Sella più bassa? Comanda la ricerca (disperata) di forza

10.05.2022
5 min
Salva

Vi ricordate, eravamo partiti da Thibaut Pinot e quanto pedalasse basso. Il francese aveva catturato la nostra attenzione al Tour of the Alps. In quei giorni lo avevamo visto dal vivo, sia nelle fasi di corsa che in quelle di contorno, come andare e tornare al foglio firma. E in effetti ci sembrava davvero basso di sella. Teoria rincarata da Adriano Malori.

Per non parlare poi di quella sua posizione tanto raccolta anche in termini di lunghezza. 

Qualcosa però che a ben analizzare non riguarda solo il corridore della Groupama-Fdj. In tanti pedalano qualche millimetro al di sotto dei canoni biomeccanici. Ma a questo punto ci siamo domandati se questi canoni siano ancora esatti. Ancora attuali. 

Posizione iper raccolta e bassa per Pinot, ma va detto che il francese da anni combatte col mal di schiena
Posizione iper raccolta e bassa per Pinot, ma va detto che il francese da anni combatte col mal di schiena

Parola a Mariano 

Alessandro Mariano è uno degli esperti in materia. Con lui già avevamo parlato qualche mese di argomenti simili, come per esempio la sella in avanti. E adesso torniamo a battere il chiodo sul discorso dell’altezza.

«La vostra sensazione – spiega Mariano – è corretta. Avevamo già parlato più o meno di questo discorso, che infatti è strettamente legato all’avanzamento della sella stessa.

«C’è questa tendenza di abbassare la sella perché sono cambiate le strategie di allenamento. Poi Pinot lo fa in modo esagerato, ma anche altri l’hanno abbassata. Mediamente, almeno guardando i mei corridori si è scesi di 3-5 millimetri, ma c’è anche chi è arrivato ad 8».

«Portare la sella in avanti o abbassarla implica un maggior lavoro del quadricipite. Oggi sono molto sviluppati. Questo perché? Perché si va a prendere la forza dove c’è… Di riflesso è qualcosa che vogliono anche gli amatori, ma gli si fa del male. Perché questa posizione va a sovraccaricare ginocchia e tendine rotuleo. Il che, in teoria, non va bene neanche per un pro’. A loro però una vittoria cambia la vita, la ricerca della prestazione è centrale. E poi non lo devono fare per tutta la vita».

Senza contare, aggiungiamo, che sono seguiti da staff medici.

Anche VdP pedala piuttosto basso di sella. La ricerca della forza vale anche per lui
Anche VdP pedala piuttosto basso di sella. La ricerca della forza vale anche per lui

Parola a Toni

Mariano tira in ballo la preparazione e allora abbiamo ascoltato anche un preparatore. E uno dei più attenti al discorso legato alla biomeccanica è Pino Toni.

La cosa bella è che i due tecnici, seppur di settori differenti, parlano esattamente la stessa lingua. Toni conferma quel che sostiene Mariano.

«Personalmente – spiega Toni – non ho mai consigliato di abbassare la sella, ma c’è chi lo ha fatto. Per quel che mi riguarda accade maggiormente nei biker. Io seguo anche Josè Dias, un biker potente. Lui ha abbassato la sella e ha anche cambiato preparazione e qualche crampo lo ha avvertito. Questo perché quando i muscoli sono fortemente sollecitati, si accorciano. Pertanto ci sta che abbassino la sella per ridurre queste estensioni».

Ma in cosa è cambiata la preparazione? Si è detto che oggi i corridori vanno più agili: è in questa direzione che è cambiata? E sempre per questa motivazione si è ridotta l’altezza della sella? Anche in questo caso Toni fa chiarezza: la questione dell’agilità è marginale.

«Oggi – spiega il tecnico toscano – serve più potenza, più energia. Per fare un esempio, oggi un corridore di 65 chili che fa 400 watt alla soglia non dico che non va da nessuna parte, ma è uno dei tanti. Sono i numeri che lo dicono. Per forza di cose, andando a cercare la forza là dove ce n’è di più (sul quadricipite, ndr) mi devo abbassare, devo creare più energia, più efficienza muscolare».

«Poi il discorso dell’agilità a me in quanto preparatore paradossalmente riguarda fino ad un certo punto (nell’ambito di questo discorso, ndr). Non si tratta di andare agili o duri, si tratta di fare forza, di sviluppare energia. Se poi lo si fa con l’alta o bassa cadenza non cambia».

Esercizi come i balzi contribuiscono alla forza esplosiva, quella di cui c’è più bisogno e che più accorcia la muscolatura
Esercizi come i balzi contribuiscono alla forza esplosiva, quella di cui c’è più bisogno e che più accorcia la muscolatura

Comanda la forza

Sia Toni sia Mariano pertanto dicono che alla base c’è la ricerca della forza. Non si abbassa quindi la sella perché si va più agili, ma perché si deve sviluppare più forza. E i muscoli che si sviluppano di più sono i quadricipiti.

Anche per questo motivo Mariano aggiunge una nota molto interessante. «L’abbassamento della sella riguarda soprattutto i corridori potenti, i passisti veloci, quelli da classiche. Sono loro che spingono di più, che sviluppano più forza e chiamano in causa i quadricipiti. Ma si vede ad occhio nudo. La muscolatura dello scalatore è più allungata, lavora di più col bicipite femorale e anche col polpaccio».

«Già 25 anni fa in Telekom – conclude Toni – dicevano, quando si parlava di biomeccanica, che non si trattava solo di misure degli arti, ma anche d’intersezione dei tendini (altro cavallo di battaglia anche di Mariano, ndr). Una biomeccanica fisiologica dell’atleta, se così possiamo dire. Non è detto infatti che due corridori che hanno la stessa lunghezza di femore abbiano gli stessi attacchi tendinei.

«Questo per dire che alcune caratteristiche poi non possono essere cambiate: chi va duro, va duro. E chi va agile, va agile. Sì, ci si può lavorare, ma non si può stravolgere». 

