Incontro nelle campagne di Denia, prima di tornare a casa per le Feste. I ragazzi della Cofidis sono usciti alla spicciolata, divisi in gruppi in base al calendario e alle attitudini. Cimolai è uno degli ultimi, forse per la necessità di recuperare un anno record fatto di 88 giorni di corsa. I record, si sa, fanno sempre piacere, a meno che non ci si finisca dentro per errore o per necessità.
«Per necessità della squadra – sorride il friulano – come la Vuelta ad esempio. Non era prevista e all’ultimo mi hanno chiamato per il supporto di Brian (Coquard, ndr), per cui ho accettato volentieri, concludendo poi la stagione. Poi però è saltato fuori che volevano farmi fare le quattro corse rimaste in Italia e sono arrivato fino alla Veneto Classic…».
Consonni e Cimolai, due velocisti azzurri della Cofidis, che nel 2022 si sono spesso sovrapposti per la caccia ai puntiConsonni e Cimolai, due velocisti azzurri della Cofidis, che nel 2022 si sono spesso sovrapposti per la caccia ai punti
Come com’è andato questo primo anno alla Cofidis?
Difficile, ma non per colpa della squadra o di qualcuno in particolare. Solo che nei due periodi di forma che avevo raggiunto dopo la Tirreno e poi dopo il Giro d’Italia, ho avuto prima una grossa bronchite che mi ha messo fuori gioco per due settimane fermo e poi il Covid. Ho saltato gli appuntamenti più importanti dell’anno come la Milano-Sanremo e le corse successive. Questo ha complicato anche la preparazione al Giro. Infatti ci sono arrivato così così. Poi strada facendo la condizione è cresciuta…
Pensavi che tutto fosse avviato bene, invece?
Ho pensato di concentrarmi sul campionato italiano, che era il secondo grande obiettivo dell’anno. Invece ho preso il Covid. Quindi è stato veramente un anno difficile dal punto di vista fisico. Perciò adesso pensiamo al 2023, mi pare di essere partito bene e confido di stare bene fisicamente, che per me è la cosa più importante per tornare ai miei livelli.
Il pieno di barrette e poi Cimolai parte per l’allenamento sulla nuova LookIl pieno di barrette e poi Cimolai parte per l’allenamento sulla nuova Look
In squadra c’è il pieno di velocisti, com’è l’equilibrio tra voi?
E’ stato un anno particolare, perché eravamo in lotta per la retrocessione. E’ stato questo il motivo per cui non abbiamo corso sempre per vincere, ma per portare a casa più punti possibili. Quindi ho capito le esigenze della squadra e così facendo ci siamo garantiti il posto WorldTour per altri tre anni. Credo che adesso siamo tranquilli e sicuramente il prossimo anno correremo in maniera un po’ diversa.
Quindi ci sarà spazio per qualche volata di Cimolai?
Spero di sì, ma prima devo sentirmi bene, trovare il top della condizione. Poi penso di avere sicuramente le mie opportunità. Dobbiamo ancora parlare di programmi, ma se mi chiedete cosa mi piacerebbe fare, vorrei tornare al Giro.
La nuova maglia Van Rysel ha striature di rosso scuro sulla base del rosso più classicoLa nuova maglia Van Rysel ha striature di rosso scuro sulla base del rosso più classico
Anno nuovo e materiali nuovi, cosa te ne pare?
Abbiamo testato le nuove bici proprio in questi giorni del primo ritiro. Un bel progresso e quindi non abbiamo più scuse. Bene anche l’abbigliamento Van Rysel. Posso dire che nonostante sia un marchio nuovo, la qualità è buona. Perché ad esempio montiamo gli stessi fondelli Assos, sono contento del materiale che ci hanno dato. La squadra ha scelto dei nuovi partner non solo perché sono francesi, ma perché hanno la voglia di crescere e prendono noi professionisti come ottimi tester.
Prima corsa?
Tour Down Under, Australia. Ci torno per la sesta volta, quindi sono più avanti con la preparazione. Non era in programma onestamente, poi per vari fattori ripartirò da là, quindi in queste ultime settimane, dovrò darci dentro. Perciò adesso si parte. E buon anno a tutti!
Oggi è il giorno da cui si può indossare la nuova divisa e usare le nuove bici, senza il rischio che una foto di nascosto o per errore possa rovinarti le vacanze. Oggi è il giorno che Gaia Realini ha atteso silenziosamente per mesi e noi per contro potremo pubblicare le foto che le scattammo in Spagna durante il primo ritiro con la Trek-Segafredo, quando ci siamo fatti raccontare le sensazioni connesse al nuovo viaggio. Cominciando da cosa provi avendo saltato completamente la stagione del cross che per lei è stato a lungo il senso stesso dell’andare in bicicletta.
«Mi manca l’adrenalina delle partenze a tutta – dice – mi manca la gara, perché comunque è breve ma intensa. Però diciamo, essendo entrata in questa grandissima realtà, che ho trovato il modo per distogliermi da questa nostalgia, guardando da tutt’altra parte. Ecco…».
La vittoria di tappa al Giro di Campania di maggio e classifica generale per Gaia Realini (foto Ossola)La vittoria di tappa al Giro di Campania di maggio e classifica generale per Gaia Realini (foto Ossola)
Da buona abruzzese, ha tenuto la bocca chiusa. E quando proprio non ha potuto sottrarsi alle domande, ha iniziato a dire che avrebbe corso in una squadra WorldTour. Ma l’ambiente è piccolo, le voci circolano, eppure anche di fronte alla comune consapevolezza, Gaia ha continuato a negare, sia pure con sorrisi sempre più evidenti, tenendo fede al suo impegno con la Isolmant-Premac e Giovanni Fidanza. Finalmente però, con 21 anni compiuti a giugno e dopo due sole stagioni su strada, la ragazza di Pescara sale lo scalino più alto.
Ti aspettavi un’accelerazione così violenta della tua carriera?
Beh, sinceramente no. Però ci speravo come ogni ciclista. Anche se sono molto giovane, un punto di svolta bisogna cercarlo sempre e io ci speravo. E ora che ci sono riuscita, adesso tocca solo a me dare il meglio, farmi notare ancora di più e guadagnarmi la fiducia che la Trek mi ha concesso, continuare per questa strada.
Nella prima intervista – bici.PRO era appena nato – dicesti che la bici da strada era il mezzo per preparare la stagione del cross. Che cosa è cambiato?
Proprio due anni fa, col mio vecchio allenatore ci siamo chiesti se non fosse il caso di concentrarsi un po’ di più sulla strada. Così sono passata con la squadra di Giovanni Fidanza, che mi ha dato la possibilità di fare il Giro d’Italia e gare di alto livello. Per questo con il mio allenatore, che poi era Francesco Masciarelli, abbiamo cambiato e stravolto tutto, a partire dagli allenamenti e l’alimentazione. E’ cambiato anche il mio modo di vedere le cose e da lì ho capito che la strada poteva salire al primo posto fra i miei interessi. E infatti adesso è il mio primo pensiero
Assieme a Ilaria Sanguineti, Realini si prepara per l’allenamento del mattinoAssieme a Ilaria Sanguineti, Realini si prepara per l’allenamento del mattino
Qual è la differenza tra la squadra di Fidanza e la Trek-Segafredo?
Sicuramente a primo impatto – Realini sorride – dico che non mi è mai capitato al primo ritiro di avere 1.000 riunioni, 1.000 impegni, meeting con direttori sportivi, allenatori e con tutto lo staff. E’ una cosa mai fatta prima. Questa ovviamente è una banalità, però basta guardare anche tutto l’abbigliamento che ci è stato dato. Mi hanno consegnato dei borsoni che non so nemmeno come li riporterò a casa. E poi parliamo di attenzione anche nei minimi dettagli. Quando vai per allenarti trovi 3-4 camion con tutti i modelli di bici da provare, mentre prima avevamo un camper, un piccolo camper. Non ci mancava niente, ma qui è tanto di più…
Che cosa ti resta degli ultimi due anni?
