti tutti finiti. Per la velocità non tutti erano riusciti a prendere il rifornimento. Per cui quando il gruppetto è esploso, l’unico in grado di attaccare era Kruijswijk. Ho detto a Rafal che se anche lo avesse ripreso, sarebbe stato morto. Ma non lo ha ripreso, perché Majka è un campione. Me lo ricordo quando queste fughe le faceva al Tour».

Gregario di Pogacar

Lo strano Giro d’Italia del 2020 si affacciava sulla terza settimana di ottobre. La Bora-Hansgrohe si era fermata per uno spuntino presso la cantina della famiglia Spinazzè a Pravisdomini e oltre a Sagan, in quel gruppo di corridori che nel giorno di riposo avevano poca voglia di fare fatica, c’era anche Rafal Majka che aveva da poco annunciato il passaggio al UAE Team Emirates. Le sue parole erano improntate alla più grande coerenza.

Si arriva a El Barraco, paese natale di “Chaba” Jimenez, grande scalatore socmparso (qui sull’Angliru nel 1999)
Si arriva a El Barraco, paese natale di “Chaba” Jimenez, grande scalatore socmparso (qui sull’Angliru nel 1999)

Gli anni da uomo di classifica erano ormai finiti, dalla stagione successiva il polacco si sarebbe messo al servizio di Tadej Pogacar. Nelle occasioni libere da doveri, avrebbe avuto le sue carte da giocare. Oggi Rafal si è preso la sua giornata di libertà nella 15ª tappa della Vuelta e ha tirato fuori un capolavoro di vecchia scuola. Di quelli che ti riescono quando non sei in classifica e hai ancora motore da capitano. Sulla sua strada per qualche chilometro ha pedalato anche Fabio Aru, che però nulla ha potuto.

Meritato riposo

Mori sta viaggiando sul pullman verso l’hotel in cui la squadra trascorrerà il giorno di riposo e intanto racconta.

«Volevamo andare in fuga – dice – avevamo già provato con Trentin, Oliveira e De La Cruz, ma è andata male. Rafal ci puntava e quando giorni fa ha vinto Caruso, rimase male per aver perso l’attimo, anche se non era nella sua giornata migliore.

Sul podio un sorriso bellissimo, come non si vedeva da tempo
Sul podio un sorriso bellissimo, come non si vedeva da tempo

«Prima di partire per la Vuelta, gli ho detto che quest’anno, dove vado io si vince. Per cui che non si sognasse di tornare dalla Spagna senza una vittoria. E che avrebbe dovuto dedicarla al suo babbo. Lui mi ha guardato un po’ perplesso, poi mi ha detto che lo avrebbe fatto. Dalla macchina non sapete quante volte gliel’ho ricordato. E adesso possiamo goderci un riposo con il buon sapore in bocca. Sono andati fortissimo e dopo due secondi posti, la vittoria ci voleva proprio. E lui è stato un vero campione».

Anversa accoglie il Fiandre, in un silenzio assordante

03.04.2021
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Guy Vermeiren si passa una mano fra i capelli e finalmente accenna un sorriso. Anversa respira le ultime ore prima del via. Per gente che ha vissuto decenni di Fiandre sommersi dai tifosi, la seconda volta in epoca Covid forse fa più male della prima. In altri tempi qui il traffico sarebbe impazzito, ora le auto vanno avanti per inerzia, senza sguardi né birre da sollevare. Fuori lo Schelde scorre placido e poco oltre confluisce nel mare, in una giornata più mite delle attese. Nel grande meccanismo di Flanders Classics, che organizza le più belle corse di primavera in questa parte del Belgio, Guy si occupa di accogliere e gestire i giornalisti. Il suo ruolo in realtà è quello di capo ufficio stampa della Federazione belga, ma qui ci sono insieme la necessità di fare fronte comune e a monte il senso di una grande famiglia. Così Guy detta le regole di comportamento per il Giro delle Fiandre e nel suo tono c’è una fermezza che non ammette eccezioni.

Anversa: chiunque debba lavorare al Fiandre, deve sottoporsi a tampone
Anversa: chiunque debba lavorare al Fiandre, deve sottoporsi a tampone

«Ma posso garantirvi – dice – che tutti potrete fare il vostro lavoro. Siete 240, più dello scorso anno, ma sempre meno dei 480 del 2019. Di solito abbiamo fra 15 e 20 italiani, questa volta siete meno di 10. Ho passato le ultime corse a studiare il modo migliore per allestire delle zone miste in cui potrete parlare con tutti, ma sia in partenza sia in arrivo, le aree riservate ai corridori restano off limits».

Test superato

Anversa, le 15,30 del sabato. Abbiamo finalmente al polso il braccialetto. La richiesta di fare un tampone supplementare per ogni corsa è arrivata via mail un paio di giorni fa. Se vuoi lavorare, è così. Lo avevamo fatto alla Sanremo, lo faremo anche martedì per la Scheldeprijs. La differenza non banale è che qui paga l’organizzazione. Purché si corra, purché si lavori. Nel piazzale si radunano le ammiraglie prima della riunione tecnica, la gente sui marciapiedi vive un’insolita vigilia di Pasqua. I bar sono chiusi come il mese scorso quando venimmo su per la Het Nieuwsblad, ma il sole rende difficile tenere tutti in casa.

Da sotto quell’arco domani da Anversa sarà dato alle 10,15 il via ufficioso
Da sotto quell’arco ad Anversa domani sarà dato alle 10,15 il via ufficioso

Francesi a posto

«Eppure – prosegue Guy – le misure sono più strette del Fiandre di ottobre. Allora ci ritrovammo con una serie di Vip, questa volta nessuno che non abbia un ruolo sarà ammesso alla corsa. I numeri del contagio in Belgio sono ancora brutti e Flanders Classic sa che l’unico modo perché si possa correre è osservare le regole. Ai francesi che si aspettavano che ci fermassimo, ricordo che da loro si sono fatte Besseges, il Tour de la Provence e la Parigi-Nizza, perché noi dovremmo fermarci? Ogni gara organizzata finora ha funzionato bene. Intendiamoci, corse come Het Nieuwsblad, Kuurne, Harelbeke, la stessa Gand sono importantissime. Ma nessuno si offenderà se dico che sono anche servite per mettere a punto la macchina del Fiandre. Non vogliamo correre rischi, ma nei limiti consentiti dalle regole, cercheremo di svolgere la corsa più normale possibile». 

