Fondo lungo: con Notari nei dettagli della famosa “base”

27.01.2023
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Quante volte sentiamo dire: «Quell’atleta sta facendo il fondo lungo». «E’ fondamentale avere una buona base». «In ritiro per costruire la base». Ma cosa significa veramente? Cosa succede al corpo? E perché è così importante?

Ne parliamo con Giacomo Notari, uno dei coach dell’Astana Qazaqstan (in apertura foto Instagram). Giacomo è in Argentina è sta seguendo i suoi ragazzi per la prima corsa della stagione. Anche loro laggiù, dopo aver fatto chilometri e chilometri di fondo lungo, inseriscono i primi fuori giri. Ma senza quel lavoro a monte sarebbe un problema farli. Anche se si fosse magri e con molta forza nelle gambe.

Giacomo Notari al rifornimento durante la Vuelta a San Juan. Il coach dell’Astana ci ha aiutato a scoprire i segreti del fondo lungo
Notari al rifornimento durante la Vuelta a San Juan
Giacomo, base o fondo lungo: cos’è? Cosa accade nel corpo?

E’ la famosa “Zona 2 o Z2” di Andy Coogan. E’ quell’intensità da tenere per tempi medi o lunghi con la quale si va ad aumentare il volume plasmatico, ad aumentare gli enzimi mitocondriali (che sono un po’ le “fabbriche” di energia del muscolo, ndr)… e si aumenta anche la riserva di glicogeno. In Z2, e in parte anche in Z3, s’insegna al corpo ad utilizzare di più i grassi per trarre energia. E un corpo abituato ad usare più grassi, si ritrova con più zuccheri nel finale. E sono questi, i carboidrati, la “benzina” migliore per le alte intensità. Nel corpo umano ci sono circa 700 grammi di zuccheri tra fegato e muscoli e meno ne usi e più ne hai a disposizione. I grassi, benché i corridori sono magri, sono invece “illimitati”.

Perché è così importante questo fondo lungo?

Perché il ciclismo è uno sport di endurance e bisogna lavorare sul fondo lungo per migliorare la capacità aerobica. Torniamo quindi al discorso dei grassi e dei mitocondri. Nella classifica delle zone di intensità dell’allenamento, la Z1 serve solo per lo scarico. E’ un’intensità talmente bassa per un atleta professionista che non apporta nessun beneficio. La Z2 è quella più “usata”: la puoi tenere a lungo, ma resta comunque un impegno non esagerato che invece i benefici li apporta… come abbiamo visto. E fa da base appunto per quelle azioni che servono per poter vincere. Poi ci sono le altre zone man mano ad intensità sempre maggiori.

Tenere sotto controllo i watt è fondamentale in allenamenti che prevedono precise zone d’intensità come la Z2
Tenere sotto controllo i watt è fondamentale in allenamenti che prevedono precise zone d’intensità come la Z2
Quali sono queste azioni?

I lavori intermittenti, la forza, il fuori soglia, gli scatti. E’ qui che si riporta il classico esempio che la preparazione è come la costruzione di una casa. Bisogna partire da fondamenta solide, cioè da una base, per tirare su i piani successivi (resistenza, soglia, fuori soglia, scatti…).

Per questo è importante anche per i pistard, anche velocisti, che fanno sforzi molto brevi?

Sì, anche per loro, anche se è un po’ diversa. Non fanno 5-6 ore con grandi dislivelli, ma negli ultimi anni tendono stare di più in bici, anche 3-4 ore. E questo è dovuto anche al fatto che è cambiato il format delle gare. Oggi con i tempi ristretti si fanno più prove ravvicinate, quindi per recuperare meglio ed esprimersi sempre al massimo serve una grande base aerobica. Non è un caso che la nazionale italiana è qui alla Vuelta a San Juan con i pistard.

Tim Wellens cerca di essere costante con i watt anche in discesa. C’è da giurare che la media oraria dei suoi allenamenti sia alta (foto Instagram)
Wellens è costante con i watt anche in discesa. La media oraria dei suoi allenamenti è alta (foto Instagram)
Facciamo un esempio relativo alla Z2: un atleta che ha 400 watt alla soglia a quanti watt deve allenarsi? E qual è il corrispettivo in frequenze cardiache?

La Z2 corrisponde al 55-75% della soglia (220-300 watt), quindi ha un range ampio. La frequenza cardiaca corrispondente alla Z2 è 70-80% della soglia (esempio: per chi ha una soglia di 180 battiti al minuto parliamo di 126-144 pulsazioni, ndr).

Un range ampio in effetti…

Diciamo che la parte più alta è per la salita, dove fare watt è un po’ più facile. Mentre si sta nella parte mediana o poco sotto in pianura. Poi c’è anche il caso, vedi Tim Wellens, di chi resta in Z2 anche in discesa.

Dovendo fare un lavoro di endurance sarebbe meglio in effetti?

E’ un po’ difficile e per questo in salita si spinge un po’ di più. Dopo sai che recuperi. Comunque sono sottigliezze. Alla fine i due sforzi si bilanciano. L’importante è che a fine allenamento la potenza media e la potenza media normalizzata siano in Z2.

Dombrowski, complice la sua formazione “made in Usa”, è molto attento al rispetto delle zone di allenamento
Dombrowski, complice la sua formazione “made in Usa”, è molto attento al rispetto delle zone di allenamento
Chi è uno dei tuoi atleti che è particolarmente bravo a rispettare questi parametri?

Direi Joe Dombrowski. Lui, statunitense, è più influenzato dalle tendenze USA. Cooganan fa parte di quei fisiologi americani che hanno studiato a fondo i misuratori di potenza e sdoganato determinate teorie. E Joe le segue. Riesce a stare bene in Z2 anche quando fa dislivelli importanti.

E non è così facile?

Un pro’ ci riesce anche perché parliamo di intensità tutto sommato basse. Comunque c’è un’altra cosa molto importante che ci dice la Z2.

Quale?

E’ un ottimo indicatore della capacità aerobica del corridore, un indice del suo stato di endurance. Se nelle prime due ore sta in Z2 con determinati battiti cardiaci e nelle successive due ore mantiene gli stessi battiti significa che sta già bene. Ad inizio stagione, nei primi ritiri, diversi corridori registrano un aumento dei battiti per mantenere la Z2 nella seconda parte di allenamento. Significa che la loro base non è ancora completa.

Sagan a fine 2023 via dalla strada e Parigi in MTB

27.01.2023
7 min
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Sono le 22,01 del giorno del suo compleanno, quando Peter Sagan prende il microfono e subito capiamo che non è qui per un brindisi. Jan Valach ha gli occhi lucidi. Viviani nelle retrovie ha la faccia di chi sapeva tutto. Loro sapevano tutto, il resto del mondo è qui appeso alle sue parole.

Alle spalle della tenda suonano le note di La Beriso e la sua band, concerto per 15mila persone. Peter va avanti.