Sicuramente alla Isolmant mi hanno fatto fare un grande salto di qualità, perché, come ripeto, mi hanno dato la possibilità di iniziare a competere nelle gare che più contano. Dal Giro d’Italia al campionato italiano, che sono le due gare più grandi che ho fatto. Però sono bastate per capire che c’è un altro mondo rispetto a quello delle gare open in cui si corre con le junior e in cui ognuno pensa un pochetto per sé. Qui invece bisogna lavorare tutte insieme per un solo scopo.
Qual è stato il giorno in cui hai visto la Gaia migliore degli ultimi due anni su strada?
Sicuramente l’exploit più bello è stato al Giro d’Italia 2021. Anche quest’anno non era iniziato male, poi con il colpo di calore della terza tappa, quella di Cesena dopo il trasferimento dalla Sardegna, ho accusato un ritardo pazzesco (11’10” dalla vincitrice Van Vleuten, ndr). A livello psicologico è pesato parecchio. Però nella nona tappa ho provato a giocarmi le mie carte e anche quel giorno è stato una bella esperienza, un bel successo per me (a San Lorenzo Dorsino, Gaia si è piazzata quinta, subito dietro il duo Van Vleuten-Longo Borghini, ndr).
Settima sul traguardo del Maniva: il Giro di Gaia Realini cambia marcia dopo il colpo di calore di CesenaSettima sul traguardo del Maniva: il Giro di Gaia Realini cambia marcia dopo il colpo di calore di Cesena
L’obiettivo sarà provare a fare classifica?
Sinceramente non ho aspettative. Voglio prima inserirmi completamente in questa squadra. Devo imparare meglio la lingua, perciò andrò alle gare e farò quello che mi diranno di fare. Sarò a completa disposizione, quindi mi aspetto tutto e non mi aspetto niente.
Che effetto fa avere come compagne le due Elise, la Deignan e tutte le altre?
Mi sento molto piccola! Già lo sono di mio (sorride, ndr), però diciamo mi sento molto piccola perché correre per loro, per grandi nomi del ciclismo, non è da tutti. E’ un mix di emozioni che non so nemmeno spiegare e forse non ci crederò fino a che non attaccherò per la prima volta il numero dietro la schiena con la maglia Trek-Segafredo. Ecco, mi sembra ancora un sogno, una cosa irreale.
La notizia era uscita già da un po’, quanto è stato difficile tenersela dentro?
Sinceramente non è stato molto difficile, perché non sono una ragazza che si esalta molto. Le cose preferisco tenermele dentro, lavorarci piano piano, giorno per giorno, senza farmi prendere dalla fretta. Insomma, non è stato molto difficile…
La Trek di Gaia pronta per l’allenamentoLa Trek di Gaia pronta per l’allenamento
Quale proposito facciamo per il prossimo anno?
Sicuramente a cronometro ci sarà da fare passi da gigante, ma bisogna crescere dovunque. Salita, discesa e pianura. Questa è la scuola che mi permetterà farlo. Prenderò l’insegnamento di tutte le cose nei minimi dettagli e ne farò tesoro.
La Trek è anche l’unica squadra WorldTour con tre abruzzesi. Ti capita mai di allenarti con loro?
Prima di venire qui in ritiro, qualche volta è capitato di allenarmi con Giulio (Ciccone, ndr), mentre con Dario (Cataldo, ndr) capita meno, perché siamo lontani e poi è spesso in Svizzera. Vediamo se capiterà di incontrarsi durante le feste.
Da dove cominci?
Me lo diranno, non lo so ancora. E se mi manderanno in Australia, andrò in Australia. Mi adatterò, farò tutto quello che mi dicono.
La prima tappa della Vuelta Valenciana vinta ieri da Elisa Balsamo è stata la prima corsa in cui Elisa e Arzeni sono stati avversari. Un momento particolare
Le medaglie ci sono, ora a Minuta serve la squadra. Era questo il titolo dell’articolo con cui alla fine di novembre presentammo Stefano Minuta: velocista piemontese su pista, campione italiano juniores di specialità e bronzo agli europei di Anadia. Uno di quelli che presto o tardi approderanno in un gruppo militare o di polizia, ma che ancora non aveva una squadra alle spalle.
Alla fine per fortuna, Minuta la squadra l’ha trovata, ma ha dovuto pagarsi i punti. E come lui anche altri: l’alternativa era rimanere a piedi.
Non si tratta del sistema “paga per correre”, che ha prodotto i guasti ben noti nel professionismo, ma della soluzione impropria per un problema che quest’anno è diventato più pressante: il pagamento del punteggio di valorizzazione.
Minuta è uno dei velocisti azzurri in rampa di lancio su pista: come Napolitano è tesserato con il Team ColpackMinuta è uno dei velocisti azzurri in rampa di lancio su pista: come Napolitano è tesserato con il Team Colpack
La tutela dei team giovanili
Di cosa si tratta? Di qualcosa che c’è sempre stato, ma ricorda nel nome il meccanismo ideato da Gianni Savio per cedere i suoi atleti alle WorldTour. Come quando Bernal passò al Team Sky e più di recente Piccolo e Cepeda alla Ef Education. Io investo per valorizzare il giovane e tu mi paghi, riconoscendo il mio lavoro.
La Federazione l’ha previsto per tutelare i team giovanili, sempre alle prese con problemi di bilancio, e per dare una mano ai Comitati regionali. La nuova società dovrà pagare infatti quella di provenienza e anche la regione, casomai il corridore dovesse cambiarla. Succede a ogni passaggio di categoria.
La novità del bonus
Da quest’anno il sistema è diventato più complesso, dato che al solito conteggio si è aggiunto un bonus legato al rendimento. Come previsto dalla tabella di tutte le categorie, per un corridore con zero punti, che passi ad esempio da junior a U23, il bonus è di 450 euro. Sale a 600 euro da 11 a 20 punti. A partire dai 21 punti, sale a 800 euro che si sommano al pagamento del punteggio. Il bonus non è dovuto alle regioni.
E’ interessante far notare che si tratta di un meccanismo solo italiano: non è previsto infatti dalla normativa UCI. Per questo al passaggio al professionismo, non tutte le squadre straniere ritengono di versare l’importo al team da cui arriva l’atleta italiano. Tanto che ad esempio, anche passando dagli juniores alle development europee, qualcuno ha scoperto di dover pagare di tasca sua l’importo al team in cui è cresciuto.
Alessio Delle Vedove passa al devo team della Intermarché e paga da sé i suoi punti (foto Instagram)Alessio Delle Vedove passa al devo team della Intermarché e paga da sé i suoi punti (foto Instagram)
Su richiesta di Quaranta
Per approdare al Team Colpack-Ballan, Stefano Minuta ha dovuto pagare circa 2.000 euro fra punti e bonus e altro presumibilmente avrà versato al Comitato regionale del Piemonte, dato che passerà in Lombardia.
«Ci ha chiesto di prenderlo Ivan Quaranta – racconta Rossella di Leo, team manager Colpack – come pure per Napolitano. Tuttavia, avevamo già speso 23.000 euro per i punteggi di altri corridori, così abbiamo messo a disposizione la dotazione tecnica necessaria, ma non ce la facevamo a pagargli anche i punti».
I pro’ che non pagano
Questo succede anche in altre squadre, mentre non è detto che i team pro’ facciano la loro parte al passaggio fra i professionisti.