Braccialetti dimostrano che si è superato il tampone rapido: è così prima di ogni corsa
Braccialetti dimostrano che si è superato il tampone rapido: è così prima di ogni corsa

Partenza alle 10,18

E’ tutto pronto, insomma. La presentazione delle squadre inizierà domattina alle 8,15 e il via ufficiale sarà dato alle 10,18. I corridori avranno davanti 254 chilometri, 19 muri e 6 tratti in pavé. A seguire, partirà da Oudenaarde la gara delle donne. Le ragazze firmeranno il foglio di partenza a partire dalle 12,45 e partiranno alle 14,18 con 13 muri e 5 tratti in pavé. Sarebbe anche il momento ora di concedersi una birra guardando scorrere le chiatte sul fiume, ma i bar sono chiusi. Sarà meglio riprendere il programma e studiare i tagli per vederli passare. Di sicuro domani ci sarà meno traffico. I belgi sanno tutto, ma per le solite misure di sicurezza, il percorso della Ronde non è stato ancora pubblicato da nessuna parte.

Brian’s Bike, il negozio pensato come un’azienda

02.04.2021
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Dopo Francesconi con il suo punto di vista lombardo e All4Cycling che presidia la sponda varesina e soprattutto le vendite online, questa volta l’inchiesta di bici.PRO sul singolare momento del mercato della bicicletta si sposta nelle Marche e va ad incontrare Giulio Fazzini e il suo Brian’s Bike Shop di Ascoli Piceno. Il negozio ha da poco raddoppiato gli spazi, dimostrando che a fronte del momento critico causato dalla pandemia, tutto ciò che è legato alla bicicletta ed ha alle spalle un progetto ben fatto, riesce ad attraversarlo alla velocità della luce.

Giulio Fazzini, 37 anni, titolare di Brian’s Bike Shop
Giulio Fazzini, titolare di Brian’s Bike Shop

«Oggi i negozi sono aziende – spiega Fazzini, 37 anni e un passato da dirigente in una multinazionale – per cui quelli medio-piccoli sono destinati a soffrire. Va tutto programmato, altrimenti ti ritrovi a fare come alcuni che vendono le bici senza freni, semplicemente perché i freni non glieli hanno spediti. Il ritardo dipende indubbiamente dalle case madri, ma anche dalla programmazione. E credo che andrà avanti così per il prossimi 5-6 anni. Non fosse altro perché manca la materia prima. Non solo nel ciclismo, anche nel settore auto…».

Avete diversi marchi, da Trek a Specialized, passando per Pinarello: questo vi ha aiutato a dividere le… fatiche su più brand?

Di sicuro ha aiutato e soprattutto ha permesso di evidenziare le differenze fra un’azienda e l’altra. Il negozio monomarca oggi ha problemi, perché ci sono buchi di produzione per i quali non c’è rimedio. Ad oggi credo di poter dire che l’azienda che ha reagito meglio sia Trek, che ha anche il miglior gestionale.

Quando si è capito che stava per arrivare questa ondata di vendite?

In Europa il mercato trainante è quello tedesco e loro hanno riaperto dal lockdown della scorsa primavera con 2-3 settimane di anticipo rispetto a noi. Sentivo gente di lassù e tutti raccontavano di un incredibile boom della bici. Al contrario, parlo per conoscenza diretta, in Nuova Zelanda questo boom non c’è stato, semplicemente perché laggiù il Covid non è stato così pesante. Ora c’è da sperare che questo processo dia la svolta alla mobilità urbana in tutta Italia.

Il negozio è piuttosto ricco di modelli elettrici…

Perché i nuovi clienti si avvicinano a questo tipo di bici, anche se alcuni di loro sono poi passati alla bici tradizionale. Allo stesso tempo, la vendita delle bici da strada sta andando fortissimo. L’avvento del freno a disco ha spinto tanti a cambiarla e il processo non si ferma. Quel che è cambiato è l’approccio con lo sport, forse anche per l’assenza di Gran Fondo. Si pedala per il gusto di farlo, per stare meglio con se stessi, per il gusto di avere una bella bici.

Specialized è fra i marchi venduti Brian’s Bike
Specialized è fra i marchi venduti Brian’s Bike
Ma le belle bici costano un occhio della testa…

E proprio per questo, il credito al consumo è bassissimo. Ci siamo strutturati, facendo accordi con più di una finanziaria. ci siamo imposti di offrire le migliori condizioni, mettendoci nei panni dei clienti. Chi non trova la bici economica, deve poterne comprare una migliore senza svenarsi. Detto questo, di gente che ha soldi da spendere onestamente ne vedo davvero tanta.

Infatti il target delle vostre bici è elevato.

E’ sempre stato così. Le bici da comprare ci sono, il problema semmai sono le misure. Facciamo da sempre programmazione a 400 giorni, pagando cifre importanti ogni mese, dai 150 ai 200.000 euro. Come si diceva prima, devi strutturarti come azienda, uscire dalla logica del negozio.

Come mai avete scelto di ingrandirvi proprio adesso?

Era in programma da prima ed è stato il miglior investimento degli ultimi mesi. Ho letto l’intervista in cui Ermanno Leonardi di Specialized suggerisce l’apertura di negozi specifici per l’elettrico: è un’idea, ma dipende da come sei strutturato.

Ci avete pensato anche qui?

Noi abbiamo qui tutto quello che serve. Una bici elettrica costa dai 3.000 euro in su, vendiamo soprattutto delle full. Devi saperci mettere le mani, i miei dipendenti continuano a fare corsi. Tutti possono comprare un motore nuovo o una batteria, diverso è garantire un buon servizio. Ed è proprio questo finora che ci ha permesso di fare la differenza. Nel raggio di 150 chilometri, quindi da parecchie altre province, siamo diventati il riferimento.

L’officina, con Marino e Marco, in questo periodo strapiena di bici
L’officina, con Marino e Marco, in questo periodo strapiena di bici
Quanto durerà tutto questo?

Non è un’onda che si fermerà tanto presto, anche se non abbiamo una dimensione reale. Proseguirà. Verranno fuori più noleggi e presto o tardi salteranno fuori anche le bici da metterci. La gente sta investendo. Anche noi facciamo noleggio, che richiama il nuovo cliente. Ecco cosa facciamo. Ti diamo la bici, la provi, paghi 50 euro a ogni noleggio e l’importo che hai versato te lo scaliamo, se decidi di comprare la bici che hai usato. Funziona. E c’è un bel movimento.

In che modo il negozio diventa community?

