E’ tornata Venturelli e le ha suonate anche alle elite

20.04.2023
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Quella ottenuta a Cantù il 10 aprile è stata, per Federica Venturelli (in apertura, foto Ossola), una vittoria dal sapore speciale. Non solo la prima di questa stagione su strada, la prima dal suo ritorno dopo il ciclocross e l’esito sfortunato del mondiale finito a ridosso del podio, ma soprattutto il primo successo in una gara open, che per una ragazza ancora junior ha sempre un sapore speciale. Così motivante che dopo appena sei giorni è arrivata anche la vittoria di Corridonia.

Nel corso della sua ancor breve carriera, Federica ha vissuto tante esperienze vittoriose, considerando che sin da allieva fosse stata indicata come una predestinata, oltretutto esempio della multidisciplinarietà che contraddistingue le nuove generazioni. Ma quella di Cantù è stata una vittoria particolare, che le ha dato una spinta ulteriore verso i grandi appuntamenti della stagione.

Il podio di Cantù dove Venturelli ha preceduto Carmela Cipriani e Matilde Vitillo
Il podio dove Venturelli ha preceduto Carmela Cipriani e Matilde Vitillo

«Era una gara di 97 chilometri – racconta la diciottenne cremonese – con tanta salita degli ultimi due giri. Ci tenevo particolarmente, infatti al venerdì ero andata in ricognizione per studiare i punti salienti del percorso e avevo capito che non ci sarebbe stato un arrivo in volata. C’è stata tanta selezione sin dalle prime battute, tanto che ancor prima di metà gara sono entrata nella fuga che sarebbe stata decisiva. Eravamo in 4, poi siamo rimaste 3 e alla fine l’ho spuntata io».

Perché questo successo era così importante?

La fine della stagione invernale non è stata semplice, ho avuto problemi di salute che mi avevano un po’ rallentato nella preparazione. Questo era un test importante, proprio perché l’affrontavo ancora non al top della forma.

Il fatto di avere vinto contro le più grandi di età?

E’ qualcosa di nuovo, rappresenta un passaggio importante in vista del futuro perché saranno le mie avversarie principali in ambito italiano. Ora però torno alla mia categoria in ambito internazionale, con la EPZ Omloop van Borsele in Olanda nel prossimo fine settimana, composta da un prologo e due tappe piatte. Non sono percorsi a me propriamente adatti, ma il vento potrebbe scombinare le carte ed essendo gara internazionale ci tengo a fare bene. Ci saranno praticamente tutte le più forti. Servirà anche per farsi un’idea in vista delle gare titolate.

Tu sei ora al secondo anno di categoria: che cosa è cambiato?

Molto e poco allo stesso tempo. Ho visto intanto che le ragazze di primo anno sono tutte mediamente forti, anzi qualcuna che spicca c’è come la Ferguson. Quelle mie coetanee le conosco, il livello medio mi accorgo che è molto alto. Io nel frattempo ho cambiato squadra e molto è mutato intorno a me. La Valcar Travel & Service è molto ben strutturata, rappresenta davvero un passo in avanti. Quel che non è cambiato è il mio allenamento, anche se è in programma di aumentare progressivamente i carichi per abituarsi sempre più a quel che mi troverò di fronte dall’anno prossimo.

Con Ciabocco, sua amica-rivale, ha realizzato un 2022 molto proficuo per il ciclismo italiano
Con Ciabocco, sua amica-rivale, ha realizzato un 2022 molto proficuo per il ciclismo italiano
Non ti senti un po’ orfana della tua “gemella” Ciabocco?

La sua compagnia e la sua concorrenza in gara erano stimolanti, alle fine ci siamo spinte insieme verso risultati importanti. Non posso negarlo, un po’ manca nelle gare di categoria, ma so che ci reincontreremo spesso lungo le strade. Mi sono già accorta che le nuove leve danno filo da torcere…

Tu sei famosa per le tue varie “vite ciclistiche”, compresa quella della pista. Continuerai a competere nei velodromi?

Certamente, non ho intenzione di cambiare, anzi ho già ripreso la preparazione al velodromo di Montichiari con le trasferte ogni settimana. Io penso che quell’attività sia un aspetto fondamentale per il mio rendimento su strada. Il problema è l’abbondanza di appuntamenti nel calendario: soprattutto nei mesi a venire, bisognerà fare delle scelte.

Il ciclocross resta il suo grande amore, ma dovrà giocoforza ridurre le sue apparizioni nel prossimo inverno
Il ciclocross resta il suo grande amore, ma dovrà giocoforza ridurre le sue apparizioni nel prossimo inverno
E il ciclocross, resterà anche lui?

Sì, sapete che a me piace tantissimo, è la specialità che per certi versi prediligo, ma dovremo rivedere qualcosa. Penso che nella prossima stagione affronterò solo appuntamenti mirati per conciliare maggiormente l’attività con la preparazione per la stagione estiva.

Obiettivamente, parlando proprio di calendario, su che cosa hai puntato la tua attenzione?

Il mio sogno è di riconfermarmi nei miei successi internazionali su pista, mantenere il titolo europeo sia nello scratch che nel quartetto e quello mondiale di inseguimento. Per molti versi vincere è bellissimo quando lo fai per la prima volta, ma riconfermarsi è molto più difficile e proprio per questo intrigante.

Cepeda: dopo la Drone Hopper, il vero inizio con la EF

20.04.2023
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SAN VALENTINO BRENTONICO – Le strade del Tour of the Alps ce lo hanno fatto scoprire qualche anno fa e lui in questi giorni ci ha rinfrescato la memoria con le sue azioni in montagna. Jefferson Cepeda ieri sull’ascesa che portava al traguardo di San Valentino di Brentonico ha acceso la miccia raccogliendo un terzo posto che probabilmente meritava di più.

E’ contento tuttavia lo scalatore 24enne perché è come se avesse ricominciato quasi da zero. Cepeda è ripartito dalla EF Education-EasyPost lo scorso agosto quando la Drone Hopper, certa ormai del forte ridimensionamento, lo ha lasciato libero di andare altrove. Solo quattro gare negli ultimi mesi del 2022 giusto per ambientarsi nel team statunitense, ma la prima vera stagione si può considerare quella attuale.

Cepeda ha attaccato nel finale della terza tappa per stanare la Ineos. Ne ha approfittato Kamna
Cepeda ha attaccato nel finale della terza tappa per stanare la Ineos. Ne ha approfittato Kamna

All’attacco

Per parlare con il piccolo ecuadoriano (1,64 metri di altezza per 56 chilogrammi) abbiamo atteso il post tappa e che scendesse dal podio delle premiazioni. Al “TotA” Cepeda guida la graduatoria dei GPM e davanti a sé ha ancora il terreno, tra oggi e domani, per replicare o migliorare il piazzamento di ieri.