Repente e Ergo Shape, libertà ai muscoli per pedalare meglio

09.03.2022
4 min
Salva

Il tema della biomeccanica, associato al benessere in bici e quando si pedala è sempre attuale. Ma oggi la seduta in sella non è più “solo” una questione di salute, perché è sempre più una sorta di nuovo confine che permette di pedalare più forte e più a lungo. La nostra posizione in bici e come ci sediamo sulla sella influiscono in maniera esponenziale sull’equilibrio di tutto il nostro corpo, dal basso verso l’alto e viceversa. Abbiamo scambiato due chiacchiere con Alessandro Mottola, biomeccanico di fama internazionale, che ha contribuito nello sviluppo del concetto Ergo Shape di Repente.

Il contributo degli atleti pro’ è sempre fondamentale per lo sviluppo dei prodotti (foto Team Efapel)
Il contributo degli atleti pro’ è sempre fondamentale per lo sviluppo dei prodotti (foto Team Efapel)

Il marchio Repente in Italia è distribuito da Beltrami-TSA e fornisce le selle anche l’omonimo team, oltre a supportare tecnicamente la Bingoal, la polacca Mazowsze, il Team Efapel in Portogallo e la BePink nel femminile. A questi si aggiunge il Team Ktm Protek mtb.

Che cos’é Ergo Shape di Repente?

E’ un concetto molto semplice. Si basa su alcuni fattori che il mondo del ciclismo e della biomeccanica hanno trascurato, o hanno valutato come secondari. Ergo Shape di Repente ha l’obiettivo di lasciare una maggiore libertà ai muscoli del bicipite femorale e gli ischio-crurali. Sono quei comparti muscolari dell’interno della coscia, che spesso non hanno lo spazio necessario per muoversi in modo naturale. Il blocco, oppure lo schiacciamento anomalo e prolungato di questi distretti muscolari, può portare a perdite di forza e tensioni a livello del ginocchio. Oltre al comfort ed al piacere di stare in bici, l’obiettivo è quello di lasciare liberi questi muscoli, protagonisti nel gesto della pedalata.

Il design Ergo Shape di Repente
Il design Ergo Shape di Repente
Come nasce il concetto Ergo Shape di Repente?

Il protocollo nasce da un’idea e dalla collaborazione con l’azienda Repente, il risultato di uno studio che combina le caratteristiche del corpo umano e di come interagisce con il prodotto sella. Inoltre Ergo Shape vuole dare una maggiore considerazione ai punti di appoggio soggettivi del ciclista, andando oltre gli standard attuali. Noi biomeccanici, ma anche l’utente finale, che sia un atleta di primissimo livello, oppure un praticante saltuario, dobbiamo sfruttare una tecnologia semplice e di facile applicazione. Ergo Shape è un strumento comprensibile, una soluzione per la forma della sella, che nasce senza troppe complicazioni e con risultati che diventano tangibili nell’immediato.

Dal lato pratico, cosa significa?

Davanti agli ischi c’è una serie di muscoli e di terminazioni nervose, fondamentali per un gesto ottimale. Pochi biomeccanici e produttori di selle, ad oggi, hanno considerato e valutato quanto può incidere il blocco di questi muscoli, per via degli ingombri non corretti delle selle. Grazie allo sviluppo di Ergo Shape, con Repente sono state disegnate delle selle che lasciano un’ampia libertà di movimento nella sezione interna e frontale della coscia, per una pedalata fluida e priva di sovraccarichi. Tutto questo a prescindere della larghezza della sella, anche se proprio la larghezza è un dato da tenere sempre in considerazione. Posso anche dire che proprio le forme delle selle Ergo Shape abbracciano l’80% e oltre dei ciclisti, ma il protocollo è ancora in evoluzione.

Il Team Mazowsze è 1^ Continental nel ranking mondiale UCI, supportato da Repente (foto Team Mazowsze)
Il Team Mazowsze è 1^ Continental nel ranking mondiale UCI, supportato da Repente (foto Team Mazowsze)
Libertà della pedalata, sovraccarichi e larghezza: è tutto connesso?

Sono tutti fattori connessi tra loro. Una sella troppo larga e che blocca la gamba, porta a scompensi nel corso della pedalata, sovraccarichi muscolari, articolari e perdita di performance. Determinare la giusta larghezza degli ischi di un atleta è fondamentale. Giocano un ruolo primario anche il peso del ciclista e la sua flessibilità. Ad esempio, più un ciclista è flessibile maggiormente sarà la sua capacità di sfruttare una sella piatta, ma dobbiamo dare modo alla sua gamba di girare libera. Se facciamo pedalare un atleta su una sella che è ingombrante e si scontra con il suo modo di appoggiare il corpo, lo obblighiamo ad andare contro la sua natura. Il ciclista si sposterà in avanti in maniera anomala, abbassandosi in un modo non corretto. Così si chiuderanno gli angoli del ginocchio e della caviglia, creando delle pressioni prima di tutto sul ginocchio. Il primo riscontro negativo è la perdita di efficienza, prima quando si pedala in pianura. Ma gli effetti negativi si riflettono anche sulle braccia e sul busto, nella zona lombare, schiena e sul muscolo del trapezio. Inoltre il corridore diventa meno efficace in fatto di aerodinamica.

repente

Leve lunghe: quanto incidono? Ne parliamo con Mariano

19.02.2022
5 min
Salva

Leve lunghe. Corridori altissimi e magrissimi. Il caso del norvegese Jacob Hindsgaul visto al Tour of Antalya è stato emblematico. E’ sembrato di tornare ai tempi di Andy Schleck, il quale era solo un centimetro più basso ma aveva lo stesso peso.

Il corridore della Uno-X è alto 187 centimetri per 67 chili. Il rapporto potenza/peso incide ancora molto? E quanto conta avere delle leve lunghe? Argomento che abbiamo portato all’attenzione di Alessandro Mariano, biomeccanico di lungo corso e tra più esperti in assoluto.