Sarebbe competenza del procuratore far presente questo aspetto: alcuni lo fanno (Raimondo Scimone fra questi), altri no, come recitava la lettera anonima di un neopro’ pubblicata prima di Natale. La Trek-Segafredo ad esempio ha sempre fatto la sua parte, forse perché ha management italiano. La Mapei pagava regolarmente. Alcuni lo fanno, altri no, avendo il diritto (e la convenienza) di non versare i 5.000 euro richiesti per un italiano. E se l’italiano vuole passare e nessuno paga per lui i suoi punti, quei soldi deve pagarseli da solo. Se si volesse applicare il regolamento, la società di provenienza potrebbe addirittura non concedergli il nulla osta.
Si tratta evidentemente di un’anomalia. Come può una società non concedere il nulla osta a un atleta dopo averlo cresciuto, solo perché non le vengono pagati i punti? Perciò accade anche che la squadra di provenienza non chieda un euro e rinunci al dovuto per amore del suo corridore. Come ha fatto la General Store con Busatto, passato alla Intermarché Continental.
Buratti passerà pro’ nel 2024 con la Bahrain Victorious: il team non è tenuto al pagamento dei punteggiBuratti passerà pro’ nel 2024 con la Bahrain Victorious: il team non è tenuto al pagamento dei punteggi
Gli stranieri in Italia
Poi ci sono gli atleti stranieri. La stessa Colpack ad esempio per il 2023 ha tesserato Pavel Novak, che da junior correva nella Ciclistica Trevigliese. L’importo dei punti sarebbe stato di 4.000 euro, ma dato che il corridore ha tessera della Repubblica Ceca, Colpack non ha pagato. Tuttavia per una sorta di compensazione, avendo perso Gomez che dopo quattro anni ha portato i suoi tanti punti alla Hopplà e ha licenza colombiana, la Colpack non ha preso un centesimo da parte di Provini.
Fra i casi insoliti dell’ultima ora, c’è anche che la stessa Colpack ha preso Volpato dalla UC Giorgione pagando circa 4.000 euro a una società che dal 2023 non farà più gli juniores, bensì gli amatori.
Famiglie in soccorso
Dal punto di vista delle società giovanili, l’operazione è sicuramente vantaggiosa. A voler cercare il pelo nell’uovo, con i punti legati ai risultati, potrebbe esserci la tentazione di spingere più forte sul gas. Resta il fatto che alcune società fanno fatica a restare in equilibrio e non hanno budget per i punti, prendendo così i corridori meno… costosi e lasciando i più forti a chi può permetterseli. E laddove il pagamento non avvenga da parte della squadra, gli juniores che vogliono continuare chiedono l’ennesimo sacrificio alle famiglie e versano il dovuto.
David Gomez passa al team Hopplà e ha tessera colombiana, che per questo non verserà i punti al Team ColpackDavid Gomez passa al team Hopplà e ha tessera colombiana, che per questo non verserà i punti al Team Colpack
L’anomalia dei velocisti
Possibile che non ci fosse una squadra piemontese che potesse far correre Minuta, facendogli risparmiare i soldi da versare al Comitato regionale? Stefano correva con Bortolami, ma grazie a una plurima era tesserato in Piemonte. Essendo un pistard velocista, non correrà mai su strada, come Napolitano, per cui il tesseramento nel team bergamasco è stato fatto per amore del ciclismo o poco più. Nel team c’è Boscaro, ad esempio, pistard anche lui. Ma Davide corre nelle Fiamme Azzurre e fa anche parecchia strada: qualcuno lo vedrà correre con i colori del team.
La controproposta
Sono anni che questo succede. Il discorso come linea di principio è giusto per tutelare le squadre juniores. Si paga di passaggio in passaggio, poi ci si ferma al momento di andare fra i pro’. Quando hanno contestato l’aumento, le continental hanno proposto l’aumento del tesseramento, includendo nel pacchetto anche un’assicurazione ad hoc per i ragazzi, facendo fronte al tema della sicurezza stradale. Se la tessera oggi costa 45 euro, si potrebbe anche portarla a 100 euro, ma questo non porterebbe risorse alle giovanili: obiettivo del nuovo sistema. Le loro richieste non sono state accolte. Come mai all’estero tutto questo non accade? E perché fra i prossimi provvedimenti non si lavora alla semplificazione del sistema anziché renderlo più ingarbugliato?
Il Giro della Lunigiana da junior nel 2021. Il primo anno in continental con la vittoria del Val d’Aosta nel 2022. E adesso il salto nel WorldTour con il resto degli otto ragazzini della Groupama-FDJ, fra i quali il nostro Lorenzo Germani. Lenny Martinez non sta più nella pelle. E anche se si tratta di un francese nello squadrone francese, l’emozione la puoi tagliare con un coltello.
Dopo il primo ritiro a Calpe – dove Lenny ha sperimentato la serie di riunioni, allenamenti, massaggi e ginnastica (in apertura, foto Nicolas Gotz) – abbiamo così pensato di risentirlo per capire come vadano le cose. E in che modo si avvicini al primo anno da professionista.
Martinez ha 19 anni, è alto 1,68 per 52 chili: eccolo con la nuova maglia della Groupama-FDJ (foto Nicolas Gotz)Martinez ha 19 anni, è alto 1,68 per 52 chili: eccolo con la nuova maglia della Groupama-FDJ (foto Nicolas Gotz)
Cosa hai fatto dopo la fine della stagione?
Mi sono preso una pausa di 6 settimane. Sono rimasto a casa a godermi la mia famiglia e poi mi sono spostato nel Sud della Francia per stare con mia madre. L’anno scorso mi ero fermato per 4-5 settimane, questa volta sono aumentate.
Che effetto ti fa passare nella WorldTour?
Diventare professionista era un sogno fin dall’infanzia e ora eccolo qui…
Passare con tanti compagni della continental sarà un vantaggio?
Sì, è un vantaggio perché ci conosciamo tutti molto bene. Siamo ottimi amici e faremo tutti progressi più concreti e impareremo ogni cosa restando insieme. E’ fantastico, l’avventura continua.
Martinez non ha cambiato modo di mangiare, ma un confronto sul tema non guasta (foto Nicolas Gotz)Martinez non ha cambiato modo di mangiare, ma un confronto sul tema non guasta (foto Nicolas Gotz)
Avresti fatto un altro anno nella continental?
Avrei potuto, ma non ho voluto! I miei risultati con il team continental e la WorldTour mi hanno fatto capire che potevo passare al livello successivo. Il team mi ha offerto un contratto, quindi ho accettato con piacere.
Cosa è cambiato nella preparazione?
Una pausa un po’ più lunga e un ritiro in più rispetto all’anno scorso, quello di dicembre. Per il momento non faccio più ore dell’anno scorso, ma arriverà anche quel momento.
Un po’ di reazione fisica prima di partire con la bici (foto Nicolas Gotz)Un po’ di reazione fisica prima di partire con la bici (foto Nicolas Gotz)
Perché hai scelto di eliminare il ciclocross dal menù?
Poiché la mia pausa è stata piuttosto lunga, poi c’è stato il ritiro di dicembre e fra breve ci sarà quello di gennaio. Penso che non possiamo fare tutto, inoltre mi sono trasferito nel Sud della Francia e qui c’è poco ciclocross.
Le gare pro’ a cui hai partecipato nel 2022 cosa ti hanno fatto capire il tuo adattamento al professionismo?
Ho visto dei risultati molto interessanti. Nel WorldTour sono riuscito a ottenere una top 10 e un sacco di top 15. Mi sentivo pronto e a livello di under 23 ero tra i migliori al mondo, per cui dovevo passare al livello successivo
Al team dei giovani più forti appartiene ovviamente anche Romain Gregoire (foto Nicolas Gotz)Al team dei giovani più forti appartiene ovviamente anche Romain Gregoire (foto Nicolas Gotz)
Cosa ti convince del programma di Marc Madiot per voi giovani?
Penso sia una buona cosa, come ho detto, il fatto che cresceremo tutti insieme.
Come è organizzata la tua settimana di preparazione quest’inverno?