«E’ stata una corsa molto buona – spiega – perché nel finale avevamo buone gambe. Abbiamo provato qualcosa di importante attaccando a quattro chilometri dalla fine. Non siamo riusciti a conquistare la tappa, ma siamo contenti del risultato. Il mio lavoro è sempre in funzione di Hugh (Carthy, ndr) ma l’idea era di fare faticare la Ineos, facendoli uscire allo scoperto. Dovevo un po’ smuovere le acque. In parte ce l’abbiamo fatta. Nel finale di tappa la Bora-Hansgrohe ha seguito la mia iniziativa e ne ha approfittato con Kamna prima e con Vlasov poi, che mi ha saltato negli ultimi metri (i due si sono piazzati rispettivamente primo e secondo al traguardo, ndr)».

Scoperto da Savio

Cepeda è uno dei tanti ragazzi scoperti da Savio in Sud America: l’ingaggio nel 2020 nell’allora Androni Giocattoli diventata poi Drone Hopper e poi sprofondata per le note vicende. Jefferson si è trovato a passare da una formazione professional con ambizioni importanti ad una formazione WorldTour che il proprio dovere lo fa sempre ogni anno.

«La Drone Hopper – ricorda – era una squadra molto valida, dove ho appreso molto e dove c’era tantissimo talento grazie a Gianni Savio. Proprio lui mi ha dato la possibilità di correre prendendomi giovane da una piccola formazione ecuadoriana. Ho imparato a correre, soprattutto nei finali di gara o nei momenti più concitati. Ad esempio nel 2021 mi aveva portato qui al Tour of the Alps dove ho vinto la maglia bianca di miglior giovane, chiudendo al quarto posto assoluto. E’ merito di Gianni se conosco molto bene questa gara. Infatti adesso mi stanno tornando comodi i suoi insegnamenti.

«Adesso invece – continua – sono in una squadra grande dove mi trovo bene. Speravo che il WorldTour fosse un po’ meno difficile, ma mi sono adattato molto bene con la EF. I miei compagni sono stati grandiosi nell’aiutarmi nell’inserimento. Credo di aver fatto un passo in avanti, ma non mi sento più forte di prima. Sono contento del percorso di crescita che sto facendo. Non so cosa potrò fare perché mi sto riscoprendo nuovamente».

Cepeda, scoperto da Savio, è passato alla Androni nel 2020, dopo due stagioni nel Team Ecuador
Cepeda, scoperto da Savio, è passato alla Androni nel 2020, dopo due stagioni nel Team Ecuador

Per sé e per l’Ecuador

Cepeda è pronto a correre il suo quarto Giro d’Italia. Il Tour of the Alps è l’ultima frazione di avvicinamento, ma i suoi obiettivi sono votati sia alla causa di Carthy, capitano designato alla corsa rosa (ed attualmente secondo nella generale del “TotA”), sia a quella della sua patria.

«Adesso voglio fare molto bene al Giro – prosegue – l’intenzione è quella di puntare alle tappe. La classifica la cureremo con Hugh ed io sarò in suo supporto con tutto il resto della squadra. Gli obiettivi della seconda parte di stagione li vedremo dopo, a fine Giro. Stiamo correndo bene in generale, sempre davanti e questo è importante per tutto. Ora voglio difendere la maglia azzurra, sperando di portarla fino alla fine. L’obiettivo principale resta comunque la generale però vincere la classifica degli scalatori sarebbe ugualmente un buon punto a nostro favore».

Jefferson Cepeda, EF Education Easy Post, Tour of the Alps
Cepeda (mentre si disseta) alla EF ha trovato i suoi connazionali Carapaz e Caicedo
Cepeda (mentre si disseta) alla EF ha trovato i suoi connazionali Carapaz e Caicedo

«Siamo pochi corridori in Ecuador – conclude con un sorriso – ma tutti forti. Qui alla EF siamo in tre. Oltre a Carapaz che è il più famoso di noi, c’è anche Jonathan Caicedo, che vinse la tappa dell’Etna al Giro 2020. Naturalmente sono molto felice di rappresentare il mio Paese insieme a loro. Vogliamo essere presi da riferimento dai nostri giovani. Mi piacerebbe che in futuro ci fossero sempre più corridori ecuadoriani grazie a noi. Anzi spero che questo avvenga nel giro di pochi anni».

Intervista sul Garda, parlando del Giro con Fabbro

20.04.2023
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Lennard Kamna ha vinto la terza tappa del Tour of the Alps, un’azione coordinata, della Bora Hansgrohe, in maniera perfetta, che ha portato ad una doppietta visto il secondo posto di Vlasov. Tra i corridori che si sono spesi per portare a casa questa vittoria di tappa c’è Matteo Fabbro. Il friulano ha aperto le danze alzando il ritmo quando di chilometri al traguardo ne mancavano ancora sei. Dopo l’arrivo chiede al massaggiatore chi abbia vinto, quando gli viene detto il nome di Kamna va via contento. 

Quattro parole in hotel

Con Fabbro siamo rimasti d’accordo che ci saremmo visti poco dopo in hotel, l’aria in cima al traguardo di San Valentino si stava facendo fredda. Meglio ripararsi e schizzare ai pullman per una doccia calda e rinviare l’intervista al tardo pomeriggio. La discesa che porta all’hotel Angelini, ad Arco, ad un certo punto apre uno scorcio sul Lago di Garda, azzurro ed illuminato dai pochi, ma caldi raggi di sole. 

«Per fortuna abbiamo vinto – dice con una risata il corridore della Bora – ne avevamo bisogno. E’ un successo importante, sia per noi come squadra che per i capitani, un modo per ricostruire un buon feeling in vista del Giro. Ora vedremo cosa succederà da qui alla fine, anche se le tappe più dure dovrebbero essere alle spalle. Kamna e Vlasov saranno i due capitani designati per il Giro d’Italia e ci siamo preparati duramente a Sierra Nevada. Siamo appena scesi dopo un paio di settimane di lavoro intenso, precedentemente, a fine febbraio, eravamo al Teide. Insomma, negli ultimi mesi ci siamo dati da fare».

Dopo il traguardo Fabbro si copre prima di scendere ai bus, l’aria in cima a San Valentino Brentonico è frizzante
Dopo il traguardo Fabbro si copre prima di scendere ai bus, l’aria in cima a San Valentino Brentonico è frizzante

Tanti occhi addosso

L’anno scorso la Bora-Hansgrohe ha vinto la corsa rosa in sordina, senza i favori del pronostico. In questa edizione non saranno di certo sottovalutati, questo i corridori lo sanno bene. 

«Vincere non è facile, ripetersi è ancora più difficile – afferma Fabbro – partiamo con due capitani designati: Kamna e Vlasov. Nel 2022 erano in tre, alla fine è uscito Jay Hindley, che se vogliamo era l’ultimo dei capitani. Quest’anno sarà un Giro diverso, con tanti chilometri a cronometro, staremo un po’ a vedere. Nella prima settimana potremmo trovarci indietro, perché i nostri avversari, Roglic ed Evenepoel in primis, vanno forte nelle prove contro il tempo.

