Un caffè con Battistella e quello scatto alla Freccia

22.04.2023
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Al penultimo passaggio sul Muro d’Huy, Samuele Battistella era nelle prime posizioni. Poco prima della linea d’arrivo, dove la pendenza si addolcisce, aveva spinto forte. Poi dopo qualche pedalata si era voltato. Forse era troppo avanti, non oltre la terza, quarta posizione. Si vedeva che voleva fare qualcosa. E infatti…

Giusto il tempo di vedere sfilare le ammiraglie, che quando abbiamo rimesso gli occhi sul monitor il corridore dell’Astana Qazaqstan era in fuga. Era quasi impossibile che arrivasse quel tentativo, si sapeva, ma era un bel segnale da parte di Samuele. Per la prima volta si è fatto vedere in questa stagione e per di più lo ha fatto su un palcoscenico importante.

L’affondo nel giro finale della Freccia: un bel segnale da parte di Samuele
L’affondo nel giro finale della Freccia: un bel segnale da parte di Samuele

Segnali positivi

«Diciamo che sono soddisfatto – racconta Battistella – perché magari non tutti lo sanno, ma io arrivo da un mese in cui non sono stato per niente bene di salute. Ho avuto delle influenze veramente pesanti che mi hanno portato proprio a zero.

«Ho provato ad anticipare perché sapevo che non avrei avuto nessuna possibilità con i big. Ma è stato importante anche perché è stata una fuga di gambe. Una fuga che ho promosso io su uno strappo e questo mi dà fiducia.

«Come mai sono stato così male? Già non ero okay prima di alcune corse, vedi la Ruta del Sol, e alla fine dopo la Tirreno ero davvero kappaò. Ho fatto delle analisi e sono emersi valori per i quali mi sono dovuto fermare. Un periodo di stop totale. Poi sono sono andato sul Teide e da lì ho ripreso piano, piano. Quasi da zero. Di fatto è una ventina di giorni che pedalo di nuovo».

Battistella (classe 1998) al termine della Freccia Vallone
Battistella (classe 1998) al termine della Freccia Vallone

Più gambe, più morale

Spesso in certi casi il linguaggio del corpo vale più delle parole e a parlare è il tono di Battistella. Un tono squillante. E lo era anche subito dopo l’arrivo della Freccia, con tutta la stanchezza addosso.

«Ho lavorato bene questo mese – va avanti il veneto – e se devo dire la verità, per come ero messo non sapevo neanche se sarei riuscito a partecipare a queste classiche, perché la mia forma era davvero molto scarsa. Però dai, già l’altro giorno all’Amstel sono andato abbastanza bene e alla Freccia ancora meglio. Mi manca quella percentuale per arrivare davanti, ma vedo che sto crescendo passo dopo passo».

E il giorno successivo alla Freccia, Samuele era ancora più sereno. Mentre si preparava un caffè, ci raccontava che aveva analizzato i dati della sua gara e ne erano emersi finalmente dei buoni valori.

Samuele Battistella sul Muro d’Huy. Il veneto ha ripreso a correre all’Amstel dopo 46 giorni senza gare nel pieno della stagione
Samuele Battistella sul Muro d’Huy. Il veneto ha ripreso a correre all’Amstel dopo 46 giorni senza gare nel pieno della stagione

L’importanza di correre

Cambiano le metodologie di allenamento. Vediamo, per esempio, che Roglic ed Evenepoel prima del Giro d’Italia correranno poco, ma la gara resta la gara. E questa serve per il ritmo, per i picchi di fatica, per la testa. E in tal senso per Battistella è stato importante aver corso l’Amstel Gold Race, forse più della Freccia, anche se lì ha disputato una gara senza squilli.

Fare una “quasi monumento” senza la minima certezza vuol dire molto. Un corridore vive anche di sensazioni. Samuele è uscito, anzi si è ritirato, dalla Tirreno distrutto. E 46 giorni dopo eccolo concludere una classica con un sacco di curve, di muri e 3.300 metri di dislivello ad oltre 42 di media.

«E’ vero, l’Amstel è stata importante – ha detto Battistella – adesso sto ragionando passo dopo passo, cercando di far rientrare tutto nei piani, ma senza affrettare i tempi perché comunque il tempo ci vuole affinché la condizione sia quella giusta. Anche perché voglio essere al top per il Giro d’Italia. Manca ancora un po’, ma va bene così».

Il record su Strava è un messaggio per Pogacar?

22.04.2023
5 min
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Il record di Strava sulla Redoute nel giorno di allenamento, ieri mattina. Mentre Pogacar sulla stessa cote ardennese faceva video, Remco Evenepoel si è presentato così ai suoi tifosi, dopo il ritiro sul Teide e alla vigilia della Liegi. Da vincitore uscente non poteva mancare, ma è ben consapevole che si troverà davanti un Pogacar pressoché intoccabile. La sensazione tuttavia è che non se ne stia facendo una malattia, consapevole (come ci aveva detto Cattaneo) che il vero focus della stagione sarà il Giro d’Italia.

«Quell’accelerazione – spiega sorridente – serviva principalmente per “aprire le gambe”. Avevo bisogno di un po’ di intensità dopo gli ultimi giorni più tranquilli e il volo di ritorno da Tenerife. Quindi uno sforzo supplementare di cinque minuti poteva aiutarmi. Infatti ha funzionato bene. E voi adesso avete da scrivere… (ridacchia, ndr)».

Nell’incontro con la stampa prima della Liegi, un Evenepoel molto rilassato e motivato
Nell’incontro con la stampa prima della Liegi, un Evenepoel molto rilassato e motivato
Sta di fatto però che tu sei appena sceso dall’altura, mentre lui (Pogacar) è nel pieno di una condizione eccezionale.

Già un paio di altre volte sono tornato dall’altura e sono andato subito bene. Penso che l’esempio migliore sia San Sebastian dello scorso anno. Scesi, vinsi e poi andai alla Vuelta. Ecco perché abbiamo optato per questo approccio, cercando di rimanere il più a lungo possibile in quota. Finora sta andando tutto bene. Giovedì abbiamo avuto qualche ritardo di troppo con i voli, ma ho passato una buona notte e ieri ho fatto una bella ricognizione sul percorso.

Si dice che Pogacar sia imbattibile.

Le cose sono un po’ diverse da come paiono da fuori. Tadej è in forma dalla Sanremo e questo lungo periodo ai massimi livelli lo trovo piuttosto impressionante, così come il fatto che abbia già vinto due Tour. Colpisce che certi numeri per lui siano normali. E’ stato il numero uno al mondo per quasi due anni, merita rispetto, perché è forte ed è anche un ragazzo super simpatico.

San Sebastian 2022: Remco è appena sceso dall’altura, vince la Clasika e poi va a conquistare anche la Vuelta
San Sebastian 2022: Remco è appena sceso dall’altura, vince la Clasika e poi va a conquistare anche la Vuelta
State seguendo due programmi diversi, ma intanto per l’organizzazione, la Liegi sarà Pogacar contro Evenepoel…

Penso che sia un onore essere uno dei due favoriti nella classica più bella dell’anno. E’ innegabile che abbiamo seguito due preparazioni completamente diverse. La mia ha il focus sul Giro, lui da lunedì sarà in vacanza.

