Buitrago e il padrino Bernal: una storia nata da lontano

01.01.2024
5 min
Salva

BOGOTA’ (Colombia) – La scena è da film d’azione, ma in realtà la trama di questo “film” parla di buoni sentimenti e di una passione condivisa che si trasforma in una vita speciale, desiderata. Una vita che da sogno impossibile trasmuta in realtà solida e libro aperto ancora appena alle prime pagine, insomma tutto da scrivere. Così quando nel bel mezzo della visita al Museo dell’Oro di Bogotà sullo schermo del telefonino di Santiago Buitrago appare la scritta “Padrino”, sai già che non c’è da preoccuparsi. Non lo si può definire in maniera migliore se non “padrino”: una persona che da piccolo ti supporta, abbraccia e aiuta a crescere sportivamente come fosse un secondo padre.

La figura del “asesor” in Colombia è normale, tipica, ricorrente in tutti gli sport. Un uomo, normalmente benestante, molto probabilmente ex ciclista lui stesso, di sicuro un benefattore, che individua la passione prima, poi il talento di un giovane sportivo con mezzi economici limitati. Da quel momento lo assiste in ogni esigenza, affiancando la famiglia, fin quando questi non diventa adulto e possibilmente campione.

Questa è la storia di Carlos Bernal, medico nefrologo sessantenne titolare di alcune cliniche private in Colombia, ed il piccolo, oramai diventato campione, Santiago Buitrago, corridore del Team Bahrain Victorious.

Il viaggio nell’entroterra di Bogotà è un rituale fra Buitrago e Bernal: quest’anno con due testimoni dall’Italia
Il viaggio nell’entroterra di Bogotà è un rituale fra Buitrago e Bernal: quest’anno con due testimoni dall’Italia

Un bambino di 11 anni

Quando Francisco Rodriguez, terzo nella Vuelta 1985 vinta da Pedro Delgado, avvicinò Carlos, suo vecchio compagno di allenamenti, per raccontargli che aveva visto un bambino speciale in una gara giovanile, a Carlos si drizzarono subito le orecchie. Carlos stesso era stato un ciclista dilettante nella Colombia degli anni ’80, arrivato alle soglie del professionismo, con un sogno mai realizzato in prima persona, ma col desiderio di realizzarlo nella sua seconda parte di vita. Era un medico laureato che poteva darsi da fare per aiutare qualcun altro lì dove lui non era riuscito ad arrivare. Quel bambino aveva appena 11-12 anni e in effetti, racconta oggi Carlos, a prima vista fu quasi un colpo di fulmine sportivo.

Santiago Buitrago in formato mini era sveglio, sapeva correre nelle posizioni avanzate del gruppo, sapeva scattare in salita, sapeva vincere in sprint ristretti. Ma soprattutto aveva occhi vispi che illuminavano un visino tondo color cioccolato contornato da  un caschetto di capelli scuri, come quelli dei cartoni animati. Gambette cicciotte ma potenti, una agilità innata, un colpo di pedale sicuramente speciale. Ma gli mancava tutto il resto: un paio di scarpe adeguate, una bici accettabile al posto del catorcio usato fino a quel momento, una divisa da ciclista vero. Tutto quello che Carlos stava aspettando da tempo di realizzare, al momento giusto, con il campioncino giusto, con la famiglia giusta disposta ad accettare la sua mano tesa.

Carlos Bernal ha tenuto a battesimo Buitrago sin da quando aveva 11 anni
Carlos Bernal ha tenuto a battesimo Buitrago sin da quando aveva 11 anni

L’asesor e il campione

E così nell’estate del 2011 inizia l’amicizia inseparabile tra Carlos e Santiago, l’asesor ed il campione, così come era stato qualche anno prima per Pablo Mazuera con Egan Bernal. Iniziava la storia dei lunghi viaggi in Suv per le montagne colombiane di Carlos Bernal (nessuna parentela con Egan) insieme a Santiago Buitrago. Loro due, una bici, l’acqua, qualche banana per il rifornimento e una borsa sportiva con scarpette, salopette, asciugamano, casco e occhiali e tanti sogni da realizzare.

Un sodalizio così forte da generare qualche gelosia e tensione anche nella famiglia Buitrago, specialmente quando Carlos nel 2019 aveva fatto di tutto per spedire in Europa, in Toscana, tra le braccia di Francesco Ghiarè ed il suo Team Cinelli un giovane ed inesperto under 23 al secondo anno di categoria. Dopo quattro gare aveva collezionato già una top 10, ma anche tre ricoveri in ospedale per tre cadute disastrose.

Al Giro del Friuli 2019 in maglia Cinelli, Buitrago con Quartucci, oggi pro’ alla Corratec (foto Instagram)
Al Giro del Friuli 2019 in maglia Cinelli, Buitrago con Quartucci, oggi pro’ alla Corratec (foto Instagram)

Emergenza in Italia

Don Gustavo Bernal aveva convocato a casa propria Carlos per inchiodarlo difronte alle sue responsabilità, ora che il figlio era in difficoltà. Un volo aereo Bogotà-Roma d’emergenza risultava troppo costoso per le tasche della famiglia di origine. Santiago aveva perduto conoscenza per una notte nel letto d’ospedale e i genitori erano troppo inquieti per lasciarlo solo in Italia in quelle condizioni.

Allora Carlos si era subito messo in moto per partire ed andare a riprenderlo per riportarlo in patria, quando Santiago dall’altra parte della cornetta, dall’altro capo dell’Oceano Atlantico lo aveva scongiurato di non farlo. Voleva provarci una volta ancora, tutto sarebbe andato per il verso giusto, lui le sue chance se le voleva giocare tutte, costasse quel che costasse, anche contro la volontà della famiglia. E Santiago aveva avuto ragione, così tanta ragione che a ricordarlo oggi Santi e Carlos ancora si guardano negli occhi e sorridono, felici di avercela fatta insieme, felici di ripercorrere quei giorni nel viaggio annuale che insieme da allora si regalano ogni dicembre.

Dopo la scalata all’Alto de Letras, un po’ di ristoro in piscina. Carlos Bernal è il primo da sinistra. A destra Esteban Guerrero, corridore di 23 anni
Dopo l’Alto de Letras, un po’ di ristoro in piscina. Carlos Bernal è il primo da sinistra. A destra Esteban Guerrero, corridore di 23 anni

Il viaggio a dicembre

Una tradizione, restando per giorni nelle montagne colombiane in Van e bicicletta, per parlare delle loro vite, per pianificare la stagione successiva, per mangiare, ridere e pedalare lontani dallo stress. Come fossero ancora un medico giovane ed un ragazzino alle prime armi, pieni di entusiasmo e passione condivisa per il ciclismo.

Perché il mondo intorno può cambiare, diventare veloce e stressante, ma il loro mondo sospeso tra Bogotà e l’Alto de Letras rimarrà sempre lo stesso, degno della trama di un film d’azione che si è saputo col tempo trasformare in pellicola. Vi si parla di buoni sentimenti e di una passione condivisa che si trasforma in una vita speciale: quella del ciclista professionista campione.