Per il momento sto lavorando sulla resistenza, un po’ di velocizzazione, qualche sprint, lavoro sulle crono e anche esercizi per gli addominali, un paio di volte a settimana. Per il momento sono meno di 15 ore di bicicletta. Non ho cambiato nulla sul fronte dell’alimentazione. Mangio sempre bene e tanto, mi diverto ogni giorno.
Pinot è vissuto da Martinez come un mito e anche un riferimento (foto Nicolas Gotz)Nello stesso Sol y Mar si sono ritrovati anche i corridori della Total Energie (foto Nicolas Gotz)La Groupama-FDJ si è ritrovata a due passi dalla spiaggia di Calpe (foto Nicolas Gotz)Pinot è vissuto da Martinez come un mito e anche un riferimento (foto Nicolas Gotz)Nello stesso Sol y Mar si sono ritrovati anche i corridori della Total Energie (foto Nicolas Gotz)La Groupama-FDJ si è ritrovata a due passi dalla spiaggia di Calpe (foto Nicolas Gotz)
Hai imparato qualcosa in ritiro da scalatori come Pinot e Gaudu?
Sì, anche se soprattutto nei primi giorni eravamo tutti mischiati e non divisi in gruppi specifici. Però, più andremo avanti nella stagione e più avrò da imparare da loro, soprattutto nelle corse. Pinot è il ragazzo che guardavo in televisione, fortissimo in montagna. E’ un gran corridore e ha una personalità unica.
Il tuo obiettivo è crescere velocemente come gli altri giovani?
Non saprei, penso che progredirò al mio ritmo. La squadra non andrà troppo veloce con me, ma neppure mi terrà troppo a freno.
Nel 2022 Martinez ha vinto due tappe alla Ronde de l’Isard, dopo il Val d’Aosta (foto Richard Corentin)Nel 2022 Martinez ha vinto due tappe alla Ronde de l’Isard, dopo il Val d’Aosta (foto Richard Corentin)
Qual è il ricordo più bello che porti dalle categorie giovanili?
Tutta l’ultima stagione con la squadra è stata bellissima, in gara e fuori gara. La mia vittoria in Val d’Aosta, la mia prima vittoria alla Ronde de l’Isard, le gare con la WorldTour. Ma il mio ricordo più bello è un flashback sulla mia maturazione da quando ero piccolo. Sono orgoglioso di aver raggiunto tutto questo e di essere ora quello che sono.
Tuo padre Miguel è orgoglioso della tua carriera?
Sì, è molto orgoglioso (suo padre Miguel è stato oro olimpico nella mountain bike a Sydney, ndr). E’ davvero felice e segue i miei risultati. Quando vinco una gara, penso a lui e alla mia famiglia e sono quasi più felice per loro che per me. Invece mio nonno ormai non mi dà troppi consigli, di solito parliamo solo della vita.
David Gaudu, respinto con danni dal Ventoux, prova a riscattarsi sui Pirenei. Obiettivo: vincere una tappa. La classifica (ben compromessa) può aspettare
Con la fine dell’anno è tempo di consuntivi e il ciclismo non si discosta dalla tradizione. Noi però siamo andati a vedere che cosa c’è al di là di gare, vittorie, campioni. Siamo andati a cercare nel gruppo (foto di apertura di ASO/Pauline Ballet), provando a leggere i numeri statistici in maniera diversa e scoprendo un lato del ciclismo italiano quasi insospettabile, addirittura fantascientifico solo fino a pochi anni fa.
Quello italiano, ciclisticamente parlando, è un popolo di migranti, in maniera nettamente superiore a qualsiasi altra disciplina sportiva. Nel mondo ci sono oltre 2.400 corridori (intendendo tesserati per squadre WorldTour, professional e nel mare delle continental), di cui oltre un centinaio sono italiani. Noi siamo andati a spulciare i roster di tutti questi team scoprendo che ci sono oltre 110 corridori italiani iscritti in squadre straniere. Sono molti più di quelli che agiscono in formazioni italiane: nel 2022 ne avevamo 3 professional e 13 continental, ma bisogna considerare che alcune di queste sono infarcite di corridori stranieri. Quel che colpisce è la percentuale, abbondantemente superiore al 50 per cento.
La corazzata della Jumbo Visma. I giovani Belletta e Mattio sono molto attesi nel 2023La corazzata della Jumbo Visma. I giovani Belletta e Mattio sono molto attesi nel 2023
L’Italia come il Brasile?
Non ci sono sport minimamente paragonabili: nel calcio solo da pochi anni i giocatori nostrani vanno all’estero, considerando anche quelli che agiscono nei campionati minori o in leghe semiprofessionistiche il numero in assoluto è maggiore, ma percentualmente non si avvicina neanche da lontano alla realtà ciclistica. Nel basket si può dire lo stesso, basti dire che sono solamente 3 gli italiani nel massimo campionato, quello Nba e uno di loro è nato e cresciuto lì, anche se ha passaporto italiano.
La sensazione, per fare un paragone più calzante, affianca il movimento ciclistico italiano a quel che avviene per i calciatori sudamericani, brasiliani in particolar modo, che vanno poi a riempire le squadre di oltre mezzo mondo, in Europa come in Asia o in Nordamerica. Come loro sanno che per fare del calcio un lavoro devono emigrare, lo stesso avviene per i nostri ciclisti e infatti sempre più giovanissimi, magari appena usciti dall’attività junior, fanno le valigie (i casi di Belletta e Mattio al Team Jumbo-Visma Development sono solo l’ultimo segnale).
Fondriest in maglia Panasonic. Il suo passaggio nel team olandese fu una prima assolutaFondriest in maglia Panasonic. Il suo passaggio nel team olandese fu una prima assoluta
Il precedente di Fondriest
A ben guardare la storia del ciclismo, è una rivoluzione copernicana. Il movimento italiano era sempre stato fortemente autarchico, c’era un forte nocciolo di squadre professionistiche che assorbivano tutto il meglio dei vivai. Chi ha buona memoria non può non ricordare lo scalpore che fece il trasferimento di Maurizio Fondriest alla Panasonic, ma nessuno allora avrebbe pensato che attraverso quello squarcio il ciclismo italiano sarebbe uscito così trasformato.
Intendiamoci bene: a trasferirsi all’estero non solo sono i Ganna, i Trentin, i Caruso. Cercando nelle oltre 100 squadre continental appartenenti a ben 61 Paesi si scoprono storie quasi incredibili. C’è Danilo Celano che ha trovato casa in Malaysia divenendo famoso per la vittoria nel 2020 al Tour de Langkawi. Oppure Lorenzo Masciarelli trasferitosi con tutta la famiglia in Belgio per apprendere l’arte del ciclocross cambiando completamente vita. O ancora Kevin Pezzo Rosola andato in Austria, ma ora tornato in Italia, per uscire dall’alveo familiare fatto di campioni dai nomi altisonanti per crescere in umiltà come corridore e soprattutto come uomo. Che dire poi di Peter Cevini, corridore giramondo tra Irlanda, Russia e Polonia che nel 2023 ripartirà proprio da quest’ultimo Paese per continuare a sbarcare il lunario.
Gaia Tortolina si è addirittura costruita un team in Belgio, il Women Cycling ProjectGaia Tortolina si è addirittura costruita un team in Belgio, il Women Cycling Project
La situazione fra le donne
Non che in ambito femminile la situazione sia molto diversa. Anche in questo campo la mancanza di un team WorldTour, termine di una vera e propria filiera nazionale dove far approdare i migliori talenti, incide profondamente. Praticamente tutte le nostre campionesse agiscono all’estero, dalla coppia pluripremiata Balsamo-Longo Borghini nell’americana Trek Segafredo alla Cavalli stella della FDJ Futuroscope: nel 2022 erano 20 le italiane nei team del massimo circuito e nell’anno che verrà saranno ancora di più, basti pensare all’Uae Team Adq, che avrà nelle sue file ben 8 azzurre, l’esatta metà del team.