Questo significa che la Liegi non è un obiettivo?

Domenica sarà un grande test e spero di avere anche una grande giornata. Abbiamo fatto una buona preparazione la scorsa settimana, un sacco di lavoro di base, dato che in una gara come questa contano soprattutto le ultime ore. Alla fine parlano le gambe.

La Liegi è gara di rientro per Alaphilippe, dopo la caduta del Fiandre (foto Wout Beel)
La Liegi è gara di rientro per Alaphilippe, dopo la caduta del Fiandre (foto Wout Beel)
Cosa ti pare della modifica al percorso dopo Redoute? Hanno tolto il falsopiano su cui attaccasti lo scorso anno…

Eppure il nuovo finale è… fantastico. Sarà la Liegi più difficile degli ultimi quindici anni. La nuova Cote de Cornemont dopo la Redoute ha la tipica strada delle Ardenne, con molte buche e cattivo asfalto. Poi si continua a salire e scendere. Avremo bisogno di una strategia completamente diversa rispetto allo scorso anno. Il cattivo tempo e il vento a favore renderanno il finale più difficile. Sospetto che la gara sarà già esplosa sulla Cote de Wanne (a più di 80 chilometri dal traguardo, ndr). Oppure forse da Bastogne (ride, ndr).

La vittoria dell’anno scorso è stata una svolta?

E’ stata un enorme impulso alla mia autostima e alla fiducia in me stesso e in quello che posso fare nelle grandi gare. Da allora i miei risultati sono diventati più stabili rispetto a prima. Nelle gare del WorldTour mi sono sempre espresso ad alto livello e sono convinto che continuerò a farlo anche nelle prossime settimane.

E’ il 24 aprile 2022, Remco Evenepoel conquista la Liegi a 22 anni. Con lui, Bramati (foto Facebook/Getty)
E’ il 24 aprile 2022, Remco Evenepoel conquista la Liegi a 22 anni. Con lui, Bramati (foto Facebook/Getty)
Pogacar sarà l’osservato speciale?

A essere onesto, non sto davvero guardando nessuno. Abbiamo un piano per fare la nostra gara e provare a vincerla. Siamo molto fiduciosi di poterlo battere. In gruppo ci sono molti corridori in forma, ma ovviamente è logico che Tadej sia il favorito.

A che punto è la tua forma?

Il 100 per centro sta arrivando e forse anche il 105. Se domenica dovessi avere solo brutte sensazioni, vorrebbe dire che abbiamo fatto qualcosa di completamente sbagliato. Al giorno d’oggi i programmi di allenamento sono così ben organizzati e rispettati alla lettera, che è abbastanza logico arrivare al massimo nel momento giusto.

Come vedi un arrivo in volata?

E’ sempre meglio arrivare da soli, ma se sto bene, non ho paura dello sprint. Ho battuto Roglic che a sua volta ha battuto Pogacar. La Liegi è lunga 260 chilometri, probabilmente nel finale pioverà. Non farà caldo. Sarà una corsa estenuante, quindi alla fine sarà una specie di sprint tra cigni morenti e si spera che io sia quello meno morto.

Evenepoel è arrivato giovedì da Tenerife e ieri ha pedalato sul finale della Liegi (foto Wout Beel)
Evenepoel è arrivato giovedì da Tenerife e ieri ha pedalato sul finale della Liegi (foto Wout Beel)
La squadra non ha vinto classiche, ti senti un po’ di pressione addosso?

No, è diverso dallo scorso anno. Siamo qui preparando il Giro, ma faremo tutto il possibile per vincere. Sulla carta abbiamo la squadra più forte. Tranne forse Pieter Serry, tutti gli altri potrebbero vincere. Potrebbe vincere anche lui, ma dovrà tirare dall’inizio e credo che questo non gli piacerà (ride, ndr).

Il risultato di domenica influenzerà l’avvicinamento al Giro?

No, questa è una gara di un giorno in cui devi sperare che tutto vada bene. Una gomma a terra può rovinare tutto. Perciò lunedì andrò a Calpe per un nuovo ritiro e volterò pagina, qualunque sarà il risultato di domenica. Anche se sono molto fiducioso che non sarà una brutta giornata.

Col telefono sulla Redoute, ma con la testa già a domenica

21.04.2023
6 min
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La Redoute con il telefono in mano per riprendere le scritte, appena fatte, che portano il suo nome. Un sorriso grosso così. E i compagni intorno pronti a proteggerlo da qualche tifoso e cicloamatore più invadente di altri. E’ la vigilia della Liegi-Bastogne-Liegi di Tadej Pogacar.

La UAE Emirates, a dispetto di altri team che hanno ripassato gli ultimi 75 chilometri e prima ancora avevano fatto la mitica tripletta Wanne, Stockeu e Haute-Levée in macchina, ha percorso “solo” gli ultimi 55 chilometri. Quindi sono partiti dalla Rosiere. E sono arrivati proprio dentro Liegi. Tagliando il traguardo di domenica.

«Dettagli – ci spiegano i tecnici Gil e Marcato – che possono fare la differenza. Si vede come il rettilineo finale tiri un “filino” a scendere».

La Redoute si anima

Le storie si susseguono sulla Redoute. Passano i corridori, gli ospiti dei vari team e tra questi c’è anche Francesco Busatto. Il giovane corridore della Circus-ReUz-Technord, in pratica la continental della Intermarché-Wanty Gobert, ha vinto la Liegi U23 e oggi scorta i Vip dei suoi sponsor su queste rampe.

Intanto sotto, a “casa” Gilbert l’area dei camper va riempendosi. Si scrive su ogni centimetro di asfalto e il tendone Gilbert appunto è un via vai di vettovaglie. Si allestisce la zona hospitality più bramata della Vallonia.

Passano atleti ed atlete. Demi Vollering segue di qualche minuto la nostra Marta Cavalli. Ma poi si alza un piccolo boato e allora si intuisce che può essere uno tra Pogacar o Evenepeol.

La UAE Emirates ha fatto tutta la ricognizione a ritmo blando
La UAE Emirates ha fatto tutta la ricognizione a ritmo blando

Telefono in mano

E’ Tadej che sale allegro con i suoi compagni. Telefono in mano, riprende le scritte col suo nome ma è anche attento.

«Se il percorso è più duro? Sarà la gara a renderlo più duro, ma di certo dà meno respiro. La Redoute è un po’ più corta, poi però c’è meno spazio per recuperare – dice Pogacar – in ogni caso è una gara molto lunga.

«La mia condizione è buona. Sono in forma da molto tempo è vero, ma credo forse di essere un po’ più forte rispetto alla Sanremo».