EDITORIALE / Pogacar al Giro, l’occasione per diventare grandi

01.01.2024
4 min
Salva

Era una sera di fine anno anche quella volta nel 1993, quindi 30 anni fa, quando durante una cena fra amici, uno se ne venne fuori chiedendo se ci fosse qualcuno in grado di battere Indurain al Giro d’Italia. Miguel era venuto nelle ultime due edizioni e le aveva schiacciate, piegando Bugno, Chiappucci e Chioccioli dall’alto di una statura atletica superiore. Aveva già vinto anche tre Tour, chi volevi che potesse impensierirlo?

Il Giro d’Italia 2024 sarà quello del debutto per Tadej Pogacar
Il Giro d’Italia 2024 sarà quello del debutto per Tadej Pogacar

La previsione più facile

Eppure quella sera, per conoscenza o partigianeria, venne quasi naturale sbilanciarsi e assicurare che se non altro Pantani avrebbe potuto dargli del filo da torcere. Il 1993 per Marco era stato l’anno del debutto e neppure troppo fortunato, ma ricordando quel che gli avevamo visto fare nel 1992, la previsione ci parve persino naturale. Come ha detto Zanatta pochi giorni fa, quelli col talento vero inventano cose fuori dal comune facendole sembrare normali: Marco era esattamente così.

La storia insegna che al Giro d’Italia del 1994 Indurain si trovò tra i piedi Pantani e anche Berzin, che si portò a casa la maglia rosa grazie alla sua forza a cronometro. Tuttavia l’unico che in salita mise in croce il grande Indurain fu proprio il piccolo romagnolo della Carrera, che iniziò a scrivere allora la sua leggenda. Aveva tutto per sfondare, ma soprattutto ebbe la fortuna di trovarsi davanti un avversario grande, grosso e imbattibile e la forza per buttarlo giù, sia pure a vantaggio del russo in maglia Gewiss.

Il Giro del 1994 sembrava nuovamente preda di Indurain, ma due ragazzini (Pantani e Berzin) si misero di traverso…
Il Giro del 1994 sembrava nuovamente preda di Indurain, ma due ragazzini (Pantani e Berzin) si misero di traverso…

Il coraggio di provare

L’altra sera, ricordando quella cena fra amici, abbiamo immaginato che l’arrivo di Pogacar al Giro d’Italia sia l’occasione perfetta perché un italiano (giovane) più promettente di altri provi a misurare il suo coraggio. Non a battere Tadej, sarebbe chiedere troppo, ma almeno a progettare di farlo. Perciò ci siamo chiesti se ci sia sulle nostre strade qualcuno che abbia dimostrato quel tipo di irriverenza. Già, chi c’è?

Non si tratta di estrarre a sorte, ma di capire quale dei ragazzi tanto attesi avrà gli attributi per provarci anche a costo di saltare. Anche a costo di disubbidire agli ordini. Fu proprio l’irriverenza a fare di Pantani, portato al Giro come spalla di Chiappucci, un eroe al cospetto del gigante spagnolo.

E allora i nomi venuti fuori da questa sorta di toto-Giro sono quelli di Tiberi e Aleotti. Piccolo, se avrà ritrovato la strada a volte smarrita. Ciccone, che non fa mistero di volerci provare. Oppure Piganzoli, Pellizzari e Garofoli, giovanissimi che hanno alle spalle ottimi risultati internazionali. Ci siamo concentrati soltanto su loro che sono giovani, altrimenti al mazzo delle carte migliori si potrebbero aggiungere Caruso e magari anche Formolo e Cattaneo, ma ci saranno?

La grande forza a cronometro di Tiberi è una buona base su cui lavorare
La grande forza a cronometro di Tiberi è una buona base su cui lavorare

Davide contro Golia

La venuta di Pogacar al Giro è la migliore notizia che il ciclismo italiano potesse ricevere. Uno così, dando per scontato che potrebbe vincere la corsa senza neppure troppi patemi, sembra fatto apposta per nobilitare il coraggio degli sfidanti. E allora da oggi in poi, ci piacerebbe immaginare che nelle loro teste sia scattata la molla. Pogacar è imbattibile, va bene. Ma siamo sicuri che non si possa mettergli i bastoni fra le ruote?

E’ la storia di Pantani, ma anche quella di Chiappucci che al Tour trovò il modo di far tremare il grande Greg Lemond. E’ la narrazione biblica della sfida fra Davide e Golia, un pensiero positivo da coltivare, prima di accettare la resa. Non vogliamo più vedere giovani corridori italiani arresi. Speriamo tanto che questo 2024, come già accadde 30 anni fa, sia l’inizio di una nuova epoca. E con questo auspicio, dettato forse da ingenuità e speranza, auguriamo di cuore buon anno a tutti.

Vendrame racconta la rivoluzione (e la sorpresa) di Decathlon

01.01.2024
5 min
Salva

La rivoluzione in casa AG2R Citroen Team (che da oggi prende il nome di Decathlon AG2R La Mondiale) è stata pressoché totale (in apertura foto P.Ballet/A.Broadway). E’ cambiato tutto: a partire dalle biciclette, che sono fornite non più da BMC ma da Van Rysel (marchio legato a Decathlon). Ma il cambiamento non ha riguardato solamente il mezzo, ma anche tutti gli accessori: casco e occhiali.

«Le uniche cose rimaste invariate – ci dice Vendrame – sono i pedali, che rimangono Look, e il fornitore dell’abbigliamento: Rosti».

Vendrame ci ha raccontato cosa ha significato passare ai materiali Decathlon nell’arco di un inverno (foto P. Ballet/A. Broadway)
Vendrame ci ha raccontato cosa ha significato passare ai materiali Decathlon nell’arco di un inverno (foto P. Ballet/A. Broadway)

Tutto nuovo

Proprio con Vendrame, che in questa squadra corre dal 2020, ci facciamo raccontare cosa ha portato questo enorme passo. 

«Dal mio punto di vista – racconta Vendrame – è stato drastico. Eravamo molto scettici per quanto riguarda il discorso del materiale fornito da Decathlon. Non avevamo la garanzia di un marchio che lavora da tanti anni nel mondo del ciclismo professionistico. Ma la presentazione effettuata a Lille qualche settimana fa ha fugato tutti i nostri dubbi. I vari responsabili delle parti tecniche ci hanno spiegato in che modo si è lavorato per fornici un prodotto pronto e performante. Ci hanno raccontato i materiali e i test effettuati. La bici Van Rysel al primo impatto si è dimostrata straordinaria, non me lo aspettavo».

Con la bici è cambiato tutto, partiamo dal telaio…

Il telaio Van Rysel è stato progettato con la collaborazione di Onera: un’azienda aerospaziale che ha contribuito alle forme del telaio e non solo. Rispetto alla BMC della scorsa stagione è più leggera. Anche nella colorazione hanno usato una colorazione meno pesante, per migliorare l’impatto aerodinamico. 

Dalla presentazione dei tecnici che cosa avete compreso?

Ci hanno mostrato uno schema di aerodinamica e ci hanno mostrato le differenze tra i vari marchi. La nuova bici di Van Rysel in questo schema si avvicina alla Cervélo della Jumbo, che dai vari studi risulta la più veloce. 

Che sensazioni hai avuto pedalandoci sopra?

