Lanfranchi racconta Briancon, il Pirata e i giovani

18.12.2022
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«Quella tappa del Giro d’Italia (la Saluzzo-Briancon del 2000, ndr) rimane la ciliegina sulla torta della mia carriera, non capita tutti i giorni di lasciarsi alle spalle Pantani e Simoni». A raccontare l’aneddoto è Paolo Lanfranchi, che parlando di quel giorno fa una lieve risata e continua: «Anche la Gazzetta dello Sport titolò “Il coraggioso sbagliato nel giorno sbagliato”. La tappa successiva, la Torino-Milano, fu lo stesso Pantani che venne a congratularsi con me».

Lanfranchi (a sinistra) ha passato tanti anni accanto ai giovani, parlando ed insegnando ciclismo
Lanfranchi (a sinistra) ha passato tanti anni accanto ai giovani, parlando ed insegnando ciclismo

La ciliegina sulla torta

Il cielo sopra Milano, nella tarda mattinata di venerdì, è plumbeo e pesante, carico di pioggia che non si decide a venir giù. Paolo Lanfranchi si trova fermo in coda sulla tangenziale, tra meteo e traffico è facile far scivolare la mente verso ricordi più caldi

«Marco ed io – riprende Lanfranchi – nonostante non avessimo mai corso insieme ci volevamo bene, eravamo amici. Negli anni della Mercatone Uno ha provato a portarmi da lui, parlai anche con Magrini ma non se ne fece nulla. Pantani aveva un unico difetto, era troppo sensibile. Quel giorno, 2 giugno 2000, c’erano in programma Colle dell’Agnello e Izoard. Ebbi la fortuna di entrare in una fuga di trenta corridori che arrivò a guadagnare un bel po’ di minuti. Ci ripresero nella scalata dell’Izoard, lì Tonkov si staccò e io lo aspettai (i due erano compagni di squadra alla Mapei, ndr). Sapevo che nella discesa verso Briancon sarebbe stato fondamentale rientrare il prima possibile e così fu.

«ho rivisto quella gara proprio qualche giorno fa – confessa – e ho rivisto un dettaglio che negli anni avevo quasi dimenticato. Appena rientrati sul gruppetto di Pantani e Simoni, Tonkov mi fece un cenno ed io andai avanti per tirare. Gli altri, invece di seguirmi, mi lasciarono un paio di metri così continuai, la mia fortuna fu che dietro si guardarono e io riuscì a vincere».

La passione per la bici

Una volta smesso di andare in bici, Lanfranchi, ha iniziato a seguire qualche squadra juniores delle sue zone. Lui è di Gazzaniga, in provincia di Bergamo, una terra che dal ciclismo ha preso e dato tanto.

«Ho cominciato grazie ad un amico, all’inizio non ero sicuro di voler prendere un impegno simile, sapevo sarebbe diventato importante. Da qualche anno, a causa del lavoro, non lo faccio più, ma ora che sono vicino all’età pensionabile sto pensando di ritornare. Non ho mai smesso di amare la bici, è la mia vita. Sono entrato anche nel comitato tappe per Bergamo, e quest’anno il Giro arriverà proprio qui da noi. Insomma il mondo della bici mi ha dato tanto e mi piace l’idea di restituire qualcosa».

L’esasperazione per la categoria juniores non permette una maturazione completa (photors.it)
L’esasperazione per la categoria juniores non permette una maturazione completa (photors.it)

I ragazzini

La categoria juniores è da tempo al centro di tante discussioni: l’età media dei corridori professionisti si abbassa e molte squadre vengono qui a cercare i campioni del futuro. 

«Ormai si sta esasperando la categoria – dice con un tono serio Paolo – viene presa alla pari del dilettantismo. A mio modo di vedere il passaggio tra i professionisti di ragazzi così giovani non è corretto, ma questo è il meccanismo, e se non fai così rischi di rimanere escluso. E’ un’età in cui si deve imparare ancora molto, io ho sempre consigliato di fare doppia attività: ciclocross o pista. Però se ti trovi i ragazzi, o meglio i diesse, che sono impuntati sulla strada fai fatica ad emergere perché estremizzano già tutto. Gli anni da junior devono essere quelli dell’apprendimento, i ragazzi devono sbagliare e poter imparare da quell’errore. Io mi sono arrabbiato di più per gare vinte correndo male che per sconfitte arrivate dopo buone prestazioni».

Uno dei punti di forza di Consonni è stata l’umiltà, una caratteristica trasmessa dalla famiglia
Uno dei punti di forza di Consonni è stata l’umiltà, una caratteristica trasmessa dalla famiglia

I Genitori

«Il problema tra gli juniores – racconta – sono anche i genitori, non tutti ovviamente, ma molti non riescono a capire il proprio ruolo. I ragazzi non sono ancora maggiorenni, quindi non hanno la patente e devono essere accompagnati. Avere i genitori così presenti non è sempre un bene, i ragazzini a quell’età hanno bisogno anche di un po’ di indipendenza. Guardate che ci sono anche i genitori dietro i passaggi prematuri tra i professionisti, non sempre, ovvio, ma spesso sì. Molti ragazzi accantonano la scuola per andare in bici, ed i genitori glielo permettono, anzi a volte sono proprio loro a dirglielo. Ci sono anche delle realtà molto belle, nelle quali ho lavorato, dove si è creato un bel gruppo coeso di persone».

Secondo Lanfranchi, Consonni non ha ancora espresso tutte le sue potenzialità su strada
Secondo Lanfranchi, Consonni non ha ancora espresso tutte le sue potenzialità su strada

Si parla di Consonni

Nel parlare con Lanfranchi emergono due nomi importanti: quello di Rota e Consonni. I due corridori, entrambi bergamaschi, sono passati sotto il suo occhio vigile proprio quando erano juniores. 

«Il percorso migliore per arrivare professionista lo ha fatto Consonni – ci spiega Lanfranchi – lui aveva quel qualcosa in più, lo vedevi. La sua fortuna è stata di essere davvero un ragazzo umile e con la testa sulle spalle. E’ una caratteristica di famiglia, suo padre non lo ha mai esaltato o montato. Simone quando correva da junior era un leader silenzioso, mai una parola fuori posto. In più nonostante fosse forte non disdegnava di mettersi a disposizione dei compagni, gli volevano bene tutti. E lui era il primo ad essere felice per una vittoria di un compagno. Quando lavori per gli altri loro lo fanno per te, si tratta di dare e avere. A mio modo di vedere, su strada, non ha ancora espresso a pieno il suo potenziale».

