Cofidis, un anno da incorniciare. Ma Vasseur alza la posta

30.12.2023
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Quando si parla della Cofidis si affronta un tema delicato perché siamo di fronte alla decana delle formazioni WT. E’ già un clamoroso successo la sua lunghissima storia, un controsenso considerando come le cose cambino velocemente. Stesso nome, stesso nucleo, un’evoluzione lenta ma costante. Cedric Vasseur che è il suo nume tutelare non manca però di dare una scossa quando serve e spesso, in sede di consuntivo, il suo viso era corrucciato e le parole certe volte anche pesanti, per dare una scossa al suo gruppo.

A fine 2023 la situazione è profondamente diversa. Nell’anno che va concludendosi la squadra francese ha colto 14 vittorie e 42 podi. La situazione nel ranking Uci (vero metro di giudizio, anche dal punto di vista economico) è migliorata anche se, come sottolinea lo stesso Vasseur, c’è ancora molto da fare, ma quel che fa pendere l’ago della bilancia sul valore estremamente positivo è la portata di alcune di quelle vittorie.

Cedric Vasseur, 53 anni, manager della Cofidis dal 2018. Da corridore ha vinto 2 tappe al Tour (foto Bregardis)
Cedric Vasseur, 53 anni, manager della Cofidis dal 2018. Da corridore ha vinto 2 tappe al Tour (foto Bregardis)

Con Lafay è cambiato tutto

Nella sua disamina dell’anno, affidata alle colonne di Ouest-France, Vasseur ha messo l’accento su un successo in particolare, quello di Victor Lafay al Tour de France: «Ci ha fatto tornare in cima alla Grande Boucle dopo 15 anni. Quel successo ha cambiato faccia al team, lo ha come liberato da un peso visto che ogni anno in sede di consuntivo erano lì a ricordarci da quanto tempo mancava una vittoria al Tour. Non è un caso se pochi giorni dopo il trionfo di San Sebastian sia arrivato anche quello di Ion Izagirre. Ma ci sono state anche le vittorie di Coquard al Tour Down Under, che ha subito indirizzato la nostra stagione e di Herrera alla Vuelta, la vera ciliegina sulla torta».

Vasseur sottolinea come il peso dell’impresa di Lafay davanti a Van Aert e Pogacar abbia influito in generale sul team: «E’ come se d’un tratto fosse svanito quel complesso d’inferiorità che avevamo nei confronti di altri team. Sapevamo che Lafay era la nostra miglior carta da giocare e sapevamo anche che dovevamo farlo subito perché Victor non aveva tre settimane di corsa nelle gambe. Io dico che c’è un prima e un dopo San Sebastian: noi siamo ripartiti, ora dobbiamo lavorare su quell’eredità».

Il trionfo di Lafay a San Sebastian su Van Aert e Pogacar, una svolta per il team
Il trionfo di Lafay a San Sebastian su Van Aert e Pogacar, una svolta per il team

Influenzare ogni corsa

Su questo il tecnico transalpino è molto chiaro pensando a che cosa chiedere ai suoi ragazzi: «Voglio che siano più protagonisti, che siano molto più davanti alla corsa, che siano in grado di influenzarla. Lafay, dopo sei anni nel nostro team non c’è più, ha scelto nuove strade rinunciando a un corposo aumento di stipendio ma posso anche capirlo, aveva bisogno di nuovi stimoli. Ora sta a noi crearne un altro e possiamo farlo».

La Cofidis per il nuovo anno sarà profondamente cambiata, con 12 nuovi elementi. «Considerando i corridori persi avevamo un deficit da colmare e penso che lo abbiamo fatto mantenendoci nel budget a disposizione. Abbiamo preso ad esempio Oldani che è un corridore d’esperienza che ha già vinto al Giro e il fatto che il Tour partirà dall’Italia è uno stimolo per lui. Abbiamo rinforzato il reparto velocisti con giovani in crescita come Aniolowski che ha già vinto al Giro di Grecia ma ora salirà di livello e Fretin, un giovane sul quale credo molto.

Per Oldani una nuova vita in Cofidis. Prevista la sua presenza al Tour che partirà dall’Italia
Per Oldani una nuova vita in Cofidis. Prevista la sua presenza al Tour che partirà dall’Italia

Il rilancio di Gougeard

«Serviva poi gente per i grandi giri, per coadiuvare Alex Zingle che per noi è una perla rara che diventa di continuo più forte. Aimé De Gendt con la sua esperienza e la sua duttilità sarà l’uomo giusto per affiancarlo nel suo cammino di crescita. Come anche Elissonde, che ha lavorato con Froome e Hermans che personalmente mi ricorda molto Van Avermaet».

C’è però un nome, fra i nuovi arrivi, che per Vasseur rappresenta una vera scommessa, importante: «Ho convinto Gougeard a rifare il salto fra i pro’. Aveva già avuto una grande chance all’Ag2R, aveva anche vinto alla Vuelta, poi è tornato indietro ma anche fra i dilettanti si vedeva che non aveva perso il suo smalto. Abbiamo parlato, ho colto il suo personaggio, gli ho fatto capire come sia possibile avere una seconda opportunità e quanto questa sua seconda carriera potrà essere prolifica ma anche esemplare per il team. Può essere un trascinatore, lo voglio così.

Alexis Gougeard, 30 anni, a lungo all’AG2R era tornato fra gli Elite. Ora ha una seconda chance
Alexis Gougeard, 30 anni, a lungo all’AG2R era tornato fra gli Elite. Ora ha una seconda chance

Tutto su Martin e Coquard

«Io voglio “corridori con la borraccia”, gente che sappia orchestrare e incanalare il gruppo, per questo dico che dovremo cambiare un po’ il nostro modo di agire. Consapevoli delle forze in campo, sapendo che c’è gente che quando cambia ritmo non ce n’è per nessuno. Ma le opportunità ci sono e l’abbiamo visto nel 2023, cogliendole. Faremo lo stesso».

Le punte del gruppo restano comunque Guillaume Martin e Brian Coquard: «Sul primo confidiamo molto: avrà un cammino classico verso il Tour per poi duplicare con la Vuelta, ma al suo fianco troverà Elissonde che è un uomo d’esperienza e di grande aiuto in salita e al quale ho comunque garantito che avrà le sue opportunità per correre in libertà. Coquard invece deve diventare un uomo da tappe nei grandi giri: sarà al Tour nel 2024 e al Giro nel 2025, intanto partirà dal Saudi Tour e dalla Tirreno-Adriatico per raccogliere».

Guillaume Martin resta il riferimento per il Tour. Con Elissonde al fianco punta a tornare in Top 10
Guillaume Martin resta il riferimento per il Tour. Con Elissonde al fianco punta a tornare in Top 10

Una squadra di media classifica

Vasseur guarda chiaramente al ranking, che ora non è più uno spauracchio: «Noi siamo una squadra da 10°-15° posto, per essere a quel livello dobbiamo raccogliere punti, ma io al team chiedo di più: essere protagonisti nel grande ciclismo, nelle gare WorldTour e nei Grandi Giri, perché è lì che si fa la storia».

Lorenzo Conforti, spunti tecnici e racconti di un neopro’

30.12.2023
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BENIDORM (Spagna) – Lorenzo Conforti è uno dei giovani della Green Project-Bardiani (fra pochi giorni VF Group-Bardiani-Faizanè). Uno di quei ragazzi che su carta ha fatto il salto dagli juniores ai pro’, come succede a molti colleghi che poi emigrano all’estero, ma lui ha scelto di restare in Italia. Le cose si possono fare bene anche qui… se si è nel posto giusto.

E nel gruppo di Reverberi può crescere con decisione. Lorenzo è affidato alle cure di Mirko Rossato, che appunto tira le redini del “devo team”.

Lorenzo ha concluso la sua prima stagione tra i grandi. Un po’ U23 un po’ professionista: 50 giorni di gara, quattro top 10, due maglie bianche in altrettante corse a tappe e una crescita avvenuta nel corso dell’anno, tanto da diventare un uomo prezioso nel treno di Enrico Zanoncello nelle gare asiatiche di fine stagione.

Conforti (classe 2004) in allenamento sulle strade di Benidorm. I volumi crescono (foto Gabriele Reverberi)
Conforti (classe 2004) in allenamento sulle strade di Benidorm. I volumi crescono (foto Gabriele Reverberi)
Lorenzo, hai archiviato la tua  prima stagione da under 23 e insieme da pro’: come dobbiamo definirla?