E’ una bici davvero leggera e reattiva, è una cosa che ho riscontrato subito. Dalla bilancia si nota subito il dettaglio del peso. Sono arrivato in questa squadra quando ancora usavamo le Eddy Merckx. Poi siamo passati alle BMC. Le bici Van Rysel, però, hanno portato una vera e propria rivoluzione. Il telaio è leggero ed allo stesso tempo estremamente rigido, il che permette di avere tanta reattività nella guida. E’ una bici veloce a 360 grandi. 

Una bici che a detta dei corridori è performante su tutti i terreni (foto P. Ballet/A. Broadway)
Una bici che a detta dei corridori è performante su tutti i terreni (foto P. Ballet/A. Broadway)
Per le misure come avete fatto?

Inizialmente abbiamo riportato quelle che usavamo sulle BMC. Poi con l’aiuto di preparatori e dei biomeccanici siamo arrivati a un dunque. Il cambio si è sentito, sia come seduta che come distanza tra sella e manubrio. In generale ho avanzato un po’ la posizione e mi sono alzato. Questo per rendere la pedalata più efficace. Come posizione del corpo ho una migliore aerodinamica, la combinazione tra bici aero e posizione più “estrema” porta sicuramente dei vantaggi. 

Le prime pedalate come sono state?

Per la prima settimana ho pedalato per due o tre ore, per non stressare troppo il corpo. Non ho nemmeno fatto sforzi estremi, visto il cambio di posizione, il rischio era che tendini e muscoli potessero risentirne. Dopo poco però ho iniziato con sprint e lavori. 

Le ruote sono Swiss Side, che ci dici?

Hanno una reattività ed una scorrevolezza davvero sorprendenti.

Fra i cambiamenti c’è anche il gruppo: da Campagnolo si è passati a Shimano (foto P. Ballet/A. Broadway)
Fra i cambiamenti c’è anche il gruppo: da Campagnolo si è passati a Shimano (foto P. Ballet/A. Broadway)
Siete passati da Campagnolo a Shimano…

Ci siamo adeguati alla maggior parte del gruppo. Campagnolo aveva un’ottima frenata, non c’era davvero niente da dire. Shimano però ha una cambiata precisa e veloce. In più le leve sono comode per tutti, hanno un’impugnatura versatile, adatta a tutte le tipologie di mani. 

Non dimentichiamo i copertoni, si è passati da Pirelli a Continental.

Questa è stata la parte più delicata. Abbiamo fatto tanti test con varie pressioni, che è la cosa più problematica nei tubeless. Ognuno di noi poi a casa ha fatto e farà delle prove per arrivare preparato alle gare. Il costruttore ti dà una tabella indicativa per peso dell’atleta e misure dei copertoni, poi sta a noi trovare l’equilibrio. 

Hai provato anche occhiali e caschi nuovi?

Abbiamo due modelli diversi di casco: quello leggero per gli scalatori e quello aerodinamico. Ci sono stati forniti entrambi, quindi potremo decidere di volta in volta quale usare. La novità riguarda un dispositivo per agganciare gli occhiali: non si usano più le prese d’aria, ma questo apposito gancio. Anche gli occhiali sono di qualità, ma da questo punto di vista sono uno che guarda al pratico. La lente non si deve appannare e non deve darmi problemi agli occhi. C’è un’altra novità…

Tanti lavori sono stati fatti anche sulla bici da crono (foto P. Ballet/A. Broadway)
Tanti lavori sono stati fatti anche sulla bici da crono (foto P. Ballet/A. Broadway)
Quale?

Gli ingegneri hanno studiato il flusso d’aria tra casco e occhiali, così ci hanno mostrato il modo giusto di indossarli. 

Siete già a pieno regime o mancano dei dettagli?

Stiamo perfezionando tutto. A breve avrò un test da fare sul manubrio. Studieremo la mia impugnatura e il manubrio verrà adattato alla mia mano, per rendere la presa più salda negli sprint. 

Buon anno tricolore da Velasco che sogna il Tour

01.01.2024
6 min
Salva

ALTEA (Spagna) – La maglia tricolore non passa inosservata. E se correndo nella pista di Grenchen, Elia Viviani ha pubblicato un post su Instagram definendola la più bella del mondo, Simone Velasco non le è meno attaccato. Lui forse neppure se ne rende conto, ma rientrato dall’allenamento del mattino non faceva che passarci sopra il palmo della mano. Forse per saggiare la consistenza del nuovo tessuto Biemme, forse anche per avere la conferma di essere magro.

Con quella seconda pelle addosso, il campione italiano ha cambiato marcia o forse, volendo rovesciare la prospettiva, l’ha conquistata avendo raggiunto un livello superiore. Comunque sia, il quinto posto di Montreal, seguito dal secondo al Matteotti, il quinto al Pantani e le due top 10 ai mondiali e alla Serenissima Gravel dicono che il bolognese dell’Isola d’Elba sta diventando grande.

«L’anno scorso – conferma – ho fatto una grande seconda parte di stagione con questa maglia, quindi cercheremo intanto di ripartire da dove abbiamo lasciato. La maglia tricolore è sicuramente una spinta e non un peso, perché porti in giro per il mondo la storia e il nome di una Nazione. Ho visto anche io quel post di Viviani e poi io l’ho sognata per tanti anni, anche nelle categorie giovanili e in tante discipline e alla fine è arrivata, forse nel momento più bello».

La tua carriera va avanti per gradini, l’ultimo ti ha portato questa maglia. Quale sarà il prossimo?

Abbiamo visto che posso essere competitivo anche nelle corse vere, quelle dei big. Per cui adesso alziamo un po’ l’asticella per essere competitivi anche con loro. Ora so bene che arrivare alla vittoria con i grandi è sicuramente difficile, però comunque essere lì davanti a giocarsi le prime posizioni è senza dubbio lo step successivo che mi aspetto. E poi, se si vince un po’ di più, è sicuramente meglio.

Come si alza l’asticella? 

In ritiro abbiamo fatto tanto fondo, sfruttando anche l’occasione di essere al caldo, dato che a dicembre il sud della Spagna è appena più caldo di San Marino (sorride, ndr). E’ venuto fuori un bel blocco, un grande volume di lavoro. Poi a casa si recupera un po’ brindando al nuovo anno e sarà già ora di ripartire, perché a gennaio faremo altri due training camp. Uno dal 4 al 12 e il secondo dal 19 al 28. Rispetto ad altri anni, a gennaio saremo belli attivi, prima di tornare nuovamente a casa prima del debutto, che a me toccherà in Portogallo. Di solito all’inizio faccio sempre fatica, ma mi sono meravigliato di me stesso per la velocità con cui ho ritrovato la condizione.

L’Algarve è una di quelle corse piene di campioni…

E infatti sarà un bel un bel banco di prova, per questo voglio arrivarci a posto, pronto per dare tutto, stringere i denti a costo di mordere il manubrio e tirare fuori il carattere.

Simone Velasco è nato a Bologna il 2 dicembre 1995. Pro’ dal 2016, è alto 1,70 per 59 chili
Simone Velasco è nato a Bologna il 2 dicembre 1995. Pro’ dal 2016, è alto 1,70 per 59 chili
La maglia tricolore porta dritta al Giro d’Italia?