«Sarà l’ultima settimana quella davvero decisiva, e non farà sconti a nessuno. Sarà ancora più dura rispetto al 2020, e già quella era molto impegnativa. La cronoscalata alla penultima tappa potrebbe ribaltare ogni verdetto, anche un minuto di vantaggio rischia di non bastare. La salita che porta a Monte Lussari non l’ho ancora provata quest’anno, però essendo vicino a casa mia, in Friuli, ho avuto modo di farla qualche volta».

Il friulano si è messo a lavorare a metà salita, è in cerca della miglior condizione, ieri le sensazioni erano positive
Il friulano si è messo a lavorare a metà salita, è in cerca della miglior condizione

Prendere le misure

Già sull’arrivo di San Valentino Brentonico la Bora ha agito in forze per fare la corsa. Si sono messi a misurare la febbre ai propri avversari e anche a se stessi, per vedere a che punto fosse la condizione dopo il periodo di lavoro a Sierra Nevada. 

«Dal canto mio – racconta il friulano seduto nella hall dell’hotel – sono in un momento un po’ particolare. Nell’ultimo mese sto soffrendo di un’allergia che mi sta facendo faticare più del dovuto, ce l’ho da sempre, ma quest’anno mi è uscita particolarmente forte. La scorsa settimana sono stato al centro Redbull a Salisburgo per fare una serie di test. Oggi, finalmente stavo bene, ho deciso io di iniziare a lavorare presto perché non ero sicuro di quanto riuscissi a resistere in gruppo.

«Non sono ancora al massimo, spero di migliorare e di avere le risposte che cerco, anche dai test fatti. Al Giro mancano ancora due settimane, venerdì finiamo di correre e faremo degli allenamenti di rifinitura per presentarci al meglio il 6 maggio alla partenza da Fossacesia».

Fabbro ha definito Gasparotto un artista in ammiraglia: quali tattiche starà preparando il diesse in vista del Giro?
Fabbro ha definito Gasparotto un artista in ammiraglia: quali tattiche starà preparando il diesse in vista del Giro?

Tattiche e spunti

Nel 2022 la Bora iniziò a lavorare ai fianchi il gruppo dalla tappa di Torino: non fu un attacco evidente, ma efficace. Un modo per scalfire piano piano le certezze degli avversari, fin da lontano. 

«In queste due settimane tra il termine del Tour of the Alps ed il Giro d’Italia – conclude Fabbro – andremo a vedere qualche tappa. Probabilmente vedremo quelle nella zona di Brunico, ma potremmo fare la ricognizione in macchina. Nei mesi scorsi siamo stati a visionare la cronometro di Cesena e le Tre Cime di Lavaredo. Non abbiamo ancora deciso quale tappa potrà essere quella da battezzare. Anche perché in ammiraglia abbiamo un’artista come “Gaspa” (Enrico Gasparotto, ndr). Lui si sveglia la mattina e decide la tattica da fare. Sicuramente studieranno qualcosa, anche per attaccare gli squadroni come Soudal-Quick Step e Jumbo-Visma che si presenteranno agguerriti. Hanno dimostrato già dal Catalunya di essere forti, hanno letteralmente dominato la corsa spagnola.

«Noi arriviamo al Giro con due corridori, Vlasov e Kamna, che si difendono a cronometro e in salita sanno andare forte. L’anno scorso partivamo sfavoriti e abbiamo vinto, quest’anno staremo a vedere. Non saremo la squadra che tutti guardano, ma siamo attrezzati per fare bene. Per quanto riguarda il mio ruolo, posso dire che se starò bene farò il rifinitore, colui che starà con i capitani fino all’ultimo in salita, con il focus di arrivare il più fresco possibile all’ultima settimana».

Pogacar domina anche il Muro. Ulissi ci racconta come è andata

19.04.2023
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«Tripletta Amstel, Freccia e Liegi come Gilbert? E’ un obbiettivo chiaramente e ci stiamo lavorando». A dirlo è Tadej Pogacar. E neanche lo puoi additare come “spaccone” visto il modo naturale e serio al tempo stesso con cui lo dice. Lo sloveno, ha vinto (anche) la Freccia Vallone. Il corridore della UAE Emirates è in una forma smagliante. E ora a queste latitudini tutti non aspettano altro che Remco Evenepoel, l’unico, s’ipotizza, che possa contrastare il suo strapotere sulle cotes.

E di questo stato di grazia ci parla Diego Ulissi. Il campione toscano transita sorridente dopo il traguardo, felice per la vittoria del compagno e del lavoro – ottimo – svolto con la sua squadra. Un pezzetto di questa vittoria è decisamente il suo. Diego ci porta nel viaggio di questa Freccia.

La chiacchierata con il toscano parte proprio con dei complimenti a lui e al team. «Tadej – dice Ulissi – sta veramente andando fortissimo e per noi sembra tutto facile. Dobbiamo solo metterlo nelle migliori condizioni per esprimersi. Penso che oggi abbiamo fatto un grandissimo lavoro di squadra. Siamo contenti».

Diego Ulissi (classe 1988) affianco a Pogacar. Il toscano doveva scortarlo soprattutto nel finale
Diego Ulissi (classe 1988) affianco a Pogacar. Il toscano doveva scortarlo soprattutto nel finale
Tu non lo hai visto, ma ti diciamo che in pratica è scattato da seduto. Solo nel finale si è alzato sui pedali.

Eh – ride Ulissi – è così. Come ho detto, sta andando davvero fortissimo. Speriamo di continuare… fino a domenica a questo punto.

In effetti sembra tutto facile, ma quando si ha un capitano così forte, cosa gli si dice in corsa? Come lo si aiuta? Qui basta evitare cadute e forature e il risultato è garantito…

Cerchiamo di correre davanti. Per fare così magari spendiamo anche diverse energie in più, però ne vale la pena. Alla fine basta rimanere concentrati.

C’era qualcuno che tenevate d’occhio più di altri?

Siamo concentrati su quel che dobbiamo fare noi. Gli avversari ce ne sono tanti e forti, quindi bisogna stare bene attenti sin dall’inizio. Sapete, quando Tadej sta bene non teme nessuno. Pertanto avevamo in testa di fare quello che avevamo in programma.

E qual era il programma?

Come detto cercare di tenerlo coperto. In riunione abbiamo parlato soprattutto dell’approccio alla parte finale. Volevamo cercare di rendere la gara più dura possibile. Più dura è, meglio è per lui. In particolare io e Hirschi dovevamo stargli vicino nell’ultimo giro. Così io (va detto che anche Ulissi sta molto bene, la sua faccia fresca a fine corsa ne è una prova, ndr)  ho fatto molto forte la penultima salita e Mark lo ha messo bene ad inizio muro. A quel punto toccava a lui… Ma tutto il giorno credo che abbiamo controllato la corsa alla grande. Tadej doveva aspettare il muro e così ha fatto. Abbiamo rischiato di essere un po’ lunghi. Avendo gli occhi addosso, un po’ tutti ci aspettavano non era facilissimo.