Un po’ e un po’! E’ andata bene. Ho vissuto belle esperienze anche all’estero. Abbiamo preso parte sia a corse importanti che a corse con gli under 23. Sono soddisfatto. Ho imparato tanto anche dai compagni, dando una mano quando potevo. E ora siamo già proiettati verso il secondo anno da professionisti… tra virgolette. 

In una nostra precedente intervista, si parlava anche del tuo motore. Questa stagione ti ha aiutato a capire che tipo di corridore sei?

Certo, ho capito che non sono uno scalatore, quello è poco ma sicuro. Credo di potermi definire un passista veloce. O comunque un corridore che si difende anche in salita. Un corridore moderno, come ce ne sono molti adesso. Ho un buono spunto, un buon picco di velocità. Mi so destreggiare abbastanza bene nelle volate e magari questo potrebbe essere un aspetto da approfondire.

Hai detto di aver aiutato e hai parlato di volate. In Cina e Malesia hai lavorato parecchio per Zanoncello…

Mi trovo molto bene con Enrico. Lì ero l’ultimo uomo, anche perché mi so muovere in gruppo. Mi piace anche l’adrenalina della volata. Come detto, questo potrebbe essere qualcosa che possiamo curare anche tra gli under 23 nella prossima stagione.

Lorenzo, in testa al gruppo, in azione al Langkawi, dove ha lavorato molto per la squadra
Lorenzo in azione al Langkawi dove ha lavorato molto per la squadra
Hai fatto 50 giorni di corse e risultano solo tre “DNF”, cioè tre ritiri, e paradossalmente sono tutti e tre in corse under 23. Come mai?

Uno di quei tre DNF è stato alla Gand, quel giorno abbiamo trovato una giornata folle: due gradi, pioggia, vento… E’ stata una gara particolare. Un altro ritiro è stato a Poggiana e l’altro di nuovo in Belgio. Le corse under 23 sono diverse da quelle dei professionisti. Se sei in “giornata no”, che non hai gambe, è difficile andare avanti perché si corre parecchio all’arrembaggio. Parti e sei subito a tutta. E a quel punto andare all’arrivo diventa difficile. Tra i pro’ invece la partenza magari è più lenta. E anche se è veloce è più controllata. Se non hai il compito di andare in fuga o comunque di fare un certo lavoro, ti puoi gestire, nascondere, salvare in qualche modo. E anche se ti stacchi, strada facendo trovi il gruppetto.

Corse a tappe, ne hai fatte parecchie…

Ne ho fatte sette.

E cosa ti sembra? Riesci a recuperare bene o arrivi nel finale col fiato corto?

Vedo che vado bene dai. Il Langkawi, che era comunque una delle più lunghe che ho fatto, mi ha dato fiducia. Erano otto tappe e in più venivo dalla Cina, altre quattro tappe. Mi è sembrato di recuperare molto bene. Semmai ho avuto qualche piccolo calo durante la corsa. Magari dopo un po’ avevo 20 chilometri di calo, ma poi riuscivo a riprendermi abbastanza bene. Non so spiegarmi il perché. Magari sarà una mia caratteristica, magari saranno delle cose che svaniranno da sole col passare del tempo e con l’adattamento alle corse dei pro’.  Comunque si parla di chilometraggi che, passando da juniores a professionista, sono aumentati di tanto.

Potrebbe anche essere una questione di alimentazione?

Volendo sì. Su questo stiamo lavorando. Anche durante il ritiro, il nutrizionista ci dava molte dritte. Però come ho già detto io vengo dagli juniores, sono ancora alle basi. Ora invece, sto cominciando a capire come ci si alimenta, sia in corsa che fuori. Ma l’importante è soprattutto in corsa. I miei compagni più grandi mi raccontano che anche in questo senso è cambiato molto.

Conforti al Liberazione, una corsa che è nelle sue corde e magari anche un obiettivo 2024 (Instagram – @liisaphotoss)
Conforti al Liberazione, una corsa che è nelle sue corde e magari anche un obiettivo 2024 (Instagram – @liisaphotoss)
Anche per il 2024 sei nel gruppo dei giovani, ma con un anno in più di esperienza. Hai cerchiato in rosso qualche gara?

Il GP Liberazione a Roma mi è sempre piaciuto. Quando ero junior l’ho fatto solo al primo anno e poi l’ho rifatto quest’anno da under. Sono andato bene e sono stato anche sfortunato perché avevo Pinarello, che poi ha fatto terzo, nel gruppetto con me. Lui ha anticipato ed è stato bravo. Io stavo facendo la volata per il quarto posto. Ero in un drappello di dieci corridori, imboccando l’ultima curva mi si è staccato il pedale e alla fine ho fatto undicesimo. Quindi se proprio dovessi indicare una gara, intanto direi questa. Un po’ perché mi piace e un po’ perché ho un conto aperto, diciamo così!

Invece parlando di esperienze, cosa ci racconti delle ultime trasferte in Asia? Insomma, ritrovarsi a fare certi viaggi a 19 anni non capita spesso…

E’ stato davvero bello. Oltre al viaggio, vedi un ciclismo diverso. Ho raccontato ai ragazzi che escono con me quando sono a casa tante cose. Mi ricordo in particolare una sensazione, un pensiero che ho avuto in corsa durante una delle ultime tappe Langkawi. Noi avevamo Zanoncello come leader. Enrico doveva fare la volata. Mancavano una trentina di chilometri all’arrivo, c’era la EF che tirava e noi gli eravamo dietro. Ad un certo punto ho pensato. «Che strana cosa. Questi sono corridori veri e io sono tra loro». Mi sono reso conto in corsa di essere con gente di quel calibro. E devo dire che mi sono venuti un po’ di brividi. A volte è bello già solo esserci, poi magari andando avanti sarà bello entrare sempre più nel vivo della corsa.

Lorenzo, sei in una famiglia di ciclisti: anche tuo fratello Matteo correva…

Tutti: dal primo all’ultimo. Da mio “babbo” che ha iniziato ad andare in bici per un problema al ginocchio, a mia sorella Chiara che ha 7 anni, ed è una giovanissima.

Lorenzo con la sorellina Chiara. Magari anche lei un giorno sarà una professionista
Lorenzo con la sorellina Chiara. Magari anche lei un giorno sarà una professionista
Adesso però il gioiellino di casa sei te…

Per ora sì, ma spero che lo diventi anche mia sorella.

Lei ti chiede mai qualcosa del “tuo” ciclismo?

Parecchio. Quando sono libero le dedico molto tempo, la porto a scuola. Mi ricordo quando io ero un giovanissimo e se avevo l’occasione di andare in bicicletta con un esordiente mi sembrava di andare con chissà chi. Lei ha l’opportunità di avere un fratello professionista in casa e le sembra di avere un mito. Non mi perdo un suo allenamento. Anzi, certe volte usciamo insieme!

Forte…

Se ho il giorno di scarico, magari faccio anche la “doppia uscita”, che poi si tratta di fare cinque chilometri al pomeriggio dopo la scuola. Lei è contentissima. Addirittura usa il mio casco di quando ero piccolo. Non ha voluto neanche togliere il nome e così gira con la scritta Lorenzo Conforti sulla testa!

Bertizzolo, la pista e poi l’Australia verso Fiandre e Parigi

30.12.2023
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OLIVA (Spagna) – Sofia Bertizzolo è tornata in pista. Ovviamente non per prendersi un posto nel quartetto, ma per allenarsi in vista del Tour Down Under. Ce lo ha raccontato Chiara Consonni, per cui una delle prima cose quando la bassanese del UAE Team Adq ci raggiunge, è strapparle una risata raccontando la giornata a Montichiari.

«Nessuna idea di Coppa del mondo – ride – ma è vero che prima del ritiro, ho fatto un rientro in pista. Chiaramente, sono andata senza interferire con quelli che preparavano gli europei. E’ un allenamento che ti salva dal freddo, riesci a fare lavori specifici in bici e nel caso mio che devo anticipare tutto è stato l’ideale. Insomma, era martedì e stava nevicando quasi dappertutto a bassa quota. Ci siamo trovati là in 50 corridori e ho pensato: “Sofia, che brutta idea!”. Invece è venuta fuori una giornata molto ordinata. Villa e i suoi collaboratori sono stati molto disponibili, credo che ci tornerò».

Il primo tricolore del quartetto, Sofia lo vinse nel 2014, stesso anno dell’europeo juniores su strada a Nyon e dell’argento ai mondiali di Ponferrada. Il secondo lo conquistò nel 2015 (con Barbieri, Cavalli e Balsamo) e con le stesse ragazze conquistò il campionato europeo ad Atene, poi sterzò verso la strada. Nel 2019 centrò il quarto posto del Fiandre a 22 anni e oggi è una delle colonne della UAE. Sofia è diretta e schietta. A volte con sano realismo dice che prima o poi tanta schiettezza le si ritorcerà contro.

