Valverde, il signore della Freccia raccontato da Visconti

18.04.2023
7 min
Salva

Domani la Freccia Vallone porterà sul Muro d’Huy tifosi e storie da raccontare. Quel budello ripido e silenzioso, che si inerpica lungo le Chemin de Capelles, per un giorno diventerà un’arena selvaggia. L’ultima vittoria italiana porta la firma di Rebellin: sembra ieri che lo intervistammo per parlarne, invece è passato più di un anno e nel frattempo quel dannato camionista, di cui non si sa più nulla, gli ha rubato la vita.

Oggi però vogliamo raccontarvi la Freccia e le Ardenne con gli occhi di Giovanni Visconti, che le ha vissute accanto a uno dei più grandi di sempre: Alejandro Valverde, che detiene il record di cinque vittorie a Huy e ha vinto quattro a Liegi.

Visconti e Valverde hanno corso insieme dal 2012 al 2016: l’anno successivo, Giovanni passerà al Bahrain
Visconti e Valverde hanno corso insieme dal 2012 al 2016: l’anno successivo, Giovanni passerà al Bahrain
Valverde lo conoscevi prima di andare alla Movistar nel 2012?

No, lo conobbi lì. Il primo approccio fu un messaggio Whatsapp. Chiesi il numero a Unzue, perché sapevo che Alejandro rientrava dalla squalifica e gli scrissi l’ammirazione che avevo e che ero strafelice di andare in squadra con lui.

E lui?

Più contento di me. Quell’anno rientrò con una vittoria al Tour Down Under, ma quando arrivammo ad Amorebieta ed eravamo in fuga noi due con Igor Anton, gli chiesi se potesse lasciarmi vincere e lui non fece neanche un’obiezione. Fu la prima vittoria in maglia Movistar.

Tu avevi già fatto le classiche con Bettini alla Quick Step, trovasti punti in comune?

Due situazioni completamente diverse. Paolo era molto meno metodico, Valverde sapeva cosa avrebbe fatto e cosa avrebbe mangiato ogni giorno fino alla gara. Bettini faceva le cose come gli venivano, anche perché in quegli anni il ciclismo era meno scientifico sul fronte della preparazione e dell’alimentazione. A colazione la Nutella non doveva mancare mai.

Il suo massaggiatore Escamez lo accoglie ogni giorno col suo bibitone proteico, poi sotto col riso e tonno
Il suo massaggiatore Escamez lo accoglie ogni giorno col suo bibitone proteico, poi sotto col riso e tonno
Invece Valverde?

Non era mai nervoso, però era schematico. Il suo massaggiatore Escamez, quando finivamo l’allenamento, gli faceva trovare un piattino di riso col tonno. Faceva così anche di pomeriggio. Intorno alle 17, si faceva portare lo stesso riso e lo faceva mangiare anche a me, che spesso ero suo compagno di camera. Mi diceva: «Come, come», mangia, mangia! E mi spiegava che me lo sarei ritrovato nelle gambe nel giorno della corsa. A tavola poi era anche più preciso.

Cioè?

Se nel piatto avevano messo più riso, lui lo scansava. Se doveva mangiare due pezzettini di pollo, il terzo lo scansava. Il bicchierino di birra, quello ci poteva stare. E spesso anche una pallina di gelato. Però se gliene portavano due, una la lasciava. Non c’era verso, non sbagliava mai. Ed era così anche a casa, perché sono stato da lui ad allenarmi. Io credo che in tutta la vita da corridore abbia mangiato solo riso bianco col tonno, oppure pollo. E anche in bici non scherzava.

In che senso?

Era maniaco dell’integrazione. Durante il giorno si prendeva i suoi 20 grammi di proteine, voleva la borraccia con le maltodestrine e gli aminoacidi. E anche in gara voleva che avessi le borracce identiche alle sue.

Com’era fare le ricognizioni sui percorsi?

Alejandro le faceva in maniera molto tranquilla. I primi tempi, ma questo riguarda la Liegi, sulla Redoute capitava di incontrare Florio (un italo-belga, grande tifoso di Giovanni, ndr) con la sua famosa torta di riso e un paio di volte ci siamo anche fermati. Negli ultimi tempi no, perché più passavano gli anni e più sapeva di non poter sbagliare neanche una virgola.

A livello di tensione, Freccia e Liegi per Valverde erano la stessa cosa? 

Uguale. Il suo programma era quello è lo stile di vita identico dalla mattina alla sera. Ci si distraeva solo la sera dopo la Freccia, magari si andava a mangiare fuori. Una volta che aveva vinto ci portò in un posto bello a Maastricht. Lui mangiò un piatto di riso o comunque cercò di avvicinarsi il più possibile alla sua alimentazione, mentre tutti noi ordinammo il sushi.

Sulla Redoute con Quintana: mancano tre giorni alla Liegi del 2015
Sulla Redoute con Quintana: mancano tre giorni alla Liegi del 2015
Si faceva anche la ricognizione sul Muro d’Huy?

Sempre. Col pullman ci fermavamo in basso, davanti a una scuola sulla sinistra con un muro molto alto, e lanciavamo le borracce ai bambini. Era un vero rituale, come pregare allo stesso modo tutti i giorni. Sempre la solita preghiera, che non cambiava mai.

Il Valverde della vigilia era nervoso?

Anche se era concentrato, il suo pregio era essere proprio un bambinone. Glielo dicevo sempre: «Tu sei capace solo di andare in bici». Infatti non riesce a smettere e lo ha sempre fatto col sorriso, perché è proprio quello che gli è piaciuto fino a 42 anni. L’ha fatto sempre seriamente, ma sempre con buon umore e scherzando. Sul pullman faceva lo scemo, certi scherzi è meglio non raccontarli (ride, ndr).

Si capiva dalla vigilia che avrebbe vinto?

Si capiva che avrebbe lottato per vincere, come in ognuno dei cinque anni che sono stato al suo fianco. Non c’era una sola gara in cui non volesse farlo. Si capiva casomai quando aveva una giornata storta, ma io penso che mi sarà successo al massimo due volte. 

In Belgio c’era spesso la sua famiglia…

La portava perché il 25 aprile è il suo compleanno e la Liegi è sempre in quei giorni. Nessuno gli ha mai fatto storie, anche perché Valverde era la squadra, quindi nessuno si permetteva di dire nulla. Forse per come è oggi, con le squadre tutte chiuse, anche lui avrebbe qualche problema.

Che ruolo avevi al Nord con lui? 

Gli stavo accanto, sempre. Ho partecipato a tre vittorie: una Liegi e due Freccia. Avevo capito da subito come voleva essere trattato e tante volte, anche se non era vero, gli dicevo quanto fosse tirato e che grande gamba avesse. Lui si girava e lo vedevi che era più motivato. Magari cavolate così gli davano l’uno per cento in più. Per il resto ho tirato tanto nei momenti decisivi della corsa dalla Freccia al Lombardia, passando per la Liegi e il Giro.

L’abbraccio a Sant’Anna di Vinadio, dopo il sacrificio che permise a Valverde di arrivare sul podio del Giro 2016
L’abbraccio a Sant’Anna di Vinadio, dopo il sacrificio che permise a Valverde di arrivare sul podio del Giro 2016
Che cosa hai imparato da Valverde in quegli anni?

