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Quell’olandese spettacolare che mise paura ai nostri azzurrini

11.07.2021
5 min
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Eravamo a Stoccarda, nell’ormai lontano 2007. La nazionale italiana era tutta stretta attorno a Bettini che si accingeva a vincere il secondo mondiale, preceduto dall’iride di Marta Bastianelli. Fra gli under 23, guidati da Sandro Callari, c’era poca fiducia, vista la fresca apertura ai professionisti. I nostri erano stati da poco al Tour de l’Avenir, vinto da un olandese che non aveva fatto che scattare. «Si chiama Mollema – disse un mattino nel piazzale dell’hotel il dottor Daniele, medico degli azzurri – è davvero spettacolare. Piazzava certi scatti, come non se ne vedevano da tempo».

California 2009, tappa durissima di Santa Rosa: 1° Mancebo, 2° Van de Walle, 3° Nibali, 4° Brajkovic, 5° Armstrong. Bauke (23 anni) è 13°
California 2009 a Santa Rosa: 1° Mancebo, 2° Van de Walle, 3° Nibali, 4° Brajkovic, 5° Armstrong. Bauke è 13°

Uomo in fuga

Quel mondiale lo vinse Velits, già professionista. I nostri finirono nelle retrovie. Il dottor Daniele di lì a qualche anno sarebbe diventato ed è tuttora uno dei medici della Trek-Segafredo. E quel corridore dall’attacco spettacolare se lo è ritrovato in squadra. I suoi scatti non gli sono più serviti per vincere grandi corse a tappe, ma non si può dire che la carriera di Mollema sia stata banale. Ha vinto le sue corse e raramente lo ha fatto in volata.

Fra le più grandi vale la pena ricordare la Clasica San Sebastian del 2016, con 17” su Gallopin. Il Lombardia del 2019 con 16” su Valverde. Le due tappe del Tour, quella di ieri e quella del 2017, a capo di lunghe fughe. E con una punta di nazionalismo, l’ultimo Trofeo Laigueglia, vinto con 39 secondi su Bernal.

A San Sebastian nel 2016 arriva con 17″ su Gallopin
A San Sebastian nel 2016 arriva con 17″ su Gallopin

Lucidità infallibile

Con i suoi 34 anni, il ragazzone di Groningen ieri ha dimostrato forza fisica, ma soprattutto una lucidità spaventosa nel prendere vantaggio sfruttando le caratteristiche delle strade.

«La maggior parte delle mie vittorie – ha raccontato dopo la vittoria – sono fughe solitarie, si tratta solo trovare il momento giusto per attaccare. Quando ho sentito che non c’era nessuno alla mia ruota, ho pensato che fosse il momento e ho preso subito un bel vantaggio. Penso che non molti si aspettassero un attacco lì, ma una volta che prendo tre o quattro secondi, è piuttosto difficile venirmi a prendere. Ho la capacità di andare molto forte in quelle prime fasi e ho sfruttato molto bene le curve per sparire alla loro vista. In quei casi, bisogna essere pronti a reagire per colmare il divario. Sapevo che se non lo avessero fatto subito si sarebbero guardati e io avrei avuto strada libera».

Traguardo sulla salita

Strada libera è un bel modo di dire che una volta da solo si è trovato davanti 41 chilometri di caldo e fatica fino Quillan, con un traguardo parziale e decisivo in cima al Col de Saint Louis, ultima asperità di giornata: 4,6 chilometri al 6,8 per cento di pendenza media.

«E’ stata una giornata super dura – ha confermato – ci sono voluti 90 chilometri prima che la fuga partisse. Come squadra non ce ne siamo persa nessuna. C’era un bel gruppo davanti, ma non c’era collaborazione. Io mi sentivo bene. E ho pensato: “Partiamo da lontano”. Ho fatto 41 chilometri in solitaria, è stata dura, ma avevo la sicurezza di pedalare da solo e sentivo che con quell’andatura sarei potuto andare avanti per molto tempo. Sapevo di avere ottime possibilità di farcela, quindi sono andato a tutto gas e non ho perso troppo. Con più di 50 secondi in cima all’ultima salita e 20 chilometri ancora da fare, ero abbastanza sicuro di vincere la tappa. E’ stato spettacolare».

La prima non si scorda

La vittoria di Quillan è la seconda di Mollema al Tour, in una carriera che come dicevamo in apertura sembrava da predestinato e lo ha visto invece ricavarsi un ruolo da luogotenente di lusso, a disposizione anche di Nibali, con la licenza di ritagliarsi lo spazio per le sue fughe. A uno così nelle squadre si vuole un gran bene e non è per caso che il suo sia stato uno dei primi contratti ad essere rinnovati.

«La mia prima vittoria al Tour fu nel 2017 – ha raccontato – ma è davvero difficile confrontarle. Si arrivava a Le Puy en Velay e la tappa era abbastanza simile, anche se l’ultima salita era più lontana dal traguardo. Fu la mia prima vittoria di tappa al Tour, arrivai dopo 30 chilometri da solo con 19 secondi su un gruppetto con Ulissi, Gallopin e Roglic. Essendo la prima, forse è stata la più speciale, ma questa è stata decisamente super bella. Soprattutto perché la fuga è stata ancora più lunga. Non sono un corridore che vince cinque o dieci gare ogni anno quindi ogni vittoria è speciale per me. E se parliamo del Tour de France, lo è ancora di più».