Amadio: «Viviani su strada a Parigi, un ipotesi allo studio»

27.04.2024
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«Viviani nella prova su strada è un’ipotesi sul tavolo. C’è massima collaborazione fra i tecnici, continuiamo a fare riunioni tutti assieme per quanto riguarda strada, pista e crono non solo per le Olimpiadi. Vediamo un po’ come prosegue la preparazione di tutti, come proseguono le corse, compreso il Giro d’Italia…».

Roberto Amadio, con cui avevamo già parlato di convocazioni olimpiche, risponde dopo aver messo le mani avanti sul fatto che il termine ultimo per le iscrizioni degli atleti per le Olimpiadi è il prossimo 7 luglio. I tecnici quindi hanno tempo sino alla fine di giugno per fare le loro valutazioni, ma a questo punto serve fare un passo indietro.

Nell’ultima intervista fatta con Elia Viviani, il veronese ci aveva fatto capire che non avrebbe fatto il Giro e che di conseguenza la sua preparazione per l’omnium di Parigi sarebbe stata da puro pistard. Tutto dalle sue parole lasciava intuire che potesse essere lui la riserva per i quattro titolari del quartetto.

Viviani è passato nel 2010 alla Liquigas. Qui due anni dopo con Amadio e l’amministratore Dal Lago, scomparso nel 2022
Viviani è passato nel 2010 alla Liquigas. Qui con Amadio e l’amministratore Dal Lago, scomparso nel 2022

La svolta danese

Pochi giorni dopo, la Danimarca ha annunciato che per consentire a Morkov di difendere il suo titolo olimpico della madison, lo avrebbero convocato anche su strada, dato che le quote limitate di atleti impongono la partecipazione a più di una specialità. I danesi, come noi, puntano all’oro del quartetto e Morkov evidentemente non offre le necessarie garanzie.

A quel punto, nell’editoriale del 15 aprile ci chiedemmo se spostando su strada uno dei pistard, Villa non avrebbe avuto la chance di convocare un uomo in più per il quartetto. Non era una domanda per caso: sappiamo che i tempi fatti registrare da Manlio Moro nell’inseguimento a squadre sono di tutto rispetto, per cui spostando Viviani anche nella prova su strada, si aprirebbe un varco per lui. Anche la Gazzetta dello Sport ha unito i puntini e un paio di giorni fa ha iniziato a parlarne.

Il tema è importante. Alle Olimpiadi si guarda alle medaglie e non alla loro provenienza. E’ chiaro però che correndo la prova su strada con soli tre uomini, quali garanzie avrà Bennati, se Elia non potrà fare il Giro d’Italia? Il Viviani del 2019 sarebbe stato la prima scelta per il percorso di Parigi, ma quegli anni sono lontani. Per questo abbiamo chiamato Amadio, il team manager della nazionale.

Viviani Europei 2019
Il Viviani del 2019 era capace di vincere classiche e titoli: qui nell’europeo. Poi si è dedicato di più alla pista
Viviani Europei 2019
Il Viviani del 2019 era capace di vincere classiche e titoli: qui nell’europeo. Poi si è dedicato di più alla pista
Restiamo nel campo delle ipotesi, attenendoci ai pochi dati oggettivi. Hai parlato di Giro d’Italia e Viviani non lo farà. Farebbe la strada tanto per firmare il foglio di partenza o con legittime aspirazioni?

E’ logico che nell’ipotesi che corresse su strada, sarà pronto. A differenza di quanto accade con i quartetti che iniziano due giorni dopo la gara su strada, con l’omnium abbiamo quasi una settimana di tempo per riprendere il colpo di pedale della pista. I tempi stretti sono il motivo per cui sarebbe problematico schierare Milan e Ganna nella gara su strada. Pippo invece fa la crono e ha quasi nove giorni di tempo per recuperare. E’ chiaro che come Federazione facciamo le valutazioni concrete sulle migliori prospettive di fare risultato. Anche perché noi abbiamo la qualifica anche nella madison e non possiamo presentarci con chi non l’ha mai fatta. Comunque sono valutazioni che sto facendo assieme ai tecnici. E poi, come ho detto, dopo il Giro, tra fine giugno e i primi di luglio, tireremo la linea.

Quindi se doveste decidere per Viviani su strada, sarebbe possibile intervenire sulla sua preparazione? Villa è in contatto con Cioni per questo aspetto?

Il fatto che Elia debba correre una gara a tappe prima di Parigi, che non sarà però il Giro, servirà indipendentemente dalla possibilità di correre la strada. L’omnium sono quattro prove, una ogni due ore, e anche l’americana dura 50 chilometri, quindi è necessario avere un bel fondo. Nel vasto calendario dell’UCI, credo che la Ineos troverà sicuramente la corsa più idonea, confrontandosi con Elia e con Villa, per capire quale sia la miglior soluzione. Indipendentemente da quello che sarà il programma.

La crescita di Moro potrebbe aver convinto Villa di Volerlo come supporto per il quartetto
La crescita di Moro potrebbe aver convinto Villa di Volerlo come supporto per il quartetto
Sempre restando nel campo delle ipotesi, tu Elia l’hai cresciuto alla Liquigas, pensi che andrebbe a fare la gara su strada solo per onore di firma oppure come sempre si impegnerebbe per tirare fuori il meglio?

Si impegnerebbe al 100 per cento, non lo metto neanche in discussione. E anche Bennati sa benissimo che in questa eventualità può farci affidamento. Elia lo conosciamo tutti. E’ chiaro che qui si torna a un discorso di programmazione del calendario delle Olimpiadi, che presenta problemi, non solo per gli uomini, ma anche per le ragazze. Noi abbiamo una Balsamo che su quel percorso potrebbe essere protagonista, come pure nel quartetto. Anche qui dovremo fare sicuramente delle scelte mirate, cercando di capire se fare entrambe le prove o sceglierne una. Alla fine è sempre l’atleta professionista, come Viviani ma anche come Elisa, che capisce fino a dove può arrivare e quello che può fare. Io ho molta fiducia anche in loro e ne parliamo tranquillamente ad ogni occasione.

Giusto mercoledì al Gran Premio della Liberazione, il cittì delle donne Sangalli ci ha detto che fra dieci giorni andrà a Parigi con un gruppo di atlete proprio perché possano valutare il percorso. Non dovrebbero farlo anche Bennati e Viviani, secondo te?

Questa è una programmazione fatta da Paolo (Sangalli, ndr). Io credo che Daniele sappia quali sono i nomi fra cui scegliere, per cui il fatto di andare con gli atleti è una decisione che deve prendere lui. Credo però che voglia aspettare un attimo, capire il Giro e soprattutto chi farà il Tour. Perché il Tour secondo me per chi vuole vincere le Olimpiadi è un passaggio quasi obbligato. E’ fatto a pennello, finisce una settimana prima. E poi fra uomini e donne c’è anche una differenza di modo di correre.

Amadio è sicuro della piena collaborazione fra Viviani e Villa, qui al via della Sanremo
Amadio è sicuro della piena collaborazione fra Viviani e Villa, qui al via della Sanremo
Cioè?

Ho visto alla Liegi di domenica scorsa, che fino a 20 chilometri all’arrivo c’erano ancora 40 ragazze che se la giocavano e la Liegi è una corsa dura. Quindi trovo corretto il fatto di fare una valutazione del percorso con le atlete, proprio perché è un altro tipo di interpretazione e di sviluppo anche della corsa. Le possibilità di un gruppetto di una quindicina di elementi che arrivino in volata è molto concreta, a differenza degli uomini fra cui secondo me ci sarà una selezione molto più definita. Di certo i soliti fenomeni saranno lì a lottare, ma secondo me non parliamo di 20-30-40 corridori che arrivano in volata.

Infatti non è semplice mettersi nei panni di Bennati, che può scegliere solo tre uomini e magari si chiederà a quale livello potrà correre Viviani.