Mi ha dato una grande lezione di umiltà. Io che ero super permaloso, da lui ho imparato anche a sapere arrivare secondo o essere d’aiuto ed essere ugualmente felice un compagno. A Sant’Anna di Vinadio nel Giro 2016, mi fermarono dalla fuga per aspettarlo e tirare 500 metri per lui: normalmente mi sarei stranito. Invece lui è arrivato, mi ha abbracciato e mi ha messo davanti agli occhi l’umiltà di un immenso campione. Quel gesto fu meglio di ogni ricompensa.

Cerchiamo di capire meglio la storia di Busatto

18.04.2023
7 min
Salva

Zero vittorie, ma proprio nemmeno una. E chi ti prende? Mettetevi nei passi di Francesco Busatto, con tre podi in due anni da junior, due al primo da U23 e dodici al secondo (fra cui otto secondi posti). Va bene che la vittoria fosse ormai nell’aria, ma arrivare a vincere la Liegi U23 non è stato per niente scontato.

Dopo gli juniores infatti, fuori dalla sua porta non c’era la fila. La prima squadra che si fece avanti – la Italian Cycling Group di Cordioli e Bortolotto – non riuscì neppure a partire. Per fortuna arrivò la Trevigiani-Campana Imballaggi e l’anno dopo, nel 2022, la General Store. E ora che il veronese ha trovato la sua dimensione con la maglia della belga Circus-ReUz e ha appena firmato un biennale con la Intermarché-Wanty, è interessante andare a vedere cosa ci sia stato alle sue spalle. Ci guida da Paolo Santello, che lo allena dalla fine del 2021.

Busatto è allenato da Paolo Santello dalla fine del 2021: la collaborazione prosegue con la regia del team
Busatto è allenato da Paolo Santello dalla fine del 2021: la collaborazione prosegue con la regia del team

Il Sarto del Ciclista

Santello, il Sarto del Ciclista, ha 65 anni e opera assieme ai figli Andrea e Matteo nel centro di Cazzago, in provincia di Venezia. Fra i corridori che ha seguito ci sono Endrio Leoni, Baldato, Minali e Andrea Tonti. Oggi è l’allenatore della Campana Geo&Tex Imballaggi di Alessandro Coden e probabilmente dietro il salto di qualità di Busatto c’è anche lui, che l’ha spinto a crederci e ad assecondare lo sviluppo fisico. I due continuano a lavorare insieme, perché la Intermarché non ha voluto turbare gli equilibri: ha solo messo accanto per conoscenza Ioannis Tamouridis, l’ex pro’ greco di 42 anni, che cura la preparazione di Girmay e altri pezzi forti della squadra.

La vittoria alla Liegi segna l’inizio di un nuovo cammino (foto Circus-ReUz)
La vittoria alla Liegi segna l’inizio di un nuovo cammino (foto Circus-ReUz)
Buongiorno Paolo, avete finito di brindare?

Diciamo di sì (sorride, ndr)! Però io dico sempre di non festeggiare mai troppo, perché domani bisogna riconfermarsi. Gioire il giusto, insomma. Questo è il mio modo di pensare, non si è mai arrivati.

La sensazione è che anche Busatto la pensi allo stesso modo…

Francesco ha tutto del campione, questo posso dirlo. Ha soprattutto la testa e il modo di pensare, la fame di migliorarsi. La vera fame che in questo momento non è facile trovare. 

Da quanto lavorate insieme?

Da dicembre 2021. E se nel suo caso vogliamo parlare di svolta, posso dire che è stata soprattutto mentale. Prima lo conoscevo di vista, finché un mio ex atleta mi ha chiesto se avessi piacere di seguirlo e io gli ho detto di sì. Così ho cominciato a valutarlo. Dopo il primo test, ho pensato che avesse dei numeri. Dopo il secondo, ho pensato che fosse eccezionale. A suo fratello ho detto: «Questo, entro due anni vince nel WorldTour». Pensava che scherzassi, ma ero serio, anche se può sembrare azzardato.

L’anno scorso ha fatto otto secondi posti.

Ha cominciato con un 18° nella Per Sempre Alfredo, la prima corsa finita coi professionisti: non male. E poi ha cominciato a fare un po’ di piazzamenti. Il primo secondo posto l’ha fatto al GP Industria del Marmo e quando mi ha chiamato, era arrabbiato. Era convinto di poter vincere, ma gli era saltato il rapporto. Io gli ho detto che era arrivato secondo non ventesimo, quindi era un punto da cui poter crescere: «Prendilo come un bel risultato, non come una sconfitta». Poi quando i secondi posti sono continuati ad arrivare, ho avuto la conferma delle sue qualità.

Di cosa parliamo?

I preparatori e i direttori sportivi guardano i watt e i suoi watt sono importantissimi. Il suo rapporto potenza/peso è molto importante, ma la cosa che guardo più di tutte è la mentalità: dove sei e dove vuoi arrivare. Ho visto subito una modestia impressionante, però una grandissima convinzione di andare avanti. Forse non lo fa vedere, ma lui dentro di sé è convinto delle sue possibilità. Come dicevo prima, la cosa più importante che ha è la fame.

Questa fame può dipendere dal fatto che finora non avesse mai vinto?

Ha sempre corso per vincere, solo che nel frattempo è arrivata la maturazione. L’anno scorso è stato riserva al mondiale e non l’ha presa benissimo. Le scelte non si discutono e allora gli ho chiesto: «Un anno fa ti saresti aspettato di andare al mondiale?». Lui ha risposto di no e allora gli ho detto che essere riserva era comunque un grande risultato. Insomma, ai corridori cerco sempre di dare un punto di arrivo superiore a quello attuale.

Anche lui ha parlato di maturazione fisica da venire.

Glielo dico spesso che ancora non ha la barba. Ma sono certo che quando diventerà più maturo, avrà in mano un’altra arma vincente. Busatto non l’ho costruito io, magari veniva fuori anche senza di me, perché è facile allenare uno forte. Però bisogna gestirlo bene e la squadra sta facendo un buon lavoro, correndo un po’ con gli U23 e un po’ con i professionisti. Il fatto di averlo visto ancora davanti a menare ai meno 10 della Milano-Torino, in pianura accanto a Girmay con i suoi 62 chili, fa capire che è un corridore.

A Laigueglia si ritira, ma corre nella WorldTour accanto a Girmay
A Laigueglia si ritira, ma corre nella WorldTour accanto a Girmay
Parlando del Giro d’Italia U23, tende a nascondersi. Lei dove lo vede?

E’ difficile ancora, secondo me può essere un corridore da corse a tappe, ma ancora deve crescere. Deve lavorare sulla bicicletta da cronometro, cosa che l’anno scorso non gli hanno permesso di fare più di tanto.

In cosa andare all’estero lo sta aiutando?

Intanto per il programma di lavoro fatto di blocchi: allenamento, gare, recupero. Poi per l’abitudine ad essere un atleta. Purtroppo in Italia non abbiamo corridori. Anzitutto c’è una vita completamente diversa, lassù si allenano con la pioggia e con la neve. Noi qua abbiamo un’altra mentalità e se usassimo la stessa di lassù, i corridori li perderemmo tutti. Non è un bel quadro. 

Dopo il Tour of Oman, il 2023 di Busatto è proseguito fra i pro’ con la Faun Ardeche Classic
Dopo il Tour of Oman, il 2023 di Busatto è proseguito fra i pro’ con la Faun Ardeche Classic
Quando è a casa Francesco si allena da solo?