«Il momento è arrivato. Ho deciso che questa stagione – dice – è l’ultima nelle corse WorldTour. Non è facile dire che me ne vado dal ciclismo. Vorrei continuare a prepararmi per le Olimpiadi in mountain bike. Farò ancora corse su strada, non al livello più alto, ma per preparare le corse di mountain bike. In questo momento vorrei ringraziare tutti gli amici attorno a me per tutta la carriera, come Marosz e “Bodi”. E poi Lombardi, con Giovanni è cominciato tutto. Anche Daniel Oss, che ha preso un momento di pausa e si è separato da me solo per un po’ (il riferimento è agli anni del trentino alla BMC, ndr). Gabriele Uboldi, che è il mio custode. E vorrei dire grazie a tutti i miei sponsor e i miei dirigenti. La Liquigas. La Tinkoff. La Bora. E adesso la Total Energies…».

L’intervista del mattino

Lo avevamo intervistato al mattino e adesso tutto suona insieme beffardo e profetico. Chissà quanta fatica anche lui nel tenersi tutto dentro. Le sue parole, rilette ore dopo, suonano però come una sorta di testamento attraverso cui si colgono le sfumature della scelta.

Sono stati incerti se dirlo fino all’ultimo, in attesa che la Total Energies desse il benestare. Ma adesso che tutto sembra definitivo, quelli che sapevano possono lasciarsi andare.

«Trentatré anni, quelli di Cristo…», gli avevamo detto ridendo, augurandogli buon compleanno.

«Mi restano ancora sei o sette mesi per la croce», aveva riso a sua volta e questa risposta che più di tutte, letta ora, apriva uno spiraglio sul vero futuro.

Nel pomeriggio del suo compleanno, Sagan ha partecipato alla Vuelta Inclusiva per atleti disabili
Nel pomeriggio del suo compleanno, Sagan ha partecipato alla Vuelta Inclusiva per atleti disabili
Come va?

Bene, dai. Non cambia niente fra 32 e 33. Sveglia con 100 messaggi e solite cose. Cambia da 20 a 30, oppure da 30 a 40 e da 40 a 50. Quando avrai 50 anni, gli altri ti sembreranno più giovani.

Peter, ne ho 54!

Allora quando ne avrai 60… (ridendo, ndr). Volevo farti un complimento, li porti bene (ridendo ancora, ndr).

Ti senti un po’ speciale? Non sei mai stato uno da routine sempre uguale…

Abbiamo fatto anche noi delle lunghe giornate tutte uguali di colazione, allenamento, hotel, colazione, allenamento, hotel… Però è vero che ho fatto anche altre cose. La bici mi ha dato tanto. Con i risultati ho potuto fare delle cose che per altri non sono stati possibili e questo è bello.

Il sole argentino non fa sconti: prima del via i corridori abbondano con la protezione
Il sole argentino non fa sconti: prima del via i corridori abbondano con la protezione
E’ cambiato tanto questo mondo da 12 anni fa?

Abbastanza. Non so se si possa dire che è più professionale o più serio. I nuovi ragazzi sono così concentrati… Si va a tutta da gennaio a ottobre, non ci sono più le gare di preparazione. Mi ricordo che quando venivamo in Argentina al Tour de San Luis, la sera si andava anche fuori, adesso non esce più nessuno. Se facevi un anno con buoni risultati, magari arrivavi alla Vuelta e potevi divertirti con i tuoi compagni o gli amici di altre squadre. Ora non succede più.

Il tuo tatuaggio è sempre più attuale, insomma…

Why so serious, proprio così.

Esiste ancora il Peter che compra l’Harley nuova e guida sotto la pioggia fino in Slovacchia?

Esiste, ma lo tengo nascosto. Scherzo, da quando è nato mio figlio, anche se la passione per le Harley Davidson e il motocross c’è sempre, non ho più toccato una moto. Sei anni. Preferisco passare il mio tempo con lui ed è presto per portarlo in giro sulla moto. Per esempio adesso prendo un camper in affitto e ce ne andiamo a dormire nella foresta. Cambiano le priorità, ma per qualche scherzo ci sono sempre. Intendiamoci, non dico che quando lui cresce, io torno sulle vecchie rotaie… (ride, ndr).

Sagan ha iniziato la stagione più tirato degli anni scorsi e già pimpante: qui secondo a Barreal
Sagan ha iniziato la stagione più tirato degli anni scorsi e già pimpante: qui secondo a Barreal
Dodici anni di professionismo, come si fa a restare sul pezzo? Aru, Moser e Dumoulin hanno smesso presto…

Dipende da cosa vuoi fare. Ad esempio con l’età ho scoperto che mi piace più allenarmi che correre, mentre prima era l’esatto contrario. Però in volata mi butto e rischio. In discesa, mi butto e rischio. Dipende da quello che vuoi dalla vita. Mi ricordo che in quei primi anni dicevo che sarei arrivato a 30 anni e avrei smesso. Oggi ne ho 33 e sono ancora qui. Nel frattempo il gruppo è cambiato, non è come prima (questo stesso concetto lo ha ribadito nell’annunciare la sua decisione, ndr).

Quanto è importante aver radunato attorno a te un gruppo di lavoro che ti segue dovunque?

Fondamentale, negli anni mi sono abituato a loro. Anche se l’anno scorso non abbiamo sempre corso insieme, perché io avevo problemi di salute, sapere di avere intorno persone di cui mi fido è importante. Avrei potuto circondarmi di corridori più forti, ma a me piace avere persone leali. Del gruppo ha fatto parte anche mio fratello Juray, che ha smesso a fine anno.

Ti dispiace non averlo più intorno?

Sono contento che abbia potuto deciderlo lui e non che lo abbiano lasciato a piedi. Andare avanti negli anni significa sforzare corpo e mente, lui evidentemente ha avuto dal ciclismo quello che poteva e ha smesso sapendo cosa fare nel futuro.

Il periodo degli acciacchi è alle spalle?

Spero che non torni più (facendo i necessari scongiuri, ndr). E’ stato un brutto periodo. Per due anni di seguito ho avuto Covid e Post Covid nel periodo invernale, in cui si costruisce la base della stagione. Per due anni sono andato alle corse partendo da zero. Non ero pronto, il metabolismo non era pronto. Soffrivo in bici, non riuscivo a fare le cose più facili. Soffrivo per qualcosa che non conoscevo e per cui neppure i medici mi davano spiegazioni, perché non lo sapevano neanche loro. Dicevano post Covid, ma non sapevano cosa significasse e come curarlo.

Campionati del mondo 2022 a Wollongong, Peter con Juraj: l’ultima corsa del fratellone
Campionati del mondo 2022 a Wollongong, Peter con Juraj: l’ultima corsa del fratellone
Non deve essere stato facile…

Tanti parlano, io di solito non ascolto. Però montare in bici e avere ogni volta un dolore che non hai mai avuto è come quando hai sempre una gocciolina sul naso. Ho pensato anche che non sarei potuto andare avanti a quel modo, ma il tempo guarisce tutte le ferite e adesso mi sembra di stare bene. Devo dire che per tutto il tempo, la squadra mi è stata molto vicina, non mi hanno mai fatto pressioni.

Ti trovi bene?