Ma qui torniamo al discorso che l’Olimpiade è una manifestazione che va oltre il discorso tecnico, a differenza di un europeo e di un mondiale, dove le scelte sono mirate a ottenere il meglio nelle singole prove. Qui è un calderone in cui dobbiamo gestire un numero limitato di atleti per fare un certo numero di specialità. Non dimentichiamo che la Francia andò a Tokyo con Cavagna, che fece due chilometri nella prova su strada e poi si fermò, dato che puntava solo alla crono. Quello che bisogna far capire alla gente è che le Olimpiadi vanno oltre i discorsi comuni cui siamo abituati. Però ci stiamo ragionando, ci stiamo lavorando, abbiamo già fatto parecchie riunioni e stiamo andando avanti su tutti i fronti.

I nuovi giorni azzurri nel calendario di Marta Bastianelli

26.04.2024
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ROMA – Rivederla è stata una festa. Quando le ragazze del UAE Team Adq hanno riconosciuto Marta Bastianelli, sono corse ad abbracciarla come si fa con un compagno di tanti chilometri che a un certo punto ha cambiato strada. Gasparrini, che ha diviso con lei la camera cercando di imparare il massimo. Consonni, che ne ha ricevuto consigli sulla vita da velocista. Persico, che si è sentita chiedere più di un paio di volte quando verrà anche per lei il momento di alzare le braccia al cielo. E così la campionessa azzurra, che da quest’anno collabora in nazionale con il cittì Sangalli e a Caracalla era assieme a tutta la famiglia, ha salutato le ex compagne e poi ha vissuto il Gran Premio della Liberazione col piglio di chi comincia a calarsi nella dimensione del tecnico. Ha confabulato a lungo con Augusto Onori delle Fiamme Azzurre, cui ancora appartiene. Ha parlato con altre atlete. E poi ci ha raccontato questo inizio di carriera, con tanto di debutto all’estero con le juniores alla Omloop Van Borsele, Coppa delle Nazioni in Olanda.

Cara Marta Bastianelli, cosa fa la collaboratrice del tecnico della nazionale?

E’ una bellissima esperienza. Vengo da un buon insegnamento di Paolo (il cittì Sangali, ndr), in tanti anni come tecnico e atleta. Adesso sono al suo fianco e mi auguro di potergli dare una utile mano in questo nuovo ciclismo, che sta prendendo sempre più piede anche tra le giovani. In Olanda tutte le prime erano nel giro dei team WorldTour, ben diverso rispetto ai miei tempi e rispetto all’Italia. Il fatto di aver percorso tanti anni di storia del ciclismo mi aiuterà di certo.

Fra un giro e l’altro del Liberazione, Bastianelli ha parlato con tecnici e staff delle squadre
Fra un giro e l’altro, Bastianelli ha parlato con tecnici e staff delle squadre
Sangalli ha detto che quando hai smesso, portarti in azzurro è stata una conseguenza naturale. E’ stato così anche per te?

Da un po’ di tempo, ancora da atleta, c’era la volontà da parte della Federazione di spingermi in questo mondo. In quel periodo però ero ancora atleta, mi piaceva ancora vincere le gare. Poi mi sono chiesta: perché no? Insomma, fare questo salto è sicuramente un valore aggiunto nel mio bagaglio di esperienze, quindi qualcosa di bello. Quando corri oppure indossi la maglia della nazionale, è sempre un grande prestigio e io questo non me lo dimentico.

Com’è avere a che fare con ragazze 17-18 anni?

Bè, sono tornata indietro di parecchio. Sinceramente non sono tempi in cui mi riconosco, perché noi il mondo giovanile l’abbiamo vissuto diversamente. Erano sicuramente anni difficili, loro hanno la strada un po’ più spianata, quindi mi auguro che questo benessere lo possano mettere in pratica nel vincere le corse, che è la cosa più importante.

Parli la loro stessa lingua o in qualche modo si coglie già il gap di età?

Diciamo che ho un po’ di esperienza con mia figlia (ride, Clarissa ha 10 anni ndr), ma è difficile capire se sia utile fare confronti, non sai mai se sia giusto o sbagliato. Però le vedo attente ai consigli, ci ascoltano molto. Sono ragazze ragionevoli.

Le juniores della Nations’ Cup hanno affrontato pioggia e vento: condizione limite per le nostre
Le juniores della Nations’ Cup hanno affrontato pioggia e vento: condizione limite per le nostre
Qual è il consiglio che ti viene più facile dare: quello di esperienza da corridore o quello da tecnico?

Non ho dubbi. Io metto in pratica la mia esperienza da corridore, perché da tecnico devo ancora farla: questa per me è solo una partenza. Però posso dargli un valore aggiunto da atleta, basato su quello che ho vissuto nei miei anni. Credo che per loro possa essere un contributo in più da aggiungere alla loro carriera, soprattutto quella futura.

In Olanda ad esempio avete trovato parecchio vento, sei riuscita a spiegargli come si sta nei ventagli?

Abbiamo fatto una bella spiegazione. Abbiamo detto loro dove mettersi in base a come tira il vento. Sono passaggi che alcune già conoscevano, perché erano già state a questa gara l’anno scorso. Paolo aveva già fatto un bel lavoro, però un consiglio in più fa sempre bene.

Come sei uscita da questa esperienza? Ti ha arricchito?

Sì, molto, anche dal punto di vista umano. Come persona, come mamma. Ho sentito molto questa esperienza da vicino, quindi sicuramente fa bene al cuore, alla mente e soprattutto al lavoro.

Può essere un ruolo azzeccato per il futuro di Marta Bastianelli?

Sì, è un incarico che mi piace molto. Poi non nascondo che mi piace anche lavorare con le elite, perché è un mondo che ho lasciato da poco quindi sono ancora abbastanza fresca di esperienze. Riesco a capire cosa pensano le atlete nelle varie fasi, quindi diciamo che mi piacerebbe allinearmi in tutto il settore, in base a quello che si può fare.

Con le elite sarà difficile passare da amica a tecnico?

Credo che ci sia una linea sottile e una volta che l’atleta lo ha capito, non è difficile. Sono ragazze intelligenti, sanno che adesso non sono più Marta atleta amica, ma sono Marta collaboratore azzurro. Posso sempre dare loro dei consigli, ma rimanendo nel mio ambito. Per me sono ragazze con cui ho corso fino all’altro ieri, quindi ho un rapporto speciale. Però quando si tratta di lavoro, mi piace che ci sia una linea precisa. So bene che magari è meglio parlarci un paio di giorni dopo una corsa, perché ricordo bene che a caldo puoi tirare fuori tante motivazioni diverse per giustificare una prestazione. Non sempre guardarle in faccia dopo l’arrivo ti fa capire bene le cose. Queste sono le consapevolezze che spero di poter portare.

Le seguirai anche in pista?

Faccio anche pista. Ho seguito le ragazze in qualche allenamento e ci tornerò a fine mese. Cerco di fare un po’ qua e un po’ là. A Montichiari ho trovato un ambiente molto familiare, bello, tranquillo. Ci sono ragazze che conosco e, anche i ragazzi. Mi sono trovata molto bene con Marco Villa, con Diego Bragato e con Fabio Masotti, che tra l’altro è un mio collega alle Fiamme Azzurre. Sono veramente felice di questo ruolo.

Sul palco, Bastianelli per la premiazione finale del UAE Team Adq come miglior squadra del Liberazione
Sul palco, Bastianelli per la premiazione finale del UAE Team Adq come miglior squadra del Liberazione
E Clarissa cosa dice del fatto che hai ricominciato a partire?

E’ abbastanza serena, soprattutto perché rispetto a prima passo più tempo a casa. Lo scorso anno ad oggi avevo già fatto 30 giorni fuori ed eravamo solo ad aprile, quindi è molto più tranquilla. Tra l’altro è felice quando può venire anche lei a vedere le gare, la vive in modo diverso. Non c’è più l’ansia della corsa, quindi mamma che corre. E poi le piacerebbe venire a vedere qualche allenamento in pista perché mi ha detto che vorrebbe fare il tifo. Le ho spiegato che non è come all’Olimpico, però penso che ai bambini faccia bene vivere queste giornate di sport e capire come funziona. Lei l’ha sempre vissuto sin da piccola dall’interno, ma forse adesso ha un briciolo di consapevolezza in più. Ai ragazzi fa bene vedere l’impegno di atleti poco più grandi di loro. Qualsiasi cosa scelgano di fare, lo sport resta una grande scuola di vita.