Nel 2015 ad Atene, Bertizzolo campionessa d’Europa juniores del quartetto con Cavalli, Balsamo e Barbieri
Nel 2015 ad Atene, Bertizzolo campionessa d’Europa juniores del quartetto con Cavalli, Balsamo e Barbieri
La squadra è cambiata tanto. Marta Bastianelli ha smesso e due ragazze come Gasparrini e Consonni ti hanno indicato come riferimento.

Bè, questa è una cosa che mi piace sentire dalle ragazze. Ho 26 anni, non è che abbia tanta esperienza più di loro, però mi rendo conto che appartengo alla generazione che ha vissuto il prima e dopo. Nel male e nel bene, l’anno di svolta per noi è stato il 2020, almeno io ho avuto questa percezione. Da lì in poi c’è stata una spinta incredibile, perché durante il lockdown le donne si sono appassionate al ciclismo.

Come mai ti vedono così?

Forse perché ho una personalità forte. Pretendo, ma sono la prima che le difende quando hanno ragione. Per loro voglio il meglio, mentre da me pretendo la capacità di capire quando una giovane si trova di fronte a una situazione che non conosce, per potergliela spiegare. La difficoltà più grande quando sono passata è che nessuno mi ha spiegato niente.

Quest’anno Bertizzolo ha accelerato la ripresa dato che debutterà al il 15 gennaio al Tour Down Under
Quest’anno Bertizzolo ha accelerato la ripresa dato che debutterà al il 15 gennaio al Tour Down Under
Com’era prima del Covid?

Non c’erano le competenze, non c’era il materiale umano, non c’erano i soldi. I direttori sportivi di 5-6 anni fa erano appassionati, quasi nessuno aveva corso e avevano una visione a volte giusta, a volte sbagliata, ma non professionale. Adesso chiaramente il livello si è alzato, anche perché è un lavoro che dà le risorse per campare. Non è più dilettantismo.

Tempo fa hai detto di aver scelto un ruolo di supporto perché sei forte in salita ma non abbastanza, sei veloce ma non abbastanza. Qual è il tuo spazio?

Sono molto obiettiva con me stessa e con la squadra. Faccio bene il mio lavoro ed è ovvio che le possibilità di trovare il mio spazio si riducano, specialmente se sei onesta (perché non tutti lo sono). Le classiche sono le corse che mi piacciono di più, perché lassù conta l’esperienza. Tante ragazze iniziano a costruirsela e poi dimenticano tutto. Le pressioni, i rapporti… Tenersi un piccolo bagaglio ti fa arrivare lassù già pronta. Sono gare con tante dinamiche e difficilmente finiscono con una volata di gruppo, quindi quello è il mio spazio. Invece nelle corse a tappe, mi dedico a chi cura la generale, oppure tiro le volate per la velocista. Nelle tappe intermedie si può cogliere l’occasione, anche da noi sta cambiando…

Settima all’Emilia, Bertizzolo si è arresa agli scatti di Cavalli e Ludwig. Nel 2023 per lei 58 giorni di corsa
Settima all’Emilia, Bertizzolo si è arresa agli scatti di Cavalli e Ludwig. Nel 2023 per lei 58 giorni di corsa
Che cosa?

Abbiamo visto al Tour de France, che non ho corso, che le gare stanno prendendo questa piega. Vengono premiate le fughe, perché sta diventando tutto più impegnativo. Le distanze aumentano, per cui chi vuole puntare alla generale non può fare le tappe di montagna a tutta, dal chilometro zero all’arrivo. Quindi anche tra noi ormai c’è la distinzione fra chi va per la tappa e chi per la generale. Fino all’anno scorso, prima che tornasse il Tour, era tutti contro tutti dall’inizio alla fine. Adesso sta cambiando.

Hai corso con tecnici come Riis e Arzeni, ora è arrivata Cherie Pridham: è positivo che a guidare una squadra di donne ci sia finalmente una donna?

Non cambia niente, perché il capo deve meritarsi il suo posto. A me fa specie quando ci si pone questa domanda, perché non vedo dove sia il problema. Cherie devo ancora conoscerla, finora l’ho vista solo in due occasioni, ma il mio approccio è lo stesso. Forse l’unica cosa che cambia davanti a un diesse è capire se abbia corso oppure no. Se sono a tutta, uno che ha corso sa quando può chiedermi di tenere un minuto di più. Però, dal punto di vista del ruolo della donna, io sono molto contenta che la squadra si stia muovendo così.

Bertizzolo è tesserata con le Fiamme Oro, con la cui divisa corre le gare di campionato italiano
Bertizzolo è tesserata con le Fiamme Oro, con la cui divisa corre le gare di campionato italiano
Nella maggior parte dei team ci sono ancora uomini nei posti di responsabilità.

Però mi rendo anche conto che stiamo passando a una generazione in cui le atlete smettono e poi rientrano. Penso a Giorgia Bronzini, non so Tatiana Guderzo, oppure Marta Bastianelli che potrebbe avere un ruolo nelle Fiamme Azzurre. Spero che non se la lascino scappare.

Pensi che Marta sarebbe un buon direttore sportivo?

No (ride, ndr), perché lei sente la gara, non la legge. Ha qualcosa di unico, se fai un meeting la sera prima magari non la inquadra, poi arriva in finale e non sbaglia un colpo. Guarda il rapporto dell’avversaria e capisce cosa succederà. E’ una cosa che non puoi spiegare. Mentre il mio approccio è più tecnico. Abbiamo i mezzi per studiare i percorsi e il meteo. Non guardo ogni chilometro, però penso che avere una buona conoscenza ti faccia correre meglio e salvare tante energie. Forse io avrei l’impostazione per fare il direttore sportivo, mentre Marta avrebbe più carisma nel parlare alla radio. 

Nel 2019 a 23 anni, Bertizzolo arriva 4ª al Fiandre: esulta così per la vittoria della compagna Bastianelli
Nel 2019 a 23 anni, Bertizzolo arriva 4ª al Fiandre: esulta così per la vittoria della compagna Bastianelli
Quando ha annunciato il ritiro, eri la più commossa…

Siamo state compagne di squadra per la prima volta nel 2019, per entrambe la prima esperienza fuori dall’Italia. Marta è una persona molto carismatica. Dice sempre: «Uno schiaffo e una carezza». E ha ragione, con me ha funzionato. E’ una persona alla mano. Se sul camper c’è qualcosa da pulire o mettere a posto, lei è sempre là che si dà da fare.

Che stagione vorresti per Sofia Bertizzolo?

Vorrei rivincere, dopo essermi sbloccata al Romandia (foto di apertura, ndr). Come si dice? Vincere aiuta a vincere. Ma penso che il sogno di ogni sportivo sia l’Olimpiade. Il mio obiettivo sono le classiche, potrei trovare soddisfazione personale e insieme dare un segnale al commissario tecnico. Che poi le Olimpiadi sballino il calendario, perché il Tour e i mondiali vengono spostati è un altro discorso. Quindi per il momento vado in Australia a preparare le classiche. L’obiettivo è doppio: far vedere il mio nome e far vedere che so lavorare per la squadra. Ho delle compagne di squadra italiane che giustamente vogliono giocarsi il posto per Parigi e sarò pronta ad aiutarle come loro lo faranno con me. 

Dopo aver corso i mondiali di Wollongong e gli ultimi europei nell’Italia di Sangalli, ora l’obiettivo è guadagnarsi le Olimpiadi
Dopo aver corso i mondiali di Wollongong e gli ultimi europei nell’Italia di Sangalli, ora l’obiettivo è guadagnarsi le Olimpiadi
Aver fatto quarta al Fiandre ed essere stata prima fra le U23 dà un feeling particolare con la corsa?

E’ rimasta la mia corsa preferita. All’inizio odiavo certi percorsi, poi mi sono resa conto che era un limite di conoscenza da parte mia e della squadra. Ho fatto il primo Fiandre con 7 di pressione e l’ho finito che non mi si aprivano più queste tre dita che avevo rotto da piccola. Ho dovuto aprirle con l’altra mano perché erano paralizzate. Quindi è ovvio che non puoi avere un buon feeling nel momento in cui prendi le bastonate, ma all’epoca nessuno fu capace di insegnarmelo. Quando invece capisci i segreti, allora ti regoli di conseguenza e diventa la tua gara preferita. E’ dinamica, può cambiare in ogni momento. Il bello del ciclismo è che non sai come va a finire. Sai che è dura, sai che fredda, sai tutto quello che vuoi. Però penso che dalla parte del tifoso sia la più bella. Io non ho dubbi.