Sono molto sorpreso di come si sta e aggiungo che non mi dispiacerebbe finire con loro la mia carriera (sul 2024 di Peter ci sarà da parlare proprio con Total Energies: se rimarranno Specialized e Sportful, suoi sponsor personali, non ci sono ragioni per cui lo slovacco non possa continuare e poi chiudere con la squadra francese, ndr).

A fine serata, foto ricordo con gli ex Liquigas: Viviani, Oss, Marangoni, Amadio, Sagan, Mirko Sut, Cornacchione, Marosz Hlad
A fine serata, foto ricordo con gli ex Liquigas: Viviani, Oss, Marangoni, Amadio, Sagan, Mirko Sut, Cornacchione, Marosz Hlad
E poi c’è la squadra nella squadra, quella di Lombardi…

Visto? Sul podio l’altro giorno eravamo in tre, con Fernando e Ganna. Abbiamo un bel rapporto, scherziamo. Anche la conferenza stampa è stata da ridere, ci facevamo battute fra noi. Ci siamo guardati e abbiamo detto: che bel podio siamo…

Adesso tutto questo suona tremendamente strano. Abbiamo ancora una stagione di classiche e poi il Tour e il mondiale per vederlo all’opera. Il 2024 appare lontanissimo, avremo tutto il tempo per farci l’abitudine.

Velocisti, caos e perfezione alla velocità della luce

26.01.2023
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«Anche quella dei velocisti – dice Viviani, in apertura con Richeze – è una famiglia che si sta evolvendo. Siamo tanti, ma non vedo un dominatore assoluto. I giovani arrivano. De Lie ha vinto tante corse lo scorso anno e ha cominciato bene quest’anno. Poi ci sono Kooij e anche Jakobsen, anche se lui è una conferma. Lo scorso anno però non c’è stato uno che abbia schiacciato gli altri. Se ci mettiamo tutti insieme in una gara come questa, magari qualcuno manca, però non c’è uno che le vinca tutte».

Ieri la salita ha diviso il gruppo. Davanti sono rimasti Gaviria e Sagan, dietro Jakobsen, lo stesso Viviani e tutti gli altri. La curiosità di fare con Elia il punto sui velocisti è venuta proprio osservando l’andamento della Vuelta a San Juan. Ogni volata un vincitore diverso, ogni volata una squadra capace di gestire diversamente il finale. Poco importa se giovani o più esperti.

«In questo momento – conferma Viviani – Van Poppel è quello che fa la vera differenza e Bennett ne trae beneficio. Però anche Bennet ha la mia età, quindi possiamo dire che c’è una decina di velocisti che si dividono le vittorie. Poi ogni anno c’è chi prevale sull’altro in termini di numero o qualità delle vittorie. Non è secondo me come gli scalatori. Il Tour se lo giocano Pogacar, Vingegaard e non so chi altri. Sul piano delle volate, la situazione è più aperta».

Alla Vueltsa San Juan per ora tre volate e tre vincitori diversi
Alla Vueltsa San Juan per ora tre volate e tre vincitori diversi
Dipende dal livellamento delle prestazioni?

No, perché comunque lo sprint non è come in salita. La differenza la fanno tante cose, non solo i watt per chilo. La fa il percorso, se tira un po’ in su. La fa se la volata viene un attimo più tirata, come qui nella seconda tappa. La fanno le dinamiche, il treno migliore, restare chiusi sulle transenne, riuscire a venir fuori… Quindi tante cose che, messe insieme, non fanno prevalere sempre il corridore più potente. Probabilmente i primi sprint da giovanissimo potrebbero far prevalere sempre lo stesso, però tra i professionisti non è più così.

Quanto incide il treno? 

Prima ho parlato di Van Poppel per dire che tantissime squadre possono portare il velocista all’ultimo chilometro, ma è quello che succede nel finale a fare la differenza. Tutte le volte che ho vinto nel 2018-2019 era perché Sabatini, Richeze o Morkov lavoravano per me. Questa combinazione di corridori aveva il pieno controllo di quello che succedeva nell’ultimo chilometro. Quindi la squadra può fare bene dal chilometro zero fino all’ultimo, ma in quello spazio, sono il penultimo e l’ultimo uomo che fanno la differenza. Un Van Poppel così fa la differenza e ti porta a giocarti il 90 per cento delle volate. Senza di lui, Bennett non vincerebbe così bene.

In che modo l’assenza dei treni all’antica cambia la volata?

La situazione è più caotica. Non c’è più il treno di quei 6-7 che prendono la testa e portano il leadout fin là. Oggi parliamo di due uomini: quello che entra al chilometro e porta l’ultimo ai 500 metri e quello ti lancia negli ultimi 500 metri. Le squadre non sono più sbilanciate verso lo scalatore o il velocista. Tutto da una parte o dall’altra. Ormai ci sono dentro i due uomini per lo scalatore e i due per il velocista. Per questo non vediamo più il dominio di un treno che prende la testa e va pulito sino falla fine.

Van Poppel è l’ultimo uomo di Bennett, uomo chiave invidiato da tanti velocisti
Van Poppel è l’ultimo uomo di Bennett, uomo chiave invidiato da tanti velocisti
Una volta fra grandi velocisti c’erano spesso tensioni, adesso come va?

Abbiamo rapporti abbastanza buoni. E’ ovvio che poi con qualcuno vai più d’accordo e c’è chi ti sta più sulle scatole o chi secondo te si muove in modo un po’ troppo aggressivo. Capita poche volte ormai di vedere delle scorrettezze per cui dici: «Cavoli, mi ha fatto rischiare la vita!». C’è rispetto, questo mi sento di dirlo.

Non ci sono più… i banditi come un tempo?

Con tutti i temi che si trattano negli ultimi anni, parlando di sicurezza, di stare attenti… E’ inutile che lottiamo per la sicurezza organizzativa, se poi ci ammazziamo fra noi. Quindi è ovvio che questo porta ad essere un po’ più corretti. Anche le squalifiche che ci sono state secondo me hanno indotto qualcuno a pensarci bene prima di fare scorrettezze.

L’incidente di Jacobsen, per esempio, ha fatto parlare?

Ha fatto parlare tanto, però secondo me ha fatto parlare in modo sbagliato. Come al solito se ne è parlato per le conseguenze, non per quello che è successo. Perché io sono ancora del parere che Groenewegen si sia spostato una volta di troppo, ma anche Fabio ha pedalato una volta di troppo. Nove velocisti su dieci avrebbero capito che era il momento di frenare. Quindi per me in quell’incidente le responsabilità sono 50 e 50. E’ successo a chiunque di vedere la ruota che arriva sotto e fare uno spostamento. Okay, Groenewegen ha esagerato, ma dall’altra parte Jakobsen ha provato a infilarsi fino a quando il manubrio è entrato nelle transenne. La mossa di Dylan non è stata per ammazzare Jakobsen. Certo che ne abbiamo parlato, ma nel modo giusto, analizzando ambedue le parti.

La drammatica caduta al Polonia 2020, che stava per costare la vita a Jakobsen (che vola oltre la transenna)
La drammatica caduta al Polonia 2020, che stava per costare la vita a Jakobsen (che vola oltre la transenna)
Il fatto che si usino i rapporti sempre più lunghi in volata è causa dell’evoluzione del ciclismo?