Villa a Liegi con la febbre: «Voglio tornare per godermela di più»

26.04.2024
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Giacomo Villa risponde al telefono mercoledì mattina, lo intercettiamo mentre sta uscendo per l’allenamento. A quasi tre giorni di distanza dalla sua prima Liegi-Bastogne-Liegi, terminata dopo 70 chilometri, l’emozione di essere stato alla Doyenne non è svanita (in apertura foto PRM x Bingoal). Sicuramente non se la sarebbe immaginata così, ma essere presenti in certe corse ha sempre un valore positivo

«Riprendo oggi – racconta Villa – dopo due giorni di stop. Alla Liegi ho corso con la febbre, ho provato a tenere duro, ma è stato impossibile. L’idea era quella di mettermi comunque a disposizione della squadra ma sono durato 70 chilometri. Praticamente fino alla prima macchina dei massaggiatori. Il clima di freddo e pioggia trovato anche alla Liegi non mi ha aiutato, vista la settimana che abbiamo vissuto in gruppo».

Il freddo e la pioggia della Freccia Vallone hanno condizionato l’avvicinamento alla Liegi (foto PRM x Bingoal)
Il freddo e la pioggia della Freccia Vallone hanno condizionato l’avvicinamento alla Liegi (foto PRM x Bingoal)

Il freddo ha colpito

Villa era alla partenza anche della Freccia Vallone, corsa che hanno terminato solo 44 degli oltre 170 corridori partiti. Una settimana di freddo e pioggia che è culminata in una febbre che ha condizionato in negativo la prima Classica Monumento del giovane della Bingoal-WB.

«La febbre – continua – mi è venuta sabato sera, a poche ore dalla Liegi. Ho provato ad abbassarla con una tachipirina, cosa che ha funzionato in parte. Domenica mattina, il giorno della gara, stavo discretamente bene. Sensazione che è durata una manciata di ore, perché appena partiti si è rialzata subito. Ho pagato la settimana di freddo e pioggia che abbiamo preso in Belgio.

«Alla Freccia, corsa mercoledì, ho mollato solamente all’ultimo passaggio sul muro di Huy. Ero in una “terra di nessuno” perché mi trovavo insieme a Ulissi e due corridori della Quick-Step, a metà tra i primi 30 e gli ultimi 10. L’ammiraglia della formazione di Lefevere è arrivata e ha detto ai suoi ragazzi di fermarsi dopo l’arrivo, io ero indeciso su cosa fare e li ho seguiti».

Nonostante il brutto tempo la Liegi ha visto un grande richiamo di pubblico, come merita una Monumento
Nonostante il brutto tempo la Liegi ha visto un grande richiamo di pubblico, come merita una Monumento
Come stavi dopo la Freccia?

Bene, tanto che mi sono fermato in Belgio per preparare la Liegi. Giovedì abbiamo fatto un paio d’ore di allenamento, sempre al freddo, mentre venerdì dovevamo vedere il percorso della Doyenne, ma è stato impossibile.

Sempre troppa acqua?

Non ha smesso di piovere un secondo. Dovevamo fare i primi 30-40 chilometri per trovare il punto giusto per poi andare in fuga domenica. Venerdì pioveva così tanto che siamo riusciti a fare solo i primi 10 chilometri. Secondo me quella è stata la mazzata definitiva, tanto che sabato mi sono svegliato che ero barcollante e infatti la sera mi è venuta la febbre.

In fuga per la Bingoal alla Doyenne è andato Loïc Vliegen
In fuga per la Bingoal alla Doyenne è andato Loïc Vliegen
Anche se per poco hai corso la tua prima Monumento…

Sono rimasto affascinato, devo ammetterlo. La verità è che a inizio anno sapevo che in questa squadra ci sarebbe stata la possibilità di correre la Liegi ed è stato un mio obiettivo fin da subito. Raggiungerlo al primo anno mi ha fatto un immenso piacere, anche se non l’ho vissuta come avrei voluto.  

E come avresti dovuto viverla?

Con la squadra eravamo d’accordo che sarei dovuto andare in fuga. Tanto che domenica mattina, nonostante le condizioni precarie, alla partenza mi sono messo in seconda fila. Diciamo che sono durato poco. Alla prima salitella mi hanno sfilato in 30 e sono finito a metà gruppo. Ogni chilometro che passava tra vento, pioggia e freddo perdevo posizioni. Così appena vista l’ammiraglia mi sono fermato. 

Com’è stato vivere la Liegi? 

In queste occasioni capisci quanto siano amati i grandi eventi. Rispetto ad altre gare, che sono comunque tanto frequentate dai tifosi, non c’è paragone. Ti senti come se tutti sappiano chi sei, chiedono autografi, foto…

Villa è rimasto affascinato dalle corse nelle Ardenne e nel 2025 vuole tornare e perché no correrne di più (foto PRM x Bingoal)
Villa è rimasto affascinato dalle corse nelle Ardenne e nel 2025 vuole tornare e perché no correrne di più (foto PRM x Bingoal)
C’era tanto pubblico nonostante la pioggia?

In quei primi 70 chilometri ogni volta che entravamo in un paesino trovavamo due muri di gente. Mi sa che in Belgio sono abituati a questo clima (ride, ndr). I tifosi sono scesi in strada armati di mantelle e ombrelli. 

Allora l’obiettivo è quello di tornare?

Certo. Magari fare anche qualche altra semiclassica in quelle zone. Il team partecipa a tante gare del genere, soprattutto quelle con il pavé e devo ammettere che mi hanno intrigato parecchio. Speriamo che nel 2025 ci possa accogliere il sole.

Patxi Vila, il ritorno alla Bora e il valore del diesse moderno

26.04.2024
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SALORNO – Gli ultimi dubbi sono stati sciolti e forse per la Bora-Hansgrohe la scelta della formazione che sarà al via del Giro d’Italia è stata ulteriormente obbligata. L’idea di chi portare alla Corsa Rosa era già abbastanza chiara da tempo, ma l’investimento di Lennard Kamna da parte di un automobilista ad inizio aprile mentre era a Tenerife per fare altura sul Teide – curiosamente proprio lo stesso giorno in cui Roglic cadeva violentemente al Giro del Paesi Baschi – ha rimescolato le carte per la generale.

Il 27enne tedesco, vincitore della tappa sull’Etna nel 2022, avrebbe dovuto dividere i gradi di capitano col colombiano Dani Martinez, che ora potrebbe avere Schachmann come vice, mentre per le volate si dovrebbe puntare su Welsford. Al Tour of the Alps, la Bora-Hansgrohe ha portato corridori più di sacrificio che prime punte, riuscendo a mettersi in mostra col secondo posto di Gamper nella seconda frazione vinta da De Marchi. A margine di tutto ciò abbiamo fatto una chiacchierata con Francisco Javier (per tutti “Patxi”) Vila, ritornato nel team tedesco dopo quattro stagioni alla Movistar. Abbiamo fatto un piccolo excusus sulla sua idea di essere direttore sportivo.

Kamna doveva essere il capitano per il Giro, ma l’incidente a Tenerife ha obbligato il team a rivedere i piani
Kamna doveva essere il capitano per il Giro, ma l’incidente a Tenerife ha obbligato il team a rivedere i piani

In ammiraglia

Per molti tecnici ci sono diversi modi di guidare una formazione. Il più diretto è quello in auto, da dentro la corsa. Patxi Vila è rientrato alla Bora e sembra che il tempo non sia passato.