Vediamo, sarebbe bello. Però c’è anche il Tour che arriva a Bologna, nella mia città natale. Una tappa che mi piacerebbe correre, però al momento non è nel programma. Nei piani per ora c’è di fare il Giro, poi vedremo in base a come sarà la mia condizione e a quel punto un pensierino potrei anche farcelo.

Le cose cambiano: di te si disse che fossi passato troppo presto, oggi saresti considerato vecchio…

Esatto (ride, ndr), al giorno d’oggi sarei uno che è passato tardi, dato che lo feci al secondo anno da U23. E magari se al tempo si fosse ragionato come oggi, sarei andato direttamente in una grande squadra. Se ripensiamo a quello che ero da junior e ai risultati che ottenevo, al pari di tanti miei compagni di squadra, magari il mio percorso nel professionismo sarebbe stato diverso. Io poi al primo anno da professionista ebbi la sfortuna di una ricaduta di mononucleosi, che mi portai dietro a lungo. E comunque anche allora, quando passi sapendo di essere uno degli U23 più forti a livello internazionale e ti accorgi che nei professionisti non sanno neanche chi sei, la mazzata arriva lo stesso. Però non ho mai mollato e ho continuato a lavorare e alla fine sono arrivati i risultati e ho vinto la prima corsa al primo anno da elite (il Trofeo Laigueglia del 2019, ndr). Il Covid non ha aiutato, ma nelle ultime tre stagioni ho trovato una discreta costanza. Forse siamo sulla buona strada.

La prima vittoria a 24 anni battendo Bagioli e Sobrero: un bello spot sul futuro, no?

Però ormai ero al quarto anno professionista. Il tanto anticipare di adesso magari a livello di risultati immediati può farti guadagnare tempo, poi bisognerà vedere sulla lunga distanza. Perché se fai girare il motore di una macchina giovane sempre a 15.000 giri, quanto può durare? Nel calcio c’è chi a 16 anni gioca in serie A e magari fa qualche partita in Champions League. Il ciclismo è uno sport un po’ diverso, però sembra che si stia andando in quella direzione. Si guarda un po’ meno alla persona e più ai risultati e ai vantaggi economici che può portare un atleta. Lo sport è fatto di cambiamenti e noi dobbiamo sempre essere pronti ad adattarci e tirare fuori il meglio in qualsiasi occasione.

Fra gli amori non sopiti di Velasco c’è il fuoristrada. Qui è 5° alla Serenissima Gravel, dopo il 7° posto ai mondiali
Fra gli amori non sopiti di Velasco c’è il fuoristrada. Qui è 5° alla Serenissima Gravel, dopo il 7° posto ai mondiali
Com’è correre con Cavendish e condividere questo suo sogno?

Il suo arrivo ha cambiato le cose. Mark è un uomo squadra, uno dei grandi campioni di tutti i tempi e quindi anche il fatto che non sia né italiano né kazako ci ha aiutato a legare molto di più. Anche a tavola e nei momenti di relax in cui siamo tutti assieme, si vede il mix giusto per fare grandi cose tutti insieme. Io Cav non lo conoscevo, se non per i suoi risultati. A livello personale mi ha sorpreso. Ho trovato una persona umilissima e pronta a porgere la mano a chi ha bisogno. Ti dà tanti consigli ed è pronto a fare gruppo e a creare il team. Per questo mi auguro che riesca a coronare il suo sogno. Anche se ormai non è più solo un suo sogno, ma il sogno di tutti noi.

Vent’anni dopo il Panta, il tentativo sfumato di Froome

31.12.2023
5 min
Salva

Dopo Pantani, esattamente vent’anni dopo, l’infallibile Chris Froome tentò l’accoppiata Giro-Tour e ne fu respinto. Vinse il Giro, poi arrivò terzo al Tour, dietro il compagno Thomas e Dumoulin. Il britannico veniva da un filotto sensazionale, avendo vinto il Tour e la Vuelta del 2017 e poi il Giro del 2018. Già dall’inizio della stagione, l’idea di vincere il quinto Tour dopo aver vinto il primo Giro stuzzicava i tecnici del Team Sky. Froome sembrava imbattibile, chi avrebbe potuto impedirglielo? Ci riuscirono la sfortuna e la presenza del compagno in maglia gialla. Se anche avesse voluto riaprire la corsa come al Giro con l’impresa di Bardonecchia, con quale faccia avrebbe potuto disarcionare Thomas?

«Anche il Giro inizialmente non andò troppo bene – ricorda Dario Cioni, che guidò Froome in Italia – nel senso che per vincerlo gli toccò fare quell’impresa sul Colle delle Finestre. Nei primi dieci giorni non era stato brillantissimo. In Israele era caduto e poi nelle prime tappe aveva accumulato ritardi anche su salite non impossibile. Aveva perso 26 secondi sull’Etna e poi un minuto sul Gran Sasso. Fece un bel numero sullo Zoncolan, mentre la crono andò così e così. Insomma, alla vigilia delle Alpi era lontano in classifica…».

L’altura di giugno

L’idea di fare la doppietta era il filo conduttore della primavera, in un Team Sky che sarebbe andato al Tour anche con il giovanissimo Bernal e con Geraint Thomas. Al momento di disegnare il programma di Froome, che avrebbe comunque voluto correre due grandi Giri, fu individuato il Giro d’Italia.

«Dopo il Giro – ricorda Cioni – Chris andò in altura. La decisione fu presa perché il Tour era slittato avanti di una settimana, quindi c’era quasi un mese e mezzo fra le due corse (il Giro finì il 27 maggio, il Tour sarebbe cominciato il 7 luglio, ndr). Non si valutò mai di correre nel mezzo. Ugualmente al Tour ci arrivò meno centrato di quanto si sperasse, un po’ stanco. E si ritrovò in squadra un Thomas molto forte, che ci puntava da anni. Se questo lo ha condizionato? Potrebbe anche darsi, abbiamo visto con la Jumbo-Visma alla Vuelta che problemi ci sono quando hai davanti in classifica un compagno di squadra. Comunque ci fu subito una caduta e perse 51 secondi, poi Chris si ritrovò a perderne 8 sul Mur de Bretagne. Poca cosa, ma comunque un primo segnale. Fino alle Alpi era lì, anche se già staccato di 1’39” da Thomas».

Froome va al Tour dopo aver vinto il Giro: c’è attesa per la doppietta
Froome va al Tour dopo aver vinto il Giro: c’è attesa per la doppietta

Quale condizione

La doppietta è una sfida particolare, condizionata da fattori ambientali e dal calendario. Le annate non sono mai uguali fra loro e i giorni che dividono Giro e Tour sono spesso la parentesi in cui si gioca tutto.

«Trovare il bilanciamento migliore fra Giro e Tour – spiega Cioni – è quello che fa la differenza. Fra il Giro e il Tour del prossimo anno ci sono 34 giorni, nel 2018 erano 40. La differenza vera si fa cercando di capire se uno vuole fare la doppietta tenendo la stessa condizione oppure scaricando e poi tornando su. Se il tempo è poco, finisci il Giro, fai una settimana di recupero, un po’ lavori ed è già tempo di partire per il Tour. In questo caso è facile mantenere la condizione. In caso contrario, può essere difficile gestire le cinque settimane. Sono poche per staccare e poi riattaccare, che fu quello che cercò di fare Chris».