Non abbiamo un gruppo sportivo, non ci interessa. In passato organizzavamo dei test day, oggi è più complicato avere le bici. Ma il negozio è un porto di mare, sempre pieno di gente. Siamo il punto di riferimento.

Un totem di Trek permette di rilevare le quote antropometriche e di ordinare la propria bici
Un totem di Trek permette di ordinare la bici su misura
In che modo il professionismo è trainante per un negozio?

Il cliente arriva con la foto del professionista e vuole il prodotto che sta usando. Da quando è esploso Van der Poel, tutti vogliono il casco Abus. E per lo stesso motivo, prenderei volentieri le bici Canyon, se non le vendessero soltanto online.

Tira solo il prodotto straniero?

No, in alcuni si sta svegliando anche la voglia di Made in Italy. Aziende davvero italiane che lavorino bene sono poche, ma è bene averne in casa i prodotti. Guai far andare via un cliente insoddisfatto.

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Dall’esempio di Sagan, parliamo di Covid e cuore

23.03.2021
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Quando è risultato che Sagan avesse effettivamente preso il Covid, i medici della Bora-Hansgrohe gli hanno vietato il benché minimo sforzo, costringendolo a fermarsi del tutto. Troppo alto, hanno spiegato, il rischio che il virus coinvolgesse il cuore compromettendone la funzionalità, così Peter è stato costretto a rientrare soltanto alla Tirreno-Adriatico (foto di apertura). Nell’anno in cui prima Viviani e poi Ulissi si sono fermati per insoliti problemi cardiaci, la curiosità di capire se il Covid possa averci messo lo zampino è scattata in un battito di ciglia. E così, approfittando della disponibilità di un ottimo cardiologo dello sport come Roberto Corsetti, abbiamo provato a fare qualche domanda. Per soddisfare la nostra curiosità e magari anche quella di chi legge.

Come già raccontato nei giorni scorsi, dopo gli anni alla Fassa Bortolo, alla Liquigas e alla Quick Step, Corsetti oggi lavora presso il Centro Medico B&B di Imola.

Elia Viviani nell’ospedale di Ancona con il dottor Corsetti
Elia Viviani nell’ospedale di Ancona con il dottor Corsetti
Covid e cuore: c’è un nesso?

Il fatto che il virus potesse avere una localizzazione cardiaca è stato desunto dall’osservazione su pazienti ricoverati o venuti a mancare. A quel punto è stato dato l’allarme, perché effettivamente il virus può interessare il muscolo cardiaco e provocare fenomeni infiammatori del miocardio e del pericardio. Per questo gli esperti hanno posto l’attenzione che gli sportivi dovessero poi fare degli approfondimenti per certificare che non ci fosse stato interessamento cardiaco. E in uno dei vari Dpcm dei primi tempi fu stabilita la serie degli esami da sostenere e la tempistica per la ripresa. Più rapida per i professionisti, che superati gli esami strumentali possono ripartire avendo accanto uno staff medico, di un mese per tutti gli altri atleti.

A ben vedere non si tratta del solo virus che attacca il cuore.

Stavo arrivando proprio a questo. Anche il citomegalovirus, la mononucleosi e la toxoplasmosi comportano rischi simili. Il primo soprattutto è uno dei più temuti, perché provoca miocarditi importanti in poco tempo. Il Covid ci sta insegnando tante cose.

Giulio Ciccone, ritiro Trek (foto Oliver Grenaa, Jojo Harper)
Giulio Ciccone ha subito un’ablazione e in seguito ha contratto il Covid (foto Oliver Grenaa, Jojo Harper)
Giulio Ciccone, ritiro Trek (foto Oliver Grenaa, Jojo Harper)
Ciccone ha subito un’ablazione prima del Covi (foto Oliver Grenaa, Jojo Harper)
Ad esempio?

I nostri direttori sportivi di una volta dicevano che se il corridore ha avuto l’influenza, deve restare a riposo, tenendo a freno la smania di tornare. Sentire da un manager come Giancarlo Ferretti che l’atleta dopo la febbre dovesse solo recuperare mi faceva vedere una saggezza efficace, basata sulla grande esperienza. Dopo l’evento infettivo, non è detto che tutto vada bene solo perché l’atleta non ha più la febbre. Il Covid ha portato la consapevolezza che dobbiamo stare attenti. Ci sta trasmettendo in forma ampliata delle conoscenze che avevamo già.

I problemi di Viviani sono in qualche modo riconducibili al Covid?

Quello che ha innescato la tachicardia di Elia è stato un piccolo focolaio atriale, come è successo a Ciccone e a tanti altri atleti. A quanto mi risulta avendo seguito il caso, il Covid non c’entra. Sono fenomeni ricorrenti, pensate a Bitossi…

Un’ablazione e tutto sarebbe cambiato?

Partiva alle corse e quando iniziavano le tachicardie, doveva fermarsi sui paracarri ad aspettare che il cuore si calmasse. Probabilmente un’ablazione gli avrebbe permesso di vincere tante più corse. La sua vicenda per noi cardiologi dello sport è leggenda e anche un grande insegnamento. A Bitossi non lo diciamo, ma sarebbe stato brutto perdere la sua storia. Le tachicardie atriali non provocano grandi conseguenze, al di fuori della necessità di fermarsi finché non passano. Ben più gravi sono quelle ventricolari. Ma comunque il Covid qualche problemino lo ha creato.

Anche Bitossi aveva delle tachicardie atriali: con un’ablazione avrebbe risolto tutto?
Anche Bitossi aveva delle tachicardie atriali: con un’ablazione avrebbe risolto tutto?
Ci sono dei numeri?

Faccio il caso del nostro laboratorio. Da maggio abbiamo avuto 65 casi di agonisti positivi al Covid. Hanno fatto ecocardiogramma e test da sforzo e abbiamo avuto soltanto 2 evidenze di localizzazione cardiaca. Interessante il caso di una bimba di 11 anni che fa ginnastica ritmica. A dicembre aveva fatto proprio qui la visita di idoneità e non aveva niente. Nella prova da sforzo a 194 battiti era perfetta. Il 10 gennaio è risultata positiva, senza avere grossi sintomi. E’ dovuta tornare, l’ecocardio era pulito, ma sotto sforzo aveva tante aritmie. L’associazione col Covid è scattata da sé. Per cui la abbiamo messa a riposo e dovrà tornare per altri test. In assoluto, per quello che ho osservato, mi sento di dire che gli sportivi sono meno soggetti al contagio.

Vale a dire?