Ecco, occhi addosso. In settimana c’è stata qualche critica dopo l’Amstel sul fatto che è folle aiutare Pogacar mentre si è in fuga… C’è questa sensazione di essere costretti a prendere in mano la corsa? C’è la paura che tutti vi aspettino al varco?

Paura con lui proprio no! Semmai abbiamo ancora più motivazioni. Quando c’è Tadej in gara si lavora al meglio e senza paura. Anche perché è lui il primo che non si mette paura! E’ super tranquillo e questa sua tranquillità, credetemi, la trasmette anche a noi. Noi contiamo molto sul nostro lavoro, su quel che facciamo in settimana e non pensiamo agli altri.

Lo spettacolo del Muro d’Huy, dove i tifosi si fondono e confondono con i corridori
Lo spettacolo del Muro d’Huy, dove i tifosi si fondono e confondono con i corridori
In effetti c’era sempre qualche tuo compagno in testa al gruppo…

Questo perché stiamo bene. Chi non c’è è fuori per qualche caduta o intoppo vario, ma abbiamo dimostrato che quando stiamo bene tutti quanti, siamo tra le squadre più forti al mondo. 

Ma davvero questa Freccia Vallone (e in generale le classiche delle Ardenne) non erano in programma?

Questo non lo so. Ma so che sta andando forte e che voleva correre. E’ in una condizione incredibile e giustamente la vuole sfruttare. Poi si sa che quando Pogacar attacca il numero vuole vincere. La Freccia Vallone è una gara importante e voleva scrivere il suo nome nell’albo d’oro.

Con Pogacar, sul podio della Freccia Vallone numero 87, anche Skjelmose e Landa. A premiare Gilbert, a destra
Con Pogacar, sul podio della Freccia Vallone numero 87, anche Skjelmose e Landa
Come avete approcciato questa Freccia? Tra di voi ne avete parlato anche la sera prima oppure tutto si è risolto nella riunione del mattino?

Ci siamo concentrati soprattutto sul meeting della sera prima, ma poi cerchiamo sempre di sdrammatizzare, di staccare. Dobbiamo essere super concentrati per 5-6 ore e infatti anche oggi fino a pochi istanti prima del via scherzavamo e ridevamo.

Come si gestisce un Pogacar in corsa? Alla fine cosa dovete dirgli?

Lui si fida ciecamente dei compagni. Sa bene che ci sono atleti con più esperienza di lui. Atleti che hanno fatto certe corse anche dieci volte. Quel che dobbiamo fare noi è non perderlo d’occhio. Oggi per esempio a metà gara c’è stato un momento nel quale sembrava potessero esserci dei ventagli. A quel punto gli siamo stati ancora più vicini e lui ci ha seguito. Ormai corriamo insieme da diversi anni e a dire il vero non serve parlarci tanto.

Vollering a mani basse. Ma dietro spunta a tutta Realini

19.04.2023
7 min
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«Gli ultimi 800 metri sono talmente ripidi che questo muro ti guarda in faccia». Così parla del mitico Muro d’Huy, Gaia Realini. La portacolori della Trek-Segafredo è alla prima esperienza nelle corse del Nord e ha subito colto un podio.

La Freccia Vallone Donne se l’è presa – quasi da programma – Demi Vollering. Troppo più forte, troppo più in condizione in questo momento. Questa mattina vi avevamo proposto l’intervista con Elena Cecchini. Ebbene quel che ha detto la friulana si è verificato: sia il successo di Demi, sia il rilancio della Trek-Segafredo.

Vollering dominatrice

Nel fresco mattino di Huy, ad un’orario insolito, prende il via la Freccia Vallone Donne. La corsa si rivela un filo meno combattuta di quel che ci si poteva attendere. Forse proprio in virtù dell’orario alquanto mattutino.

Nel finale sembra quasi che ad essere decisiva possa essere la penultima cote, quella di Cherave. Scappano via in quattro, ma poi il Muro è il Muro e nessuna tira con convinzione. Si presentano sotto l’impennata finale, tra fumi di barbecue e bicchieroni di birra di chi è a bordo strada, una ventina di atlete. Ci sono tre italiane: Gaia Realini, appunto, la sua compagna Elisa Longo Borghini e Silvia Persico.

Vollering anticipa un po’. «Era questo ciò che voleva fare», ci confida la Cecchini dopo l’arrivo. Voleva togliersi dai guai, impostare il suo ritmo. E comunque ne aveva molta di più. 

E dietro? Dietro Niewiadoma sembra tenere e le altre non si muovono. Eppure c’è quello scricciolo bianco, azzurro e nero che si vede pedalare bene. Che danza sui pedali. E infatti dopo la terribile “S” al 20 per cento eccola che esce come una freccia. L’abruzzese rimonta veloce ed è terza.

Demi Vollering (classe 1996) vince la Freccia Vallone. Ora la Liegi, sapendo di essere super marcata come ha detto dopo l’arrivo
Demi Vollering (classe 1996) vince la Freccia Vallone. Ora la Liegi, sapendo di essere super marcata come ha detto dopo l’arrivo
Gaia, anche Longo Borghini ci ha detto che eri leader oggi. Come si reagisce di fronte a queste responsabilità? Si dorme la sera prima?

Sì, sì! Da quando sono arrivata in questa squadra c’è la pressione, ma la pressione giusta. Quella buona. Credono in me, nelle mie potenzialità. Mi hanno detto: «Tu domani sarai leader, si farà la corsa per te». Io all’inizio ho detto: «No, ma dai, sono nuova. Sono giovane, sono inesperta del mestiere. Non datemi questa responsabilità». Ma tutte le altre mi hanno detto che avevo fatto vedere buone potenzialità in salita e quindi si sarebbe corso per me.

E per fortuna! 

Le ragazze hanno fatto un gran lavoro. E’ indescrivibile quello che sono riuscite a fare per me. Mi hanno tenuto sempre coperta. Ho avuto un problema al penultimo giro, ho bucato e sono rientrsata grazie a loro che mi erano vicine. Ho sprecato il minimo delle energie e sono riuscita a finalizzare quello che è stato fatto. 

All’arrivo le tue compagne erano davvero contente. Ti hanno abbracciato e chiesto come fosse andata, Elisa Longo Borghini prima di tutte. Che consigli ti ha dato?

Elisa mi è stata molto vicina (in conferenza stampa Gaia ha aggiunto anche quanto sia felice di essere compagna di colei che è stata un suo mito, un riferimento che vedeva alla tv, ndr), ma anche le altre ragazze. Devo un grande, grande grazie a “Lizzie” Deignan.

Perché?

Era alla prima gara, al rientro sei mesi dopo la gravidanza. Lei mi ha guidato in tutto e per tutto. Si girava in continuazione per cercarmi e io cercavo lei. Davvero un bel feeling. Ma ripeto, anche con le altre ragazze.

A fine corsa l’abbraccio con Elisa Longo Borghini. In generale abbiamo notato grande solidarietà fra le italiane, specie tra le più giovani
A fine corsa l’abbraccio con Elisa Longo Borghini
Che impressione ti ha fatto il Muro d’Huy?