Io gli do delle tabelle di settimana in settimana, in modo da guardare il meteo e la sua condizione. Mi faccio chiamare il Sarto del Ciclista perché non faccio il copia e incolla, per ciascuno faccio delle preparazioni e gliele consegno a mano, non via mail. Con le mie tabelle, Francesco si allena principalmente da solo. La Liegi è un bel ricordo, ripartiremo domani o giovedì per i prossimi obiettivi. Adesso è giusto che respiri un attimo, anche perché io dico che l’allenamento è una cosa sacra, ma il recupero non è da meno. Il troppo carico non va bene. La stagione è appena cominciata, figuriamoci la carriera.

Continuerete a lavorare insieme?

Per quello che vedo, la squadra si sta comportando bene, non cerca di metterci contro. Altre volte è successo: trovano il corridore forte e lo vogliono tutto per sé. Ci sono tanti preparatori bravi in questo mondo. Io dalla mia posso dire che ci metto il cuore.

La galleria del vento dedicata solo alle bici

18.04.2023
5 min
Salva

Si parla spesso di galleria del vento, degli effetti che ha l’aerodinamica sulle performances e dei test eseguiti sulle biciclette. In rare occasioni ci siamo posti il quesito, se ne esista una specifica per la bicicletta.

La risposta è sì, esiste, si trova a Paal ed è perfettamente integrata nella sede di Ridley (nello showroom), all’interno della Bike Valley. Ci siamo stati e abbiamo fatto qualche domanda a Daan Teugels, responsabile della galleria del vento e del Progetto Aerodinamica.

Le linee blu della galleria del vento che fanno da soffitto all’esposizione (foto Ridley)
Le linee blu della galleria del vento che fanno da soffitto all’esposizione (foto Ridley)

Una galleria del vento slow speed

«Questa galleria del vento – spiega Teugels – è posizionata all’interno della sede della Belgian Cycling Factory e si sviluppa in lunghezza appena al di sopra della sala di esposizione delle biciclette. E’ la prima galleria che tecnicamente prende il nome “slow speed”, questo perché è dedicata interamente alla bici e tutto quello che ruota intorno alla bicicletta. Qui si eseguono test comparativi, di efficienza e naturalmente di quanto l’aerodinamica pura influisce sulle performances.

«Utilizziamo un modulo CFD proprietario, personalizzato da noi e cucito sulle esigenze del ciclismo. Questo porta dei vantaggi notevoli, soprattutto se facciamo un confronto con altre gallerie del vento che analizzano diverse categorie di prodotti. Ruote, caschi e abbigliamento tecnico, le stesse posizioni dei corridori, qui l’aerodinamica applicata al ciclismo trova il suo regno».

Daan Teugels, responsabile della galleria del vento
Daan Teugels, responsabile della galleria del vento
I numeri della galleria sono replicabili nella vita reale?

La risposta è no, o per lo meno non del tutto, ma l’obiettivo principale di una galleria del vento è quello di fornire una base di lavoro e capire quali sono anche i vantaggi più piccoli. E’ sempre necessario considerare che la variabile più grande è l’atleta. L’analisi tramite la galleria del vento offre dei dati oggettivi di base e relativi ai materiali.

In sostanza la galleria del vento è un lungo corridoio (foto Ridley)
In sostanza la galleria del vento è un lungo corridoio (foto Ridley)
La variabile più grande è il corridore?

Si esatto. Circa l’80% della resistenza totale generata è dovuta al ciclista. Sulla resistenza allo spazio influiscono la posizione dell’atleta e ovviamente la bicicletta. Volendo fare un esempio: la differenza tra una posizione eretta e una posizione aerodinamica è di circa 50 Watt. La differenza tra il normale abbigliamento da corsa con casco da strada, rispetto ad un body specifico da crono e con indossato il casco da crono, con la seconda opzione si risparmiano circa 15 Watt. Lavorare sui componenti e sugli strumenti che usa l’atleta, valutarli nella galleria del vento, ci permette di abbassare l’influenza delle variabili.

Alcuni test hanno una durata di un’ora, altri diversi giorni (foto Ridley)
Alcuni test hanno una durata di un’ora, altri diversi giorni (foto Ridley)
Quanti test vengono fatti in un anno?

Indicativamente 150 in totale, ma dipende dal periodo. Il più intenso è quello invernale e all’inizio della primavera, dove si provano i nuovi equipaggiamenti e i corridori ottimizzano la posizione sulla bici. Quello con una quasi totale assenza di test è quello compreso tra la fine del periodo estivo e l’autunno.

Ci sono anche aziende esterne alla Bike Valley che usano questa galleria del vento?

Certamente, molte aziende che investono e sviluppano abbigliamento, caschi e naturalmente biciclette. Diversi brand americani di biciclette utilizzano questa galleria del vento.

La piattaforma che angola la bicicletta in base alle esigenze
La piattaforma che angola la bicicletta in base alle esigenze
Il vento simulato all’interno che velocità può raggiungere?

La velocità massima che possiamo raggiungere con la nostra galleria del vento è di 108 chilometri orari. Tuttavia la velocità massima utilizzata è di 80, poiché la nostra esposizione sottostante deve rimanere intatta. 80 è un valore molto reale se comparato con condizione esterne di vento estremo.

Esiste un intervallo ottimale di vento all’interno del quale si sviluppano le prove?

La maggior parte dei test rientrano in un intervallo di velocità compreso tra 35 e 60 chilometri orari e un angolo di imbardata compreso tra meno 15 e 15 gradi. Le condizioni al di fuori di questi intervalli sono molto rare.

Vengono eseguiti anche dei test di valutazione termica dell’abbigliamento (foto Ridley)
Vengono eseguiti anche dei test di valutazione termica dell’abbigliamento (foto Ridley)
Quale è il fattore più difficile, se ne esiste uno, da analizzare?

Il più grande ostacolo ai guadagni aerodinamici sulle biciclette è che ogni capo di abbigliamento, ogni attrezzatura e posizionamento sono diversi per ogni ciclista. Raramente c’è un’attrezzatura veloce per tutti. Questo lo rende anche molto interessante ovviamente. L’aerodinamica è molto individualistica e dipende molto dal tipo di corporatura e dalla flessibilità della persona.

Il calco di Tony Martin
Il calco di Tony Martin
C’è un test che è stato più difficile da sviluppare rispetto ad altri?

Come dicevo poco fa, l’aerodinamica è individuale, ogni prova e test, ogni singola situazione sono difficilmente replicabili. Però in passato, quando Tony Martin era ancora corridore, proprio qui abbiamo condotto delle prove per lo sviluppo dell’abbigliamento crono della nazionale tedesca. Quello che avevano in dotazione all’epoca non era troppo efficiente in termini di aerodinamica e lo staff della nazionale ha chiesto il contributo di Bioracer, azienda della Bike Valley con la quale collaboriamo attivamente.

Le fasi di preparazione ai test avvengono in diversi passaggi (foto Ridley)
Le fasi di preparazione ai test avvengono in diversi passaggi (foto Ridley)
E cosa avete fatto?

Abbiamo creato un calco del corpo di Martin, che ritraeva fedelmente la sua posizione sulla bici da crono. Abbiamo notato che la sua spalla destra era più bassa rispetto alla sinistra. Grazie a questa informazione Bioracer ha creato un body ad hoc per il campione tedesco ed in seguito anche la posizione sulla bici da crono è stata modificata in modo da renderla più efficiente. La storia dei suoi risultati parla da sola.