Polti-Kometa, il bello di dirsi le cose in faccia

30.12.2023
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OLIVA (Spagna) – Se alla Eolo-Kometa vanno via Fortunato e Albanese, i due che nel 2023 hanno ottenuto i punteggi più alti (708 per il toscano, 453 per il bolognese), basta l’arrivo di Matteo Fabbro e Restrepo per tenere il sistema in equilibrio?

Il friulano ha ancora tanto da dire e siamo certi che lo farà. Da par suo Ivan Basso è convinto – e noi con lui – che il 2024 sarà l’anno in cui i giovani del team inizieranno a raccogliere risultati. Nel 2023, la Eolo-Kometa ha vinto cinque corse: la tappa di Campo Imperatore con Davide Bais al Giro, due tappe e la classifica alla Vuelta Asturias con Fortunato e una al Tour Poitou Charentes con Samuele Rivi. Ma il sistema dei punti non premia le buone intenzioni e le intuizioni, per cui da quali nomi riparte la squadra che dal 2024 prenderà il nome di Polti-Kometa?

Lo abbiamo chiesto a Stefano Zanatta, direttore sportivo che la sa lunga e che per stare accanto al “suo” Ivan, ha rinviato i propositi di pensione. Lo abbiamo incontrato in Spagna poco prima di Natale, durante il primo ritiro e subito dopo un allenamento di sei ore in ammiraglia dietro ai suoi corridori (in apertura, foto di Maurizio Borserini).

Stefano Zanatta è stato professionista dal 1986 al 1995. E’ stato ds alla Fassa Bortolo e alla Liquigas. Dal 2021 è alla Eolo-Kometa
Stefano Zanatta è stato pro’fessionista’ dal 1986 al 1995. E’ stato ds alla Fassa Bortolo e alla Liquigas. Dal 2021 è alla Eolo-Kometa
Come si riparte quando vanno via quelli forti?

Negli ultimi due anni, corridori come Albanese e Fortunato li abbiamo rilanciati, perché in precedenza avevano fatto qualche anno di anonimato. Quindi questo è sicuramente un bel biglietto da visita per quelli che sono arrivati. Credo che il gruppo sia di livello più alto, perché abbiamo visto quest’anno che, anche mancando loro, la squadra è stata competitiva. I ragazzi più giovani sono cresciuti e spero che facciano ancora un salto in avanti. Inoltre c’è stato l’inserimento di 2-3 elementi che secondo noi hanno delle qualità da rilanciare.

Ad esempio?

Restrepo, Fabbro, Peñalver e lo stesso Double sono inserimenti molto validi. Già nel primo ritiro ci siamo accorti della loro voglia di entrare nel gruppo e questo per noi è una cosa bella. Il fatto che abbiano scelto di venire qui, anche per usufruire del nostro lavoro. Delle competenze che mettiamo in campo, del modo di lavorare e la possibilità di avere spazio e dimostrare che possono essere dei corridori.

Basso parla spesso dei giovani che vengono su: si percepisce che stanno crescendo?

Certo, diciamo che la cosa fondamentale da fare con il corridore di valore è procedere gradualmente. Ad aver voluto tutto e subito, si poteva anche spingere e ottenere qualche risultato. Ma li abbiamo rispettati: la fretta per mia esperienza non dà grandi risultati. Piganzoli avremmo potuto portarlo al Giro, ma non stava bene ed era inutile inserirlo in una corsa così importante senza che fosse in condizione. Davide ha fatto i suoi passi e altri stanno crescendo come lui. Penso ad Alex e David Martin, penso a Tercero. Sono tutti ragazzi con delle buone qualità e soprattutto nella seconda parte di stagione, anche senza Fortunato e Albanese, li abbiamo trovati davanti nei finali di gara. Se le cose procedono bene e loro ci seguono, quest’anno saliranno un altro gradino.

Tra gli innesti, è arrivato Restrepo, vincitore nel 2023 del Giro della Città Metropolitana di Reggio Calabria
Tra gli innesti, è arrivato Restrepo, vincitore nel 2023 del Giro della Città Metropolitana di Reggio Calabria
Secondo te sono ragazzi che hanno il corpo d’ala del vero talento?

No, sinceramente il talento vero lo vedi subito. I Van der Poel o Evenepoel erano fenomeni anche a 18-20 anni. Gli altri sono uomini che vengono fuori con il lavoro e con il sacrificio. Ognuno ha le sue qualità  e grazie a quelle può avere il suo spazio nel ciclismo. Adesso tutti cerchiamo il talento, ma non ce ne sono molti in giro. Mi sento di dire che in squadra abbiamo tanti bei corridori, che possono arrivare a fare grandi cose. Porto sempre l’esempio di Ivan Basso, che ha vinto due Giri d’Italia con tanto lavoro. Per contro, uno come Contador poteva anche lavorare meno e arrivava agli stessi risultati e anche migliori.

Quindi farli crescere bene è il vostro vero obiettivo?

Crescere con il lavoro. La nostra ambizione è questa e poter lavorare bene, avere le strutture che ci permettano di farlo. Dal lato sportivo abbiamo un bel gruppo di preparatori, uno staff medico e un gruppo di nutrizionisti appena inseriti. E poi noi direttori sportivi ci confrontiamo sempre sulle scelte. Io oramai metto solo l’esperienza, visto che ai dati e alla tecnologia non riesco a stare dietro, però il bello della nostra squadra è che si riesce a lavorare anche sotto l’aspetto umano.

Forse un corridore come Fabbro ha bisogno proprio di questo?

Credo che tutti ne abbiano bisogno. Matteo viene fuori dalla scuola di Bressan e credo che al CT Friuli ci fosse già questo modo di lavorare, cioè il fatto che ai ragazzi si dicano le cose in faccia. Sapete che questo adesso fa paura? Fa paura affrontare un ragazzo e spiegargli che qualcosa non va bene anche se l’ha letto su internet o chissà quale pubblicazione. Hanno sempre tutto e moltissima gente che gli dice sempre di sì. Invece secondo me serve confrontarsi e dirsi le cose in faccia. Allora spesso abbassano gli occhi, hanno paura del confronto e di guardare la realtà com’è.

Matteo Fabbro si è unito in extremis alla futura Polti-Kometa, dopo quattro stagioni alla Bora-Hansgrohe
Matteo Fabbro si è unito in extremis alla futura Polti-Kometa, dopo quattro stagioni alla Bora-Hansgrohe
Quanto interferiscono i social sul vostro lavoro?

Il mondo di adesso ti porta a pensare che sia tutto facile. Sembra che quello che leggi su un social sia verità e invece molte volte non è così. Adesso in Italia talenti non ce ne sono. Ci sono bravi corridori, anche bravissimi, ma il corridore con il talento cristallino è quello che arriva e fa qualcosa di particolare perché gli è innato. Non confondiamo questo con i risultati sbalorditivi degli juniores che lavorano il doppio dei dilettanti, perché poi ce li ritroviamo di qua e non vanno avanti.

Quanto si può puntare su Piganzoli?

Credo che la bella prova al Giro dell’Emilia gli abbia dato tanta fiducia. A Bologna è arrivato sedicesimo, un risultato che può anche dire poco, ma è stato uno dei due o tre delle professional a lottare con i migliori all’ultimo giro. Ha 21 anni, gli ho detto che quello è un punto da cui partire per crescere ancora. E’ un corridore buono che va dappertutto e quest’anno partirà con un programma inizialmente soft, poi sempre più importante. Prenderà qualche schiaffo in più, però anche lui si rende conto che per arrivare in alto, bisogna avere il confronto con i migliori. Non possiamo andare a correre nei dilettanti e vincere, uno che voglia ambire a fare il professionista deve confrontarsi e allenarsi coi migliori.

Manca secondo te un Gavazzi in questa squadra?

Francesco dava tanti suggerimenti. Ci ha dato una bella mano, perché aveva l’esperienza e l’umiltà di dimostrare come si potevano fare le cose non solo a parole, ma anche con i fatti. Il suo è stato un bell’insegnamento, un bel punto di riferimento per tutti i giovani e spero che voglia rimanere con noi e collaborare con qualche ruolo in seno alla squadra

Gavazzi si è appena ritirato: il suo contributo di esperienza è sempre stato molto prezioso
Gavazzi si è appena ritirato: il suo contributo di esperienza è sempre stato molto prezioso
Pensi che Fabbro sia una carta da giocare per il Giro d’Italia?