Jacob Hindsgaul (a destra) è alto 187 centimetri per 67 chili. A colpire è stato il suo femore molto lungo
Jacob Hindsgaul (a destra) è alto 187 centimetri per 67 chili. A colpire è stato il suo femore molto lungo
Alessandro, siamo in un’era in cui il discorso del peso, e di conseguenza del rapporto potenza/peso, sembra incidere un po’ meno rispetto a qualche anno fa. E’ così? Si presta più attenzione ad altri aspetti come alimentazione, materiali, vestiario…

Eh – il suo tono la dice lunga – il rapporto potenza/peso incide ancora molto, moltissimo. I corridori sono magrissimi. Più leggero sei, più sali forte. Vi racconto questa e lo premetto: non è una barzelletta. Un corridore poco mentalizzato a perdere peso non mangiava come doveva. Abitava in cima ad uno strappo molto impegnativo. Un giorno poco prima che rientrasse, la moglie lo chiamò e gli disse di prendere alcune cose, tra cui se ben ricordo c’era un chilo di mele. Lui si fermò e fece la salita con questo peso in più. Si accorse, “dati alla mano”, della fatica in più che fece. Fu una scossa…

Okay, si dice il peccato e non il peccatore, ma…

Non lo svelo, ma posso dire che è un corridore ancora in gruppo.

Dal punto di vista biomeccanico, le leve lunghe quanto incidono anche in relazione al peso? Sono un vantaggio per chi non è propriamente uno scalatore?

Come avete detto voi parliamo di leve. E più sono lunghe e meglio è, si spinge di più. A prescindere da quanto pesa l’atleta. Nel caso di un ciclista però è ancora più importante il frazionamento di queste leve, vale a dire quanta differenza c’è tra femore e tibia. 

Spiegaci meglio…

Dico dei numeri a caso: se ho 100 centimetri di gamba è meglio che siano ripartiti 70 sul femore e 30 sulla tibia, che non 60-40.

C’era un corridore che non essendo scalatore è riuscito a difendersi bene in salita anche grazie soprattutto alle leve lunghe?

Beh, mi viene in mente Indurain! Lui è l’esempio perfetto. E infatti vinceva anche a cronometro.

Con l’aumentare delle cadenze le pedivelle si sono “accorciate” e le 170 millimetri sono tornate molto di “moda”
Con l’aumentare delle cadenze le pedivelle si sono “accorciate” e le 170 millimetri sono tornate molto di “moda”
La leva lunga dello scalatore è diversa da quella del passista o del velocista?

Premesso che non è una regola, hanno un’attaccatura muscolare diversa. Quella dello scalatore avrà quasi sicuramente un’inserzione più bassa, e quindi più allungata, rispetto a quella del velocista, che invece avrà una muscolatura più compatta.

E una volta messi in sella che differenze noteremmo?

Se fosse solo per le misure, tra un “lungagnone” velocista e un “lungagnone” scalatore, non ci sarebbero differenze da un punto di vista biomeccanico, ma quasi certamente, in virtù del discorso della muscolatura più corta il velocista avrà la sella più avanzata, a parità di misura della bici. E’ il discorso che facemmo la volta scorsa con Abdujaparov e Gotti.

Oggi vediamo delle posizioni sempre più raccolte, con selle molto avanzate (come Froome in apertura). Perché si cerca questa spinta molto in avanti? Una volta c’era la regola del menisco in linea verticale con l’asse del pedale quando questo era davanti parallelo al terreno…

Il fatto che negli anni siano cambiate le preparazioni, l’alimentazione, la palestra… si sono avute delle ripercussioni anche sulla muscolatura e si cerca una spinta più avanzata e più “potente”, tuttavia non c’è un test scientifico che ne accerti i vantaggi muscolari. Non ci si rende conto di quanto influisca l’aspetto psicologico su certe scelte. Mentre non si dà la giusta importanza al piede.

Il piede?

Certo, se ci si pensa fa parte degli angoli della spinta e possono cambiare molto in base alla sua conformazione. Tutto dipende da dove si ha il malleolo, il punto di spinta, il punto di forza del piede. Per esempio, Joaquim Rodriguez aveva un piede anomalo. Aveva il malleolo molto indietro, tanto che Sidi doveva fargli una doppia foratura per posizionargli le tacchette in modo ottimale. Aveva dei fori che erano 3-4 millimetri più indietro rispetto alla norma. E’ moltissimo.

Spesso i corridori sono restii a cambiare scarpa. Per Mariano la tacchetta è importantissima per il discorso di angoli e leve
Spesso i corridori sono restii a cambiare scarpa. Per Mariano la tacchetta è importantissima per il discorso di angoli e leve
E invece la lunghezza degli arti incide sulle pedivelle?

Certamente, va ad influenzare la loro lunghezza. Però dipende molto dal soggetto e dalla sua capacità di pedalare con una certa cadenza. E infatti Purito, continuo a citare lui in quanto è stato uno dei campioni recenti che ho seguito più da vicino, era una particolarità. Lui pur essendo basso, utilizzava pedivelle da 172,5 millimetri. Dipende dalla cadenza ottimale. Più le rpm sono alte e più si tende ad utilizzare una pedivella più corta. Più sono basse e più si tende ad utilizzare una pedivella lunga. E questo incide sulla scelta a parità di misure degli arti inferiori.

Hai parlato di cadenza ottimale…

Sì, e si può determinare. Si chiama test di coppia, esattamente come in un motore di una vettura s’individua la coppia massima dell’atleta. 

E come funziona questo test?

Si fa pedalare il corridore con le stesse frequenze cardiache e man mano si aumenta il numero di pedalate. Si arriverà ad un punto in cui avverrà una perdita di potenza. Quello è il punto di rottura ed individua la cadenza ottimale di quel corridore.

Oggi si tende ad utilizzare pedivelle più corte…

Vero, rispetto a qualche anno fa le rpm si sono alzate e di conseguenza assistiamo a questo “accorciamento” delle pedivelle.