Ma non ci sono solamente loro. Ci sono anche atlete che hanno fatto scelte ben precise, come Gaia Tortolina che in Belgio si è costruita una propria squadra e una propria vita, oppure Alessia Bulleri, elbana che dopo un passato virtuoso nella mtb è diventata una delle leader del team spagnolo Eneicat. Fino all’ultimo caso delle giovanissime Deborah Silvestri e Emanuela Zanetti, emigrate in Spagna nella neonata Zaaf Cycling.
Peter Cevini, 31 anni, nel 2023 correrà nel team polacco Kiwi Atlantico-Cabo de PenasPeter Cevini, 31 anni, nel 2023 correrà nel team polacco Kiwi Atlantico-Cabo de Penas
Manca un team nostrano
L’impressione è che questo trend sia lungi dall’essere invertito. Molti ragazzi che hanno intenzione di affrontare questa difficile strada sono ben coscienti di dover prima o poi partire e immergersi in una realtà totalmente diversa dalla nostra. Poi starà a loro, al loro talento e ai loro risultati potersi affermare, almeno finché non torneremo ad avere un team nella massima serie targato Italia. C’è nella Formula 1, nella vela, nel motomondiale, perché non può succedere nella patria del ciclismo?
«Noi vogliamo dare il tempo alla mela di maturare pur facendo investimenti rilevanti». E’ il concetto che ci ha espresso da Domenico Fagoni, team manager della Scuola Ciclismo Mazzano che per il 2023 ha allestito interessanti novità per le loro formazioni di donne esordienti e allieve (in apertura foto MirronMedia).
La società bresciana, che vanta una pluridecennale storia nel ciclismo maschile, è invece agli albori in quello femminile. Nell’annata appena terminata ne è stata l’assoluta protagonista, con un dominio netto tra le esordienti primo anno. Quindici vittorie, sette podi e altri piazzamenti tutti ottenuti con Anna Bonassi, campionessa italiana di categoria.
Domenico Fagoni è il team manager ed allenatore della Scuola Ciclismo Mazzano (foto Facebook)Qui assieme a Pedrinazzi, presidente del comitato lombardo, e Capponi, presidente della S.C. Mazzano (foto Facebook)Domenico Fagoni è il team manager ed allenatore della Scuola Ciclismo Mazzano (foto Facebook)Qui assieme a Pedrinazzi, presidente del comitato lombardo, e Capponi, presidente della S.C. Mazzano (foto Facebook)
Numeri incredibili che hanno solleticato l’audacia di Fagoni e della Scuola Ciclismo Mazzano a siglare un accordo con il marchio Liv ed il relativo gruppo aziendale. A queste latitudini del giovanile, è la prima volta che un brand così importante si lega al movimento femminile italiano. Ci è scattata immediatamente la curiosità per approfondire questa collaborazione. Abbiamo ascoltato le parole sia del dirigente sia di Marta Villa, responsabile marketing di Liv Cycling & Cadex.
Una WT in miniatura
«Personalmente sono alla Scuola Ciclismo Mazzano da nove anni – esordisce Fagoni – ma solo nel 2021 abbiamo iniziato col femminile con quattro atlete totali. Quest’anno erano sei mentre nel 2023 saranno dieci. Sei esordienti e quattro allieve. Qui in provincia di Brescia siamo solo due società che fanno femminile e noi vorremmo fare qualcosa di innovativo. C’è tanto potenziale e vorremmo incentivare le ragazze della zona a scegliere la nostra squadra per due motivi principali. Perché stiamo crescendo facendo risultati e perché abbiamo impiegato risorse economiche in un progetto a lungo termine».
Velocista. Anna Bonassi nel 2022 ha vinto 15 gare (foto MirronMedia)Velocista. Anna Bonassi nel 2022 ha vinto 15 gare (foto MirronMedia)
«Sei mesi fa – prosegue – ho chiesto a Marta (Villa, ndr) se avessero avuto piacere a fornirci le bici Liv. Loro hanno ben accolto la nostra proposta e noi a quel punto, di tasca nostra sfruttando prezzi di favore, abbiamo preso caschi, scarpe e computerini del loro gruppo. Parlando con i grafici di Flandres Love, l’azienda di abbigliamento, abbiamo anche cambiato la livrea delle nostre divise riprendendo quelle della formazione WorldTour guidata da Giorgia Bronzini. Abbiamo pensato di dare lustro ai nostri sponsor ed anche Liv e Cadex ricambiando così la loro disponibilità. D’altronde dobbiamo sfruttare questo tipo di visibilità».
L’appoggio di Liv e Cadex
Un discorso di marketing che per il marchio taiwanese è l’ennesimo salto in una nuova frontiera. «Per la nostra azienda – spiega Marta Villa – sarà come un esperimento ma siamo molto fiduciosi. Oltre a Liv Racing TeqFind e Jayco AlUla (il nuovo nome della BikeExchange, ndr) nel WT femminile e a diversi ambassador, ora avremo anche la Scuola Ciclismo Mazzano. Sono una bella realtà, le ragazze ci sono piaciute tutte. Domenico è appassionato e sul pezzo su tante cose. Oltretutto ci hanno fatto davvero una bella sorpresa quando ci hanno presentato la maglia, non ce lo aspettavamo per nulla. A quel punto abbiamo pensato di fornire loro un plus come le ruote Cadex da 36mm con i copertoncini “classic” per gli allenamenti e i “race” per le gare. Per Giant e Liv l’obiettivo è quello di portare sempre più ragazzi in bici».
Stand Liv. Marta Villa con Rachele Barbieri durante l’Italian Bike Festival a MisanoStand Liv. Marta Villa con Rachele Barbieri durante l’Italian Bike Festival a Misano
Progetto sportivo e sociale
E gli obiettivi della scuola ciclismo bresciana invece quali sono? «Il nostro intento – riprende Fagoni – è quello di incrementare i numeri ed arrivare a fare le junior per il 2026. Non si possono improvvisare piani come questi, ci vuole pazienza. Se poi in futuro nascerà un rapporto più stretto con la Liv Racing tanto meglio altrimenti proseguiremo normalmente. Negli ultimi anni abbiamo faticato per fare tutto ciò ma siamo contenti. A Molinetto di Mazzano abbiamo la nostra sede presso il campo sportivo, dove sulla pista d’atletica facciamo allenare i nostri giovanissimi»
Luglio 2022. Anna Bonassi a Boario Terme vince nettamente il campionato italiano esordienti 1° anno (foto Rodella)Anna con la maglia appena vinta mezzo a Fagoni e Silvia Epis, il direttore tecnico settore nazionale giovanile (foto Facebook)Luglio 2022. Anna Bonassi a Boario Terme vince nettamente il campionato italiano esordienti 1° anno (foto Rodella)Anna con la maglia appena vinta mezzo a Fagoni e Silvia Epis, il direttore tecnico settore nazionale giovanile (foto Facebook)
«Nel nostro team femminile – continua – regna un bel clima. Tutte ragazze che stanno venendo su bene prendendo come riferimento Anna Bonassi. Tuttavia anche lei deve ancora crescere ma stiamo lavorando bene. Nel 2023 vorremmo rivincere con lei il campionato italiano su strada, il campionato regionale e la Coppa di Sera. Poi puntiamo al tricolore in pista nella velocità. In ogni caso non vogliamo mettere pressione alle ragazze. Prima di tutto ci interessa l’aspetto sociale e questo vale per tutti i nostri giovani tesserati. Facendoli correre li teniamo lontani dalle strade e dalle cattive compagnie. Cerchiamo di educarli affinché possano essere brave persone parallelamente all’essere bravi atleti. E lo facciamo grazie ad una serie di figure che riteniamo fondamentali».