Coloro che praticano attività sportiva costante hanno un adattamento organico che un po’ li tutela da questo tipo di infezione. Lo sport può essere un discreto strumento preventivo. Lo dimostra la risposta ai chemioterapici, ad esempio. Sono farmaci anche cardiotonici e l’atleta che per sua sventura è costretto a farne uso, resiste molto meglio.

Sagan si scrolla il Covid di dosso e punta la Sanremo

17.02.2021
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E’ successo tutto al momento di volare a Sierra Nevada per fare l’altura. Sagan ha fatto il tampone e l’esito è stato una doccia fredda: positivo! Non aveva avuto sintomi e si sentiva bene. Invece in men che non si dica si è ritrovato rinchiuso nella villetta di Gran Canaria, affittata da suo fratello Juray e da Baska. Nel dubbio anche loro l’indomani sono andati a fare il controllo e il verdetto è stato ugualmente impietoso.

Quarantena

Rinchiusi al sole dell’isola, con un giardinetto e la piccola piscina, i tre hanno pensato che poteva andargli anche peggio. I medici del team e le autorità spagnole chiamavano a intervalli regolari per accertarsi che stessero bene e non pensassero di uscire. Mentre Peter, sull’orlo di una crisi di nervi, continuava a tempestare di telefonate il suo amico e addetto stampa Ubo. Gli chiedeva di fare post e le mille idee di un campione già vulcanico quando si allena. Pensate voi se non ha niente da fare tanto a lungo.

Dopo la quarantena, ha ripreso ad allenarsi facendo solo ore e poca qualità
Dopo la quarantena, ha ripreso facendo solo ore

«Non era mai stato per così tanto tempo senza fare niente – conferma Gabriele Uboldi – ma il protocollo del team in casi di positività è ferreo. Stop totale, anche per non rischiare problemi di salute. Non c’è una gran letteratura medica su cosa succede durante il Covid. Per non compromettere o rischiare di compromettere cuore e polmoni, si è deciso di fare così. Come l’ha presa Peter? Stare fermo gli scocciava più della morte…».

Ripresa blanda

Per fortuna il Covid non dovrebbe aver lasciato strascichi e allo scadere delle due settimane, Sagan ha potuto riprendere la bici. Consapevole tuttavia che non ci fosse più spazio per andare in altura. La prima fase è stata piuttosto blanda, fatta di ore di sella al caldo di Gran Canaria, alla larga dai lavori specifici. Per questo e non per altro, durante una chiacchierata con il medico della Bora-Hansgrohe, si è deciso di non andare alla grande apertura in Belgio. Non avrebbe avuto senso fare dei fuorigiri così importanti senza la condizione per essere protagonista. Nessun problema di ordine medico, insomma, sebbene proprio il dottore sia volato sull’isola per due volte durante la quarantena. E gli atleti, giorno per giorno, abbiano continuato a mandargli i file di allenamento e i propri dati.

Peter non corre dal 25 ottobre: 4 mesi senza gare non sono pochi
Peter non corre dal 25 ottobre: 4 mesi senza gare

Obiettivo Sanremo

Il punto ora è capire se gli obiettivi importanti saranno in qualche modo compromessi. Il primo in ordine cronologico è la Sanremo (in apertura la foto del 2° posto nel 2017 dietro Kwiatkowski). Dall’entourage del campione fanno sapere che il solo modo per arrivarci competitivo sarà comunque correre la Strade Bianche e la Tirreno-Adriatico. In questo modo ci si riallaccerebbe al programma originario, fosse anche arrivandoci in Italia non al 100 per cento. Pertanto, mentre il suo gruppo volerà in Belgio, Sagan dovrà decidere se rimanere a Gran Canaria fino al 28 febbraio o più a lungo. Finché suo fratello e Baska rimarranno nei paraggi, restare per allenarsi al caldo è una valida alternativa alle strade di Monaco. Ma a casa Peter potrebbe rivedere suo figlio dopo così tanti giorni di lontananza

Come Ganna

Dubbi sulla sua condizione o sul fatto che il Covid non abbia lasciato tracce non ce ne sono o si fanno comunque considerazioni abbastanza elementari.

«Ne parlavamo un paio di giorni fa con Lomba (Giovanni Lombardi, manager di Sagan e di Ganna, ndr) – dice Uboldi – proprio in riferimento a Pippo. Lui si è fatto 25 giorni a casa con il tampone sempre positivo e quando è ripartito quasi andava più forte di prima. Per cui non c’è niente che lasci pensare a delle complicazioni, fermo restando che è stato giusto essere prudenti. Meglio essersi ammalati e poter sciupare dieci giorni a gennaio, che ritrovarsi con una grana del genere ad aprile. 

«Lui è quello che si scoccia quando lo portano in giro – sorride Uboldi – per eventi e promozioni che lo distolgono dallo sport. Non tanto perché non abbia voglia di partecipare. Ma perché pensa che nelle stesse ore i suoi avversari si stanno allenando. Immaginate che cosa avrà avuto per la testa in quei giorni…».

Tadej Pogacar vaccinato e pronto per un altro Tour

24.01.2021
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Ci sarà da vedere sul campo se la serenità che al momento è il mood permanente di Tadej Pogacar sia vera o sia piuttosto il modo di tenere lontane le tensioni in una fase dell’esistenza in cui il Covid, le barriere artificiali e le distanze geografiche rendono ogni confronto più ovattato.

Lo sloveno vincitore del Tour tutto sommato ha avuto svariate occasioni per raccontare il suo pazzo 2020, ma ha dovuto/potuto farlo davanti allo schermo di un computer che ha permesso alle sue emozioni di passare inosservate e impedito a chi poneva le domande di percepire il fremito dell’esitazione e il brillare dell’orgoglio. Un po’ come definire “corsa” la sfida virtuale sui rulli. L’avversario devi averlo accanto e subirne o imporgli lo sguardo per poter dire di essere stato più forte o battuto con merito.

Aver avuto il vaccino prima di tutti lo mette al riparo da grandi preoccupazioni (foto Fizza)
Il vaccino lo mette al riparo dalle preoccupazioni (foto Fizza)

Vaccino: fatto!

Fra i primi passi nel lanciare il nuovo anno, lo sloveno della Uae Team Emirates ha potuto godere come i compagni del vaccino cinese che in qualche modo renderà più semplice la vita al suo team, nel consueto “liberi tutti” del ciclismo in cui chi prima arriva alla cura, per primo ne trae vantaggio. Che cosa succederà se di colpo le compagnie aeree e i Paesi chiederanno il passaporto vaccinale e soltanto una squadra lo avrà in mano? Il ciclismo si fermerà ancora? Sgombrato comunque il campo dalla preoccupazione del Covid, la sua attenzione si è così concentrata nuovamente sul Tour.