Quanto è il costo di un test?

Sono 500 euro per un’ora, a prescindere dal soggetto della prova.

Marta Cavalli continua la sua risalita

18.04.2023
4 min
Salva

Lo scorso anno l’avevamo lasciata che gioiva sul mitico traguardo del Muro d’Huy. Dopo aver conquistato l’Amstel Gold Race, Marta Cavalli (in apertura foto @aymeric.lassak) proseguiva la sua settimana d’oro alla Freccia Vallone. Fu un grande colpo. Una doppietta che di fatto lanciò la portacolori della Fdj-Suez in un’altra dimensione.

La raggiungiamo in un giorno “da Belgio”, come ci racconta, tra post-Amstel e pre-Freccia. Quest’anno, ma lo si sapeva, le cose non sono le stesse della passata stagione. Ce lo aveva detto al Trofeo Binda. Tutto è meno brillante, dall’umore che comunque non è affatto male, alla condizione.

L’Amstel femminile si è corsa con pioggia e 5 gradi: non il massimo per chi come Cavalli è alla ricerca della miglior condizione
L’Amstel femminile si è corsa con pioggia e gradi: non il massimo per chi come Cavalli è alla ricerca della miglior condizione
Marta, come stai?

Abbastanza bene. Atleticamente non sono ancora proprio al massimo. Il non aver corso per quasi tutta la primavera si sente e lo sto un po’ pagando. Però continuo a vedere dei miglioramenti che da questo inverno comunque ci sono stati. Ci vuole ancora qualche settimana di pazienza.

In percentuale si può quantificare quanto ti manca per essere la Cavalli dello scorso anno?

Questo non lo so. Difficile giudicare o mettere il tutto su una scala numerica. Rispetto a quei giorni è passato solo un anno, ma nel mezzo sono successe tante cose e passate tante corse. E tanto è cambiato. Per dire, domenica scorsa l’Amstel era più lunga di 20 chilometri rispetto al 2022 e questo è parecchio differente ai fini della gara. Noi, il mio staff, il mio coach e la mia squadra, cerchiamo di analizzare ogni cosa, di prendere i piccoli spunti che arrivano… Per cercare di capire dove migliorare. Io non ho fretta, la squadra non ha fretta, i tifosi forse un po’ ne hanno!

Per la lombarda un avvio di stagione non super. Qualche intoppo di preparazione, ma piano piano ne sta uscendo (foto FDJ-Suez)
Per la lombarda un avvio di stagione non super. Qualche intoppo di preparazione, ma piano piano ne sta uscendo (foto Fdj-Suez)
Hai detto che stavi facendo fatica in questa primavera. Si sente evidentemente la mancanza di ritmo che invece hanno le tue colleghe. E’ in questa ottica che va letta la tua partecipazione alla Freccia del Brabante della scorsa settimana?

Esatto, l’idea era quella di sbloccarsi un po’, di ritrovare un po’ di ritmo, di fare quegli sforzi che in allenamento non puoi fare. Quindi è stata utile per riabituarmi a stringere i denti e ritrovarmi in una corsa.

Come ci arrivi a questi appuntamenti delle Ardenne? Cosa ci possiamo aspettare?

Di crescere passo, passo. Io so di non essere all’altezza e per questo neanche voglio alzare troppo l’asticella poi disattendere l’obiettivo. Bisogna essere razionali. L’anno scorso volavo, ora no. La carriera di un’atleta è fatta di alti e bassi. Adesso siamo in un momento di basso.

Ma che volge verso l’alto…

Sì, vero, ma sul fronte dei risultati siamo in basso. Tanto più che io ero abituata a fare delle primavere esplosive. Però abbiamo di fronte tante gare e ho un gran bel programma da fare.

Cosa manca dunque alla tua condizione per spiccare il volo?

Eh, è quello su cui stiamo ragionando. Non credo ci sia una risposta precisa, ma un insieme di fattori. Per esempio vedo che ho un recupero più lento.

Freccia Vallone 2022: Marta scava un gap di un metro e mezzo sulla mitica Van Vleuten e conquista il mitico Muro d’Huy
Freccia Vallone 2022: Marta scava un gap di un metro e mezzo sulla mitica Van Vleuten e conquista il mitico Muro d’Huy
Domani e domenica quindi ti vedremo a disposizione del team?

Credo di sì. L’obiettivo è quello di correre il più possibile e di conseguenza essere anche utile alla squadra. Poi va detto che ho anche avuto carta bianca sul provare a tenere duro per fare la fatica giusta.

Marta, hai parlato di un bel programma…

A maggio farò la Vuelta, poi i Paesi Baschi. Poi ancora valuterò con lo staff se allenarmi a casa o andare in altura, in vista del Tour de France Femmes, dell’italiano che quest’anno farò sia a crono che su strada. Voglio anche essere utile alla causa del mondiale e vedere di fare bene il finale di stagione, pensando anche all’Europeo che si disputa qui in Belgio, nella zona di Drenthe. Magari ci arriverò con delle piccole corse a tappe. Vedremo.

Chiudiamo con bel ricordo dell’anno scorso. Cosa hai provato sul muro d’Huy mentre le staccavi tutte?

A distanza di un anno, il ricordo che più ho impresso è io che mi giro e quel metro e mezzo tra me e la Van Veluten. «Non è vero – pensai – è un sogno». Invece era tutto vero. E questo mi aiuta anche a trovare le motivazioni e magari un giorno a rivivere quei momenti.

Proteine naturali, in polvere o compresse?

17.04.2023
4 min
Salva

Pianeta proteine. Questo nutriente ricade a pieno titolo nell’alimentazione dei ciclisti, sia per quel che riguarda il recupero che per il nutrimento vero e proprio. I corridori vi prestano grande attenzione e sono molto attenti a ciò che prendono e come lo prendono.

Laura Martinelli, nutrizionista della Jayco-AlUla, ci accompagna dunque nel mondo delle proteine, illustrando una panoramica che ci aiuta a capire innanzi tutto quali tipologie ci sono. Spesso nelle nostre interviste c’è chi dice di prendere le proteine in polvere, chi quelle solide, chi gli aminoacidi.

Nel 2021 Laura Martinelli ha lavorato per il Team Novo Nordisk, da quest’anno è alla Bike Exchange
Laura Martinelli è la nutrizionista della Jayco-AlUla
Nel 2021 Laura Martinelli ha lavorato per il Team Novo Nordisk, da quest’anno è alla Bike Exchange
Laura Martinelli è la nutrizionista della Jayco-AlUla
Laura, dunque, partiamo dal tipo di proteine: quante e quali sono?

Il discorso è vastissimo, ma semplificando le cose possiamo dire che ce ne sono di due macro-categorie: le proteine naturali e le proteine sintetiche.

Partiamo da quella naturali…

Si dividono in proteine animali, come carne, pesce, latte, uova, latticini… e proteine vegetali, che sono contenute sostanzialmente nei legumi, ma anche nei cereali, cosa che spesso si tende a dimenticare. Quando noi diamo la pasta, per dire, ai nostri atleti ne teniamo conto di questa parte proteica, anche se è bassa.

Le proteine di sintesi invece?