L’approccio light

Probabilmente nel valutare il diverso approccio con la doppietta tra Pogacar e Froome c’è da tenere anche conto della diversità fra i due atleti: un fatto di psicologia e caratteristiche tecniche.

«Il prossimo anno – dice Cioni – c’è una settimana in meno e Pogacar ha il vantaggio di saper tenere la condizione molto a lungo. E poi, da quello che si può capire osservandolo da fuori, Tadej ha un approccio più light di Chris, che era molto perfezionista nell’approccio. Pogacar sembra che viva la gara quasi come un gioco, quindi sente poco la pressione ed è un vantaggio, perché non avrà niente da perdere».

Alla fine il Tour 2018 va a Thomas, chissà se Froome senza di lui avrebbe provato altro
Alla fine il Tour 2018 va a Thomas, chissà se Froome senza di lui avrebbe provato altro

L’insidia di Oropa

Tra le variabili va ovviamente considerato il disegno dei due percorsi. E il Giro d’Italia che parte subito duro potrebbe complicare la vita a chi cercasse di restare in forma tanto a lungo.

«Anche nel 2018 l’Etna arrivava abbastanza presto – ricorda Cioni – ma dover fare i conti con la tappa di Torino e ancora più con quella di Oropa potrebbe esporre al rischio di perdere terreno se non ci arrivi già pronto. Per cui non puoi permetterti di arrivare alla partenza sperando di crescere di condizione con il passare dei giorni. Anche perché dopo il secondo riposo ci saranno ancora giornate molto pesanti, come ad esempio la doppia scalata del Monte Grappa, in cui stare molto attenti. Sono cambiati i percorsi e il modo di correre. La prima settimana del Tour in cui l’uomo di classifica spariva nel festival delle volate non esiste più. Per questo fare la doppietta è diventata così difficile».

Come nasce la doppietta Giro-Tour? Ricordi e analisi con Martinelli

31.12.2023
5 min
Salva

L’annuncio di Tadej Pogacar di voler tentare la doppietta Giro-Tour non vede placare la sua enfasi. E’ un argomento sempre in voga nel ciclismo, affascinante quanto difficile. Ma in queste storie, congetture, sogni… c’è chi ha fatto i fatti. Giuseppe Martinelli il Giro d’Italia e il Tour de France nello stesso anno li ha vinti nel 1998 con Marco Pantani. Ed è ancora l’ultima doppietta in essere.

Al direttore sportivo bresciano è bastato dare il “la” ed ha iniziato a raccontare, con una passione sconfinata. La questione sul piatto: Pogacar può riuscirci? Cosa serve per conseguirla? Come visse all’epoca questa sfida?

Giuseppe, torniamo a quel 1998. Come nacque l’idea della doppietta?

A vincerli tutti e due non ci si pensava, almeno non fino in fondo. L‘obiettivo principale era il Giro e tutto era programmato per quello. Poi ci sarebbe stato il Tour. Marco aveva già fatto i due grandi Giri nello stesso anno sin da quando era giovane. Nel 1994 fu secondo al Giro e terzo al Tour. Il percorso del Giro 1998 poi era disegnato bene, quindi si puntava su quello.

E il Tour?

Al Tour saremmo andati con l’idea di vincere un paio di tappe adatte a Pantani. Anche perché al contrario del Giro il percorso non era super ideale per lui: due crono lunghe, una di 60 e una di 40 chilometri, più il prologo. E avversari fortissimi, tanto più su tracciato disegnato in quel modo.

Come gestiste quell’intermezzo fra i due Giri?

Dopo il Giro Marco restò fermo per due settimane. Per la precisione 13 giorni, senza toccare la bici veramente. Fece un circuito a Bologna il lunedì dopo il Giro e poi non lo vidi, né sentii per un po’.

Tredici giorni, ma sono tantissimi…

Sì, sì, a meno che non abbia sgambato su un pedalò! Lui mi chiamò, cosa rara, che ero al Giro di Svizzera con Garzelli che lo stava per vincere. Gli chiesi come stava, se pedalava e lui mi fece: «Martino ma io non ho la bici a casa». «Come non hai la bici?», replicai. In pratica se l’era dimenticata a Bologna dopo il circuito. Mandai Orlando Maini in magazzino, che per fortuna non era lontano, e gliela portò. E Marco riprese a pedalare.

Froome è stato l’ultimo a salire sul podio di Giro e Tour nello stesso anno. Era il 2018. Qui il suo memorabile attacco sul Colle delle Finestre che gli valse la maglia rosa
Froome è stato l’ultimo a salire sul podio di Giro e Tour nello stesso anno. Era il 2018. Qui il suo attacco sul Colle delle Finestre che gli valse la maglia rosa
Incredibile! E cosa fece scattare la molla del Tour?

Sicuramente la morte di Luciano Pezzi influì, diede il “la” ad altre prospettive. Dopo la sua morte Marco e i ragazzi iniziarono ad allenarsi forte. Lo avremmo fatto comunque, ma lo spirito era diverso. Solo che all’inizio di quel Tour, con il livello che c’era noi in pratica eravamo ancora in vacanza.

Cioè?

All’inizio c’era il prologo. Marco arrivò tra gli ultimi incassando 1’30” e nelle prime tappe faticò moltissimo, anche se erano tutte di pianura. Un giorno fummo anche fortunati. C’erano dei ventagli, noi eravamo staccati, poi cadde la maglia gialla e per rispetto il gruppo si fermò. Morale della favola arrivammo alle montagne con già una maxi crono alle spalle e “solo” 5′ di ritardo. A quel punto ho pensato che qualcosa di buono si potesse fare, ma non vincere. Non era come oggi per Pogacar, che ha la doppietta nelle corde.

Quei giorni di stacco dopo il Giro furono davvero molti. Oggi probabilmente non sarebbe possibile…

Come detto nessuno ci pensava. Però quell’anno, come quest’anno, c’era una settimana in più tra Giro e Tour. Marco mi ripeteva: «Vabbè, Martino ma tanto abbiamo tempo per allenarci». Ma vai pensare che lo avremmo vinto! Iniziai a crederci veramente non tanto il giorno delle Deux Alpes, quando prese la maglia gialla, ma quello dopo. Ullrich era furioso. Sulla Madelaine attaccò con violenza. Ma Marco lo tenne bene e anzi gli “regalò” la tappa. Nonostante tutto fino a Parigi non ci avrei messo la mano sul fuoco.

Secondo Martinelli Pogacar ha tutte le carte in regola per la doppietta. Rispetto ad altri del passato lui la può programmare
Secondo Martinelli Pogacar ha tutte le carte in regola per la doppietta. Rispetto ad altri del passato lui la può programmare
Tu poi Martino ci hai riprovato anche con altri a fare la doppietta: Contador, Nibali…

In realtà solo con Nibali perché Alberto lo sfiorai in Astana. Con Nibali il discorso era un po’ diverso. Non c’è mai stata davvero questa decisione per la doppietta. Sì, ha fatto il Giro e il Tour o il Giro e la Vuelta, ma l’idea un po’ come fu per Pantani, era di vincere intanto il primo Giro. Il discorso è questo: la doppietta è difficile anche solo da pensare. O ti viene, o sei un fenomeno. In questi ultimi anni ci hanno provato Contador, Froome, ma poi ci sono riusciti fenomeni come Pantani, Indurain, Hinault, senza tornare troppo dietro ad un ciclismo tanto diverso. Eppure oggi è diverso ancora.