Il ragazzo sicuramente ha fatto delle belle cose da dilettante, dipende da cosa si intenda per fare classifica. Se dicessimo di voler arrivare nei cinque, allora saremmo presuntuosi. Se invece l’idea è di fare delle belle tappe come negli ultimi anni e accontentarsi della classifica che viene di conseguenza, allora dico che questo è possibile.

Ti sei mai pentito di aver lasciato la pensione e di essere rientrato in gruppo?

Diciamo che negli ultimi mesi ci ho pensato parecchio, soprattutto dopo che ho avuto qualche problema fisico. In qualsiasi altro ambiente, avrei lasciato. Invece pensando ai ragazzi che ho qua e come ci seguono, mi sarebbe dispiaciuto. In più, Ivan e Fran ci tenevano che rimanessi, quindi ho ridotto un po’ il lavoro e proverò a dare ancora un contributo alla squadra. La passione c’è sempre, quella non diventa vecchia.

Pervis, un oro olimpico verso l’America’s Cup di vela

29.12.2023
5 min
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Può sembrare strano, ma la vela può diventare un nuovo approdo per i ciclisti. Lo sa bene Paolo Simion, che ha trovato posto come cyclor su Luna Rossa e lo sa anche François Pervis, suo acclamato collega francese pronto ad affrontarlo nella prossima estate di Coppa America nell’equipaggio di Orient Express, la sfida francese al più importante trofeo velico della storia.

Anche Pervis vestirà i panni del cyclor (o meglio power sailor), questa nuova figura che pedalando dovrà dare energia alla barca, per attivare tutti i meccanismi necessari a dare pieno vento alle vele. Pervis non è certo uno sconosciuto: su pista ha vinto tutto quel che si poteva, compreso l’oro olimpico nel 2016 e ha detenuto il record del mondo nel chilometro da fermo fino a poche settimane fa, quando Hoogland gliel’ha strappato nell’aria rarefatta di Aguascalientes.

Pervis in allenamento con gli altri cyclor della sfida francese (foto Keruzore/Orient Express)
Pervis in allenamento con gli altri cyclor della sfida francese (foto Keruzore/Orient Express)

Una sfida per rimettersi in gioco

Tra un allenamento e l’altro di giornate intensissime, con Orient Express che anche durante le feste natalizie ha lavorato nelle acque di Barcellona, Pervis ha trovato il tempo per raccontare questo nuovo e per certi versi inaspettato capitolo della sua carriera.

«Sono stato contattato dallo staff della squadra – ci ha detto – mi hanno chiesto se fossi interessato a partecipare al progetto, mi sono informato e l’ho trovato molto interessante, così ho accettato la sfida. Tutto molto semplice, era l’occasione giusta per rimettersi in gioco».

Il 39enne di Chateau-Gontier ha detenuto per 10 anni il record mondiale del chilometro con 56″303
Il 39enne di Chateau-Gontier ha detenuto per 10 anni il record mondiale del chilometro con 56″303
Lo sforzo che viene richiesto è più adatto a un pistard o a uno stradista?

Questa è un’ottima domanda e per il momento nemmeno noi possiamo rispondere, non lo sappiamo ancora perché non abbiamo ancora la barca quindi non ci siamo testati appieno. Ma anche in corso d’opera, non sono certo di poter rispondere perché in questo mondo si lavora moltissimo sotto copertura e ci sono tanti segreti che non possono essere svelati.

Quali sono i tuoi compiti?

Lavoro per creare l’energia che attiva i foil e le vele. Abbiamo poco lavoro di squadra fuori dalla barca, a terra. Ci sono piccoli compiti di coordinamento tra i corridori e poi con i media o tra i corridori e lo staff. Ognuno di noi ha anche un piccolo lavoro a parte. L’impegno principale è durante le regate, abbastanza contenuto nel tempo (tra i 20 e 30 minuti, ndr), ma molto intenso e importante ai fini del rendimento generale.

Per lo sprinter transalpino la preparazione è molto cambiata, come anche l’alimentazione (foto Orient Express)
Per lo sprinter transalpino la preparazione è molto cambiata, come anche l’alimentazione (foto Orient Express)
Come è cambiata la tua preparazione rispetto a quando correvi?

E’ vero che quando ero in pista facevo sprint e allenamento con i pesi tutti i giorni. Lì, ovviamente, è cambiato un po’. Ho dovuto impegnarmi di più sulla resistenza perché la gara dura 20 minuti. Mentre per me, solitamente prima era un minuto di fatica. Diciamo che attingo alle mie riserve. Ottengo molta resistenza estendendo i miei sforzi. Ho una formazione specifica, ovviamente, che è simile a quella che potremmo fare in barca.

Quanto è importante la squadra in questa esperienza? E i rapporti con il tuo compagno di squadra sono diversi rispetto a quando correvi?

Oh sì, molto. Siamo davvero nella stessa squadra, condividiamo tutto nel corso della giornata, quello che avviene in barca è figlio della coesione che dev’esserci al di fuori, per questo passiamo un sacco di tempo insieme. Quando ero in pista correvo ed era uno sport individuale. Qui pensiamo tutti insieme a migliorare le cose. Per me è decisamente diverso, ma è nuovo ed è anche bello vedere qualcos’altro.

Nel team è fondamentale fare gruppo, in barca ma anche fuori (foto Orient Express)
Nel team è fondamentale fare gruppo, in barca ma anche fuori (foto Orient Express)
Simion ha detto che da quando fa parte di Luna Rossa è aumentato di 13 chili. E’ successo lo stesso a te?

Sì, anzi sta avvenendo. Sono troppo leggero e devo ingrassare. Quindi mangio molto. E’ un bene perché per un ciclista è sempre difficile il rapporto con il peso. Dobbiamo sempre migliorare il rapporto peso/potenza quando sei un ciclista. Essere il più potente possibile, ma anche il più leggero possibile. Qui è tutto diverso, mi alleno e mangio molto perché servono chili.

Che aspettative hai per questa avventura?

Noi francesi abbiamo una grande barca perché è la stessa dei detentori neozelandesi. La Francia ha acquistato i progetti, quindi sappiamo che la barca sarà fantastica. E’ chiaro che vogliamo andare in finale, per poi vivere un’avventura eccezionale, scoprire, perché per me e per i miei colleghi sarà una scoperta, venendo tutti da uno sport diverso dalla vela. Quindi diamo il massimo, diamo il massimo e alla fine non rimpiangiamo nulla.

In carriera Pervis ha vinto 7 titoli mondiali. Nel 2014 ha fatto tris: keirin, sprint a squadre e chilometro
In carriera Pervis ha vinto 7 titoli mondiali. Nel 2014 ha fatto tris: keirin, sprint a squadre e chilometro
Quanta attenzione c’è in Francia per la vostra partecipazione?

E’ una competizione che in Francia è poco conosciuta dal grande pubblico. Quando dico che ho partecipato all’America’s Cup, la maggior parte delle persone mi chiede: che competizione è? Non se ne rendono conto davvero. Ma il nostro obiettivo è anche sviluppare l’immagine dell’America’s Cup in Francia grazie al nostro team.

Se ti guardi indietro, sei soddisfatto di quel che hai ottenuto in sella a una bicicletta?

Sì, sicuramente. Sono molto contento di quello che ho fatto in passato. Tutti i miei titoli, tutti i miei record mondiali, è fantastico. Ho avuto il record del mondo per dieci anni, attraverso i quali gli ingranaggi, le corone e i pignoni utilizzati sono diventati sempre più grandi. Non mi dà fastidio che sia stato Hoogland a batterlo perché attualmente è il più forte del mondo. Ma io l’ho avuto, per tanto tempo.

Sara Safe Factor e gli studenti: si vince con cultura e rispetto

29.12.2023
7 min
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VALLELUNGA – Ultimi giorni di scuola prima delle vacanze di Natale, porte di Roma. L’Autodromo di Vallelunga è popolato dal passaggio delle Lamborghini che girano graffiando l’aria con il loro ruggito. All’ingresso del Centro Congressi, alcuni pullman riversano studenti in gita, coinvolti nel progetto Sara Safe Factor, iniziativa per giovani, messa in strada da Sara Assicurazioni e ACI. Ne avevamo già parlato mesi fa con Emiliano Cantagallo e Marco Brachini, direttore marketing di Sara Assicurazioni. E ci eravamo ripromessi di seguire una delle sue lezioni.