L’importanza dello staff
Argomenti che fanno capire che nulla sembra lasciato al caso alla Scuola Ciclismo Mazzano. Anche a costo di ricevere qualche osservazione o critica per la troppa professionalità in relazione alla categoria.
«Mi dedico 24 ore su 24 a questo progetto – conclude Domenico Fagoni – ed ho capito che ci siamo dovuti adeguare a quello che succede sopra di noi. I team WT vanno in giro a far firmare le junior migliori. Conseguentemente le formazioni junior vanno in giro a cercare le allieve migliori. E così via a cascata. Noi vogliamo farci trovare pronti, tutto qua. E così abbiamo capito anche che ci sono delle necessità da fronteggiare.
Kit completo. Le ragazze del Mazzano avranno bici, ruote, scarpe, caschi e computerini del mondo Liv (foto MirronMedia)Kit completo. Le ragazze del Mazzano avranno bici, ruote, scarpe, caschi e computerini del mondo Liv (foto MirronMedia)
«Abbiamo inserito la psicologa sportiva Claudia Maffi per imparare a gestire i problemi emotivi legati alle sconfitte, ad esempio. Tutti le vedono come cose negative, per noi invece fa parte del gioco però bisogna farglielo capire. Abbiamo Fabio Zotti che è responsabile della preparazione delle due formazioni femminili. Lui si interfaccia con i diesse Elena Sorlini, Mattia Bacinelli e Laura Moretta. Ed infine vorrei ringraziare Angelo Capponi e Giulio Bonassi, rispettivamente presidente e vice della Scuola Ciclismo Mazzano, perché ci danno sempre il massimo supporto, facilitando il lavoro di tutti noi».
Erica Magnaldi è una delle scalatrici più forti del panorama internazionale e di sicuro una delle migliori in Italia. Quella del 2022 è stata una buona stagione, anche se forse le è mancato l’acuto. Però è cresciuta. E’ stata costante. Il primo anno di WorldTour non è così semplice alla fine.
L’ex sciatrice di fondo ci ha dedicato del tempo e con lei si è parlato, tra le altre cose, anche del ruolo della scalatrice. Figura tanto amata quanto coinvolta in un periodo storico particolare. Tra gli uomini gli scalatori puri iniziano a scarseggiare. E’ così anche tra le donne? Sentiamo cosa ci ha detto l’atleta della UAE Adq.
Erica Magnaldi (classe 1992), qui durante l’intervista, si appresta ad iniziare la sua sesta stagione da pro’Erica Magnaldi (classe 1992), qui durante l’intervista, si appresta ad iniziare la sua sesta stagione da pro’
Erica, che stagione è stata quella appena finita?
E’ stata una stagione con degli ottimi risultati, sia individuali che di squadra e sicuramente una bella prima stagione con questa nuova squadra. Sono fiera di aver portato questi colori e di continuare a farlo anche nel 2023. Ma è stata anche una stagione conclusa con largo anticipo, perché ho deciso di affrontare un intervento chirurgico a fine agosto. Mi sono operata all’arteria iliacaper risolvere un problema. Ci ho dovuto convivere tutto quest’anno e molto probabilmente anche in passato.
Cosa significa convivere?
Ho dovuto gestire questa situazione durante le gare, correre in maniera un po’ diversa. Spesso non potevo esagerare, fare dei grossi fuori giri in quanto sapevo che non avrei tenuto per via della gamba. Però, nonostante questo, sono riuscita comunque a togliermi delle belle soddisfazioni.
In ottica 2023, questo intervento potrà cambiare molto. Immaginiamo ti possa dare fiducia…
Sicuramente. Aver deciso di fare l’operazione è stato proprio per questo. Volevo risolvere completamente questo problema per essere libera. Ero cosciente di quello che ero riuscita a fare, nonostante fossi parzialmente limitata. Poter fare le prossime stagioni al pieno delle mie forze magari mi farà fare un piccolo step. E’ stata un’operazione complessa e può recidivare. Io tra l’altro sono stata particolarmente sfortunata perché ho dovuto farla due volte: al primo tentativo non era stata risolutiva e quindi dopo un mese mi sono dovuta operare di nuovo. E’ stata dura mentalmente. Però sono contenta di esserne uscita e di aver ripreso ad allenarmi.
Quanto sei stata ferma?
Due mesi e mezzo. Mi è mancata tanto la bici, però l’aspetto positivo è che non ho mai avuto così tanta voglia come quest’anno di allenarmi.
La cuneese ha subito una doppia operazione a fine estate (foto Instagram)La cuneese ha subito una doppia operazione a fine estate (foto Instagram)
Erica, sei una scalatrice con l’arrivo di un’atleta forte come Silvia Persico come vi gestirete in salita? Immaginiamo che lei avrà un ruolo importante visti i suoi risultati…
Intanto bisognerà vedere quanto tempo ci metterò a ritrovare una buona condizione e come risponderà il mio fisico allo stress importante a cui è stato sottoposto. Immagino che nella prima parte di stagione non potrò essere al 100%, pertanto sarò più che felice di mettermi a disposizione in qualsiasi ruolo la squadra voglia affidarmi, per Silvia e per le altre. Il livello medio della squadra si è alzato molto e abbiamo diverse carte che possiamo giocarci bene. Sono felice di essere una di queste pedine.
Cosa ti aspetti da te stessa?
Se le cose andranno come spero e arriverò bene agli appuntamenti a cui tengo di più, avrò dello spazio anche per me stessa. E gli appuntamenti a cui tengo sono le corse dure, quelle in salita… quindi i grandi Giri.
Parlando con i tuoi colleghi uomini, si dice che la figura dello scalatore puro stia scomparendo: evoluzione delle preparazioni, dei materiali, dei rapporti… Lo scalatore da 55 chili è ormai una chimera. E’ così anche tra le donne, visto che il livello cresce come tra gli uomini?
Penso che in parte sia così anche tra le donne. Anzi, forse da noi questa cosa si avverte ancora di più. E’ sempre più difficile sperare di staccare tutte su una salita secca e arrivare da sole. E dipende anche dai percorsi. Le occasioni per farlo sono molto poche, si contano sulle dita di una mano. Alla fine sono quelle poche tappe al Giro o al Tour in cui effettivamente si riesce a fare una corsa di grande selezione, proprio perché il livello medio si è alzato molto. Solo nell’avvicinamento alla salita se sei una scalatrice pura e magrolina, se non hai i watt, la potenza per reggere in pianura… fai tanta fatica. Puoi essere la più forte al mondo in salita, ma se ci arrivi consumata dallo sforzo non puoi esprimerti al 100%.
E se ci fossero stati i vecchi rapporti, tu che sei una scalatrice saresti stata avvantaggiata? Prima il 34 non c’era e la passista-scalatrice riesce a difendersi con l’alta cadenza…
Probabilmente i rapporti più corti avvantaggiano più loro che noi scalatrici, però resto dell’idea che ormai comunque devi essere capace di difenderti su ogni terreno. Bisogna avere una certa potenza di base.
La salita è il terreno preferito dalla Magnaldi. «Per andare forte – dice – non basta solo essere leggere ma serve anche la forza pura» La salita è il terreno preferito dalla Magnaldi. «Per andare forte – dice – non basta solo essere leggere ma serve anche la forza pura»
A proposito di potenza, ci sembri più tonica, più muscolosa. E’ così effettivamente?
E’ vero, ho lavorato parecchio sulla forza. Io ho iniziato tardi con il ciclismo: quando sono diventata una pro’ avevo già 24 anni. Da quando ho iniziato, anno per anno, ho visto che il mio corpo è cambiato. Già soltanto aumentando la quantità di chilometri ho sviluppato dei muscoli differenti. In più negli ultimi due anni ho introdotto anche la preparazione in palestra e ne ho tratto un gran beneficio.