Per Rota un passaggio prematuro tra i pro’ stava per frenarne la carriera
Per Rota un passaggio prematuro tra i pro’ stava per frenarne la carriera

Invece Rota…

«Lorenzo – riprende a raccontare – ha rischiato quasi di smettere. E’ passato professionista nel 2016, dopo due stagioni da under: una alla Mg.K Vis ed l’altra alla Trevigiani. Dopo quattro anni difficili era lì lì per smettere e se Scinto non gli avesse dato l’occasione per riscattarsi, avremmo perso un bel corridore. Ora è cresciuto molto ciclisticamente, ma sta ancora imparando. Avrebbe potuto e dovuto farlo prima».

In bici con una pro’. Una sgambata con Anna Trevisi

18.12.2022
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Capita anche di ritrovarsi spalla a spalla con una professionista. Chi va in bici sa bene che in sella si parla meglio che in altre occasioni. La bici è anche un grande mezzo di comunicazione che appiana timidezze e differenze. Durante il test della Colnago V4RS abbiamo fatto una sgambata con Anna Trevisi, atleta della UAE Adq.

Poche parole e siamo subito entrati in sintonia con la simpaticissima emiliana. Gli argomenti sono spaziati un po’ ovunque. Un po’ come accadde qualche mese fa con Giovanni Lonardi.

In questa pedalata siamo andati dalla costa del Tirreno di Lido di Camaiore, alle sue colline retrostanti. L’abbiamo osservata pedalare: composta, potente nonostante non sia una gigante. Cauta in discesa sul bagnato, attentissima al traffico in pianura. Elegante quando si alzava sui pedali. Un (o una) professionista si nota anche da questi dettagli.

La pedalata con Anna Trevisi. La reggiana si appresta ad affrontare la sua 12ª stagione da elite
La pedalata con Anna Trevisi. La reggiana si appresta ad affrontare la sua 12ª stagione da elite

Evoluzione in corso 

Appena partiti Anna chiede se il passo va bene. Il computerino segna i 30 all’ora e poi anche di più. Ma si va via facili, facili. La Trevisi ha appena finito un test e vuole smaltire un po’ di acido lattico.

Non appena la strada lo consente ecco che ci si affianca. E s’inizia a parlare. 

«Certo che ormai siete delle vere atlete – le diciamo – si vede anche dal fisico. Rispetto a qualche anno fa adesso siete tutte ben strutturate, scolpite. Una volta lo erano davvero in poche».

«Sì, le cose stanno cambiando – ribatte la Trevisi – l’avvento del professionismo ha smosso parecchio le acque. Ma ci sono alcune ragazze che se le guardi dal collo in giù sono “degli uomini”, hanno strutture fisiche parecchio marcate. E certe differenze sono ancora grandi.

«Sì, io adesso vado più forte che in passato, ma resta difficile stare davanti. I ritmi sono davvero elevati».

La Trevisi, 30 anni, è un’atleta di sostanza, una gregaria sulla quale puoi fare affidamento. Nel 2010 ha vinto il titolo europeo juniores e con quella credenziale mica da poco è passata tra le elite. Ma prima non era come adesso. Le ragazze erano molto meno tutelate e anche in fatto di preparazione e di supporto alle gare l’approccio era ben differente. Molto più allo “stato brado”.

«Immaginate cosa significasse passare dalle juniores alle elite? Che salto? Dal fare 70 chilometri di gara, al doppio. Dal 52×14, ai rapporti liberi. Sono passata dalle ragazzine a gente tosta come la Teutenberg. La Teutenberg… (sottolinea ancora una volta quasi a ripensare a quell’epoca, ndr). E chi lo vedeva l’arrivo all’inizio. Ancora oggi vieni catapultata in un altro mondo. E fai fatica a ritrovarti».

«Il ciclismo femminile cresce, ma non è così facile ancora. Per esempio noi non abbiamo la categoria under 23».

Però ribattiamo che questa, seppur timidamente, si sta affacciando. La UEC ci crede nelle under 23 femminili e in generale la visibilità del movimento sta aumentando. Lei annuisce ma lasciando intuire al tempo stesso che la strada è lunga.

Per Anna sei stagioni alla Alè-BTV Ljubljana: è qui che c’è stato il salto di qualità
Per Anna sei stagioni alla Alè-BTV Ljubljana: è qui che c’è stato il salto di qualità

Da Alé a UAE

Si sale ancora. I tornanti a volte strappano duramente. Ci si guarda attorno e anche se il cielo è grigio si apprezza lo stesso il panorama. Anna pedala facile, facile. Noi un po’ meno! Ma il fiato per chiacchierare c’è. Si passa dai dialetti italiani, al triathlon. Ma poi si torna sul ciclismo.

«Qui alla UAE Adq si sta bene – va avanti Anna – lo status di professionista ci voleva. Facciamo una gran fatica. Ma se siamo qui il merito è anche di donne come Alessia Piccolo che tanti anni fa ha creduto nella squadra femminile. Alessia ha portato avanti questa sfida con una determinazione pazzesca. Sono stata sei anni all’Alé. Era una vera famiglia. Qui chiaramente ci sono altre opportunità che vanno di pari passo con il movimento. Ma Alessia tutt’ora la sento».

E’ bello ascoltare certi discorsi. L’entusiasmo e il coinvolgimento di come racconta. Si riesce a percepire “da dentro” l’evoluzione di questo mondo che per anni è stato prettamente maschile e maschilista. E per una donna, manager o atleta che sia, affermarsi è ancora più difficile.

Con la Bastianelli…

Ma in bici si parla anche di argomenti tecnici. La Trevisi ci racconta della sua voglia di provare una gravel, che quest’anno ha fatto 18.000 chilometri e soprattutto del suo lavoro in gruppo. Lei è una fidatissima di Marta Bastianelli.

«Spessissimo sono io che le tiro la volata – spiega la Trevisi – Ma il mio lavoro non è solo nel finale di corsa. Parte da molto prima. Per esempio quest’anno in una delle prime tappe del Giro d’Italia Donne ho chiuso su non so quante fughe. O in un’altra corsa in Spagna, se ben ricordo, avevo tirato all’inizio per controllare la fuga, nel finale l’avevo portata avanti e poi le avevo tirato anche la volata. Marta aveva poi vinto. Quel giorno mi ha detto: “Anna ma che lavoro hai fatto!”.

«E ti piace questo ruolo di “ultima donna”?», le chiediamo.

«Tantissimo – risponde la Trevisi – Quando Marta vince sono quasi più contenta che se dovessi vincere io. C’è un grande lavoro dietro e fa piacere vederlo finalizzato.

«Tante volte non è solo tirare la volata. Magari Marta ti chiede di starle dietro perché non vuole avversarie a ruota. La devo proteggere. E questo lavoro è quasi più difficile che tirarle la volata… perché tutte vogliono la ruota della Bastianelli».

La salita sta quasi per finire. Come sempre, quando si va in bici si gioca anche. Lanciamo lo sprint per il Gpm. Il risultato? Meglio che resti un segreto!