Alla Planche des Belles Filles, Pogacar sfinito dopo l’arrivo: «Potevo anche saltare io»
Alla Planche des Belles Filles: «Potevo anche saltare io»
Qual è ora la tua preoccupazione?

Ora devo solo essere preparato fisicamente, come lo sono stato l’anno scorso e avere un buon supporto dalla squadra. Essere il vincitore uscente del Tour sarà molto, molto più difficile. E’ la prima volta che difendo una vittoria e sarà una cosa completamente nuova per me. Ma penso che se ci vado preparato e motivato, potrò fare ancora bene.

Qualcuno si è stupito delle tue prestazioni.

Ma dalla mia esperienza alla Vuelta del 2019, io sapevo di poter fare bene nella terza settimana di un grande Giro e questo mi ha dato fiducia quando siamo arrivati alla fine del Tour. Ho passato un paio di tappe in cui non mi ero sentito troppo bene, ma alla fine ero sempre con Roglic. Non si può dire che sia stato meno forte di lui. Per questo penso che lui e i suoi compagni abbiano parlato nella foga del momento. In quella crono non c’è stato niente di incredibile.

L’autista del pullman ci ha raccontato che scendendo per il riscaldamento hai visto i meccanici che preparavano la bici bianca per Parigi e hai chiesto perché non fosse gialla…

Stavo bene, ma quella è stata una battuta. Le cronometro sono abbastanza semplici, specialmente l’ultimo giorno, quando sai che quello sarà anche l’ultimo grande sforzo che dovrai fare. Sarei anche potuto scoppiare sulla salita finale e perdere il podio, ma per fortuna non è successo. Ho vissuto una giornata fantastica. Mi sono riscaldato bene, ho fatto un ottimo cambio di bici e ho dato tutto. Ho capito di aver vinto solo dopo aver passato la riga.

Alla Vuelta 2019, Tadej Pogacar aveva già tenuto testa a Roglic e Valverde, vincendo la penultima tappa
Alla Vuelta 2019, Pogacar si era misurato con Roglic e Valverde
Quali sono state le tappe difficili di cui hai parlato?

Quelle in cui ho perso Aru e Formolo, che non sono stati bei momenti per la squadra. E poi è stato duro anche il giorno dei ventagli, dove abbiamo perso troppo terreno.

Con quale spirito si ricomincia?

Quello di ogni anno, in realtà. Con l’attesa delle prime corse per scacciare la paura di non essere migliorato e tutti gli scongiuri per non avere sfortuna. In realtà per ora non ci sono grossi ostacoli. Se rimarrò concentrato e andrò avanti con gli stessi obiettivi e la stessa motivazione, penso che continuerò a migliorare.

Quanto ti infastidisci o trovi insolito dover già parlare del Tour?

Sono il vincitore uscente e di sicuro sono anche un favorito, ma non so se sono il favorito principale. Ci sono molti corridori e c’è ancora molta strada da fare. Vedremo prima del Tour chi sarà l’uomo su cui scommettere, chi avrà vinto il maggior numero di gare prima e arriverà più forte in Francia.

E’ stato davvero così stressante quest’ultimo inverno?

Non è stato un grosso ostacolo. E’ parte del mio lavoro. Cerco sempre di ricavarmi del tempo tutto mio al di fuori delle corse e degli impegni con la stampa e questo mi permette di rimanere rilassato. Credo che la mia vita non sia cambiata poi molto.

Aver vinto ti ha dato più fiducia in Tadej Pogacar?

Forse un po’, ma io sono sempre stato fiducioso e realistico circa le mie capacità. Sarò ancora super motivato per questa stagione, ma di sicuro sono più rilassato ora di quanto non fossi prima. Non dimentico il passato, ma non penso sempre a quello che ho fatto e non ne parlo, perché è già successo. Voglio concentrarmi sulle prossime gare.

Concentrazione al via dei mondiali di Imola: la testa è l’arma in più di Tadej Pogacar
Concentrazione al via dei mondiali: la testa è la sua arma in più
Le attese logorano?

Non credo. Anzi, è più difficile far passare i giorni vuoti di tensione. Mi aspetto che le corse saranno dure e veloci come sempre e il livello sempre più alto.

Vincere il Tour è stato uno step importante, paragonabile in proporzione alla vittoria nel Tour de l’Avenir?

Sono stati tutti e due molto impegnativi, ma restano difficili da comparare, perché li ho vissuti in due fasi molto diverse della mia carriera. Di certo in entrambi i casi ho dovuto dare il mio meglio.

Pensi che sarà dura ora contenere il ritorno di corridori come Nibali e la voglia di riscatto di Evenepoel?

Sono entrambi corridori di punta ed entrambi hanno qualità uniche. Ma ancora una volta cercherò di restare concentrato su me stesso più che sui miei avversari.

Pensi di aver vinto il Tour più con le gambe o più con la testa?

E’ stato un mix perfetto, ma non dimenticherei la squadra. Ho avuto un grande supporto. E anche nei momenti in cui sembrava che fossi da solo, non mi sono mai sentito davvero isolato.

Enrico Zanoncello (Zalf Fior), Memorial Pederzolli 2020 (foto Di Lullo)

Pederzolli, angelo d’agosto nel Monferrato

08.12.2020
5 min
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Continuando a tirare il filo, questa volta siamo arrivati a Gianni Pederzolli. Il suo nome ci è stato fatto da Beppe Damilano, nel parlare di qualcuno che nel cuore della scorsa estate, davanti all’assenza di attività, ha organizzato cinque corse nel Monferrato (nell’immagine di apertura Zanoncello della Zalf vince il Memorial Pederzolli, foto Di Lullo). Tanti hanno preferito fermarsi e semmai aspettare il pranzo in tavola. Alcuni si sono assunti l’onere di preparare per tutti, senza per questo aspettarsi troppo.

Come è andata, Pederzolli?

Dopo il fermo dell’attività, Beppe Damilano ha convocato una conferenza su Zoom con tutte le società. Si pensava a un modo per autofinanziare l’attività e al posto giusto in cui farla. Il Dpcm dava indicazioni che portavano dritte a un autodromo. Extra Giro a Imola è nato così. E mentre eravamo lì a correre, verso fine luglio, Daniela Isetti è venuta a parlarmi. E mi ha chiesto: «Visto che hai quell’amico onorevole (Lino Pettazzi, ndr) che è anche sindaco di Fubine, perché non provi a chiedergli se ci dà una mano per far proseguire questa attività?».