Bici aero o tradizionale, per il biomeccanico contano gli angoli

01.02.2022
6 min
Salva

Bici aero o bici “da scalatore”? Questo è il dilemma… Oggi, specie nei grandi team, gli atleti hanno a disposizione entrambe le tipologie di bici. In alcune squadre è il costruttore stesso a dare indicazioni circa il modello più adatto alla tipologia di percorso e del meteo (in questo caso in relazione soprattutto alle ruote), ma molto più spesso accade che il corridore “battezzi” una bici e tenda ad utilizzare sempre quella per tutta la stagione.

Ma su che base la sceglie? Ci sono anche discriminanti che riguardano la biomeccanica? Su questo aspetto chiediamo lumi ad Alessandro Mariano, biomeccanico del centro Fisioradi che da anni segue moltissimi professionisti.

Maurizio Radi, titolare di Fisioradi Medical Center a Pesaro. A destra, Alessandro Mariano
Maurizio Radi, titolare di Fisioradi Medical Center a Pesaro. A destra, Alessandro Mariano

Aero o tradizionale?

Le sue risposte, lo ammettiamo, ci hanno un po’ spiazzato e lui stesso per primo ammette che anche in grandi team tante volte, ma proprio tante è il tarlo del corridore a scegliere la bici.

«La prima discriminante – dice Mariano – che influenza il corridore è il peso. E solitamente la bici aero pesa un po’ di più, quindi chi la sceglie è generalmente un velocista o comunque un atleta grande e potente. Lo scalatore di certo ha la “fissazione” dei grammi… questo per dire che non sempre le scelte delle bici vengono fatte in base a discriminanti tecniche o biomeccaniche».

Ma se questa è la base di ragionamento di molti corridori, lui da biomeccanico su che cosa si basa nell’assegnare una bici aero o una tradizionale?

«Io mi baso sugli angoli – spiega Mariano – e se questi tra modello aero e modello tradizionale sono gli stessi, per me non cambia assolutamente nulla. In quel caso la scelta è del corridore. La tipologia di tubazioni, il tipo di carbonio… non incidono. E’ l’atleta che sceglie in base alle sue sensazioni, alla guidabilità, al peso».

Oggi la componente aerodinamica sta diventano predominante. Le medie orarie aumentano ed essere efficienti contro l’aria conta eccome. Non a caso anche i modelli leggeri hanno dei richiami aero. E le bici prese ad esempio appena sotto di tre team (rispettivamente Bahrain Victorious, Astana Qazaqstan e Bardiani Csf Fainzaè) ne sono testimonianza. La Merida Scultura (specie la versione 2022), la MCipollini Dolomia e Wilier 0 Slr magari non fanno dell’aerodinamica la loro peculiarità, ma neanche la trascurano.

Prima gli angoli…

«Alla fine – riprende Mariano – per me quel che comanda sono gli angoli, soprattutto quello del tubo piantone. Quello del tubo di sterzo, invece, da un punto di vista biomeccanico “conta poco”, questo riguarda più la guidabilità, mentre quello piantone è quello che determina la posizione della sella, se va spostata più o meno avanti. Ed è quella da cui tutto ha inizio.

«Pensate che nel mio protocollo, salvo errori madornali, al primo step la posizione del manubrio neanche la guardo. Prima sistemo l’angolo piantone e la posizione della sella. Il corridore ci pedala per un certo periodo, si assesta e vedo come si adatta la sua muscolatura».

Verso taglie standard 

«Oggi tra l’altro le geometrie, sia aero che tradizionali, si sono molto standardizzate. L’angolo del tubo piantone oscilla mediamente fra 73° e 73,5°. Si arriva a 74,5° nelle taglie molto piccole e a 72,5° in quelle molto grandi. E da biomeccanico mi devo adattare.

«In passato, con i telai in acciaio e in alluminio che si potevano personalizzare era più facile mettere un corridore in sella e farlo rendere al meglio. Se si andava in un team non c’erano due bici uguali».

«Faccio un esempio. Ivan Gotti e Djamolidine Abduzhaparov scheletricamente erano identici. Si sarebbero potuti scambiare la bici in qualsiasi momento, eppure avevano una muscolatura agli antipodi. Abdu aveva un quadricipite molto corto (esplosivo da velocista), Gotti ce l’aveva molto lungo. In particolare l’attacco del suo quadricipite era molto basso. Scherzando, gli dicevo che ce l’aveva sotto la rotula! Abdu era più avanzato e Gotti più arretrato.

«Le misure e le geometrie attuali avvantaggerebbero Abduzhaparov. Ivan infatti aveva un tubo piantone di 71,5° e Abdu di 74°, va da sé che si sarebbe adattato alle nuove geometrie con maggior facilità. Con ogni probabilità Gotti avrebbe avuto un attacco manubrio più lungo e Abdu uno più corto».

Muscoli e ossa

Il “disegno” dei muscoli quindi conta, ma conta sempre ai fini degli angoli di spinta e non della tipologia di telaio. 

«Io – riprende Mariano – che uso l’elettromiografo poi lo vedo subito. Vedo quanto rende l’atleta in questa o quella posizione. Per esempio: un corridore è molto forte nei glutei. Se voglio sfruttarglieli lo posiziono molto indietro, così da esaltare la sua catena posteriore. Se invece è forte di quadricipiti lo metto tutto davanti».

E qui poi subentrano anche i discorsi sulla tenuta, sui conseguenti crampi, sulla comodità col passare delle ore e dei chilometri. Discorso che vale ancora di più durante una grande corsa a tappe. Ma una cosa è certa, nella scelta del modello di bici aero o tradizionale, una volta appurati gli angoli ed escluse forzature di posizione, il biomeccanico ha meno margine di manovra. La scelta finale, spetta al corridore.