Possono essere di varie forme, ma quelle che riguardano il nostro mondo sono in polvere (disciolte in latte o acqua) o solide (sotto forma di barrette). Appartengono a questa categoria anche gli aminoacidi. Questi si assumono in compresse o in polvere. Ma più spesso in compresse, in quanto in polvere il loro gusto è terrificante. Ed è terrificante in quanto sanno di qualcosa che va in putrefazione ed è proprio la scomposizione della catena proteica che si va ad assumere… esattamente come la carne che va a male. Per questo si preferiscono le compresse che sono da deglutire, altrimenti sono fortemente edulcorati o aromatizzati.

Le proteine in polvere sono più complete e da considerarsi come alimento e non solo come integratore
Le proteine in polvere sono più complete e da considerarsi come alimento e non solo come integratore
Quindi gli aminoacidi sono delle proteine?

Gli aminoacidi essenziali sono quelli che il nostro corpo non produce. Tra questi i più importanti sono quelli ramificati, i famosi BCAA (acronimo inglese di branched-chain amino acid, appunto aminoacidi a catena ramificata, ndr) che sono: leucina, isoleucina e valina. E il più importante di questi tre è la leucina.

Spiegaci meglio…

La leucina ha la capacità di stimolare direttamente la sintesi proteica nei muscoli e infatti più questo suo valore, questa sua presenza, è elevata e più favorisce la crescita muscolare. Di contro rallenta un po’ la capacità di recupero degli aminoacidi stessi. Se ci fate caso, infatti, quando si acquistano gli aminoacidi BCAA c’è sempre un numero vicino a questa scritta e quel numero indica il rapporto (la quantità) di leucina rispetto agli altri due. Se per esempio troviamo “8:1:1” significa che ci sono otto parti di leucina, una di isoleucina e una di valina. Ma in commercio i prodotti sono tantissimi.

E quindi cosa varia?

Nel nostro caso più che altro si cambia il rapporto in base al periodo. Se è inverno per esempio e ho interesse a far crescere i miei muscoli preferisco un aminoacido più ricco di leucina, un 8:1:1. E poco importa se recupero con più lentezza. Ma se sono nel bel mezzo della stagione o ancora di più in una corsa a tappe, preferirò un aminoacido con meno leucina, un 2:1:1, per recuperare più in fretta. Questo aspetto della periodizzazione in Jayco-AluLa lo curiamo molto assieme allo staff medico, anche per quel che riguarda l’alimentazione standard, non solo per la parte sintetica. In ognuno dei tre pasti principali della giornata (colazione, pranzo, cena) c’è sempre una base di proteine naturali. E teniamo molto in considerazione le quantità.

Una confezione di aminoacidi, si nota il rapporto 2:1:1, quindi ideale per il recupero
Una confezione di aminoacidi, si nota il rapporto 2:1:1, quindi ideale per il recupero
E perché?

Perché ci sono dei limiti di assunzione in un solo pasto. Mediamente sono 30 grammi a volta. E trenta grammi di proteine sono raccolti in 120 grammi di petto di pollo, per dire… non molto. Poi a queste quantità, a seconda dei periodi appunto, associamo altre proteine: polveri, barrette…

Perché varia solo la leucina in quei rapporti simbolici che hai detto prima? Magari se si deve recuperare di più non si può aumentare la dose degli altri due?

No, perché è la leucina che comanda, puoi limare quella ma non gli altri.

Oggi si prendono ancora da soli gli aminoacidi?

Tendenzialmente si tende a preferire la polvere del latte che contiene già gli aminoacidi ramificati e non avrebbe senso aggiungerne altri, tipo con le compresse. Discorso diverso se prendo delle polveri vegetali che ne hanno molto pochi e serve un’aggiunta di aminoacidi ramificati.

Che vantaggi danno dunque le polveri rispetto agli aminoacidi da soli?

Non è un discorso di vantaggio, ma alimentare nel suo insieme. Le proteine, anche in polvere, hanno un apporto calorico, sono un prodotto più completo. L’aminoacido è una supplementazione più chirurgica se vogliamo… non ha calorie. Nel post gara o un duro allenamento, quando è importante il recupero anche energetico, le proteine in polvere sono più strutturate e tutto è più facile.

Bronzini si ripete. Scommessa vinta anche con Ragusa

17.04.2023
6 min
Salva

Da quando è salita in ammiraglia, Giorgia Bronzini ha saputo ritagliarsi anche un ruolo da bookmaker. Una virtù, quella di scommettere sulle qualità di altre atlete, che la piacentina della Liv Racing TeqFind non ha mai nascosto di avere anche in sella alla bici, ma che ha perfezionato negli ultimi anni da diesse.

Lei fa un nome, ci lavora e ci punta forte poi a fine stagione verifica se la sfida è stata vinta. Per stessa ammissione di Bronzini, la scommessa del 2023 sarebbe stata Katia Ragusa, ricalcando quella vincente con Rachele Barbieri dell’anno precedente. Considerando il profondo cambiamento avvenuto due stagioni fa, il secondo posto della 25enne vicentina alla Roubaix Femmes vale come un successo per il team olandese, che ora vuole dare un seguito nei prossimi appuntamenti. Il trittico delle Ardenne è iniziato ieri con buone indicazioni ed è uno degli argomenti di cui abbiamo parlato con Bronzini (in apertura con Quinty Ton).

Bronzini contenta della prova della sua squadra e di Stultiens a lungo in fuga
Bronzini contenta della prova della sua squadra e di Stultiens a lungo in fuga
Giorgia all’Amstel vi siete fatte vedere. Com’è andata?

Le ragazze hanno corso molto bene, malgrado fossimo partite in cinque perché Jaskulska sabato notte ha avuto una reazione allergica ad un occhio per il contatto con un’ape. Sabrina (Stultiens, ndr) è stata brava restando in avanscoperta per diversi chilometri. Doveva fungere da punto di riferimento per noi. Purtroppo Mavi Garcia ha sofferto ancora il freddo e si è ghiacciata come al Brabante. Non è riuscita a fare ciò che di solito sa fare in gare come queste. Non ci voleva. Forse averlo saputo in anticipo, l’avrei fatta muovere prima e magari poteva andare diversamente qualcosa. In generale però sono contenta della nostra prestazione.

La spagnola ha la possibilità di rifarsi nei prossimi giorni.

Ero dell’idea che in questo trittico Mavi potesse fare bene e lo sono tuttora. Adesso c’è questo dominio della SD-Worx e credo che si inserirà anche la Trek-Segafredo, quindi a livello di numeri ne avranno sicuramente più di noi là davanti in corsa. Se Mavi si troverà da sola, è chiaro che sarà più difficile da gestire la situazione per un risultato pieno. Lei sta bene, arriva da un periodo di altura. Ha patito il brutto tempo, ma speriamo che in queste ultime due gare il suo corpo si sia adattato al freddo. Mi sento abbastanza fiduciosa. Vedremo come andranno Freccia Vallone e Liegi. Dopo le Ardenne, Mavi farà la Vuelta.

Mavi Garcia ha patito il freddo a Brabante e Amstel. Cerca il riscatto a Freccia e Liegi
Mavi Garcia ha patito il freddo a Brabante e Amstel. Cerca il riscatto a Freccia e Liegi
Nel 2022 eravate state bersagliate dalla malasorte tra Covid e infortuni. Sembra meglio quest’anno?