Flavio Baruto, Gianni Pederzolli, Daniela Isetti, Claudio Sigismondi, Casale Monferrato, agosto 2020
Baruto, Pederzolli, Isetti, Sigismondi, al via della prima gara d’agosto nel Monferrato
Flavio Baruto, Gianni Pederzolli, Daniela Isetti, Claudio Sigismondi, Casale Monferrato, agosto 2020
Baruto, Pederzolli, Isetti, Sigismondi: 1ª gara nel Monferrato
E lei lo ha fatto?

Certo. Mi dispiaceva vanificare lo sforzo di tutti. Così abbiamo trovato il modo di correre senza uscire dai confini dei Comuni di Fubine e Casale Monferrato. Abbiamo fatto 5 gare in 19 giorni. Un lavoro importante, che ha visto la chiusura totale delle strade e ha portato alla ripresa dell’attività.

E’ vero che ha pagato tutto lei?

Non mi va che si parli di questo. C’era qualche piccolo sponsor. Si era risparmiato qualcosa non portando la squadra a correre. E quello che mancava l’ho messo io. La situazione lo richiedeva. Non ricordo quale società venne a dirmi: «Facci correre, fosse anche in un campo sportivo».

Con la collaborazione di tutti, insomma…

Le prima quattro gare erano nazionali e la Struttura Tecnica Federale ci ha dato il nulla osta. Per quella regionale, abbiamo chiesto la data di venerdì per correre il sabato successivo. L’incaricato della Struttura Tecnica Regionale però non è potuto venire e si è presentato il martedì in ritardo di due ore. Per me a quel punto la gara era saltata.

Lan Service Zheroquadro, Beppe Da Milano, Giro d'Italia U23 2020
La Lan Service Zheroquadro di Pederzolli con Beppe Da Milano, al Giro d’Italia U23
Lan Service Zheroquadro, Beppe Da Milano, Giro d'Italia U23 2020
La Lan Service Zheroquadro al Giro U23
Che cosa doveva verificare?

Per dare il via libera, le istituzioni devono avere il responso favorevole della Federazione. Un timbro e una firma. Non succede mai che i percorsi vengano verificati, ma questa volta sono voluti venire. E nel volerci vedere chiaro, non si sono neppure accorti di due cartelli messi su uno spartitraffico a centro strada, alla fine di una discesa, con il bordo di lamiera verso il senso marcia dei corridori. Ce li abbiamo messi noi i materassi, ci mancherebbe. Insomma, l’unico ostacolo lo abbiamo avuto proprio dalla Struttura Tecnica Regionale. Per fortuna la Provincia poi è stata celere a sbrigare tutte le formalità.

Siete riusciti nel vostro intento?

Il calendario era abbastanza scarso e ci abbiamo messo una toppa. E lo stesso sarà per il 2021. Non ho vincoli di calendario, mi muoverò ancora per chiudere i buchi. Ho un gruppo di amici con cui condividiamo le strutture e questo ci agevola il compito, però mi piacerebbe che anche altre società partecipassero. Magari si organizza meglio. Eviterei decisamente che le squadre paghino per correre, perché poi diventerebbe un’abitudine dura da togliere.

Luca Colnaghi, Fubine 2020, Trofeo Luigi e Davide Guerci (foto DI Lullo)
Luca Colnaghi vince a Fubine il Trofeo Luigi e Davide Guerci (foto Di Lullo)
Luca Colnaghi, Fubine 2020, Trofeo Luigi e Davide GuerciLuca Colnaghi, Fubine 2020, Trofeo Luigi e Davide Guerci (foto DI Lullo)
Colnaghi vince a Fubine (foto Di Lullo)
Riesce a gestirsi bene fra squadra e organizzazione?

La squadra, la Lan Service Zheroquadro, è un bell’impegno. Per l’organizzazione ho accanto la Uc Novarese, che formalmente ha organizzato tutta l’attività. Flavio Baruto e Mario Giaccone erano dirigenti quando correvo io e ancora oggi li coinvolgo in tutte le mie follie.

Cosa pensa della… rivolta toscana?

La situazione è complicata. Siamo vicini alle elezioni, quindi è anche difficile lanciare proposte. Trasformare le corse in nazionali ha una logica, se si pensa che peri vari Dpcm gli eventi nazionali si possono svolgere. Però ho anche detto a Daniela Isetti è che il regolamento va rivisto. Lasciamo ad esempio che siano le Prefetture a stabilire quanti metri di transenne sono necessari. In un paesino di 1.000 abitanti, forse 300 metri sono troppi. Mentre in centro a Milano, ce ne vorrebbero 3 chilometri. Servirebbe istituire una commissione composta da organizzatori e altri attori del ciclismo che possa rimettere mano a un regolamento ormai è vecchio. Ho preso una multa di 100 euro, che mi bruciano da morire, per inefficienza della segreteria.

Gara Casale Monferrato, agosto 2020
Grazie a Pederzolli e la sua squadra, dopo Extra Giro si è corso anche in Piemonte
Gara Casale Monferrato, agosto 2020
Dopo Extra Giro in Romagna, si è corso in Piemonte
Perché?

Perché in pieno periodo Covid, a fronte di gare in cui si partiva in 6, il Fattore K (la procedura informatica della Fci per registrare le iscrizioni, ndr) permetteva di iscriverne 11. E noi dovevamo stare dietro a tutte le variazioni richieste dalle società. Avete presente? Bisogna semplificare. Perché certe cose non le fa più la Giuria il giorno prima? Secondo me la Fci dovrebbe rispondere agli organizzatori e trovare un punto di incontro.

Ha parlato di elezioni.

La mentalità è cambiata. Adesso vieni eletto se hai portato dei risultati, non come prima quando c’erano i presidenti regionali che davano le indicazioni o quando c’erano regioni che spostavano gli equilibri. In Sicilia non funziona più come un tempo. E la Lombardia, che una volta votava compatta, adesso è divisa in blocchi.

Sui candidati?

Su Martinello voglio vedere. L’ho sentito parlare bene in televisione, ma non l’ho mai visto con le mani nei problemi veri. La Isetti ci è molto vicina, quando abbiamo fatto la prima gara era lì a sincerarsi che tutto funzionasse. Io sono per lei. E’ molto preparata e non molla mai. Lo fa per passione e credo che farà davvero quella commissione. Cipollini dice che Cassani fa le cose per interesse. Io faccio notare che senza Cassani e Selleri non avremmo ricominciato a correre. Mentre Cipollini alle nostre corse non l’ho mai visto.