«Quest’anno – racconta il 49enne diesse, nativo di Hondarribia – ho avuto la chiamata da Ralph (Denk il general manager, ndr) perché Rolf (Aldag il capo dei diesse, ndr) aveva bisogno di un direttore sportivo in più. Mi mancava essere di nuovo in ammiraglia. Faccio anche parte dello sviluppo delle cronometro. La squadra è molto buona, mi sto trovando molto bene e sono contento. D’altronde era un ambiente che conoscevo già».

Nuove indicazioni

Al Tour of the Alps gli uomini di classifica erano Higuita e Palzer, ma la trasferta tra Austria e Trentino-Alto Adige non ha espresso grandi risultati finali. E contestualmente la caduta di Roglic ai Paesi Baschi non ha creato nessun effetto domino in vista del Giro. I programmi di inizio anno per le grandi corse a tappe restano immutati, come ci aveva anticipato Gasparotto.

Per Patxi Vila (qui con Sagan nel 2017) la figura moderna del diesse deve avere competenze su tanti aspetti
Per Patxi Vila (qui con Sagan nel 2017) la figura moderna del diesse deve avere competenze su tanti aspetti

«Ultimamente siamo stati molto sfortunati», prosegue Vila. «Al TotA saremmo dovuti venire con Kamna in preparazione del Giro, ma considerando ciò che gli è occorso, abbiamo dovuto rivedere i nostri obiettivi e prendere altre decisioni. Infatti non c’era molta gente che farà il Giro (ad oggi solo Koch, ndr). Inoltre già alla prima tappa abbiamo perso Herzog, perché ha pagato una condizione calante ed un sovrannumero di gare. Certo che l’incidente a Lennard non ci voleva, in primis per lui. Si sta riprendendo bene e questa è la cosa più importante».

Tuttavia una gara come il TotA o il Romandia a ridosso del Giro può dare diverse indicazioni. «Dipende tanto – riprende – da cosa si intende per preparazione nelle varie squadre. C’è chi preferisce non correre troppo per arrivare più fresco, chi invece vuole fare un bel blocco di gare, magari con salite lunghe per capire meglio il proprio stato di forma. E’ come se usasse quelle gare come allenamento».

Dani Martinez dovrebbe curare la generale del Giro per la Bora, con Schachmann in seconda battuta
Dani Martinez dovrebbe curare la generale del Giro per la Bora, con Schachmann in seconda battuta

Il diesse moderno

Ogni diesse ha il proprio stile e Patxi Vila non sa come autodefinirsi, però le idee sono chiare. «Forse sono la persona meno indicata per farlo – continua – posso dire che la nostra figura sta cambiando, come tutto il ciclismo, e deve adattarsi. Adesso penso che ci vogliano direttori sportivi con attitudini che prima non avevano: bisogna essere più ricercati e tecnici. Per la verità va detto che ora nel ciclismo si è pianificato tutto, con ruoli ben definiti. Una volta c’era solo il massaggiatore, ora c’è anche il fisioterapista. Una volta i metodi di recupero lasciavano il tempo che trovavano. Adesso c’è il mental coach.

«Il diesse moderno – spiega Vila – deve saper fare una presentazione della tappa sul bus oppure interpretare i dati degli atleti. Deve avere competenze su tutte queste materie per andare incontro a tutte le esigenze del corridore. Personalmente mi trovo a mio agio, ma ho avuto la fortuna di sedermi su tutte le sedie, da corridore a capo preparazione come alla Movistar. E’ stato tutto utile per la mia formazione e lo sto mettendo in pratica».

La responsabilità delle volate al Giro dovrebbero ricadere su Sam Welsford, già tre successi in stagione
La responsabilità delle volate al Giro dovrebbero ricadere su Welsford, già tre successi in stagione

Tutto in pochi secondi

Colui che deve finalizzare tutto il lavoro della squadra è proprio il direttore sportivo, in gara di farlo in modo quasi istantaneo nonostante la pressione. L’errore ci può stare e non è un reato ammetterlo.

«Adesso – chiude Patxi Vila – ho la fortuna di lavorare con tutte queste figure, sentire l’opinione di tutti e poi prendere la decisione finale. Noi diesse abbiamo obblighi e responsabilità. Le gare hanno tante evoluzioni e non sempre vanno come avevi previsto. Basta avere l’umiltà di alzare la mano e dire che hai sbagliato. Si è squadra nel bene e nel male.

«E’ fondamentale la fiducia nei propri mezzi, ma anche nei mezzi dei tuoi corridori e dello staff di persone che hai intorno. Col senno di poi diventa facile per tutti ripensare a quali decisioni prendere, però in quei momenti abbiamo davvero pochi secondi. Noi la prendiamo sempre pensando che sia la migliore, poi le cose vanno come vanno».

Mediterraneo in Rosa, si pensa di crescere ancora

26.04.2024
5 min
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Oltre le aspettative. A cinque giorni di distanza dalla sua conclusione, ancora si parla del Giro del Mediterraneo in Rosa, la corsa a tappe femminile che ha anticipato il Gran Premio Liberazione. Cinque tappe fra Campania e Puglia dove, rispetto allo scorso anno, è emersa una notevole crescita generale e non sono mancati spunti tecnici interessanti.

Il primo è legato sicuramente a Lara Gillespie, la campionessa nazionale irlandese che ha fatto il vuoto nella seconda tappa chiudendo di fatto subito la lotta per la vittoria finale, prendendosi però anche la soddisfazione di vincere la frazione successiva con il simbolo del primato indosso. Il secondo investe Federica Venturelli (in apertura nella foto Ossola) protagonista assoluta con due vittorie di tappa facendo praticamente da scudiera alla Gillespie e realizzando la doppietta del team devo Uae, mentre il terzo posto è andato a una sempre più convincente Giada Borghesi.

Federica Venturelli con il patron della corsa Francesco Vitiello, già al lavoro per l’edizione del 2025 (foto Ossola)
Federica Venturelli con il patron della corsa Francesco Vitiello, già al lavoro per l’edizione del 2025 (foto Ossola)

Francesco Vitiello, l’organizzatore, è già proiettato verso il prossimo anno, sulla base dei riscontri ricevuti: «Abbiamo avuto attestazioni di stima un po’ dappertutto – dice – ma quel che ci rincuora di più è la relazione finale dei giudici Uci. Mi hanno detto che sono rimasti stupefatti dal livello di organizzazione, di sicurezza, di pulizia delle strade e questo è un dato importante. Come avevamo anticipato è nostra intenzione salire di grado il prossimo anno per avere più squadre al via, soprattutto straniere e soprattutto legate al mondo del WorldTour».

C’è stata attenzione anche dall’estero?

Sì, me l’ha confermato anche Alessandra Cappellotto che ha seguito le prime due tappe come delegata Uci e che mi ha detto di aver visto cose surreali per una prova italiana. Una qualità inedita con tanto personale sulle strade e tutto quel che serve per una gara che meriterebbe a suo dire una qualifica ben più alta. Tra l’altro la corsa ha avuto grande risalto anche a prescindere dai risultati tecnici per la presenza di due ragazze afghane del WCC Team, la squadra voluta dall’Uci. C’era anche una troupe televisiva che è venuta apposta per loro.

Gillespie e Venturelli, per loro ben 4 vittorie e doppietta finale in classifica (foto Ossola)
Gillespie e Venturelli, per loro ben 4 vittorie e doppietta finale in classifica (foto Ossola)
Tra l’altro, l’aspetto organizzativo è stato reso ancora più complicato dal cattivo tempo…

Le prime due tappe, quelle in Campania sono state caratterizzate da pioggia intensa e questo ha dimostrato come fossimo pronti ad affrontare anche le condizioni più difficili. Abbiamo tenuto botta, ma d’altronde avevamo previsto anche le condizioni peggiori. Con noi c’erano ben 12 scorte tecniche della Stradale e altre 12 direttamente dell’organizzazione.

Dal punto di vista tecnico, il dominio assoluto della Uae non è stato uno svantaggio, considerando l’enorme divario tecnico fra loro e le altre?