Eravamo venuti a provarlo la settimana scorsa e diciamo che in questi 800 metri finali hai la strada davanti agli occhi. Però il Muro mi piace, è duro e ho capito che in fondo mi sarei potuta giocare le mie carte.

Ci racconti come lo hai approcciato? Abbiamo visto che Vollering lo ha anticipato, non hai pensato di seguirla?

Lei ha accelerato fin dall’inizio, però ieri riguardando anche le gare degli anni passati, Elisa Longo Borghini mi ha consigliato di non prenderlo subito di petto, perché poi piano, piano quelle che lo aggrediscono fin da subito spesso rimbalzano (si veda giusto Niewiadoma, da 2ª a 11ª, ndr). E così mi ha detto: «Prendilo del tuo passo. Cerca il tuo ritmo. Non strafare fin dall’inizio». Io così ho fatto. E infatti sono riuscita a recuperare la terza ragazza proprio negli ultimi 100 metri.

Quindi eri in spinta fino alla fine?

Sì, in spinta. La gamba era buona e sono contenta per questo. Non posso che godermi questo terzo posto per me e per la mia squadra.

Guardiamola invece dall’altro lato: cosa ti manca per chiudere questo gap?

L’esperienza – replica diretta Realini – sicuramente l’esperienza incide tanto. Ma piano piano, sia io sia il mio allenatore e tutta la squadra ci arriveremo.

Rimpianti? Anche no

Prima di chiudere il capitolo Freccia Donne, merita una considerazione il fatto che Gaia Realini abbia finito il Muro in crescendo, ancora in spinta. Questo è un punto per noi fondamentale, specie in ottica futura.

Ma partiamo da oggi. Se si arriva in cima con tanta forza, è anche lecito chiedersi se invece si poteva dare di più. La risposta sta nel mezzo. Gaia è una scalatrice pura e forse potrebbe averlo preso un po’ più di petto rispetto a quel che le aveva suggerito Longo Borghini, ma sette secondi (tanto ha preso dalla Vollering), non sono pochi. Di certo non avrebbe vinto. Anche perché l’atleta della Sd Workx nonostante abbia anticipato ha guadagnato costantemente, poco, ma costantemente per tutto il muro.

Poi perché serve esperienza, come ha ribadito Gaia stessa. Bene dunque ha fatto Elisa Longo Borghini a suggerirle di andare di passo. Magari spingere anche solo 20 watt in più per 5 secondi prima avrebbe cambiato l’esito della sua scalata.

E poi la verità è che le misure, quelle vere, le può capire solo la protagonista. E’ lei e solo lei che può dosare lo sforzo in base alla distanza e quel che ha in corpo. E questo, specie da queste parti, lo si fa solo con l’esperienza. E di solito chi finisce il muro in spinta di solito la Freccia Vallone la vince. Chiedete a Valverde.

Remco vuole vincere la Liegi, ma penserà anche al Giro

19.04.2023
5 min
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Dopo l’Australia, il silenzio. E complice il ritmo frenetico della stagione appena sbocciata, di Mattia Cattaneo avevamo perso un po’ le tracce. Le foto lo ritraevano risalire la corrente fra il Catalunya e il Giro dei Paesi Baschi e poi sulla rotta del Giro, come supporto per Evenepoel. Perciò, approfittando del fatto che il piccolo capitano sarà impegnato nella Liegi, abbiamo chiesto al bergamasco di fare il punto sulla sua situazione e quella della squadra, la Soudal-Quick Step, che da corazzata del pavé si sta trasformando in gruppo per i Giri.

«Adesso va tutto bene – dice – ci ho messo un po’ a recuperare dalla caduta in Australia. Avevo una micro frattura al piatto tibiale che in sé non era tanto importante, ma si era formato un ematoma all’interno dell’osso che noi si riassorbiva più e di conseguenza faceva un gran male. Non riuscivo a pedalare o comunque a imprimere una forza tale per poter pensare di allenarsi».

Questa caduta alla Cadel Evans Great Ocean Road Race ha procurato la microfrattura che l’ha bloccato
Questa caduta alla Cadel Evans Great Ocean Road Race ha procurato la microfrattura che l’ha bloccato
Vorrà dire che arriverai più fresco al Giro?

La prima parte di stagione è tutta concentrata lì, per cui non sarebbe male. Il Giro del resto quest’anno per noi è molto più importante che altre volte e sento di arrivarci abbastanza bene, sono contento della mia condizione, ma non so ancora se mi porteranno. Il gruppo verrà definito nei prossimi giorni.

Avete parlato del percorso?

Un po’ sì, ma alla fine tanto dipende da come va la corsa. Puoi parlarne quanto vuoi, ma magari immagini una situazione e va nel modo opposto. I grandi Giri in generale sono difficili da prevedere, perché ci sono le dinamiche di tappa e di classifica. Puoi fare una previsione però secondo me è difficile azzeccarci.

La Soudal-Quick Step era la squadra del pavé, ora sta cambiando pelle. Come la vivete?

Credo che ormai sia sotto gli occhi di tutti. La cosa si sta notando e quando questo avviene, vuol dire che il cambiamento è già in atto. Si vede che la squadra sta investendo in questa direzione, ma adesso sta a noi fare in modo che funzioni. Quello delle classiche è sempre stato il momento centrale della nostra stagione, quest’anno il loro posto è stato preso dal Giro.

Se convocato per il Giro, Cattaneo dovrà stare accanto a Evenepoel, sfruttando gambe ed esperienza
Se convocato per il Giro, Cattaneo dovrà stare accanto a Evenepoel, sfruttando gambe ed esperienza
Però sono tutti certi che Evenepoel andrà alla Liegi non di passaggio.

Per quello che lo conosco, credo che voglia fare anche una grande Liegi. Non so come la viva lui, però se fossi al suo posto, non tirerei i freni, ma sarei consapevole che in quelle corse a volte si rischia tanto, quindi terrei la testa un pelino più avanti. Magari vince lo stesso, però secondo me non ci sarebbe da stupirsi se magari in certe circostanze rimarrà un po’ indietro. Bisogna sempre pensare che ha impostato tutta la prima parte di stagione sul Giro, che inizia 10 giorni dopo la LIegi. Credo che correrà per vincere, ma forse avrà un occhio in più.

La tua preparazione è cambiata, visto il lavoro che ti attende?

Ho lavorato come facevo quando dovevo sfruttare le occasioni. Questa volta ho lavorato per aiutare Remco il meglio possibile. Quello che conta è avere la condizione, poi un corridore come me puoi metterlo a tirare le volate oppure in salita, senza grosse differenze.

Sul Teide si è svolto l’ultimo blocco di lavoro in altura prima del Giro (foto Soudal-Quick Step)
Sul Teide si è svolto l’ultimo blocco di lavoro in altura prima del Giro (foto Soudal-Quick Step)
E le crono si faranno a mezzo gas o provandoci?

Dipende da quello che mi diranno. Da parte mia, non ho mai nascosto che la crono è una parte importante di me stesso. E’ un aspetto cui tengo molto, però stiamo parlando di un grande Giro, quindi sicuramente la crono non deve andare a discapito dell’obiettivo finale.