Exept, il monoscocca è su misura

24.01.2022
5 min
Salva

Da sempre il telaio su misura e la bicicletta cucita sulle proprie caratteristiche sono un must, un simbolo di distinzione e gratificazione. Per molti, la bicicletta personalizzata in ogni sua parte e Made in Italy è il culmine di un’esperienza che va oltre il ciclismo praticato, una sorta di punto di arrivo e obiettivo. Exept è questo, un marchio tutto italiano che fa collimare la performance di un prodotto dall’elevato tasso tecnico, al percorso del ciclista che vede nascere la sua bici in modo sartoriale. L’azienda ligure nasce nel 2017, con l’obiettivo di ridefinire l’esperienza ciclistica che vede al centro il binomio tra l’atleta ed il mezzo meccanico.

Exept non ha una produzione di massa, perché costruite su misura e sulle specifiche del cliente
Exept non ha una produzione di massa, perché costruite su misura e sulle specifiche del cliente

L’unica monoscocca custom

Quando si parla di monoscocca la mente ci rimanda alla produzione del far-east. Non è del tutto errato e non deve essere un fattore negativo. Taiwan e alcuni paesi asiatici hanno sviluppato un know-how di alto livello nel corso di 40 anni e più di lavorazione delle materie composite. La tecnologia monoscocca è stata portata e sviluppata in quelle zone da grandi aziende che operano anche negli ambiti dell’aero spazio. La tecnologia monoscocca permette di raggiungere grossi numeri in fatto di produzione, al pari di una resa tecnica ottimale.

Finale Ligure, in Provincia di Savona, considerata la capitale mondiale dell’outdoor
Finale Ligure, in Provincia di Savona, considerata la capitale mondiale dell’outdoor

Esperienza Made in Italy

Però quel tocco artigianale italiano ha qualcosa in più e le innovazioni sono ancora possibili anche nel nostro Paese. Non c’é solo il marketing e una bella immagine può collimare con la sostanza e prestazioni hors categorie. Ma quindi, è possibile sfruttare la “soluzione monoscocca”, produrre in Italia e farlo sulle esigenze del cliente?

Si, è possibile. Exept ingegnerizza le bici road a Finale Ligure e produce in una fabbrica italiana. E’ l’unica azienda che costruisce la bici grazie alla tecnologia monoscocca, ma con uno stampo che permette di modulare il prodotto e adeguarlo alle caratteristiche fisiche dell’utilizzatore. Il risultato è una bicicletta curata dalla qualità sartoriale e confezionata con materiali al top della categoria. Una piccola rivoluzione, ma anche la capacità di sfruttare l’ingegneria.

Prima il bikefitting

Come si costruisce una bicicletta su misura? Il primo passo è legato alla rilevazione delle misure atropometriche. Il sistema ad oggi utilizzato è quello di bikefitting.com (nell’orbita Shimano) e fa eseguire una vera e propria seduta biomeccanica e di valutazione della pedalata, nello showroom di Finale Ligure. Vengono provate diverse soluzioni e c’è anche la possibilità di partire da uno storico, ovvero dai valori di una bicicletta già esistente e da li porre una base. Al momento della validazione del progetto, la bicicletta inizia il suo processo di costruzione hand made nella facility, in Veneto.

Il cliente sceglie

La verniciatura e l’assemblaggio della bicicletta seguono il fil rouge della costruzione ad hoc. Le grafiche e le colorazioni sono personalizzate e vengono composte grazie ad un software specifico di Exept. Anche la componentistica è personale, non c’é un montaggio standard. I prezzi sono variabili in base alle scelte dell’utilizzare e sono perfettamente in linea con un segmento di mercato che si riferisce all’alta gamma. La Exept Bike Experience include anche un secondo step, quello della configurazione della bicicletta, ma che tratteremo in seguito.

Exept

Donne in bici: con Dalia Muccioli fra tecnica e motivazioni

17.01.2022
5 min
Salva

Il ciclismo femminile sta esplodendo. Le donne che vanno in bicicletta hanno bisogno di un mezzo con delle caratteristiche tecniche specifiche? La domanda è saltata fuori durante le riprese del video in cui Giada Gambino provava la Liv Langma Advanced Disc, disegnata appunto sulle esigenze di atlete donne. Quali sono i fattori da considerare per sviluppare una bici da donna perché sia diversa da una da uomo?

Lo abbiamo chiesto a Dalia Muccioli, ex professionista che si è laureata campionessa italiana nel 2013 (foto di apertura, sul podio di Rancio Valcuvia). Una piacevole chiacchierata, in cui è emersa la sua esperienza agonistica, ma anche di una ciclista realmente appassionata della bicicletta.

Dalia, quali sono le differenze tecniche principali tra due modelli uguali di bici, ma in versione differente, uomo o donna?

Considerando che buona parte delle aziende ha dismesso una vera e propria produzione di biciclette specifiche per le donne, le differenze sono da identificare nelle taglie che vengono proposte, al netto di colorazioni dedicate ed allestimenti. A questo fattore bisogna poi associare la diversità di alcuni componenti, come ad esempio il reggisella, il manubrio e la sella, solo per citarne alcuni. Più che la diversità dei telai, io mi concentrerei sulla differenza dei punti di contatto e di spinta che esiste tra gli uomini e le donne. E ovviamente sulle taglie.

Cosa ne pensi di una valutazione biomeccanica, come strumento e come prevenzione?

La biomeccanica è un passaggio fondamentale. Oggi esistono molte possibilità e strumenti di valutazione che danno modo di avere dei riferimenti ottimali.

Soggettività a parte, quale è il componente più importante per la compagine femminile?

I componenti che fanno la differenza sono due: la sella e il manubrio. Entrambi sono soggettivi per forme, design e per la resa tecnica, ma fondamentali quando lo stare in sella è ricerca della prestazione, ma anche piacere. Anche in questo caso una valutazione biomeccanica può dare un supporto ottimale.

Hai toccato la categoria delle selle. Nella fascia maschile quelle corte sono tra le più utilizzate. E’ così anche per il ciclismo al femminile?