Andrea Casagranda, è lei adesso l’atleta di famiglia

18.12.2022
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«Quando sono nata io, mio padre ha smesso di correre». Il passaggio di consegne è avvenuto quel 22 settembre 2004 quando Andrea Casagranda è arrivata nella vita di Stefano, a quel tempo alla Saeco, e di sua madre Caterina. Ora l’atleta di famiglia è proprio lei, che nel 2023 diventerà elite con la BePink.

Che il ciclismo fosse nel sangue e nel destino della giovane Casagranda (foto PH Rosa in apertura) era praticamente già scritto. Oltre a papà (9 stagioni da pro’ con 5 vittorie, tra cui una tappa alla Parigi-Nizza), attuale presidente del Veloce Club Borgo ed organizzatore della storica Coppa d’Oro, anche mamma Caterina Giurato è da sempre nell’ambiente in qualità di diesse. Abbiamo deciso quindi di conoscere meglio la diciottenne della Valsugana facendoci raccontare com’è la sua vita da sempre in mezzo alle biciclette.

Andrea Casagranda nel 2022 ha disputato la Gand-Wevelgem con la nazionale (foto Rocco Maes)
Andrea Casagranda nel 2022 ha disputato la Gand-Wevelgem con la nazionale (foto Rocco Maes)
Andrea iniziamo dagli ultimi due anni da junior nel Breganze. Come sono stati?

Alla fine li giudico buoni, anche se mi aspettavo di più visto come ero partita. Nel primo anno ho raccolto inaspettatamente risultati importanti, considerando che da allieva e esordiente mi piazzavo poco. Un bel decimo posto a Cittiglio, una vittoria e in generale belle prestazioni. Quest’anno invece ho preso il Covid a gennaio. Ho dovuto rincorrere la forma giusta e questo mi ha demoralizzata. Forse ero un po’ saltata di testa. Forse pensavo di ottenere molto di più perché più grande di un anno. Tuttavia sono stata piuttosto presente nelle top ten, riuscendo a correre anche la Gand-Wevelgem con la nazionale. Ciò non toglie però che avrei voluto disputare una stagione migliore.

Hai tratto qualche insegnamento da questo?

Sì, certo. Che non tutto viene subito, per scontato. Ho imparato che non bisogna demordere, che nel ciclismo si cresce sempre step by step. Che sì, ci vogliono le gambe ma la testa conta molto di più di quello che si può immaginare. E’ un aspetto sul quale sto lavorando tenendo conto che adesso correrò nella categoria più alta.

Sei spaventata quindi dal primo anno elite?

Direi di no. Innanzitutto ringrazio la BePink che si è interessata a me prendendomi. Sono molto contenta di essere con loro. So che sono nella formazione giusta per fare esperienza ed imparare a correre. Non avrò troppa pressione. Avrò compagne giovani ma già molto preparate e navigate. Spero di poterle aiutare. Fino alla maturità so che dovrò concentrarmi sullo studio. Per mia fortuna ho buoni voti (frequenta il Liceo Scientifico di Scienze Applicate a Borgo Valsugana, ndr) però da luglio 2023 potrò pensare solo al ciclismo.

Che tipo di corridore sei? Ti ispiri a qualche atleta?

Mi definirei passista-scalatrice. Nelle categorie giovanili siamo tutte passiste, poi crescendo e facendo gare più dure escono le vere attitudini. In salita ho notato che mi trovavo bene. Non altrettanto in volata. Sono tutt’altro che veloce (ride, ndr). Mi sto allenando però per diventarla un po’ di più perché serve sempre esserla. Ammiro molto Longo Borghini. Magari poter fare la metà delle imprese che ha fatto lei…

Stefano Casagranda è il presidente del Veloce Club Borgo, organizzatore della Coppa d’Oro
Stefano Casagranda è il presidente del Veloce Club Borgo, organizzatore della Coppa d’Oro
Andrea Casagranda com’è finita a correre in bici? Forzatura o per passione?

Dico sempre che ho iniziato ciclismo da G1 in modo automatico. I miei genitori non mi hanno mai spinto, anzi mio padre sapendo la fatica che si fa mi ha sempre messo in guardia mentre ero giovanissima. Ovvio però che quando mamma e papà lavorano nel ciclismo e ne senti parlare tutti i giorni, è naturale che finisci a correre. Mio fratello Niccolò ha un anno in più di me e aveva iniziato prima. Andavo alle sue gare, mi piaceva, mi divertivo e ho voluto cominciare. Il ciclismo a Borgo Valsugana è veramente di casa. Qui abbiamo Trentin, mentre a Pergine c’è Oss. E poi ricordo bene la settimana tricolore del 2012…

Come l’avevi vissuta?

Come una festa. Da noi, dicevo, tantissimi giovani corrono in bici e tutti ci sentivamo coinvolti. Mio padre era nell’organizzazione e andavo con lui a preparare i percorsi. Mi piaceva vedere le nostre strade addobbate e pieni di professionisti in allenamento. Avevo otto anni, ci capivo molto poco (sorride, ndr) ma mi piaceva. Credo che alla lunga e inconsciamente quei campionati italiani siano stati un incentivo per correre in bici.

Quanto parli di ciclismo con i tuoi genitori?

Abbastanza ma senza fissazioni. Sono contenti di me e che vada alla BePink. Mi chiedono come sto e che allenamenti devo fare. Se possono mi aiutano altrimenti mi appoggio ai tecnici del Veloce Club Borgo. Mia madre è stata la mia allenatrice proprio lì e fino a quest’anno ha guidato esordienti e allieve del Trentino Cycling Academy. Mio padre invece, a proposito della fatica, se n’è fatto una ragione (ripete divertita, ndr).

Andrea nasce passista, ma da junior ha sviluppato attitudini per la salita (foto Tre Giorni Giudicarie Dolomiti)
Andrea nasce passista, ma da junior ha sviluppato attitudini per la salita (foto Tre Giorni Giudicarie Dolomiti)
Ti ha pesato essere figlia d’arte?

No, anche se spesso sentivo dire che siamo raccomandate. Ne parlavo con mio padre dopo che abbiamo letto la vostra intervista a Cristian e Sara Pepoli. Lui ha corso con mio padre e si conoscono bene. Personalmente mi sento orgogliosa di fare lo sport che faceva mio padre, così come penso lo sia Sara, che ho conosciuto alle gare. Non si possono fare paragoni tra figlie e padri. E in ogni caso io non lo sento.

Quanto sa Andrea Casagranda di suo padre Stefano?

Mi sono sempre interessata molto alla sua carriera. Andavo a cercare qualcosa su Youtube, tipo la tappa che ha vinto al Giro del Trentino. So che è stato il suo secondo successo da pro’ con quasi 120 chilometri di fuga solitaria. Poi da junior come diesse ho avuto Davide Casarotto che è stato suo compagno di squadra per tanti anni. Figuratevi quanti aneddoti mi raccontavano…

Classifiche addio, rivedremo il vero Ciccone?