Che cosa farai nei giorni che mancano fino al Giro?

Allenamento, recupero e mangiare nel modo giusto. Quello che davvero contava è già stato fatto, adesso si tratta “solo” di mantenere e magari migliorare un po’ sulla brillantezza nei giorni immediatamente prima. Però senza arrivarci stanco. Le due settimane prima servono più che altro per non perdere condizione e arrivare fresco e pronto alla partenza del Giro. Anche perché poi c’è da correre per tre settimane…

La base di lavoro è più ampia di prima?

E’ la preparazione standard per un grande Giro. Ormai ogni anno si fa sempre un pelino di più perché questo è il ciclismo moderno e se non ti adegui, ti stacchi.

Nella quinta tappa del Giro dei Paesi Baschi, Cattaneo è stato in fuga per 133 chilometri
Nella quinta tappa del Giro dei Paesi Baschi, Cattaneo è stato in fuga per 133 chilometri
Il peso è a posto o bisogna raggiungerlo?

Sono già a posto, nel senso che devo cercare di mantenere quello che ho raggiunto. Onestamente poche volte sono stato così magro, per cui non ho necessità di dire che devo perdere ancora un chilo, né che non fa niente se ne metto su uno. Bisognerà fare la vita da atleti, non puoi permetterti di arrivare a limare il peso all’ultimo, perché rischi di perdere anche un po’ di forza.

Si sente sulle spalle il peso della responsabilità?

Io personalmente sono ancora come gli altri anni, poi magari arrivi a Pescara e l’ambiente ti condiziona. Allo stato attuale sono tranquillo e sereno, poi c’è anche da dire che non sono proprio la persona più agitata del mondo, quindi magari non faccio troppo testo (ride, ndr).

Groves, la freccia Alpecin puntata sul Giro

19.04.2023
5 min
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L’Alpecin non è solo Van der Poel. Trascinata dai successi classici dell’olandese, la squadra appena entrata nel WorldTour sta scalando rapidamente le gerarchie, anzi è già considerata uno dei capisaldi del movimento e a questo ha contribuito anche Kaden Groves. Australiano di 24 anni, su di lui erano cadute le attenzioni dei dirigenti del team quando era ormai certa la partenza di Tim Merlier, il velocista di punta del team.

Groves ha risposto presente, sfruttando Tour Down Under e Parigi-Nizza per prendere le misure con il nuovo treno e poi scatenandosi, con due vittorie alla Vuelta a Catalunya e il successo nella Volta Limburg Classic. Ancora poco conosciuto alle grandi folle, Groves chiarisce subito qual è stata la vittoria che gli ha fatto fare il salto di qualità e prendere in mano le redini della squadra.

«Probabilmente la prima che ho ottenuto, in Catalogna – dice – proprio perché era la prima con la nuova maglia. A dir la verità ho avuto un inizio di stagione difficile, non avevo ancora vinto e sapevo che dovevo rompere il ghiaccio, poi sarebbe stato tutto più semplice. Per questo a quella vittoria tengo molto».

La vittoria nella quarta tappa della Volta a Catalunya ha dato una svolta alla sua stagione
La vittoria nella quarta tappa della Volta a Catalunya ha dato una svolta alla sua stagione
Quali differenze hai trovato passando dal Team Jayco alla Alpecin?

Qualcosa è cambiato. E’ una squadra belga con un roster più internazionale della Jayco, dove c’è una maggioranza di ragazzi australiani, quindi è stata ovviamente la scelta più ovvia per alcuni anni. Era però arrivato il momento di cambiare, di cercare altre strade per affermarmi. Mi sono sistemato molto bene, mi hanno messo subito a mio agio e ho trovato la mia dimensione qui.

Hai preso il posto di uno sprinter puro come Merlier: ti ritieni anche tu un velocista o pensi di poter emergere anche in altre situazioni di corsa?

Certamente mi identifico come un velocista. Voglio dire, ho vinto un certo numero di sprint in passato, anche se penso di aver comunque dimostrato di avere la capacità di sopravvivere a giorni più difficili e forse in futuro essere bravo anche in alcune classiche. Diciamo che mi sento ancora un cantiere aperto…

Quanto influiscono nel vostro team i successi di Mathieu Van Der Poel?

Molto perché solleva lo spirito di squadra, forse togliendo un po’ di pressione a noi altri ragazzi. Ma voglio dire, personalmente, mi sto solo concentrando sulle gare a cui partecipo. Un effetto però c’è, per molti versi i suoi trionfi ci danno la carica e siamo portati a immergerci in questo feeling, a sentire le sue vittorie come nostre anche se magari in quella gara neanche c’eravamo. E questo comporta anche un certo spirito di emulazione che ci porta a dare sempre tutto per vincere. Quindi penso che faccia una differenza enorme, specialmente la stagione che sta vivendo Mathieu con due classiche Monumento già in carniere.

Con Philipsen, Groves costituisce una delle coppie di velocisti più forti del WorldTour
Groves è passato all’Alpecin dopo quattro anni al Team Jayco, formazione di casa
Tu sei stato 4 anni nel Team Jayco, della tua nazione: quanto è importante per il ciclismo australiano avere un proprio team nel WorldTour?

Penso che sia molto importante perché quella squadra è un obiettivo anche per i giovani australiani. La situazione da noi, ciclisticamente parlando, non è così rosea. Non c’è nemmeno una squadra negli under 23, quindi non è facile per i corridori diventare professionisti. Devono trovare i propri trampolini di lancio, sia attraverso l’Asia che l’Europa. Sapere di avere questo approdo è importantissimo, dà spinta a tutto il movimento.

Quanto è stata importante la vittoria alla Vuelta dello scorso anno?

Penso che probabilmente sulla carta sia il mio più grande risultato, soprattutto essendo stato il mio primo grande Giro. Ovviamente ora voglio vincere tappe in tutti e tre le massime corse. Quindi è stata una vittoria molto importante anche per finire bene la mia ultima stagione con il Team Bike Exchange. Ottenere una vittoria nella mia ultima gara con loro è stato davvero speciale, volevo dimostrare che ero ancora motivato anche alla fine della stagione.

La tappa di Capo de Gata alla Vuelta ’22 per Groves è stata il modo per salutare il Team Jayco
La tappa di Capo de Gata alla Vuelta ’22 per Groves è stata il modo per salutare il Team Jayco
Ora ti aspetta il Giro d’Italia…

Penso che il Giro di quest’anno mi si addica molto bene con un sacco di tappe con possibile soluzione allo sprint, ma più difficili di quel che si pensa, il che potrebbe togliere di scena nel momento clou alcuni degli altri velocisti. La squadra potrà aiutarmi molto bene in questi finali. L’obiettivo per me è ovviamente vincere: una tappa sarebbe bello, ma io non voglio accontentarmi. Quindi, non vedo l’ora di passare tre settimane buone in Italia.