Ma sì, perché comunque ci sono volate dove chi è da solo magari mette un dente in più. Se gli va bene e prende la scia giusta, riesce a saltare quelli davanti. Quindi secondo me l’uso di rapporti sempre più lunghi è più per la dinamica che ormai c’è nelle volate. E poi si va avanti, guardiamo come sono aumentati i rapporti in pista. Aumentano le velocità, però quei rapporti bisogna tirarli.

Cioè?

Mercoledì avevo il 56 pensando alla volata, ma non sono arrivato a farla. Quindi a cosa serviva il 56? Sulla bilancia va messo sempre tutto, perché se non sei abituato a tirare un certo rapporto, probabilmente può essere più nocivo che altro. Per contro, il primo giorno era una volata tutta piatta, si girava a sinistra e trovavi vento a favore, probabilmente un dente in più sarebbe servito. Quindi c’è sempre da analizzare non solo quei 500 metri finali, ma anche la giornata.

Prima forse queste attenzioni non c’erano.

Non si cambiavano i rapporti giorno per giorno. Avevi un rapporto ed era quello. C’era chi metteva il 54 tutto l’anno, chi il 53… Sicuramente fa parte delle scelte di oggi. Come gli scalatori cambiano dal 36 al 39 e al 42 se la salita è poco pendente, lo stesso noi possiamo permetterci cose che una volta non si facevano.

San Juan per Viviani è momento di verifica con gli altri velocisti e preparazione per gli europei in pista
San Juan per Viviani è momento di verifica con gli altri velocisti e preparazione per gli europei in pista
Tu hai corso la Sei Giorni di Rotterdam e poi hai fatto i lavori in pista prima di venir qua: com’è il passaggio dai carichi di lavoro della pista alla prima corsa su strada?

Nei primi giorni è sempre difficile, però è ovvio che facendole entrambe, non è un problema e anzi deve essere un vantaggio. Il passaggio successivo è che dopo questa corsa, andrò ancora in pista con le gambe belle cariche. Adesso dovremo finire questa gara, poi recuperare e recuperare non vuol dire viaggiare. Quindi ci prenderemo qualche giorno in più a casa per assimilare quello fatto qua e aggiungere la qualità, per arrivare pronti all’europeo

E dopo gli europei?

Strada. Uae Tour e poi sono nella lista della squadra per la Parigi-Nizza, ma dobbiamo vedere le dinamiche di inizio stagione. Il mio programma strada sarebbe perfetto vede Parigi-Nizza, Sanremo, Gand-Wevelgem. Se non dovessi essere fare la Parigi-Nizza, potrei andare in Coppa del mondo al Cairo. Ma il programma numero uno è quello della strada al 100 per cento. 

Il 2023 sarà l’anno del gravel? I confini si allargano

26.01.2023
5 min
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E’ innegabile che il mondo gravel sia in continua espansione. Se da una parte il calendario della strada si è ormai lanciato con prove in contemporanea in ben 3 continenti, quello del gravel attende ancora il suo inizio e perché ciò avvenga si dovrà aspettare la primavera: il 23 aprile con La Indomable di Berja, in Spagna, inizieranno infatti le World Series, il principale circuito della specialità, che rispetto allo scorso anno mostra profondi cambiamenti.

Il circuito voluto dall’Uci aumenta notevolmente il suo numero di prove. Nel 2022 erano state 11, quest’anno si passa a 17, con la penultima, il 2 settembre, che si svolgerà in Italia, La Monsterrato di Quattordio in Piemonte, che di fatto chiuderà il periodo di qualificazione per i mondiali della specialità che com’era avvenuto lo scorso anno si svolgeranno in Veneto, per la regia apprezzatissima di Pippo Pozzato, prima di passare la mano a Flanders Classics nel 2024.

Le World Series si comporranno di 17 prove. I mondiali saranno il 7 e 8 ottobre sempre in Veneto
Le World Series si comporranno di 17 prove. I mondiali saranno il 7 e 8 ottobre sempre in Veneto

In programma ben 7 novità

Il calendario che il massimo organo internazionale ha voluto quest’anno ha un baricentro maggiormente spostato nella vecchia Europa. E’ stata tolta la gara filippina che aveva inaugurato il circuito mentre una delle prove australiane, la Gravelista è stata posizionata dopo i mondiali e varrà come evento qualificativo per il 2024.

Su 17 gare solo 5 escono dal Vecchio Continente, appunto le due gare australiane (l’altra è la Seven del 13 maggio), la Swartberg 100 del 29 aprile in Sud Africa, la Blue Mountains Gravel Fondo dell’11 giugno in Canada e la riconfermata Highlands Gravel Classic negli Usa, in quella Fayetteville diventata un tempio del ciclocross, prevista per il 24 giugno.

Il problema delle concomitanze

Andando da fine aprile a inizio ottobre, con 17 gare, non mancano le concomitanze. Una scelta che fa storcere un po’ il naso ai puristi, ma rispecchia proprio i fini che l’Uci ha previsto, quello di consentire attraverso ogni prova di staccare il biglietto per i mondiali veneti. A tal proposito il regolamento parla chiaro: per qualificarsi è necessario arrivare nel primo 25 per cento dei classificati della propria categoria di appartenenza. Non c’è una classifica generale come ad esempio per la Coppa del Mondo di ciclocross, sono tutte prove a sé stanti, magari in attesa che anche nel gravel venga costruito un ranking.

Il calendario

23 aprileLa IndomableESP
29 aprileSwartberg 100RSA
30 aprileGravel Fondo LimburgNED
6 maggioGravel Challenge Blaavands HukDEN
13 maggio3RIDES Gravel RaceGER
13 maggioSevenAUS
20 maggioThe GrallochGBR
4 giugnoHutchinson Ranxo GravelESP
11 giugnoBlue Mountains Gravel FondoCAN
18 giugnoWish One Millau Grands CaussesFRA
24 giugnoHighlands Gravel ClassicUSA
15 luglioGravel One FiftyNED
22 luglioGravel AdventurePOL
19 agostoGravel Grit ‘n GrindSWE
26 agostoHouffa GravelBEL
2 settembreLa MonsterratoITA
15 ottobreGravelistaAUS

Un circuito per specialisti?

Analizzando i risultati delle gare dello scorso anno emergono alcune considerazioni interessanti. Va innanzitutto detto che quello che si è visto nel corso dell’anno è profondamente diverso dai risultati emersi dal mondiale: nei primi 10 è comparso solo uno specialista vero (o meglio uno che si divide davvero fra strada e gravel), il danese Andreas Stockbro vincitore della Gravel One Fifty in Olanda e finito 10° in Veneto. Neanche una fra le donne e questo significa che la specialità deve ancora assumere una propria connotazione, per ora è terreno di conquista per chi viene principalmente dalla strada (soprattutto con il mondiale posto a fine stagione) e dalla mountain bike.

E’ anche vero però che ci sono specialisti che interpretano queste World Series in maniera molto professionale. Un esempio è Adam Blazevic, vincitore delle due gare australiane, ossia quelle di casa ma che nel corso dell’anno ha collezionato molte Top 10 in giro per il mondo. Ma quando sono entrati in campo gli stradisti come ad esempio l’olandese Niki Terpstra alla Wish One Gravel Race in Francia oppure l’iberico della Movistar Carlos Verona alla Ranxo in Spagna, non ce n’è stato per nessuno.