Di cosa si tratta è presto spiegato. Sara Assicurazioni ha deciso da anni di sponsorizzare un’iniziativa volta all’educazione stradale degli studenti in età da patente: solo quest’anno ne sono stati coinvolti circa 4.000, mentre dall’inizio del progetto si stima che il numero salga a quota 140.000. Gli studenti vengono raccolti in grandi spazi e assistono a un copione già collaudato. Dopo l’introduzione di Rosario Giordano che snocciola i numeri drammatici della mortalità sulle strade e illustra come questi siano andati oscillando dal lockdown in avanti, sulla scena vengono chiamati vari ospiti. Alcuni fissi, altri che variano in base alla località.

Ossola, il primo schiaffo

Questa volta la scena è prima per Marco Brachini, direttore marketing di Sara Assicurazioni. Poi tocca a Riccardo Alemanno, direttore dell’ACi di Roma, partner dell’iniziativa. Quindi a sorpresa sale Alessandro Ossola. Il ragazzo è di Torino, classe 1987, elegante e sorridente.

Si presenta come atleta paralimpico e non svela nulla di sé. Racconta di correre i 100 metri e poi dice di aver fondato un’associazione dal nome piuttosto figo: Bionic People, persone bioniche. E a quel punto, solleva il pantalone della gamba sinistra, scoprendo la protesi.

I ragazzi zittiscono. E lui spiega che era l’agosto del 2015 ed era uscito per un giro in moto. I suoi si erano raccomandati che stesse attento, ma la sua storia quel giorno era destinata a cambiare. Le ragazze della prima fila hanno gli occhi lucidi. E un po’ di magone assale anche noi quando Ossola racconta che il 30 agosto del 2021, lo stesso giorno del suo incidente ma sei anni dopo, si è ritrovato nella finale paralimpica di Tokyo. Sono racconti che segnano, la platea ora sorride, l’applauso è scrosciante.

I ciclisti maleducati

E poi tocca a Emiliano Cantagallo, il ciclista… fastidioso: personaggio ben noto nel mondo del cicloturismo, eclettico ed entusiasta. Roma non è una piazza facile per chi vada in bicicletta, gli incidenti si susseguono, le strade versano spesso in condizioni pietose e il rancore verso i ciclisti si fatica persino a spiegarlo, quasi che sia tutta colpa loro.

Cantagallo, che ha all’attivo anche il record di scalate dello Zoncolan, lo sa bene. E’ friulano per parte di madre e romano per il resto, qui a Vallelunga organizza la ventiquattr’ore assieme a Giancarlo Fisichella e sa già che cosa risponderanno i ragazzi quando gli chiederà cosa pensino dei ciclisti sulla strada.

«Stanno sempre in mezzo», risponde uno per niente intimidito. E a lui Cantagallo si aggancia con i vari luoghi comuni che si sentono in ogni consesso di automobilisti. Si parla di maleducazione dei ciclisti e lui gli dà ragione: è vero che tanti pedalano in gruppo, noncuranti delle auto. «Avete ragione – dice – sono il primo a dirlo». Loro ridono, tutti ridono (foto di apertura).

Poi però mostra sorpassi criminali di auto ai danni del ciclista. E’ maleducazione questa? «Sì».

Mostra parcheggi in doppia o tripla fila, con i ciclisti costretti ad allargarsi in mezzo alla strada. E’ maleducazione questa? «Sì».

I ragazzi annuiscono. E allora Cantagallo si rivolge loro, immaginandoli utenti della strada in bici. Raccomanda di usare il casco e di dotarsi della necessaria illuminazione. Poi gli suggerisce di rispettare i ciclisti e racconta che quando un ciclista si scusa per un cambio di traiettoria, l’automobilista spesso ringrazia. Poi li lascia, con la sensazione in tutti di aver scalfito i luoghi comuni di cui vengono nutriti quotidianamente. I ragazzi sono il futuro, è giusto dargli fiducia.

Uno schianto a 200 all’ora

Poi è la volta di Andrea Montermini, collaudatore Ferrari e pilota di varie categorie. Se Cantagallo li ha affascinati con la grandezza delle Alpi, il pilota di Formula Uno schiera il rombo dei motori e l’adrenalina della vita in pista. I ragazzi che prendono la patente hanno spesso la tentazione di trasformare la strada in improvvisati circuiti, per gare in barba alla prudenza e al rispetto della vita altrui. E allora Montermini, che li aspetta al varco, passa dall’adrenalina delle staccate all’ultimo secondo, agli schianti dei crash test.

Ne proietta uno per la prima volta, finora non lo aveva mai mostrato. Si vede una utilitaria finire a 200 all’ora contro un blocco di cemento e schiacciarsi fino a non avere più aria fra le lamiere contorte. I ragazzi deglutiscono vedendo le condizioni in cui si è ridotto il manichino al suo interno.

Ed è qui che Montermini, come Cantagallo prima di lui, tira fuori lo slogan di Sara Safe Factor: «In Strada e in pista vincono le regole».

I ragazzi sembrano convinti, immaginiamo che quasi tutti conoscano o abbiano sentito di coetanei morti sulla strada. In questa Italia che inorridisce giustamente per i femminicidi, sfugge a troppi che i morti sulle strade siano in numero drammaticamente superiore.

La cultura vincente

Ma l’obiettivo non è fare terrorismo psicologico, bensì convincerli un pezzetto per volta che la strada è di tutti e tutti meritano identico rispetto. Per questo quando i ragazzi si riversano in pista, hanno lo sguardo toccato da quanto hanno appena visto e la voglia di svagarsi sulle auto, le bici e i monopattini. Loro non hanno ancora fatto niente, la cultura e la giusta informazione potrebbero impedire che domani condividano le colpe dei padri.

Paludetti e il cross dei giovani, non sempre rose e fiori

29.12.2023
5 min
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Per capire quale sia lo stato di salute del ciclocross italiano, bisogna dare uno sguardo al movimento giovanile. Facendo una premessa: abbiamo scelto una prospettiva che non guarda tanto ai numeri di partecipazione né alla qualità, ai vertici delle categorie, quanto a come si lavora, a come i ragazzi guardano alla specialità. La nostra guida è nell’occasione Marco Paludetti, tecnico della Sanfiorese, che dopo una notevole carriera proprio nelle categorie giovanili, ha trovato nella crescita dei giovani talenti la sua dimensione tecnica.

Il lavoro di Paludetti, vista la giovane età dei suoi ragazzi, prescinde inizialmente dal lavoro prettamente tecnico, perché un allenatore è prima di tutto un riferimento umano per chi è in piena fase di crescita.

«I tempi rispetto alla nostra generazione – spiega – sono cambiati profondamente: allora non c’erano distrazioni, non avevamo telefonini e Internet, si era quasi “forzati” alla comunicazione e questo era un bene. Oggi dobbiamo affrontare questo gap generazionale, lavorando su ragazzini per far loro capire che c’è una vita oltre quei piccoli schermi».

I ragazzi della Sanfiorese in azione: nel 2023 hanno vinto il titolo giovanile di società (foto Instagram)
I ragazzi della Sanfiorese in azione: nel 2023 hanno vinto il titolo giovanile di società (foto Instagram)
Con quanti ragazzi lavori?

Abbiamo una ventina di elementi, fra esordienti e allievi. Con loro mi accorgo di come noi, e parlo della mia generazione, siamo diretti responsabili della loro crescita. Siamo abituati a dar loro tutto, a spianare la strada, ma non facciamo il loro bene. Me ne accorgo dal rapporto con i genitori, ma poi penso che sono genitore anch’io e tante volte incorro nello stesso errore. I ragazzi vogliono sempre di più, ma stando con loro vedo che il ciclocross diventa un elemento di distrazione, un richiamo superiore a quello di ambienti pericolosi, tanto che quando mio figlio va ad allenarsi, sono tranquillo.

Quand’è che sei davvero soddisfatto?

Molti penserebbero dopo una particolare vittoria, ma non è così: la soddisfazione ce l’abbiamo ogni giorno, vedendo che i ragazzi crescono divertendosi e che si fidano sempre di più. Per molti di loro più che un tecnico sono un confidente, che li guarda ognuno per quello che realmente è. Li ascolto, sono presente. Poi ci sono anche i risultati, i talenti, ma vengono dopo.

Ilaria Tambosco, 16 anni, è già nel giro della nazionale e ha esordito in Coppa del mondo (foto Instagram)
Ilaria Tambosco, 16 anni, è già nel giro della nazionale e ha esordito in Coppa del mondo (foto Instagram)
E’ anche vero che questa è la generazione della multidisciplina, che sta cambiando un po’ la nostra cultura ciclistica…

Verissimo e questo si traduce in numeri di partecipazione enormi in ogni specialità. Faccio un esempio: una volta al campionato veneto fra gli allievi erano al massimo una trentina, ora gareggiano almeno in 100 e questo è già un risultato enorme. I ragazzi non si fermano più alla strada, sanno che quella è la disciplina più amata, più remunerativa, ma vogliono provare tutto. Sono pervasi da un’inesauribile curiosità. Noi spingiamo molto sull’idea di mettersi alla prova, guardarsi dentro e capire piano piano quale sarà la disciplina più adatta. Sempre all’insegna del divertimento, ma la cosa particolare è la loro capacità di apprendimento.