Cioè?

Oggi ci sono i corridori che possono pianificare questa doppietta. Uno è proprio Pogacar e l’altro è Vingegaard. Sono forti a crono, in salita, in pianura. Staccarli non è facile. E in tal senso faccio il tifo affinché Tadej ci riesca. Anche perché corridori così come fai a non amarli? Anche se non sono i tuoi. Se perdi da loro lo accetti. Quindi se mi chiedeste: «Pogacar può fare doppietta?». Io risponderei di sì, è nelle sue corde. Poi non è facile perché di là si ritroverà Vingegaard appunto.

Quest’anno come nel 1998 tra Giro e Tour c’è una settimana in più. Questo incide?

Sì, Pogacar potrebbe staccare un po’ di più. Non dico come Pantani, ma quasi. Può fare una settima di stop, sicuro. Anche perché non va dimenticato che il Tour è esigente sin da subito. E deve presentarsi al top.

Come al Giro del resto…

Vero. C’è Oropa alla terza tappa. Ma questo potrebbe essere un vantaggio. Se riuscisse a creare un bel distacco, poi potrebbe correre di conserva, lasciare la maglia, il che significa guadagnare almeno un’ora e mezzo di recupero tutti i giorni.

Giorgia Pellizotti vince in Belgio: buon sangue non mente…

31.12.2023
5 min
Salva

Parlando con la giovanissima Giorgia Pellizotti è quasi automatico che la mente vada indietro nel tempo, alle imprese di suo papà Franco. Per certi versi Giorgia ne è la conseguenza, perché dalle sue parole si percepisce forte una feroce determinazione, quella stessa che permise a Franco di vincere la maglia a pois al Tour, di diventare un personaggio fra i pro’ italiani pur senza essere un capitano e di essere un apprezzato e importante diesse alla Bahrain Victorious.

Giorgia sta crescendo in fretta. Il suo trainer Paludetti aveva spiegato come la ragazza stia maturando e candidandosi come uno dei principali prospetti del ciclocross azzurro con la particolarità, rispetto a tanti altri, di voler puntare con forza proprio sulla disciplina dei prati, quella che spesso è il “vaso di coccio” nella multidisciplina che caratterizza le nuove generazioni.

Paludetti aveva anche detto che Franco, come regalo di Natale aveva previsto una lunga trasferta in Belgio, per portare Giorgia a competere nella patria del ciclocross e sua figlia lo ha ripagato come meglio non poteva, aggiudicandosi la sua prima gara a Beernem. «E’ stato il più bel regalo che mi potesse fare – racconta Giorgia – sapeva bene quanto ci tenessi a mettermi alla prova in un contesto così diverso».

Alla sua prima gara a Beernem la Pellizotti ha subito centrato la vittoria (foto S Photography)
Alla sua prima gara a Beernem la Pellizotti ha subito centrato la vittoria (foto S Photography)
Perché era così importante per te?

Le gare italiane ormai le conosco quasi tutte e volevo provare qualcosa di diverso. Tracciati meno scontati, avversarie nuove perché quelle italiane ormai le conosco tutte, ci confrontiamo sempre fra le stesse. Inoltre gareggiare qui impone nuove tecniche, per affrontare il fango e la sabbia.

Avevi già avuto modo di gareggiare su questi elementi?

Nel fango sì, ma qui è tutto diverso. E’ davvero la patria del ciclocross, devi metterti alla prova al 100 per cento. E’ faticoso, ma bello. C’è tanto da spingere. E’ un modo di correre tutto nuovo per me. Oltretutto iniziare con una vittoria è stato il massimo, anche perché era una gara con tante atlete locali ma anche altre straniere oltre me, cicliste canadesi e francesi ad esempio.

Il podio di Beernem. Nell’occasione vittoria italiana anche fra i pari età con Tommaso Cingolani
Il podio di Beernem. Nell’occasione vittoria italiana anche fra i pari età con Tommaso Cingolani
Che cosa ha detto tuo padre della tua vittoria?

Non siamo partiti con tante pretese, avremmo preso qualsiasi cosa fosse arrivata, l’importante era fare esperienza a prescindere dal risultato. Lui non si esprime mai con particolare entusiasmo, ma sento sempre la sua presenza.

Hai avuto modo di vedere le sue gare?

Sono stata ad alcune corse quand’ero molto piccola, ma non ricordo molto. Ho però visto tutto quello che potevo su Youtube e le cassette. Il suo esempio ha influito su di me in maniera fortissima e so quant’è stato importante e quanta esperienza ha. Quando ho bisogno di un consiglio, chiedo innanzitutto al mio tecnico, ma anche a lui che cosa ne pensa, anche quando è lontano per lavoro.

Giorgia e suo padre Franco in Belgio, una trasferta che durerà per tutte le feste con molte gare
Giorgia e suo padre Franco in Belgio, una trasferta che durerà per tutte le feste con molte gare
Vedendo le sue gare, noti tanta differenza con il ciclismo che vivi tu?

Enorme, ma non tanto dal punto di vista tecnico, quanto proprio sul modo di interpretare le corse. Ai suoi tempi c’era spazio per l’inventiva, per la strategia personale, era un ciclismo fatto sì di muscoli e agilità, ma anche d’intelligenza personale. Oggi contano tantissimo i diesse e la squadra, è quasi tutto prestabilito e i cambiamenti in corso d’opera sono corali. La squadra è importante, ma si vede meno l’individuo e questo a me non piace tanto.

Franco ha provato a influenzarti per privilegiare la strada, sapendo anche che, in alternativa al ciclocross, preferisci la mountain bike?

Papà non mi ha mai influenzato in tal senso, mi lascia completamente libera. Quando ero piccola a dir la verità non era neanche troppo felice che facessi ciclismo, non voleva che affrontassi la stessa fatica che ha fatto lui per anni. Per lui quel che conta è che io sia felice e faccia liberamente le mie scelte.

La friulana ha già vinto quest’anno il Master Cross e punta a confermarsi tricolore (foto S Photography)
La friulana ha già vinto quest’anno il Master Cross e punta a confermarsi tricolore (foto S Photography)
Quest’anno stai rapidamente bruciando le tappe, secondo te da che cosa dipende?

Non saprei dirlo neanch’io, dipende sia dalla crescita fisica che da quella di esperienze. Io penso di essere migliorata soprattutto nella visione delle gare, nel capire come muovermi e nell’interpretare le prove delle avversarie a mio vantaggio. Ma è chiaramente un percorso in divenire.

Una curiosità che era emersa parlando con il tuo tecnico Paludetti è legata al vostro (tuo e dei tuoi coetanei del team) rapporto con i cellulari e i social. Marco dice che quando siete in gruppo chiede di non sostare sugli smartphone, tu che ne pensi?

A me non cambia molto perché per mia natura cerco di non usare moltissimo il telefono per messaggi o Instagram. Vedo però che molti miei compagni hanno più difficoltà a staccarsi, d’altronde è comune alla nostra generazione. Quando siamo insieme e non utilizziamo il telefono, ci accorgiamo che c’è un mondo al di là di quello schermo, un altro modo per comunicare e socializzare, infatti quando parliamo alla fine non ci ricordiamo più del telefono…

Il momento del riscaldamento. Quel che colpisce di Giorgia è la sua estrema professionalità
Il momento del riscaldamento. Quel che colpisce di Giorgia è la sua estrema professionalità
Ora che cosa ti proponi?