Adam Blazevic ha trovato nel gravel la sua dimensione: 2 vittorie nelle World Series 2022 (foto Noéko/Seven)
Adam Blazevic ha trovato nel gravel la sua dimensione: 2 vittorie nelle World Series 2022 (foto Noéko/Seven)

Si parte dall’Andalusia

Non è neanche un caso che l’Uci abbia deciso di far partire la nuova stagione con una raffica di novità. Si comincia il 23 aprile con La Indomable, nel sud dell’Andalusia. Sei giorni dopo l’appuntamento sudafricano con la Swartberg100 su un percorso che gli organizzatori preannunciano molto tecnico, con alternanza di tratti in pavé ad altri su sterrato tipico da gravel e l’ultima aspra salita a 20 chilometri dal traguardo. Comunque chi vorrà evitare la lunga trasferta potrà dirigersi verso Valkenburg, con la Gravel Fondo Limburg che partirà addirittura dal mitico Cauberg e la scalata del Keutenberg prima dell’arrivo in centro città.

Il 6 maggio si va in Danimarca, sulla costa occidentale con la Gravel Challenge Blaavands Huk disegnata prevalentemente attraverso piccoli villaggi sul lungomare con molti tratti in spiaggia. Una settimana dopo si va ad Acquisgrana per la 3RIDES Gravel Race a cui è abbinato un grande expo ciclistico. Poi nel corso della stagione sono previste altre novità come The Gralloch, prima sfida gravel in Gran Bretagna, in Scozia per la precisione e la Blue Mountains Gravel Fondo in Canada.

Verona nel 2022 ha vinto la Ranxo, ma al mondiale è stato solo 26° (foto organizzatori Ranxo)
Verona nel 2022 ha vinto la Ranxo, ma al mondiale è stato solo 26° (foto organizzatori Ranxo)

Arriva un certo Tom Boonen…

Inoltre c’è un altro aspetto che emerge da queste settimane di lento riavvio della stagione ciclistica (ciclocross a parte): l’estremo interesse che il gravel riscuote in misura sempre maggiore fra campioni attuali e passati. Molti hanno già aggiunto nella propria agenda l’appuntamento mondiale di ottobre, come ultimo squillo di una stagione lunghissima, una sorta di ciliegina sulla torta cambiando bici.

Ma c’è anche chi pensa di ritornare a pedalare, ad esempio un certo Tom Boonen, uno dei più grandi cacciatori di classiche che ha annunciato di volersi cimentare in qualcuna delle prove del calendario internazionale. Quelle dove di professionisti attuali non ce ne sono, salvo sorprese…

Q36.5 al completo. Douglas Ryder lancia la sfida

26.01.2023
5 min
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Il team è fatto e finito: 24 corridori per la Q36.5, la nuova formazione svizzera diretta emanazione della Qhubeka. Douglas Ryder ha completato e presentato alla stampa la sua formazione con la quale punta senza mezzi termini a rientrare, appena sarà possibile, nel WorldTour chiudendo di fatto quella parentesi che si è aperta nel 2021 con l’uscita di scena della formazione sudafricana.

Il manager ha per le mani una squadra professional che per molti versi ha già fatto un salto di qualità ulteriore. A ben guardare infatti solo 5 formazioni hanno un roster più ampio e sono tutte quelle che sono appena retrocesse dal World Tour o sono comunque in quell’orbita, con partecipazioni alle principali gare già assicurate. Ryder ha voluto una formazione ampia e ha buone ragioni per questo.

Ryder Douglas ha ricostruito la squadra dopo i problemi del 2021
Ryder Douglas ha ricostruito la squadra dopo i problemi del 2021

«Siamo partiti da una considerazione – spiega il dirigente sudafricano – un team come il nostro ha qualcosa come 200 giorni di gara da affrontare e considerando ogni singolo corridore dobbiamo considerare una base di 55 giorni di corsa. 24 corridori ci sembra la quantità perfetta per preparare ogni evento come si deve dando a ognuno il giusto tempo di recupero. Siamo giunti a questa conclusione dopo aver esaminato negli anni numeri e comportamenti di squadre professional e continental. 24 è il numero giusto, con 6 neopro’ e tanti giovani da far crescere».

Nel team professional c’è un solo corridore africano, 5 invece nel team continental. Avresti voluto averne di più?

Beh, non ce ne sono molti al livello disponibili al momento che siano abbastanza buoni. Abbiamo il nostro team under 23 con sede a Lucca, gestito da Daniel e Kevin Campbell dove far crescere nuovi talenti, quindi abbiamo ancora un interesse e un focus africano. C’è solo un corridore africano che si è mostrato già maturo per il team pro’, l’etiope Abreha. Speravamo di portarne di più, ma semplicemente non ne avevamo e sentivamo che erano pronti. Abbiamo bisogno di corridori che possano essere forti e concentrati sul raccogliere punti Uci e aiutarci a crescere per puntare fra tre anni alla promozione nella massima serie.

Il team inizierà a correre a fine gennaio fra Saudi Tour e Volta Valenciana (foto SprintCycling/Q36.5)
Il team inizierà a correre a fine gennaio fra Saudi Tour e Volta Valenciana (foto SprintCycling/Q36.5)
Qual è la situazione del ciclismo africano oggi?

E’ davvero buona. Ovviamente trovare finanziamenti in Africa non è facile, anche con i campionati del mondo in Ruanda nel 2025. Speriamo che man mano che ci avviciniamo, ci siano più investimenti e più squadre e più team nazionali che ottengano qualche finanziamento per poter crescere come squadra. Quest’anno sarà davvero bello tornare a correre il Tour of Rwanda e vedere la qualità dei corridori africani, perché potenzialmente ci darà anche l’opportunità di portarne alcuni nel nostro team. La crescita generale sta andando bene, ma non è ancora al livello che dovrebbe essere in termini di supporto e investimenti da parte degli sponsor.

Dal tuo Paese sono usciti ottimi corridori come Meintjes e Impey. Oggi come sta il ciclismo sudafricano?

Il ciclismo sudafricano è forte ed è stato forte. Hai parlato di corridori che hanno fatto tutti parte del nostro team in passato e ora sono passati ad altri team. Ma il ciclismo su strada è un po’ in difficoltà in Sud Africa a causa dell’aspetto della sicurezza. La mountain bike sta crescendo incredibilmente. Abbiamo Alan Hatherly classificato tra i primi dieci al mondo in mountain bike e un evento planetario come la Cape Epic. Da noi è molto più sicuro essere fuori dalle strade per allenamento e corsa. Quindi il ciclismo su strada ha subìto un duro colpo e non ci sono più abbastanza eventi. La mountain bike sta crescendo alla grande, quindi speriamo che il ciclismo su strada si riprenda con il passare degli anni. Ha ancora corridori forti, ma non abbastanza come dovrebbe. Voglio dire, l’Eritrea ha più corridori del Sud Africa al momento.