Parlando di Redoute non si può non parlare di Gilbert. Tra l’altro Pogacar può emularlo conquistando la tripletta delle Ardenne: Amstel, Freccia e Liegi.

«Ho un bel rapporto con Philippe e spesso a Monaco vado nel suo negozio per farmi sistemare la bici. Ha un ottimo servizio. Ma credo che essendo belga dia più consigli a Remco piuttosto che a me!

«Che corsa mi aspetto? Che possa esplodere prima, tanto più se ci dovesse essere brutto tempo come sembra. Anche perché poi dopo la Redoute è davvero tutto molto veloce e senza respiro». 

Da notare che Pogacar è sempre stato in testa. Segno che se anche scherzava era concentrato. E’ lui che doveva memorizzare strade, curve e pendenze
Pogacar sempre in testa: anche scherzava era concentrato. E’ lui che deve memorizzare strade, curve e pendenze

Difficile recuperare

Il nuovo percorso in effetti, sembra essere più tosto. E’ ancora una volta la Redoute in qualche modo a dettare legge. In pratica appena finisce il muro di questa mitica cote, non si prosegue per quei 700-800 metri di falsopiano, che spesso hanno fatto la differenza, ma si scende immediatamente a valle con una curva a gomito. Strada stretta e poi una curva a 90 gradi verso sinistra.

Da qui in poi, sulla carta manca una cote, ma in realtà il tracciato è più nervoso. Prima infatti c’era un bel segmento di strada larga e in qualche modo si andava regolari. Anche se si faceva lo Sprimont. Ora invece ci sono due “zampellotti” prima di ricongiungersi al tracciato originale. Due zampellotti con pendenze che sforano anche il 10 per cento, ma soprattutto le strade sono strette e ricche di curve. 

Chi ha gamba può scappare via bene. Chi sta dietro fa fatica ad organizzarsi.

Spunta Remco

Tutti aspettano il duello tra Pogacar ed Evenepoel. E anche Tadej sembra essere molto concentrato sul campione del mondo. Quando infatti gli chiediamo se oltre a Remco teme altri corridori la sua risposta è molto diplomatica.

«Non guarderò solo lui – dice lo sloveno – ma sono contento che ci sia. Ci sono molte squadre con formazioni fortissime. Penso alla Israel, alla Ineos, alla Jumbo… Non sottovaluto nessuno. Ogni leader potenzialmente può vincere».

Tadej spera in una corsa dura. Lui glissa ma per una volta forse non saranno loro a dover prendere in mano la gara, come invece è successo ad Amstel e Freccia. Lo sloveno può permettersi di arrivare in volata. Ci si aspetta che sia la Soudal-Quick Step di Remco a spingere.

«Forse può andare così – dice Tadej – lui viene da un periodo di altura, magari non sarà super brillante, ma una volata dopo tanti chilometri non è scontata e Remco è migliorato molto. In più non posso rispondere bene a questa domanda: non ho mai fatto uno sprint con lui. Non so quanto è veloce».

Ma Remco spunta davvero e non solo nei discorsi. Andando avanti con la ricognizione, sulla Roche aux Faucons eccolo guidare il suo team. Anche lui parla serenamente. C’è la tv e anche lui sembra lasciarsi scivolare il mondo addosso. 

Il duello più atteso è iniziato in ogni caso. Dopo Van Aert e Van der Poel ci potremmo godere questo altro dualismo. Un dualismo più da salita.

Preso il Tour of the Alps: ora la Ineos punta al Giro

21.04.2023
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BRUNICO – Arriva, per la seconda volta di fila, la fuga. Con Simon Carr che conquista l’ultima tappa della corsa trentina. La Ineos, invece, si porta a casa questa edizione del Tour of the Alps, i granatieri tagliano il traguardo tutti insieme, allineati e seri. Con un bel gesto di Tao Geoghegan Hart che dà una pacca sulla spalla a Thomas una volta tagliato il traguardo.

Sopra l’ammiraglia, in questi giorni, c’era Matteo Tosatto, il quale si avvicina all’ennesimo Giro d’Italia alla guida della Ineos Grenadiers. Quando si parla della formazione inglese non si può non annoverarla tra le favorite alla Corsa Rosa. Le settimane al via del Giro sono sempre meno, la tensione tra gli appassionati e gli addetti ai lavori sale. Dopo la vittoria della classifica generale al Tour of the Alps gli occhi saranno ancora di più addosso alla formazione britannica.

Simon Carr a Brunico ha regalato la vittoria alla EF Education Easy Post
Simon Carr a Brunico ha regalato la vittoria alla EF Education Easy Post
Tosatto, questo Tour of the Alps ha dato delle prime risposte?

Probabilmente sì, i ragazzi che hanno corso qui hanno tutti fatto un training camp in altura nelle settimane precedenti, sapevamo di arrivare con una buona condizione. Tao (Geoghegan Hart, ndr) ha vinto le prime due tappe, è stato in maglia dal primo all’ultimo giorno e penso che sia in ottima forma.

E’ arrivata qualche informazione in più in questi giorni?

La situazione è molto chiara, la cosa principale adesso è recuperare in vista del Giro. Anche le gerarchie sono certe: Geoghegan Hart è in ottima forma e Thomas migliora giorno dopo giorno, loro saranno i nostri capitani al Giro d’Italia.

Geoghegan Hart è andato forte, possiamo dire che lo avete ritrovato? 

Quest’anno è stato molto regolare, da febbraio ad oggi si è messo sempre in luce, sta acquistando un’ottima forma. Anche se al Giro manca ancora tanto, soprattutto all’ultima settimana, dobbiamo stare calmi e fare la migliore selezione.

Tanta salita e altrettanta fatica qui in Trentino…

Il Tour of the Alps è sempre una bella corsa per noi, ci sono tappe corte ma impegnative che ci danno una grossa mano a preparare il Giro al meglio.

Il percorso del Giro è particolare, con tre cronometro un po’ atipiche.

Tutti dicono che sono tre prove contro il tempo, io ne considero solamente due. L’ultima è una cronoscalata molto difficile, con una salita vera da fare al ventesimo giorno di corsa. Le prime due cronometro sono adatte ai nostri ragazzi se ci pensiamo bene. Però, mi sento di dire che con il livello che c’è non si potrà fare molta differenza. 

Le altre tappe come le hai trovate?

Impegnative, l’ultima settimana è davvero tosta. Ma anche prima non si scherza, la tredicesima frazione, con arrivo a Crans Montana, prevede due salite lunghe dove si toccano quote importanti. Lì si potrà fare la differenza, penso sarà un Giro aperto per molti corridori. 

Dove si può vincere questo Giro?

Il Giro d’Italia, in generale, si vince e si perde in salita, bisogna essere pronti nelle tappe impegnative e saper soffrire nei momenti in cui si dovrà farlo. 

Avete già evidenziato qualche tappa?