Tendenzialmente sì ma non troppo. Abbiamo avuto meno casi di Covid però già ad inizio stagione avevamo due ragazze fuori, che sarebbero state importanti per le classiche. Van der Hulst ha avuto problemi con l’arteria iliaca. Korevaar invece ha avuto noie ad un ginocchio, senza dimenticare che anche De Jong è stata ferma per problemi ad un ginocchio. Non siamo state al completo per le classiche ma ce la siamo cavata bene. Alla Strade Bianche ha preso il Covid Ton che era in una condizione ottimale, dopo aver disputato una Het Nieuwsblad quasi perfetta. Alla fine non ci è girata benissimo nemmeno quest’anno, però il risultato di Katia ha fatto finire il periodo delle classiche delle pietre con un giro di vite importante.

Torniamo proprio a quel giorno alla Roubaix. Ti è spiaciuto non esserci stata?

Sì, ma i miei programmi prevedevano che sarei salita per queste classiche delle Ardenne. Avrei voluto condividere la gioia di quel secondo posto. Non stavo nella pelle, ero felicissima. Vedevo quegli abbracci in televisione e virtualmente ero lassù con la squadra. La nostra tattica è stata giusta. Katia è andata in fuga con la sicurezza di poter prendere davanti tutti i settori, specie quelli più difficili. Negli ultimi chilometri la sostenevo a distanza. E alla fine ha fatto davvero un grande corsa.

La “scommessa Ragusa” a che punto è?

Per me è già vinta… non mi chiamano “maga” perché prevedo il futuro (sorride riferendosi al suo soprannome di quando correva, ndr). Battute a parte, devo dire che era vinta anche prima, a prescindere dal risultato, perché ho visto una Katia diversa. A fine 2022 è riuscita a fermarsi e tirare il fiato dallo stress e dalle mille cose a cui pensare. Abbiamo lavorato gomito a gomito e i progressi li ho visti subito nei primi mesi di quest’anno. Forse non mi aspettavo che arrivasse adesso, ma devo dire che questo piazzamento è arrivato al momento giusto. Katia stava facendo sacrifici da due anni e se lo meritava. Spero che ricapiti ancora da qua alla fine, magari con una vittoria.

Qual è stato il segreto per la sua rinascita?

L’ascolto. Quello funziona sempre e per Katia è stata la qualità migliore. Fortunatamente ha saputo comprendere che prima era in un loop abitudinario che non la portava troppo lontano. Stava lavorando su un corpo stanco sia fisicamente sia psicologicamente. Abbiamo aggiustato la mira, sapendo dove tirare il freno e dove invece forzare qualcosina in più. Ora ha ripreso una routine di allenamenti in modo giusto. L’intenzione era darle un metodo e delle motivazioni da cui attingere anche in futuro, con la speranza che ne possa fare buon uso quando ne avrà bisogno.

A questo punto quali sono i prossimi “cavalli” su cui punterà Giorgia Bronzini?

In generale penso molto bene della squadra ma se vogliamo parlare ancora di scommesse (sorride, ndr), vi indico tre nomi validi. Quinty Ton quest’anno ha fatto un bel salto di qualità. E’ un’atleta piuttosto completa e cercherò di farle avere una soddisfazione importante. Marta Jaskulska credo che abbia delle doti che nemmeno lei sa di avere. In accordo col suo preparatore atletico stiamo cercando di aiutarla a maturare dal punto di vista ciclistico. Lavoro su di loro dall’anno scorso e vorrei che entrambe potessero sorprendersi di se stesse. Infine c’è anche Caroline Andersson, giovane svedese che va forte in salita, anche se non è al livello delle migliori scalatrici. E’ ancora molto acerba. Va seguita, istruita e presa per mano. Sto lavorando con lei solo da inizio anno, tuttavia penso che verso fine stagione potrà fare bene.

EDITORIALE / Qualcuno può mandarlo fuori giri?

17.04.2023
5 min
Salva

Vedremo come finirà la Liegi. O meglio, vedremo quanti pezzi grossi – delle classiche e dei Giri – ci saranno alla Liegi per giocarsi la corsa. Un passaggio di ieri nel pezzo sulla vittoria di Pogacar all’Amstel ha infatti scatenato i tifosi dello sloveno. Si parlava dell’assenza di rivali “veri”, perché è indubbio che rispetto al Fiandre in cui la partecipazione era di prima classe, ieri nella corsa olandese i cosiddetti big non c’erano. Sarà probabilmente dipeso dalla caratura della corsa, allo stesso modo non erano tutti neppure alla Gand-Wevelgem. Perciò vedremo come finirà la Liegi, che in quanto Monumento ne richiamerà certo altri.

Intendiamoci: Pogacar è un fenomeno. Il solo capace di vincere classiche e Giri, in mezzo a gente che prepara le une oppure gli altri. Un gradino sopra Van der Poel e Van Aert, perché loro un Tour de France non lo vinceranno mai.

Le ottime relazioni con VdP emersero già al Tour del 2021: qui al Mur de Bretagne, quando Mathieu vinse la tappa e prese la maglia
Le ottime relazioni con VdP emersero già al Tour del 2021: qui al Mur de Bretagne, quando Mathieu vinse la tappa e prese la maglia

Addio al Team Sky

Stiamo vivendo un ciclismo da capogiro. Dopo gli anni in cui il treno di Sky portava il capitano all’ultimo chilometro della salita finale, asfissiando così la corsa e mandando fuori giri i rivali sulle montagne precedenti, oggi grazie a Pogacar, Van der Poel, Evenepoel, Van Aert e a tratti Alaphilippe, sono saltati tutti gli schemi. Sono i capitani per primi a correre in modo imprevedibile e questo priva le squadre avversarie di ogni punto di riferimento. La corsa è un corpo a corpo e il colpo che ti stende può arrivare anche a 100 chilometri dall’arrivo. Devi starci o resti indietro.

Niels Verdijck, compagno di allenamento di Van der Poel ha raccontato ieri nel podcast Café Koers di aver ricevuto da Mathieu uno screenshot dello scambio di messaggi con Pogacar a proposito del punto in cui attaccare all’Amstel

«Ovviamente non conosco Pogacar personalmente – ha detto – ma la mia impressione è che lui e Mathieu abbiano quasi lo stesso stile di vita, non fanno troppi calcoli: “Non preoccuparti troppo delle cose di cui non devi preoccuparti e controlla solo le cose che puoi controllare”. Mathieu non è stato affatto deluso dopo il Fiandre. Ha riconosciuto la superiorità di Pogacar e ha detto che non poteva davvero pedalare più forte. Però ci ha provato fino alla fine, non si è mai arreso».

Fuga a 90 chilometri dall’arrivo: giusto o sbagliato collaborare con Pogacar, finendo fuori giri?
Fuga a 90 chilometri dall’arrivo: giusto o sbagliato collaborare con Pogacar, finendo fuori giri?

Il limite di Pogacar

Qualcuno ha obiettato, dicendo che parlare dell’assenza di rivali per Pogacar gli ha ricordato la storiella per cui Nibali vinceva a causa delle cadute dei suoi rivali. Niente di più falso, ovviamente. Ma è innegabile che ieri in Olanda e domenica alla Liegi qualche assenza pesante s’è registrata e si registrerà.

La grandezza di Nibali contro certi avversari era proprio indurli all’errore. Cadde Wiggins nella pioggia di Pescara, nel primo Giro vinto da Vincenzo, perché lui attaccò e il britannico palesò i suoi limiti di guida. Cadde per lo stesso motivo Contador nel Tour del 2014 e qualche giorno prima era finito sull’asfalto Froome nella tappa del pavé, perché l’Astana si era messa a fare il forcing e Chris sul bagnato si dimostrò troppo fragile. I due – lo spagnolo e il britannico – erano così forti quell’anno, che ad agosto andarono alla Vuelta e si piazzarono primo e secondo. Eppure al Tour, contro Nibali, dovettero alzare bandiera bianca, perché il siciliano li spinse oltre il limite.