E’ fondamentale ormai…
E’ così. E’ necessario per poter rispondere agli attacchi, per poter tenere bene in gruppo e non essere al gancio già in pianura. Avere appunto un po’ di watt assoluti è vitale, non conta soltanto un buon rapporto potenza/peso.
Prima hai detto che le tappe per voi scalatrici si contano sulle dita di una mano: e allora qual è il sogno di Erica Magnaldi?
Se dovessi scegliere una corsa mi piacerebbe vincere una tappa. Una di quelle dure del Giro, del Tour. E perché no, magari centrare una top five in classifica generale.
Quando pensa al mondiale di Wollongong, Lutsenko vorrebbe mangiarsi le mani. Sono le cinque di un pomeriggio mite in Spagna, Alexey si scusa per il suo italiano che è indubbiamente migliore del nostro kazako. Si ride, il clima è disteso, anche se il ricordo batte dove il dente duole. Nel momento in cui Evenepoel lo ha staccato, il kazako infatti ha capito di aver peccato di ingenuità dandogli tutti quei cambi, ma ormai era tardi. E il 24° posto finale ha assunto più il sapore della beffa.
«Mi sentivo benissimo – sorride il leader della Astana Qazaqstan Team – la squadra mi aveva mandato alla Vuelta per preparare i mondiali. Sono entrato nella fuga più grande. E quando è partito Remco, ho commesso il grosso errore di tirare subito. Se avessi tenuto di più, magari avrei salvato il podio. Avevo provato ad attaccare anche prima, c’erano già due belgi. Se lui voleva vincere il mondiale, meritava di fare più fatica anche all’inizio».
Intervista in russo e poi in italiano: la lingua madre di Lutsenko è però il kazakoIntervista in russo e poi in italiano: la lingua madre di Lutsenko è però il kazako
L’esempio di Colbrelli
L’esempio di Colbrelli agli europei di Trento, per quanto discusso dai tifosi del belga, aveva già dimostrato che Remco si può battere in un solo modo. Ma in quel momento Lutsenko non ha avuto la lucidità di pensarlo.
Kazako, 30 anni, residenza spagnola. Lutsenko piombò nei discorsi giusto dieci anni fa, quando vinse il mondiale degli U23 a Valkenburg. Aveva 19 anni e poteva fare in apparenza tutto, come dimostra il suo palmares, pieno di vittorie e piazzamenti importanti, senza però il senso di un terreno su cui essere più forte. Se poi ci si mette anche la sfortuna, il quadro è completo e tutti ricorderanno sicuramente il video del suo volo in discesa mentre si allenava a Tenerife con la bici da crono.
Lutsenko ha iniziato il 2022 vincendo la Clasica Jaen Paraiso InteriorI tratti su sterrato lo esaltano: non a caso ha vinto anche la Serenissima Gravel 2021Lutsenko ha iniziato il 2022 vincendo la Clasica Jaen Paraiso InteriorI tratti su sterrato lo esaltano: non a caso ha vinto anche la Serenissima Gravel 2021
Eppure la stagione non era cominciata male…
Ho vinto la prima corsa (Clasica Jaen Paradiso Interior, ndr). Mi sono piazzato nella seconda. Poi sono caduto all’Het Nieuwsblad e peggio ancora sono caduto a Tenerife, mentre mi preparavo per le Ardenne. Era marzo, sono rientrato a maggio e mi sono ammalato prima di andare al Giro, ma intanto lottavo con la paura nelle discese. Al Tour ho fatto il massimo. Puntavo a un posto nei dieci e l’ottavo non è stato da buttare, considerata la caduta al Giro di Svizzera. Invece la Vuelta, come dicevo, è servita da preparazione per il mondiale, con delle fughe e poco più. Invece in Australia mi sono perso alla fine, dopo quasi sette ore di fuga.
Sai fare tutto, ma cosa ti riesce meglio?
Vorrei mettere un punto su classiche come il Fiandre e la Strade Bianche, perché mi trovo bene sulle strade sterrate. La vittoria alla Serenissima Gravel non fu per caso. Si va sempre a tutta, il mio modo preferito senza troppe tattiche, anche se al mondiale di Cittadella si è visto che con l’arrivo di tanti pro’, le tattiche cambiano. Si può andare da lontano o aspettare, questa volta è arrivata la fuga. Mi piacciono questi percorsi, perché da ragazzo ho cominciato con la mountain bike e anche d’inverno la uso sempre.
Tour 2022, arrivo di Peyragudes: per Lutsenko il quinto postoNel 2020, Lutsenko vince per distacco la tappa di Mont Aigoual al Tour de FranceTour 2022, arrivo di Peyragudes: per Lutsenko il quinto postoNel 2020, Lutsenko vince per distacco la tappa di Mont Aigoual al Tour de France
Invece nei Grandi Giri?
Tre settimane sono tante e sono dure. Le corse a tappe meno lunghe invece sono alla mia portata, anche quelle dure. Nel 2021 sono stato secondo al Delfinato per 17 secondi da Porte, quelle si possono fare. Però nel 2023, se tutto fila liscio, punterò su Strade Bianche, Fiandre e Ardenne.
A Wollongong un altro kazako ha vinto il mondiale U23. Ti sei rivisto in lui?
Siamo entrambi kazaki, ma io avevo 19 anni e venivo dal nulla. Lui ne ha 22 e aveva fatto prima la Vuelta. Fedorov ha un grande motore, ma è giovane. Abitiamo a 200 metri l’uno dall’altro e ogni giorno controllo i suoi allenamenti, come mangia, che vita fa. Secondo me è perfetto per corse come Fiandre e Roubaix. Le differenze? Io non ho avuto la fortuna di un corridore che mi abbia seguito. Avevo Sedun, ma ero davvero piccolo. E adesso seguo lui, come farei con un bambino.
Nel 2012, Lutsenko a 19 anni vince il mondiale under 23 sulla cima del CaubergSul podio con lui il francese Coquard e il belga Van AesbroeckNel 2012, Lutsenko a 19 anni vince il mondiale under 23 sulla cima del CaubergSul podio con lui il francese Coquard e il belga Van Aesbroeck
Cosa hai fatto finora quest’inverno?
Più riposo, quattro settimane di stacco. Ho chiuso appesantito dalla Vuelta e dal viaggio in Australia. Dopo il Tour ho staccato solo due giorni per correre in Spagna. In più nel frattempo sono diventato papà per la terza volta ed è stato duro avere la testa nelle corse e alla famiglia. Avevo bisogno di recuperare e poi ho ripreso con mountain bike, palestra e corsa a piedi. Fare un bell’inverno, è importante per andare bene dopo. Lo schema è quello. Inizio in Oman, che mi porta bene perché l’ho vinto due volte ed è meglio del UAE Tour che ha solo volate. Voglio arrivare bene ad aprile. Prima il Fiandre e poi la Liegi. Se sto bene, la Liegi è il posto giusto per avere grandi sogni.
Simone Velasco vince la 3ª tappa della Valenciana. Fuga di 119 chilometri e volata vincente. La dedica (toccante) è per Umberto Inselvini e per sua figlia
Non si muove niente senza la benedizione di Matxin. Il UAE Team Emirates è una squadra molto strutturata. Gianetti è l’ammiraglio. Agostini opera fra logistica, marketing e comunicazione. Ma se c’è da parlare di corridori, non c’è nessuno come il basco di Basauri.
“Macho” è stato per anni capo di se stesso, nella veste di talent scout e conoscitore del ciclismo. Ha compiuto 52 anni il 20 dicembre e nella sua carriera ha portato fior di corridori in fior di squadre. Non faceva il procuratore: i team manager sapevano che, parlando con lui, al centro c’era l’atleta e non l’interesse di qualcuno che fosse interessato a venderlo. Gianetti lo ha tolto dal mercato e ha dato al team un valore aggiunto pazzesco. Nel frattempo Matxin ha continuato a tessere la rete dei contatti e nella sua scuderia si contano alcuni dei talenti più forti e meno conosciuti al mondo.