Abbiamo fatto delle ricognizioni, penso che si debba partire bene e stare lontani dai pericoli. La prima tappa spartiacque sarà quella di Crans Montana e l’ultima settimana in toto. I ragazzi affronteranno delle salite davvero impegnative, la storia poi insegna che negli giorni finali, si può perdere il Giro ovunque, anche su una salita al cinque per cento. 

Il percorso si avvicina molto alle caratteristiche di Arensman, il vostro ultimo acquisto, come lo gestirete?

E’ al primo anno con noi e non è facile adattarsi ai metodi di lavoro di una nuova squadra. Ha fatto una prima parte di stagione correndo in supporto dei suoi compagni, sicuramente, come dicevamo, fare il Giro accanto a Thomas gli sarà utile. Si tratta di un’esperienza importante da portare a termine ed avrà l’occasione di imparare molto. E’ cresciuto anche lui con il passare delle tappe, ha avuto un po’ di problemi post altura.

A differenza dello scorso anno vi presenterete con più di un capitano?

E’ fondamentale avere una “carta di scorta”. Fare un Giro per provare a vincerlo con tre o quattro capitani è difficile, tuttavia penso che avere due ragazzi che partono allo stesso livello sia importante. Poi la strada dirà chi è il più forte, le gerarchie si decideranno insieme loro e con lo staff. 

Avete due corridori, Thomas e Geoghegan Hart, che hanno già vinto dei Grandi Giri, quanto è importante avere questo tipo di esperienza?

Sarà assolutamente un punto di forza per noi, partire con un corridore che ha già vinto un Tour de France (Thomas, ndr) e l’altro che ha vinto il Giro (Geoghegan Hart, ndr) ci rende più tranquilli per la gestione della corsa. Poi ripeto, saranno le gambe a fare la differenza, vedremo ai momenti cruciali come ci arriveremo.

Quella mezza maratona di Wurf dopo la Roubaix…

21.04.2023
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Si è parlato non poco del post Roubaix di Cameron Wurf. E giustamente ci verrebbe da dire! Il corridore della Ineos Grenadiers infatti dopo essersi sciroppato 256 chilometri (di cui 55 sul pavé) ha pensato bene di aggiungere alla sua attività sportiva una mezza maratona. Qualcuno gli ha dato del folle, in realtà è stato molto meno folle di quel si possa pensare. Vediamo perché.

Anzi non una “mezza”, ma 400 metri di più per essere precisi. L’australiano infatti ha corso a piedi per 21,6 chilometri. Ma perché? Wurf è (anche) un triatleta. Tempo fa aveva smesso di essere un pro’. Al termine della stagione 2014, per sei anni è stato un triatleta a tutti gli effetti. Ha ripreso a correre nel 2020. Nel 2016 ha disputato il suo primo Ironman e non a caso è rientrato con la Ineos Grenadiers, squadra che da sempre cura molto la cronometro.

La doppia attività di Wurf postata su Strava: prima la Roubaix, poi la mezza maratona a piedi (passo 4’06” al chilometro)
La doppia attività di Wurf postata su Strava: prima la Roubaix, poi la mezza maratona a piedi (passo 4’06” al chilometro)

Wurf e l’Ironman

Ma facciamo però chiarezza sul tema dell’essere triatleta. Cameron infatti è uno dei migliori nell’IronMan, vale a dire il triathlon originario: quello che ha dato il via a questa disciplina, 3,8 chilometri di nuoto, 180 in bici e la maratona (42,195 metri) di corsa. E solitamente chi primeggia in questo tipo di triathlon non fa parte di coloro che puntano alle Olimpiadi (1,5 chilometri di nuoto, 40 in bici, 10 di corsa). Quello è un altro mondo. Un po’ come le marathon e il cross country in mtb.

«Sto cercando di migliorare la mia condizione in vista dei mondiali di Ironman – ha detto Wurf a Sporza – dopo la Roubaix avrei voluto correre un po’ di più, ma ormai si era fatto buio».

Wurf, ironicamente, aveva poi commentato sui suoi canali social: “Ora ho fame”. E poi aveva pubblicato su Strava la sua “mezza”.

Buon nuotatore, super ciclista (è suo il record della frazione in bici dell’Ironman), Cameron è anche un ottimo podista (foto Instagram)
Buon nuotatore, super ciclista (è suo il record della frazione in bici dell’Ironman), Cameron è anche un ottimo podista (foto Instagram)

Professionalità massima

Qualcuno ha criticato questa impresa istrionica. L’accusa? Poteva fare di più per Ganna. Se finisce una Roubaix e poi ha la forza di correre evidentemente non ha dato tutto.

In realtà lo stesso Wurf ha spiegato che prima di tutto ha corso per Pippo. Ha cercato di proteggerlo e di portarlo avanti. Poi quando la corsa è esplosa e Ganna era al sicuro, davanti con i big, Cameron ha iniziato la sua Roubaix.

«Negli ultimi 80 chilometri – ha continuato Wurf – ho iniziato a pensare al mio allenamento a piedi. Dopo la Foresta di Arenberg il mio compito era finito. Senza contare che proprio davanti a me c’è stata la caduta di Wright e Van Baarle. Da lì sarei stato comunque tagliato fuori. Arrivare al velodromo non dico che sia stata una passeggiata, ma neanche ho dovuto forzare al massimo».

Alla fine il trentanovenne della Tasmania, dove il triathlon è qualcosa di “sacro”, ha chiuso la Parigi-Roubaix nelle retrovie a 22’44” da VdP.

Obiettivo Nizza

Cosa può davvero ottenere Wurf all’Ironman iridato di Nizza del prossimo 10 settembre? Cameron viene da un undicesimo posto. Il suo obiettivo è migliorare, ma nel triathlon come il ciclismo l’asticella si è alzata parecchio. Americani, sudafricani e molti suoi connazionali appartengono a team semiprofessionistici. O meglio, grazie a degli sponsor personali riescono ad allestirsi degli staff per fare la vita da atleti a tempo pieno ed essere di fatto dei pro’.

«Lo scorso anno – ha detto Wurf – sono stato al di sotto delle mie aspettative e per questo cerco di fare questo tipo di allenamenti estremi. Voglio alzare il mio livello. Il mio obiettivo è quello di centrare una top cinque. E quanto fatto la domenica della Roubaix è abbastanza simile ad un Ironman».

Tra gara e mezza maratona in allenamento, Cameron è stato in attività per circa sette ore e mezzo. La durata media di un Ironman per un atleta del suo livello è di circa otto ore, molto dipende poi dalle condizioni meteo, del mare, dalle caratteristiche del percorso (specie in bici)… Per questo possono esserci anche differenze di 20’, in più o in meno per atleta, a parità di condizioni fisiche dello stesso.

A conti fatti dunque Wurf e la Ineos – ricordiamolo che in tempi di marketing nulla è vano – non sono stati poi così folli.