E’ un segmento che è entrato di prepotenza anche nella categoria femminile ma, come dicevo prima, la sella è un componente troppo soggettivo per dare un unico giudizio. Ricordo ad esempio, quando ero in Valcar e avevamo lo sponsor Prologo, che l’azienda ci aveva messo a disposizione un’ampia scelta di prodotti e la possibilità di valutare. Testare diversi prodotti non è un fattore secondario, a tutti i livelli, perché ti permette di analizzare diverse dinamiche. Porto con me anche l’esempio di Fabiana Luperini, che utilizzava una sella strettissima ed in carbonio: estrema, eppure lei si trovava particolarmente a suo agio!

Sono sempre di più le aziende che producono i capi tecnici e che dedicano particolare attenzione agli indumenti femminili
Sempre più aziende producono capi tecnici al femminile
Meglio una bici più rigida, oppure una più comoda?

Voglio fare un altro esempio che può rendere molto l’idea. Sono ambassador per BMC e mi è stata data l’opportunità di pedalare su due biciclette differenti, prima la Roadmachine del segmento endurance e poi la top di gamma Teammachine SLR01, la stessa che usano i pro’. Da atleta agonista sceglierei la Teammachine, perché più performante, ma anche più esigente e più rigida. La Roadmachine è la bici più comoda che ho mai usato, eppure questa comodità mi ha permesso di fare uscite molto lunghe e senza stancarmi in modo eccessivo, senza avere mal di schiena, il collo e le braccia. Credo che sia fondamentale calibrare le proprie caratteristiche ed esigenze considerando anche la tipologia di bicicletta, perché non è detto che un mezzo più performante sia migliore.

E invece per quanto concerne l’abbigliamento? Ci sono delle grandi differenze rispetto ai capi tecnici maschili?

La salopette e il fondello sono fondamentali ed importanti tanto quanto la sella. Soprattutto negli ultimi anni la tecnologia e il settore dei capi tecnici ha fatto passi da gigante, non solo nel reparto uomo, ma anche in quello donna. Tessuti, design e materiali delle imbottiture ti permettono di pedalare meglio. Facendo anche un inciso, non per forza un fondello spesso e alto è sinonimo di comfort. Talvolta uno spessore ridotto va meglio, perché si adatta alle forme.

Tre buoni consigli alle donne che si approcciano alla bicicletta e al tempo stesso vogliono ottenere qualcosa in più…

Partire con calma senza esagerare con le distanze e ad ogni uscita almeno una sosta al bar. Una brioche con la Nutella? Perché no. Godersi l’ambiente e possibilmente fuori dal traffico, la bici permette di viaggiare ed evadere, anche quando ci si allena in modo serio. Porsi almeno un obiettivo, che può essere anche quello di staccare il fidanzato.

Con Cataldo, fra biomeccanica, Ciccone e le risate di Scarponi

05.01.2022
7 min
Salva

Un altro cambio di maglia, la sesta da quando è professionista. La Liquigas, poi la Quick Step. Il Team Sky e l’Astana. La Movistar e ora la Trek-Segafredo. Dario Cataldo e i suoi occhialini hanno sempre la stessa vivacità nello sguardo, ma nei silenzi si intuiscono i chilometri e il tempo passato. Trovare una trattoria in cui sedersi a Chieti è stato un’impresa, fra locali chiusi e quelli al completo. Ma adesso, in mezzo agli antipasti che vanno e vengono e con una birra piccola per farci compagnia, il discorso fluisce gradevole e profondo come sempre.

L’ultimo contratto ha dovuto sudarselo. Da una parte era certo che dopo una carriera come la sua, sarebbe stato impossibile restare a piedi. Ma quando ottobre è diventato novembre e non c’erano novità, il senso di dover smettere ha fatto per la prima volta capolino dopo tanti anni e non è stato bello.

Cataldo sarà regista in corsa al fianco di Ciccone, ma non avrà identico programma (@rossbellphoto)
Cataldo sarà regista al fianco di Ciccone, ma non avrà identico programma (@rossbellphoto)

«Alla Trek ho trovato un ambiente molto eterogeneo – dice – al primo approccio mi ha fatto pensare a quello della Quick Step, dove c’erano persone molto competenti, con un bello staff belga e uno italiano. Qui in più c’è la stessa sensazione di famiglia della Movistar. Sto bene. Ho cambiato un po’ di cose, ma so qual è il mio lavoro. Dopo tanto tempo, quasi non è servito parlarne».

Dario è in Abruzzo per qualche appuntamento e gli ultimi scampoli delle Feste, poi tornerà in Svizzera e da lì, a metà della prossima settimana, tornerà in Spagna per il secondo ritiro con la squadra. In questi giorni, approfittando del clima insolitamente mite, è riuscito a salire fino al Blockhaus e a riempirsi gli occhi dei suoi panorami.

Hai parlato di cose cambiate…

Ad esempio a livello di biomeccanica. Cambiamenti di cui avevo intuito la necessità, ma sui quali non avevo mai ricevuto feedback dalla squadra. Era da un po’ che riflettevo sulla lunghezza delle pedivelle. Pedalo così basso e raccolto, che con le 172,5 nel punto morto superiore avevo il ginocchio conficcato nel petto. E questo un po’ era scomodo e un po’ mi impediva di avere la cadenza che volevo. Era una mia teoria, invece appena mi hanno visto, mi hanno fatto la stessa proposta senza che io gli dicessi nulla. E adesso le ho da 170…

I biomeccanici della Trek-Segafredo hanno anticipato la sua volontà e sono intervenuti su pedivelle e pedali
I biomeccanici della Trek-Segafredo sono intervenuti su pedivelle e pedali
Le hai cambiate subito?

Dal primo ritiro e ho visto subito dei benefici. Mi viene più facile andare in agilità. E in contemporanea ho cambiato la larghezza dell’asse del pedale. Ho guadagnato 4 millimetri per lato, aumentando il fattore Q di 8 millimetri (si tratta della distanza orizzontale fra i due pedali, ndr). Notavo la necessità di allargare l’appoggio e grazie ai pedali Shimano, siamo riusciti a farlo. Per questo devo dire grazie ad Andrea Morelli del Centro Mapei, che ci segue.