18.12.2022
7 min
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Sono più cattivi i rivali o le maldicenze? Da un paio di stagioni, a Ciccone hanno attaccato varie etichette, bollandolo come uno che non è arrivato dove si sperava e che guadagna più di quanto valga. Nel farlo tuttavia, non hanno mai tenuto conto degli incidenti di percorso che il ragazzo ha incontrato e di quel privato familiare di cui per discrezione non si parla, ma scuote la vita di chiunque vi incappi. Così immaginiamo che al momento di pubblicare questo articolo, ci saranno quelli che neanche lo leggeranno e metteranno mano ai loro commenti e altri che invece andranno avanti nella lettura. Lo scriveremo per loro.

Il terzo gruppo in partenza: in precedenza sono andati i primi due. Fra le 9,30 e le 10 il parcheggio si svuota
Il terzo gruppo in partenza: in precedenza sono andati i primi due. Fra le 9,30 e le 10 il parcheggio si svuota

Il signore di Cogne

A Calpe stamattina il cielo era grigio, nella notte ha piovuto e le strade erano ancora bagnate. C’è di buono che fa caldo, per cui le bici al rientro erano ridotte come cenci, ma il lavoro è andato avanti lo stesso. Prima dell’allenamento, gli allenatori spiegavano il percorso e il modo di affrontarne le varie sezioni. I corridori della Trek-Segafredo sono così tanti, da uscire divisi in tre gruppi. I primi ad andare sono stati quelli che debutteranno al Tour Down Under e alla Vuelta San Juan, poi sono partiti gli altri. Quando Ciccone viene a sedersi, ha la faccia di chi ha appena finito il massaggio.

Il 2022 ha avuto 73 giorni di corsa, fatti di Giro e Tour. La vittoria di Cogne e il terzo posto sul Fedaia. Il secondo posto nella classifica dei Gpm al Giro e il terzo in quella a pois del Tour.

La vittoria di Cogne al Giro ha riportato in primo piano il “vecchio” Ciccone, garibaldino e sfrontato
La vittoria di Cogne al Giro ha riportato in primo piano il “vecchio” Ciccone, garibaldino e sfrontato
Si riparte, cosa ti aspetti?

In testa ho sicuramente la consapevolezza di essere ancora competitivo. E la certezza che bisogna lavorare di più. Il livello è altissimo, non si può lasciare più nulla al caso. Bisogna sempre rimanere concentrati e curare bene i minimi dettagli.

I rivali saltano fuori da tutte le parti…

Sono capitato nella peggiore generazione di tutte (sorride, ndr). Ci sono quei 3-4 fenomeni che hanno qualcosa in più e su loro vive il ciclismo di adesso. In parallelo continuano ad arrivare giovani molto forti, che però hanno ancora tutto da dimostrare.

Due chiacchiere prima di partire: la maglia 2023 della Trek-Segafredo è bianca e rossa davanti, rossa dietro
Due chiacchiere prima di partire: la maglia 2023 della Trek-Segafredo è bianca e rossa davanti, rossa dietro
Su cosa stai lavorando?

Ho smesso di fare troppi programmi e di avere troppi pensieri. Sto lavorando tanto sulla testa per tornare ad essere libero. A livello tecnico invece ci sono tanti aspetti che si possono migliorare. E’ quasi scontato parlare della crono, ma in generale è un cammino lungo, che è già iniziato. Ovvio, non posso dire che sono soddisfatto. Però ci sono state occasioni, come al Tour, in cui ho dimostrato che quando sto bene – togliamo dal mazzo i fenomeni – sono al livello degli altri scalatori. Quindi voglio incrementare ancora il lavoro e migliorare il più possibile.

Hai parlato di programmi e pensieri.

Voglio tornare ad essere libero, quello che è stato il carattere che mi ha sempre caratterizzato negli anni. Tornare quello che ero prima, perché forse negli ultimi due anni ho provato a restare un po’ più calmo. Però secondo me non si può cambiare la natura di un corridore e la mia è quella di attaccare, scattare, andare, partire. Quello è il mio punto forte e per quello voglio lavorare. Se la classifica verrà, sarà la conseguenza delle buone prestazioni.

Decimo sull’Alpe d’Huez e primo degli italiani: per Ciccone quel giorno 142 chilometri di fuga
Decimo sull’Alpe d’Huez e primo degli italiani: per Ciccone quel giorno 142 chilometri di fuga
Possibile che la maglia gialla del 2019 ti abbia portato su una strada non tua?

Sì, perché poi anche nel Giro del 2021 c’è stato qualche segnale che ci ha indirizzato. Alla fine sono andato a casa per caduta a tre tappe da Milano, però ero intorno alla quinta posizione e non ero neanche partito per fare classifica. Non avevo curato nessun dettaglio e mi sono ritrovato lì. Quello è stato un altro segnale che ha aggiunto la pressione di provare. Lo stesso poi è capitato alla Vuelta. Nonostante ci fossero dei grandi nomi, ero nei primi 10. Poi c’è stata un’altra caduta non per colpa mia e anche lì sono andato a casa con niente in mano. Erano segnali che sia io sia la squadra abbiamo raccolto e abbiamo provato a lavorarci.

Sarà così anche quest’anno?

Non voglio pormi questo obiettivo, anche perché è un’arma a doppio taglio per tutti, per me in primis. Significa caricarsi di una pressione che non fa bene e porta a quello che è successo negli ultimi due anni. Ritrovarsi sotterrati prima da mille aspettative e poi da mille critiche. Le mie responsabilità me le prendo, ma ora voglio tornare il corridore che sono sempre stato. Quest’anno al Giro ci sono arrivato dopo il Covid e mille altri problemi. Sapevo che non potevo fare classifica e lo avevo anche detto. Però sono riuscito a vincere una bella tappa e quasi a fare il bis sul Fedaia (è arrivato 3° a 37″ da Covi, ndr). Le tappe sono alla mia portata e sto lavorando per quello.

Ciccone ha già una bella gamba: la preparazione è ripresa già da tre settimane
Ciccone ha già una bella gamba: la preparazione è ripresa già da tre settimane
E’ stato difficile tenere a freno l’istinto?

Ho seguito tanti consigli e mi sono automaticamente adattato. Non è stato difficile, ma non lo è stato nemmeno tornare a quello che ero prima. Dal momento in cui ho deciso che dovevo tornare a divertirmi, mi sono divertito. Ho svoltato dopo la batosta del Blockhaus. Sapevo che rischiavo di saltare ed è successo proprio a casa mia. Però la cosa che mi è piaciuta di più è stata la mia reazione. Il mondo sembrava essermi caduto addosso, invece la sera del giorno di riposo mi sono fatto una bella mangiata di arrosticini con gli amici più stretti, abbiamo tirato una linea e siamo ripartiti. La chiave principale per il prossimo anno è essere super competitivo, limare tutti i dettagli possibili, lavorare tanto, divertirmi e far divertire. E’ quello che ho sempre fatto.