Io sono abituato ad accettare sempre il responso della strada. La Uae ha vinto perché ha dimostrato di avere un’intelaiatura superiore, una preparazione tale da poter affrontare al meglio ogni tipologia di tappe. La corsa ha confermato i pronostici della vigilia, ma quando una squadra ha atlete di spessore si vede la differenza. Gillespie e Venturelli hanno corso con grande sapienza tattica.

Il team Uae Adq ha fatto la differenza, tenendo fede al suo ruolo di unica squadra WorldTour al via (foto Ossola)
Il team Uae Adq ha fatto la differenza, tenendo fede al suo ruolo di unica squadra WorldTour al via (foto Ossola)
Pensi che la presenza della Uae spingerà altri team WT a seguire le loro orme?

Ne sono sicuro perché tra squadre si parla e l’effetto passaparola sarà a nostro favore. Ho sentito un po’ i pareri dei vari team presenti ed erano tutti entusiasti: non solo per le gare, ma anche per tutto il contorno, a cominciare dalle scelte degli alberghi, dai tempi limitati di trasferimento e altro. Un aspetto spesso poco considerato sono anche i posti dove si è pedalato. E’ vero che l’agonismo prevale, la concentrazione è per la gara, ma c’è anche chi ha notato la bellezza dei paesaggi proposti, anche questo conta.

Quanto influisce quest’aspetto?

E’ fondante per noi, la gara deve essere un volano per far conoscere i territori, la cultura del posto. E’ chiaro che l’aspetto tecnico ha la prevalenza, ma anche quello spettacolare ha la sua importanza. A Torre del Greco, ad esempio, potevamo far passare le ragazze per la città ma abbiamo preferito privilegiare il lungomare sia per rendere più facile il passaggio della carovana, per permettere una gestione più semplice di tutti gli aspetti legati alla sicurezza, ma anche per far vedere un pezzo di territorio davvero eccezionale. Le atlete pensano sì a correre, ma so che guardano e notano.

Per Giada Borghesi vittoria nella prima tappa e podio finale. La sua crescita continua (foto Ossola)
Per Giada Borghesi vittoria nella prima tappa e podio finale. La sua crescita continua (foto Ossola)
Ci saranno altre regioni che si aggiungeranno?

Abbiamo già avuto richieste da Calabria e Abruzzo, senza contare che chi ha ospitato il Mediterraneo in Rosa in questa stagione vuole il nostro ritorno. I sindaci di Torre del Greco e Terzigno erano entusiasti, vogliono assolutamente rifarlo, ma non possiamo garantire nulla, è anche nostro dovere far girare la corsa attraverso luoghi sempre nuovi.

E fra questi ci sarà anche spazio per una cronometro?

Ci stiamo pensando, sarà un ulteriore gradino da salire. Serve un Comune che ospiti la corsa offrendo tutto quel che serve. Come detto non è un impegno facile, ma penso proprio che il prossimo anno ci sarà una cronoscalata per accrescere il livello tecnico della manifestazione.

Due secondi in due giorni: Vendrame riflette, ma la gamba c’è

26.04.2024
5 min
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«Come sto? Bene, ma un po’ incavolato. Parecchio incavolato. Due secondi posti in due giorni…». Andrea Vendrame sta per raggiungere il suo hotel dopo la tappa di Marecottes che lo ha visto sfiorare il successo, andato invece al fiammingo della Lidl-Trek, Thibau Nys.

Vendrame ha avuto sin qui una stagione altalenante. Molto buona a tratti, molto meno in altri, come la caduta a La Roue Tourangelle dove ha riportato un trauma cranico. Ma adesso, sulle strade del Tour de Romandie, il corridore della Decathlon-AG2R La Mondiale sembra essere sulla giusta via. Due giorni fa era stato secondo dietro al compagno Godon e ieri appunto dietro a Nys. Nel primo giorno cercavano punti e abbuoni, nel secondo la vittoria.

L’arrivo di ieri a Marecottes, Vendrame è secondo. La delusione è palpabile
L’arrivo di ieri a Marecottes, Vendrame è secondo. La delusione è palpabile
Andrea partiamo dallo sprint di oggi (ieri per chi legge)…

Non ho sbagliato nulla: né durante lo sprint, né durante la tappa. Siamo stati davanti a coprire la maglia di leader di Godon e poi sono andato in fuga. Il finale è andato esattamente come immaginavo, anche perché me lo ero visto ed ero ben guidato dall’ammiraglia.

Anche se la curva era diversa, vagamente ricordava il finale caotico della tappa di Castelmonte al Giro 2022…

E infatti anche per questo ci sono entrato in testa, non volevo restare chiuso in nessun modo. Ho affrontato lo sprint nel miglior modo possibile. E’ arrivato ancora un secondo posto, ma ho dimostrato che la condizione c’è. Sono qui per rifinire il lavoro in vista del Giro d’Italia.

Guardando ai risultati hai fatto una buona primavera: secondo al Laigueglia, due top 10 alla Tirreno e appunto questi due podi…

In realtà ho avuto dei bei problemi, specie dopo la caduta alla Roue Tourangelle: ho riportato un trauma cranico e per protocollo non potevo salire in bici per una settimana. La squadra mi ha voluto alla Freccia del Brabante, ma non sapevo come sarebbe andata dopo una settimana di stop. Invece ho svolto un bel lavoro per Godon e Cosnefroy piazzandoli bene per il finale, tanto che siamo riusciti a portare a casa la corsa (con Cosnefroy, ndr). In squadra quest’anno c’è un bel clima, collaboriamo bene.

Il giorno prima invece il veneto era di tutt’altro umore. Secondo sì, ma dietro al compagno Godon e in un arrivo non del tutto per lui
Il giorno prima invece il veneto era di tutt’altro umore. Secondo sì, ma dietro al compagno Godon e in un arrivo non del tutto per lui
Questo inverno hai lavorato più sulle lacune o hai insistito sui punti forti?

Diciamo che a casa ho svolto il mio bel lavoro. Proprio due sere fa ne parlavo col mio preparatore e dicevamo che con i numeri ci siamo. Andiamo benone… E infatti per questo mi girano le scatole di non essere riuscito a cogliere il risultato. Sono stato io a chiedere di andare in fuga, anche per ultimare il lavoro in vista del Giro. La squadra mi ha dato carta bianca e mi sono gettato all’attacco. Ripeto, peccato per il secondo posto, ma la condizione c’è. E non ho fatto l’altura.

Come mai?

Perché tra lo stop per il trauma cranico e la Freccia del Brabante, non ci sarebbe stato troppo tempo. Avrei dovuto fare sette giorni, poi scendere per due e andare in Belgio, poi ancora risalire e venire direttamente al Romandia. Quindi due giorni a casa e via al Giro. Troppo stress a quel punto. Avevo pensato di fare la tenda (la tenda ipossica, ndr), visto che ora si può. Ma la mia compagna scherzando mi ha detto che con il rumore del motorino non ci avrebbe dormito: o io o la macchinetta della tenda! Insomma alla fine non ho fatto né l’altura, né la tenda! Ma sono fiducioso perché il volume di ore è stato buono.

Prima hai detto che in squadra c’è un bel clima: perché, cosa è cambiato?

Magari prima c’erano elementi con più individualismo, adesso invece ci aiutiamo di più. Io credo anche che dipenda anche dal fatto che i materiali funzionino bene. Adesso siamo competitivi e oggi è importante avere materiali validi. Le maglie sono nuove, le bici sono nuove. Tutto questo aiuta a distendere il clima, a creare armonia. Siamo amici.

L’obietto di Vendrame per questo Romandia ora è quello di difendere la maglia della classifica a punti
L’obietto di Vendrame per questo Romandia ora è quello di difendere la maglia della classifica a punti
Guardiamo al Giro: ci sono molte tappe mosse, perfette per Vendrame. Le hai studiate?

