Quando la sconfitta fa male. Viaggio nella mente dell’atleta

30.10.2021
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Hanno lo stesso sguardo. Ballerini che si incammina verso il podio di Roubaix nel 1993 (foto di apertura), sconfitto al fotofinish da Duclos Lassalle, dopo aver creduto per mezz’ora di aver vinto. Fignon sul traguardo di Parigi dopo il Tour del 1989 perso per 8 secondi. Trentin sul podio dei mondiali di Harrogate, vinti da Pedersen in quell’indimenticabile volata a due. Che cosa succede nella mente di un atleta davanti a colpi così duri?

Di Trentin e del fatto che da quel giorno abbia problemi nei finali ristretti, abbiamo parlato nei giorni scorsi con il diretto interessato e con Paolo Bettini.

«Una volata brutta, fatta male – ha detto il toscano, campione olimpico ad Atene – ti rimane addosso. La superi facilmente se riesci a ricredere in te stesso e a rivincere. A volte ci vuole poco, a volte invece te la porti dietro. Di sicuro che quella volata lì, per il peso specifico che aveva, secondo me Matteo ce l’ha ancora addosso. Lui era già convinto di avere la maglia e abbiamo visto com’è andata a finire».

Un discorso complesso

Il discorso è profondo, richiede voci più qualificate. Ed è per questo che ci siamo rivolti di nuovo alla dottoressa Erika Giambarresi, Psicologa dello Sport, con la quale approfondimmo in tempi non sospetti l’approccio fra Evenepoel e la paura, dopo il terribile incidente al Lombardia 2020. Remco non era ancora rientrato alle corse e i fatti successivi dimostrarono che l’aspetto psicologico legato a un trauma è ben più profondo di quanto si pensi.

Come in questo caso. Che cosa resta nella mente di un atleta dopo una sconfitta inattesa e brutale? Una cosa è certa, si tratta di un trauma al pari di una caduta. In testa si può rompere qualcosa e capirlo non è sempre così facile.

«Sono casi delicati – spiega Erika – per i quali si lavora ovviamente sulla componente mentale, sulla gestione dell’errore. Bisogna fare in modo di lasciarselo alle spalle, perché non condizioni le prestazioni del giorno (qualora ad esempio si svolga durante una partita di calcio, ndr) e quelle future come nel nostro caso. C’è tanto da dire…».

Torniamo a parlare con Erika Giambarresi, Psicologa dello Sport
Torniamo a parlare con Erika Giambarresi, Psicologa dello Sport
E allora partiamo. L’errore che condiziona subito e anche nelle gare a venire. Come può reagire l’atleta?

Si lavora preventivamente. Si crea una routine molto specifica di reazione all’errore. E’ una sfera molto personale. Una strategia che l’atleta deve sentire sua, per adattarla al modo di reagire. Si uniscono le azioni alla parte mentale, andando a pescare pensieri funzionali positivi, tramite visualizzazioni molto brevi.

Visualizzazioni?

Una volta un atleta mi raccontò di sé e del fatto che dopo aver commesso un errore o subito una sconfitta, vedeva gli occhi della tigre e questa visualizzazione lo aiutava a ripartire. La visualizzazione è una delle chiavi.

In che modo?

Il cervello lavora al 70 per cento su immagini e parliamo davvero di tantissime immagini. Quello che si fa in caso di errori molto grandi che possono condizionare il futuro è lavorare sulle immagini prima dell’errore, poi non visualizzare l’errore, bensì la soluzione.

Una sorta di analisi del momento negativo?

Si può e si deve lavorare molto. L’errore in una gara molto importante influenza l’autoefficacia, che è diversa dall’autostima. Qui si parla della percezione di essere competenti rispetto a un compito specifico, nel caso di Trentin la volata, che di colpo viene messa in crisi: «Non sono più capace». Per questo dico che l’analisi tecnica dell’errore va fatta subito, approfittando di un occhio esterno. Non qualcuno che ti consoli, ma ti permetta di capire dove hai sbagliato. Se dopo un anno e mezzo le cose ancora non ingranano, allora ricorro certamente alla visualizzazione.

Come si fa?

E’ importante che si lavori in ambiente protetto, quindi una seduta oppure a casa, per cercare e possibilmente trovare i possibili fattori che intervengono durante la prestazione. E’ importante farlo, altrimenti ogni volta l’atleta non saprebbe come gestire la stessa situazione che si ripresentasse.

Viene quasi da pensare che sia un meccanismo mentale da allenare…

E’ esattamente così. Avere una buona routine personale di reazione all’errore è il modo per alzare l’asticella, ma devi essere molto consapevole e lucido su ogni aspetto. Se l’atleta è molto motivato, permettetemi di usare per una volta il termine «cazzuto», ci riesce.

Che cosa significa che deve essere consapevole?

Il lavoro sulla consapevolezza è la base perché l’allenamento mentale di cui abbiamo parlato sia efficace. Se l’atleta non è consapevole di quello che sta accadendo nel suo inconscio, allora corre il rischio di allontanare la causa e di auto-sabotarsi, cercando spiegazioni diverse. Per lui plausibili, ma non veritiere. Come dice benissimo Bettini nel vostro articolo precedente.

Autoconsapevolezza, bel concetto…

E’ alla base. Si deve essere consapevoli che il problema potrebbe essere nella parte emotiva e non in quella tecnica o atletica. Le emozioni si possono mettere da parte e fingere che non ci siano, ma ti condizionano. Vedere i tuoi affetti in lacrime dopo che hai sbagliato un mondiale è difficile da gestire. E’ pesante. Il primo step perciò è concentrarsi e capire che cosa ci diciamo nel dialogo interiore. Noi ci parliamo in continuazione, ma siamo i soli a sapere in che modo.

In effetti l’atleta in quei momenti è solo, con un peso bestiale sulle spalle…

Ci sono le aspettative personali, che sono la motivazione principale. Le aspettative degli sponsor. Quelle dei media che poi scriveranno di te. Le attese dei fan. La famiglia. Sono cose che si fa fatica a capire, perché lo sport di vertice è un mondo a parte. Certo, si potrebbero vedere analogie con lo stress di un top manager d’azienda, spesso la psicologia del lavoro è parallela a quella dello sport. Il manager deve rendere conto di altrettante aspettative, ma in quei casi manca la componente ambientale, perché spesso il tutto si svolge in un ufficio, che è un ambiente più protetto. L’atleta è solo in mezzo alla strada, magari anche con pioggia e freddo. Per questo la sua psicologia è un mondo a parte.

Quindi non tutti gli psicologi riescono a fare questi ragionamenti?

Quelli con Master in Psicologia dello Sport studiano tutto questo. Gli altri, quelli che seguono la psicologia clinica, certi meccanismi non li approfondiscono e quindi non saprebbero come affrontarli e gestirli. L’atleta ha dentro un mondo, indagarlo è davvero molto interessante.