Le critiche non mancano, ti aspettavi un percorso diverso per la tua carriera?

Me l’aspettavo con meno intoppi, ecco. A me non piace trovare scuse e quindi non voglio aggrapparmi a questo, ma di sicuro il primo anno nel WorldTour è andato molto bene. Il 2020 era iniziato ancora meglio, pensavo di essere arrivato a un livello che poteva essere la mia linea, invece sono arrivati i problemi. Sono stato il primo o uno dei primi corridori ad avere il Covid. Ho avuto paura, perché comunque ero stato male e non sapevo esattamente cosa fosse. Adesso quando ti arriva un tampone positivo, sai che sei limitato e soprattutto non puoi farci niente. Se ti capita in un periodo sbagliato, non puoi cambiare le cose e la mia sfortuna è arrivata nel periodo sbagliato.

La proposta di matrimonio ad Annabruna sul palco di Lorenzo ad agosto (foto Jova Beach Party)
La proposta di matrimonio ad Annabruna sul palco di Lorenzo ad agosto (foto Jova Beach Party)
Per il tipo di corridore che sei, perché non puntare soprattutto a Tirreno e classiche?

Il livello adesso è così alto che azzardarsi a dire qualcosa, ti porta a sbilanciarti. Ho sempre detto che a me piacciono la Freccia e la Liegi, due gare che quest’anno vorrei fare veramente bene. E bisognerà essere pronti a partire già dalla Tirreno. E anche questa in effetti potrebbe essere un bell’obiettivo.

Proposta di matrimonio al Jova Beach Party.

In realtà ci pensavo da prima. Il mio sogno era farla a Parigi, sul podio dei Campi Elisi, perché fino a 2-3 giorni dalla fine ero in lotta per la maglia a pois. Però ovviamente non ci sono riuscito e avevo rimandato tutto a una grande occasione. Siccome al Giro avevo avuto i contatti con Jova e sapevo che lui faceva questo concerto in Abruzzo, mi sono detto che quella poteva essere la grande occasione. Lui si è divertito ancora più di me, l’abbiamo organizzato insieme. Sto diventando grande, la prossima settimana farò 28 anni. E la testa a posto penso di averla già messa da un pezzo.

Samparisi: «Con questo tifo si doveva andare forte»

18.12.2022
3 min
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La borraccia che passano a Nicolas Samparisi è fumante. Deve essere calda. «No, è caldissima», ci corregge lui soddisfatto. E aggiunge: «Calda come il tifo che c’era qui a Vermiglio». Il corridore della  KTM Alchemist Powered by Brenta Brakes è stato il primo azzurro a tagliare il traguardo.

Lo ha fatto una manciata di secondi prima di Filippo Fontana. Ma non è questo l’argomento sul piatto. Non servono questi contentini. Piuttosto è bello vedere come questo atleta, a 30 anni, stia raggiungendo forse i suoi migliori momenti di forma.

Nicolas Samparisi dopo l’arrivo, stanco ma felice
Nicolas Samparisi dopo l’arrivo, stanco ma felice

Per il pubblico

Umiltà, sorriso, lavoro. Per Samparisi sono ingredienti imprescindibili. Ingredienti che prima o poi emergono.

Ieri è stato autore di una prova davvero di sostanza. E’ stato in costante rimonta. Regolare, potente, determinato. Man mano risaliva posizioni. 

Vanthourenhout allungava la fila ma lui era “sempre lì”, non naufragava. E non a caso una delle tornate migliori in assoluto portava la sua firma. Solo in dieci, Iserbyt compreso che poi si è fermato, sono riusciti a stare sotto al muro dei 7’30” a giro.

«Stavo bene – ha detto a caldissimo Samparisi – ho guidato veramente bene. A volte ho rischiato… ma davanti a questo pubblico non potevo farne a meno». E col pubblico aveva un feeling speciale. Ce lo aveva detto che quassù si aspettavano molto dagli azzurri.

«E’ veramente emozionante correre davanti alla nostra gente. E’ forse il tifo più caloroso che ho sentito in tanti e tanti campi di gara. Quindi era d’obbligo andare forte».

Il valtellinese che ieri vestiva i colori della nazionale ha guidato magistralmente
Il valtellinese che ieri vestiva i colori della nazionale ha guidato magistralmente

Gara veloce

Un massaggiatore gli pone sulle spalle una maglia lunga. Lui sorseggia il suo the caldo.

«La differenza fra oggi e ieri (venerdì e sabato per chi legge, ndr)? Tanta, tantissima: due sport diversi. In gara si pattinava tanto e si affondava poco, il contrario delle prove. Le velocità erano molto più alte. 

«Anche per questo – aggiunge Samparisi – ho deciso di correre con le gomme da “asciutto”. E devo dire che la mia scelta ha pagato. Così come i rapporti. Si girava tranquillamente col 46. Io non l’ho mai tolto. Si arrivava in cima perfino nella salita maggiore, quella più lontana sotto al bosco.

«Con le velocità più alte però bisognava essere molto concentrati, non si poteva commettere errori perché questi si pagavano».

E lo sa bene Eli Iserbyt. Il belga è caduto e deve essersi fatto anche piuttosto male. La neve così dura non era tanto gentile. Più di qualcuno che è finito a terra ci ha detto che se non era asfalto poco ci mancava talmente era dura.

E infatti anche qualche bici si è danneggiata, cosa che invece non era accaduta con la neve molle delle prove, nonostante un numero nettamente maggiore di cadute.

Nicolas Samparisi (classe 1992) si è goduto l’abbraccio della Val di Sole
Nicolas Samparisi (classe 1992) si è goduto l’abbraccio della Val di Sole

Samparisi c’è

Un po’ come Silvia Persico questa gara, al netto del risultato, è un super incentivo per il futuro per Nicolas. Entrambi sono venuti via dalla Val di Sole con il sorriso e la consapevolezza di poter fare bene. E per Samparisi fare bene fa rima con tricolore. 

L’atleta della Valtellina lo insegue da anni. E se lo meriterebbe. E’ stato tra i più costanti in tanti anni di carriera. E’ passato dai Franzoi ai Fontana, dai Bertolini ai Dorigoni.

«Sono contento – spiega – anche la gamba inizia a girare bene. Adesso arrivano altre corse italiane importanti… Vediamo di farle bene».