Innanzitutto vorrei riconfermare il titolo italiano di categoria e poi avere altre occasioni per vestire l’azzurro, magari in Coppa del mondo: so che significherebbe bruciare le tappe, ma io guardo sempre più avanti. Forse perché ho una natura competitiva in tutto e questo mi aiuta anche con la scuola. Voglio emergere anche lì…

Garofoli rialza la testa: «Tempo di togliere il freno a mano»

31.12.2023
5 min
Salva

ALTEA (Spagna) – E’ una sorta di buco quello in cui si è infilata da un paio di stagioni la carriera di Gianmarco Garofoli, marchigiano dell’Astana Qazaqstan Team. A pensarci bene, lui è stato il primo ad aver lasciato il Team Dsm, prima di Dainese e di Milesi. La squadra olandese lo aveva preso nel suo devo team e con loro Garofoli ha conquistato l’unica vittoria da quando è under 23: la tappa di Cervinia al Giro di Val d’Aosta del 2021. Passato alla Astana Continental, nell’ordine sono intervenuti un problema cardiaco e due volte il Covid. Si è fermato. E’ ripartito. Poi si è fermato ancora. E finalmente quest’anno, nella prima stagione WorldTour e malgrado una condizione fisica ancora da definire, a partire dal Romandia si sono visti i primi segnali di ripresa.

Garofoli fa parte della stessa infornata di Germani, Milesi e Piganzoli ed ha appena un anno più di Pellizzari. Conoscendo la sua ambizione, c’è da scommettere che morda il freno per recuperare il terreno perduto.

Dicembre è stato un mese più intenso del solito per Garofoli, chiamato a debuttare al Tour Down Under
Dicembre è stato un mese più intenso del solito per Garofoli, chiamato a debuttare al Tour Down Under
Con che spirito hai vissuto il primo ritiro?

Con più consapevolezza. Sicuramente quest’anno sono riuscito a crescere molto mentalmente e mi sento più sicuro di me stesso. Ho le idee chiare su cosa voglio fare e insieme alla squadra stiamo cercando di lavorare al meglio per ottenere il massimo.

Fisicamente a che punto ti trovi?

Sto bene e lavoro per il debutto in Australia. E visto che si tratta di correre a gennaio, dicembre è stato un mese abbastanza intenso. Non so se al Tour Down Under sarò già competitivo, però ci arriverò con una buona condizione. Dal 2024 mi aspetto molto. Voglio iniziare a vedere risultati tangibili, perché non sono qua per giocare e prendere lo stipendio.

Usare la sfortuna come scusante non è il massimo, ma certo te ne sono capitate parecchie…

Gli ultimi due anni sono stati veramente duri. Anche in questa stagione, la mia prima da professionista, non ho avuto un bell’inizio con il Covid a gennaio. Ho ricominciato quasi da zero ad aprile in Sicilia e sono andato abbastanza bene. Da lì sono riuscito a finire l’anno senza grossi intoppi, ma logicamente il salto era piuttosto alto e ne sono uscito molto affaticato. Ma adesso voglio far vedere qualcosa di buono.

Finora la sola vittoria di Garofoli da U23 è venuta a Cervinia nel 2021 in maglia DSM (foto Giro Valle d’Aosta)
Finora la sola vittoria di Garofoli da U23 è venuta a Cervinia nel 2021 in maglia DSM (foto Giro Valle d’Aosta)
Ventuno anni sono pochi per capire che corridore potresti diventare?

Direi proprio di sì, non ce l’ho affatto chiaro. La cosa che invece ho ben chiara è quello che non voglio essere, cioè il corridore che sono stato nel 2023: né carne né pesce. Bisogna cambiare le cose e vediamo dove si fissa l’asticella. Sicuramente darò il massimo per farmi trovare pronto quando sarà il momento.

Cosa ti dà fiducia: i test, le sensazioni?

Soprattutto il modo in cui riesco a gestirmi, la crescita mentale. Logicamente anche il fisico poi ne trae giovamento, perché sono più consapevole di come allenarmi. E’ difficile dirlo a dicembre, non abbiamo fatto chissà quali e quanti test e abbiamo solamente 5-6 settimane di allenamento nelle gambe. Non so dire quale sia realmente il mio livello, ma sarà più alto dell’ultima stagione.

Vedere che i tuoi coetanei cominciano a fare qualche risultato è uno stimolo oppure provoca qualche prurito?

Un po’ brucia, è normale visto che abbiamo corso sempre insieme. Vedere Milesi campione del mondo U23 della crono e con la maglia rossa della Vuelta, oppure Piganzoli che comincia ad arrivare davanti come lo stesso Pellizzari, che è anche marchigiano, mi ha fatto capire che devo togliere il freno a mano. Negli ultimi due anni sono stato bloccato, ora è il momento di cambiare e vedere dove posso realmente arrivare.

Grande fatica al Lombardia, suo primo Monumento. Garofoli è alto 1,80 e pesa 63 chili (nel 2023 era 4 sopra)
Grande fatica al Lombardia, suo primo Monumento. Garofoli è alto 1,80 e pesa 63 chili (nel 2023 era 4 sopra)
Il miglior Garofoli andava bene in salita, in volate ristrette e anche a crono: si lavora su tutto?

Voglio tenermi tutte le mie qualità. Voglio andare forte in salita e a cronometro, non concentrarmi solo sulle volate, anche se quest’anno allo sprint ho fatto un quinto posto nell’ultima tappa del Romandia. Quello non sono io o almeno non sono solo quello. Posso essere brillante nei finali, ma non mi piaceva come andavo in salita. Ero cresciuto troppo di massa, pesavo circa 4 chili più. Quest’anno li ho persi, in salita vado molto più forte e questo aspetto voglio valorizzarlo.

E’ arrivato il momento di fare un grande Giro?

Abbiamo iniziato a parlarne, ma è tutto in ballo. Mi piacerebbe fare il Giro d’Italia, perché se non sarà quello, non penso che per me ci saranno altri Giri durante l’anno. Però voglio andare un passo per volta e il primo obiettivo è presentarmi in buone condizioni alla Tirreno-Adriatico, che passa vicino casa. Lì voglio dare il massimo e chissà che a quel punto non si aprano le porte per il Giro.

Cosa faresti se Amadori ti chiamasse nella sua nazionale U23?

Nella seconda parte di stagione, si potrebbe aprire qualche porta in questo senso, dato che sono all’ultimo anno da under 23. Non sarebbe male provare a fare bene al Tour de l’Avenir o al mondiale: Non li vivrei come una retrocessione, ma come veri obiettivi. Negli ultimi anni, tanti corridori del WorldTour hanno corso il Tour de l’Avenir per vincerlo. Mi viene in mente Carlos Rodriguez, che al primo anno con la Ineos fece secondo. Negli ultimi due anni non sono riuscito a partecipare a certe corse: nel 2022 per la miocardite e quest’anno perché ci sono state diverse difficoltà. Perciò, se sarò competitivo, Marino sa che può chiamarmi. Ci sentiamo, lui mi vuole bene e mi considera uno del gruppo.