Lo abbiamo incontrato nel media day del UAE Team Emirates, quando è stato evidente che lo squadrone si sia rinforzato per reggere l’urto della Jumbo Visma.
L’arrivo di Adam Yates risponde alla necessità di rinforzare il comparto degli scalatoriL’arrivo di Adam Yates risponde alla necessità di rinforzare il comparto degli scalatori
Avete fatto le cose in grande…
Cresciamo, ci rinforziamo. Prendiamo il corridore più forte per bilanciare la squadra. Non è che prendiamo quattro corridori forti senza sapere dove metterli. Li prendiamo per metterli dove crediamo di averne bisogno. Cerchiamo di farli crescere a livello individuale, come ha dimostrato Pogacar. Con tutto il rispetto per i rivali, vogliamo diventare la squadra numero uno al mondo.
Ti ha sorpreso più che Tadej non abbia vinto il Tour o che Ayuso sia arrivato sul podio della Vuelta?
Sinceramente mi ha sorpreso più che Tadej non abbia vinto il Tour, nel senso che non mi aspettavo una sua giornata no, perché non ne aveva mai avute. Però può succedere. Come il primo anno che abbiamo vinto il Tour, quando lui ebbe una giornata super e Roglic una completamente negativa. Può accadere. Ovviamente quando viene a nostro vantaggio, sembra tutto più bello, quando accade al contrario fa male (ride, ndr). Ma il ciclismo non è matematica. Abbiamo un corridore che fa cose normali, non straordinarie. Tadej non fa cose straordinarie: fa cose normali straordinariamente bene.
Due uomini di punta per la Vuelta: Ayuso da scoprire e Almeida leader: lo schema di Matxin era questoDue uomini di punta per la Vuelta: Ayuso da scoprire e Almeida leader: lo schema di Matxin era questo
Invece Juan?
Rispetto ad Ayuso… Sapete l’amicizia che c’è e i passi che gli lo ha fatto fare. Lui ha sempre ascoltato i consigli, ci ha sempre creduto. Sapevo che poteva essere molto avanti, ma nel professionismo tante volte non sai dove puoi arrivare: non per il tuo livello, ma perché fai fatica a capire quello dei rivali. Per quello c’è da rispettarli sempre. Poi ovviamente ci sono le tante variabili. E’ successo che è caduto e magari poteva non fare il podio. Per questo siamo partiti con Almeida leader e con Ayuso dietro, coprendolo e non mettendogli pressione. Volevamo vedere quello che avrebbe fatto, giorno per giorno, soprattutto dopo la decima/dodicesima tappa. Il suo limite di tappe era il Giro U23, che dura 10 giorni. Non si può chiedere a un ragazzo di 19 anni nient’altro che non sia fare il meglio di se stesso.
Hai parlato di Almeida: come valuti il suo percorso?
Joao lo conosco da quando era junior e ho vissuto la sua progressione. Mi ricordo quando è andato alla Trevigiani, perché aveva bisogno di una squadra come quella, in cui ha fatto un passo di qualità vincendo due corse. Poi abbiamo capito che aveva bisogno di andare con Axel Merckx alla Hagens Berman Axeon. Quindi l’ho aiutato a passare alla Quick Step e poi qui alla UAE. Il problema è che se pure un corridore sta crescendo in modo perfetto, quando prende per 15 giorni la maglia rosa, sembra condannato a vincerla l’anno dopo. Invece Joao sta facendo i passi giusti, molto giusti. Sono veramente contento, però in questi anni ha avuto anche sfortuna.
Almeida continua a crescere: secondo Matxin nel 2023 farà un altro passo in avantiAlmeida continua a crescere: secondo Matxin nel 2023 farà un altro passo in avanti
Quando?
Senza il Covid al Giro d’Italia 2022, sono convinto che faceva almeno terzo. Non so se di più, ma un terzo lo faceva (il portoghese si è fermato dopo la 14ª tappa quando era in quarta posizione, ndr). Poi ha preparato la Vuelta, ma è rientrato tardi per fare un buon recupero. Ha corso a Burgos, è andato in altura e nella prima settimana di corsa ha sofferto tanto. E’ andato migliorando e ha chiuso quinto. Ha avuto due momenti precisi – il Covid al Giro e la Vuelta in cui è partito con il piede sinistro – ma per il resto sono contento di come si è mosso. E’ andato al Catalogna e ha dimostrato che poteva battere i migliori al mondo, è andato nelle corse più importanti ed è stato ad altissimo livello. Sono convinto che il prossimo anno Almeida farà un altro passo in avanti.
Secondo te quei 15 giorni in maglia rosa sono diventati un peso?
No, non li ha sofferti. Era e sarà ancora il nostro leader al Giro d’Italia, senza dubbi. Ma ha vissuto quello che nel 2023 succederà probabilmente, con tutto il mio rispetto, a Juanpe Lopez. Dopo i suoi 10 giorni in maglia rosa e il decimo posto finale, se l’anno prossimo arriverà dodicesimo, sembrerà che non abbia fatto niente. Ma non è una questione matematica.
Matxin e Agostini: lo spagnolo dà qualche suggerimento sulla curvatura del portabiciMatxin e Agostini: lo spagnolo dà qualche suggerimento sulla curvatura del portabici
Cioè?
Almeida sta facendo i suoi passi in modo progressivo. Nessuno si aspettava che fosse vincente quest’anno o l’anno scorso quando è arrivato sesto, oppure due anni fa quando ha preso per 15 giorni la maglia rosa. Però va sempre in crescendo e per questo sono veramente contento. E’ professionale e rispettoso. Al UAE Tour ha tirato per Tadej come una ventola e lo stesso è arrivato quinto. Se non avesse tirato tanto il giorno in cui Tadej ha vinto, avrebbe fatto secondo o terzo al massimo. Questo significa che ha un cuore grande. E’ facilissimo lavorare con ragazzi intelligenti e svegli come Tadej e Joao. C’è un’atmosfera bellissima, la vedete anche qua. Fra loro c’è rispetto, sono intelligenti, sanno che insieme possono essere più forti che da soli. Per questo sono soddisfatto.
Nel frattempo intorno sta crescendo la squadra…
Credo che debba essere tutto bilanciato, per lo stesso motivo per cui non prendiamo corridori a caso. Se dobbiamo chiedere a ognuno il 120 per cento, dobbiamo dargli il 120 per cento. Anzi, tante volte è importante darlo prima, per poi chiederlo. Per questo anche come squadra cerchiamo di dare sempre il massimo. Possiamo farlo dando il miglior staff, il miglior materiale, i migliori alberghi, i migliori preparatori, il recupero. Dobbiamo scegliere solo quello che sia il top. Non dobbiamo solo trovare il miglior corridore del mondo, dobbiamo essere la miglior squadra al mondo per trovare il migliore al mondo.
«Tadej – dice Matxin – non fa cose straordinarie, fa cose normali in modo straordinario»«Tadej – dice Matxin – non fa cose straordinarie, fa cose normali in modo straordinario»
Si studiano anche gli avversari?
Sì, tanto. Due anni fa chi vinceva sempre la classifica a squadre era la Quick Step, ora su chi scommettereste? Come per i giovani. Mi chiedono tutti se il Tour sarà nuovamente una lotta fra Tadej e Vingegaard, ma voi siete convinti che non ci sarà qualcun altro? Si aspettavano Remco Evenepoel e Ayuso e adesso bisogna credere che non salterà fuori nessuno? Arriverà, ve lo garantisco. Per questo dobbiamo guardare non solo al fianco, ma al più esterno possibile. Perché nessuno va indietro, stanno arrivando da tutti i lati. Questa non è solo una competizione a livello sportivo, è la gara per diventare la migliore squadra del mondo a 360 gradi.