Perché?

Sono enormemente avanti a noi, alla nostra generazione. Già da G5 sono perfettamente in grado di saltare gli ostacoli stando sempre in sella, anzi. Poco tempo fa un bambino aveva appena preso in mano la bici, eppure era già capace di saltare gli ostacoli, faceva cose incredibili. Questo accade perché i ragazzini di oggi hanno un’altra mentalità, la voglia di giocare con la bici e io sono sempre stato favorevole a questa impostazione.

Riccardo Da Rios ha vinto il titolo esordienti, ma ora è dedito solo alla strada (foto Instagram)
Riccardo Da Rios ha vinto il titolo esordienti, ma ora è dedito solo alla strada (foto Instagram)
Per tua esperienza, i ragazzi poi scelgono di continuare con il ciclocross, a prescindere dalle altre loro scelte?

Dipende. Ad esempio mi è spiaciuto molto aver perso Riccardo Da Rios, grande talento vincitore del titolo italiano allievi e di due Giri d’Italia CX, ma ha detto di volersi concentrare sulla strada. Il suo team junior lo ha convinto di questa scelta, gli ho detto che per me è un errore perché si perde tutta l’attività internazionale e grandi prospettive, ma tant’è… Cettolin ha fatto lo stesso, ma nel suo caso si vedeva come il suo talento avesse bisogno della strada per esprimersi appieno. Il ciclocross però gli è servito per migliorare la sua guida, suo padre stesso mi ha confidato che dopo la stagione invernale ha avuto l’anno migliore. Attenzione però, le varie discipline vanno affrontate con giudizio, dando tempo per il riposo e ricordandoci che parliamo di ragazzini, che hanno comunque in primis l’impegno scolastico.

Quest’anno nel tuo gruppo sta emergendo in maniera prepotente Giorgia Pellizotti, la figlia di Franco che si è aggiudicata il Master Cross…

E’ impressionante la sua mentalità, è una professionista in erba. Attentissima a tutto, dal riscaldamento alla preparazione del materiale. Sta crescendo in maniera clamorosa e poi a me impressiona per come ricorda Franco. La vedo in sella e rivedo suo padre. Eppure lui le è vicinissimo, l’accompagna, ma non s’intromette minimamente, si fida ciecamente di me. Giorgia mi raccontava della sua prima esperienza in nazionale, con il gruppo di Pontoni al ritiro in Puglia, era al settimo cielo e mi ha detto che finalmente comincia a capire che cosa faceva il padre. Che da parte sua per il periodo delle Feste le ha promesso il viaggio in Belgio per gareggiare nelle gare di categoria, lei era strafelice…

Giorgia in azione, la grinta è di famiglia, la posizione ricorda il padre (foto Alessandro Billiani)
Giorgia in azione, la grinta è di famiglia, la posizione ricorda il padre (foto Alessandro Billiani)
Ciclocross a parte, pensi che seguirà le orme del padre?

Chissà, per ora sembra più portata per l’offroad, ciclocross d’inverno e mtb d’estate, ma sa che lì deve ancora imparare tanto. E’ stata quinta ai campionati italiani di quest’anno, ma serve tanto “manico”. Lei comunque vuole fare la professionista di ciclocross e la testa ce l’ha. Il bello è che un paio d’anni fa voleva mollare tutto, era sfiduciata: io le ho detto di fare una stagione con me, poi avrebbe deciso. I risultati sono questi…

Casa Balsamo: un armadio pieno, tutto per la bici

29.12.2023
4 min
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Stagione che vai, vestiario che trovi. Anche se non suona proprio benissimo, questa frase rende l’idea. Ed Elisa Balsamo ci spiega ancora meglio cosa le piace indossare di più, cosa meno, quando fa caldo, fa freddo… Insomma, la campionessa della Lidl-Trek ci apre il suo armadio!

Con Jacopo Mosca, abbiamo visto che agli atleti della squadra americana Santini fornisce una quantità infinita di materiale… Ci sembrava curioso allargare il campo anche alle donne.

Santini e la sua ricchissima fornitura per gli atleti e le atlete della Lidl-Trek
Santini e la sua ricchissima fornitura per gli atleti e le atlete della Lidl-Trek
Elisa come cambia il tuo armadio del ciclismo in base alla stagione, ma anche in base alle corse? Come abbiamo visto Santini vi dà quantità importanti di capi…

In effetti quando sono arrivata in questa squadra ho avuto un trauma che è stato quello di dover quasi uscire di casa per far entrare tutto il materiale che ci hanno dato! E’ vero, ho dovuto svuotare un armadio.

Addirittura…

Sì, sì, un armadio intero. A casa ne ho uno dedicato completamente al mio vestiario da bici. Abbiamo di tutto e di più. Abbiamo qualunque cosa che una persona possa immaginare. Non pensavo neanche che esistessero determinati indumenti o accessori.

Partiamo dalla stagione attuale, l’inverno. Cosa indossa Elisa Balsamo?

La cosa bella è che secondo me abbiamo l’enorme possibilità di scegliere ogni giorno un capo diverso a seconda del clima. Uno si sveglia al mattino, vede la temperatura, l’umidità, se l’asfalto è bagnato o meno, se c’è il sole. La gamma è vasta. Per esempio abbiamo due tipologie di calzamaglia: una standard e una da bagnato vero e proprio… che sembra di essere quasi un palombaro! E’ completamente impermeabile e può essere utilizzata anche con temperature estreme. E lo stesso vale per i copriscarpe. Di guanti invernali ne abbiamo 4-5 tipologie.

Vai…

Li abbiamo leggeri e impermeabili, pesanti e impermeabili. Invernali “normali”, che non sono troppo pesanti. E ne abbiamo un paio che sono quasi dei guanti da sci, ideali per il freddo estremo. In tutto ciò, l’idea che mi piace di più è quella proprio di poter scegliere in base alla giornata e anche al luogo.

Elisa in allenamento, a volte opta anche per i puntali anziché per i copriscarpe che non ama troppo (immagine Instagram)
Elisa in allenamento, a volte opta anche per i puntali anziché per i copriscarpe che non ama troppo (immagine Instagram)
E per la gara?

Abbiamo tre opzioni: quello che viene definito il vestiario per le classiche. Si tratta di un body oppure un pantaloncino e maglietta, questo dipende dai gusti dell’atleta, che sono più pesanti, leggermente felpati. In questo modo anche se si corre col pantalone e la maglia corta si è più riparati. Oltre al “vestiario classiche” abbiamo il completo normale, sempre body o un completo maglia più pantaloncino. Infine il completo per l’estate, con il body o il completo traforato, che permette proprio al corpo di respirare. E questo lo usiamo al Giro d’Italia e, al Tour de France.

E con questo serve anche la crema, giusto?

Sì, con la crema solare. Anche se in realtà, noi italiani non la usiamo così tanto. Io almeno ho imparato dalle straniere. Sono state loro che mi hanno fatto capire quanto sia importante proteggersi dai raggi del sole. Però fa ridere questa cosa…

Perché?

Perché se poi vai al mare e indossi il costume, hai la fascia laterale delle gambe con tutti i pallini dell’abbronzatura!

Qual è un capo che non ti piace particolarmente?

In generale non mi sono simpaticissime le cose invernali. In particolare i copriscarpe invernali, specie quelli più pesanti, in neoprene. Non tanto per l’ingombro, perché devo dire che comunque sono fascianti, ma per metterli e toglierli. Ammetto che il piede rimane caldo, ma mi risultano scomodi.

Balsamo durante l’ultimo Tour, abbigliamento all’insegna della leggerezza
Balsamo durante l’ultimo Tour, abbigliamento all’insegna della leggerezza
E invece un capo preferito?

Il body da gara estivo – replica Balsamo senza indugio – mi trovo molto bene a correre col pezzo unico e secondo me è anche molto confortevole.

Mediamente in una “normale” giornata d’inverno come ti vesti in allenamento?