La legge di Contador: «Si corre sempre per vincere»

18.12.2022
4 min
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«Non contemplavo altra cosa che non fosse andare alle corse per vincere. Se nel mio discorso ai corridori sostenessi un’altra cosa – dice secco Contador con lo sguardo dritto – starei mentendo. Devono avere questa convinzione. Ce ne sono alcuni che non hanno le capacità di vincere, ma altri che invece possono. E se non pensano che possono farlo, è praticamente impossibile che ci riescano. In questo senso, credo sia importante che colgano questo messaggio, soprattutto i corridori che passano adesso al professionismo».

Nonostante sia uno dei tre soci della Eolo-Kometa, acchiappare Alberto Contador nelle occasioni ufficiali è come stargli dietro in salita quando si metteva a scattare. Ti distrai un attimo e sparisce. E così anche questa volta. Appuntamento dopo cena, ma lui arriva e ti saluta, dicendo che è stanco e anche tu non hai una gran faccia.

«Ci vediamo domattina?».

«Domattina non ci siamo, anzi andiamo via stasera».

E allora il pistolero (in apertura nella foto di Maurizio Borserini) ricorda le interviste dei tempi andati e si lascia convincere. In effetti non ha una grande cera e siamo certi di non essere messi tanto meglio. Sono circa le 22, promettiamo di fare presto. La Francia ha buttato il Marocco fuori dai mondiali di calcio. Nell’hotel di Oliva, c’è anche lo Spezia Calcio. Quello nell’angolo sembra il figlio di Maldini, gli altri non sappiamo chi siano. Ma Contador l’abbiamo riconosciuto bene.

La Eolo-Kometa sta ultimando il suo training camp a Oliva, sud di Valencia (foto Maurizio Borserini)
La Eolo-Kometa sta ultimando il suo training camp a Oliva, sud di Valencia (foto Maurizio Borserini)
Sembri stremato: com’è avere una squadra?

Una medaglia con due facce. La faccia positiva è che sei nel mondo che ti piace e stai restituendo al ciclismo il tanto che il ciclismo ti ha dato. La parte negativa è che ci sono molti mal di testa.

Non più mal di gambe, insomma…

Avere una squadra significa avere un numero impressionante di personale. Perché non sono solo i professionisti, ma anche gli under 23 e gli juniores. Stiamo vedendo che da juniores passano professionisti e quelli che passano si giocano le corse al primo anno. Le tre categorie sono importanti. Tanto personale e lo sforzo economico che richiede. Non è facile trovare sponsor per sostenere il progetto. Le cose si stanno muovendo, ma alla fine è soprattutto mal di testa. Andare in bicicletta era più facile.

Dopo una vita occupandosi di suo fratello, “Fran” Contador amministra il team (foto Maurizio Borserini)
Dopo una vita occupandosi di suo fratello, “Fran” Contador amministra il team (foto Maurizio Borserini)
Hai un modello da seguire? Qualche giorno fa, Kreuziger parlò di Riis…

Bjarne è molto bravo, però per le squadre non credo più al modello unico di una sola persona. Credo che difficilmente uno solo possa gestire tutto. Una squadra comprende tantissimi aspetti diversi, quindi devi appoggiarti su elementi di cui ti fidi. Trovare le persone di cui fidarti, che siano in grado di svolgere il lavoro nelle migliori condizioni, non è facile. Nel nostro caso la gestione passa per le mani di Ivan Basso, di mio fratello Fran e le mie. E questo ci permette di dividere i ruoli e le responsabilità e non tralasciarne nessuna.

Invece il lavoro per Eurosport cosa rappresenta?

E’ qualcosa che mi incanta, mi piace molto. Sono nella gara oltre che con la squadra, in mezzo a quelli che sono stati i miei compagni, nelle corse che hanno dato tanto alla mia vita. Oggi ci sono corridori giovani che mi hanno visto correre e per me è bello. Eurosport mi aiuta molto a mitigare questa mancanza di competizione che ancora ho. Le corse mi mancano.

Aprica, Giro d’Italia 2022: Contador intervista Pello Bilbao sul traguardo
Aprica, Giro d’Italia 2022: Contador intervista Pello Bilbao sul traguardo
Quest’anno si è fermato anche Valverde, ti pare che il ciclismo spagnolo abbia trovato nuove forze?

Credo che dobbiamo essere molto contenti. Abbiamo un buon presente e anche il futuro. Enric Mas è un corridore molto regolare. Per vincere il Tour non lo so, perché ci sono corridori più favoriti di lui, però è un gran corridore. La Vuelta invece credo che sia nelle sue gambe. E’ già stato secondo in 2-3 occasioni, quella maglia è alla sua portata. Quanto ad Ayuso e Rodriguez, non sappiamo dove sia il loro limite. Due corridori che sono stati impressionanti alla Vuelta. Ayuso ha fatto terzo e poteva aver vinto l’ultima tappa se avesse avuto una migliore punta di velocità. Mentre Carlos Rodriguez è stato penalizzato dalla caduta, ma credo che con questi due nomi il ciclismo spagnolo abbia preso ossigeno.

Re Vanthourenhout. VdP e la Val di Sole: gelo reciproco

17.12.2022
6 min
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Tutti aspettavano Van der Poel, ma lui “non c’è”. Mathieu gela così la Val di Sole. E forse anche la Val di Sole ha gelato lui. A Vermiglio vince, anzi domina, Michael Vanthourenhout. Bello, potente, con la gamba sempre in spinta.

Nonostante non ci fossero la categorie giovanili, che tanto “riempiono” le piste di cross, la cornice di pubblico è stata calorosa e folta. Il tifo si è fatto sentire. E se la maggior parte del pubblico era qui per Mathieu, e per la sua annunciata vittoria, è stato bello vederlo girare. 

Costanza Vanthourenhout 

VdP partiva in seconda fila e ci poteva stare che non fosse subito in testa, ma dopo due giri le campane d’allarme hanno iniziato a suonare. Davanti Vanthourenhout inanellava giri veloci: 7’30”, 7’15”… fino a 7’03”. 

Il corridore della Pauwels Sauzen – Bingoal tutto sommato aveva un conto aperto. Lo scorso anno era stato secondo. E solo quel fenomeno di Van Aert lo aveva battuto. Non ha ceduto per nulla al mondo.

«Rispetto all’anno scorso – ha detto a fine gara il campione europeo – il percorso era più tecnico e anche più duro. E questa durezza era dovuta al fondo più ghiacciato. C’era meno neve, ma la vera differenza è stata nel non commettere errori nelle fasi di guida più concitate»

E infatti Michael ha fatto la differenza con la sua costanza. Prestazione tanta, okay, ma mentre gli altri sbagliavano lui filava via come fosse sull’asfalto. E poi la costanza è da sempre un suo cavallo di battaglia.

Applausi e silenzio

Rispetto a quanto detto alla vigilia, Van der Poel una cosa l’ha azzeccata e una l’ha sbagliata. Aveva avuto l’occhio lungo ad individuare in Vanthourenhout l’uomo più pericoloso, ma aveva molto probabilmente sbagliato quando ci aveva detto che il freddo non avrebbe influito.