Ieri junior, oggi tra i pro’. Belletta, raccontaci l’esordio

21.04.2023
6 min
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«Sto vivendo un sogno, sono tra i professionisti e mi sto giocando una vittoria». Un pensiero di corsa a 10 chilometri dall’arrivo. Dario Igor Belletta, 19 anni compiuti il 27 gennaio, ha esordito tra i pro’ e lo ha fatto con la maglia della nazionale maggiore al Giro della Città Metropolitana di Reggio Calabria. Si è portato a casa un settimo posto e un bagaglio di esperienze pieno di emozioni, stupore, errori e tanta voglia di fare parte di quel mondo lì.

Al telefono Dario ha la voce squillante e piena di entusiasmo, ma sembra avere la testa ben salda sulle spalle. Forse anche grazie alla corazzata Jumbo-Visma Development Team che lo sta guidando passo a passo nel mondo del ciclismo europeo. Junior fino a 4 mesi fa, il giovane lombardo si è svegliato una mattina con la convocazione via whatsapp del cittì Bennati. Facciamoci trasportare nel suo esordio tra i pro’…

L’esordio di Belletta con la nazionale maggiore
L’esordio di Belletta con la nazionale maggiore
Com’è nato questo esordio?

Era una corsa che non era in programma nel mio calendario, però quando il CT ti convoca non puoi di certo dire di no, anzi… (ride, ndr). Alla Jumbo andava molto bene, per svezzarmi un po’. In realtà è stato organizzato tutto all’ultimo. 

Quando hai ricevuto la convocazione?

Mi hanno chiamato subito dopo il Circuit des Ardennes dove era presente la nazionale under 23. Ho avuto modo di parlare con Mario Scirea. Mi ha visto in ottima condizione e soprattutto in crescita. Ero stato fermo dieci giorni per un’influenza che mi aveva colpito circa due settimane prima.

Come l’hai ricevuta questa chiamata in nazionale?

Tramite Gianluca Bortolami che è un po’ il mio padre ciclistico e conosce molto bene Bennati che mi ha fatto questa proposta. Dopodiché mi sono trovato una mattina con il messaggio del commissario tecnico che mi chiedeva com’ero andato alle Ardenne e che appunto mi faceva questa convocazione. Io gli ho risposto immediatamente che non c’era nessun motivo per non dire di sì. Non vedevo l’ora di vestire la maglia della nazionale maggiore ed esordire tra i pro’. 

Qui la ricognizione sul circuito, casco giallo Jumbo per Belletta
Qui la ricognizione sul circuito, casco giallo Jumbo per Belletta
Te l’aspettavi?

In realtà avrei dovuto debuttare tra i professionisti alla Volta Limburg Classic con la squadra WorldTour. Però appunto essendo stato fermo dieci giorni per l’influenza, ho dovuto posticipare l’esordio. La squadra è stata molto soddisfatta sia dell’interesse della nazionale e così ha anche avuto l’occasione di vedermi esordire tra i grandi. 

Ti sei sentito pronto fisicamente?

La mia condizione era in crescita, era una settimana che pedalavo bene alle Ardenne. Ne parlavo già con il mio preparatore e mi diceva che i valori che esprimevo stavano salendo e io effettivamente mi sentivo sempre meglio.

Che emozione è stata arrivare lì tra i pro’?

Ovvio la corsa tra i professionisti è sempre emozionante e nei giorni prima il fatto di andare a dormire nello stesso hotel di Viviani è stato un’emozione diversa. Per un ragazzo che ha appena compiuto 19 anni è qualcosa di forte. Inoltre non correvo in Italia dall’anno scorso. Aggiungici uscire il giorno prima vestito con la maglia della nazionale in mezzo alla gente che ti guarda e magari si avvicina incuriosita per scambiare due parole. E’ stato tutto speciale ed è un mondo che sinceramente devo ancora conoscere

Viviani capitano e faro di Belletta e compagni
Viviani capitano e faro di Belletta e compagni
Viviani lo conoscevi già?

Sì. Entrambi siamo molto attivi in pista. Lui ovviamente con un altro tipo di risultati rispetto ai miei (ride, ndr). Elia è un ragazzo che sinceramente non so descrivere. Dire che è un atleta formidabile è riduttivo, perché è anche una persona di cuore. Ad esempio quando abbiamo fatto un giro per il centro lo avranno fermato 10 volte per delle foto e lui si è fermato a farle tutte con il sorriso.

Come nazionale eravate perlopiù giovani a parte appunto Elia. Che capitano è stato?

Ci ha trasmesso tranquillità e sicurezza ed è stato il nostro faro. Nella riunione pre gara è stato molto attivo e si vedeva che aveva voglia di insegnarci. Noi anche avevamo ancora più voglia di imparare da un’atleta e persona così. Tra l’altro c’era anche Marco Villa. Lui mi dipinge un po’ come un piccolo erede e vederci in azione ha emozionato in primis Marco. Io so che ho molto da imparare da Elia e sono felice di avere l’opportunità di farlo. 

Con i compagni hai condiviso qualche emozione pre gara?

Più o meno ci conoscevamo già tutti. Con quelli della mia età ci avevo già corso, ad esempio con Andrea Raccagni Noviero che corre nella Soudal-Quick-Step Devo Team, abbiamo scherzato su quando ci incontravamo da giovanissimi, mentre invece ora ci siamo ritrovati a vestire insieme la maglia della nazionale maggiore. Questo ci ha strappato un sorriso e qualche battuta. 

Raccagni Noviero, Garofoli e Belletta, la next-gen scalpita
Garofoli e Belletta, la next-gen scalpita
Veniamo alla corsa. Sei riuscito a stare concentrato?

Mi son fatto forse un po’ influenzare dall’atmosfera che c’era. Io pensavo che Reggio Calabria fosse una città grande, ma non una città metropolitana. Correre tra i pro’, battendomi per la vittoria, in una città di quasi 200.000 persone che si è fermata per vederti è qualcosa di pazzesco. Non me lo aspettavo. Vedere tutto quel pubblico forse non ha giocato a mio favore perché mi sentivo tanta responsabilità. C’erano davvero un sacco di persone. L’emozione ha un po’ preso il sopravvento.

Un settimo posto alla prima corsa tra i professionisti. Raccontaci le sensazioni in corsa…

Stavo davvero molto bene. Sapevo che avrei dato il massimo delle mie possibilità. Sotto il punto di vista mentale devo dire che ho pagato l’inesperienza. Mi stavo giocando una vittoria, mi son fatto influenzare dal pubblico e facevo quella tirata di troppo che non era necessaria. Non essendo abituato ad un arrivo di gara dei pro’, che è ovviamente diverso da quello juniores, mi sono fatto condizionare più dall’aspetto mentale che da quello fisico perché stavo davvero bene. Tutta esperienza che sicuramente mi gioverà. 

Se tornassi indietro quindi, faresti qualche tirata in meno e un finale diverso?

Sì, esatto. Mi ricordo che negli ultimi 10 chilometri in mezzo alla folla tremavo dall’emozione e mi dicevo: «Sto vivendo un sogno, sono tra i professionisti e mi sto giocando una vittoria». Però sono cosciente che sia meglio sbagliare adesso che ho 19 anni che farlo in un futuro prossimo quando ci sarà da dare il meglio. Era scontato che facessi questi errori, però è vero che fanno parte tutti del bagaglio delle esperienze che mi sto costruendo. 