Carlo Guardascione 2019

Un anno di Covid, Guardascione racconta

16.11.2020
4 min
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Abbiamo chiesto a Carlo Guardascione, medico varesino del Team Bahrain-McLaren, che cosa abbia significato gestire la salute dei propri atleti nella (prima) stagione del Covid. Perché ognuno ha avuto le sue gatte da pelare. E se i tifosi non hanno potuto avvicinare i campioni e i giornalisti hanno dovuto dotarsi di pali cui fissare il microfono, che cosa hanno dovuto fare i dottori?

Sentiamo Carlo di domenica sera, perché da stamattina presto è tornato nella trincea del suo studio medico. Ugualmente nel giorno della festa, malgrado le rimostranze di una fetta dei suoi colleghi, il dottore ha effettuato delle visite a domicilio per casi di Covid.

«Ci sono colleghi contrari – spiega – e altri che lo fanno. Io mi sentirei un vigliacco a non andare. Mi bardo come meglio posso e vedo malati non solo vecchietti. Oggi ero da uno di 52 anni».

Michele Pallini, Antonio Nibali, Etna, Giro d'Italia 2020
Sui traguardi del Giro soltanto massaggiatori con mascherina e corridori
Michele Pallini, Antonio Nibali, Etna, Giro d'Italia 2020
Al traguardo solo massaggiaotori e atleti

Dopo un bagno di realtà che non fa mai male e rende evidente la spaccatura fra la bolla delle corse e l’ingestibilità della vita quotidiana, entriamo dunque nell’argomento,

Che cosa è successo quest’anno?

Ci è piovuto addosso uno tsunami. Dopo il blocco di marzo, si è cominciato a ragionare sulle prime ipotesi di ritiro e abbiamo pensato a protocolli per creare bolle di squadra. Come prima cosa, per evitare assembramenti, abbiamo sparpagliato tutti i corridori. Poi abbiamo fatto a tutti il test sierologico, per capire se avessero contratto il virus anche inconsapevolmente. La difficoltà di quella prima fase era trovare fisicamente dei posti in cui fare il test.

Poi, Guardascione, i ritiri ci sono stati?

Certo, a luglio. Tre in contemporanea. Il gruppo Tour ad Andorra, i velocisti a Friburgo, gli altri sul Pordoi. Friburgo perché Haussler ha trovato una bella sistemazione. Io ero con loro.

Poi che cosa è successo?

A luglio è arrivata la fase dei tamponi, con difficoltà enormi. Alla fine abbiamo trovato tre laboratori diversi. Uno di Torino che già lavorava con il calcio e la Juventus, che sono venuti sul Pordoi. Uno ad Andorra. E uno ovviamente a Friburgo. Tamponi da ripetere con la cadenza stabilita dall’Uci, quindi a meno 6 giorni e a meno 3 giorni dalla prima gara. Per le gare di Rcs in Lombardia, ci siamo appoggiati al Centro Cedal di Gallarate.

Un bel lavoro…

Un enorme lavoro! Prima di ogni corsa c’era da compilare il file con i dati di tutti, ma alla fine dell’anno abbiamo avuto un solo corridore positivo, che si è ritirato dal Bink Bank Tour e tre del personale.

Come è andata nei Giri?

Al Giro d’Italia il livello di sicurezza e di controllo è stato molto più alto che al Tour e alla Vuelta, dove hanno fatto solo tre tamponi. Davvero complimenti a Rcs per come ha gestito la situazione e a tutto il ciclismo per aver fatto fronte comune.

E in squadra?

Abbiamo reinventato tutto. Ai massaggi, mascherina per atleta e massaggiatore. Meccanici con mascherina. Abbiamo comprato dei macchinari per sanificare pullman, camion e stanze. Dispenser a infrarossi di gel in ogni angolo. A tavola distanziamento fra corridori e staff. 

Stanze singole per tutti?

Questo no e per mia responsabilità. Se faccio i test e i corridori sono negativi, se siamo tutti in una bolla, a cosa serve avere le stanze singole? Nelle varie bolle eravamo davvero contingentati, quella del Tour era esasperata. Per impedire che i massaggiatori uscissero, avevamo uno di noi, che viveva fuori dall’hotel della squadra, che faceva la spesa e la lasciava sulla porta.

Yankee Germano, Etna, Giro d'Italia 2020
Tutti nella bolla, tutti con la mascherina: lui è Yankee Germano (Deceunick-Quick Step)
Yankee Germano, Etna, Giro d'Italia 2020
Tutti mascherati: lui è Yankee Germano (Deceuninck)
Borracce da lavare ogni giorno?

No, le buttavamo. Meglio non rischiare.

Quanto è costato tutto questo?

Non so i materiali. Posso dire che i tamponi di luglio ci sono costati fra 80-100 euro ciascuno. Ad agosto sono saliti a 120-140. Per fortuna il Giro ha insegnato che quelli rapidi sono efficaci e sono stati validati.

Quali esami si fanno ai corridori positivi?

Varia a seconda se abbiano avuto il Covid senza sintomi o con sintomi. Senza o con pochi sintomi, Ecg e radiografia del torace. Se una forma più grave, Holter delle 24 ore, ecocardiogramma e Tac polmonare per valutare se ci siano fibrosi residue. In più è stato aggiunto per tutti un esame che in Italia si faceva già, cioè l’Ecg a metà stagione (che all’estero non si fa) ed esami del sangue più approfonditi.

Si parla di rischio miocardite per l’atleta positivo?

Confermo, ma solo per le forme più serie. Ma con ecocardio e l’Holter si hanno le risposte che servono, altrimenti si ricorre a una risonanza.

Qualcuno si è preoccupato (e ha puntato il dito) per l ritiro di Ciccone…

Ho seguito la cosa con il collega Emilio Magni. Giulio aveva recuperato dal Covid e ha avuto una bronchite. E’ stato assistito nel modo giusto.

Dato che le cose non cambieranno tanto a breve, dottor Guardascione, crede che siamo pronti per un’altra stagione di corse con il Covid?

Ora è più semplice. Sappiamo ricreare le bolle, fare tamponi ravvicinati rapidi prima di ricorrere a quelli molecolari, che servono in caso di positività.