Dopo l’arrivo tira dritto. L’organizzazione vorrebbe deviarlo in zona mista per le interviste, ma in quei metri dopo il traguardo, in cui si lascia scorrere la bici, il suo team manager gli indica di tirare dritto. Mathieu si fa spazio tra la folla, che comunque lo applaude, ma cade in un silenzio assordante.

E neanche i tentativi successivi con l’addetto stampa cambiano le cose. Van der Poel voleva vincere, non ci è riuscito e si è arrabbiato. Ci sta.

Il freddo batte VdP

E per un VdP che si chiude nel silenzio, c’è l’occhio più fino presente in Val di Sole a chiarire le cose: Martino Fruet, oggi commentatore tecnico dell’evento e ieri in pista a girare. E una tornata l’aveva fatta proprio con il fuoriclasse della Alpecin-Deceuninck.

Ci si chiede se forse oggi il percorso più veloce non abbia limitato la sua potenza. Ieri le rampe le faceva solo lui in bici. Oggi le facevano tutti.

«In effetti – dice Fruet – la potenza contava più ieri e lo stesso la tecnica. Ieri era una guida simile alla sabbia: velocità e pedalate più basse. In pratica era come SFR continua. Lui anche oggi spingeva duro, ma sembrava imbastito.

«Per me semmai ciò che ha pagato oggi è stato il freddo. Veniva dalla Spagna e lo sbalzo climatico si è fatto sentire. Ieri alla fine si era, seppur di poco, sopra lo zero. Era umido, ma non si gelava (ha anche girato senza guanti, che oggi invece aveva, ndr). E comunque non doveva spingere a tutta». 

«Di una cosa sono certo: se la gara fosse stata ieri sarebbe stato tutto diverso. Ieri quando Mathieu accelerava non aveva bisogno di arrivare 100 pedalate al minuto come oggi. Doveva spingere e poi pensare di stare in piedi, perché la bici andava a destra e sinistra. Sono stato alla sua ruota e non si teneva, quando apriva il gas. Oggi non aveva queste condizioni».

Nei primi giri, Van der Poel ha provato a rientrare. Si vedeva dall’impegno, dallo sforzo sul viso. Però perdeva sempre una decina di secondi. Poi quando ha capito che non poteva più vincere, “ha mollato”. A lui fare “esimo” non serve… O vince, o ciao!

Nicolas Samparisi e Filippo Fontana sono stati i migliori degli azzurri, rispettivamente 14° e 15°
Nicolas Samparisi e Filippo Fontana sono stati i migliori degli azzurri, rispettivamente 14° e 15°

Quei watt mancanti

E sempre secondo Fruet non tiene la scusa che VdP non avesse il ritmo gara.

«Non sono convinto – ribatte Fruet – Bisognerebbe vedere cosa ha fatto in queste due settimane. Se pensiamo a come ha vinto ad Anversa, prima del ritiro in Spagna, non gli mancava nulla. Accelerava forte, guidava bene… ed era di un altro pianeta. Con quelle due sgasate ha fatto il vuoto… e c’era Van Aert! 

«Ohi, poi tutte queste sono ipotesi. Magari domattina ha 40 febbre e siamo qui a parlare al vento. Ma ieri, ripeto, avrebbe vinto con tre minuti, non che li avrebbe presi come oggi. Non aveva la sua gamba, non faceva i suoi 1.000 watt. Per me gliene mancavano 300».

Un urlo strozzato dunque in Val di Sole? Forse, ma lo spettacolo non è mancato. E anche mentre scriviamo e i gatti stanno ripulendo il tracciato che da domani tornerà ad essere una pista da fondo, la festa va avanti. Si canta, si balla e si aspetta l’edizione 2023.

Val di Sole a Pieterse, ma Persico ci fa sognare

17.12.2022
6 min
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«Non avevo i freni, non avevo i freni». Silvia Persico si lascia andare queste prime parole pochi istanti dopo l’arrivo. Il tempo di riempire i polmoni di ossigeno e poi la lombarda, accasciata sulla sua bici, si tira su. Il cross della Val di Sole si è appena concluso.

Quando si rialza, Vermiglio esplode in un applauso per la campionessa italiana. Silvia ha perso il podio proprio nelle curve finali, dalla Alvarado e dalla Bakker, ma il suo quarto posto non è assolutamente da buttare.

Un altro sport 

Questa mattina le condizioni erano totalmente diverse rispetto a ieri. La neve era durissima. Nella notte, contrariamente a quanto si pensasse, in alcuni tratti è stata ulteriormente grattata. E questo ha fatto emergere ancora più terra e sporco.

«Questa mattina era totalmente diverso – spiegava Martino Fruet – è quasi un altro sport. Ieri si affondava anche di 20 centimetri e per fare un giro ci volevano circa 11 minuti per gli uomini. Oggi invece le donne lo hanno fatto in poco più di 8 minuti. Le velocità erano molto più alte.

«In più lo sporco in superficie ha migliorato moltissimo la visibilità. Lo scorso anno senza sole e la pista completamente innevata, la luce era piatta. Non si distinguevano bene i canali. E questo incide molto nella prestazione, è un po’ il discorso della visibilità per gli sciatori».

Colpo di scena

La gara è filata via con un grande colpo di scena. La campionessa uscente, Fem Van Empel, era in testa. Ad un tratto è caduta e poco dopo è stata costretta al ritiro.

In quel momento la Val di Sole ha esultato, ma non per lo stop della olandese. La Persico infatti aveva agguantato e superato la Alvarado: Silvia era in testa alla corsa!

Ma in quello stesso momento iniziavano i problemi. L’azzurra mostrava una grandissima gamba però continuava a commettere tanti piccoli errori in curva, nei traversi e contestualmente perdeva del terreno.

Intanto Puck Pieterse da dietro rimontava forte. La belga guidava splendidamente e ben presto sfuggiva via tra le curve ad Alvarado e appunto alla nostra Silvia.

Freno galeotto

La medaglia di legno da una parte brucia, ma dall’altra lascia ottime speranze. Proprio la scorsa settimana il suo preparatore e direttore sportivo, Davide Arzeni, ci aveva detto che Silvia era ancora indietro con la preparazione e il fatto che andasse già così forte era un ottimo segnale.

«Non so cosa sia successo alla mia guida – dice Silvia – il freno anteriore era andato. Ho fatto una delle mie migliori gare. Però, e l’avevo già detto prima della corsa, la neve non è proprio il mio terreno. 

«La scelta delle gomme? Rifarei quella che ho fatto: ho usato quelle da fango e andavano bene. Purtroppo io non ho una guida molto leggera come sarebbe stato ideale sulla neve. Sono migliorata tanto, ma c’è ancora tanto da migliorare». 