Domenica hai corso la Parigi-Roubaix: come la descriveresti?

E’ stata una giornata brutale per il corpo, ma con un bel po’ di fortuna per il nostro team. Abbiamo ottenuto un risultato fantastico con Mathieu, tutti erano felici. Personalmente è stata un’esperienza che mi ha aperto gli occhi e non vedo l’ora che arrivi la prossima, per recitare un ruolo più importante.

L’australiano ha trovato all’Alpecin il suo ambiente ideale, prendendo il posto di Tim Merlier
L’australiano ha trovato all’Alpecin il suo ambiente ideale, prendendo il posto di Tim Merlier
Il mondiale di Glasgow può essere adatto alle tue caratteristiche?

Non se n’è ancora parlato, ovviamente, ma vorrei avere l’opportunità di farlo. Insieme a gente come Ewan e Matthews potremmo andare lì con alcune buone opzioni per portare a casa il risultato. Saremo in agosto, ma non è detto che faccia così caldo e io con il clima più freddo di solito vado abbastanza bene, quindi è qualcosa che non vedo l’ora di fare più avanti nel corso dell’anno.

C’è una gara che sembra disegnata su misura per te?

Se esiste la gara perfetta, non ne sono ancora sicuro. Dovremo vedere in futuro come posso crescere, ma il mio sogno sarebbe vincere proprio la Roubaix, come ha fatto Mathieu…

Cecchini: gregaria a primavera, capitana d’estate

19.04.2023
5 min
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Elena Cecchini è di nuovo in Belgio. La campionessa del Team Sd Workx, in pratica si è fatta tutta, ma proprio tutta la campagna del Nord. Questa mattina inizia anche la caccia alle prove delle Ardenne: Freccia, fra pochissimo, e Liegi domenica.

«Peccato – si toglie subito un sassolino Elena (e giustamente aggiungiamo noi) – che ci siano orari di partenza assurdi. Alle 8,35 la Freccia e alle 8,40 la Liegi, da Bastogne. Oltre che non ci sarà nessuno, si tratta anche di motivazioni tecniche. Fa freddo, bisogna alzarsi alle 5 per fare una buona colazione. Insomma, non è un allenamento».

Elena Cecchini (classe 1992) è alla 13ª stagione da pro’
Elena Cecchini (classe 1992) è alla 13ª stagione da pro’
Elena, come accennato, stai facendo tutte le gare del Nord: muri, pavè e cotes…

In pratica sì. E stata un primavera strana, perché sono fuori da fine febbraio ma alla fine ho fatto solo 7-8 corse, però tutte importanti. Queste classiche sono stancanti. Alcune richiedono anche due giorni di recupero pieni. E non è facile perché di testa senti il bisogno di staccare, anche se magari fisicamente stai bene. Ma si sa che quando la testa fa fatica, poi tutto il resto non gira al meglio. Io sono “sul pezzo” da fine novembre.

Più qualità che quantità dunque…

Esatto. Con il team è stata fatta questa scelta di puntare a tutte gare di prima fascia e per questo non ne ho fatte tante. Riguardo alle Ardenne, invece, in qualche modo sono stata io a propormi. 

Come mai?

Perché sapevo che avrei potuto dare il mio supporto. Anche se non sono proprio le mie gare ho detto alla squadra: «Se c’è bisogno, io ci sono». E poi c’era anche la volontà di allungare un po’ la lista delle gare da mettere nelle gambe, visto che a maggio mi aspetta un periodo di preparazione.

Hai parlato di scelta di gare di primo livello. Con Lotte Kopecky e Demi Vollering avete praticamente vinto tutto. C’è questo senso d’imbattibilità stile Pogacar? Lo avvertite intorno a voi?

Vi dico questo e lo dico con umiltà. In ogni ritiro, abbiamo fatto allenamenti di qualità. Lavori pesanti e tanta quantità. Ricordo che durante uno di questi camp ho detto a Danny Stam (diesse e team manager della Sd Workx, ndr): «Alle classiche andremo forte». Lui mi ha chiesto il perché. Gli ho risposto: «Al termine di ogni allenamento sono sfinita. Soffro tanto, ma vedo anche che io sto bene. Esprimo dei bei valori». Ormai un po’ di esperienza per capire le cose ce l’ho e infatti…

Cecchini punta ad un’estate da protagonista. Elena è “a tutta” già da fine novembre. Ora uno stacco, poi le gare da leader
Cecchini punta ad un’estate da protagonista. Elena è “a tutta” già da fine novembre. Ora uno stacco, poi le gare da leader
Cecchini profeta in patria, insomma!

Riguardo al senso d’imbattibilità non ci sentiamo imbattibili. Abbiamo anche perso come a Roubaix, per esempio. Siamo consapevoli che è un periodo. Non sarà tutto l’anno così. Ad un certo punto gli stati di forma si livelleranno. Per esempio già per la Liegi vedo un team Trek-Segafredo super competitivo. Come si dice: vincere, aiuta a vincere. E chi, come me, deve aiutare lo fa con piacere. In squadra c’è sintonia. Stiamo facendo qualcosa di straordinario, è vero, ma dobbiamo goderci il momento. Sapendo, come ho detto, che non sarà sempre così.

Chiarissima…

Al Fiandre ho parlato con Anna Van der Breggen e lei mi ha detto di essere preoccupata perché sentiva  di avere gli occhi addosso. Mi diceva: «Quando c’è una riunione di diesse o altri direttori parlano, arriviamo noi della Sd Workx e l’ambiente s’irrigidisce. E’ come se avessimo tutto il gruppo contro». In parte la sentiamo anche noi atlete questa tipologia di pressione. 

Prima, Elena, hai parlato di maggio come un mese di preparazione per te. Cosa ci puoi dire?

Dopo la Liegi, andrò una settimana a casa per staccare un po’ e poi salirò a Livigno per tre settimane. Lì ci saranno Barbara Guarischi e altre ragazze. Poi vorrei scendere e fare il Turingen. E sarebbe importante farlo perché il Women’s Tour è saltato e so che altre gare sono in difficoltà finanziarie. In ogni caso da lì inizierò poi a fare dei lavori specifici in vista del Giro, degli italiani… Senza contare che con il mondiale ad agosto diventa una stagione un po’ strana.

Un bel cambiamento…

Ci voleva per me, ma certo è un bel caos organizzativo. Vedo che mette pressione alle Federazioni. Ma credo che per le atlete sia bello. In più il percorso scozzese è anche adatto alle mie caratteristiche. L’obiettivo è fare bene al mondiale. Arrivarci in condizione.

Elena ha raccontato di un team affiatato e coeso, nel quale tutte alla fine hanno le loro possibilità
Elena ha raccontato di un team affiatato e coeso, nel quale tutte alla fine hanno le loro possibilità
E come farai per arrivare al meglio a quegli appuntamenti?

Con delle gare, con gli specifici e con il dietro motore. Il fatto che alcune corse potrebbero saltare mi consente d’impostare l’altura in un certo modo. Ovvero curando davvero la base, l’endurance, senza per forza dover inserire dei lavori intensi verso la fine del ritiro. Sarà un’altura al 101%, in cui bisognerà ascoltare molto il proprio corpo. Diversa. Stimolante.