Ammesso che sia possibile, chi è in grado di inventare qualcosa che porti oltre il limite super Pogacar?

«Tutti devono capire – ha detto ieri Maxime Monfort, ora diesse della Lotto-Dstny – che non si può collaborare con la UAE Emirates. Dobbiamo lasciare loro il peso della corsa, isolare Pogacar. Non capisco le squadre che collaborano con loro. Lo trovo frustrante».

Se Pogacar attacca a 90 chilometri dall’arrivo dell’Amstel, tolti forse Lutsenko e Pidcock, perché gli altri collaborano? Pensano di poterlo battere o di essere saliti sul treno che li porterà vicini al podio?

Roglic e Vingegaard sono stati i soli finora a a mandare Pogacar fuori giri, attaccandolo a ripetizione
Roglic e Vingegaard sono stati i soli finora a a mandare Pogacar fuori giri, attaccandolo a ripetizione

La sfida della Liegi

Vero, come dice qualcun altro, che dietro c’erano Hindley (vincitore di un Giro) e anche Benoot che non è l’ultimo arrivato, ma quante classiche hanno vinto? Nell’Amstel del 2021, il vincitore Van Aert si lasciò dietro Pidcock, Schachmann, Matthews, Valverde, Alaphilippe, Sbaragli, Kwiatkowski, Mohoric: gente che ha vinto classiche e mondiali e sapeva il fatto suo molto più dei primi 10 alle spalle di Pogacar (Pidcock escluso).

Per questo vedremo chi ci sarà alla Liegi e come andrà a finire. Sappiamo già che non ci saranno Roglic e Vingegaard. Il primo una Liegi l’ha vinta, il secondo non ha mai ben figurato, ma sarebbe stato interessante vederli rispondere a Pogacar o Evenepoel quando attaccheranno sulla salita prescelta. Di fatto per ora, tolto il Mas del Giro dell’Emilia, sono stati gli unici a cogliere Pogacar in castagna.

Ci sarà appunto Remco, che l’anno scorso attaccò sulla cima della Redoute e crediamo non avrà problemi a seguire un attaccante di gran nome se deciderà di muoversi prima. E poi chi ci sarà? Leggiamo di Jungels, Hindley, Vlasov, Mohoric, Landa e Pello Bilbao. Carapaz, Healy. Martinez, Kwiatkowski e Pidcock. Gaudu. Mas. Bagioli e il malconcio Alaphilippe. Ci sarà anche Ciccone.

Pogacar ed Evenepoel non hanno avuto grosse occasioni di confronto: a Liegi ne sapremo di più
Pogacar ed Evenepoel non hanno avuto grosse occasioni di confronto: a Liegi ne sapremo di più

Mentalità vincente

Non è affatto detto che saranno in grado di rispondere a un attacco a fondo dello sloveno, candidato alla vittoria. Sarebbe però sbagliato che andassero al via rassegnati.

«Per la Liegi partiremo addirittura per il terzo posto – ha detto a L’Equipe Cedric Vasseur, team manager della Cofidis – perché ci sarà anche Remco Evenepoel, un altro fenomeno».

Se anche i manager delle squadre lasciano passare questo messaggio ai loro corridori, poi non vadano a lamentarsi per la mancanza di punti a fine stagione. Roberto Damiani, che di quella squadra è il tecnico, ha sempre insegnato ai suoi ragazzi che si va alle corse per vincere. Ma se ci sono tecnici che in vita loro non hanno mai dovuto tirare fuori l’acqua dal sale e corridori già rassegnati, è certo che l’innegabile immensità di Pogacar e di quelli della sua classe sembrerà sempre più grande.

Negrente erede di Herzog. Ma la scuola viene prima

17.04.2023
5 min
Salva

Quando vinci il Giro di Primavera a San Vendemiano, hai già dimostrato di valere. Non serve neanche andare tanto indietro nel tempo e nell’albo d’oro, lo scorso anno a vincere fu un certo Emil Herzog, che qualche mese dopo si sarebbe laureato campione del mondo juniores. Forse le aspirazioni di Mattia Negrente non andranno così lontano, ma se vinci come ha vinto lui, significa che la stoffa c’è, tanto è vero che non sono pochi i team che ci hanno messo gli occhi sopra.

Negrente a questa gara ci teneva tantissimo, era il suo obiettivo sin dallo scorso anno: «Ero arrivato 14°, ma secondo fra quelli del primo anno e considerando la partecipazione straniera sapevo che era un risultato importante. Domenica è stata la vittoria più importante e bella, perché ci avevo puntato tanto, sapevo che il suo percorso così nervoso mi si addiceva e non ho sbagliato nulla».

Il podio del Giro di Primavera, con Negrente fra Turconi e il francese Decomble (foto Italiaciclismo)
Il podio del Giro di Primavera, con Negrente fra Turconi e il francese Decomble (foto Italiaciclismo)
Come l’hai interpretata?

Ho lasciato che nei primi giri lavorassero le altre squadre, sono rimasto nel gruppo pensando a risparmiare più energie possibili, poi quando la corsa si è accesa, ho aperto il gas e mi sono fatto trovare pronto al penultimo giro, quando è nata la fuga decisiva. Eravamo in tre e ci siamo dati cambi regolari, questo ci ha favorito, poi in volata ho fatto valere le mie doti da pistard.

Nell’ambiente dicono che, oltre che per le tue doti prettamente fisiche, ti stai mettendo in evidenza per come sai dirigere la squadra, per l’acume tattico che dimostri…

Penso sia una dote importante se si ambisce ad avere un futuro in questo sport. Nel team (la Assali Stefen Makro, ndr) siamo soprattutto Thomas Capra ed io gli uomini deputati a puntare al risultato, i compagni si sono sempre dimostrati disponibili perché le vittorie sono prima di tutto effetto del lavoro di tutti. Domenica ha funzionato davvero tutto alla perfezione.

Come sei arrivato a questo punto?

Seguendo le orme di mio fratello, come tanti. Ha 8 anni più di me, per seguirlo i miei genitori mi portavano da piccolo così ho iniziato a correre già da G2. Ho provato anche altri sport, il tennis, il calcio, ma se devo dirla tutta con il ciclismo è stato amore a prima vista e mai tradito…

Negrente, veronese nato il 28 maggio 2005, è considerato un ottimo leader nel suo team
Negrente, veronese nato il 28 maggio 2005, è considerato un ottimo leader nel suo team
Dal punto di vista tecnico ti sei fatto un’idea di che corridore puoi essere?

Bella domanda, il fatto è che non lo so ancora… Sicuramente vado bene sulle salite, quando non sono troppo lunghe e altrettanto sicuramente sono veloce, anche per arrivi di gruppo, ma un conto è esserlo a questi livelli e alla mia età, un altro è capire quale potrà essere il futuro.

Hai accennato alle tue doti di pistard…

La pista mi piace tantissimo e l’ho sempre ritenuta una parte importante dell’attività, tanto quanto la strada. L’ho fatta già da giovanissimo, come allievo ho fatto collezione di titoli regionali in più discipline, lo scorso anno ho vinto il titolo italiano nel quartetto. Quest’anno ho già frequentato l’ambiente della nazionale e non vedo l’ora che arrivino i campionati italiani.