Non molto, a dire il vero. E infatti anche i direttori iniziano a mettermi pressione per fargli sapere cosa voglio fare, che intenzioni ho. Ma al momento non ho cerchiato nulla. Di base però non sono uno a cui piace fare programmi e proclami a lungo termine. Intanto finiamo bene questo Romandia, poi da lunedì mi concentrerò bene sul Giro.

Finire bene il Romandia significa pensare anche alla generale o è troppo visto che sei secondo?

Domani (oggi, ndr) c’è la crono di 15 chilometri e non è la mia specialità: mi penalizza. Sì, a casa ci lavoro. E’ ormai un esercizio indispensabile e il percorso è anche vallonato, ma è troppo. Magari la prendo come un giorno di “riposo”. Poi dopodomani c’è un arrivo in salita simile a quello di oggi (ieri, ndr), ma immagino se lo vorranno contendere gli uomini di classifica. E domenica il classico arrivo in volata allo sprint a Ginevra. Visto che sono leader della classifica a punti cercherò di portare a casa questa maglia. E intanto continuo a lavorare per il Giro.

A proposito di Giro, O’Connor sarà il vostro leader?

O’Connor sarà il nostro leader e in seconda battuta ci sarà Aurelien Paret-Peintre. Credo che per il Giro abbiamo proprio un bel team. Forte, equilibrato e in generale una squadra ben organizzata.

Donati azzecca lo sprint e diventa re di Caracalla

25.04.2024
6 min
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ROMA – Quello che conta in una giornata come questa è anche la dedica. E la dedica del team Biesse-Carrera, a partire dal vincitore Donati finendo con il direttore sportivo, va a Galimberti, vittima di una caduta drammatica al Giro di Romagna.

«Dedichiamo la vittoria a Francesco – dice a caldo il diesse Dario Nicoletti – che purtroppo ci segue da un letto d’ospedale. Anzi oggi non ha neanche potuto seguirci perché è in terapia intensiva. Ma domani quando si sveglierà saprà della vittoria».

Galimberti era lanciato nello sprint a Castrocaro Terme, quando ai 200 metri ha trovato ferma sulla sua traiettoria la moto di un fotografo che non avrebbe dovuto esserci. Il suo femore si è rotto in tre punti e male è andata anche allo spagnolo Mikel Iturria, che ha riportato varie fratture e una commozione cerebrale.

Uno dei tanti rilanci che rendono il Gran Premio della Liberazione una corsa a suo modo selettiva
Uno dei tanti rilanci che rendono il Gran Premio della Liberazione una corsa a suo modo selettiva

Dimenticare Glasgow

Davide Donati, under 23 di primo anno, ha vinto in volata la 77ª edizione del Gran Premio della Liberazione, che si è svolto seguendo il consueto copione nervoso e aggressivo alle Terme di Caracalla. Alle sue spalle il compagno di squadra Andrea Montoli e Federico Biagini del VF Group-Bardiani. Raramente si è visto un inizio di corsa così aggressivo, al punto che diversi direttori sportivi si sono messi a intimare ai propri ragazzi di andarci piano o non avrebbero finito la corsa. E così alla fine l’azione decisiva è nata da un allungo di Matteo Scalco e dal gruppetto che si è selezionato al suo inseguimento.

«Era una corsa cui tenevo – dice il vincitore – ma cerco sempre di non focalizzarmi troppo sugli obiettivi, perché poi vanno male (ride, ndr). Più invece la prendo con serenità e più riesco ad andare bene. Quindi con la dovuta calma e con la giusta preparazione, sono riuscito ad arrivare qui con una buona forma. E’ molto simile al mondiale dell’anno scorso di Glasgow, che io non ho fatto e mi era parecchio dispiaciuto. Però con tutte queste curve, mi sono trovato abbastanza bene. Pensavo di poter fare un buon risultato. Non conosco ancora bene gli avversari, però so le mie caratteristiche e quelle del mio compagno Montoli che è arrivato con me».

Cattani e Grimod sono rimasti per due giri allo scoperto: ripresi loro, il Liberazione è esploso
Cattani e Grimod sono rimasti per due giri allo scoperto: ripresi loro, il Liberazione è esploso

Gioco di squadra

Anche stamattina nella gara delle donne le prime appartenevano alla stessa squadra, ma questa volta per i due corridori della Biesse-Carrera il successo non era scontato. La squadra è rimasta sempre nelle prime posizioni e nel momento in cui si è formato il gruppetto che ha poi deciso la corsa, Donati e Montoli sono stati bravissimi a entrare e a dividersi con saggezza il lavoro. Dire che Donati fosse certo della vittoria è forse un azzardo, ma come conferma il suo direttore sportivo la gara di Roma era da tempo un suo obiettivo.

«Lui aveva cerchiato in rosso questa data – dice Nicoletti – ci teneva tantissimo. L’ha preparato, ma è un appuntamento comunque difficile da vincere. I ragazzi hanno corso benissimo, hanno fatto esattamente quel che avevamo stabilito. Peccato per D’Amato che è caduto subito, ma siamo sempre stati nel vivo della corsa. Poi Donati ha veramente qualcosa in più, perché comunque è veloce. L’ho visto stare bene negli ultimi giri. Eravamo partiti con lui, Arrighetti e D’Amato come fari, anche perché Grimod e Montoli hanno caratteristiche diverse. Anche se poi Montoli alla fine ci ha fatto una grandissima sorpresa, entrando nel gruppetto e centrando un secondo posto bellissimo».

All’inizio dell’ultimo giro, Donati non si è tirato indietro e ha fatto la sua parte in testa al gruppetto
All’inizio dell’ultimo giro, Donati non si è tirato indietro e ha fatto la sua parte in testa al gruppetto

Prima la scuola

Donati strappa l’applauso quando dal palco dichiara che in questo momento per lui il ciclismo è importante ma viene prima la scuola. E’ al quinto anno del liceo scientifico e racconta che non c’è nulla di semplice nel voler fare bene una scuola così impegnativa e uno sport come ciclismo che quanto ha impegno non è certo meno esigente.

«E’ una corsa che non avevo fatto neanche da junior – dice – però da quel che avevo capito era molto adatta alle mie caratteristiche, così piena di curve guidate. Sono un biker e so guidare bene la bici, perciò stamattina ero determinato a far bene. I miei obiettivi vanno davvero in base alla scuola e a come riesco a finirla, perché ho gli esami. Faccio lo scientifico, è abbastanza complicato. Un po’ riesco a conciliarla, ho qualche professore che mi aiuta, altri meno, però alla fine la stiamo gestendo abbastanza bene. Riesco a programmare bene le interrogazioni, però faccio parecchia fatica. Recupero poco, dormo poco, ma anche se alla fine tutto questo mi stressa molto, io non mi fermo».

D’Amato, Arrighetti, Montoli, Donati e il ds Nicoletti: la Biesse Carrera ha corso benissimo
D’Amato, Arrighetti, Montoli, Donati e il ds Nicoletti: la Biesse Carrera ha corso benissimo

Un vero talento

Nicoletti se lo mangia con gli occhi, ma in questo pomeriggio finalmente assolato di Roma, sta ben attento a coccolarsi l’intera squadra. Solo D’Amato, in un angolo durante le premiazioni, sembrava leggermente estraneo alla festa, ma essendo caduto c’era da capire che fosse un po’ abbacchiato.

«Donati non lo scopriamo ora – dice Nicoletti – l’anno scorso è stato uno dei talenti juniors del ciclismo italiano. Soprattutto nelle gare internazionali è sempre stato protagonista, sia a cronometro che in linea, e siamo riusciti a portarlo al nostro team. E’ forte, magari è prematuro ed eccessivo dire che sia un predestinato, ma di certo è un talento. Considerando anche che fa una scuola molto impegnativa e porta avanti bene entrambe le cose. Ha digerito bene il passaggio di categoria. Ha fatto subito secondo allo San Geo, poi ha proseguito con un inizio fortissimo. Ha avuto un leggero calo un mesetto fa, ma ci può stare essendo un primo anno».