Lamon, i progetti olimpici tra Calpe e Montichiari

30.12.2023
5 min
Salva

CALPE (Spagna) – «Sono giornate essenziali per noi. Abbiamo visto come stia diventando sempre più importante la cura maniacale del dettaglio. Quindi è fondamentale avere a disposizione i migliori strumenti per cercare di migliorarci», parole che giusto ieri Francesco Lamon ha riservato alle pagine ufficiali del Coni.

L’atleta delle Fiamme Azzurre è a Montichiari per preparare gli ormai imminenti (10-14 gennaio) campionati europei su pista di Apeldoorn, in Olanda. Un lavoro intenso e meticoloso per un appuntamento che è sì importante di suo, ma che assume sempre di più i connotati di una prova generale in vista delle Olimpiadi di Parigi. Ovviamente parliamo del quartetto, in questo caso.

Noi Lamon lo avevamo intercettato qualche giorno prima in Spagna, a Calpe dov’era in ritiro proprio con gli azzurri della pista.

Francesco Lamon (classe 1994) e coach Masotti, sono entrambi delle Fiamme Azzurre
Lamon (classe 1994) e coach Masotti, sono entrambi delle Fiamme Azzurre
Francesco, come sta andando la preparazione?

Molto bene direi. Rispetto agli altri anni sono un “passettino” più avanti in questo avvicinamento. Ma credo sia anche normale visto che gli europei arrivano a gennaio. Abbiamo dovuto anticipare un po’ tutti la preparazione. In generale però i valori sono buoni. Personalmente sono soddisfatto, consapevole che sto lavorando bene, alternando pista, palestra e strada. Ora c’è da affinare l’attività su pista.

Mentre il volume si fa a Calpe…

In Spagna abbiamo lavorato sulla resistenza. E’ stato quel volume di ore che ovviamente su pista non riusciamo a fare. Ma anche in questo senso sono abbastanza tranquillo perché tutto procede secondo programma.

Scartezzini ci diceva dell’importanza strategica di questo training camp. Ma perché questi stage sono così importanti? Alla fine un inseguimento a squadre dura meno di quattro minuti…

Ma quei quattro minuti di sforzo vanno visti come il tetto di una casa. E’ un lavoro che parte dall’autunno e bisogna mettere un mattoncino alla volta. E per gente come me o “Scarte”, che a differenza degli altri non siamo in una squadra WorldTour, sono ancora più importanti, in quanto abbiamo meno possibilità durante l’anno di concentrarci sulla strada. Pertanto quel piccolo gap dobbiamo colmarlo un po’ più a lungo, giocando d’anticipo.

Okay, quei quattro minuti sono il tetto, ma poi concretamente voi atleti sentite i benefici di questo lavoro su strada nelle gambe?

Assolutamente sì, oltre a questo di training camp, veniamo da una altro stage che abbiamo fatto il mese scorso in Sicilia. Insieme costituiscono una base molto solida e i risultati si vedono. Però, come dicevo prima, i riscontri li vedremo la prossima settimana (cioè ieri, ndr) su pista.

Lamon è il primo vagone del treno. Un ruolo altamente spcifico sul quale il veneto continuerà a concentrarsi
Lamon è il primo vagone del treno. Un ruolo altamente spcifico sul quale il veneto continuerà a concentrarsi
Vi abbiamo visto in allenamento sul Col de Rates, dove c’era praticamente i tre quarti del WorldTour, maschile e femminile. In tutto quel marasma, di gente che saliva e scendeva, che faceva ripetute, non vi veniva voglia di seguirli? Oppure di andare fuori tabella?

Non molto a dire il vero. Noi facciamo “un altro lavoro”. Sinceramente non mi pongo il problema di seguire questo o quello o se qualcuno mi stacca. So quello che devo fare, come lo devo fare. E poi non sono certo un corridore che può mettersi a gareggiare in salita!

Torniamo alla pista, Francesco. Quali sono i progetti per questo 2024 in arrivo? Ora ci sono gli europei, ma ci sono anche le prove di Coppa…

Parlando con Diego Bragato e Fabio Masotti, e con Marco Villa chiaramente, mi piacerebbe avere un avvicinamento molto simile a quello di quest’anno. Ho visto che al mondiale stavo bene fisicamente ed essendo le Olimpiadi in quello stesso periodo dell’anno, va da sé che sarebbe ideale come avvicinamento. Penso di fare gli europei e le tre prove di Coppa, visto che sono una ogni mese fino ad aprile. Poi penso di staccare una settimana, prima di iniziare il lavoro per Parigi, magari alternandolo all’altura prima delle Olimpiadi. Grazie poi all’appoggio dell’Arvedi Cycling potrò inserire anche qualche corsa su strada.

Tu hai un ruolo particolarissimo, sei primo uomo. Sarà ancora questo il tuo ruolo?

Teoricamente sì, ma adesso, come dicevo, in questo lungo avvicinamento sarà fondamentale la cura dei dettagli. Studiare ogni aspetto. E tutto, anche la partenza, va messa insieme. E io mi concentrerò su questo ruolo.

Solo sulla partenza, perché?

Perché ad oggi è il ruolo che mi che mi riesce meglio e voglio cercare di farlo al massimo delle mie possibilità.

Lamon con Scartezzini sul Col de Rates: in Spagna un grande monte ore di sella
Lamon con Scartezzini sul Col de Rates: in Spagna un grande monte ore di sella
Cosa significa concentrarsi sulla partenza a livello di preparazione? Si lavora diversamente rispetto ai compagni?

Non è che si lavori diversamente, però magari cerchi di trovare quella confidenza con te stesso… e anche con gli altri. Si tratta di trovare il compromesso tra il partire forte e far sì che questo non rimanga nelle gambe degli altri tre. Ma è qualcosa che si costruisce nel tempo, che si fa tutti assieme. Io devo essere bravo a capire la sensazione ottimale.

Anche nella parte a secco nessuna differenza? Magari lavori un po’ di più pure sulla schiena…

Si lavora su tutto il corpo, come gli altri. Non ci si concentra solo sulle gambe, ma si cerca di “ricostruire” un po’ tutto quello che è l’esercizio della pedalata, quindi dalla schiena ai lombari, dai pettorali alle gambe. Poi alcuni esercizi sono abbastanza soggettivi perché c’è chi si trova meglio con certi attrezzi e chi meno con altri. Ma tutti noi siamo affiancati da persone molto competenti, quindi sotto questo punto di vista sono, e siamo, tranquilli.

Fronte tecnico. già all’europeo vedremo qualche novità?

Nel corso dell’anno abbiamo già fatto degli aggiornamenti e sono stati riscontrati dei numerosi vantaggi, soprattutto con la bici nuova di Pinarello, in pratica quella che Ganna ha usato per il Record dell’Ora ma in carbonio. Però tutti questi aggiornamenti bisogna usarli e riusarli per renderli più prestazionali possibile.

E che monte ore ha questa nuova bici?

Sin qui l’abbiamo utilizzata a turno, anche per raccogliere più opinioni. Ma diciamo che ci stiamo girando.

Okay, top secret!

E’ probabile che tutto sarà pronto per l’ultima prova di Coppa.