Quali sono le discipline dove ti trovi più a tuo agio?

Innanzitutto il quartetto dell’inseguimento, grazie alle mie doti di recupero. Quando faccio una tirata, mi basta poco stando dietro ai compagni per recuperare ed essere pronto per un’altra tornata a tutta. Poi amo l’omnium, perché ha tante discipline tutte diverse fra loro, dove devi essere anche scaltro nella gestione delle energie.

Il quartetto veneto tricolore nel 2022, con Negrente anche Favero, Rosso e Delle Vedove
Il quartetto veneto tricolore nel 2022, con Negrente anche Favero, Rosso e Delle Vedove
Quanto è difficile abbinare il ciclismo con i suoi tempi alla scuola?

Tantissimo, è questo il vero sacrificio. Per fortuna ho le agevolazioni come studente-atleta per cui posso uscire un’ora prima due volte a settimana. Inoltre ho le interrogazioni programmate e questo mi aiuta molto per la gestione dei tempi. Spesso, considerando gli allenamenti pomeridiani, mi preparo la sera il riso e in questo modo pranzo a scuola per essere poi pronto per andarmi ad allenare appena tornato a casa e cambiato.

Che cosa dicono i tuoi compagni di scuola, vedono questi come privilegi?

No, ormai sono al quarto anno e sanno quel che faccio, anzi mi sono di sostegno, mi aiutano con le interrogazioni e nella gestione del tempo. Non ho mai riscontrato invidie particolari.

E il team?

Mai avuto problemi neanche con la squadra. Sanno che, se serve, meglio saltare un allenamento e pensare a studiare. La scuola viene prima, lo dicono sempre e anch’io la penso così.

Il veneto ha iniziato a vincere da giovanissimo. Qui nel 2019 a Bionde di Salizzole (Photobicicailotto)
Il veneto ha iniziato a vincere da giovanissimo. Qui nel 2019 a Bionde di Salizzole (Photobicicailotto)
Sei al secondo anno junior e la vittoria di San Vendemiano non è passata inosservata. Si è fatto avanti qualche team per il passaggio di categoria?

Sì, ma anche prima c’erano contatti, in questi giorni però mi hanno chiamato molti dirigenti. Io comunque voglio stare tranquillo, non voglio scegliere per ora. Magari nelle prossime settimane arriva qualche altra chiamata, la stagione non è certo finita a San Vendemiano…

Anche team esteri? Il fatto di avere pochi riferimenti qui in Italia non è uno svantaggio?

Secondo me no, non solo dal punto di vista professionale, ma anche di crescita personale. Andare all’estero significa crescere, confrontarsi con altre culture, essere costretti a parlare inglese e quindi entrare in un mondo più globalizzato. E’ un’esperienza che dà molti stimoli, se ci sarà la possibilità non dirò certo di no. Inoltre ci si confronta con metodologie differenti che si vede bene che portano risultati.

Dopo aver centrato il tuo primo obiettivo, ora a che cosa pensi?

Vorrei vestire la maglia azzurra, sarebbe un onore enorme, lo sogno da tanto tempo e voglio provare quelle sensazioni. Spero di meritarmela, per mondiali o europei, su pista o su strada. Va bene qualsiasi cosa…

Staune-Mittet: nato sciatore, cresciuto ciclista

17.04.2023
4 min
Salva

Alle 11,30 sulla leggera discesa che porta alla partenza della 60ª edizione del Palio del Recioto si raduna la maggior parte delle squadre. Il Team Development della Jumbo-Visma non è ancora arrivato, così attendiamo. Pochi minuti dopo la macchina nera dei “calabroni” sbuca da dietro la curva. Johannes Staune-Mittet (nella foto Instagram di apertura) scende con la faccia un po’ assonnata e ci saluta con energetico “morning!” (buongiorno). 

Dal 2024 il norvegese passerà nella formazione WorldTour (foto Zannoni)
Dal 2024 il norvegese passerà nella formazione WorldTour (foto Zannoni)

L’inizio con lo sci

Meno di ventiquattro ore prima il norvegese ha vinto il Giro del Belvedere e tutti lo indicano come uno dei favoriti anche per il Recioto. Lui stempera la tensione dicendo che ha già vinto e vedrà come andrà la corsa, lasciando più spazio ai suoi compagni. Profezia avverata, visto che è il suo compagno Graat a festeggiare a Negrar di Valpolicella. Staune-Mittet si trovava davanti con lui e Pellizzari ed una caduta lo ha messo fuori gioco per la vittoria finale. 

Il ragazzo, classe 2002, ha una storia sportiva diversa, come capita spesso a corridori della Jumbo-Visma. Da piccolo ha iniziato con lo sci da fondo, la bici è arrivata solamente più tardi.

«In Norvegia è difficile trovare qualcuno che non sappia sciare – dice ridendo – ho imparato da piccolissimo anche perché è un modo di muoversi molto efficiente dalle mie parti. Andando avanti lo sci di fondo è diventato il mio sport principale, e ho continuato a praticarlo fino a diciannove anni. In quello stesso anno ho vinto il titolo nazionale norvegese nella 10 chilometri stile classico».

La bici arriva dopo

Le due ruote per Staune-Mittet sono state una scoperta “tardiva”, come ci ha spiegato non si è trattato del primo sport praticato. Anzi, la bici è arrivata quasi per gioco.

«Ho iniziato ad andare in bici solamente a 11-12 anni – racconta – e l’ho fatto insieme a mio fratello. Sapete com’è, quando qualcuno della tua famiglia fa qualcosa ti spinge a provare e per noi è stato esattamente così. Per molto tempo, quasi 8 anni, ho combinato entrambe le discipline. Successivamente ho dovuto prendere una decisione, era troppo difficile continuare a gareggiare ai massimi livelli sia nello sci che in bici.

«Quando la Jumbo-Visma mi ha contattato non ho potuto dire di no, è la squadra più forte del mondo! Erano alla ricerca di ragazzi con una formazione differente. Lo sci di fondo lo pratico ancora, quest’inverno lo abbiamo usato come preparazione, siamo stati insieme alla squadra a Lillehammer, la mia città natale».

Tre anni con il Devo Team

Per Staune-Mittet si tratta della terza stagione all’interno del team di sviluppo della Jumbo-Visma. E’ partito subito forte e tra le sue migliori prestazioni ci sono le cronometro e gli arrivi in salita. Così viene spontaneo chiedergli se si sente un corridore da corse a tappe. 

«Sicuramente – ci dice senza nascondersi – vado molto bene nelle prove contro il tempo. Mi piacciono molto, è uno sforzo abbastanza simile, mentalmente, allo sci di fondo. Ho fatto una bella prova al Gran Camino, anche alla Coppi e Bartali sono andato bene fino al cambio della bici a 6 chilometri dal traguardo. Il mio obiettivo è quello di diventare un corridore da corse a tappe, non lo nego, però vedremo come procederà la crescita.

«Sulle salite lunghe mi trovo meglio, ed il fatto di aver vinto al Belvedere, su un percorso differente, mi rende felice. L’anno scorso sono arrivato secondo al Tour de l’Avenir ed ho vinto la Ronde de l’Isard, proverò a migliorarmi e crescere ancora, anche perché dal 2024 sarò promosso con il WorldTour».