Il debutto di Belletta con la WT è previsto per maggio
Il debutto di Belletta con la WT è previsto per maggio
Hai notato differenze di corsa tra le prime gare in Jumbo-Visma Development Team e questa?

Correndo con la Jumbo siamo abituati a controllare la corsa e ad essere sempre nelle prime posizioni del gruppo, parlare con i compagni alla radio e andare all’ammiraglia. Tutte cose che arrivando dal mondo juniores non si sanno fare, ma che crescendo in questo team mi hanno subito insegnato e trasmesso. Sotto quel punto di vista ero già abbastanza preparato. 

Ora che fai?

Sto a casa un po’ di giorni, poi vado in ritiro con la squadra e da lì riprendo ad allenarmi in modo più continuativo e impegnativo. In generale alterniamo periodi in cui facciamo molte gare a periodi dove recuperiamo e ci alleniamo.

Prossimi obiettivi?

Spero che Marino Amadori mi tenga in considerazione per qualche corsa a tappe all’estero perché ci tengo ad indossare la maglia azzurra. A breve farò il debutto con la squadra WT, dovrebbe essere nel mese di maggio. Dopodiché il mio obiettivo è quello di fare bene alla Parigi-Roubaix Espoirs. Un po’ per riscattare quello che è successo alla squadra maggiore quest’anno. Noi ragazzi Jumbo ci crediamo e vogliamo portare una maglia gialla sul gradino più alto del podio. Dopodiché si vedrà, il programma di corsa ce l’ho ma preferiamo adattarlo e vedere come si evolve la stagione in base al mio andamento. 

Dalla Sicilia alle Ardenne. A tavolino con Lutsenko

21.04.2023
6 min
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Ha vinto il Giro di Sicilia, è arrivato quinto all’Amstel Gold Race: Alexey Lutsenko sta ritrovando gambe e fiducia. Il talento kazako è impegnato nell’Ardenne. Con la testa è sul pezzo, ma guarda anche avanti.

Con il capitano dell’Astana Qazaqstan abbiamo parlato a 360° in un freddo pomeriggio da Belgio. Dopo la sgambata post Freccia Vallone, eccolo da noi.

L’ex iridato under 23 forse non è ancora riuscito ad esprimersi al massimo. Tutti i suoi tecnici in questi anni ci hanno parlato di un grande potenziale. Probabilmente nel suo caso l’era del Covid è arrivata nel momento peggiore, a 27-28 anni, quando Lutsenko iniziava ad avere anche una certa costanza di risultati. E contestualmente questa era ha spalancato le porte alla nuova generazione

Lutsenko (classe 1990) è pro’ dal 2013, sempre nella fila dell’Astana
Lutsenko (classe 1990) è pro’ dal 2013, sempre nella fila dell’Astana
Alexey, partiamo da questi ultimi piazzamenti… In Sicilia hai vinto da dominatore. Come stai?

Ho trovato finalmente la vittoria in questa stagione. La prima parte dell’anno non è andata molto bene. Adesso sono riuscito a trovare una buona gamba e una buona forma. Aver vinto in Sicilia la tappa più dura e la classifica generale mi ha dato morale. E lo stesso il quinto posto all’Amstel arrivato per di più dopo il viaggio diretto dalla Sicilia. Le motivazioni sono buone in vista della Liegi.

L’altro ieri hai fatto anche la Freccia. Sei arrivato 49°: come è andata? 

Sapevo già prima di partire che il Muro di Huy era troppo duro per me. E così l’ho presa come un allenamento per non perdere il ritmo gara. Certo, mi sarebbe piaciuto cogliere un buon risultato, ma come ho detto, sapevo che sarebbe stato difficile.

Adesso sei un atleta maturo. I giovani vanno molto forte. Cosa puoi fare tu per cercare di batterli?

Io ho già più di dieci anni di professionismo sulle spalle e contro questi ragazzi posso cercare di usare la mia esperienza. Questa è la mia arma. Sono d’accordo quando dite che ci sono giovani forti. Qui i ragazzi di primo, secondo anno vincono subito. Il ciclismo cambia in continuazione: preparazioni, alimentazione, materiali… Io ricordo quando sono passato nel 2013. Al primo anno non ho vinto nulla. Poi ho iniziato con una vittoria, poi due… Non ho portato a casa un Fiandre all’inizio. Sono andato a migliorare piano, piano. Anche nei grandi Giri: per entrare nei primi 7-8 al Tour ci ho impiegato tante stagioni.

Lutsenko ha vinto il Giro di Sicilia dominando l’ultima frazione, la tappa regina
Lutsenko (classe 1990) ha vinto il Giro di Sicilia dominando l’ultima frazione, la tappa regina
E proprio perché tutto va avanti, tu hai cambiato qualcosa per adeguarti ai tempi? A questi ritmi?

Di base dico di no. Ho sempre cercato, e dato molta importanza, all’inverno. Al costruire una grande base. L’anno scorso ho fatto due grandi Giri di fila, Tour e Vuelta, e ho ripreso la bici a fine novembre. Quindi altura, palestra…  Non ho cambiato, perché alla fine noto che quel che conta davvero è stare bene. Se stai bene hai voglia di correre, di fare fatica e di conseguenza vai forte, sei motivato. Se non stai bene tutto questo non c’è. Non è così questione di sola preparazione.

A 30 anni ti senti più un corridore da corse di un giorno, da grandi Giri o da gare di una settimana?

Anche qui conta stare bene soprattutto. Se sto in condizione riesco a tenere duro anche nelle tre settimane. Ma adesso che siamo qui in Belgio, quando c’è la motivazione, riesci a stare sei ore davanti, anche con la pioggia e il freddo come ho fatto all’Amstel. Per quanto riguarda i grandi Giri preferisco essere un po’ più leggero. Qui ho un chilo e mezzo in più… di muscoli, perché non ci sono salite più lunghe di 5 chilometri e bisogna essere esplosivi. Quando poi tornerò in altura per preparare il Tour, per esempio, devo perderlo. E perdere un chilo e mezzo di muscoli non è facile!

A proposito di Tour. In Italia, visto anche l’abbraccio che ti ha riservato la Sicilia, sei molto apprezzato: quando verrai al Giro d’Italia?

Eh, dovreste chiederlo alla squadra. Ogni anno faccio quasi sempre lo stesso programma: classiche, Svizzera o Delfinato, Tour de France. Un anno, nel 2018, ho fatto il Giro. In Italia mi trovo bene. La gente è più simpatica e mi piace correre da voi.

E allora visto che sei già arrivato 7° e 8° al Tour, non hai pensato che al Giro potresti davvero puntare ad un podio? Ti piacerebbe?