L’etiope Negasi Hailu Abreha, unico africano nel team professional (foto SprintCycling/Q36.5)
L’etiope Negasi Hailu Abreha, unico africano nel team professional (foto SprintCycling/Q36.5)
Per come è stata costruita, la tua è una squadra più per le classiche o per le corse a tappe?

Abbiamo un forte equilibrio, penso, fra specialisti delle classiche e corridori da corse a tappe come Hagen e Brambilla. Abbiamo Moschetti come velocista e Devriendt, penso che abbiamo una squadra costruita, preparata e pronta per tutti i tipi di corsa, dalle classiche alle salite alle corse a tappe ai grandi Giri. Quindi siamo entusiasti di vedere cosa siamo in grado di correre quest’anno. Abbiamo avuto alcuni importanti inviti, anche RCS ci ha dato uno spazio. Quindi non vediamo l’ora delle Classiche e non vediamo l’ora delle gare a tappe, e speriamo di poter fare presto un grande Tour.

Nel team ci sono 4 direttori sportivi. Tu pensi comunque di seguire molte gare direttamente insieme al team?

Sì, andrò alle gare più importanti. Ci sarò sicuramente nelle Classiche, per sostenere la squadra. Ma abbiamo cinque direttori sportivi, il che è abbastanza buono e dovrebbe essere sufficiente per gestire un doppio programma per tutta la stagione quest’anno.

Anche Nibali, dirigente del team, era al ritiro con la squadra (foto SprintCycling/Q36.5)
Anche Nibali, dirigente del team, era al ritiro con la squadra (foto SprintCycling/Q36.5)
Ho visto che iniziate il 30 gennaio al Saudi Tour. Con che sentimenti aspetti l’inizio, emozione, entusiasmo, paura?

Voglio dire, è un sogno che si avvera. Ne parlavamo con i corridori per dire che questo è un nuovo progetto. E il giorno in cui appunteranno i numeri sulla maglia per la prima gara di questa nuova squadra, dovranno sentirsi incredibilmente orgogliosi di far parte della resurrezione di questa squadra che si sta riciclando con i suoi fantastici partner e i suoi incredibili valori. Quindi sarà quel primo giorno in cui correranno e potremo vedere in TV che la squadra è nel plotone ancora una volta, sarà per me un momento magico.

La nuova Look della Cofidis già vince, ma tutto tace

26.01.2023
6 min
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La nuova Look in dotazione all’Equipe Cofidis non è più un segreto, ma alla maison francese le bocche rimangono cucite.

La bicicletta ha già vinto in terra australiana grazie a Bryan Coquard, ma è stata messa in ottima luce anche nelle tappe con dislivello positivo per merito di Victor Lafay. Cerchiamo di analizzare e approfondire i dettagli utilizzando le immagini a disposizione.

La rivoluzione è completa

«Look sta finalizzando lo sviluppo di diverse piattaforme per il futuro – dice Alberto Fumagalli di Look Italia – lavorando a stretto contatto con l’Equipe Cofidis. Gli atleti stanno utilizzando i prototipi da strada e crono, già approvati dall’UCI. Come per tutte le bici, la tempistica di sviluppo è lunga e coinvolge informatica, prove in laboratorio e test sul campo. Attualmente stiamo sviluppando in parallelo degli studi aerodinamici per ottimizzare la sensazione di guida, la stessa aerodinamica del mezzo, considerando il peso e altri punti chiave. Il team ci offre una porta d’ingresso privilegiata per finalizzare lo sviluppo».

Questa è la dichiarazione di Look ed è assolutamente apprezzabile, oltre che comprensibile. La squadra WorldTour è un’eccellente vetrina e strumento di comunicazione, ma al pari di questo e dello sviluppo delle piattaforme, traspare la volontà di Look di rendere disponibili le biciclette non a spot, ma con un criterio di disponibilità affidabile. Ci vorrà ancora qualche settimana e di sicuro saranno veicolate delle informazioni precise, ma intanto…

Aerodinamica e filante

La sensazione è quella di raccontare una bicicletta Look che non abbandona il fil rouge della 795 Blade, ma con una versatilità maggiore e, siamo convinti anche di un valore alla bilancia molto interessante. A nostro parere non si tratta “solo” di una bici aerodinamica.

L’avantreno è caratterizzato da una forcella abbastanza sfinata, con delle piccole “pinnette” vicino alle sedi del perno passante. La testa invece ha un vistoso becco che si abbina alla sede obliqua, ma non entra completamente al suo interno. Rigida di certo, ma non estrema, veloce e guidabile, la potremmo descrivere così. La parte alta dello sterzo ha una svasatura che contiene la serie sterzo, aiuta a rendere omogeneo l’impatto estetico, anche se si utilizzano diversi spessori e aiuta ad abbassare lo stack. Gli spacers sono specifici e con una forma a goccia.

Un nuovo manubrio

E’ Look e sembra una sorta di semi-integrato. Il manubrio vero e proprio, di cui avevamo già parlato a proposito del fitting di Cimolai, ha una sezione alare e si innesta nell’attacco, anche questo completamente in carbonio e con il passaggio interno delle guaine.

Nella zona del cap dello sterzo si nota la doppia possibilità di inserire un tappo di chiusura specifico e piatto, oppure uno classico rotondo. Questo fa presupporre anche ad un diametro tradizionale dello stelo della forcella, che naturalmente deve agevolare il passaggio dei tubi idraulici.

Linee dritte e marcate, inserzione ribassata del carro (@cofidis team ROMAIN_LAURENT)
Linee dritte e marcate, inserzione ribassata del carro (@cofidis team ROMAIN_LAURENT)

Non è troppo sloping

La tubazione orizzontale si sfina man mano che prosegue verso il retro. La geometria nel complesso non è marcatamente sloping. C’è un reggisella con una forma dedicata e il blocchetto di serraggio è contenuto tra l’orizzontale ed il piantone. Quest’ultimo ha il profilo posteriore tronco e rientra per lasciare una maggiore luce alla ruota.

L’inserzione degli obliqui è ribassata, una novità per Look, che in questo senso si adegua agli standard di design del mercato. Nel punto di unione i due profilati obliqui sono molto sottili, con un’aerodinamica pronunciata. Il design è parecchio interessante.

Scatola muscolosa

La scatola del movimento centrale è squadrata, imponente e voluminosa, ricorda quella di una bici da crono di ultimissima generazione. Con tutta probabilità si tratta di una larghezza da 86 millimetri con soluzione T47. Ma è la forma dei foderi bassi ad attirare la nostra attenzione, che tendono ad abbassarsi in uscita dalla zona centrale. Una soluzione così concepita potrebbe aiutare ad alzare leggermente il drop a vantaggio della stabilità e dell’agilità, ma senza sacrificare la penetrazione dello spazio.

Gli altri componenti per Cofidis

C’è la trasmissione Shimano Dura Ace a 12 rapporti, ma la guarnitura è la Look Carbon sviluppata in collaborazione con SRM (ovviamente integra questo power meter) e le corone sono Kronos. Le pedivelle hanno le bussole filettate che permettono di cambiare la lunghezza: 170 e 172,5, 175, tutte e tre in una sola pedivella. C’è Selle Italia.