Sin qui hai aiutato molto le tue compagne. Le tue gambe e la tua esperienza sono state messe al loro servizio: ma questa estate ci sarà più spazio per Elena Cecchini?

Sì, sì… Una cosa speciale della Sd Workx è che si può avere la propria occasione. E’ palese che in un team come il nostro ci sono almeno quattro super leader, ma è altrettanto vero che se al Giro per esempio mi ritrovo in fuga magari mi lasciano spazio. O se dico: «Oggi vorrei fare la tappa», loro mi supporteranno. Chiaro che in classiche così importanti come quelle Nord, che tra l’altro per loro sono come dei mondiali – credetemi – ci si mette a loro disposizione.

Danno più garanzie…

Certo, ma anche per noi che dobbiamo aiutarle c’è un approccio diverso. Poi un conto è una classica: corsa secca di un giorno. Un conto è una corsa a tappe. Sai che non tutti i giorni puoi essere sul pezzo, anche la tua capitana può essere meno concentrata. Insomma, cambia tutto per lei e anche per te che devi aiutare.

Tour of the Alps, a Renon il secondo timbro di Tao

18.04.2023
5 min
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RENON – «Grazie per il complimento, ma sono magro come gli altri anni. Forse sembriamo più in forma del solito quando vinciamo». Tao Geoghegan Hart ha appena vinto anche la seconda tappa del Tour of the Alps e ci risponde col sorriso in conferenza stampa quando, fra le tante considerazioni, gli facciamo notare che appare più tirato che in passato.

La condizione psicofisica del 28enne della Ineos Grenadiers parla chiaro fin da inizio stagione. Finora ha disputato solo gare a tappe ottenendo risultati e prestazioni importanti. Terzo nella generale alla Valenciana con una vittoria, sesto alla Ruta del Sol ed ancora terzo alla Tirreno-Adriatico con due podi parziali. Ora due successi su due al Tour of the Alps, diventata ormai la sua corsa in cui ha percentuali da cecchino. Sette frazioni disputate (su due partecipazioni) e quattro vittorie. Anche per questo Tao è decisamente sereno e di buon umore davanti a penne e taccuini nel post-gara.

Tao vince anche a Renon dopo il successo ad Alpbach nella prima tappa
Tao vince anche a Renon dopo il successo ad Alpbach nella prima tappa

Ieri e oggi

L’arrivo a Renon sulla pista esterna di pattinaggio della Ritten Arena, al termine di una salita spezzata in tre tronconi, è un affare a nove uomini. Tao bissa il sigillo di ieri rafforzando la maglia verde di leader grazie al solito “lavorone” della sua Ineos, anche se dopo la linea sembra contrariato per qualcosa.

«Le difficoltà tra ieri e oggi – spiega subito il vincitore del Giro d’Italia del 2020 – sono state simili. I miei compagni mi hanno aiutato a controllare la corsa, senza far prendere troppo spazio alla fuga. Sono orgoglioso di loro. D’altronde come non potrei esserlo, basta guardare chi sono i nomi. Al mio servizio, per esempio, c’è uno che ha vinto il Tour de France (riferendosi a Geraint Thomas, ndr), poi altri ragazzi che hanno vinto tanto in carriera, compreso De Plus che per me è il miglior gregario in salita. Siamo la squadra più forte ».

Dopo l’arrivo Geoghegan Hart e Haig (secondo al traguardo) si chiariscono sul finale di tappa
Dopo l’arrivo Geoghegan Hart e Haig (secondo al traguardo) si chiariscono sul finale di tappa

«Appena tagliato il traguardo – confessa Geoghegan Hart – non ero arrabbiato né con Haig (secondo al traguardo, ndr) né con nessun altro. Diciamo che gli ultimi 300 metri non mi hanno entusiasmato. Gall (austriaco della Ag2R Citroen, ndr) è caduto in curva prima che entrassimo nell’arena e mi sono un po’ spaventato. Mi è dispiaciuto perché non voglio che nessuno cada o si faccia male. Sappiamo quanto una caduta o una curva talvolta possano cambiare tutto. Mi piace tanto il Tour of the Alps e mi piace tanto la sua organizzazione ma forse questo finale non è stato il top. In ogni caso non vogliamo che sia questo episodio a sporcare una giornata perfetta».

Nelle prime due tappe del Tour of the Alps, la Ineos Grenadiers ha lavorato tanto in salita
Nelle prime due tappe del Tour of the Alps, la Ineos Grenadiers ha lavorato tanto in salita

Vista sul Giro

Appena entra in sala stampa, Tao guarda fuori dalla finestra il panorama dell’altopiano di Renon e del Massiccio dello Sciliar. Queste montagne gli piacciono proprio, ha un legame forte col Trentino-Alto Adige ma all’orizzonte c’è il Giro d’Italia, il suo obiettivo.

«Dopo il Tour of the Alps – racconta – farò qualche giorno di riposo, poi riprenderò il programma di allenamenti in vista del Giro. Adesso mi sento bene e in questi due giorni sono stato attento a non spingere a fondo. Sono stato paziente nel gestire gli ultimi chilometri e se farò altrettanto al Giro, allora credo che potrò fare molto bene. Il primo step sarà quello di passare indenne le prime dieci tappe, tra i vari eventuali problemi che possono capitare in una gara del genere. Troppo avanti di condizione? No, non direi. Stavo bene alla Tirreno come adesso, non vedo perché non dovrei stare bene anche fra un mese e per tutto maggio».

Geoghegan Hart ringrazia uno sfinito De Plus. Per Tao l’olandese è il miglior gregario in salita
Geoghegan Hart ringrazia uno sfinito De Plus. Per Tao l’olandese è il miglior gregario in salita

«Ogni gara ha la propria difficoltà – prosegue Geoghegan Hart – e noi dobbiamo essere bravi ad adattarci. Nel ciclismo moderno le corse si aprono molto prima e possono cambiare più in fretta. Adesso penso ai prossimi giorni del Tour of the Alps che non saranno semplici poi guarderò alle tappe del Giro. Preferisco studiarle più sotto data perché quando l’ho fatto con anticipo le mie aspettative sono state disattese. Ad esempio ieri su Facetime la mia fidanzata mi ha chiesto come fosse la tappa di oggi ed io le ho risposto che non era troppo impegnativa. Invece sono stato smentito, ma anche sorpreso.

«Amo il vostro Paese – conclude Tao abbozzando un italiano molto basico ma abbastanza comprensibile – perché c’è una grande cultura ciclistica. Per me Italia e ciclismo è sempre stato un binomio stretto. Il ciclismo è uno sport che regala grandi emozioni e corro sempre con l’idea di proteggere la storia di questo sport. E poi, se non lo sapete, ho una zia di Pinzolo… quindi per uno nato a Londra, potete immaginare cosa rappresentino per me questi paesaggi di montagna».