Sì, mi piacerebbe. Perché quando devi fare classifica devi essere sempre concentrato al massimo tutti i giorni. Devi soffrire sempre. Il giorno che stai “così e così” puoi perdere dieci minuti o anche mezz’ora. Devi tenere duro, sei sempre sotto stress. E al Tour lo stress è altissimo. Alla Vuelta, che arriva a fine stagione, che c’è bel tempo e le strade sono larghe, ce n’è meno. Al Giro è una via di mezzo. 

E allora dillo a Vinokourov (il team manager) che vorresti venire al Giro!

Eh, vediamo l’anno prossimo – pausa – o magari già anche quest’anno. Intanto domenica faccio la Liegi. Nel ciclismo di oggi le cose cambiano spesso. 

Quindi c’è una piccola possibilità…

E perché no! Prima però mi piacerebbe fare qualche giorno a casa… Perché tra Teide, Sicilia, Ardenne e poi Romandia sarò stato fuori per cinque settimane ed è difficile per me e per la mia famiglia, visto che ho tre bambini!

Vinokourov ha vinto una Liegi. Quanto è popolare questa corsa in Kazakistan? E ancora, Vino ti ha dato qualche consiglio in particolare?

E’ importante in quanto è una classica monumento, ma così come lo sono Sanremo e Fiandre. Se vinco anche queste corse è uguale. “Vino” è stato più scalatore di me forse e per questo ha vinto la Liegi. Ma spero di fare bene anche io visto che stavolta ho una buona gamba. Sono sempre stato sfortunato con questa gara. Una volta l’influenza, l’anno scorso la caduta nella quale ho rotto la clavicola… speriamo bene.

Tra Amstel e Freccia, Lutsenko è stato molto spesso vicino a Pogacar e ammette che ora lo sloveno è pressoché imbattibile
Tra Amstel e Freccia, Lutsenko è stato molto spesso vicino a Pogacar e ammette che ora lo sloveno è pressoché imbattibile
Pogacar sta dominando. Arriverà Evenepoel e si vocifera possa esserci Van der Poel. Tu che li vedi in gruppo, c’è questa grande differenza?

Io ci pedalo accanto per sei ore e sì: c’è una differenza netta. In questo momento Tadej è ad un livello superiore rispetto a tutto il gruppo, non solo rispetto a me. Però il fatto che domenica ci sarà Evenepoel è buono anche per noi. Perché se magari si guardano, si corrono contro, possiamo approfittarne. Ma altrimenti in questo momento Pogacar è più forte. Ha vinto tutto: pavé, salita, muri. Ci manca solo che vinca in volata!

Mentalmente come si a fa partire per una corsa sapendo che c’è chi è nettamente più forte?

Devi sperare che rimanga da solo, senza squadra – poi Lutsenko fa una pausa – Anzi no, anche se resta solo è più forte! In UAE Emirates va forte solo lui. O meglio, tutta la squadra lavora solo per lui. Ho visto che lo proteggono benissimo, se poi ci mettiamo che è un fenomeno c’è poco da fare. Anche l’altro giorno alla Freccia ha schivato quella caduta in modo incredibile.

Okay, chiudiamola così: ti aspettiamo al Giro…

Ah, ah, ah vediamo. Ho molta voglia di provare il Giro come si deve. Quando venni nel 2018 ero caduto poco prima nelle classiche e non ci arrivai al meglio. Però sai quando tu stai bene, sei in forma, il corpo ha voglia di correre.

Pellizzari: grandi sogni in salita, poi l’amara discesa

20.04.2023
5 min
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PREDAZZO – Questa mattina Giulio Pellizzari faceva girare velocemente le gambe sui rulli, al riparo dalle poche gocce che bagnavano Rovereto, alla partenza della quarta tappa del Tour of the Alps. Roberto Reverberi, team manager della Green Project Bardiani CSF Faizanè, rimproverava bonariamente il giovane marchigiano che scherzava con gli altri membri dello staff. «Scaldati seriamente – diceva – che oggi devi provare ad andare in fuga».

Occhi al cielo dopo il traguardo, Pellizzari per un momento ha creduto davvero di poter vincere
Occhi al cielo dopo il traguardo, Pellizzari per un momento ha creduto davvero di poter vincere

Davanti a tutti, tra i grandi

Pronti via inizia il collegamento, e tra i numeri che si sentono snocciolare da Radio Corsa c’è il 94, quello del classe 2003. Si muove nel folto gruppetto e rimane guardingo, una volta calati gli occhiali sul viso la concentrazione sale. La corsa procede ed i minuti di vantaggio rimangono sempre tra i tre ed i quattro, si capisce che oggi il gruppo lascerà fare

All’inizio della salita finale, quella di Passo Pramadiccio, Pellizzari si muove ed esce allo scoperto insieme a Muhlberger e Traaen. Il giovane della Green Project poi si toglie di ruota i due compagni di fuga e pedala forte. Le mani si fanno rosse ed il respiro pesante, scollina in solitaria ma nella discesa viene ripreso dai due inseguitori. In volata viene poi battuto da Muhlberger e Traaen, ed un pugno sbatte sul manubrio della sua De Rosa, la delusione c’è.

Una volta tornato al pullman la tristezza è andata via insieme alla fatica, rimane l’emozione di questa grande giornata
Una volta tornato al pullman la tristezza è andata via, rimane l’emozione di questa grande giornata
Giulio, ci hai creduto?

Sì, ci ho creduto davvero, voi c’eravate al Recioto, quando ho perso la volata a due con Graat. Quella sera non ho chiuso occhio perché avevo buttato via una grande occasione, ed oggi non dormirò ugualmente. 

Hai provato ad allungare fin dall’inizio del Passo Pramadiccio.

Avevo visto, anche nella salita precedente (Passo Sommo, ndr) che i miei compagni di fuga erano più forti di me in discesa. Mi ero ripromesso di guadagnare più tempo possibile, ma non è bastato, peccato davvero. 

Quella salita da solo com’è stata?

Bella, uno spettacolo incredibile. Avere la gente che mi incitava ed urlava il mio nome mi faceva venire la pelle d’oca. 

Avere alle spalle tutti quei grandi nomi che cosa ti ha fatto provare?

Emozioni bellissime, davvero. E’ tutta la settimana che mi sento così e questa sensazione, per fortuna, me la godrò anche domani. 

La salita poi dopo il cartello del GPM non finiva più…

Quando ho guardato verso destra ed ho visto che la strada continuava ad andare su ho detto «cavolo! Non è mica finita». Però ero lì, pensavo solo a spingere forte e mettere secondi tra me e quelli dietro. 

Ora hai altri obiettivi?

Posso dirlo con certezza, vista la mia condizione, soprattutto dopo la giornata di oggi: al Giro d’Italia under 23 punterò alla maglia rosa. Anche perché lì in discesa non si va così forte. Quella di oggi era la quarta tappa e stavo meglio della prima.

In partenza quando ti abbiamo chiesto come stessi hai detto che eri affaticato, hai bluffato?