Sognare… si deve

La sensazione è che Silvia atleticamente fosse la più forte in pista. E’ vero che commetteva parecchi errori, è anche caduta in partenza nonostante un super sprint iniziale, però nei rettilinei spingeva forte.

«Sono contenta per questo piazzamento – va avanti la Persico – anche se ci tenevo a prendere un posto sul podio. Speriamo di continuare così. Come prima prova di Coppa della stagione non è male.

«Sì, atleticamente sarò anche stata bene, però il ciclocross è fatto anche di tecnica. Vero anche che quella della neve non è una condizione che si trova spesso, pertanto sono molto fiduciosa in vista delle prossime gare». 

«Come diceva Arzeni non ho ancora cominciato a fare certi lavori. Magari quando inizieremo a farli speriamo di raccogliere una vittoria in Coppa del mondo. Intanto, l’obiettivo è quello di riconfermarmi in maglia tricolore. E poi di puntare in alto al campionato del mondo»

«Possiamo sognare, Silvia?», le chiediamo… «Esatto», ribatte lei mentre si allontana sorridendo.

Petrucci alla Bardiani: l’anno in più da U23 è servito?

17.12.2022
5 min
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Tra i volti nuovi che si affacciano nel mondo del professionismo c’è quello di Mattia Petrucci, ragazzo veronese che indosserà la maglia della Bardiani CSF Faizanè. Il suo arrivo nella squadra dei Reverberi, che in questo momento si trova in Toscana per la preparazione invernale, va evidenziato. Petrucci, alla fine del 2021 ha deciso di attendere prima di fare il grande salto tra i professionisti. E’ rimasto un’altra stagione tra gli under 23 con la Colpack. Una scelta ponderata che in un mondo sempre più veloce, è quanto meno da sottolineare. 

Petrucci (in maglia Colpack) a fine 2021 ha deciso di prolungare la sua esperienza tra gli under 23
Petrucci (in maglia Colpack) a fine 2021 ha deciso di prolungare la sua esperienza tra gli under 23
Come mai quella decisione lo scorso anno?

Alla fine del 2021 avevo parlato con un po’ di squadre, tra cui anche la Bardiani, ma non si era arrivati a nulla di concreto. Così ho deciso di provare a raccogliere di più tra gli under 23. 

Il 2022 che anno è stato?

Non è andato secondo le aspettative a causa delle diverse problematiche che ho avuto nei mesi centrali dell’anno. Mi sono fermato parecchie volte, una anche al campionato europeo, al quale avrei dovuto partecipare. E’ stato davvero difficile ripartire da capo. 

A fine stagione sono arrivati dei buoni piazzamenti…

Sono risultati che sono riuscito a conquistare grazie alla mia esperienza e all’orgoglio.

Il debutto stagionale di Petrucci è arrivato al Trofeo Laigueglia, un primo assaggio di professionismo (foto Scanferla)
Il debutto stagionale di Petrucci è arrivato al Laigueglia, un primo assaggio di professionismo (foto Scanferla)
Hai avuto paura che questa scelta ti si potesse ritorcere contro? 

Con il senno di poi diventa troppo facile, sinceramente non ci ho pensato. Anche perché alla fine della passata stagione qualche colloquio con delle squadre professional l’avevo già fatto. Quest’anno ho “riallacciato” il filo con i Reverberi e dopo un bel colloquio abbiamo trovato l’accordo. Sono consapevole di ciò che ho fatto e fa tutto parte di un bagaglio di esperienza che mi porto dietro.

Che differenze vedi ora che sei all’interno?

Principalmente strutturali. Arrivo da una squadra che era ben organizzata, ma qui si vede una gestione completamente differente. Si scende parecchio nei dettagli per evitare errori, ci alleniamo bene e siamo seguiti sotto tutti gli aspetti. 

In questi giorni Mattia si trova nel ritiro della Bardiani sui colli toscani
In questi giorni Petrucci si trova nel ritiro della Bardiani sui colli toscani
La Bardiani ha un suo progetto dedicato ai giovani, tu che sei appena uscito dagli under 23, come lo vedi?

E’ molto interessante, soprattutto perché questi ragazzi sono trattati come dei professionisti, ma hanno la possibilità di correre tra gli under. Ormai la categoria under 23 sta diventando sempre più di passaggio, un mezzo trampolino di lancio. Dico mezzo perché il vero trampolino di lancio sono gli juniores. Se uno dimostra già da giovane di andare forte merita di fare un percorso ed un programma di crescita differente. 

L’anno scorso ci avevi detto che dovevi trovare appieno la tua dimensione come corridore, ora l’hai trovata?

Devo migliorare molto in salita, questo senza dubbio. Una mia caratteristica è di saper tenere in salita e giocarmi gli arrivi ristretti, insomma un buon cacciatore di tappe o di corse di un giorno.

Un profilo adatto ad una squadra come la Bardiani, no?

Assolutamente, queste mie qualità mi danno la possibilità di mettermi in gioco. La nostra squadra non parte con un capitano designato e quindi in ogni corsa c’è la possibilità di provarci. Chiaramente essendo uno degli ultimi arrivati, non pretendo di giocarmi le mie carte fin dalle prime gare. Però in questa squadra se sei serio e lavori bene le possibilità poi ti vengono date. 

Pochi giorni fa siamo stati insieme alla Bardiani per vedere come Reverberi ed il suo staff preparano la stagione
Pochi giorni fa siamo stati insieme alla Bardiani per vedere come Reverberi ed il suo staff preparano la stagione
Sai già dove e quando debutterai?

Sì, correrò alla Vuelta a San Juan, in Argentina. Manca solamente un mese ed è importante arrivare preparato. Non si ha più modo di arrivare alle corse con la preparazione ancora in costruzione. 

Un inizio oltreoceano, sarà doppiamente tosto…

Ora sono concentrato sul lavorare al meglio sulla preparazione senza perdermi in troppi pensieri. Poi però dovrò anche concentrarmi sull’acclimatamento, io sono uno che guarda molto ai dettagli. Proprio in questi giorni di ritiro stiamo lavorando su tanti particolari e ci sono studi che dimostrano che un cambio di clima può comportare dei problemi nella prestazione atletica se non si è abbastanza preparati. 

Qualche altro ragazzo quest’anno ha avuto la tua stessa idea di fare un anno in più tra gli under, che ne pensi?

Ovviamente ognuno di noi è diverso e fa le cose che ritiene giuste per sé. Guardandomi indietro dopo un anno non mi sento di dare giudizi. Una cosa fondamentale è avere intorno persone fidate che ti consigliano. Se si ha la possibilità, tuttavia, è forse meglio coglierla, con la consapevolezza che se si fa un salto troppo grande c’è il rischio di rimbalzare indietro, e se succede poi non torni più…