Esami e tricolori

Eppure il salto dagli juniores agli under 23 non sembra così traumatico per questo ragazzo longilineo che ha sul volto tutta la soddisfazione di un lavoro portato in porto con successo.

«Da questo inverno – racconta – devo dire che sono migliorato parecchio rispetto all’anno scorso. Anche in ritiro ero andato bene rispetto ai miei compagni, non mi muovevo male. Però c’era sempre l’incognita della nuova categoria e comunque trovo le mie difficoltà in determinate corse. Soffro tanto gli scatti violenti sulle salite e spesso mi stacco perché sono più regolarista, però sta andando meglio del previsto. Adesso probabilmente farò un giro a tappe a fine maggio prima della fine della scuola e poi sicuramente dedicherò più spazio allo studio e meno a tutti gli appuntamenti. Mi dispiace perché proprio nel giorno degli scritti ci sono i campionati italiani a crono cui puntavo tanto e anche i campionati italiani in linea sono un po’ a rischio».

Se chi compila i calendari tenesse conto che ci sono atleti che studiano, forse capirebbero anche la necessità di andargli incontro. Ci hanno raccontato giusto oggi che qualche team manager si ostina a non prendere corridori studenti per non dovervi rinunciare in determinate occasione. E’ vero che ci sono anche altri aspetti su cui lavorare, ma davvero in certi casi non ci facciamo mancare nulla.

Liberazione, UAE Adq in parata: la prima di Consonni

25.04.2024
7 min
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ROMA – «Quest’anno sicuramente c’ero andata tante volte vicino – dice Chiara Consonni – non è sempre la sfortuna, però essere lì e non riuscire mai ad arrivare con le braccia al cielo… Questa vittoria è un po’ una Liberazione in tutti i sensi, scusa il gioco di parole. Non mi era mai capitato di arrivare in tre. Andare in fuga è stato durissimo, il misuratore parla di 270 watt normalizzati, non sono pochi. Però ci sta, dai. Abbiamo provato qualcosa di diverso, magari non quello che si aspettavano. Volevamo anche vedere come stavamo, quali sensazioni e ce l’abbiamo fatta».

Gruppo al via: 18 squadre, 96 chilometri di gara
Gruppo al via: 18 squadre, 96 chilometri di gara

Dominio di squadra

Il Coati-Liberazione Donne si è da poco concluso con lo strapotere del UAE Team Adq, finalmente in una giornata di sole. L’organizzazione di Claudio Terenzi è impeccabile, peccato che la politica romana sia così avara di slanci e certe volte sembra di essere ospiti indesiderati al cospetto degli imperatori di turno.

Scorrendo l’elenco dei partenti, appariva chiaro che il team emiratino guidato da Arzeni avesse poche rivali e proprio questo poteva diventare motivo di rischio. Quando è più facile vincere che perdere, non sai mai come va a finire.

«A volte queste gare che sembrano tanto facili – dice Eleonora Gasparrini, atleta più combattiva di giornata – in realtà sono più difficili di quello che si pensa. Siamo riuscite comunque a fare un lavoro di squadra straordinario, quindi grazie anche a tutte le altre compagne. Siamo contenti. Perché è passata prima Chiara? E’ giusto così. Io quest’anno ho già vinto, Silvia (Persico, ndr) aveva già vinto questa gara, quindi mancava la “Conso”. Per me è stata comunque una prima parte di stagione abbastanza buona. All’Amstel sono riuscita a ottenere anche un sesto posto, quindi sono molto contenta. La condizione sta crescendo e la stagione è ancora lunga. Ho diversi obiettivi e cerchiamo di continuare così».

Il UAE Team Adq ha preso in mano la corsa da subito e l’ha girata in suo favore
Il UAE Team Adq ha preso in mano la corsa da subito e l’ha girata in suo favore

Le azzurre a Parigi

Mentre le ragazze giravano sotto lo sguardo interessato e curioso di Marta Bastianelli, la vicinanza del cittì Sangalli è stata il modo per fare il punto sul movimento femminile. Fra una decina di giorni, un gruppo di otto atlete volerà a Parigi per provare il percorso olimpico. Fra loro anche Elisa Balsamo, chiamata a valutare e scegliere.

«E’ importante che un corridore veda il percorso – dice il cittì azzurro – perché io posso farmi un’idea, ma sta a loro poi valutarlo davvero. Sarà difficile sceglierne quattro, perché il livello anche in Italia è alto e quindi le scelte saranno fatte in parte per la condizione e anche un po’ per il passato, quello che uno ha dato in nazionale e le sicurezze che ti offre. Perché in una corsa senza radioline c’è bisogno di ragazze sveglie, che sappiano cogliere il momento o aiutare le capitane nel momento importante.

«Sono stato all’Amstel – prosegue – e mi è piaciuta la gara di Eleonora Gasparrini: arrivare e tenere sul Cauberg e dopo il Cauberg non è una cosa banale. Le elite del giro azzurro stanno confermando il loro valore, qualcuna anche al di sopra delle aspettative, vedi Longo Borghini e vedi Balsamo. Persico la stiamo aspettando. Non è stata fortunatissima nell’ultimo periodo perché ha perso sua nonna, cui era legatissima, e l’ha un po’ pagata nel momento in cui poteva fare la differenza. Aspettiamo, da qua ad agosto c’è tanto tempo. In Olanda ho parlato a lungo con Dannyy Stam, il team manager della SD Worx. Sono contento di questo, perché si riesce a programmare, altrimenti sarebbe impossibile fare attività. Loro hanno in squadra Cecchini e Guarischi: per lui Elena è fondamentale. Noi vediamo gli ordini d’arrivo, ma chi come me in questi anni segue le corse, vede che nei primi 100 chilometri, quando c’è da portare davanti la Kopecky o la Wiebes, ci sono loro».

Venturelli quarta all’arrivo del Liberazione viene accolta dalle tre compagne con grida e pacche
Venturelli quarta all’arrivo del Liberazione viene accolta dalle tre compagne con grida e pacche

Le squadre del Giro

Discorso a parte per il movimento femminile italiano. Le tante continental di Roma, nella corsa organizzata dal Team Bike Terenzi, hanno fatto fatica a reggere il passo del UAE Team Adq, un po’ come succede in gare come il Giro d’Abruzzo degli uomini, in cui sfilavano in ordine le WorldTour, poi le professional e solo poi le continental. Se la riforma dell’UCI, che vede la nascita delle professional anche fra le donne, dovesse andare avanti, in Italia potremmo avere qualche grosso problema. Già sarà interessante vedere quali squadre italiane saranno invitate al Giro d’Italia.

«Tutelare le piccole squadre italiane è qualcosa che la FCI ha sempre fatto favorendo gli inviti al Giro – dice Sangalli – ma adesso le cose stanno cambiando e la tutela deve essere fatta dall’UCI. Riguardo certe riforme, non possiamo fare nulla. Al Giro correranno 22 squadre. Ci sono le 15 WorldTour, le 2 prime continental dell’anno scorso e poi ci sono altri 5 posti. Alla Vuelta hanno invitato la Laboral Kutxa e la Cofidis che comunque sono due squadre di livello WorldTour. Vediamo cosa farà RCS, ma certo dopo la Strade Bianche si è visto che il livello di alcuni team italiani non sia all’altezza del gruppo. Sicuramente il Giro d’Italia è una gara World Tour di livello altissimo e porteranno il meglio. La Federazione da anni cerca di tutelare le giovani che passano. Se non ci fossero le squadre continental italiane, tantissime ragazze che magari a 18 anni non sono ancora pronte, si perderebbero. Bisogna tutelarle, però i tempi cambiano e bisogna anche adeguarsi alle cose».

Davide “Capo” Arzeni portato in trionfo dalle ragazze del suo team, dominatrici del Liberazione
Davide “Capo” Arzeni portato in trionfo dalle ragazze del suo team

Le juniores in Olanda

E proprio con le più giovani Sangalli e Marta Bastianelli sono volate nel gelo del Nord Olanda, su un’isoletta piena di mare e vento. Il responso è stato duro ed è proprio quello che i tecnici azzurri volevano.