Perché non fare prima certe modifiche?

Perché fino a qualche anno fa c’era chiusura mentale su certi aspetti. Ho sempre chiesto la compact per fare le salite ripide in agilità e mi dicevano di no perché non c’erano mica dei muri. Oggi è cambiato, in questa squadra è diverso. C’è più apertura verso la personalizzazione, dalla biomeccanica all’alimentazione. Non siamo tutti uguali…

Perché Ciccone ha detto che sei l’uomo giusto per creare un progetto?

Perché forse in squadra serviva un occhio tecnico dall’interno della corsa. Nel suo gruppo c’è Mollema, che però non nasce gregario. Oppure Brambilla, fortissimo nelle classiche. Noi due ci completeremo, perché io ho quell’occhio per le corse a tappe. Potrei essere il tassello che mancava nei Giri. So quello che dovrò fare. Sono arrivato al punto che in certi momenti sono io che spiego ai direttori quel che serve.

Ha corso spesso da gregario, ma sa vincere. Da U23 vinse il Giro d’Italia, qui a Como nel Giro 2019
Ha corso spesso da gregario, ma sa vincere. Qui a Como nel Giro 2019
Un regista in corsa?

Più di una volta ho messo da parte le ambizioni personali. Guercilena, che mi conosce dal tempo della Quick Step, mi ha dato questa fiducia a prescindere.

Sarai la spalla fissa di Ciccone?

Ci sarò in alcune occasioni, mentre in altre per il bene della squadra mi… occuperò d’altro. Faremo però un bel calendario insieme. Tecnicamente, Giulio è ibrido, deve capire dove può emergere. Ha ottime qualità per i grandi Giri, ma è istintivo e per questo va tenuto a bada. Deve maturare ancora. Deve trovare la giusta dimensione per utilizzare il suo potenziale. Credo che fra preparatori, direttori e compagni possiamo fare ognuno la sua parte per supportarlo.

Cosa è cambiato nel gruppo dagli inizi?

E’ diventato un lavoro più esigente. Credo che si sia sempre fatta attenzione ai dettagli, per quello che di anno in anno fosse il meglio a disposizione. Oggi ci sono più conoscenze per fare le cose a un livello superiore, qualitativamente e quantitativamente. Puoi sbagliare meno, altrimenti sei automaticamente fuori dai giochi. La cosa veramente difficile è diventato lo stare in gruppo.

Dopo cinque anni all’Astana, Cataldo ha corso le ultime due stagioni alla Movistar
Dopo cinque anni all’Astana, Cataldo ha corso le ultime due stagioni alla Movistar
Che cosa significa?

Il modo più aggressivo di correre fa saltare le tattiche e si traduce in meno rispetto. Prima un corridore esperto poteva richiamare il giovane che sbagliava, adesso ti mandano a quel paese. Primo, perché non c’è rispetto. Secondo, perché lo fanno tutti e quindi ti prendono per scemo, quasi tu voglia fare lo sceriffo.

Chi gode di rispetto?

Il leader forte che vince le grandi corse. Quelli vengono presi a modello, ma si pensa di poter fare come loro. C’è una bella anarchia.

Pensi mai alle persone che ti hanno lasciato qualcosa?

Michele Scarponi, sicuramente. Lui è in cima alla lista. Tante volte facciamo progetti e castelli in aria senza renderci conto che tutto può finire in un secondo. Ma per parlare di lui servirebbe un libro…

Scriviamolo!

Per capirlo, devi averlo conosciuto (dice strizzando l’occhio, ndr). Di lui apprezzavo la capacità di mantenere alto il morale, lo osservavo per come si comportava ed era di ispirazione. Faceva gruppo ridendo, ma non da pagliaccio. Era burlone e super professionale. Continuando a ridere, ti sbatteva in faccia il tuo errore. Ti prendeva in giro, ne ridevi anche tu e intanto imparavi.

Scarponi riusciva a dire col sorriso anche le verità più scomode
Scarponi riusciva a dire col sorriso anche le verità più scomode
A te cosa rimproverava?

Il fatto di essere troppo zelante e di avere troppa dedizione per quello che mi dicevano. A volte i corridori sfilano la radiolina per non eseguire ordini che gli sembrano assurdi, io non lo facevo mai. Una volta all’Algarve il gruppo era tutto largo su uno stradone con il vento contrario. Un direttore disse alla radio che dovevamo attaccare. Noi gli chiedemmo se fosse sicuro. E quello in tutta risposta disse che toccava a me e io andai. Partii e ovviamente mi ripresero e mi staccarono. E Michele rideva, mi guardava e diceva: «Il bello è che tu lo fai!!!». Ne abbiamo riso per settimane. Forse dissero a me perché ero l’unico che lo avrebbe fatto (sorride sconsolato, ndr).

Chi oltre a Michele?

Bennati, perché è uno dei compagni con cui ho avuto la migliore affinità. Eravamo sempre sulla stessa lunghezza d’onda. Ancora adesso, davanti a qualsiasi questione, mi viene da pensare che lui la penserebbe come me. Poi Malori, anche se non abbiamo mai corso insieme. E’ una di quelle persone che puoi non vederla da cinque anni e ti abbraccia come se ci fossimo salutati il giorno prima. Infine Bruno Profeta, il mio primo direttore sportivo, che mi ha insegnato concetti e valori che mi sono serviti prima nella vita e poi anche nello sport.