Diego Andrés Camargo (Colombia Terra de Atletas), Vuelta Juventud 2020

Vuelta de la Juventud, riparte la Colombia U23

16.11.2020
4 min
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Il vivaio della grande passione colombiana è tornato a battere con la Vuelta de la Juventud. Pochi paesi al mondo sentono l’assenza di ciclismo quanto la Colombia. Dallo scorso 16 marzo, quando il Governo Nazionale e il Ministero dello Sport hanno dato l’ordine di sospendere le attività di massa, il re degli sport del Paese del caffè e i suoi grandi protagonisti sono entrati in uno stato nostalgico, senza orizzonte e con un’incertezza che dilagava. Per un periodo di sette mesi. Un’eternità. Una situazione per la quale nessuno era preparato ma che, tra le difficoltà, ha trovato i modi e alcune strategie per alleviare l’assenza di eventi su strada.

Team in crisi

I team di grande tradizione come EBSA Energía de Boyacá e progetti nascenti come Onion Team non hanno avuto altra scelta che chiudere i battenti e annullare i contratti di personale e atleti, sopraffatti dalla crisi. Il Covid-19 ha cambiato il mondo e il ciclismo colombiano non è stato estraneo. Tuttavia, la consapevolezza e il supporto di fronte all’emergenza sono stati esemplari in formazioni come EPM Scott, Team Medellín, Super Giros e Colombia Tierra de Atletas, capaci di respingere il duro assalto dell’economia per venire in soccorso, più che del ciclista, dell’essere umano che ha una famiglia e ha bisogno di soldi per sopravvivere.

Colombia, Vuelta Juventud 2020
La Colombia U23 è ripartita con la Vuelta a la Juventud da Villavicencio (foto Eder Garces)
Colombia, Vuelta Juventud 2020
La Vuelta a la Juventud 2020 riparte di Villavicencio (foto Eder Garces)

Stile di vita

In Colombia il ciclismo è uno stile di vita. Ciò che inizia come un hobby, nella maggior parte dei casi diventa la principale fonte da cui vivono centinaia di famiglie. Per questo la sospensione del calendario a causa della pandemia ha significato non solo l’arresto della competizione, ma anche l’arresto diretto di una forte attività economica, il cui impatto ha causato gravi danni ai settori industriale e istituzionale.

Gare virtuali

La Federazione Ciclistica Colombiana non ha mai interrotto le sue funzioni e, insieme al Ministero dello Sport, ha trovato il modo per programmare una riattivazione agonistica, basandosi sul parere di medici e allenatori specializzati, per creare un protocollo adeguato con garanzie per la prevenzione del contagio. Il panorama si è schiarito con l’approvazione dell’allenamento all’aria aperta. Poi, nel bel mezzo delle uscite all’aperto, il gruppo nazionale ha accolto con grande favore le gare virtuali organizzate dalla Federazione e idoli nazionali come Rigoberto Uran, il ciclista più attivo in questo mercato dei simulatori che non si fermerà qui.

Gare su strada

La lunga attesa, l’eternità dell’assenza competitiva e la nostalgia di scaricare watt tramite un’applicazione, si è conclusa ad ottobre con l’organizzazione di due classici della tradizione: la Vuelta al Tolima e la Vuelta a Antioquia. Il respiro è tornato in gruppo e lo spettacolo è tornato con forza. Le cittadine dell’interno – poco colpite dalla pandemia che invece ha stremato le grandi città – hanno accolto i loro idoli con tutti gli onori. Le urla coperte dalle mascherine e il distanziamento imposto dal regolamento, non hanno privato i beniamini del clamore popolare. Il colore è tornato e con esso l’esibizione delle grandi promesse (alcune già realtà) nella Vuelta de la Juventud.

Brayan Borda, Vuelta Juventud, Colombia 2020
Brayan Borda conquista in volata la terza tappa (foto Eder Garces)
Brayan Borda, Vuelta Juventud, Colombia 2020
Per Brayan Borda, terza tappa in volata (foto Eder Garces)

Un super podio

Il dipartimento di Meta e il suo capoluogo Villavicencio sono stati l’epicentro di una grande corsa, piena di vigore e talento in abbondanza.

Il titolo è finito nelle mani di Diego Andrés Camargo (Colombia Tierra de Atletas GW Bicycles), scalatore di Tuta. Boyacense di razza e corridore che ha concluso il suo percorso nella categoria con un premio che onora la sua paziente crescita.

Oscar Duvián Galvis (EPM Scott) è lo scalatore emergente, magro, leggero (appena 50 chili), magro, pieno di classe e convinzione. La crono del giorno di apertura è stata il suo tallone d’Achille, ma in montagna non ha avuto rivali. E’ stato il miglior ciclista della corsa e la sua crescita fa pensare alla nascita di una nuova stella.

Oscar Duvián Galvis (EPM Scott), Diego Andrés Camargo, Germán Darío Gómez, Vuelta Juventud 2020, Colombia (Colombia Tierra de Atletas GW Bicycles),
Oscar Galvis, Diego Camargo, Germán Gómez: il podio (foto Eder Garces)
Oscar Duvián Galvis (EPM Scott), Diego Andrés Camargo, Germán Darío Gómez, Vuelta Juventud 2020, Colombia (Colombia Tierra de Atletas GW Bicycles),
Galvis, Camargo, Gómez: il podio (foto Eder Garces)

Il podio è stato completato da Germán Darío Gómez, quel ragazzo che pianse inconsolabilmente al mondiale dello Yorkshire, che questa volta però ha sfoggiato un grande sorriso. L’impotenza di quel momento sfortunato ha rafforzato la sua immagine, ma Germán è più di questo. Ha solo 19 anni e mostra le qualità di uno specialista del fuoristrada affidabile nella cronometro, e adatto al primo livello europeo per la sua capacità di comportarsi bene in ogni circostanza di gara.

Non solo salite

Esteban Guerrero è emerso come l’uomo più veloce. Nato a Guaduas (Cundinamarca), il potente finisher ha vinto la classifica degli sprint e una tappa. La sua storia è un degno esempio di resilienza per la sua tenacia nel riemergere e dimenticare i brutti momenti. A 21 anni e dopo una stagione fallita nella squadra under 23 della Caja Rural, aveva pensato di ritirarsi. La Avinal GW El Carmen de Viboral ha salvato il suo talento e ha ottenuto una grande ricompensa.

Lo Vuelta de la Juventud è stata la stessa di sempre, seppure con il condizionamento della “nuova normalità”. La pandemia ci aveva privato dello spettacolo che solo il ciclismo vero è in grado di offrire. Le corse si sono fermate. Il talento non è mai andato via.

Si ringrazia Eder Garces (Federazione Colombiana di ciclismo) per il testo e le immagini.