Di solito metto un paio di calzini e come detto prima tra quelli a disposizione, scelgo quelli un po’ più pesanti. La calzamaglia non impermeabile, una maglia intima con le maniche lunghe mediamente pesante e quindi il giubbino termico. Ne abbiamo uno bello pesante. In questo modo non abbiamo bisogno di mettere tanti strati che risulterebbero scomodi. Io mi sento sempre libera nei movimenti. Se poi magari faccio qualche salita, e quindi so che in discesa mi devo vestire, porto con me uno smanicato o una mantellina con le maniche lunghe se dovesse fare un po’ freddo. Quindi metto un copricollo, che se fa parecchio freddo si può coprire anche la bocca, e niente sottocasco, giusto una fascia se fa molto freddo, sennò tendenzialmente non metto nulla. Infine copriscarpe non impermeabili e guanti intermedi.

E invece in una giornata “standard” d’estate?

Calzini leggeri, completino estivo perforato, e sotto il top. Tutto qui!

Niente guanti d’estate?

In allenamento no, li uso solo in gara. A meno che non sia in pista: lì li uso se non sono sola. Perché non succede, ma se succede che si cade, i guanti sono anche una protezione per le mani.

Calciatore, scalatore e velocista: De Kleijn non si ferma più

29.12.2023
6 min
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L’ALBIR (Spagna) – Arvid De Kleijn arriva nella hall con il passo stanco di chi si è appena svegliato. Il ritiro del Tudor Pro Cycling Team è agli sgoccioli, a gennaio ce ne sarà un altro e a giudicare dal tanto lavorare di ogni membro dello staff, per allora la squadra avrà salito un altro gradino.

De Kleijn, il cui significato in olandese è letteralmente “il piccolo”, è effettivamente un velocista compatto e guizzante, alto 1,71 per 68 chili di peso forma. Fra i suoi meriti sportivi, fra le circa 15 vittorie da quando corre in bicicletta, c’è che la sua prima del 2023 sia stata la prima anche per la neonata squadra svizzera. Ottenuta sulle strade italiane, battendo Gaviria alla Milano-Torino. Attorno alle ammiraglie della Tudor si respirava una gioia da campionato del mondo.

Arvid ha i capelli corti con la riga a sinistra e lo sguardo simpatico. Al ciclismo c’è arrivato tardi, avendo alle spalle buoni trascorsi nel calcio. Evidentemente però ci ha messo poco a prendere le misure, se è vero che nel 2023 oltre alla Milano-Torino ha portato a casa altre cinque vittorie (in apertura la terza tappa dello ZLM Tour).

L’incontro con Arvid De Kleijn si è svolto nell’hotel vicino Calpe, base della Tudor Pro Cycling
L’incontro con Arvid De Kleijn si è svolto nell’hotel vicino Calpe, base della Tudor Pro Cycling
Che cosa significa per te essere stato il primo vincitore della squadra?

Significa molto, in realtà. Inoltre, vista la gara che ho vinto, è stato ancora più bello. E quello che più conta è che dopo la Milano-Torino ho avuto una stagione davvero molto positiva, per me e per il mio treno. Non avevamo avuto tanto tempo per conoscerci, invece ha funzionato subito. E’ davvero bello avere intorno un gruppo di compagni che si fidano di me, come io mi fido di loro. E’ stata davvero una buona stagione. Ero certo che, con un treno che mi supportasse davvero, potessi fare cose del genere. Ma tra il dire e il fare c’è il mare. E vincere è la parte difficile del ciclismo.

Sei arrivato abbastanza tardi nel gruppo, come mai?

Ho cominciato a 16 anni e sono diventato professionista che avevo già 25 anni. Prima sono stato abbastanza forte a livello regionale, al punto da farmi vedere in alcune corse tra i professionisti e questo mi ha permesso di firmare un contratto con la Riwal, una squadra danese. Da lì sono passato alla americana Rally Cycling che l’anno dopo, nel 2022, è diventata Human Powered Health. Non abbiamo fatto grandissime corse, ma mi hanno permesso di mostrare il mio potenziale e mi hanno messo a disposizione un treno. Così alla fine mi ha notato la Tudor e adesso eccomi qui.

Nel 2021 e 2022, De Kleijn ha corso con la Rally Cycling, poi diventata Human Powered Health. Qui con Colin Joyce
Cosa facevi prima di scoprire la bicicletta?

Altri sport. Tanto calcio e anche ginnastica. Il ciclismo era nell’aria, pur non avendo avuto altri esempi in famiglia. Mi ha sempre interessato molto e a un certo punto, intorno ai 16 anni, ho voluto provarci. Però ero forte anche nel calcio, ero davvero bravo. Vincevo, per un po’ è stato bello, poi però ho smesso di divertirmi. Fino al momento in cui un ragazzo venne a dirmi che secondo lui avevo talento per il ciclismo. Mi diede una bici ed è cominciato tutto.

Sei sempre stato un velocista?

Il contrario (sorride, ndr). All’inizio e per qualche anno ho sempre pensato di essere uno scalatore. Fisicamente ho avuto uno sviluppo tardivo, per cui ero davvero piccolo e leggero. Da junior ero uno scalatore veloce, diciamo un finisseur. Poi, quando ho compiuto 23 anni, ho iniziato il vero sviluppo e da ragazzo sono diventato uomo. A quel punto mi sono scoperto capace di sprintare davvero bene. I miei numeri erano così alti che ho pensato di convertirmi in velocista.

Fra le sei vittorie 2023 di De Kleijn, anche la tappa di Brema al Deutschland Tour
Fra le sei vittorie 2023 di De Kleijn, anche la tappa di Brema al Deutschland Tour
E adesso preferisci l’atteggiamento mentale dello scalatore o dello sprinter?

Quello del velocista: tutto o niente. Lo sprint è come un gioco. Le corse in salita sono belle da guardare. I corridori soffrono e a volte è davvero spettacolare vedere quanto possano essere grandi i distacchi. Ma per me che sono un velocista, è più eccitante vedere gli sprint, se capisci veramente cosa sta succedendo.

Dopo una stagione come l’ultima, che inverno stai vivendo e quali sono i tuoi obiettivi per il 2024?

Ho 29 anni, ma come ho detto sono sbocciato tardi e credo di poter migliorare ancora. Quindi non vedo l’ora di fare gare più grandi con il mio treno e metterci alla prova a livelli più alti. Mi piacerebbe avere continuità ed essere capace di giocarmi le corse per tutto l’anno: che poi si vinca o no, non dipende solo da noi. La squadra sta crescendo molto velocemente ed è super bello da vedere.

Le ultime due vittorie 2023 di De Kleijn sono venute al Tour de Langkawi, assieme alla maglia a punti
Le ultime due vittorie 2023 di De Kleijn sono venute al Tour de Langkawi, assieme alla maglia a punti
Te lo aspettavi?

E’ impressionante vedere la velocità con cui avvengono i cambiamenti, per questo mi piacerebbe continuare a crescere con loro. E’ un ambiente molto bello e penso che faremo davvero un buon lavoro. A volte ho la sensazione che si vada troppo veloce, ma non è così. La verità che la Tudor Pro Cycling ha molte ambizioni e i corridori non sono da meno. Quindi tutti spingono per avere di più. E’ davvero un ottimo ambiente in cui trovarsi.

Cosa pensi di Fabian Cancellara come titolare della squadra?

E’ fantastico averlo vicino. Fabian ha molta esperienza, non soltanto con le classiche e le crono, ma in generale come persona. Penso che possiamo imparare tutti da un uomo del genere, che è anche molto gentile.

La vittoria alla Milano-Torino del 2023 è stato il primo successo per il Tudor Pro Cycling Team
La vittoria alla Milano-Torino del 2023 è stato il primo successo per il Tudor Pro Cycling Team
Cosa ricordi della Milano Torino?

Che ero caduto e ugualmente ero davvero ansioso di fare bene. Nella riunione prima della corsa, ho detto ai ragazzi che avremmo dovuto crederci e che avremmo potuto fare bene nonostante il livello così alto. E guardandoli ho visto che ci credevano anche loro. Avevamo un buon piano, lo abbiamo seguito, abbiamo vinto ed è stato fantastico. Erano tutti super felici e ho scoperto che erano venuti anche i miei genitori.

Dall’Olanda per la Milano-Torino?

Non mi avevano detto niente. Hanno una casa in Francia, nelle Alpi, vicino alla valle del Rodano. E io in un primo momento avevo pensato che sarebbero potuti venire. Tuttavia dato che non li avevo più sentiti, mi ero convinto che l’avrebbero vista in televisione, perché quando vengono alle corse sono sempre stressati. Invece dopo il traguardo, all’improvviso è sbucato dal nulla mio padre e mi ha abbracciato. Ci sono anche dei video che lo mostrano. E’ stato bellissimo. Ecco cosa ricordo della Milano-Torino, è stata proprio una bella giornata.