L’arrivo di Cataldo alla Trek-Segafredo è stato uno degli ultimi colpi del mercato (@rossbellphoto)
L’arrivo di Cataldo alla Trek-Segafredo è stato uno degli ultimi colpi del mercato (@rossbellphoto)

Il resto è tutto un parlare della nuova bici Trek. Del colore delle divise da allenamento. Del debutto in Francia. Anche del proposito di diventare un giorno anche lui un procuratore. Della sua squadra di juniores in Spagna che è diventata quella di Vinokourov. E quando il pranzo finisce e stiamo per salutarci, nel gruppetto di tre ciclisti in strada, riconosciamo la sagoma di Ciccone. Cataldo guarda l’orologio. Dice che Giulio sta tornando verso Pescara perché ha finito l’allenamento e conferma che usciranno insieme anche domani (oggi per chi legge). Ci salutiamo. Il pomeriggio ha altri impegni. Poi la stagione potrà finalmente cominciare.

Redcord, la corda rossa che ottimizza l’uso della forza

21.12.2021
5 min
Salva

Scorrendo vari social, chi più e chi meno si sarà certamente accorto di corridori appesi a insolite corde (in apertura Davide Formolo) nello studio di Michele Del Gallo, fisioterapista del UAE Team Emirates, mimando il gesto della pedalata. In qualche modo, anche se con approccio forse autodidatta, gli stessi esercizi messi in atto da Brambilla e mostrati nell’articolo di qualche giorno fa.

Per capire meglio di cosa si tratti ci siamo perciò rivolti direttamente a Michele, trovando un varco nella sua agenda così indaffarata da risultare ormai impenetrabile. Perciò, dopo una serie di battute sul lavoro che ci incalza, siamo entrati nel vivo della questione.

Video fornito da Davide Cimolai
Di cosa si tratta?

Si chiama Redcord, corda rossa. Un sistema norvegese che si può usare in due modalità. Una per intervenire sulle catene miofasciali (strutture costituite da anelli muscolari e tessuto connettivale che realizzano in modo concreto lo schema posturale dell’individuo, ndr) e una per agire sulla muscolatura profonda.

A cosa serve?

La gamba spinge sul pedale ed è il braccio della potenza. Il fulcro di questa leva è il trocantere, quindi il bacino. Se il quadricipite spinge 1.000 watt, usiamo numeri a caso, bisogna che il fulcro lo supporti, perché se si muove avviene una dispersione e magari di watt al pedale ne arrivano 800. In passato si agiva per aumentare la forza, mentre adesso gli atleti sono più affusolati, proprio perché fanno lavori di stabilizzazione.

Che cosa significa?

Inutile avere la carrozzeria forte e il telaio debole, meglio rinforzare il telaio e poi ragionare sulla carrozzeria. Se lavori solo sulla forza, aumenti la massa, aumenti il peso, aumenti il fabbisogno calorico e perdi ogni beneficio. Allora ha senso fare questi lavori qui.

Lavorare sul core si sta diffondendo parecchio…

E’ una vera esplosione, perché si riesce ad isolare la muscolatura profonda e a farla lavorare nel modo giusto. Per cui si fanno dei test per capire quale catena miofasciale potrebbe trarne maggior beneficio. Sottolineiamo che non è un metodo per aumentare la forza, ma al contrario dona vantaggi a livello neuromotorio.

Come si capisce se una catena ha più bisogno di un’altra?

Vengono messe a paragone e si verifica come il corpo sia in grado di svolgere certi esercizi. In alcune foto avrete visto che alcuni atleti hanno degli elastici per scaricare il bacino. Chi è capace di svolgere il lavoro senza elastici, non ha bisogno di questo lavoro. Se una catena è più forte dell’altra, si creano torsioni e disagi.

Casi frequenti?

Ci sono corridori che convivono con il dolore, che dopo tanto lavoro iniziano a stringere i denti. La bici è simmetrica al millimetro, il corpo umano no. Alcuni sono perfetti, ma si tratta di esemplari rari. L’equilibrio corporeo può essere alterato da vari fattori, dalle cadute a disordini emotivi. Se li guardi da dietro mentre pedalano, ti accorgi che difficilmente le gambe fanno movimenti identici. E dopo 20 tappe di un Giro, certe problematiche affiorano.

Guardando i corridori da dietro, ci si accorge di eventuali asimmetrie fra le gambe
Guardando i corridori da dietro, ci si accorge di eventuali asimmetrie fra le gambe
Ci sono spesso movimenti irregolari…

Come ad esempio, la piccola rotazione del ginocchio quando la gamba viene su. Quella potrebbe dipendere dalla mancanza di controllo. Il vantaggio sta in questi dettagli e nel fatto che si riesce ad eliminare qualche dolore di schiena e ad ottimizzare l’uso della forza.

Dov’è il vantaggio del Redcord?

Soprattutto nell’instabilità, la situazione in cui il cervello riceve l’input di gestire la determinata parte del corpo. E poi riesci a dosare l’esercizio. Tanti preparatori danno esercizi senza considerare che i corridori sono agonisti, per cui l’esercizio lo fanno comunque, magari però dando fondo a tutte le risorse. Così invece si riescono a svolgere nel rispetto degli obiettivi che si hanno.

Ci sono casi di lavoro che non si dosa?

Il Plank ad esempio. Lavorano tutti i distretti muscolari, ma spesso costa troppo impegno e non è producente, perché per farlo l’atleta utilizza tutto quello che ha. Inoltre RedCord funziona perché essendo un esercizio statico, riesci a stimolare la muscolatura profonda, quella che regola l’equilibrio. Se fosse più dinamico, ricorrerei a quella superficiale, preposta al movimento, che però non incide sul core.

Anche Cimolai ricorre a questo tipo di esercizi per ottimizzare il core
Anche Cimolai ricorre a questo tipo di esercizi per ottimizzare il core
Da quanto tempo si lavora in questo senso?

David Bombeke, il massaggiatore di Evans, era la figura di riferimento per il Belgio e faceva questi lavori quando Cadel ancora correva. Io vi faccio ricorso da 4 anni. E’ un nuovo approccio, la frontiera di questi tempi. Riuscire a limare qualcosa per tirare fuori tutto il potenziale, dopo anni in cui ci si è concentrati solo sulla potenza e sulla rigidità della bici…