Ci sono le ruote Corima e questo componente rimanda all’utilizzo dei tubolari, che sono Michelin. Corima non ha ancora sviluppato (per lo meno non lo ha ufficializzato) un pacchetto ruote road tubeless.

Tratnik, una freccia in più per l’arco della Jumbo-Visma

26.01.2023
4 min
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La Jumbo-Visma ha vinto il ranking UCI 2022. E’ stata la miglior squadra, quella che ha raccolto più punti. Merito di un grande team, di atleti come Vingegaard, Van Aert, Roglic ma anche di tanti corridori che hanno permesso loro di poter primeggiare. Insomma, merito dei gregari. E proprio perché sanno bene che il ciclismo, checché se ne dica, è uno sport di squadra, ecco che ne hanno preso un altro di gregario, Jan Tratnik (in apertura foto Instagram Jumbo-Visma).

Lo sloveno viene dalla Bahrain-Victorious. E’ uno di quei corridori tosti. Forse in bici non è un “cigno”, ma di certo ci puoi contare. Tratnik sa vincere e sa far vincere. Porta punti e li fa fare. Un uomo così lo vorrebbero tutti.

Occasione giallonera

Mentre era intento a farsi fare il calco del piede per le nuove scarpe Nimbl, Tratnik ci ha raccontato  del suo passaggio.

«Sono stato in contatto con diverse squadre – ci ha detto qualche tempo fa Tratnik – e vengo da una squadra importante come la Bahrain. Ma alla fine ho deciso per questo team perché penso sia il massimo in questo momento.

«Qui penso di poter ottenere il top dal punto di vista dei materiali, della preparazione… E così la scorsa estate, quando si fanno i contratti, c’è stata questa opportunità ho deciso di accettare».

A dispetto della sua statura, ma ormai conta poco vedendo Evenepoel, lo sloveno è un ottimo cronoman. E anche questo, ci aveva detto Mathieu Heijboer, responsabile della performance, aveva inciso sul suo passaggio. Poter disporre di un corridore così duttile è un’arma in più. Può essere utile in più occasioni.

Lo sloveno è un ottimo cronoman. Ha vinto quattro titoli nazionali contro il tempo
Lo sloveno è un ottimo cronoman. Ha vinto quattro titoli nazionali contro il tempo

Missione rosa

E infatti Tratnik è stato inserito nella missione Giro d’Italia, dove il leader sarà Roglic. Con così tanta crono, oltre al fatto che potrebbe cogliere un buon successo, magari Jan potrà essere utile al suo capitano e connazionale Primoz Roglic.

Potrà essere una pedina molto interessante per capire gli ultimi dettagli prima della prova del leader. Spesso infatti si fa fare al gregario la crono “a tutta” proprio per capire i punti critici e le condizioni del tracciato e riportare così info preziose per il leader. E se questo “gregario” è anche un cronoman tanto meglio. E ovviamente anche per tutto il resto: salita, pianura, il fatto che sono entrambi sloveni…

«Sono nel miglior team per quanto riguarda le crono – prosegue Tratnik – e penso di poter fare delle prove abbastanza buone. In questa squadra avrò bici, scarpe, materiale, tutto il meglio e per questo sono curioso di vedere come andrà. Il mio obiettivo è raggiungere il mio massimo».

Tratnik Giro 2020
L’impresa di San Daniele del Friuli al Giro 2020. Tratnik vinse al termine di una lunga fuga
Tratnik Giro 2020
L’impresa di San Daniele del Friuli al Giro 2020. Tratnik vinse al termine di una lunga fuga

Motivazione super

Ma come abbiamo detto all’inizio, un atleta come Tratnik non è solo un gregario. E’ vero che in certe squadre il “pedigree” si alza, ma se vinci quattro titoli nazionali a crono in uno stato in cui ci sono Pogacar, Roglic e Mohoric, se alzi le braccia in una tappa del Giro, non sei uno qualunque. 

«Dovrò aiutare e lo so bene – spiega Tratnik – ma penso anche che se ci sarà la possibilità potrò essere libero per cogliere dei risultati personali. 

«Sembro molto motivato? E’ vero, lo sono. So che non sono più giovane e forse proprio per questo sento di avere con questa nuova sfida la maggior motivazione della mia carriera.

«Mi piace molto la cura di tutti gli aspetti, come ho detto, dalla preparazione all’alimentazione. So che tanti altri ragazzi sarebbero voluti venire qui, proprio per l’organizzazione che c’è e per la possibilità che si ha di esprimersi al massimo. E per questo non vedo l’ora di scoprire come andranno le cose. Loro sanno bene cosa vogliono».

La squadra olandese rinforza così la sua rosa con un altro corridore di sostanza. E se Tratnik dovesse rivelarsi un nuovo Laporte ne vedremo delle belle.

Sprint per pochi a Barreal: Gaviria infila Sagan e Ganna

26.01.2023
5 min
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Pare che Barreal sia il più antico insediamento umano in questa parte dell’Argentina. Da qui i primi nativi si sarebbero poi spinti lungo il corso del Rio San Juan. Il villaggio è vivace e attende lo sprint. All’orizzonte la vetta del Mercadero spunta col suo carico di neve: è la seconda cima della Cordigliera, misura 6.700 metri. La prima è l’Aconcagua a quota 6.962.

Bernal fa le prove

Il gruppo si è spaccato presto. Il primo gran premio della montagna ha messo le ali a Bernal, che ci aveva preannunciato l’attacco stamattina alla partenza.

«Non c’è stato un giorno in cui ho capito di essere tornato – aveva detto – è tutto parte di un processo che va ancora avanti. Non ho dolore quando pedalo, riesco a fare tutti i movimenti. E non vi nascondo che prima dell’Alto del Colorado di venerdì, potrei cercare qualche conferma».

Prima il suo gruppetto, dunque, poi l’azione massiccia di Movistar, Total Energies e Ineos e dietro i velocisti sono andati a fondo. Il gruppetto che si avvia allo sprint è forte di una quarantina di unità ed è chiaro che a giocarsi la volata saranno uomini come Gaviria e Sagan.

Si va verso la Cordigliera delle Ande: la neve in alto e qualche guado in basso
Si va verso la Cordigliera delle Ande: la neve in alto e qualche guado in basso

Allungo di Ganna

Solo che sul più bello, mentre il pubblico si appresta ad applaudire lo sprint, dalla testa del gruppo attacca Filippo Ganna. La squadra gli ha dato libertà e dopo aver verificato che tutto fosse a posto per Bernal, il gigante piemontese prova la stoccata. 

«Egan ha provato ad anticipare per fare un test prima del Colorado – racconta – così siamo rimasti nel primo gruppo. Mano a mano che si andava verso l’arrivo, ci siamo detti che se non ci fossero stati attacchi, avrei provato io nel finale. Finora sono sempre stato a disposizione, oggi ho avuto carta bianca. La Total Energies e la Movistar hanno tenuto alta l’andatura per non fare rientrare le squadre dei velocisti e sul traguardo mi hanno battuto due corridori con la “c” maiuscola. Sono contento del podio, è stato il primo arrivo in volata dopo aver aiutato Elia negli sprint dei giorni scorsi. Mi piacerebbe fare bene anche nella generale, ma sul Colorando ci saranno corridori più leggeri, sono troppo lontano da loro in salita».