No no – dice con una risata – diciamo che la stanchezza oggi c’era davvero. Ne parlavo stamattina con Henok (Mulubhran, ndr) il mio compagno di fuga, mi ha risposto che tutti hanno male alle gambe, si gioca su chi ne ha di meno. Ho dimostrato di stare bene e sono contento, ed avrò modo di riprovarci, proprio dal Giro U23.

La discesa

Sulle prime curve si era subito visto che Pellizzari fosse in difficoltà, i due inseguitori ci hanno messo poco a tornare sulle ruote del marchigiano. Una volta raggiunto Muhlberger gli ha fatto un cenno della mano come per dire a Pellizzari: «vieni con noi». L’austriaco poi ha vinto la tappa. 

«Ero molto sorpreso di vederlo lì – racconta in sala stampa – ha un grande futuro davanti, ha solo 19 anni. Ha corso con grande forza in una salita difficile come l’ultima che abbiamo affrontato, dove ad un certo punto c’è stato anche vento in faccia. Il mio gesto è stato per dargli credito, per ciò che ha fatto vedere in salita, non è facile essere così giovani, essere qui e correre nel modo in cui ha fatto lui oggi».

Bergamo, incontro esclusivo con Cataldo che riparte

20.04.2023
5 min
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Dario Cataldo scende dall’auto, lato passeggero, con un busto che gli sostiene il tronco e una stampella che lo aiuta a reggersi in piedi. Poggia sul braccio destro e i pochi metri che percorre per entrare nel negozio Trek di Lallio (Bergamo) paiono un Mortirolo. Lo avevamo lasciato riverso sul fianco sinistro, tronco e capo su un marciapiedi, dal bacino in giù sulla carreggiata di Sant Feliu de Guíxols, sede d’arrivo della prima tappa del Giro di Catalogna. Era appena volato a terra a quelle velocità che i corridori tengono per preparare una volata.

Oggi, a un mese esatto di distanza, cammina e accenna a qualche sorriso rispolverato grazie ad una di quelle sette vite di cui sono dotati i ciclisti.

Dario, come stai?

Bene, considerando tutto quello che ho passato e per il fatto che questa caduta non dovrebbe lasciarmi postumi permanenti per il futuro.

La diagnosi esatta quale è stata all’ospedale di Girona dove sei stato portato dopo la caduta?

Ho fratturato femore, clavicola sinistra e setto nasale. Poi: schiacciamento di sei vertebre, di cui tre operate con iniezioni di cemento. Ho perso il conto delle costole rotte: sicuramente tre nella parte posteriore e una davanti. Ma la cosa più pericolosa è stata il doppio versamento nei polmoni, in ospedale mi è stato detto che ho rischiato la vita.

Riavvolgiamo il rullino, cosa ti ricordi della caduta?

Stavamo viaggiando fortissimo. Un gruppetto di corridori si è spostato sulla destra, io ero dalla parte opposta per cui pensavo di essere al sicuro e invece li ho visti venire verso di me. Uno me lo sono trovato sotto le ruote e ho avuto solo quella frazione di secondo per capire che stavo cadendo.

L’incontro con Cataldo si è svolto presso il Trek Store di Lallio, a Bergamo
L’incontro con Cataldo si è svolto presso il Trek Store di Lallio, a Bergamo
E poi?

Ho in testa ogni istante, sono sempre stato lucido. Vedevo sangue colarmi sul viso, ma non capivo da dove venisse. Sono rimasto diversi secondi senza respirare e a quel punto mi sono spaventato davvero, ma ho cercato di stabilizzarmi. Sono riuscito, sollevandomi un poco, a riprendere respiri corti, ma è stato uno sforzo che mi ha causato un dolore lancinante. Mi sono mosso col bacino e ho capito di essermi rotto il femore. Mi sono mosso con le braccia e ho capito che anche la clavicola era andata. Non riuscivo a togliermi un macigno che sentivo nel petto, poi mi hanno spiegato che era appunto il versamento nei polmoni. La lucidità mi ha consentito però di evitare guai peggiori. Al primo medico che mi ha soccorso ho tracciato il mio quadro clinico ed è rimasto colpito, pensava che fossi già più di là che di qua. 

Poi, la degenza. Quanto è stato complicato non essere in Italia ad affrontarla?

Non molto. Parlo molto bene lo spagnolo per cui le conversazioni erano semplici e lo staff medico è stato sempre gentile e disponibile. Sono rimasto lì 10 giorni, poi mi hanno trasferito al Niguarda di Milano per altri interventi e anche lì sono restato ricoverato 10 giorni.

E adesso, cosa prevede il piano di recupero?

Andrò a Forlì una decina di giorni dove inizierò la riabilitazione con Fabrizio Borra. Inizieremo a fare la conta dei danni più “atletici” e quindi a stabilire le tappe per recuperare fisicamente. Spero, entro maggio, di recuperare tutte le funzioni motorie e potermi rimettere in sella per poi allenarmi tra giugno e luglio e tornare in gara magari a settembre. Questa è la mia visione più ottimistica, ma bisognerà pensare giorno dopo giorno.

I colpi che hai preso ti costringeranno a rivedere la tua messa in sella?

Spero tanto di non doverla modificare, conto sul fatto che sarà il corpo a rimettersi in sesto per stare bene con l’assetto mio. La cosa complicata di un nuovo assetto, sarebbe ritrovare il mio equilibrio, il che allungherebbe il pieno recupero.

E mentalmente? Quanto è difficile rimanere lontano dalle corse?

La prendo con filosofia perché poteva andare peggio. E’ obbligatorio essere ottimisti.

Guardando alle corse, quali sono gli obiettivi di Trek-Segafredo quest’anno? 

Uno degli obiettivi top è il Giro. Pedersen punta alla maglia a punti, sta andando fortissimo e il team ci tiene particolarmente. Anche Ciccone sta dimostrando di essere in forma. Ho sempre sostenuto sia un corridore da classifica generale nelle grandi corse a tappe e quest’anno ha avuto uno step di miglioramento molto importante che passa da una maturità maggiore. Legge meglio la corsa, sa gestirla con più consapevolezza e ha meno stress. Io penso debba crederci.

Al suo primo anno in Trek, nel 2022, Cataldo ha scortato Ciccone al Giro d’Italia
Al suo primo anno in Trek, nel 2022, Cataldo ha scortato Ciccone al Giro d’Italia
In generale è un’epoca d’oro per il ciclismo, zeppa di campioni. Quanto è bello e quanto difficile correrci insieme e contro?

E’ difficile, le corse ormai le vincono sempre gli stessi. Si va talmente forte che non c’è più margine per gli outsider, la giornata buona e la fortuna non servono più. E’ anche bellissimo correre e guardare questo ciclismo, vedere da vicino i vari Van der Poel, Ganna, Van Aert, Pogacar è incredibile perché sono atleticamente fenomenali. La cosa che più colpisce però non è tanto vederli come sono strutturati, quanto lo stile e la facilità con cui pedalano: danno un senso proprio estetico di strapotere.