«Esatto – sorride Sangalli – abbiamo ottenuto quello che volevo, cioè che facessero esperienza. Volevamo far capire alle ragazze, che alla domenica vincono qua, che di là è un’altra storia. E’ servito loro per fare un punto e capire dove bisogna migliorare. Siamo arrivati in un ambiente climatico estremo, perché c’era un vento esagerato anche per la crono però è giusto così. Nell’ultima tappa è arrivato un gruppetto di 15 e c’era la Iaccarino, che l’aveva già corsa l’anno scorso. E questo fa capire che partecipare serve: nei prossimi appuntamenti faranno meglio e quando torneranno a casa, sapranno di dover lavorare di più.

«Di certo però il movimento sta crescendo. Cat Ferguson è alla Movistar e quindi ha fatto tutta la preparazione d’inverno con loro. Questo ti fa fare un salto di qualità, che secondo me è fin troppo esagerato. Dal mio punto di vista la via di mezzo è sempre la cosa migliore, specialmente per le junior. Le nostre hanno stretto i denti e so che c’erano in giro gli osservatori di tutte le squadre, per cui prima o poi anche loro potrebbero essere chiamate lassù».

Con Augusto Onori, responsabile del ciclismo nelle Fiamme Azzurre, dopo la vittoria al Coati-Liberazione
Con Augusto Onori, responsabile del ciclismo nelle Fiamme Azzurre, dopo la vittoria al Coati-Liberazione

L’aria di Parigi

Chiara Consonni riprende la via di casa. Per la squadra è arrivata una messe di punti non banale, dopo che i risultati sulle strade del Nord sono stati non proprio entusiasmanti. Per la bergamasca ci saranno altre gare su strada, poi l’attenzione si sposterà sulla pista. L’esclusione dai Giochi di Tokyo fa ancora male.

«Questa volta – dice – arrivo più consapevole. Tre anni fa ero ancora piccolina, un po’ più inesperta. Però adesso so cosa devo fare, so dove migliorare, sto cercando di farlo e sono contenta. So quali sono i miei mezzi e cercherò di mettere tutta me stessa per arrivare a Parigi o da qualche altra parte (ride, ndr). Per cui adesso farò un po’ di gare in Belgio per tenere il ritmo gara, poi Londra, poi farò altura prima del Giro d’Italia. E nel frattempo, abbiamo già stabilito degli allenamenti in pista almeno due volte a settimana, per trovarci insieme e provare. Creare anche un po’ più di feeling. E speriamo che tutto vada per il verso giusto».

La banda intona l’inno, Roma si va stiracchiando sotto un sole finalmente primaverile. Un gigantesco elicottero bianco volteggia sul centro. Si annunciano manifestazioni in tutta la città. Il Liberazione, nato nel 1946 quando la libertà non c’era, porta con sé la solita ventata di ottimismo.

Salvoldi e il nuovo ciclismo fra l’Italia e il mondo

25.04.2024
4 min
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SIENA – Il via dell’ultima tappa dell’Eroica Juniores Nations Cup ci permette di fare un punto con Dino Salvoldi, cittì azzurro alla guida dei ragazzi in questa corsa. Il pullman della nazionale staziona nel piazzale dei Giardini la Lizza dietro i quali si può ammirare la fortezza medicea. Il sole, puntato alto nel cielo, invita il cittì ad indossare i suoi occhiali dalle lenti scure. 

Il gruppo di ragazzi guidato da Salvoldi all’Eroica Juniores (foto Eroica Juniores/Guido Rubino)
Il gruppo di ragazzi guidato da Salvoldi all’Eroica Juniores (foto Eroica Juniores/Guido Rubino)

Un nuovo ciclismo

Salvoldi parla con i ragazzi, mette a punto la tattica che quasi ribalta la corsa e scende. Intorno a lui c’è sempre un bel capannello di persone: diesse di squadre juniores come Pavanello e Scinto, ma anche tanti altri personaggi. 

«Si è visto – dice il cittì – che potenzialmente tra i migliori corridori della categoria non ci manca nulla per essere competitivi. Lo abbiamo dimostrato (ancor di più poche ore dopo sul traguardo di Chiusdino, ndr). I ragazzi sono gasati da questo tipo di competizioni, è il nuovo del ciclismo e della categoria, con un calendario che consente di competere sempre a questo livello. Noi come Italia abbiamo una storia e una struttura diverse ancora. Quei Paesi che non hanno queste caratteristiche storiche si sono coalizzati nell’affrontare un calendario di tali dimensioni». 

I devo team hanno portato un nuovo modo di programmare le corse (qui Salvodi a colloquio con Finn della Grenke Auto Eder-Bora)
I devo team hanno portato un nuovo modo di programmare le corse (qui Salvodi a colloquio con Finn della Grenke Auto Eder-Bora)
Di che squadre parliamo?

Nazioni come Norvegia, Danimarca e Gran Bretagna, ad esempio, che non hanno un calendario nazionale ricco come il nostro, si sono organizzate per far correre i ragazzi in questo tipo di competizioni, sempre. Se poi ci aggiungiamo i devo team del WorldTour abbiamo una situazione simile a quella del professionismo. Noi come nazionale italiana dobbiamo organizzarci affinché i nostri migliori possano diventare appetibili. 

Far correre questi ragazzi con la nazionale vuol dire toglierli dalle squadre di club.

Devo dire che la percezione che abbiamo io e i miei collaboratori, senza alcuna presunzione, è quella di aver instaurato un buon dialogo con le varie squadre. Quello che cerchiamo di mettere in pratica è una programmazione lineare. Chiaramente gli imprevisti ci sono, capita che uno o due posti si riempiano all’ultimo minuto. 

Il livello è alto, ma i ragazzi italiani hanno dimostrato di saper ribattere colpo su colpo
Il livello è alto, ma i ragazzi italiani hanno dimostrato di saper ribattere colpo su colpo
Si lavora con quali ragazzi?

Come abbiamo avuto modo di fare l’anno scorso e come avremo modo di fare quest’anno metà della squadra che partecipa agli eventi internazionali sarà composta dai ragazzi che rappresentano il nucleo di riferimento del gruppo di lavoro.

Parlando di programmazione, si riesce a lavorare con continuità?

Sta diventando difficile fare raduni di preparazione, anche perché in questa categoria c’è la scuola. Nella prima parte della stagione siamo riusciti a fare dei mini raduni mensili, dove abbiamo lavorato con i ragazzi. Programmare allenamenti e calendario in funzione degli eventi condivisi con le squadre ci riesce bene

Cosa servirebbe per fare meglio?

Tutto è migliorabile, se ci fosse maggiore disponibilità faremmo di più. Con il budget che abbiamo avuto siamo stati costretti a fare delle rinunce e a investirlo in un’altra direzione. In previsione degli appuntamenti più importanti, come i campionati del mondo pista e strada, faremo dei raduni prolungati.

In che cosa si è investito?

Partecipazione a gare a tappe, con la motivazione che abbiamo spiegato prima. E con il fatto di voler tenere alto il ranking per portare il maggior numero di ragazzi agli eventi internazionali. Poi c’è la pista, c’è stata fin da subito la volontà di fare un bel lavoro a Montichiari, in maniera continuativa.  

Questa Eroica ha portato la novità Viezzi, al suo secondo appuntamento internazionale su strada, il primo con la nazionale. 

Lui e Proietti, che è un primo anno. Con loro non ho trovato difficoltà di inserimento nel gruppo. Il ciclismo su strada è molto più uno sport di squadra rispetto al ciclocross, ad esempio. Non ho trovato questo tipo di difficoltà e non c’è stata nemmeno a livello coordinativo e tecnico. I ragazzi valgono e sono capaci di passare da una disciplina all’altra, in passato c’erano state maggiori difficoltà. Invece, con Viezzi e Proietti non ce ne sono state.