Strategia Gaviria 

Ganna attacca e sebbene non abbia ancora le gambe dei giorni migliori, guadagna quel tanto che basta per dare la sveglia a Sagan e Gaviria, che ha lo sguardo laser e quando esulta lo fa come chi ha ritrovato qualcosa che mancava da troppo tempo. 

«Stamattina – racconta il colombiano – la mia idea era di fare gruppetto e arrivare placido al traguardo. Poi il gruppo si è rotto e Lastras mi ha dato via libera. Ho deciso di provare per arrivare a uno sprint meno affollato. Abbiamo fatto cinque minuti al top e ha funzionato. Il morale di quelli dietro è andato a picco e siamo riusciti ad arrivare.

«Pippo ha attaccato – prosegue – e io sapevo che se guadagnava un metro, ciao. Però è stato un signore, non mi ha chiuso contro le transenne e correttamente ha fatto la sua linea. Se ci avesse sorpreso, ci sarebbe stato un podio diverso».

L’esultanza col telefono è per Gaviria il modo di ringraziare Movistar
L’esultanza col telefono è per Gaviria il modo di ringraziare Movistar

Movistar famiglia

Sul traguardo, Gaviria ha mimato il gesto di una telefonata e poi è andato a fermarsi in fondo alla strada. Sulla sua maglia nera e blu gli aloni del sudore hanno fatto capire il caldo che ha colpito oggi i corridori.

«Il gesto del telefono? Da quando ho firmato il contratto – racconta Gaviria – mi è venuta in mente questa esultanza. E’ stato il modo per ringraziare Movistar per essersi fidata di me. Oggi hanno fatto un ottimo lavoro. Sono felice di essere qui, con questi giovani che stanno dando tutto per me. Il progresso che vedo in loro è molto importante e la volontà che hanno mi ha dimostrato che vogliono fare bene le cose e che sono felici di imparare qualcosa di nuovo. Meritavano che dessi il massimo per ottenere una vittoria.

«Questa squadra è come una grande famiglia e mi hanno accolto in modo incredibile sin dal primo ritiro di ottobre a Pamplona. Questo mi rende molto felice e mi fa dare un po’ più di me stesso negli allenamenti e anche a tavola, perché sono particolari che tornano».

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Bernal, il ciclismo è soprattutto un fatto di testa

25.01.2023
4 min
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Bernal ha le braccia sottili come quelle di un bambino e del bambino ha anche lo sguardo, che però in certi momenti lampeggia di fuoco e lava. Le gambe brunite dal sole sono un guizzare di muscoli: nulla guardandolo dal di fuori fa pensare all’incidente dello scorso anno. Egan è padrone della situazione. Accetta con disinvoltura di posare per le foto e di rispondere a domande spizzicate qua e là. In corsa, durante questi primi giorni della Vuelta a San Juan, lo si è visto spesso in testa a tirare per Elia Viviani, come dopo il rientro dello scorso anno si mise a disposizione dei compagni. La parola d’ordine è sempre la stessa: ricostruire. Il fisico, la mente e la fiducia. Perché il mondo nel frattempo è andato avanti, altri padroni si sono impossessati del gruppo e alla difficoltà della sfida si è aggiunto l’incidente.

«Penso di essermi ripreso molto bene – dice – e le mie sensazioni sono abbastanza buone. Finalmente sono riuscito ad allenarmi normalmente in questi ultimi mesi, moralmente è importante. Le mie ultime uscite di allenamento sono state soddisfacenti, ma ora bisogna vedere come andrà nelle prossime gare. Ciò che sarà importante è che ora potrò capire quali sono davvero le mie paure sulla bici. Sono stati mesi di sofferenza in cui ho dovuto essere paziente. Questo Vuelta a San Juan mi permetterà di sapere dove mi trovo realmente».

Egan Bernal è nato a Zipaquira, in Colombia, il 13 gennaio 1997. Ha vinto il Tour 2019 e il Giro 2021
Egan Bernal è nato a Zipaquira, in Colombia, il 13 gennaio 1997. Ha vinto il Tour 2019 e il Giro 2021
Alla presentazione di due giorni fa hai parlato di recupero psicologico più duro di quello fisico.

Ho passato lunghe ore a pensare, mentre lavoravo nella speranza di tornare almeno a una vita normale. Ero combattuto tra la voglia di bruciare le tappe quando le cose andavano bene e i dubbi quando qualcosa non andava. Molte volte mi sono chiesto se ne valesse davvero la pena. E’ stato difficile ricominciare tutto da capo, imparare di nuovo a camminare e persino a mangiare. Ma durante quei momenti, ho imparato che la famiglia è una delle cose più importanti.

Hai davvero pensato di fermarti?

Ad un certo punto ho detto ai miei parenti che avrei mollato tutto. Per settimane ho analizzato la situazione per capire se valesse ancora la pena tornare a pedalare con il rischio di cadere nuovamente. A parte le varie foto su internet, non sapevo se sarei stato in grado di tornare in sella a una bici in modo efficace, figuriamoci se sarei stato in grado di tornare a un buon livello. Ho pensato a tutto questo, ma come ho già detto: sono nato per essere un corridore e non riesco a immaginare la mia vita senza il ciclismo. E così sono ripartito.

E alla fine siamo ancora qua…

I consigli dei medici sono stati molto importanti e il supporto della famiglia anche di più. L’unione delle due cose mi ha permesso di rientrare anche più velocemente. Quando sono tornato alle gare in Danimarca, in Germania e in Italia, mi sono reso conto di quanto il gruppo andasse veloce e dei rischi che si corrono.

La Vuelta a San Juan servirà a Bernal per fare un primo punto della situazione
La Vuelta a San Juan servirà a Bernal per fare un primo punto della situazione
Poco fa hai parlato nuovamente della paura.

Quando sono tornato a velocità superiori ai 60 orari, la stessa velocità di quando ho avuto l’incidente, ho avuto paura. Anche al Giro di Germania e Danimarca i primi chilometri sono stati strani, ma poi è andata meglio. Credo ormai di essermi lasciato alle spalle quella sensazione.

Osservandoti, si capiva che qualcosa non andasse.

Mi sono rialzato più di una volta, ritirandomi per tre volte come non mi capita mai. Sentivo che poteva esserci un pericolo e temevo che mi potesse succedere qualcos’altro. Mi sono detto che avevo sofferto anche troppo, che avevo vinto Tour e Giro, quindi perché rischiare ancora? Per me il ciclismo è soprattutto un fatto di testa.

Perché hai scelto il Tour per rientrare?

Il Tour de France è sempre stata una corsa molto importante per me e ovviamente voglio tornarci. Amo questa gara e ho solo bei ricordi. Ma la strada è ancora lunga e bisognerà vedere come andranno le cose fino ad allora, restando sereni e senza farsi prendere la mano. Sono nella lunga lista dei miei compagni che progettano di andarci, starà a me dimostrare di essere pronto.